mercoledì, maggio 31, 2006

Una democrazia per burla

Afflitto da una grave lutto, non seguo la cronaca politica da circa due settimane. Mi giungono tuttavia alle orecchie i rumori di fondo della politica: Mastella alla giustizia, una burla tutta da ridere, e simili. Non avendo io accesso alle segrete stanze ed alle eccelse anticamere il mio giudizio deve formarsi su aspetti minimi e apparentemente insignificanti della vita quotidiana, sotto gli occhi di tutti ed ai quali non si presta normalmente attenzione. Così, ad esempio, mi capita di essere dichiarato in arresto per aver scattato una foto alla cima di un monte sopra Scilla che poteva meglio vedersi dalla finestra di un corridoio dell’edificio scolastico dove si votava. Si badi bene: mi ero ben guardato dal mettere piede dentro il seggio elettorale o dal fotografare persone che ne uscivano! Avevo solo voluto fotografare la cima di un monte. Non ho opposto nessuna resistenza ai carabinieri che mi arrestavano ed iniziavano il solito rituale volto ad intimidire il malcapitato. Alla fine i due carabinieri erano costretti ad ammettere l’inesistenza di ogni più remota sussistenza di un reato. E ci siamo salutati con grandi cortesie e strette di mano. E nessun rancore da parte mia, comprendendo che sono onesti padri di famiglia che magari con qualche nota di merito alle spalle di uno sprovveduto forestiero avrebbero potuto avere qualche nota di merito ed avanzamento di carriera. La mattina dopo mi trovo in un paese vicino, a Gioia Tauro, dove anzi vengo chiamato da un militante per essere informato di cose molto gravi, a tutti note. Non posso dare dettagli perché sarebbero notizie di reato non suffragate da prove e di cui io stesso ho comprensione e conoscenza sommaria. Ed io ad esser più preciso passerei guai ben più seri di quelli in Scilla, se mi mettessi a fare impossibili precisazioni. Nessun carabiniere si è però allertato, che io sappia, su notizie di cose gravi che vengono bisbigliate di bocca in bocca. A me interessa qui porre in evidenza principi generali desunti da limitate esperienze concrete: non di entrare nel merito di un fatto specifico, del resto ancora vago.

Vado dicendo in Calabria, dove ora mi trovo, ma si potrebbe generalizzare all’intero paese, che la disgrazia principale della regione calabrese non è la famigerata ndrangheta, ma il ceto politico e amministrativo che di sigla in sigla si avvicenda nell’occupazione del potere e nelle depredazione delle risorse pubbliche, l’apparato giudiziario ed investigativo che pesa sulle spalle dei cittadini senza nessun apprezzabile corrispettivo di servizi resi e di sicurezza garantita: le cause durano tempi infiniti, i giudici non leggono con la dovuta accuratezza manco i fascicoli processuali, i reati non vengono quasi mai scoperti. Insomma, la mia tesi che non mi stancherò di illustrare con altre esemplificazioni è che la ndrangheta e tutti gli altri fenomeni malavitosi organizzati non sono la causa del degrado politito-amministrativo, ma ne sono l’effetto. Dopo lo “scandalo” Fuda – che raccoglie voti sotto il simbolo di Forza Italia e passa dall’altra parte ancor prima che sia scaduto il mandato – erano scontati gli esiti elettorali in provincia di Reggio Calabria. Il discredito della politica non poteva avere conferma più clamorosa. Nei modi della politica non ha innovato in nulla il Fuda trasformista, non innoveranno quanti gli succedono. Gli elettori si trovano in mano un pezzo di carta di cui hanno scarsa considerazione e che consegnano a chi lo estorce o paga loro meglio: nessun carabiniere ha mai saputo indagare sulla pratica generalizzata del voto di scambio e sulla sostanziale assenza dei più elementari principi della democrazia classica, che dovrebbe essere il luogo della pubblicità e della massima visibilità. Invece, nella mente di un carabiniere il voto è un atto da compiere in assoluta segretezza, in una specie di toilette, dove si entra e si esce con circospezione e segretezza.

I regimi politici si succedono nella storia. L’ultimo ha sempre il monopolio della verità e della giustizia. Verità e giustizia non sono evidenze in sé che ognuno può riconoscere, ma sono tali in quanto vengono dichiarate da chi occupa pro tempore lo scettro del potere. La speranza che non ci deve mai abbandonare è tutta nella capacità di ogni cittadino, ad incominciare dai più umili, di scoprire il senso della cosa pubblica e del bene comune, in una parola: il vecchio amor di patria, che non è espressione retorica dietro cui si trova il vuoto, ma espressione sintetica che racchiude tutta la concretezza della vita e unisce le generazioni dei padri e dei figli. Fascismo, nazismo, bolscevismo sono stati eventi della storia altamente tragici e maòedettamente seri, a loro modo sono stati grandi nella loro tragicità, ma i regimi che sono ad essi succeduti non riescono neppure a rispettare la loro stessa legalità (sante e giuste parole di Marco Pannella, la cui "protesi" politica è oggi finalmente al governo) e sono destinati ad essere abbattuti non dagli eserciti alleati, ma dal ridicolo.

venerdì, maggio 12, 2006

Si apre l'epoca paolina: di Paolo Flores d'Arcais!

E' in corso mentre scrivo la trasmissione televisiva di Giovanni Ferrara. Suo ospite questa volta Paolo Flores d'Arcais insieme ad altri fra cui Di Pietro, del quale Ferrara elogia l'intelligenza e la cultura. Riconosco da lontano la voce di Paolo Flores d'Arcais. La trasmissione è sui primi cento giorni di ciò che farà il governo Prodi. Ricordo che all'inizio del governo Berlusconi proprio Paolo Flores d'Arcais organizzò al Goethe Institut in Roma un convegno sul tema del diritto naturale al quale invitò i soliti intellettuali della sinistra. Ci andai anche io, come pubblico, per miei motivi, non perché avessi aderito al programma del convegno. Il tema del diritto naturale – sul quale ho qualche competenza – veniva scomodato per andare a parare sulla illegittimità del governo Berlusconi, che aveva vinto le elezioni non per appena 24.000 mila voti, ma con un'ampia maggioranza. Uscì in quei giorni del convegno paolino un articolo di Giovanni Ferrara, dove si diceva del convegno stesso che era una prova di delegittimazione del governo Berlusconi. Questa strategia è stata costantemente seguita nel corso di tutta la legislatura. Dobbiamo dire che ha avuto successo. Bisogna riconoscere alla sinistra in queste cose una maggiore abilità del centro destra. Avendo assistito al convegno, al quale non era presente Ferrara, devo dire che Ferrara indovinò! Era con me a confermare questo giudizio di strumentalità il filosofo Antimo Negri, mio amico, scomparso da qualche anno. Paolo Flores d'Arcais, direttore di Micromega, con la faziosità che lo distingue, intendeva fare proprio ciò: delegittimare il governo Berlusconi con strumenti teorici fasulli, con una falso in bilancio filosofico.

Il livore e lo spirito fazioso di allora l'ho risentito questa sera. Lo ha compreso anche Ferrara che ha subito lanciato una battuta sul conflitto d'interesse, costringendo il moderno Paolo non di Tarso ma d'Arcais a schermirsi. Cosa dovrà fare Prodi nei primi cento giorni? Togliere le televisioni a Berlusconi! Ed in che modo? Ho assistito anche all'intervista scontro Annunziata-Berlusconi. Quale è stato uno degli argomenti? Mediaset non ha il canone, ma guadagna con la pubblicità. Ne ha molta di più della RAI che ha il canone. Perché mai? Berlusconi ha spiegato da uomo d'affari: le mie televisioni hanno un pubblico giovane che spende in determinati prodotti loro destinati. Gli inserzionisti, che spendono i loro soldi liberamente, preferiscono fare inserzioni pubblicitarie su Mediaset anziché sulla RAI. Dobbiamo dire: libertà di mercato. Se io sono un industriale o un commerciante che deve fare pubblicità ai suoi prodotti, scelgo ovviamente la sede che giudico più proficua per il ritorno delle spese pubblicitarie. E' una mia libertà di scelta e nessuno in un mercato libero dovrebbe obbligarmi a scegliere la televisione o l'organo di stampa dove fare la mia pubblicità.

Il buon, intelligente e liberale Paolo Flores d'Arcais ha trovato la soluzione per stabilire le corrette e giusnaturalistiche regole della concorrenza. Bisogna stabilire un tetto! Se i liberi imprenditori vogliono fare la loro pubblicità su mediaset non possono farlo oltre il 25 per cento, o comunque un tetto massimo, della pubblicità globale. E tutto ciò in nome della libertà del mercato e delle regole della concorrenza. Pertanto, quello che supera il 25 per cento deve andare alla RAI, ad altre televisioni o magari a Micromega. La pubblicità ovviamente non è gratis, ma chi spende i suoi soldi non può decidere dove spenderli. Deve esserci una legge Prodi-Flores d'Arcais, cioè una legge paolina, che stabilisca dove spendere i propri soldi, in quale ristorante andare a mangiare, in quale negozio andarsi a comprare le scarpe, in quali servizi pubblici a pagamento andare a fare i propri bisogni.

Ecco le riforme economiche che ci aspettano. E tutto questo in nome del diritto naturale in versione paolina. Non so come la materia sia regolata altrove. Non mi intendo di mercato pubblicitario e trovo fastidiosa la pubblicità: ogni volta che Ferrara interrompe per consentire la pubblicità, io vado al bagno o faccio in casa qualcosa, ma non ascolto la pubblicità. In ogni caso, se un imprenditore giudica utile spendere così i suoi soldi, io ritenga abbia il diritto e la libertà di farlo come meglio crede, scegliendosi gli spazi pubblicitari che ritiene più utili a suoi fini. Che anche questo si debba regolare per legge, magari per colpire Berlusconi, mi sembra un'assurdità.

Il problema demografico: una riflessione in più

In ciò che finora mi è capitato di leggere, ma senza aver mai avuto intenzione di condurre una riflessione specifica sull'argomento, ho trovato solo spiegazioni economiche del fatto che in Italia e in Europa si facciano sempre meno figli: i figli costano e pertanto non conviene farne o li fa chi se li può mantenere, un lusso per ricchi, a meno che di non voler scegliere fin da adesso che i tuoi figli dovranno crescere svantaggiati rispetto ai figli dei ricchi. La chiesa a suo modo risolve il problema condannando come peccato la contraccezione o propagandando un'idea del matrimonio come fabbrica per produrre figli da battezzare subito. Il tema non è di mio gradimento. Non mi sono mai sposato e non ho mai fatto figli. In qualche maniera dovrei parlare di me stesso ed essere autoreferenziale. Ho una certa riluttanza.

Vorrei tuttavia accennare ad una spiegazione di carattere culturale, che mi sembra forse più fondata della spiegazione economicistica. Non credo che sia più un valore indiscusso e indiscutibile quello di immaginare che per un uomo o una donna lo scopo principale della loro vita sia il matrimonio e la procreazione, se proprio non hanno scelto il celibato sacerdotale come un superiore valore di vita. E vissero felici e contenti con tanti bei figli: così terminavano le favole. E' poi diventato un'incognita il rapporto generazionale. Sembrerebbe che i figli siano non solo una spesa, ma una fonte di obbligazione continua a fronte di nessun diritto sui figli e da parte dei figli cui si deve tutto senza nulla in cambio. Ho visto molti casi di ingratitudine e di abbandono degli anziani genitori. Nel sud una motivazione in chi faceva figli era la certezza o quasi di farsi in questo modo un'assicurazione per la vecchiaia, quando ancora non esisteva l'INPS. Avendo figli, magari molti figli, non si sarebbe finita l'esistenza soli ed abbandonati. Questa certezza non ha più nessun fondamento plausibile. Non so se i sociologi se ne sono interessati. Io dispongo delle mie osservazioni che mi consentono di dire che questo calcolo, sbagliato all'origine, non è affatto remunerativo. Non solo perché i figli possono essere ingrati, ma anche perché una volta piantato l'albero – complice il maltempo – non si sa cosa ne verrà fuori: limone, ciliegio, arancio, ecc. un tossicodipendente, un imbecille, un fannullone, forse ma forse qualcosa di buono. Le generazioni non hanno più valori da trasmettersi l'un l'altra. Posso trasmettere al figlio i miei risparmi, se ne ho, ma soprattutto dovrei poter trasmettere il testimone di un patrimonio di valori, di regole, da poter ancora ritrasmettere nei secoli alle generazioni successive. Le varie giornate della memoria, ad esempio, insegnano intanto che per prima cosa ci dobbiamo vergognare dei nostri antenati.

Se simili celebrazioni hanno un significato polemico, come lo hanno, questa polemica deve avere un destinatario. E chi se non le generazioni che ci hanno appena precedute? Non avendo rispetto per i padri non ha più senso la "tradizione". E tanto vale la pena interromperla. »Vivere della colpa altrui è la forma peggiore di esistenza«: è questo il fondamento dell'educazione repubblicana! Un'intera società che nelle sue feste principali si alimenta della colpa altrui, della guerra civile, della beatificazione della disfatta e della distruzione del proprio paese nonché del suo asservimento verso l'Ovest o verso l'Est, non può non portare alla logica conclusione: «ma chi me lo fa fare?». I sociologi e gli economisti si limitano a pensare al costo futuro dell'INPS: pochi giovani e molti vecchi. Chi pagherà le loro pensioni? Il problema sembra a me meno banale e materialistico. Cosa avrei dovuto raccontare raccontare ai miei figli? Che un Napolitano in questo paese liberato è salito al Quirinale? Liberato da chi? Da Mussolini? Ma non era l'Uomo della Provvidenza? Qui mi fermo, ma avremo modo di continuare.

Ancora sull'idea di libertà in FI e dintorni

Il concetto di libertà non ha la stessa materialità di un paio di scarpe, di una pagnotta di pane casareccio, di un panfilo di quelli che possiede Berlusconi o D'Alema suo emulo, ecc. Ma ciononostante la libertà è cosa per la quale si può morire, o perché la si cerca non avendola o perché si è puniti per averla trovata ed esercitata. Se l'allusione non è chiara nel secondo caso, si pensi a Giordano Bruno arrostito da Santa Madre Chiesa per aver sostenuto fra le altre cose l'esistenza possibile di mondi infiniti. Galilei non ha voluto essere arrostito, ma ha abiurato ciò che sapeva esser vero sul piano scientifico. Il suo gesto non è stato grave in sé, ma ha insegnato a tutti gli scienziati italiani la pratica della viltà. Nel romanzo di Brecht, se ben ricordo, ad un discepolo di Galileo si chiedeva perché lasciasse lo Stato. La risposta era: perché sono un fisico!

Forza Italia è inquinata dalla presenza di personaggi come Pera, fautore della menzione in carta costizionale delle "radici cristiane", che non può significare sensatamente altro che un ritorno alla religione di Stato da Teodosio a Mussolini. Nessuno può sensatamente negare l'esistenza del cristianesimo nella storia. Il suo ruolo è quello che risulta dalla ricerca storica finora fatta e da quella che ancora si vuol fare e certamente si farà. Quindi, se è una mera questione di fatto, tutte le chiacchiere finora sentite danno soltanto la misura della stupidità degli uomini che ci governano. Ma non si tratta di scrivere in una costituzione che quando piove le strade sono bagnate. Ciò che appunto si vuole è il riconoscimento dei cristianesimo, ovvero dei valori cosiddetti cristiani, o meglio del cattolicesimo variante del cristianesimo, come religione di stato meritevole di particolare tutela e promozione a cura ed a spese degli stati. Quand'anche fosse: e gli altri? Musulmani, anarchici, non credenti, debolmnete credenti, agnostici, ignoranti, atei, pagani, buddisti, scintoisti, feticisti, e mettini quanti ne vuoi. Tutti questi dovrebbe vivere solo in quanto "tollerati" da quella carità cristiana che ha arrostito i suoi eretici quando aveva il potere di farlo e contro cui è sorto lo Stato moderno? Non mi pare che su questo punto si sia stata adeguata riflessione pubblica, cioè una pari ripetizione mediatica delle controargementazioni opponibili ai radicisti.

Sul merito. Se mi è lecito dire la mia, ma nessuno può disconoscermi un diritto all'interpretazione della storia, ossia un diritto alla llibertà stessa di pensiero, allora sostengo in dibattito contro chiunque che dette radici non sono per nulla gloriose e sono il momento buio e decadente della storia europea. Il cristianesimo con Gesù di Nazareth sorge nel calderone del mondo ellenistico che lo aveva reso possibile. Se fosse rimasto una setta ebraica, non avrebbe avuto il successo che ha avuto. Il mondo romano è stato il veicolo necessario per la sua diffusione. Il politeismo del mondo antico appunto perché politeista consentiva la massima libertà delle fedi religiose, non perché le si tollerava da aprte di uno Stato agnostico, come sarà poi con lo Stato europeo post 1648. Il politeismo le ammetteva tutte per ché ad ognuna riconosceva pari dignità. E tutte le fedi religiose dovevano riconoscere lo Stato in quanto presupposto della loro possibilità di esistere come fatto pubblico. Dopo il 1648 lo Stato ha dovuto prendere atto di come in nome di Cristo in croce ci si scannasse di santa ragione. Perché gli uomini non si scannassero più in nome della religione lo Stato ha dovuto relegare ogni religione allo spazio privato.

Il cristianesimo divenuto cattolicesimo con Costantino e Teodosio ha esercitato una violenza inaudita e »radicale« contro tutte le fedi religiose del mondo antico. Se ragioniamo in termini di patrimonio artistico distrutto, con la sensibilità odierna dei beni culturali, vi è da piangere ed inorridire al tempo stesso. Ho letto da qualche parte, ma cercherò di saperne di più, che i poveri "pagani" (= termine ormai invalso nell'uso 'radicalcristiano' ma etimologicamente un insulto coniato dai cattolici) avevano dovuto seppellire a metri di profondità le statue dei loro dei, che adesso dopo duemila anni tornano alla luce. I cristiani, giunti al potere, non hanno avuto scrupoli di sorta ha cancellare ogni traccia del mondo migliore che li aveva preceduti, e quando ciò è parso troppo o impossibile, ne hanno alterato la forma e lo spirito. Molti templi pagani sono stati riadattati in cristiani. Ancora oggi sulla tomba dell'umile pescatore Pietro si innalzano imponenti le colonne di bronzo ricavato dal Pantheon. Per edificare il monumento sommo della loro vanità e cupidigia i pontefici romani non hano esitato a pagare il prezzo della Riforma luterana, il cui messaggio principale era fra l'altro la libera interpretazione della Bibbia e dei Vangeli.

Insomma, per chiudere qui e non allungare oltre misura la discussione, sono possibili varie obiezioni al variegato fronte dei radicisti: 1°) il passato a cui si richiamano è discutibile sul piano assiologico, a meno che non si voglia operare una nuova imposizione; 2°) quello che è stato è stato: le radici se ci sono è perché ci sono non perché qualcuno dichiara che ci siano; 3°) con egual diritto in uno Stato liberale ognuno può rivendicare il passato nel quale meglio si riconosce e dal quale vuol continuare a trarre linfa spirituale e intellettuale. Ad esempio, un grande pensatore non amato dalla Chiesa, salvo falsificazioneìi interopretative sempre possibile in ambiente gesuita, Friedrich Nietzsche sosteneva che il vertice del pensiero greco sia stato toccato da quei pensatori, da noi chiamati Presocratici e di cui ci sono giunti pochi frammenti rispetto al grande corpo degli scritti di Aristotele e Platone, che sono stati riciclati dal pensiero cristiano nello stesso modo in cui molti templi pagani sono state trasformate in chiese cristiane. Quello che proprio non serviva o era assolutamente inconciliabile, lo si »sradicava« senza »pietas« (bel concetto pagano che conosce chiunque abbia studiato a scuola l'Eneide).

L'odierna sortita del papa a proposito del matrimonio, rivolta a Napolitano presidente, è un messaggio per ricordare quell'antica alleanza fra il comunista Togliatti con gli uomini del Vaticano in assemblea costituente: l'iscrizione del patti lateranensi fascisti nella nuova costituzione repubblicana, nata dalla Resistenza. Un bel pateracchio che solo con sacrificio della nostra intelligenza possiamo accettare nelle fanfare di regime. Ho detto in un altro post che forse il re era meglio dell'odierna serie carnevalesca dei presidenti. Ci era voluto il fascista Mussolini, l'»uomo della Provvidenza« per concedere al Vaticano quel che i re d'Italia in 70 anni non avevano concesso. Vi era più laicità con i re, tali per »grazia di Dio e volontà del popolo italiano« che non con i successori di Togliatti, ora insediati al Quirinale. Il cinismo in fatti di potere è lo stesso al Vaticano e al Quirinale. Un aneddotto di cui non ricordo la fonte, ma che spero di rintracciare, narra della visità in Vaticano di Vittorio Emanuele III insieme con un suo generale in occasione della firma dei Patti. Al generale che piangeva il re ricordava in Vaticano che in quel luogo (il Vaticano) il solo a crederci per davvero (intendo Vangelo e altro) era il povero generale. Se pensiamo ai tanti Borgia che sul soglio di Pietro (ma se lo immaginava il povero pescatore un soglio come quello?) si sono succeduti non è un arbitrio né vuole essere un gratuito insulto immaginare una classe sacerdotale che amministra come un potere tutto terreno un miscuglio di credenze più o meno bene assortiti.

Per chiudere con l'istituto del matrimonio il problema sarebbe in realtà un non problema in termini giuridici e politici. A chi intende regolare i suoi rapporti secondo gli istituti esistenti nulla è tolto. Non si trasformano i diritti di quanti si sono già sposati o con il solo rito religioso o solo civilmente. Niente viene precluso a quanti ancora intendono seguire questa via. Auguri e figli maschi! O femmine, se preferite. Il problema riguarda tutti gli altri che di fatto vivono fuori da questa regolamentazione e chiedono o desiderano una regolamentazione senza essere considerati dei reietti, dei reprobi di questa società che fino a poco tempo fa, o forse ancora oggi possono venire indicati dai pulpiti di campagna come pubblici peccatori. E magari venire licenziati dal posto di lavoro, se il potere clericale ha fin qui i suoi tentacoli. Se la casa della libertà avesse avuto un minimo di spirito autenticamente liberale (le parole non significano più quel che il vocabolatio dice) ed avessero fatto tacere o mandato a casa i vari Pera, Casini, Buttiglione, Mantovano, avrebbe potuto facilmente ricavare quei 24.000 voti che hanno fatto la differenza fra la vittoria e la sconfitta. I soli radicali di pannella di voti ne hanno spostati si dice un milione. Il servilismo con il Vaticano non è servito a nulla. Il messaggio odierno del papa a Napolitano testimonia che la chiesa sa cercarsi nuovi alleati, licenziando gli utili idioti che lo hanno servito fino ad ieri. E di questi personaggi (ma non sono idioti, sono peggio) già si annuncia la fuga dalla coalizione: il nome di Follini è tra questi.

Una parola ancora per chiudere la vorrei rivolgere a qualche mio commentatore "cristiano" e suppongo uomo autenticamente pio. Non ho niente personalmente contro di loro. Non sono un mangiapreti. Non sono un anticristiano. Non sono irriguardoso contro chi con autentic fede e spirito religioso si immedesima in una ben nota pratica e stile di vita. Tanto di cappello. Dico soltanto loro che una posizione politica come la mia è la più sicura garanzia di rispetto che possano avere, se si ritengo e sono uomini pii e sinceramente credenti in ciò che professano: e se non lo sono, affar loro. A me la cosa non riguarda e non li devo io giudicare e condannare per doppiezza morale. Se invece sono partigiani di un complesso di privilegi (otto per mille, e chissà quanto altro) alla chiesa cattolica, dico che è giusto se li paghino di tasca loro la domenica quando danno l'obolo richiesto (lo do anche io quando mi capita di stare a messa). Non sono nel giusto se ritengono che glieli debba pagare io. Un uomo romano ai tempi di Augusto avrebbe ben potuto concepire come possibile e lecita la credenza di una persona schiava o libera che ritenesse che un tal Gesù di Nazareth fosse un dio egli stesso e figlio di un altro dio, e magari crederci pure lui, come già credeva nel sommo Giove, in Marte, Venere, Bacco. Non vale l'opposto: il Cristiano ritiene che il suo sia il vero ed unico Dio, tutti gli altri sono dei falsi e bugiardi. La minaccia alla pace ed alla convivenza civile viene storicamente dal cristiano, non dal pagano, che non ha saputo difendersi ed è scomparso. Quando provocatoriamente mi professo io stesso un "pagano" (l'ho gridato all'on. Sodano che chiedeva in una sala affollata: »Siamo o non siamo cattolici?«), sono consapevole del fatto che faccio ridire e vengo accantonato. Ma quando esce fuori un musulmano e dice che Allah è il solo Dio e Maometto il suo profeta e mette a ferro e fuoco le città per delle stupide ed oltraggiose vignette disegnate in Danimarca, nessuno ride ed i cattolici hanno paura ed invocano la protezione dello Stato. Non si fidano della forza della lor fede. In fatto di capacità di fede i musulmani sono forse più saldi. Ebrei, Arabi, Cristiani sono tutti fedeli del Dio Unico, che ognuno ritiene sia il proprio. Non essendo più possibile come per il passato la guerra reciproca in nome del dio unico (il proprio). è commovente vedere come i capi religiosi sappiano scendere a patti. Ci si può spartire una fetta di territorio e di potere. L'importante è che non abbiano più a ritornare gli dei antichi, magari sotto forma di »relativismo« etico, politico, religioso.

»L'espresso«, organo di regime!

Leggevo in passato il settimanale »L'Espresso«. Ne avevo fatto perfino la collezione e ne avevo rilegato alcune annate. Poi, senza ragioni di carattere politico, vi è stata una crisi di rigetto. Lo stile sguaiato, sempre lo stesso, sembra che chi scrive ne sappia più di te e poi ti convinci che è il contrario. Ad esempio, dal suo trono Giorgio Bocca trincia non analisi di ciò che succede e che sarebbe suo mestiere conoscere per darne informazione, ma giudizi opinabili che potrebbe tenersi a casa sua. Sull'episodio Annunziata-Berlusconi avevo fissato la mia attenzione e vi avevo dedicato parecchio tempo. Da un punto di vista oggettivo Lucia era stata perfino censurata per non essere stata una giornalista attenta a fare bene il suo mestiere, per giunta in un servizio pubblico pagato a forza da tutti. Ebbene, Giorgio Bocca dà una lettura ed interpretazione diametralmente opposta a quella che me ne ero fatta io. E si badi: non perché elettore di Berlusconi, ma in quanto telespettatore che riesce ad esser terzo! La verità è quella che scrive Giorgo Bocca perché lui ha il potere di scriverlo per tutta quanta la tiratura dell'Espresso? Ed io ho torto perché posso solo leggerlo, stando qui nel chiuso della mia stanza?

Posso non comprare l'Espresso e far aumentare il numero delle copie invendute? In effetti, oggi esce il secondo volume del Dizionario di Sociologia di Gallino, come prima era uscito quello di Pasquino, e prima quello di Galimberti, e in origine la Storia della Filosofia di Nicola Abbagnano. Per compare questa serie di libri ho dovuto compare in abbinamento anche l'Espresso, a cui ho dato anche una rapida occhiata. Spero che la serie di libri interessanti si chiuda oggi e così interrompo i miei acquisti del settimanale l'Espresso. Alla mia età devo avere più riguardo per me stesso ed evitare eccessi umorali.

L'Espresso fa tuttavia parte di una ragnatela di casematte che sono state create e occupate nel tempo da un ceto intellettuale e politico che è oggi approdato al potere e finirà di occupare quanto ancora non aveva occupato e detenuto in modo ininterrotto nel succedersi di governi di paglia. Un tipo come Giorgio Bocca (ma è un tipo, non una persona) dimostra che in politica e nell'apparato mediatico non importa la verità in sé, quanto mai eterea ed indefinibile, ma la ripetizione costante ed incontrastata della menzogna, o di ciò che si vuol far passare per verità. La ripetizione costante produce la convinzione ed il pregiudizio nelle menti deboli e non esercitate quotidianamente al dubbio ed alla critica. La ricerca della verità è un lavoro per dei perditempo, come il sottoscritto. Dubito che chi abbia altro da fare per guadagnarsi la vita possa dedicare più di qualche secondo di attenzione a quello che scrive Giorgio Bocca, se mai gli capita da leggere il suo articolo.

Lo schieramento dell'Espresso in questo paese dove la libertà di stampa sarebbe stata minacciata in questi anni da Berlusconi è stato assolutamente evidente. Se si era dello stesso orientamento e si voleva essere confermati nella propria fede, poteva aver senso acquistare l'Espresso allo stesso modo in cui i credenti e buoni praticanti vanno a messa la domenica. Se non si era credenti e si cercava soltanto dell'informazione, non era all'edicola dell'Espresso che bisognava andare. Una notizia consiste nel fatto nudo e crudo e nella redazione ovvero nell'interpretazione che se ne da, nel modo in cui la si comunica.

Ciò premesso, visto che ho speso i soldi per comprarlo l'Espresso, riporto dal fascicolo del 30 marzo parole virgolettate messe in bocca a Roberto Formigoni, un nome che io ricordo come legato a Comunione e Liberazione, che fin da quando ero studente è stato a me alquanto incompatibile. Potrei citare episodi che hanno fondato il mio giudizio avverso. Ebbene Formigoni avrebbe detto:

«Tutti dicono che se Silvio vince vado a Palazzo Chigi, ma potrei andare anche al Quirinale. Se Silvio perde, c'è un solo personaggio in Forza Italia che può rivendicare la sua eredità: sono io».

O è vero o è falso ciò che leggo sull'Espresso ed è attribuito a Formigoni.

Il mio commento:

- Meno male che Formigoni non è andato al Quirinale! La cappa clericale sarebbe scesa come una mannaia su tutti gli "spiriti liberi" d'Italia. Idealmente sarebbe state possibili due vie: o quella dell'emigrazione verso terre lontane, oppure la ricerca dei luoghi più sperduti d'Italia non raggiunti da luce, gas, telefono. Credo che lo sbilanciamento clericale (Casini, Buttiglione, Giovanardi, Mantovano, Pera...) siano stati la principale causa della sconfitta del Polo delle Libertà. Dico: Libertà. Questo valore è storicamente inconciliabile con il Cattolicesimo. Io mi sono iscritto a Forza Italia, partito laico e liberale. Se FI dovesse perdere questa caratterizzazione, ed io mi batto perché ciò non avvenga, verrebbe meno il mio vincolo di fedeltà e di onore per il mantenimento dell'impegno.

- Per quanto appena detto, se Formigoni, cioè un CL approdato all'amato potere, si trovasse al posto di Berlusconi, io non avrei più nulla a che fare con Forza Italia e recuperei per intero la mia libertà.

Dalla mia scrivania, munito di computer e connessione adsl, con accanto l'ottimo servizio di informazione di Radio Radicale, seguo gli sviluppi politici. Vedo prove di regime. Io temo che la Sinistra finirà di occupare quanto non aveva già occupato e conservato in questi anni per sparare addosso all'Imbavagliatore Berlusconi: istituzioni, organi di stampa, banche, sindacati, televisioni e quanto altro. Berlusconi ne può uscire facendo quello che non ha voluto fare in questi anni: organizzando l'insofferenza di base, della gente comune, licenziando il notabilato che è stato il primo a tradire. Mandando dal papa a pregare con lui e ad assumere i sacramenti i vari Follini, Casini, Pera.... Magari a fare pure la parte di maturi chierichetti.

PS - La serie dei volumi abbinati all'Espresso continua. Terminato il Dizionario di Sociologia sono annunciati per la prossima settimana altri due volumi di Dizionario di Mitologia, ma di questo genere di dizionari ne ho già diversi e forse posso fare a meno di quelli dell'Espresso. Del resto, ho esaurito lo spazio nello scaffale.

mercoledì, maggio 10, 2006

Habemus papa: Napolitano!

La dichiarazione di Prodi: «Sarà il presidente di tutti gli italiani». Commento: senza essere riconosciuto da tutti gli italiani, neppure per finta! Giustamente Berlusconi ha commentato: se avessimo fatto noi quel che hanno fatto loro con 24.000 voti si sarebbe gridato al colpo di Stato. Non ho sentito le reazioni all'estero, ma non credo saranno quelle del '94 quando Berlusconi vinse per la prima volta. L'operazione Mani Pulite con Di Pietro in parlamento riesce quattordici anni dopo. Si apre nella storia d'Italia una nuova fase, sulla quale è bene essere attenti e vigilare giorno per giorno. Difficile il commento. Forse il miglior commento è un no comment!

L'unità percentuale

In questi giorni in cui ai più è divenuto chiaro come le elezioni si vincano o si perdano per infime percentuali si sentono spesso le frange scalpitare, consapevoli che la loro piccola percentuale ha fatto la differenza: radicali, Di Pietro, Verdi, ecc., sono più vispi che mai. »Abbiamo vinto per ventimila voti. Noi ne abbiamo portati un milione!«, così questa mattina ho sentito esordire il buon Daniele Capezzone. Sono queste le delizie della democrazia. Ma io che probabilmente democratico non sono voglio lasciarmi andare ad una serie di riflessioni.

Il »popolo« può essere inteso come una sostanza che ha consistenza unitaria, ossia come un qualcosa che è unito da un'infinità di legamenti dinamici: lingua, valori, rapporti economici, sangue e connotati razziali come il colore della pelle e la forma degli occhi, territorialità, culto dei morti, miti, guerre vinte o perse in comunanza di destino, ecc. Una definizione di questo genere è piuttosto complicata e può essere diversa da popolo a popolo, come un individuo è diverso da un altro. Si può anche irridere ad un tentativo di definizione sostanziale di un popolo, ma noi sentiamo istintivamente una diversità se ci troviamo non già di fronte ad un povero immigrato della papuasia piombato nelle nostre città, ma se siamo invece noi a trovarci in un deserto australiano alla mercé dell'aiuto necessario di un aborigeno.

Contro questa concezione sostanziale di popolo, forse avvertita come fascistica o tatalitaria, si oppone la concezione della sommatoria degli individui che nel chiuso di una gabina elettorale pongono segni di croce su schede non sempre facili da decifrare. La distinzione fra "popolo" e "moltitudine" non è in sé difficile. Ad una stazione ferroviaria come quella di Roma Termini si incontra sempre una gran quantità di gente che va e viene e che non si incontra mai più identica nello stesso posto. Il nostro sistema politico detto democratica si basa sulla concezione del popolo come sommatoria di individui che non possono avere mai altro momento di considerazione giuridica che la chiama elettorale, dove guarda caso vige un quorum di validità quando si tratta di poter abolire leggi poste in essere dai rappresentanti già eletti in parlamento. Non vige invece nessun quorum di validità se si tratta di eleggere gli stessi rappresentanti. Non potrò mai dimenticare la faccia di Tajani che stando lui nel palco degli oratori in una sala dell'Hotel Parco dei Principi spiegava a me fra il pubblico in seconda fila che non costituiva dovere civico il voto dove era necessario il quorum di validità, mentre invece era dovere civico votare alle elezioni per i rappresentanti, potendo così votare la sua faccia per la felicità del popolo italiano. Insomma, la camera dei rappresentanti potrebbe essere eletta anche dal cinque per cento del corpo elettorale. Non sarebbe prudente per gli stessi eletti, ma è astrattamente e giuridicamente possibile.

Berlusconi viene insultato in molti modi. Uno di questi è la taccia di populismo. Questo termine non è molto chiaro in sè. Fondamentalmente è un insulto per chi lo pratica ed un esorcismo verso una forma di partecipazione politica che mal si concilia con le schede elettorali e con le frazioni percentuali. Il popolo riunito in assemblea non consente visibilità e liceità a fenomeni come il clientelismo, il familismo, il tribalismo, il voto di scambio, la corruzione, ecc. Tutte queste delizie sono possibili solo nel segreto dell'urna che paradossalmente anziché essere una garanzia per l'esercizio di un diritto possono essere il presupposto necessario per la sua degenerazione.

In conclusione. L'esperienza storica che abbiamo appena vissuta dello 0,06 per cento con sospetto di brogli dovrebbe porci in atteggiamento critico verso gli istituti politici che ci sovrastano. All'Assemblea costituente che fu formata in una condizione di prostrazione estrema che la retorica interessata non potrà trasformare facendo passare per bianco il nero e nero il bianco: disfatta bellica, paese occupato, guerra civile, città distrutte, sovranità limitata, soggezione perpetua, ecc. La costituzione e tutti gli odierni istituti politici sono sorti in quel contesto storico, che oggi per fortuna è lontano nel tempo. Io non ero nato e così la stragrande maggioranza dei cittadini oggi viventi, che sarebbero degli sciocchi se si facessero governare dai fantasmi del passato. Le nostre istituzioni sono vecchie e stravecchie. Non rispondono più alle nostre esisgenze. Diventano tiranniche se non possiamo ricercarne di nuove. Ma qui sorge un conflitto con la stessa classe politica che con queste istituzioni ci campa letteralmente. Una grande insofferenza si produce nel mio animo quando sento dire da una Bonino che dovremmo esportare queste nostre decrepite istituzioni nei paesi arabi, magari imponendole con la guerra, ricreando poi quei regimi fantoccio che in Europa sono stati creati ad Est e ad Ovest come conseguenza della liberazione del 1945.

Queste mie considerazioni susciteranno probabilmente scandalo e reazioni. Non ne sono preoccupato in quanto non devo candidarmi da nessuna parte. Se anche qualcuno per avventura me elegesse da qualche parte, non saprei cosa fare. Paradosso e provocazione a parte, ritengo e spero che la nuova stagione politica possa portare ad una profonda riforma degli istituti della politica. Berlusconi può essere l'uomo giusto per questa operazione. Dei suoi alleati come Follini, casini, ecc. diffido profondamente. Con loro non si riforma nulla..

martedì, maggio 09, 2006

Le alchimie del regime

Se come cittadino che ha appena l'esercizio dei diritti politici suscitano in me un senso di estraneità molti dei riti della vita politica ufficiale, più di tutti mi riesce estraneo e stucchevole il momento in cui viene deciso chi per sette anni dovrà abitare il palazzo del Quirinale. E' stato così in passato. Lo è oggi ancora di più. Eppure si pretende che il prescelto debba rappresentare l'unità nazionale e quindi qualcosa in cui io quisque de populo debba necessariamente identificarmi. Sarà un mio proprio limite, ma questa identificazione non scatta. Una sola volta ricordo di aver tentato di immedesimarmi nel rito. Fu quando venne eletto Francesco Cossiga. Avevo apprezzato il fatto che lui si fosse dimesso dal partito della Democrazia Cristiana in quanto dovendo essere il presidente di tutti gli italiani non riteneva giusta che fosse iscritto ad un partito. Mi piacque il gesto. Avendo del tempo da perdere, presi carta e penna, o meglio una vecchia macchina da scrivere e scrissi una lettera indirizzata al Senatore Francesco Cossiga, dicendo che in virtù del gesto compiuto diventava anche mio presidente. Ero un cittadino comune che però non aveva la tessera della democrazia cristiana e che mai l'avrebbe presa. Ci fu poi il famoso discorso del presidente della gente comune che io quasi sentii come una risposta pubblica alla mia lettera. Non ne ho mai potuto avere la certezza, ma mi giunge una lettera di ringraziamento credo la stessa inviata a chissà quanti a cura dello Staff. Uno seconda lettera al Senatore Cossiga non sortì lo stesso effetto e non ottenne risposta. Fu una volta, quando cessato dalla carica di presidente e passato senatore a vita, annunciò o minacciò di dimettersi dalla carica di senatore. Io gli scrissi che apprezzavo questo gesto, immaginando che lui intendesse in tal modo fare politica nella società. Ma il senatore non si dimise e della cosa non si parlò più.

Tolto questo episodio, insignificante, che ho voluto tuttavia narrare, credo di poter dire che per il modo in cui la più alta carica dello Stato viene eletta si possa dire che è profondamente estranea al paese. Stavo appena leggendo a caso un passo dello storico De Felice, giunto all'edizione in edicola, in cui si dice che il popolo italiano fu del tutto estraneo non solo agli eventi che portarono al fascismo ma anche a quelle che avrebbero dovuto essere le reazioni oer il venir meno della democrazia parlamentare e liberale. Un regime cessava ed un'altro iniziava nella più totale indifferenza della stragrande maggioranza del popolo italiano. Ricordo anche dell'ultima notte del governo Facta: l'ultimo presidente del consiglio dormiva in albergo, dove la notte era fredda, con i pantaloni al posto di una coperta aggiuntiva che l'infreddolito non pensò di farsi portare dalla servitù. Erano queste le condizioni del governo italiano la notte della marcia su Roma.

In conclusione, voglio esprimere il concetto che la storia non segue i palinsesti che le vengono affibbiati dagli storici di professione o peggio ancora dagli opinionisti dei giornali, le anatre del regime. Purtroppo, il popolo, ma meglio sarebbe dire la gente comune essendo la nozione di popolo un concetto politico che sembra ai nostri tempi abbia cessato di avere un senso, dico la gente comune finisce per soffrire come di pubbliche calamità di eventi che hanno origine sociale (guerre, crisi economiche, imposizione fiscale, ecc.), ma è assente in tutto ciò che li determina. L'essenza e l'inesistenza della cosiddetta democrazia è tutta nella capacità di essere soggetti dei processi politici, capaci di determinare una civiltà. Vi sono stati di questi momenti nel passato – penso al mondo greco ed al mondo romano –, ma i nostri non sembrano tempi di gloria, anche se non bisogna perdere la speranza e come cittadini non bisogna mai stancarsi di sollecitare alla comune virtù i propri concittadini.

Aggiungo che rispetto a quella degli alleati mi sembra più lineare la posizione attribuita a Berlusconi: se lo votino loro Napolitano. Non deve ricevere la legittimazione del mio voto chi anche senza sarebbe stato comunque eletto. Una posizione condivisa è una decisione presa in comune, non un prendere o lasciare. Se prendi, stai dentro. Se no, sei fuori. I contorsionisti alla Ferrara chiariscono con l'occasione il loro contorsionismo. Se l'alleanza della casa della libertà reggerà su una posizione comune, sarò stato un test importante di verifica per il passaggio al partito unico... Ecco gli UDC. Il tallone di Achille, il cavallo di Troia. Rinunciando a loro io mi auguro che si possa guadagnare altrove. In ogni caso: senza di loro è meglio. Non nascondo comunque una sensazione di impotenza...Sto ascoltando la chiama per la quarta votazione. Della casa della libertà è stata annunciata la scheda bianca, UDC compresi. Se verrà eletto Napolitano, come pare, sarà un modo per far sapere al nuovo presidente: sei lì, ma non con i miei voti, che seppure al 50 per cento corrispondono alla metà del paese. Come puoi pretendere di rappresentare l'unità del paese? Un caso di sfiducia AL presidente della Repubblica. Un caso inedito. Tutto ciò avrà senso se vi sarà una riforma della partecipazione politica. Berlusconi viene dato per qualcuno come spacciato in quanto non più capace di iniziativa politica. Ma dove deve averla questa iniziativa? Nei corridoi di Montecitorio? Con truppe fameliche come quelle dell'Unione non resteranno neppure le briciole per la coalizione che ha perso le elezioni. Non capisco perciò alcuni commenti delle anatre del regime, cioè i giornalisti.

Non intendo dire che si debba fare dell'aventinismo. Chi ne ha avuto l'onere, eserciterà le funzioni che gli sono possibili, ma la politica – la grande politica – dovrebbe e potrebbe avere un'altra sede. Se oggi l'Unione sede ai banchi di governo è perché fin dal primo giorno in cui perse le elezioni non ha mai smesso nel paese di fare una campagna di delegittimazione contro il governo che aveva appena vinto le elezioni con margini maggiori di quelli risicatissimi e dubbi con cui Prodi ha conseguito il potere. Ricordo di quei primi giorni un convegno al Goethe Institut in Roma in cui vari intellettuali della sinistra, invitati da Flores d'Arcais, tentavano di scomodare il diritto naturale in funzione antiberlusconiana. In quei giorni il contorsionista Ferrara scrisse un articolo dove per l'appunto denunciava una prova di delegittimazione del governo. Lo stesso contorsionista Ferrara che adesso pretenderebbe di legittimare D'Alema alla presidenza della repubblica con i voti di Berlusconi. Chi lo capisce è bravo, ma forse non vi è nulla da capire, bensì solo qualcosa da sapere, che però non è dato sapere a chiunque...

D'Onofrio su Follini: triste la sua intenzione di voto.
Buttiglione: voleva per Napolitano. Ma io penso che voleva una carta per se.

domenica, maggio 07, 2006

La politica come vita associata e sfera della pubblicità

Da un mio cortese e gradito commentatore mi è stato obiettato che io non avrei soluzioni da dare ai problemi denunciati. Al tempo stesso questa mattina a Radio Radicale mi è capitato di ascoltare una vecchia registrazione di un intervento di Massimo D'Alema all'epoca del ribaltone. Una sua frase che è del resto un luogo comune suonava: «da soli in politica non si va da nessuna parte». Osservazione in apparenza intelligenza che si può prestare ad interpretazioni ambigue. Intanto può significare, come credo che certamente significhi per D'Alema, che senza il 50,01 per cento non possono scattare le maggioranze assembleare e deliberative secondo i modelli in uso della democrazia consolidata. Ma questo stare insieme per mera sommatoria bruta, casuale, forse truffaldina, inconsapevole, inintelligente, ecc., può anche voler dire tenere in scacco e prigioniero il 99,99 per cento dei cittadini. E che succede poi se lo 0,02 per cento minaccia di uscire dalla maggioranza del 50,01 oer cento? E se detta le sue condizioni per stare insieme nella coalizione che ha vinto i conteggi? In pratica, lo 0,02 per cento conta più del 99,99 per cento. Eccola l'eccellenza del tanto decantato sistema sedicente democratico.

L'obiezione del mio commentatore è certamente più seria e fondata. Vi sto pensando non da oggi e non a seguito dell'obiezione stessa. In questo momento contingente, mi trovo assediato con problemi di tempo, di impegno e di lavoro. Ritornerò su questo post per dargli una forma un poco più compiuta, anche se l'argomento non può essere da me esaurito nè qui nè altrove. Provo con il dire che il solipsismo può essere una condizione adatta per i fatti coscenziali di un singolo individuo, ma non per politica. Non nel senso dalemiano del problema. Intendo dire che è necessario stare insieme se dobbiamo costruire regole ed istituti che devono servire a rendere possibile una vita comune fatta di relazioni economiche, culturali, materiali, ecc. Ciò che è e sarà non può essere deciso dall'uno senza l'altro o a scapito dell'altro. E si badi bene: non per un fatto morale di rispetto dell'altro. Ma per il fatto che l'uno non può sapere la cosa senza l'altro. Il prodotto non nasce senza il concorso dell'uno e dell'altro. Viene subito in mente l'immagine della procreazione umana, ma questa non rende pienamente il concetto che è ancora più complesso perché qui il prodotto è immateriale. Prima di dover interrompere le le ragioni dette, vorrei brevemente rispondere al mio interlocutore che io da solo non sarei mai in grado di dare soluzioni: perché non mi chiamo Solone, perché nessuno a me chiederebbe di dare le leggi, perché non ne sarei capace certamente io e dubito altri. La mia speranza è invece che la soluzione possa venire da una ricerca e volontà comune che proprio per la natura dell'oggetto della ricerca, cioè le ragioni e le regole dello stare insieme, ha necessità della sfera della pubblicità. La politica, soprattutto la politica democratica, non può essere il luogo della segretezza, della manipolazione, dell'inganno. Anzi mai come in questo nostro caso la Verità è la dea che sta al centro della piazza, ma la verità non è il dogma rivelato di questa o quella religione. Verità è il prodotto comune degli sforzi volti a conseguirla, a disvelarla se già esiste e deve essere solo riconosciuta. Se pensiamo al linguaggio abituale dei politici di professione, non possiamo certo pensare ad un Socrate che nella piazza del paese si sforza di attingere la verità molestando ogni passante che dice di averla in tasca. Se pensiamo all'uso distorto e corrotto del linguaggio quotidiano e di quanto esso sia diseducativo, di quanto esso allontani da ogni criterio di verità, ci tocca forse invidiare le bestie che di esso fanno a meno e possono regolare la loro vita al solo ritmo dei bisogni oggettivi e reali. (…segue. non ho ancora concluso e riletto questo post).

sabato, maggio 06, 2006

Era forse meglio il re.

Non avrei voluto intervenire sulle vicende istituzionali che in questi giorni riempiono tutti i giornali, le anatre del regime. Non sono io stesso convinto di quel che dico, ma non posso reprimere il dubbio se dopotutto non fosse stato meglio che ancora oggi al Quirinale vi fosse un re per successione ereditaria. Ci saremmo per lo meno risparmiato il mercato della vacca grassa di questi giorni. Richiamo le obiezioni contro la monarchia: il re rappresenta se stesso e la sua famiglia, un presidente è cosa di tutti. In realtà, alla lettura dei fatti crudi, non direi che i presidenti siano stati più rappresentativi di quanto non lo fossero stati i re d'Italia, che perlomeno l'Italia l'hanno fatta e con il papa non si sono parlati per quasi settant'anni, mentre oggi da destra a sinistra è una gara a chi è più servile verso il Vaticano: ricordo per tutti la faccia giuliva di Storace mentre portava al papa lo statuto del Lazio dove ha fatto scrivere le radici cristiane con tutto quel che significa in perdita di laicità delle istituzioni. Se non vi fosse stato un impedimento estetico avrebbero buttato giù dall'altare della patria anche il monumento equestre a Vittorio Emanuele, re d'Italia e padre della patria. Già la patria! “Non è morta” dice il borghese Ciampi, facendo pubblicità indiretta ad un uomo della sinistra che ha scritto un libro dal titolo suggestivo: "la morte della patria" (non l'ho letto e non credo che lo leggerò conoscendo chi l'ha scritto). Ma a non far morire la patria non basta che lo dica il borghese che ha detronizzato i re d'Italia, succedendone negli agi e negli onori. Ci vuole ben altro. Il vecchio concetto di patria probabilmente ha cessato di esistere con l'8 settembre del 1943, venendo poi definitavemnte sepolto il 25 aprile del 1945. Nel referendum istituzionale per la repubblica o la monarchia si parlò di brogli elettorali. Io non posso sapere con certezza se vi furono o no, ma è per me decisiva la nuova cultura politica che si è nel frattempo formata e che ho trovata rivelatrice in un «benedetto quel broglio, se mai vi fu!» che sentii anni addietro in una trsmissione educativa di RAI3. Con questo nuovo concetto di patria non vi è più bisogno di sapere se brogli, ieri e oggi, vi sono stati o no.

Sulle elezioni appena trascorso si è qui nuovo affacciato il dubbio dei brogli ed un esponente di AN ha detto in questi giorni che la candidatura D'Alema non è accettabile anche per via di questo nodo irrisolto, che potrebbe sciogliersi a breve facendo risultare come privo di legittimità il nuovo presidente. A parte questo, ed anche se brogli non vi fossero stato nello scorso mese di aprile, non è che il parlamento del mille oligarchi sia stato effettivamento eletto. Noi tutti non potevamo fare altro che riconfermare un'oligarchia che si rinnova ogni volta per mero artificio tecnico. Se consideriamo l'unico istituto di democrazia diretta che si trova nella carta fondamentale di questo edificio, il referendum abrogrativo, vediamo che gli uomini che allora presero il potere alla caduta rovinosa del regime fascista, statuirono che se avessero votato meno della metà degli aventi diritto il referendum indetto a fatica dalla chiamata di almeno cinquecentomila elettori non sarebbe stato valido. Lo stesso principio non vale per le elezioni ordinarie, per le quali il forzista Tajani ha avuto la bontà d'animo di spiegare insieme ai De Lillo ed ai Sodano vige soltanto il dovere civico. Per quanto riguarda il referendum attivato da una chiamata alle urne dalle firme autenticate e verificate di cinquecentomila elettori uno se ne può stare tranquillamente a casa: non è dovere civico ed i cinquecentomila che hanno gridato solo solo dei rompiballe.

I principi di legittimità i nostri boiardi che li costruiscono su misura e trovano sempre qualche ideologo a confezionarglieli e molte anatre che non si stancano di starnazzarli dalla mattina alla sera. Mi scuso per l'irrefrenabile sarcasmo su cose serie e gravi, ma credo che l'imbroglio ci sia. Se anche noi fossimo andati a votare non all'ottanta per cento, ma al trenta per cento come succede in democrazie più "mature" ed antiche della nostra (USA), il meccanismo istituzionale che ci governa sarebbe rimasto intatto. Con lo sbarramento del quorum (unicum all'italiana nel mondo, ch'io sappia) in realtà si è inteso difendere il monopolio di un'oligarchia di mille ottimati. Machiavelli diceva al riguardo: meglio essere dominati da uno solo (il re), anziché da molti (nel nostro caso mille con appendici). Il referendum popolare abrogativo era l'unico istituto di democrazia diretta, nel quale ognuno di noi avesse potuto dire di essere stato decisivo in una questione della sua vita quotidiana a lui direttamente demandata. Tutto questo per i nostri magnifici mille non ha valore, perché siamo soltanto degli ignoranti (sempre il mio caro amico Tajani ad averlo detto, lui per giunta da me una volta incautamente votato al parlamento europeo dove siede tuttora ahime anche con il mio voto: un crimine inconsapevolmente commesso). Concludo per sopraggiunta stanchezza e fastidio: abbiamo davanti a noi un regime oligarchico, privo di sostanziale legittimità, che ora si sta semplicemente sbracciando per chi si deve aggiudicare il boccone più ghiotto: l'uso gratuito e redditizio per sette anni del palazzo Quirinale che fu dei re d'Italia, dal 1870 al 1946. Ma con tutto questo noi non abbiamo a che fare e chi salirà su quel Colle potrà dire di rappresentarci allo stesso modo e titolo di come rappresenta gli abitante della Luna o di Marte.

La pars construens che non deve qui mancare è l'invito virtuale rivolto a tutti i concittadini a non prestar ascolto alla retorica dei discorsi ufficiali di quanti occupano cariche che intendono conservare e trasmettere per eredità ai loro figli e sodali e a dar vita ad una rivoluzione pacifica e non violenta per rinnovare dalle fondamenta tutti gli istituti politici, sociali ed economici che regolano la nostra vita quotidiana. Avvertenza redazionale: migliorerò il testo in altre sedute di lavoro, ma il senso spero di averlo dato. Prego di guardare al senso generale di questo post e non a singoli dettagli. Non ho altro tempo: devo ricoverare la mia anziana madre di anni 94, cui si è scaricata la batteria del PM. E' ora affetta da demenza senile, ma mi raccontò a suo tempo che il nonno al referendum istituzionale del 1946 aveva votato per il re. E forse aveva ragione lui!

venerdì, maggio 05, 2006

Era ieri ma sembra oggi ed in peggio: raffronto con Weimar gennaio 1933

Contravvengo ad una regola redazionale di non fare citazioni dottrinali in questo blog destinato alla militanza politica, ma la tentazione è troppo forte e le regole non devono essere mai assolute ed eccessivamente rigide. Si tratta delle situazione esistente in Germania alla vigilia dell'avvento del nazismo. La democrazia weimariana era afflitta da molti mali tipici del regime parlamentare e propri della dissoluzione pluralistica dello Stato e della società. Se molti in Italia prima nel 1922 e in Germania nel 1933 diedero il consenso quei regimi fu in buona fede, pensando di curare mali evidenti. Che poi le cose siano andate come sappiamo, non dovrebbe essere un motivo per far ringalluzzire i Bertinotti e i becchini eredi del Leviatano. La situazione qui descritta riguarda la formazione delle liste. L'autore è Carl Schmitt che chi vuole può approfondire all'altro mio blog tematico:
http://www.carl-schmitt-studien.blogspot.com

«Il risultato di ogni elezione dipende dalla lista dei candidati. La massa degli elettori non può presentare da sé nessun candidato ed al governo manca il più ovvio e naturale diritto di un governo, cioè lo jus agendi cum populo. Con ciò la grande massa dei pretesi “elettori” e della volontà popolare stessa è interamente parcellizzata attraverso, per esempio, cinque liste di partito. L’elezione in contrasto con la costituzione, che richiede un’elezione diretta, non è più da lungo tempo un’elezione diretta. Il deputato è nominato dal partito, non eletto dal popolo. La cosiddetta elezione è una presa di posizione interamente mediata dagli “elettori” di un’organizzazione di partito. Il fatto che di elezione diretta oggi non si possa più parlare si è oggi affermato in generale come una cognizione indiscutibile. Io però sostenni che l’evento, come si svolge oggi, non è più per nulla un’elezione. Cosa succede dunque? Appaiono cinque liste di partito, sorte in modo altamente segreto, occulto, dettate da cinque organizzazioni. Le masse si recano per così dire in cinque recinti pronti e la rilevazione statistica di questo evento si chiama “elezione”. »

Il contesto in cui il brano si trova presenta una situazione conflittuale allora esistente. Il bolscevismo, ad esempio, era un pericolo reale ed un grande storico contemporaneo spiega la nascita ed il successo del nazismo come una reazione tedesca alla minaccia del bolscevismo. E' il cosiddetto revisionismo storico che disturba tutte le commemorazioni resistenziali ed i giorni della memoria a senso unico ed imbracata dagli ideologi di regime, che prestano i loro servizi con non minore zelo professionale dei loro colleghi del passato. La situazione a me appare oggi più grave di quella descritta da Carl Schmitt per la Germania del gennaio 1933. Allora esisteva quella conflittualità da ui individuata, ma dal cui interno poteva venire un superamento. Oggi esiste una sostanziale omogeneità del ceto politico, le cui liti e contrapposizioni vertono soltanto sulla spartizione delle cariche e dei posti, su ogni singolo brandello di carne del Leviatano da tutti loro sbranato. Per i cittadini non è più possibile una sollevazione, un dare vita a forme nuove della politica perché già una volta è finita come sappiamo: la tragedia del 1945, agitata dai miti resistenziali e dai giorni della memoria, agisce come uno spauracchio di fronte ad ogni tentativo di scrollarsi di dosso un regime non meno antidemocratico di quelli del passato. Caro Pannella, apprezzo e prendo sul serio i tuoi frequenti confronti del regime odierno, fondato sulla Resistenza e bla bla, con quello che è stato il fascismo: oggi è peggio che ieri. Detto da te, liberale e libertario fino al midollo, il giudizio è al di sopra di ogni sospetto. M ti assicuro che neppure io sono un fascista o un nazista, anche se non sono insospettabile come te. La situazione odierna è a mio giudizio più disperata di quella degli anni Trenta perché dopo il trauma del 1945 si è bloccato ogni sforzo di innovazione politica, necessaria per adeguare le istituzioni politiche, economiche, sociali ai mutamenti dei tempi. Molte civiltà del passato sono morte per la loro incapacità di raccogliere la sfida dei tempi e di vincerla.

giovedì, maggio 04, 2006

«La campagna elettorale è finita!»: un modo rivelatore di esprimersi; cade la maschera.

La rassegna stampa di Radio Radicale è oggi particolarmente noiosa, tutta incentrata com'è sulle manovre per la designazione del presidente della repubblica e sulla spartizione in atto delle cariche ministeriali e di tutte le prebende di regime, reclamando ognuno il suo "pezzo di carne" nel gran pasto comune. Mi chiedo quanto ciò possa essere vicino all'animo dei cittadini con i loro problemi di ogni giorno. Come cittadino, elettore e militante io ero estraneo a tutto questo quando sarei stato metaforicamente "vincitore" delle elezioni per aver votato FI e ne sono adesso egualmente estraneo per aver perso, votando lo stesso partito. La mia vita non è cambiata prima e non cambia adesso nei suoi aspetti strettamente privati ed esistenziali, se si fa eccezione per gli eventi contingenti che possono verificarsi sotto ogni governo: quando piove, aumenta la benzina, scoppia una guerra, si verifica un attentato, chiude un'azienda che avrebbe comunque chiuso, viene arrestato qualcuno, e simili. Il discorso è del tutto diverso per quanti nell'essere eletti hanno investito ogni cosa o parecchio. Solo costoro possono dire propriamente di aver vinto o perso e forse insieme con loro il loro seguito e la loro clientela, ma guai ai cittadini che si identifichino in un gioco che passa sopra le loro teste e di cui possono vedere solo le remote conseguenze, così remote che riesce difficile riconoscerne l'effettiva responsabilità.

Ho notato nei dibattiti televisivi un modo di esprimersi frequente, che l'uno rinfaccia all'altro: «Guarda che la campagna elettorale è finita!». Ed io mi chiedo da cittadino: cosa vuol dire? Adesso che siamo stati gabbati, potete infischiarverne di quanti dovevate indurre al voto? Durante la campagna elettorale si parla in un modo e dopo in un'altro? La verità non è più la stessa? Le campagne elettorali si fanno a chi la spara più grossa? A chi sa mentire o ingannare meglio? Lascio continuare la riflessione a chi legge. Io devo ora smettere, per sopraggiunti impegni, ma non senza il mio abituale ritornello. Dovrebbero esserci le condizioni per una riforma della partecipazione politica. Non mi riferisco ai modi della politica dei no global, ma alla partecipazione responsabile sui problemi minuti della vita di ogni giorno nel proprio territorio fino ad arrivare ai grandi temi nazionali ed internazionali. Se noi quisque de populo saremo capaci di farci carico del governo della nostra vita quotidiana, potremo dirci soggetti della politica. Se non ne saremo capaci, potremo solo essere oggetto dei calcoli e delle ambizioni altrui.

mercoledì, maggio 03, 2006

All'estero ci osservano, ma senza par condicio

Sono iscritto alle Mailingslist dei principali organi di stampa mondiali che escono in lingua tedesca, inglese, francese, spagnola. Avendo forse esaurito le mie riflessioni interne cercherò di analizzare l'immagine dell'Italia all'estero mentre si va insediando il governo Prodi. Non scrivo altri post sulla situazione interna perché non voglio essere monotono e ripetivo. Mi pare che tutto si svolga come da previsto copione: ad ognuno il suo pezzo di carne del Leviatano sbranato dai partiti. La lite fra Mastella e la Bonino per il ministero della Difesa mi sembra degna del mercato del pesce. Per la Bonino non posso fare a meno di pensare che deve proprio a Berlusconi quei titoli di maggior competenza che getta in faccia all'ineffabile Mastella, la cui sola presenza (basta la faccia) sullo scenario politico di questo regime è per me strabiliante. Li deve i suoi titoli internazionali a quel Berlusconi che la mandò Commissario europeo e contro cui la Signora Radicale ha voluto vendicarsi per essere stata definita una "protesi" di Pannella, che resta la Mente di tutta l'area radicale ed al quale solo la faziosità partitocratica ha negato una nomina di Senatore a vita, di cui sarebbe stato degno più di tutti gli altri messi insieme, ai quali un simile onore è stato invece concesso. Mi chiedo quali serie e fondate speranze possiamo nutrire con questi governanti, contro i quali dopo mezzo secolo di educazione democratica fondata sulla Resistenza siamo impotenti ed incapaci di qualsiasi reazione. La democrazia nel nostro caso potrebbe ben essere definita il regime dell'addomesticamento e dell'avvilimento del popolo.

Dicevo: all'estero. Ricordo che mi trovavo nel 1994 ad Hannover, poco dopo che Berlusconi con elezioni più regolari di quelle appena terminate aveva ottenuto un inaspettato successo. Non ricordo bene e non ho conservato in archivio i ritagli di stampa o le registrazioni dei programmi radio e televisivi, ma ho un vago ricordo di un grande clamore come se Mussolini fosse allora risorto dalla sua tomba e come uno zombi avesse ripreso il potere. Non ero allora iscritto a Forza Italia ed avevo appena sentito il nome di Berlusconi, di cui poco mi convinceva la propaganda a mezzo di spot piuttosto che basata sul lavoro di base. Mi indignava comunque maggiormente il pensiero che gli italiani votando non potessero darsi il governo che meglio credevano. Sembrava che vivessimo in un regime a sovranità limitata, dove quale dovesse essere il nostro governo era cosa da doversi decidere all'estero. Ricordo anche la mia reazione verso un polacco che pretendeva da me che gli cantassi "Bella ciao!" come una sorta di scongiuro davanti ai nomi di Berlusconi o di Fini.

Ebbene, non ho ancora passato in rassegna la stampa internazionale, ma non mi sembra che un'analoga e contraria reazione all'estero vi sia per il fatto che un neocomunista impenitente come Fausto Bertinotti sia stato eletto presidente della Camera. Non vedo neppure timori per il fatto che un criptocomunista come D'Alema abbia buone probabilità di venir eletto dalla stessa risicata maggioranza a Presidente della Repubblica. Non mi pare che vi sia qui un analogo allarme per le sorti della democrazia, ovvero di una non meglio precisata democrazia, di cui tutti parlano senza che nessuno sappia cosa essa sia veramente. Nel mondo della informazione orizzontale (internet, chatline, blogs, ecc.) ho appena potuto far ricredere una corrispondente americana sulle sciocchezze che circolano all'estero riguardo un Berlusconi proprietario di mezzi di comunicazione sui quali viene regolarmente sbeffeggiato, venendo per giunta accusato di non accettare una satira, che poi satira non è ma semplice denigrazione. Per fissare per sempre la realtà delle cose dovrebbe bastare l'intervista dell'Annunziata a Berlusconi, che se ne andava con un: «Ed io sarei il proprietario dell'informazione!» o simile. Dico quell'Annunziata che si mostrò assai deferente ed ossequiosa con il neocomunista Fausto Bertinotti, di cui già allora si ipotizzava l'aspirazione alla presidenza della Camera e quindi il potere di nominare nuovamente l'Annunziata a presidente della RAI. Sarà così? Una volta tanto mi piace fare il gioco delle previsioni. In ogni caso, sono certo dei servili calcoli mentali dell'Annunziata, genio e nume tutelare dell'informazione italiana.

Insomma, ne vedremmo delle belle. Come militante di Forza Italia, finché potrò o mi lasceranno dichiararmi tale, ritengo che il lavoro principale da fare senza indugio è quello di mobilitare il popolo ad una diversa partecipazione politica. Sono stato in questi giorni ai gazebo di Forza Italia, per fare un poco di compagnia a chi li gestiva tutto il giorno, rimanendo sorpreso dalla disponibilità della gente semplice a lasciarsi coinvolgere nella partecipazione politica. E' una risorsa che è stata colpevolomente trascurata dalla dirigenza di Forza Italia, o meglio da quei Grandi Eletti che avendo risorse da gestire organizzano ogni tanto delle convention elettorali, pensando che sia questa la politica: la loro elezione. E poi: arrivederci e grazie! No! La politica non è questa! E' presenza 24 ore al giorno per tutto l'anno sulla piazza del paese insieme con i cittadini, non divisi in steccati e recinti, che devono essere costantemente resi coscienti (non infinocchiati) sui reali problemi del paesi e sui modi possibili ed efficaci per risolverli. Solo in questo modo si può evitare il baratro verso cui ci avviciniamo. Spero che chi deve capire lo capisca!

lunedì, maggio 01, 2006

Lo Stato dei Di Pietro, Violante, Chiaravalloti e di tutti i giudici messi in Parlamento, come un fiore all'occhiello.

Un grande giurista di cui non faccio volutamente il nome scriveva: «Lo Stato medievale, come in notevole misura fino ad oggi anche la dottrina anglosassone dello Stato, parte dall'idea che il nocciolo del potere statale stia nella giurisdizione». Abbiamo tutti appreso nelle scuole di ogni ordine e grado che uno Stato democratico è fatto dalla compresenza dei tre poteri: giudiziario, esecutivo, legislativo, la formula magica e perfetta, buona anche per l'esportazione. Ci capita meno di riflettere se questi tre poteri convivano armonicamente l'uno accanto all'altro o non via sia prevalenza dell'uno a scapito di altri, e meno che mai ci sfiora il dubbio se la relazione fondamentale di protezione/obbedienza, base di ogni legittimità, non possa essere coniugata in altri ed infiniti modi. La maestà della legge è in genere affidata ad un'apposita casta di sacerdoti, che nel nostro sistema sarebbero i Giudici, non quelli dell'omonimo libro della Bibblia (se ben ricordo), ma i tanti Di Pietro, Violante, Scalfaro, Mantovano e chi più ne ha ne metta. Per darsi buone credenziali non pochi partiti hanno tolto i giudici dalle aule di giustizia e li hanno messi nelle loro liste in collegi blindati, cioè dove si ha la certezza di venire eletti, anche se il candidato fosse un cavallo. Perfino Forza Italia nella penultima legislatura regionale in Calabria ha voluto mettere in lista un magistrato, Chiaravellotti, che ha vinto sì le elezioni, ma per riperderle alle elezioni successive. Pare che il suo governo sia stato uno dei peggiori, a giudizio degli stessi militanti di Forza Italia. In altri termini, se le leggi sono quelle che conosciamo, è da chiedersi cosa un Popolo, o se si preferisce la moltitudine divisa e indistinta dei cittadini, possa attendersi da queste leggi e dagli uomini che dovrebbero somministrarle? Domanda retorica per concludere che le attese della "gente" non sono concentrate sull'aspettativa di una dubbia giustizia e di un'improbabile legalità, ma sono caratterizzate da una diffusa sfiducia nella capacità stessa dei governanti di risolvere problemi che non siano propri dello stesso ceto politico ed estranei ai più. Sono in profonda crisi le ragioni dello stare insieme ed è soltanto incerta la data in cui vi sarà l'implosione: la morte è certa, è solo incerto il quando!

La democrazia, tanto decantata, è in realtà spesso il gioco degli inganni, spesso è pura demagogia (penso a Tajani ed alla sua teoria del popolo ignorante). Se da un giudice ci si aspetta normalmente che applichi la legge in modo equanime, giusto, nessuno arriva a pensare che possa lui stesso creare la legge, anche se l'arroganza di non pochi giudici ha fatto credere che sentissero di avercela in tasca, la legge ed il diritto, e che solo loro sapessero cosa è legge e diritto, anque quando le loro sentenze cozzano con il senso comune. Entra così in campo l'altra corporazione, quella dei Magnifici Mille che siedono in parlamento e che novelli Soloni la legge la fanno per darci la Felicità. Magari può succedere che l'idea di Felicità e di Giustizia cambi ad ogni tornata elettorale. Ciò che prima era giusto, giunta al potere una nuova infornata di onorevoli non è più giusto e pertanto deve essere cambiato. Non sempre le leggi dei nostri Soloni sono chiare ad ognuno. Sorgono quindi infiniti problemi interpretativi e non solo alla soglia della infima utenza, quella del popolino, ma già ai sommi vertici. Capita così che il solito Pannella protesti per non aver avuto posti in Senato e lo stesso Ministro degli Interni uscente, Pisanu, gli riconosca che l'ultima legge elettorale in effetti non è chiara: una legge da qualcuno voluta intensamente e da qualche altro che ne dichiara la paternità definita una "porcata". Ma la legge è innanzitutto chi la interpreta, l'applica e ci campa pure sopra: la palla passa ad altre corporazioni di soggetti con i loro specifici interessi materiali.

La magistratura è stata in auge da dieci anni a questa parte per l'accanimento con cui si è scagliata contro Berlusconi ed altri politici. Cambierebbe musica se a parlare fossero i tanti disgraziati che a vario titolo hanno a che fare, o hanno avuto a che fare, con giudici, avvocati. tribunali. La saggezza popolare è giunta alla conclusione che è meglio tenersi le "offese da reato", se appena sono sopportabili, piuttosto che incappare nel meccanismo della Giustizia. Di recente persino un rappresentante sommo del Sistema, il presidente della Repubblica, ha ammonito che una Giustizia attesa per tanti anni (anche trenta) è una giustizia negata. E allora?

Di denunce e lamentazioni questo Paese ne sente da secoli. Non le prendono sul serio neppure le persone che le fanno. Figuriamosi i destinatari. Per giungere qui a una rapida conclusione per poi ritornare su singoli temi dico che l'immagine che ne viene fuori in questo cambio di poltrone è quella di un Paese allo sbando dilaniato dagli appetiti di una pluralità confliggente di corporazioni. Il mio timore è che per ragioni oggettive e per vincoli esterni ormai la torta da spartire non c'è più. Non intendo dire che prima tutto andasse bene, ma forse che vi erano risorse dalle quali ognuno poteva strappare quel che gli riusciva di strappare: l'enorme debito pubblico con quel che significa è probabilmente un'eredità di quegli anni ed è oggi un debito giunto a scadenza. Adesso queste risorse mi pare non ci siano più e non ho nessuna fiducia che chi ha preso il timone sappia moltiplicare i pani ed i pesci. E non ho neppure ricette e soluzioni da dare. Io? Figuriamoci! Vedo nero e basta. Non mi lascio prendere dalla disperazione solo perché confido che se saremo uniti in uno sforzo comune di buona volontà forse riusciremo a venirne fuori.