domenica, febbraio 12, 2006

La guerra delle vignette

Ascoltando giorno per giorno il tema che ha infuocato gli anni e prodotto pure dei morti mi vando convincendo delle pretestuosità delle vignette danesi. Sono sempre più convinto che non hanno nulla a che fare con la libertà di stampa, come non avrebbe nulla a che fare con detta libertà se io avendone i mezzi a disposizioni mi mettessi ad insultare sulla grande stampa e le maggiori televisoni personaggi come Feltri, Paragone, Ferrara, Pera. Ne riceverei giustamente delle querele pesantissime. E non mi azzardo in genere neppure a nominarli, pur pensandone male, ben sapendo che non potrei neppure permettermi di pagare un avvocato. Costoro però fanno opinione e lo sanno.

Moltiplicando il fatto per tutta l'Europa e l'Occidente abbiamo la misura della nostra libertà di stampa, per la quale dovremmo scedere in guerra. Perché di questo si tratta. Io vedo una strategia studiata a tavolino. Gli americani hanno lanciato le bombe. Noi europei lanciamo le provocazioni ed aizziamo le nostre masse come legittima reazione agli attacchi musulmani da noi provocati. Una escalation per scavare fossati fra popoli che vivono dirimpetto l'uno all'altro e sono unite oggi più che nel passato dalle acque del mediterraneo.

Il mondo romano con la sua molteplicità di fedi seppe realizzare un'unità geopolitica mai più raggiunta. Quell'unità resta il nostro modello, ma non in una logica imperiale, bensì in una logica di integrazione nelle diversità culturali e religiose. Ho sentito oggi alla radio qualcuno che parlava di integrazione ben distinguendo da assimilazione. Ciò che vuole l'imperialismo americano e nostrano è un'assimilazione ai nostri bacati istituti che avrebbero bisogno di essere ripensati e riformati profondamente. L'ostacolo maggiore all'integrazione religiosa è la natura stessa dei monoteismi religiosi che si relativizzano nel momento in cui si riconoscono reciprocamente. La verità che non si dice è che dietro gli apparati religiosi esistono le burocrazie ecclesiastiche con interessi specifici di potere e di sopravvivenza. Il conflitto in atto non hanno comunque natuar religioso, ma è intrinsecamente politico. La veste religiosa è soltanto una manifestazione contingente. Se venisse meno per un'azione congiunta di tutte le autorità religiose interessate (musulmani, cristiani, ebrei), il conflitto politico assumerebbe nuove forme. Ciò che interessa è il superamento del conflitto e il rafforzamento della pace. Non con la vittoria delle armi e la "democratizzazione" forzata si può ottenere ciò, ma con una politica di reale collaborazione ed integrazione in ambito comunitario. L'antica area geopolitica del mondo romano sembra la soluzione da perseguire.

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