lunedì, gennaio 09, 2006

La politica come sfera della pubblicità

Trovo nella rete e riporto testualmente come citazione un testo di Maurizio Passerin d'Entrèves: «...La tradizione di pensiero
politico con la quale la Arendt si identifica e' quella dell'umanesimo civico, rinvenibile negli scritti di Aristotele, Machiavelli, Montesquieu, Jefferson e Tocqueville. Secondo questa tradizione la politica trova la sua autentica espressione ogni volta che i cittadini si riuniscono in uno spazio pubblico per deliberare e decidere su questioni riguardanti l'intera collettivita'. Il valore dell'attivita' politica non risiede nel raggiungimento dell'accordo su una concezione condivisa del bene, ma nella possibilita' che offre a ciascun individuo di esercitare attivamente i suoi poteri e diritti di cittadinanza, di sviluppare le capacita' di giudizio politico, e di conseguire mediante l'azione collettiva un certo grado di efficacia e influenza politica...». Non ho un particolare interesse e venerazione per la Arendt (1906-1975), innocua scrittrice di successo nel panorama politico del secondo dopoguerra, ma le stesse cose sono state dette prima (almeno nel 1928) e meglio da ben altro pensatore e giurista che risponde al nome di Carl Schmitt (1888-1985), ancora pericoloso a venti anni dalla morte. Le conclusioni pratiche alle quali intendo approdare dopo due diverse citazioni dottrinali sono una conferma a quanto vado sostenendo nella mia prassi politica: smettiamola di appassionarci al ricorrente carnevale delle elezioni (chiunque vinca cambia poco) ed organizziamoci per fondare su nuove basi la partecipazione politica e soprattutto educhiamoci alla politica. Quanto si sta rivelando con Bancopoli non sta nella liceità o meno della pubblicazione di conversazioni innocenti o meno del politico Tizio con l'affarista Caio, ma nella prova provata della natura omogenea e consortile del ceto politico che ci governa e continuerà sempre ad opprimerci, determinando le nostre opportunità di esistenza e limitando di fatto la nostra sfera di libertà e la nostra dignità di cittadini che sotto diversi nomi ed in diverse forme poco si differenziano dai sudditi e clienti di passate e vituperate epoche.

1 commento:

Marco Paolemili ha detto...

Una rivoluzione culturale, ma intesa in senso liberale. Quello ci vorrebbe. Perchè di rivoluzione si tratterebbe, se riuscissimo a portare in Italia una visione liberale della politica.