domenica, giugno 11, 2006

Il caso D'Elia e problemi connessi

Fino a pochi giorni fa sapevo poco o nulla di Sergio D'Elia. Se ho capito i termini essenziali del caso si tratta di un ex-terrorista che si è "rieducato", ha scontato la sua pena, nella quale evidentemente non era inclusa la perdita definitiva ed irreversibile dei diritti politici attivi e passivi. Ha così potuto fare una carriera politica fino ad essere eletto alla Camera con tutti i lauti privilegi del nuovo status giuridico . E' stato anche eletto negli organi di governo della Camera, di cui è presidente il comunista Fausto Bertinotti. L'elezione a Segretario della Camera è stato l'evento che ha suscitato lo scandalo ed aperto il caso. Dico subito che del fatto non mi scandalizzo e non protesto come stanno facendo molti all'interno della Casa delle Libertà. Può perfino darsi che D'Elia sia migliore di molti altri che pure siedono in parlamento. Non brucio di entusiasmo per il suo percorso politico, ma neppure perdo il mio sonno pensando a lui. Vi sono ben altri motivi che turbano le mie notti.

L'insistenza mediatica sul tema mi spinge però a qualche riflessione in margine. Nel sistema delle pene, oltre alla pena di morte, dallo stesso D'Elia contrastata attraverso l'Associazione "Nessuno tocchi Caino", esisteva se ben ricordo anche la perdita dei diritti politici. Ripeto: non ho qui accanto a me i codici penali ed i tomi della Dottrina penalistica. Non ho né il tempo né la voglia di immergermi in una ricerca al riguardo per poi riportare gli illustri pareri ed i precedenti e tutta la casistica. Ho già fin troppe cose da dover studiare. Fino a quando D'Elia ed altri non intendano abolire il concetto stesso di pena, di qualsiasi pena e di qualsiasi sistema penale, è possibile immaginare come pena principale o accessoria la perdita dei diritti politici. Rousseau non immaginava che tutti potessero far parte del suo modello di democrazia, che aveva bisogno di cittadini particolarmente virtuosi, di cui nelle democrazie reali e attuali non esiste neppure l'ombra. Astrattamente parlando, ragionando sul sistema delle pene possibili, condite o da condire, considerati i reati ascritti e scontati da Sergio D'Elia, avrebbe potuto anche essere prevista in via principale la perdita dei diritti politici e ogni possibilità di una carriera politica. Se ciò non è stato previsto per Sergio D'Elia, non gli si può applicare una pena aggiuntiva non scritta nel codice penale. Ripeto: non sto parlando male di D'Elia. Lo conosco poco e mi interessa ancor meno. Il mio ragionamento intende approdare a ben altro proprio prendendo spunto dal caso D'Elia e tocca i fondamenti della legittimità di tutto il nostro sistema.

La nostra Repubblica si dice fondata sulla Resistenza e trae la sua legittimità da una contrapposizione netta con il regime fascista precedente ed in pratica contro tutta la storia della prima metà del XX secolo. Per far carriera politica ed assurgere ai vertici dello Stato nel vuoto politico dell'immediato dopoguerra bastava esibire il minimo titolo di antifascismo, magari falsificando le carte. Molte fortune e dinastie politiche sono nate allora e si sono perpetuate come rendita. Viceversa chi durante il fascismo aveva avuto un qualche ruolo doveva allora accuratamente nascondersi o addirittura emigrare in qualche paese del sudamerica e perfino cambiare nome per non farsi ritrovare dai servizi segreti. Voglio riferire un gustoso episodio, assolutamente vero, anche se per motivi di privacy non faccio alcun nome e cerco di evitare ogni possibile identificazione.

Mi trovavo a casa di un mio vecchio maestro, ormai in pensione, di cui ero stato l'ultimo allievo nel suo ultimo anno di insegnamento. Ero dall'altro lato della scrivania quando squillò il telefono ed io mi trovai nel bel mezzo di una lite baronale per motivi di concorsi e di cattedre da far vincere a questo o quello, meritatamente o meno. Non ero parte in causa. Nelle opposte posizioni volarono degli insulti da una parte e dell'altra. Dall'altra parte del telefono volò un "mafioso siciliano", per la verità un insulto questo del tutto infondato per quanto mi fosse dato sapere. Ma da parte del mio anziano professore, che era stato ai vertici del fascismo, mi furono esibite delle carte dove risultava in modo inconfutabile che l'Eccellenza all'altro capo del telefono non si era fatto scrupolo di chiedere i favori dell'anziano professore, esponente autorevole del fascismo al potere. I "saluti fascisti" e le richieste di raccomandazione non avevano impedito all'Eccellenza il cursus honorum nell'Italia della Resistenza.

Il caso D'Elia contrasta con tutto una politica di discriminazione verso mezzo secolo di storia e tutti gli uomini che ne furono coinvolti, spesso senza aver fatto male ad una mosca, ma solo per aver avuto un'opzione politica a favore di un diverso sistema di organizzazione di un assetto politico, sia pure tralignato. I giorni della memoria e simili hanno un senso polemico e discriminatorio verso un'intera generazione che ci ha preceduto. Il caso D'Elia è importante perché rivela una fondamentale ipocrisia che costituisce la sostanza morale e intellettuale del regime vigente. Paolo Flores d'Arcais aveva organizzato in Roma al Goethe Institut un convegno per dimostrare il contrasto con il diritto naturale del governo Berlusconi uscito dalle urne nel 2001 con margini di consenso ben più ampio dei dubbi 24.000 baci del governo Prodi. Se si volesse oggi ripetere quel convegno per il governo Prodi credo che vi sarebbe un ben altro fondamento per appellarsi al diritto naturale ed ai principi di legittimità di un regime politico.

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