giovedì, giugno 29, 2006

Sul referendum: non siamo riusciti a farlo capire alla gente

L'esito referendario impone analisi e riflessioni di contenuto diverso. Condivido la spiegazione di Berlusconi: non siamo riusciti a far capire una buona e necessaria riforma. Di mio aggiungo un'ulteriore riflessione che riguarda l'organizzazione di Forza Italia: manca il radicamento territoriale. Non si può pensare di comunicare con la gente attraverso gli spot televisivi ed i salotti ballanti, i Vespa ed i mosconi. Occorre riunire gli iscritti in luoghi dove possono discutere e confrontarsi. In questa maniera si formano militanti che possono poi confrontarsi con gli iscritti di altri partiti o con i cittadini non militanti in partiti. In mancanza di ciò non vi è da stupirsi se non passano buone riforme ed il paese resta ingessato ed entra in grave decadenza, incapace di misurarsi con il mondo globalizzato.

A proposito di amnistia

Ammetto una mia inadeguatezza sull'argomento amnistia che per il resto non mi trova particolarmente sensibile. Molto ne sento parlare. Per i radicali è diventato un cavallo di battaglia. Io non riesco a pensare al problema se non da un punto di vista particolare e personale. Quale? Provo ad essere breve e conciso. I miei genitori, entrambi morti, iniziarono una causa civile per la revindica di un garage nel 1957. La causa si concluse vittoriosamente in primo grado nel 1959, ma poi vi fu appello ed i miei genitori si videro riconosciute le loro ragioni anche in appello nel 1984. Nel frattempo chi lo deteneva in modo abusivo (per quattro o cinque anni ancora dopo il 1984) aveva usato tutte le minacce, gli insulti e le pressioni possibili per indurre i miei genitori a cedergli il garage, nel frattempo da lui distrutto. Non reagendo saggiamente alle minacce, non cadendo nella provocazione, i miei genitori fecero tramite legale una formale querela per gravi reati subiti (insulti, minacce, dispetti, molestie quotidiane...). Il Tizio fu amnistiato prima ancora che la denuncia potesse aver corso. Questa è per me l'amnistia: un regalo fatto ai violenti, una beffa alle loro vittime. Che poi la giustizia non funzioni e che abbia bisogno di profonde e radicali riforme lo so bene e ne sono convinto, ma la soluzione a mio avviso non può trovarsi nel concedere l'impunità ai malfattori come mi pare che si rischi di fare.

La mia "appartenenza" a Forza Italia

Faccio fatica a far capire che la mia iscrizione a Forza Italia è una scelta costituzionale, ovvero una rassegnazione in matura età, a favore del sistema dei partiti, che per gran parte della mia esistenza ho aborrito. In questi giorni in cui si torna a parlare dell'omicidio D'Antona, mio collega di istituto (che conoscevo appena appena di vista), occorre riflettere che se non si vuole e non si deve percorrere la via dell'eversione e della violenza, occorre "fare politica" dentro le forme e gli istituti concessi: i partiti politici. Il "fare politica" incomincia all'interno del partito che si è voluto scegliere. Io ho scelto Forza Italia, all'epoca il partito di maggioranza relativa. Ma il discorso vale ed è lo stesso per ogni altro partito. Purtroppo la vita non è facile all'interno di un partito politico: i partiti politici soffrono di tutti i mali che la letteratura scientifica ha individuato e descritto. I vertici sono tutti ben disposti a concederti una tessera, ma solo per applaudire al notabile di turno. Ogni volta che si svolgono le elezioni ricevi tanta cartaccia con cui ti si chiede il voto per questo o per quello. Se chiedi di poter discutere di cosa pubblica, di bene pubblico, di affari politici, trovi il silenzio. Ma è forse più esatto dire che il tipico rappresentante politico "non vuole" un cittadino ed elettore maturo in grado di riflettere e ragionare sulla cosa pubblica, ma vuole invece un "cliente" da legare con un voto di scambio, speculando sui suoi bisogni, sulle sue paure, sulla sua ignoranza. Le sedi nazionali dei partiti sono un monumento all'inutilità. Molti in Forza Italia hanno lasciato il partito per non aver trovato con chi parlare. Se qualche volta i Notabili affittano una grande sala e mandano inviti, ciò avviene per un loro proprio interesse. Guai se qualcuno da guastafeste pensa di aver trovato un luogo in cui finalmente poter parlare.

Anna Finocchiaro, una donna seria

Mi sono assentato dai canali di informazione per oltre dieci giorni. Mi trovavo in un paese della Calabria estrema, che io dico abbandonato da dio e dagli uomini. Qui c'è stato un altissimo numero di "no" al referendum per la riforma della costituzione, l'autonomia tributaria, l'autogoverno locale. Il mio primo commento è stato: in Calabria si sentono tutti degli eterni assistiti e del tutto incapaci di badare a se stessi! Ma si può anche interpretare il voto dicendo che i calabresi sono più italiani degli altri, ad incominciare dai lombardi e dai veneti...

A Seminara non ho connessione veloce ad internet. Ma fa anche bene per un certo tempo non ricevere notizie. Lentamente mi informo di quanto è successo. L'episodio del giorno è il lancio del regolamento in direzione dell'ex-sindacalista Marini che ha negato ad un senatore la parola. Le interpretazioni dell'accaduto hanno versioni differenti a seconda della collocazione politica. E' inutile andare a cercare una Verità che sia per tutti e che da tutti possa venire riconosciuta. Riporto di seguito la dichiarazione di una donna che sempre più vedo ai dibattiti televisivi, una stella in ascesa, Anna Finocchiaro, perfino candidata per la presidenza della Repubblica:

«...Quanto all'espulsione di Malan, Anna Finocchiaro, presidente dei senatori dell'Ulivo, ha raccontato che l'esponente forzista è stato espulso dall'Aula per aver lanciato il volume del regolamento del Senato contro il presidente Marini. Mentre alle accuse dell'opposizione, ribatte: ''Siamo seri, al massimo c'è una diversa interpretazione del regolamento''. ''Ciò non toglie - ha aggiunto - che per quanto ci riguarda non possiamo non ammettere che ci sia un problema politico. E, al riguardo, valuto positivamente la decisione del presidente Marini di affidare la questione alla Giunta del regolamento''...»


AL MASSIMO UNA DIVERSA INTERPRETAZIONE DEL REGOLAMENTO: appunto l'interpretazione di Marini!

Ma in fondo, regolamento o non regolamento, di cosa si trattava? di far parlare qualcuno che chiedeva di poter parlare. Cosa ci stia scritto nel regolamento poco mi interessa. Noto il fatto che nel parlamento "non si parla"... Arrivo a capire che si possa parlare solo per perdere tempo e far perdere tempo. Ma appunto si poteva abolire (con il referendum) una delle due Camere e concentrare la discussione in una sola Camera, disponendo di un tempo maggiore, sperabilmente per una maggiore riflessione sulle leggi destinate ad affliggere tutti i cittadini....

Mah!

venerdì, giugno 16, 2006

A proposito di Ciampi e del suo "no".

Ciampi non è più presidente della repubblica e non credo gli sia dovuto lo stesso rispetto istituzionale finché era in carica. Posso perciò legittimamente dire che non l'ho mai sentito come un mio presidente. Se doveva rappresentare l'unità della nazione io non mi sono mai sentito con lui parte di quella unità. Lo posso dire anche per Napolitano e per tutti i presidenti della repubblica che si sono succeduti e che io ricordo. Ho perfino detto in un post che il re era forse meglio. Lui poteva meglio rappresentare l'unità degli italiani di quanto non abbiano saputo fare i presidenti della repubblica, la cui elezione è a mio avviso il frutto di una spartizione del bottino: la fetta più grossa della torta.

Nel caso specifico non mi stupisce che Ciampi sia per il no. Deve infatti la sua aurea vecchiaia ai vantaggi a lui procurati dal vecchio sistema di potere. E' figlio di questo sistema, al quale sono aggrappati tutti quelli che ne traggono vantaggio. Non credo che l'enorme debito pubblico accumulato governo dopo governo sia tutto dovuto alle pensioni per vecchiette altrimenti abbandonate, ma penso invece che la massima parte sia dovuto alle rendite del ceto politico ed ai metodi spregiudicati per mantenersi al potere legislatura dopo legislatura. Ai privilegi nessuno rinuncia spontaneamente.

mercoledì, giugno 14, 2006

Il partito sanfedista italiano

Sento delle posizioni assunte da Buttiglione, Mantovano, Binetti, ecc. Tutto prevedibile. Come uomini politici costoro non esisterebbe se non avessero costruito tutta la loro carriera politica nell'osservanza dei dettati vaticani, dando vita ad un moderno partito sanfedista. Un confronto con loro mi sembra impossibile ed il tempo sprecato. Discuterne ancor più inutile. Mi chiedo tuttavia se queste posizioni possono far parte della casa delle libertà, dove il termine libertà mi sembra quanto mai incompatibile con i nomi citati. Io conservo la tessera di Forza Italia fino a quando non mi verrà ritirata. Ed è sventolando la tessera che dico ai vari De Lillo, Tajani, Sodano ecc. ecc. che sono fermamente contrario ad ogni politica clericale di subordinazione dello Stato italiano al Vaticano ed alla gerarchia ecclesiastica. Se prevarrà questa politica all'interno della cosiddetta Casa delle Libertà credo che continueremo a perdere le elezioni. Io però non avrò perso in ogni caso nulla, perché anche vincendo avrei perso comunque con i De Lillo, Tajani, ecc. posti ai vertici del partito e nella condizione di far cantare il coro: io non canto con loro. Se poi posso far valere il titolo o la tessera di battezzato nella religione cattolica (tessera a me imposta e non scelta) dico che con i Buttiglione e i Mantovano mi trovo lontano mille miglia: i preti devono stare al loro posto e mio compito di battezzato non è di mettermi al loro servizio, infeudando alla Chiesa lo Stato e l'amministrazione civile, la scienza e le istituzioni educative. La »fede« se la deve tenere ben stretta chi pensa di avercela, ma non la si può imporre a nessuno con la forza o la costrizione. A scanso di equivoci e per evitare colpi bassi da parte degli avversari sanfedisti dico anche che nessuno più di me sa essere rispettoso dei valori autenticamente religiosi, che però attengono alla sfera privata di ognuno. Se diventano momento »pubblico« e legge dello Stato danno adito a tutte le più nefaste degenerazioni che abbiano conosciuto nella storia e che in nome di Dio e di Cristo hanno portato al più grande massacro di innocenti della storia. La fede pubblicamente professata diventa facilmente una forma di ipocrisia ed il cattolicesimo rischia di essere la più ipocrita delle religioni.

Quanto mai sciocco trovo l'argomento che rende eguale il 75 per cento dell'astensionismo al 75 per cento del no a fronte del 25 per cento del si. Quel 75 per cento non significa nulla ed è il nulla. Pertanto non potrà costituire un vincolo per il parlamento nell'auspicabile modifica parlamentare della legge liberticida sulla fecondazione assistita ed oscurantista per quanto riguarda la ricerca scientifica (parlo da ricercatore). Al contrario il 25 per cento manifesto per il si vuol dire una proposta di legge proveniente direttamente dai cittadini: i parlamentari faranno bene a tenerne il massimo conto.

L'aggregazione politica si costruisce sui programmi e non sulle bandiere che possono non significare nulla. Seguire la bandiera senza guardare cosa c'è dietro è come fare il tifo per la squadra del cuore. Lo scandalo del calcio dovrebbe essere di ammaestramento a considerare la politica ed il governo del paese con altre attitudini mentali e categorie logiche da quelle del gioco del calcio. Di democrazia molto si parla in Italia, ma dove essa sia e che cosa sia nessuno lo sa bene.

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L'incostituzionalità del Concordato
Laici e laicisti: il gesuitismo linguistico
TESTO

domenica, giugno 11, 2006

Il caso D'Elia e problemi connessi

Fino a pochi giorni fa sapevo poco o nulla di Sergio D'Elia. Se ho capito i termini essenziali del caso si tratta di un ex-terrorista che si è "rieducato", ha scontato la sua pena, nella quale evidentemente non era inclusa la perdita definitiva ed irreversibile dei diritti politici attivi e passivi. Ha così potuto fare una carriera politica fino ad essere eletto alla Camera con tutti i lauti privilegi del nuovo status giuridico . E' stato anche eletto negli organi di governo della Camera, di cui è presidente il comunista Fausto Bertinotti. L'elezione a Segretario della Camera è stato l'evento che ha suscitato lo scandalo ed aperto il caso. Dico subito che del fatto non mi scandalizzo e non protesto come stanno facendo molti all'interno della Casa delle Libertà. Può perfino darsi che D'Elia sia migliore di molti altri che pure siedono in parlamento. Non brucio di entusiasmo per il suo percorso politico, ma neppure perdo il mio sonno pensando a lui. Vi sono ben altri motivi che turbano le mie notti.

L'insistenza mediatica sul tema mi spinge però a qualche riflessione in margine. Nel sistema delle pene, oltre alla pena di morte, dallo stesso D'Elia contrastata attraverso l'Associazione "Nessuno tocchi Caino", esisteva se ben ricordo anche la perdita dei diritti politici. Ripeto: non ho qui accanto a me i codici penali ed i tomi della Dottrina penalistica. Non ho né il tempo né la voglia di immergermi in una ricerca al riguardo per poi riportare gli illustri pareri ed i precedenti e tutta la casistica. Ho già fin troppe cose da dover studiare. Fino a quando D'Elia ed altri non intendano abolire il concetto stesso di pena, di qualsiasi pena e di qualsiasi sistema penale, è possibile immaginare come pena principale o accessoria la perdita dei diritti politici. Rousseau non immaginava che tutti potessero far parte del suo modello di democrazia, che aveva bisogno di cittadini particolarmente virtuosi, di cui nelle democrazie reali e attuali non esiste neppure l'ombra. Astrattamente parlando, ragionando sul sistema delle pene possibili, condite o da condire, considerati i reati ascritti e scontati da Sergio D'Elia, avrebbe potuto anche essere prevista in via principale la perdita dei diritti politici e ogni possibilità di una carriera politica. Se ciò non è stato previsto per Sergio D'Elia, non gli si può applicare una pena aggiuntiva non scritta nel codice penale. Ripeto: non sto parlando male di D'Elia. Lo conosco poco e mi interessa ancor meno. Il mio ragionamento intende approdare a ben altro proprio prendendo spunto dal caso D'Elia e tocca i fondamenti della legittimità di tutto il nostro sistema.

La nostra Repubblica si dice fondata sulla Resistenza e trae la sua legittimità da una contrapposizione netta con il regime fascista precedente ed in pratica contro tutta la storia della prima metà del XX secolo. Per far carriera politica ed assurgere ai vertici dello Stato nel vuoto politico dell'immediato dopoguerra bastava esibire il minimo titolo di antifascismo, magari falsificando le carte. Molte fortune e dinastie politiche sono nate allora e si sono perpetuate come rendita. Viceversa chi durante il fascismo aveva avuto un qualche ruolo doveva allora accuratamente nascondersi o addirittura emigrare in qualche paese del sudamerica e perfino cambiare nome per non farsi ritrovare dai servizi segreti. Voglio riferire un gustoso episodio, assolutamente vero, anche se per motivi di privacy non faccio alcun nome e cerco di evitare ogni possibile identificazione.

Mi trovavo a casa di un mio vecchio maestro, ormai in pensione, di cui ero stato l'ultimo allievo nel suo ultimo anno di insegnamento. Ero dall'altro lato della scrivania quando squillò il telefono ed io mi trovai nel bel mezzo di una lite baronale per motivi di concorsi e di cattedre da far vincere a questo o quello, meritatamente o meno. Non ero parte in causa. Nelle opposte posizioni volarono degli insulti da una parte e dell'altra. Dall'altra parte del telefono volò un "mafioso siciliano", per la verità un insulto questo del tutto infondato per quanto mi fosse dato sapere. Ma da parte del mio anziano professore, che era stato ai vertici del fascismo, mi furono esibite delle carte dove risultava in modo inconfutabile che l'Eccellenza all'altro capo del telefono non si era fatto scrupolo di chiedere i favori dell'anziano professore, esponente autorevole del fascismo al potere. I "saluti fascisti" e le richieste di raccomandazione non avevano impedito all'Eccellenza il cursus honorum nell'Italia della Resistenza.

Il caso D'Elia contrasta con tutto una politica di discriminazione verso mezzo secolo di storia e tutti gli uomini che ne furono coinvolti, spesso senza aver fatto male ad una mosca, ma solo per aver avuto un'opzione politica a favore di un diverso sistema di organizzazione di un assetto politico, sia pure tralignato. I giorni della memoria e simili hanno un senso polemico e discriminatorio verso un'intera generazione che ci ha preceduto. Il caso D'Elia è importante perché rivela una fondamentale ipocrisia che costituisce la sostanza morale e intellettuale del regime vigente. Paolo Flores d'Arcais aveva organizzato in Roma al Goethe Institut un convegno per dimostrare il contrasto con il diritto naturale del governo Berlusconi uscito dalle urne nel 2001 con margini di consenso ben più ampio dei dubbi 24.000 baci del governo Prodi. Se si volesse oggi ripetere quel convegno per il governo Prodi credo che vi sarebbe un ben altro fondamento per appellarsi al diritto naturale ed ai principi di legittimità di un regime politico.

venerdì, giugno 09, 2006

»Appello alla ragione«: per non dimenticare!

Capita di dover mettere ordine fra le proprie carte. E' quello che mi sta succedendo mentre sono alla ricerca di importanti documenti fiscali. Nel fare questo lavoro di riordino e di ricerca al tempo stesso si ritrovano cose perse, oppure si decide di dare al cestino quello che più non serve o non è attuale. Capita a volte anche di trovare del materiale non più di interesse attuale, ma ormai di interesse "storico" e come tale non necessariamente da cestinare. Mi è così capitato un fascicolo di "si alla vita" (anno XXVII, numero 5, maggio 2005 - Speciale referendum). Non so o non ricordo come sia finito nelle mie mani. Non devo averlo letto a suo tempo e devo averlo accettato solo a fini di documentazione.

Il fascicolo si apre con un articolo di Carlo Casini dal titolo "Appello alla ragione" ed inizia con queste parole: «Il referendum è ormai alle porte. L'esito di questa consultazione, qualunque esso sia, segnerà profondamente il futuro del nostro paese». E prosegue: «E' questa la ragione per la quale il popolo della vita ha impegnato tutte le sue energie per sbarrare la strada a questi referendum che riporterebbero il paese al far west».

E' vero non potrò mai dimenticare questo referendum fino alla fine dei miei giorni. Ho assunto delle posizioni che non corrispondono a quelle degli astensionisti. Avrei anche accettato e rispettato un risultato leale che segnasse la vittoria di un "si" o di un "no". Ma la posizione astensionista di quanti già evidentemente sapevano di perdere se avessero votato per il "no", mi sembra una frode ed un atto ribaldo di vigliaccheria. Non sono disposto e non posso dimenticare quella che a me appare una violazione delle regole della convivenza pacifica dei cittadini. Fuori di queste regole di rispetto reciproco esiste non il far west, ma la legge della giungla.

Quanto poi all'autoproclamarsi il "popolo della vita" in contrapposizione ad un presunto "popolo della morte" suona quanto mai offensivo in chi sa amare la vita ben al di là delle strumentalizzazioni ideologiche e confessionali che della vita è stata fatta e che si traduce in morte quotidiana per milioni di bambini africani. Terrò accanto a me il fascicolo sciagurato per non dimenticare le ragioni di una contrapposizione civile e culturale che in effetti hanno già segnato profondamente la storia, sia pure recente, di questo Paese. Ne trarrò spunto per altre riflessioni titolo "Appello alla ragione", che evidentemente non può essere la stessa per i Casini d'Italia e per me. Gli antichi dicevano che l'uomo è misura di tutte le cose, ma oggi questo non lo si puà dire perché misura di ogni cosa è Carlo Casini, anche delle cose che non lo riguardano.

giovedì, giugno 08, 2006

Lacrime e sangue

Sto ascoltando a Radio Radicale un filo diretto con il senatore Morando, eletto presidente della Commissione Bilancio. Pur avendo studiato economia all'università, non mi sento di dire che la materia mi sia familiare. Nessuno di noi può però sottrarsi alle impressioni. E la mia è che ci attendono lacrime e sangue non per mettere ordine nei conti dello stato e per sanare il debito pubblico, come vorrebbe dare ad intendere il nuovo manovratore Morando, ma per finanziare i costi nuovi e antichi della politica. Altra mia impressione è che la lotta politica non abbia ordinariamente come suo scopo la soluzione del problema o dei problemi, ma la conquista pura del potere per gestirne i vantaggi. Se la nave affonda, incomincia ad affondare dal basso. Chi sta sul ponte di comando fa sempre in tempo a salire su una scialuppa di salvataggio, chi si trova nella stiva, magari incatenato, ha appena il tempo per raccomandarsi l'anima a dio, se ci crede. Non è questa un'analisi scientifica, ma solo una sensazione ed una manifestazione di sfiducia nel ceto politico in tutta la sua interezza e senza labili distinzioni partitiche. Come se ne possa uscire fuori, non mi è dato saperlo, ma posso solo sperarlo.

mercoledì, giugno 07, 2006

Cosa è il cattolicesimo

Ad ogni Pasqua e Natale la televisione di stato trasmette filmati sulla vità di Gesù e degli Apostoli. Vediamo il pescatore Gesù ed i suoi discepoli vestiti di panni comuni, se non poveri. Vengono condannati e messi a morte o in fuga dal potere civile e religioso del tempo: i romani di Ponzio Pilato e gli ebrei del Sinedrio. Da un punto di vista culturale la figura di Gesù, storicamente accertata, è assimilabile ad uno dei tanti "filosofi" o "predicatori" di epoca ellenistica. Le sue dottrine religiose e non propriamente filosofiche si collocavano in un vasto contesto di dottrine filosofiche e di fedi religiose: uno fra tanti. La storia è nota e non è mia intenzione fare qui una lezione a color che sanno.

Le cose cambiano con Costantino e Teodosio. Il cristianesimo, la dottrina di Gesù e dei suoi discepoli, diventa unica religione ufficiale dell'Impero. Diventa cattolicesimo ed i papi vestono panni regali ed imperiali. Tutte le altre posizioni filosofiche e religiose vengono bandite, proibite, combattute, estirpate. Un lavoro meticoloso e progressivo di secoli. Le antiche "radici" che avevano fatto crescere e prosperare il mondo greco-romano e medio-orientale vengono spietatamente estirpate. I templi pagani con tutte le loro statue di dei vengono abbattuti o trasformati in chiese cristiane. Quello che non si può cancellare del passato pre-cristiano viene riciclato in forme adattate. Ma soprattutto viene messa ora in croce o al rogo quella figura del filosofo individuale che con libertà di spirito e di intelletto conduceva libere ricerche sui temi disparati della scienza e della filosofia. La scuola di Atene viene chiusa ufficialmente nel 529. Un'antica tradizione di mille anni accertati è cancellata per fare posto alla nuova unica verità imposta con la forza e con tutti gli strumenti di coercizione dello Stato: la cosiddetta libertà di coscienza è costretta dentro una camicia di forza!

Per molti secoli il Papa diventa il succedaneo dell'Imperatore. Si era perfino inventato un testamento che sarà rivelato come un falso da Lorenzo Valla. Lo Stato della Chiesa non è neppure cessato con il 1870 (Breccia di Porta Pia). Fino allora aveva potuto contare sulla protezione francese che era venuta meno con la vittoria della Germania sulla Francia. I piemontesi con l'opportunismo che ha sempre caratterizzato la politica estera italiana attaccarono allora le ultime resistenze pontificie, ma lasciarono il papa ed il clero dentro le mura vaticane, garantendone una posizione di rispetto che avrebbe dovuto esercitarsi entro un ambito strettamente religioso: libera chiesa e libero Stato. Fu così fino al 1929, quando un "uomo della provvidenza" chiamato Benito Mussolini riconobbe le statualità del cattolicesimo: il fascismo fece del Vaticano uno Stato fra Stati.

Oggi il cattolicesimo ha la sua più forte armata in un elettorato che può influenzare l'alternanza dei governi. Tutti i governi in carica fanno a gara con concessioni di ogni genere per intercettare il voto di quanti seguono le indicazioni elettorali del clero. Chi sono i cattolici? I battezzati? Lo sono stato anche io in un'età in cui non ero neppure in grado di parlare. Giunto all'età della ragione e dopo aver molto fatigato mi riconoscono nelle figure di quei "filosofi" licenziati circa 1500 anni fa. Mi sento perfino, ma in un senso ben determinato, un "collega" di Gesù Cristo. Ma per il resto non riesco a non vedere nel cattolicesimo istituzionale nient'altro che una struttura di potere basato su una serie di istituzioni civili e di controllo di momenti delicati dell'esistenza di ognuno: l'amministrazione del matrimonio, della morte, della nascita e simili. Da "filosofo" trovo quanto mai opinabili i pronunciamenti autoritativi delle gerarchie cattoliche su temi intorno ai quali può legittimamente esercitarsi il giudizio e la libera scelta di ognuno: giudizio e libera scelta che sono esercizio di un diritto sacrosanto quanto riguardano ambiti strettamente personali, sulle quali anche sbagliando le migliori decisioni sono quelle prese con la propria testa e non con quella altrui.

Detto ciò alquanto schematicamente, aggiungo che in tutti i miei interventi sulla materia non ho mai inteso fare professione di ateismo, anticlericalismo, anticattolicesimo, immoralismo. Ne sanno qualcosa i sacerdoti di cui sono sincero amico. Non esistendo altre forme di culto non ho mai esitato ad avvalermi delle forme cattoliche per manifestare la mia "pietas" per i genitori morti, verso i quali la mia devozione credo possa ricondursi a forme di religiosità precristiana.

Mi dispiace che il cosidetto polo delle libertà per un calcolo puramente elettorale abbia scelto per bocca dei deputati eletti alle camere una posizione prona davanti a tutte le esternazioni del papa e della gerarchia cattolica. Conservo la mia tessera di Forza Italia, ma mi schiero su posizioni contrapposte a quelle dei Pera, Casini, Sodano, Mantovano ecc. Non credo neppure nella sincerità delle loro posizioni religiose, che se esistono e sono autentiche dovrebbero essere ul loro fatto privato e personale da custodire gelosamente in una sfera di privatezza. Invece parlano dal pulpito per catturare voti. Ai miei rari commentatori non rispondo più. Ho detto ripetutamente che per me prendere la tessera di un partito (FI nel mio caso) non significa ripetere pappagallescamente ciò che dice il Capo o i pezzi da novanta, ovvero il Papa ed i Cardinali in vesti di partito. Significa incominciare a discutere e a confrontarsi all'interno dello schieramento scelto. Il momento del confronto elettorale con altri schieramenti, la disputa da osteria con tesserati di altri partiti (Berlusconi ricco e ladro, anzi ricco perché ladro, ecc., invidia sociale e quanto altro) è per me cosa alquanto secondaria. Anzi mi auguri che i tesserati di altri partiti siano capaci di assumere all'interno del loro schieramento la stessa libertà che io assumo in Forza Italia. Credo che il modo corrente di parlar di politica (senza averne i più né arte né parte) sia una degenerazione calcistica della politica: il paese è anche per questo allo sbando! La democrazia non è democrazia, ma demagogia. La nave è governata da una ciurma di ubriaconi, capitano compreso.

Colgo con la presente occasione per dire ai mie eventuali lettori che sono lor grato se leggeranno le mie esternazioni, sulle quali cercherò di metterci sempre tutta la serietà possibile nel momento dato, ma non risponderò ai loro commenti in contradditorio. Quello che avrò da dire cercherò di dirlo nelle forme generali del Post. Il commento anche in completo dissenso sarà lecito per ognuno: gli unici limiti e censure sono quelle di carattere penale, civile, di rispetto della netiquette e simili. Ma per il resto da liberale autentico lascio ognuno libero di esercitarsi con una cosa molto più difficile di quanto comunemente si ritenga: la libertà di pensiero. Alcuni miei ultimi commentatori non si accorgono di quanto siano incapaci di "libero pensiero": ripetono stantivi cliché messi nella loro testa dagli apparati mediatici e credono di parlare per bocca e testa propria. In un seminario posso insegnare l'esercizio del pensiero a studenti che abbiano fiducia in me come docente, ma in rete non posso mettermi a fare il maestro di nessuno. Per il dibattito e la discussione la sede più appropriata mi sembra il gruppo di discussione "Club Tiberino", che è appunto un "gruppo di discussione", mentre questo è tecnicamente un "blog", dove spendo il mio credito personale. Ovviamente sono graditi i commenti, e ringrazio quanti mi scrivono, ma non posso qui programmare la risposta e discussione sistematica di ogni commento ai miei personalissimi testi.