venerdì, maggio 12, 2006

Il problema demografico: una riflessione in più

In ciò che finora mi è capitato di leggere, ma senza aver mai avuto intenzione di condurre una riflessione specifica sull'argomento, ho trovato solo spiegazioni economiche del fatto che in Italia e in Europa si facciano sempre meno figli: i figli costano e pertanto non conviene farne o li fa chi se li può mantenere, un lusso per ricchi, a meno che di non voler scegliere fin da adesso che i tuoi figli dovranno crescere svantaggiati rispetto ai figli dei ricchi. La chiesa a suo modo risolve il problema condannando come peccato la contraccezione o propagandando un'idea del matrimonio come fabbrica per produrre figli da battezzare subito. Il tema non è di mio gradimento. Non mi sono mai sposato e non ho mai fatto figli. In qualche maniera dovrei parlare di me stesso ed essere autoreferenziale. Ho una certa riluttanza.

Vorrei tuttavia accennare ad una spiegazione di carattere culturale, che mi sembra forse più fondata della spiegazione economicistica. Non credo che sia più un valore indiscusso e indiscutibile quello di immaginare che per un uomo o una donna lo scopo principale della loro vita sia il matrimonio e la procreazione, se proprio non hanno scelto il celibato sacerdotale come un superiore valore di vita. E vissero felici e contenti con tanti bei figli: così terminavano le favole. E' poi diventato un'incognita il rapporto generazionale. Sembrerebbe che i figli siano non solo una spesa, ma una fonte di obbligazione continua a fronte di nessun diritto sui figli e da parte dei figli cui si deve tutto senza nulla in cambio. Ho visto molti casi di ingratitudine e di abbandono degli anziani genitori. Nel sud una motivazione in chi faceva figli era la certezza o quasi di farsi in questo modo un'assicurazione per la vecchiaia, quando ancora non esisteva l'INPS. Avendo figli, magari molti figli, non si sarebbe finita l'esistenza soli ed abbandonati. Questa certezza non ha più nessun fondamento plausibile. Non so se i sociologi se ne sono interessati. Io dispongo delle mie osservazioni che mi consentono di dire che questo calcolo, sbagliato all'origine, non è affatto remunerativo. Non solo perché i figli possono essere ingrati, ma anche perché una volta piantato l'albero – complice il maltempo – non si sa cosa ne verrà fuori: limone, ciliegio, arancio, ecc. un tossicodipendente, un imbecille, un fannullone, forse ma forse qualcosa di buono. Le generazioni non hanno più valori da trasmettersi l'un l'altra. Posso trasmettere al figlio i miei risparmi, se ne ho, ma soprattutto dovrei poter trasmettere il testimone di un patrimonio di valori, di regole, da poter ancora ritrasmettere nei secoli alle generazioni successive. Le varie giornate della memoria, ad esempio, insegnano intanto che per prima cosa ci dobbiamo vergognare dei nostri antenati.

Se simili celebrazioni hanno un significato polemico, come lo hanno, questa polemica deve avere un destinatario. E chi se non le generazioni che ci hanno appena precedute? Non avendo rispetto per i padri non ha più senso la "tradizione". E tanto vale la pena interromperla. »Vivere della colpa altrui è la forma peggiore di esistenza«: è questo il fondamento dell'educazione repubblicana! Un'intera società che nelle sue feste principali si alimenta della colpa altrui, della guerra civile, della beatificazione della disfatta e della distruzione del proprio paese nonché del suo asservimento verso l'Ovest o verso l'Est, non può non portare alla logica conclusione: «ma chi me lo fa fare?». I sociologi e gli economisti si limitano a pensare al costo futuro dell'INPS: pochi giovani e molti vecchi. Chi pagherà le loro pensioni? Il problema sembra a me meno banale e materialistico. Cosa avrei dovuto raccontare raccontare ai miei figli? Che un Napolitano in questo paese liberato è salito al Quirinale? Liberato da chi? Da Mussolini? Ma non era l'Uomo della Provvidenza? Qui mi fermo, ma avremo modo di continuare.

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