martedì, gennaio 24, 2006

Democrazia: procedura o sostanza?

(testo non definitivo ancora in elaborazione: vi ritorno sopra ogni tanto: il tema è difficile e cerco di non essere banale: abbiate pazienza! Potete però intervenire sul testo in progress). E' alquanto diffusa l'idea secondo cui la democrazia consiste nella sola procedura con cui si costituisce la rappresentanza politica. Esilarante Rutelli, che parla eufemisticamente di ricchezze e diversità culturali della sua parte politica, termini che il bravo intervistatore traduce come liti interne ancor prima della conquista del potere. La critica che faccio qui a Rutelli e Fassino vale anche per la parte politica nella quale ho scelto di militare: non sto facendo campagna elettorale. Non mi piace fare campagna elettorale e ritengo periodi frustranti quelli vedono i cittadini artificiosamente contrapposti l'un l'altro. Magari all'interno di una stessa famiglia. Il cittadino, libero di spirito e provvisto di cervello, che si chiede dove vanno a parare le chiacchiere televisive o che cosa infine ne venga a lui in tasca, non trova risposte. Chi di governi ne ha visti succedere tanti è portato ad essere fatalista ed a credere che in fondo a governarci è la Provvidenza. E' ormai diffusa la convinzione il potere venga ricercato per se stesso e per i vantaggi che possono ricavarsene. L'idea del potere come funzione, come servizio o assunzione di responsabilità pubblica è un paravento per gli ingenui.

La riforma elettorale è procedura. La si cambia continuamente e non credo che il cittadino ci capisca veramente qualcosa. La procedura e la forma è in genere in funzione di ciò che si vuole ottenere. Ma le procedure sono fatte per essere interpretate, contestate, violate. Nelle passate elezioni i Radicali, soliti guastafeste, hanno denunciato la diffusa illegalità nella raccolta delle firme per la presentazione delle liste. Non potendo negare l'evidenza, i partiti hanno reagito depenalizzando l'illecito ed abolendo la raccolta stessa delle firme con la sola eccezione dei radicali, che sono invece tenuti a raccoglierle. Quanto per punirli! Procedura vuol dire possibilità di broglio e vi è perfino il sospetto che la nascita della repubblica sia dovuta ad un broglio che ha penalizzato i sostenitori della monarchia. Ai brogli ci si abitua ed in tal modo diventano essi stessi la regola, la nuova regola, ovvero la regola che viola la forma ma è riconosciuta come valida e vigente. Siamo alle radici della immoralità diffusa come fondamento di un sistema politico.

Nella storia si oppone talvolta alla democrazia della regola una democrazia della sostanza. Cosa significa? Al povero cristo che a stento riesce a sbarcare il lunario ed a combinare il pranzo con la cena può significare poco o nulla l'avere in mano una o molte e perfino moltissime schede elettorali variopinte. Può invece interessare trovare garantite condizioni normali di esistenza, che possono anche evolvere nel tempo con l'accrescimento delle esigenze. In questo caso interessa dunque la sostanza e non la forma o la procedura che le rende possibile. Se la sostanza è salva, la forma può essere imperfetta, la procedura sanata. Non sto dicendo che forma e procedura non sono importanti. Sto dicendo che una forma senza sostanza è un fanstasma, una vuota apparenza di democrazia. Hobbes esprimeva mirabilmente tutto ciò dicendo che a fondamento della democrazia è la protezione che il sovrano riesce a dare al cittadino. La relazione protezione-obbedienza è la formula per poter misura la legittimità di un governo in ogni luogo ed in ogni tempo.

La storia del XX secolo ha conosciuto i cosiddetti totalitarismi che sono finiti in tragedia. Metto subito le mani avanti: non sono un nostalgico e credo che ciò che ha fallito possa essere restaurato. Errare humanum est, diabolicum perseverare. Intendo mettere in evidenza un aspetto che ignorano quanti si crogiolano nelle varie gironate della memoria. L'esigenza da cui nacquero i regimi totalitari non erano non erano necessariamente cattive. Essi potevano ben esprimere un'esigenza di democrazia esistenziale e sostanziale che la democrazie delle regole e della procedura non è neppure in grado di concepire. La gente semplice voleva risposte e condizioni accettabili di esistenza, anche valori e cose in cui credere. Il credere in qualcosa dà in genere un senso di sicurezza e di stabilità. Sorel aveva teorizzato il mito come motore della storia. Avere consapevolezza di questa possibile genesi dei totalitarismi significa comprendere le esigenze profonde della gente comune, che possiamo chiamare popolo quando la gente si trasforma in soggetto politico. Diversamente la democrazie delle regole sganziate da ogni sostanza è soltanto una forma di oppressione non meno esecrabile dei cosiddetti totalitarismo. Il popolo intesa come unità sulla "specie e la forma dell'esistenza politica" è concetto antitetico a quello di gente che passa per la strada e che può essere smistata e fatta sfollare da un vigile.

Qui concludo perché la riflessione è pesante, tocca i massimi sistemi e non può essere svolta tutta in una sola volta. Mi colloco in un'area politica ben precisa, ma sono convinto che "è tutto da rifare". Non ho fiducia nel regime attuale dei partiti e nelle loro liturgie. Avendo ormai una certa età, non credo che si tratti di aspettare questo o quel governo, questa o quella tornata elettorale, che l'uno sia migliore dell'altro. Ai giovani che noi siano già vecchi trasmetto la percezione della necessità di rifondare in modo "sostanziale" tutti gli istituti del vivere civile. Con una limitazione importante: la nonviolenza, il rispetto dell'altro quanto più ci riesce odioso: l'altro vive in noi e muore con noi. Se ciò non accade, vuol dire che il passato non ci ha insegnato nulla e l'essere umano è una specie in via di estinzione.

domenica, gennaio 22, 2006

Commento e confutazione a Ratzinger

NOTA DOTTRINALE
(17 gennaio 2003)
dell’allora cardinale Ratzinger, pubblicata nel sito "Amici di Ratzinger", segnalata da Totustuus, da cui riporto integralmente e testualmente:

R. - Nel documento distinguiamo soprattutto tra pluralismo e relativismo. 
Il pluralismo in politica è una cosa naturale, ovvia perché per tante questioni politiche non c’è una risposta già fatta, già evidente, ma ci sono diverse possibilità di reagire alle diverse sfide della situazione attuale. 
Quindi il pluralismo è una cosa normale in politica. Il relativismo invece afferma che non c’è nessuna verità etica e morale obbligatoria, vincolante per la coscienza del cristiano.
 Se ci incamminiamo su questa strada pensando che il pluralismo sia la stessa cosa che il relativismo perdiamo proprio i fondamenti dell’umanità e anche i fondamenti della democrazia che è basata sul consenso di un minimo di etica quale condizione per la verità, per l’umanità e per la condizione democratica. In questo senso distinguiamo anche tra laicità e laicismo. 
Laicità vuol dire la giusta autonomia dello Stato, della sfera politica. 
Non spetta alla gerarchia della Chiesa indicare ai politici che cosa fare. 
Sono i laici, con la loro coscienza illuminata, che hanno la responsabilità di trovare la strade giusta. Ecco, decisiva è la ragione giusta, pratica che si orienta ai grandi valori determinanti per l’essere umano. 
Il laicismo, invece, è un’idea per la quale i contenuti morali della fede cristiana non dovrebbero entrare in politica, sarebbero da escludere e si creerebbero due mondi che non si possono toccare. 
Invece i grandi valori etici, messi in luce dalla fede cristiana, sono d’orientamento anche in politica e questo orientamento vincolante per una coscienza illuminata non toglie niente alla libertà del politico. 
Al contrario, osservare i fondamenti dell’umanesimo è anche difendere la libertà umana.


COMMENTO E CONFUTAZIONE

Il relativismo non afferma ciò che dice il cardinale Ratzinger, ma al contrario che esistono tante verità quanti sono gli uomini ed ognuna di esse vincola diversamente gli uomini. Possono anche esserci verità condivise da una pluralità di uomini che sono diverse o perfino opposte alle verità di altre pluralità di uomini. Padre di ogni relativismo fu il filosofo Protagora che disse: “l’uomo è misura di tutte le cose: di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono”. Ciò che importa (ed è compito dello Stato fare che così sia) è che la diversa e contrapposta visione della verità, specialmente in campo religioso, non sia causa di guerra e di morte fra gli uomini. Vi sono state numerose guerre motivate da cause religiose. Lo Stato moderno e laico nasce in quanto si dichiara agnostico in materia religiosa e non fa sua nessuna religione, ma lascia ad ogni cittadino di professare la sua fede religiosa. Ratzinger invece considera relativismo tutto ciò che non è dottrina cattolica, dichiarata tale dalla Sacra Congregazione (già Sant’Uffizio) da lui presieduta. Chi non si riconosce nelle posizioni ufficiali dell’Episcopato sarebbe un relativista. Ma non è così. Relativista è chi non considera il proprio di vista assoluto ed ammette come possibili tutti gli altri punti di vista, che ovviamente vincolano solo chi li condivide. Egualmente arbitraria, da un punto di vista storico e filosofico, è la distinzione fra laicità e laicismo. Ai cattolici e ai cristiani nessuno impedisce di improntare la loro condotta secondo i valori e la fede che professano, ma un eguale diritto è riconosciuto ad ogni altra confessione religiosa ed anche a chi non professa nessuna fede religiosa. L’unico limite è che nessuna confessione religiosa diventi propria dello Stato, in nessuna sua manifestazione, e quindi venga in tal modo imposta ad altri cittadini. Questo si chiama principio della laicità dello Stato. Il laicismo semplicemente non esiste ed una mera invenzione verbale.

Purtroppo, molti politici per puro servilismo hanno assunto il punto di vista espresso dal cardinale Ratzinger come un programma politico. Sperano in tal modo di ottenere consensi elettorali. Fanno un grave torto alla religione in quanto dottrina codificata e resa pubblica dalla Congregazione della Fede o alla religiosità di quanti professandosi cattolici hanno posizioni distinte dalla Gerarchia ecclesiastica ed un torto ancora più grave allo Stato italiano, al cui servizio dovrebbero essere. Un vero e proprio atto di guerra è da lor commesso verso quanti o appartengono ad altra confessione religiosa tra le innumerevoli possibili o non professano nessuna religione.

Ai nostri giorni i conflitti di religione sono anacronistici. Perciò sono irresponsabili e criminali tutti i politici, che per biechi ed ignobili interessi elettorali, svendono la laicita dello Stato e creano i presupposti di una guerra civile latente fra i cittadini che associandosi ad altre cause di ordine economico e sociale possono sfociare in una guerra cruenta.

Nel Lazio alcuni politici di Forza Italia, ritenendo che il territorio sia ancora Stato Pontificio, si sono dimostrati proni ad ogni direttiva che venga dal Vaticano. La campagna per l’astensionismo – certamente non sorretta dalla Fede ma dal calcolo politico – è stato l’esempio recente forse più clamoroso. Adesso, subdolamente, preparano l’attacco ad altri istituti della laicità. Contro di loro e paradossalmente a difesa di ogni forma di religiosità (anche di quella pagana greco-romana) è lecita la lotta politica interna alla stessa Forza Italia.

Lorenzo Cesa insorge sulla storia della DC

In un lungo testa a testa con Rutelli è stato dato da Berlusconi come acquisito il fatto che le Partecipazioni Statali fossero il canale con cui la DC si autofinzanziava. Do per nota storia e cronaca, sui quali potrei dire adesso delle inesattezze. Ciò che interessa ai miei fini è la reazione odierna di Lorenzo Cesa, che sentendosi erede del cessato partito non accetta note di infamia sulla vecchia DC, interpretando le parole di Berlusconi come ammissione di quell'infamia. Intanto le note di infamie sono state scritte da giudici in sentenze pronunciate in nome del popolo italiano: Cesa dovrebbe citare quei giudici per diffamazione! Con tutte le riserve che sappiamo, qualcosa è successo e nessuno può oggi dire sensatamente che le persone coinvolte erano tutte immacolate e che si trattava di fandonie o di una caccia alle streghe. A meno che il furto e la rapina non vengano posti come stile e regola di vita per ognuno: presso alcune popolazioni rom sembra che esista questo principio del furto come base della vita sociale! Non è questa perciò un'eventualità irrealistica, considerando la diffusa mancanza di pudore e la mancanza di sdegno fra quanti accettano senza reagire ciò che vedono o di cui sanno. Le stesse cose sto sentendo (a Radio Radicale) dalla voce di un noto banchiere che si lamenta della mancanza di "sanzione reputazionale" all'interno del sistema produttivo: chi ruba e froda altri non perde la sua onorabilità e non viene espulso dal mercato. Viene forse addirittura ammirato (beninteso: non da me, che sono ancora all'antica).

Se dunque i maggiori partiti sono scomparsi ed altri si trasformano continuamente cambiando nome, ma non vizi, un motivo ci sarà pure. Bettino Craxi non si è difeso negando il fatto e gli addebiti, ma dicendo che il sistema di finanziamento incriminato era universalmente diffuso (con la sola eccezione dei Radicali) ed era praticato anche da quelli che giudici complici o hanno scientemente risparmiato o sono furbescamente sfuggiti ai loro strumenti investigativi e repressivi. Se dunque ora si vogliono ricostituire partiti che si erano sciolti psotto il peso degli scandali che li aveva travolti, giustizia vuole che sia consentito anche al partito fascista fascista di potersi ricostituire ed ai Savoia di avviare un procedimento per frode elettorale e con sentenza giudiziaria riottenere il regno perduto... Una volta ho sentito dire a proposito del referendum istituzionale del 1948: se broglio elettorale vi è stato, benedetta sia quella truffa! E dunque. se l'ipotesi fosse vera (ed il dubbio in ogni caso è sempre esistito), la nostra sarebbe una repubblica nata non dalla Resistenza, ma dalla truffa! Chi semina, raccoglie! Paradosso a parte, amnistia o no, furbizia o meno, siamo tutti in grado di avere un giudizio politico sulla nostra recente storia e di assumerci in quanto cittadini le necessarie responsabilità.

Ho visto Lorenzo Cesa in alcune pubbliche manifestazioni. Non mi sono piaciut i suoi discorsi, come in genere non mi piace l'UDC ed i suoi uomini (forse con la sola eccezione di D'Onofrio, mio collega di Facoltà, e qualcun altro). In quanto iscritto a FI mi dispiace di trovarmeli come alleati, ma non è colpa mia. A loro avrei preferito i Radicali, che sono stati cacciati dal Polo proprio dagli UDC. Non potevano stare insieme nella stessa barca, che temo stia per affondare anche grazie agli UDC, che pensano di ereditare le spoglie di Forza Italia. Ripeto alla noia che l'errore fondamentale di Berlusconi è stato quello di non aver saputo strutturare il partito, dandogli una forte base popolare ed un radicamento territoriale. I Clubs potevano essere lo strumento. Berlusconi ha preferito fidarsi di alleati che ora ad ogni occasione gli danno il calcio dell'asino e non vedono l'ora di toglierlo dal gioco, per ritornare al notabilato della prima repubblica. I revivals non hanno e non possono avere altro senso. Ma le potenzialità di Berlusconi non sono finite e non dipendono dal successo elettorale. La sua immensa ricchezza lo mette al riparo dalla ricerca della ricchezza per mezzo della politica. I suoi avversari esterni ed interni hanno tentato più volte di privarlo di quel formidabile strumento senza il quale in Italia non si canta messa. Può usare con saggezza e parsimonia lo strumento di cui dispone per formare un nuovo tipo di cittadino, consapevole dei suoi diritti, non corruttibile, non disposto a farsi abbindolare, capace di pretendere e generare un nuovo ceto politico. La strada del partito unico credo contenga questa intuizione e non a caso le resistenze e le ritrosie vengono soprattutto dagli alleati. Ma non basterebbe un partito unico fatto al vertice e non alla base.

Le agenzie di stampa riportano una replica da parte della dirigenza di FI: ""Siamo fra i primi a rispettare la storia e i valori della Dc ai cui elettori Fi deve oltre il 60% della sua consistenza elettorale". Vorrei dire pubblicamente (in questo blog consegnato alla Rete) che io mi sono iscritto a FI senza mai essere stato un DC e non mi sarei iscritto se avessi inteso FI semplicemente come un mascheramento della vecchia DC o un ritrovo di transfughi sfuggiti alle bufere giudiziarie. Per me Forza Italia è ed è tuttora un partito nuovo che consente a gente nuova un nuovo tipo di impegno politico: il discorso naturallmente è in itinere ed è ancora da vedere se prevarrà il vecchio o il nuovo. Con ciò naturalmente non intendo criminalizzare i vecchi elettori della DC, che erano tanti e fra i quali ho non pochi amici di cui ho massimo rispetto. Intendo dire che esiste qualcosa che si chiama "definitivamente trascorso", "giriamo pagina", "vita nuova" e simili. Tutta la nostra capacità politica si gioca nel saper costruire un soggetto politico nuovo, una diversa e più incisiva forma di partecipazione politica dei cittadini e degli iscritti in particolare. Guardando al passato e cercando di resuscitarlo, non si ottiene nulla di buono. Le elezioni non mi preoccupano. Si può anche perdere, ed è meglio perdere, se questo può significare un profondo ripensamento del modo di fare politica e la nascita di una nuova eticità, autenticamente laica e liberale, capace di rendere i cittadini soggetti della politica.

Pensando ad Aldo Moro, di cui sono stato studente e la cui figura in un certo senso mi perseguita, è mia convinzione che quanti oggi si dichiarano eredi della DC e si contendono il nome ed i simboli sono di gran lunga peggiori. Non ho voluto essere un DC con Moro e meno che mai penserei di esserlo con Cesa o Rotondi, ma mi duole averli come alleati. Il mio augurio è che alle chiacchere sul partito unico, alle quali ho visto partecipare con scarsa convinzione lo stesso Cesa, seguano i fatti: non che restino solo chiacchiere. In politica di chiacchiere se ne fanno tante. Si fa un gran fracasso su una cosa, poi se ne tace del tutto per cedere il posto a nuove chiacchiere. Era così per i Clubs che sembrava dovessero resuscitare e dare nuova vita a Forza Italia, com'era stato all'inizio. Poi regnò il silenzio. Vi è stata l'estate scorsa la fiammata del partito unico, le cui ambiguità mi furono subito chiare. Una di queste ambiguità si chiamava proprio Lorenzo Cesa, che sembra essere uscito dal regno delle ombre.

Rutelli e l'art. 49 della Costituzione

Il gran Mare della Rete mi ha restituito una bottiglia con dentro la parola “populismo” (Google Alert: http://www.margheritacassano.it/Testi/Rutelli_190106.asp), questa volta uscita dalla bocca di Rutelli. La parola è di quelle che si sentono spesso ed il cui significato è sfuggente e forma oggetto di disputa fra gli studiosi. Ha generalmente un significato negativo e deteriore. Nessuno dice di essere populista, ma insulta l’avversario tacciandolo di populismo. Già una volta ho fatto le pulci ad un noto discorso di Rutelli, nel quale prendeva posizione sulla fecondazione assistita, citando incautamente un passo di Hobbes che io presi a commentare, per dimostrare che Hobbes veniva chiamato in causa del tutto a sproposito: Hobbes sostiene che sulla base del puro diritto naturale una madre ha diritto di vita e di morte sul figlio, potendolo abbandonare e non essendo questi capace di sopravvivere senza la madre. E’ stata per me una fatica inutile e del tutto improduttiva. Non intendo ripetere quell’esperienza telematica, proseguita all’esterno in sfibranti corrispondenze telematiche con dirigenti della Margherita ed all’interno con accese prese di posizioni pubbliche contro esponenti del mio stesso partito che avevano sposato la linea vaticana (i due De Lillo e Tajani). In una campagna elettorale non vincono gli argomenti o le ragioni, ma vincono gli innumerevoli ed insondabili meccanismi di condizionamento di un popolo bue, giallo rosso turchino o violetto che sia, cioè di un elettorato che ha in mano una scheda da vendere al migliore offerente o da buttare da qualche parte. Non intendo quindi fare di nuovo le pulci al discorso di Rutelli, che può vantare ben altri interlocutori che non lo scrivente.

Traggo invece spunto, non polemico, per delle riflessioni ad uso personale, tratte da alcune parole che distacco dal testo e dal contesto dell’intervento pronunciato dal presidente della Margherita al Centro di formazione politica di Milano. Mi compiaccio di trovare citato da Rutelli l’art. 49 della Costituzione: non conosco altri politici che abbiano citato questo fondamentale articolo. Lode sia a Rutelli! E lo dico da suo modesto avversario. Ciò che si trova scritto nell’art. 49 è infatti la ragione per la quale a cinquanta lune suonate mi sono deciso ad uscire dalle angustie della vita privata per impegnarmi in politica (io in Forza Italia, non nel DS o nella vecchia sinistra per me meritevole di scomparire), vincendo la ripugnanza che la prassi politica mi ha sempre ispirato (turandomi il naso). Non ripeto qui cose che ho già detto altrove. Dico invece (proprio a Rutelli) che tutti i partiti politici esistenti sono incompatibili con quell’articolo 49 da lui incautamente, o almeno con quello che il suo tenore letterale lascia intendere: le costituzioni sono spesso bugiarde e demagogiche o populiste! Il popolo, ossia chi non ha potere, è una vittima indifesa. E’ viziato il rapporto della rappresentanza politica: tema scientifico su cui si scrivono libri astrusi che la gente comune non legge, libri che sono inutili proprio perché la gente comune non li può leggere. L’abolizione del sistema di finanziamento pubblico dei partiti significava dare ai cittadini il controllo sui partiti e dare un minimo di fondamento e di forza all’art. 49 della costituzione. Un referendum plebiscitario aveva sancito ciò. I partiti hanno ignorato la volontà dei cittadini, hanno cancellato il referendum e si sono quadruplicati i finanziamenti pubblici leciti, che si aggiungono a quelli illeciti che ogni tanto vengono allo scoperto (da destra a sinistra). Agli inizi del secolo scorso la democrazia liberalparlamentare era stata spazzata via dai cosiddetti totalitarismi, su cui oggi si rovesciano normalmente (e meritatamente) tonnellate di fango, ma senza chiedersi da quali ragioni essi erano potuti sorgere ed affermarsi ottenendo un larghissimo consenso. Oggi abbiamo tutti la consapevolezza che quella strada non può essere più percorsa, anche se grande è in molti l’insofferenza per l’attuale sistema dei partiti. Ne consegue una frustrazione politica non dico in tutti, ma almeno in un vasto strato di quanti non traggono le loro fonti materiali di sussistenza dal sistema attuale.

Una parola per Berlusconi, mio leader, ma non carismatico. Avrà i suoi limiti umani, non è un dio o un semidio! Ma lo preferisco all’altro che gli oppone, cioè a Prodi, che non riesco ad immaginare come figura autonoma. Mi sembra un uomo di paglia, prigioniero dei vecchi volponi della politica che possono congedarlo alla prima occasione. Ricordo ancora lo show televisivo con Bertinotti. Ma qui siamo nel campo dell’opinabile e non voglio contrappormi ad altri concittadini: de gustibus ne disputandum est! Ho già fatto sapere a quelli del mio partito (dove proprio ex art. 49 cost. faccio legittima opposizione interna per concorrere alla formazione della politica nazionale) che comunque vadano a finire queste elezioni io, personalmente ed individualmente, non avrò né vinto né perso nulla. La questione tocca in prima persona i professionisti (o mestieranti) della politica (Rutelli compreso). Noi cittadini, di destra e di sinistra, possiamo recitare soltanto la parte dei polli di Renzo che si beccavano tra di loro, pur essendo tutti destinati a finire arrosti. La ricchezza di Berlusconi non è stata mai per me causa di invidia. Trovo la sua ricchezza di imprenditore (con tutti gli arcana degli imprenditori) preferibile alla ricchezza di chi partendo con le “pezze al culo” ha cercato (e trovato) la sua fortuna proprio con la politica.

E qui mi fermo, lasciando aperto il discorso. Mi riservo di ritornare sul testo che trovo io stesso di lettura pesante.

venerdì, gennaio 20, 2006

Chi ha e chi non ha

La polemica che si sta sviluppando sui diritti degli omosessuali e delle coppie di fatto è viziata da equivoci ed ipocrisie. Premetto che non sono un omosessuale e la questione non mi coinvolge personalmente. Osservo però come i settori di osservanza ecclesiastica si sentano minacciati e passino alla controffensiva. Vedono – a loro dire – sminuito l'istituto del matrimonio e della famiglia fondata sul matrimonio. In realtà, si tratta di altro. Infatti, non viene tolto nulla a quanti sono esistenzialmente inquadrati nell'istituto tradizionale del matrimonio, religioso o civile. Si discute soltanto se si debbano concedere forme giuridiche di organizzazione a quanti le chiedono vivendo fuori degli istituti tradizionali. Il matrimonio e la famiglia sono a loro volta istituti storici, che hanno cioè avuto una loro origine ed una loro evoluzione nel corso del tempo e con il mutare della società. Non sono istituti eterni, perfetti ed immutabili. Anzi possono prestarsi a riflessioni critiche di non poco conto. La famiglia è il luogo dove si accumula la ricchezza ed è potenzialmente fonte di ogni ineguaglianza, considerando le diverse condizioni di partenza per chi si trova a nascere in una famiglia ricca o povera. L'abolizione della famiglia feudale e la creazione della famiglia borghese non ha migliorato granché la condizione degli individui. Inoltre, la filiazione numerosa è stata per qualche tempo intesa come una forma di assicurazione per la vecchiaia. Ha funzionato anche come peprpetuazione dei ruoli sociali, producendo servi per i padroni, operai per le fabbriche, soldati per gli eserciti, preti e monaci per la chiesa e i conventi. Ma ora i vecchi sono sempre più abbandonati dai figli e sono relegati negli ospizi. Al tempo stesso i figli (già in forma embrionale, a parere di taluni) diventano una fonte inesauribile di diritti ed obbligazioni a fronte di nessun dovere verso i genitori. Insomma, vi sarebbe molto da dire sulla realtà dei nostri giorni se su questa materia non vi fosse molta ipocrisia ed un velo di filisteismo.


Nel nostro caso nessuno vuole toccare matrimonio e famiglia: non si toglie nulla. Questi istituti ci sono e continuano ad esserci e se ne avvalgono quanti ritengono di farlo. Sono ancora molto solidi. Il problema è se si devono chiudere gli occhi davanti a fenomeni esistenziali nuovi. La tendenza dei padroni della politica è di discriminarli e criminalizzarli, sentendoli forse per la loro stessa esistenza come una contestazione critica ai modelli tradizionali della vita sociale. I politici hanno paura del nuovo e si arroccano sull'antico. Ma cosa significa propriamente che la società è fondata sulla famiglia? Si vuole tornare alla tassa sul celibato? Si vuole indicare al pubblico disprezzo le convivenze di fatto o in ogni caso dare loro una minore dignità? E se uno resta solo, dopo essere nato da un uomo ed una donna, e figli e parenti di lui non si curano? Ognuno sa quanto il fenomeno è diffuso. Si vuole precludere la ricerca di nuove forme di esistenza e nuovi modelli di felicità?

Funzione della politica dovrebbe essere quella di saper riconoscere le situazioni nuove, per regolamentarle e trarne il massimo di utile sociale complessivo. Questo non avviene perché i partiti politici – da destra a sinistra – hanno perso il contatto con la società, se mai lo hanno avuto. Guardano con invidia al modello organizzativo della chiesa cattolica ed al suo controllo sugli affiliati. Da Mussolini in poi vorrebbero imitarlo, non ci riescono e scendono a patti. Pensano che basti contrattare con la gerarchia ecclesiastica, che si erge a vindice del modo di vivere di ognuno. In Italia abbiamo avuto tre grandi sistemi di inquadramento della società: cattolicesimo, fascismo, comunismo. Spazi di libertà si sono creati quando è esistita una certa conflittualità e concorrenza fra queste forme di organizzazione della società. Il liberalismo, da Bruno e Galilei, non ha mai avuto forza propria in Italia. Quando però fascismo, cattolicesimo e comunismo (o post-comunismo) si accordano, gli spazi di libertà dei singoli scompaiono del tutto.

domenica, gennaio 15, 2006

Vivi e lascia vivere

La rassegna stampa della giornata conferma una tendenza chiaramente in atto. La Casa della Libertà si è consegnata nelle mani del Papa e della gerarchia cattolica in materia di diritti civili. Si tratta di sapere se tutto l'elettorato del Polo coincide con un elettorato vaticano e se quest'elettorato è la maggioranza del Paese, cioè dell'Italia. Io non lo credo e resto su posizioni "laiche". Credo che sia sbagliata la politica finora seguita dalla dirigenza dei partiti di centro-destra. Credo che sia giunta l'ora di una contestazione interna. Per quanto riguarda le manifestazioni di questi giorni indette da omosessuali e coppie di fatto credo che valga un motto della saggezza popolare: "Vivi e lascia vivere!", che potrebbe essere anche una massima di governo, se il nostro governo alla Giovanardi non ritenesse di dover rispondere più al papa che non al popolo italiano.

sabato, gennaio 14, 2006

Fango sui morti di Nassiriya

Nell'ultimo numero dell'Espresso, n. 2 del 19 gennaio, a p. 78-79 leggo cose che mi lasciano di stucco. Riporto testualmente: "...La Procura militare di Padova ha scoperto che nei container militari rientrati in Italia da Nassiriya potrebbe essere stato trasportato illegalmente di tutto: dalle armi da guerra sequestrate ai miliziani o ai terroristi di Al Qaeda fino ai reperti archeologici saccheggiati in Iraq..." e più avanti leggo ancora: "Durante la perquisizione nella casa di un maresciallo della Berghinz sono state trovate dieci tavolette che secondo i carabinieri del Nucleo di tutela dei beni archeologici dovrebbero essere di epoca babilonese". E non si tratta di un maresciallo esperto di scrittura cuneiforme, assetato di sapere, ma più banalmente: "In Europa e negli Stati Uniti quei reperti vengono pagati dai collezionisti anche 1800-2.000 euro l'uno". Ci si chiedeva come mai sul mercato circolassero reperti archeologici appena arrivati, quando ben si sa che in Iraq infuria la guerra e chiunque può essere rapito e ucciso. La risposta è stata trovata in casa del maresciallo italiano, un eroe andato a portare la pace: in cambio della pace aveva pensato anche di trovarsi un modo per arrotondare lo stipendio, non la modesta paga del soldato di leva, ma la paga del soldato professionista, come ai tempi delle soldatesche mercenarie e di ventura.

E pensare che ci siamo tutti commossi, quando sono stati massacrati i nostri soldati, i nostri ragazzi. Se non ho potuto entrare alla basilica di San Paolo, per rendere un sincero e sentito omaggio ai morti, è stato perché tutti i posti erano già occupati dalle autorità pubbliche e religiose, peggio che ad una prima della Scala. Su questi dati di fatto e su indagini giudiziarie in corso, ad ognuno sorge spontanea la domanda: ma cosa sono dunque andati a fare i nostri ragazzi? Solita obiezione: casi limitati imputabili a qualche mascalzone! Ma fosse stato pure uno solo il fango cade su tutti: sui morti e sui vivi! Ed anche se il disonesto ed infame - degno di fucilazioner per alto tradimento - fosse uno solo, si pone inquietante l'interrogativo: ma se non riescono a controllare neppure i militari di una caserma, come possiamo credere che i nostri governanti possano difenderci dagli attentati terroristici? La verità consiste dunque in un immenso sanguinoso ladrocinio: c'è chi va a rubare il petrolio, rubando alla grande; c'è chi si accontenta di qualche tavoletta da rivendere per qualche migliaio di euro! Tutti ladri, grandi e piccoli. Ed a noi raccontano fandonie: pace. liberta', democrazia.

Vinceremo! Dolce musica...

Ricevo dalla burocrazia di partito:
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Non siamo ancora entrati nel vivo della campagna elettorale e i sondaggi ci vedono quasi alla pari con l’Unione. Tutto questo predispone all’ottimismo Silvio Berlusconi "sicuro di vincere con ampio margine" (http://www.forza-italia.it/notizie/pol_7486.htm ) le elezioni del 9 aprile.
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Non mi piace questo modo calcistico di esprimersi. Quel che è certo è che io non vincerò nulla, come mai ho vinto o perso nulla ogni volta che sono andato a votare (non sempre allo stesso modo). A me non sono mai seguiti vantaggi personali dall'esito delle elezioni e quindi non capisco proprio cosa ci sia da vincere o da perdere quando rischiamo tutti di andare alla malora. Se poi qualcuno deve vincere, ciò significa che perde qualcun altro. Chi? il 49 per cento degli italiani che votano dall'altra parte? La cosa non mi fa stare allegro!

Ad ogni tornata le elezioni diventano sempre più una presa in giro degli elettori e sempre più si rivelano come un fatto privo di qualsiasi nesso di casualità fra nebulose speranze o enigmatiche promesse ed esiti conseguiti. Non nego che ristrette frange legate agli apparati possano conseguire vantaggi o perdite, ma di certo non la totalità degli elettori che si trovano spesso fra le mani un pezzo di carta di cui non sanno quale uso fare e che in ogni caso costa loro assai caro. Mi è perfino capitato di trovarmi deputati da me votati che facevano esattamente il contrario di quanto mi sarei lecitamente aspettato da loro (in tema di università o di laicità dello Stato). Potrei anche fare i loro nomi e narrare episodi divertenti, ma mi sembra di cattivo gusto personalizzare. Conosco la favoletta del divieto di mandato imperativo. Ma quando i nostri deputati non conseguono vantaggi personali (illeciti) dal modo in cui votano le leggi, dovrebbero almeno spiegare a chi li ha eletti la loro sapienza di legislatori. Ciò presuppone un'organizzazione democratica dei partiti che non esiste da nessuna parte. Chi volete poi che chieda per davvero loro conto? Si dice che l'elettore può punire il deputato non votandolo al prossimo mandato. Intanto, con il primo mandato, il deputato ha guadagnato in danaro e vantaggi quanto il normale elettore non guadagna in una intera vita di lavoro. Ha perfino diritto alla pensione, dopo pochi anni di rappresentanza. Poi non esistono strumenti con i quali l'elettore possa seguire e giudicare l'operato dell'eletto. Il "collegio blindato" esprime poi il massimo grado di ottundimento al quale si è potuto ridurre una vasta frangia di elettorato: l'ideologia calcistica ne è lo strumento. Non per nulla il calcio è uno sport tanto popolare. In pratica il controllo democratico non esiste e le elezioni sono una sorta di gioco del lotto (pure assai popolare), dove però a vincere è solo il sorteggiato e non chi ha giocato i numeri.

Stando così le cose l'astensione è una forma di intelligenza politica ed una risorsa critica della democrazia. E dunque, in assenza di un vasto e approfondito dibattito in Assemblee di partito, dal quale possano emergere candidature democratiche che esprimano un mandato fiduciario, affidiamoci ad un "Iddio ce la mandi buona! Ci protegga lo stellone d'Italia." Totò, con il suo "Votantonio!", aveva visto bene ed era stato profeta del degrado della vita politica e del sistema rappresentativo. In altri momenti storici, ahimé finiti in tragedia, la gente comune ha preferito sbarazzarsi di un sistema rappresentativo che non li rappresenta e che spesso ha il sapore della beffa. Quella strada non è più percorribile. Non bisogna però perdersi d'animo, ma diventare sempre più responsabili, tenendosi informati e non firmando a nessuno cambiali in bianco. Occorre mettersi in testa che la politica non è il momento elettorale, ma la capacità di stare ogni giorno almeno un poco sulla piazza del paese per scambiarsi informazioni ed opinioni con i propri concittadini.

lunedì, gennaio 09, 2006

La politica come sfera della pubblicità

Trovo nella rete e riporto testualmente come citazione un testo di Maurizio Passerin d'Entrèves: «...La tradizione di pensiero
politico con la quale la Arendt si identifica e' quella dell'umanesimo civico, rinvenibile negli scritti di Aristotele, Machiavelli, Montesquieu, Jefferson e Tocqueville. Secondo questa tradizione la politica trova la sua autentica espressione ogni volta che i cittadini si riuniscono in uno spazio pubblico per deliberare e decidere su questioni riguardanti l'intera collettivita'. Il valore dell'attivita' politica non risiede nel raggiungimento dell'accordo su una concezione condivisa del bene, ma nella possibilita' che offre a ciascun individuo di esercitare attivamente i suoi poteri e diritti di cittadinanza, di sviluppare le capacita' di giudizio politico, e di conseguire mediante l'azione collettiva un certo grado di efficacia e influenza politica...». Non ho un particolare interesse e venerazione per la Arendt (1906-1975), innocua scrittrice di successo nel panorama politico del secondo dopoguerra, ma le stesse cose sono state dette prima (almeno nel 1928) e meglio da ben altro pensatore e giurista che risponde al nome di Carl Schmitt (1888-1985), ancora pericoloso a venti anni dalla morte. Le conclusioni pratiche alle quali intendo approdare dopo due diverse citazioni dottrinali sono una conferma a quanto vado sostenendo nella mia prassi politica: smettiamola di appassionarci al ricorrente carnevale delle elezioni (chiunque vinca cambia poco) ed organizziamoci per fondare su nuove basi la partecipazione politica e soprattutto educhiamoci alla politica. Quanto si sta rivelando con Bancopoli non sta nella liceità o meno della pubblicazione di conversazioni innocenti o meno del politico Tizio con l'affarista Caio, ma nella prova provata della natura omogenea e consortile del ceto politico che ci governa e continuerà sempre ad opprimerci, determinando le nostre opportunità di esistenza e limitando di fatto la nostra sfera di libertà e la nostra dignità di cittadini che sotto diversi nomi ed in diverse forme poco si differenziano dai sudditi e clienti di passate e vituperate epoche.

giovedì, gennaio 05, 2006

La bestia feroce che incute timore

Mi azzardo a dire la mia sull'Iraq e dintorni. Sappiamo chi fosse Saddam e nessuno può parlarne bene. Tuttavia, se – come leggo oggi sull'autorevole "Le Figaro" – il destino prossimo dell'Iraq è la guerra civile endemica ed a Bush compete il premio Nobel per la guerra e la stupidità, allora vale la pena di ricordare ciò che Hobbes diceva del Leviatano, la cui ferocia aveva lo scopo di incutere timore ad ognuno e di costringerlo al rispetto della legge quale che fosse. In altri termini, può darsi che in una situazione come quella iraquena l'unico governo possibile fosse quello di Saddam. Dirlo è una bestemmia, lo so, e può darsi anche che sia teoricamente sbagliato. Ma che dal peggio si sia proceduto verso il meglio io non ne sono convinto e credo che il Cavaliere non avesse tutti i torti quando si è lasciato sfuggire che lui era contrario alla guerra e che a Bush lui glielo aveva detto invano. Noi italiani abbiamo poi fatto quello che abbiamo sempre fatto nel mutare dei governi, da Cavour in poi: andare in soccorso del contendente più forte e del vincitore presunto, per poi poterci sedere al tavolo della pace in veste pure di vincitori e lucrarne qualche vantaggio. Ma la mala sorte ci perseguita e non sempre le cose vanno come si era sperato.

mercoledì, gennaio 04, 2006

Sfasciume politico pendulo sul Mare degli Scandali

Alcune rapide riflessioni si impongono su quanto succede in questi giorni dopo la pubblicazione di intercettazioni telefoniche riguardanti noti politici della sinistra. E sono le seguenti: il sistema politico è fortemente omologato. Non esiste una parte sana ed una parte malata nel ceto politico che ci governa e ci affligge. Anche quando sembra in forte contrapposizione in realtà uno stesso ceto è unito e solidale nella gestione di un potere con clausola di alternanza, ma senza progresso qualitativo. Con FORZA ITALIA, sorta dalle ceneri di un terremoto giudiziario dal quale si era salvata una parte politica più furba ma non meno mariuola delle altre, avrebbe dovuto nascere qualcosa di diverso, un modo nuovo di fare politica e di rapportarsi con i cittadini, che avrebbero dovuto essere protagonisti nella storia di questo paese e non più clienti o tifosi dell'una o dell'altra parte politica. Ma quanto i partiti (di destra, di centro e di sinistra) amino il protagonismo dei cittadini lo si è visto e capito nel loro atteggiamento verso il referendum, unico istituto di democrazia diretta. Qualche illustre politico della nostra parte ha perfino teorizzato: i cittadini devono starsene a casa quando ci sono dei referendum, perché sono ignoranti e devono lasciar fare a noi. Il loro dovere civico consiste solo nell'andare a votare noi, confermandoci nei nostri lucrosi privilegi: di noi si possono fidare...