giovedì, maggio 04, 2006

«La campagna elettorale è finita!»: un modo rivelatore di esprimersi; cade la maschera.

La rassegna stampa di Radio Radicale è oggi particolarmente noiosa, tutta incentrata com'è sulle manovre per la designazione del presidente della repubblica e sulla spartizione in atto delle cariche ministeriali e di tutte le prebende di regime, reclamando ognuno il suo "pezzo di carne" nel gran pasto comune. Mi chiedo quanto ciò possa essere vicino all'animo dei cittadini con i loro problemi di ogni giorno. Come cittadino, elettore e militante io ero estraneo a tutto questo quando sarei stato metaforicamente "vincitore" delle elezioni per aver votato FI e ne sono adesso egualmente estraneo per aver perso, votando lo stesso partito. La mia vita non è cambiata prima e non cambia adesso nei suoi aspetti strettamente privati ed esistenziali, se si fa eccezione per gli eventi contingenti che possono verificarsi sotto ogni governo: quando piove, aumenta la benzina, scoppia una guerra, si verifica un attentato, chiude un'azienda che avrebbe comunque chiuso, viene arrestato qualcuno, e simili. Il discorso è del tutto diverso per quanti nell'essere eletti hanno investito ogni cosa o parecchio. Solo costoro possono dire propriamente di aver vinto o perso e forse insieme con loro il loro seguito e la loro clientela, ma guai ai cittadini che si identifichino in un gioco che passa sopra le loro teste e di cui possono vedere solo le remote conseguenze, così remote che riesce difficile riconoscerne l'effettiva responsabilità.

Ho notato nei dibattiti televisivi un modo di esprimersi frequente, che l'uno rinfaccia all'altro: «Guarda che la campagna elettorale è finita!». Ed io mi chiedo da cittadino: cosa vuol dire? Adesso che siamo stati gabbati, potete infischiarverne di quanti dovevate indurre al voto? Durante la campagna elettorale si parla in un modo e dopo in un'altro? La verità non è più la stessa? Le campagne elettorali si fanno a chi la spara più grossa? A chi sa mentire o ingannare meglio? Lascio continuare la riflessione a chi legge. Io devo ora smettere, per sopraggiunti impegni, ma non senza il mio abituale ritornello. Dovrebbero esserci le condizioni per una riforma della partecipazione politica. Non mi riferisco ai modi della politica dei no global, ma alla partecipazione responsabile sui problemi minuti della vita di ogni giorno nel proprio territorio fino ad arrivare ai grandi temi nazionali ed internazionali. Se noi quisque de populo saremo capaci di farci carico del governo della nostra vita quotidiana, potremo dirci soggetti della politica. Se non ne saremo capaci, potremo solo essere oggetto dei calcoli e delle ambizioni altrui.

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