sabato, novembre 18, 2006

Una voce fuori dal coro

Si è svolto in Venezia un convegno della Fondazione Liberal, di cui apprendo dal telegiornale della sera e dove Adornato, sembra essere il portavoce di Gattegna, il presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche italiane, che evidentemente più che essere italiane sono israeliane e esercitano un'azione lobbystica a favore di Israele analogamente a ciò che fa la comunità ebraica statunitense. Ascolto anche le dichiarazioni di Fini pro Israele. Prima di entrare nel merito del conflitto arabo-israeliano, dico arabo-israeliano non palestinese-israeliano, sorgono in me alcune questioni attinenti alla democrazia interna dei partiti. E' noto che l'art. 49 della costituzione è rimasto lettera morta. Ogni posizione di partito, la linea politica, dovrebbe essere il risultato di un ampio dibattito interno di tutti gli iscritti, sancito da un voto su una mozione o un articolato. Nulla di ciò avviene, ma capita di sentire ai telegiornali della serca ciò che su una determinata questione dicono Cicchitto, Fini, Bondi, i vari portavoce e mezzobusti televisivi di partito, un ceto politico ogni giorno sempre più screditato, opportunista e pronto a passare da una parrocchia all'altra, privo di scrupoli e di rispetto per i più elementari princìpi di moralità pubblica. Da questi soggetti ci si può aspettare di tutto… Figuriamoci quanto possono essere prese sul serio le prediche che vengono da quei pulpiti!

E se qualche iscritto o elettore la pensa diversamente? Possibile che 10 milioni di elettori di FI, 300 mila iscritti, o tutti gli elettori della defunta (dicono) Casa delle Libertà. Altrettanti in Allenza Nazionale. Posso anche ammettere che la mia posizione possa essere non maggioritaria all'interno dell'area politica in cui ho deciso di militare, ma rivendico con ostinazione una mia opinione dissenziente di minoranza. Non ho nessun interesse a ricoprire cariche di nessun genere, ma non rinuncio per nessun motivo alle mie opinioni e alle mie convinzioni. Sono abituato a pensare con la mia testa e mi guardo bene dal lasciarmi prendere da conformismi di sorta. Se ho la tessera di un partito e prendo una tessera sulla scorta del citato art. 49 della costituzione, ciò non può significare che da quel momento smetto di pensare con la mia testa e divento un pappagallo di ciò che un Fini dice alla sera in una dichiarazione rilasciata ai tg e di cui solo così apprendo. Vi è chiaramente un deficit di democrazia, che dovrebbe essere una buona volta seriamente affrontato. Troppo spesso si usa la parola "democrazia" ed il suo aggettivo "democratico". Ma sono termini vuoti, privi di autentico significato. E quindi diventa grottesco il proposito di esportare altrove un modello di democrazia, la cui pochezza possiamo facilmente constatare. Non è da stupirsi poi se nei momenti più critici nell'esistenza politica di un paese si sente sempre più spesso il bisogno di manifestare e farsi sentire nelle piazze.

Se la democrazia rappresentativa, se la rappresentanza politica dei deputati, fosse reale e perfetta, non vi sarebbe nessun bisogno delle manifestazioni di piazza, che evidentemente hanno un destinatario. Si manifesta per qualcosa, ma anche per dire qualcosa a qualcuno che evidentemente non ascolta e che occorre apostrofare pubblicamente. Oppure deve intendersi che la manifestazione pubblica sia il solo modo per comunicare con chi reveste la carica di rappresentante politico, eletto da uno, centomila e nessun cittadino. Ma se così si può intendere perché offendere i manifestanti? Non importa chi essi siano e cosa fanno entro certi limiti. Una manifestazione, per quanto violenta sul piano verbale e nella gestualità e nel simbolismo, non è un episodio di guerra civile. Le manifestazioni devono dunque essere intrerpretate per il loro contenuto di volontà, e si badi di una volontà che non si potrebbe altrimenti conoscere. Non tutte le manifestazioni sono eguali. Possono essere strettamente dipendenti da chi li organizza. Conosco un paesano che tranquillamente dalla Calabria viene a fare del turismo a Roma ogni volta che il Partito gli mette a disposizione un posto sul pulman. Insomma, anche qui bisogna discernere, ma senza mai togliere tutto il loro significato alle manifestazione dirette di popolo. E che dire poi quando le manifestazioni sfuggono a qualsiasi controllo da parte degli organizzatori che magari si dissociano dopo aver suscitato il mostro della protesta di piazza? Sono forse queste le più autentiche e veritiere? Interpretare il volere del popolo, se un popolo esiste, è cosa quanto mai ardua e difficile quanto interpretare un oracolo.

Nella ridda delle condanne e dissociazioni a moti spontanei di piazza, dico spontanei in quanto non ordinati dai servizi segreti attraverso agenti provocatori o dai servizi “d’ordine” di sindacati e partiti solidamente organizzati (quelli di sinistra), lascia di stucco l’ignoranza ed il cinismo di una classe politica che non sembra neppure essersi accorta di aver portato il paese in guerra. Infatti, si è smarrita quella chiara distinzione fra pace e guerra che esisteva nel diritto internazionale prima dell’avvento di istituzioni come la Società delle Nazione o la sua riedizione come ONU. Si pretende che esista una condizione intermedia. Si è in un teatro di guerra che più chiaro non potrebbe essere (Iraq) e si insiste nel dire che si è in «missione di pace». Quale pace? Quella dei cimiteri. E quei morti che ci hanno restituito da dove sono piovuti? Dal cielo? Sono morti di polmonite? A chi li ha ammazzati si vuol dare dello stupido e dell’ignorante oltre che di delinquenti, pazzi e criminali? Chi li ha ammazzati almeno non lo ha fatto per sbaglio, come fanno spesso americani ed israeliani che prima sparano e poi dicono altola, come in un famoso film con Alberto Sordi.

Sul merito della questione posta da Fini con la sua dichiarazione in materia di politica estera e posizione internazionale dell'Italia, di un'Italia che appena conosce la porta di casa, noto un grande conformismo da parte dei dirigenti nazionali. Si sono schierati da una parte ed hanno rinunciato a qualsiasi seria analisi. Ritengono che in ciò vi sia una convenienza politica e non intendono sapere altro. Facciano pure, ma non posso tollerare di dover sentire Fini, Cicchitto ed altri come se ha parlare fosse il papa con il dono dell'infallibilità- Per quanto riguarda Israele trovo carenti i suoi titoli di legittimità- Chi glieli avrebbe conferiti l'Onu? L'ONU dovrebbe anzitutto riuscire a legittimare se stesso. In pratica ed in concreto solo il mondo arabo nel suo complesso (98,8 per cento contro lo 0,2 per cento) può conferire ad Israele un titolo di legittimità ad esistere su un territorio arabo per avvenuta usucapione. Noi Occidentali (termine ambiguo ed onnicomprensivo) non possiamo imporre agli arabi il riconoscimento di Israele, ma dobbiamo costruire le nostre relazioni pacifiche innanzitutto con il 98,8 per cento del Medio Oriente. Diversamente ci siamo schierati dietro gli Stati Uniti in un chiaro disegno imperiale. Fummo noi violentati e sedotti nel 1945. Riteniamo che debba cedere all'irresistibile fascino americano anche gli Arabi. Evidentemente resistono con dignità ed eroismo. Ed io li ammiro. Minoritaria la mia posizione? E chi se ne impipa? So che è la mia opinione del momento. Potrò cambiarla, se mi ravvedo. Ma per adesso in coscienza la penso così. Non sono andato a nessuna manifestazione. Me ne sono rimasto in casa a lavorare e studiare. Ma grazie ad internet posso dire la mia per quel che vale. Non solo. Sono pronto a confrontare e discutere le mie opinioni e posizioni con chiunque pensi meriti attenzione.

Se qualche bello spirito mi volesse invitare a cambiare partito, rispondo che il problema da me posto esiste in ogni partito. Non si può immagine che tutti pensino con la stessa testa o siano proni alla testa di Uno Solo. Le opinioni di ognuno possono trovane le più disparate convergenze e divergenze. Non potrebbero esistere partiti o aggregazioni di nessun genere, se si dovesse pretendere che tutti pensino su ordine del Capo o di un Capo. Episodi come quello da me qui denunciato rivelano in tutta la loro gravità il problema della democrazia interna ai partiti. Partito di quella democrazia che si pretende di esportare a cannonate nei paesi arabi. Forse, per il loro meglio, conviene ne facciano a meno: No, grazie! Tenetevela la vostra democrazia.

RASSEGNA STAMPA: con mia interpretazione del fatto, mio commento e mia analisi critica del "pezzo".

1. Manifestazioni di massa contro la partecipazione alla Guerra in Medioriente. Ventimila dai Centri sociali alla manifestazione organizzata dal Forum Palestina. Dissociazione dei leaders politici al Governo. Bruciati simbolicamente tre fantocci: un soldato americano, un soldato isareliano, un soldato italiano. A Milano una diversa manifestazione, ma concorde nell’opposizione alla guerra. Prese di distanza del ceto politico. Decisioni prese in sordina dalla “rappresentanza politica” (non importa quale: è un’eguale consorteria di potere) possono in silezio se riguardano leggine che spostano miliardi e pongono tasse agni ignari consumatori (leggi ad esempio il balzello prelevato dall’ENEL per il finanziamento delle fonti alternative di energia e mai utilizzato allo scopo. Basterebbe il suo ammontare per risparmiarci una finanziaria) rimbalzano quando toccano un fatto primordiale come la guerra che coinvolge l’esistenza infima della massa dei governati. Già una volta l’Italia si trovò trascinata in guerra da un governo (Mussolini), dal quale ci si era lasciati governare docilmente per oltre venti anni. A fare la guerra e a morire non sono i politici che hanno voluto la guerra, ma la stragrande massa degli ignari, la cui volontà di dice di rappresentare in virtù di una festa di carnevale chiamata Elezione dei Rappresentanti. Insomma, le manifestazioni di popolo non possono valutarsi come le trasmissioni di Vespa a “Porta a Porta” e quando sfuggono al proprio controllo non le si può insultare dicendo che si tratta di manifestazioni isolate, imputabili a degli "imbecilli". Ahimé, temo che imbecille, nel senso proprio di "imbelle" (non atto a fare la guerra) siano proprio i nostri politici, che mandano gli altri a fare la guerra ed a subirne le conseguenze. Loro se ne stanno al sicuro! Non è il discorso articolato e prudente ciò su cui ci si deve basare per valutare perché mai non poche persone (sempre di più dei magnifici Mille Parlamentari) decidono di sfilare per le strade con gesti eclatanti destinati a provocare intellettualmente chi apprende un messaggio altrimenti oscurato. Non credo che l’incendio del fantoccio raffigurante un soldato italiano sia un oltraggio ai soldati italiani uccisi a Nassiriya. Credo che il senso sia altro. E cioè un no alla partecipazione a quella che sempre può viene smascherata per quella che è: una guerra imperiale di invasione al Medio Oriente. La storia inizia da lontano: dopo il 1945, conquistata e spartita l’Europa, restava il ricco bottino del Medio Oriente. La creazione dello Stato di Israele è stato il primo passo di una strategia imperiale guidata dagli USA. Buon ultimi i paesi europei “democraticamente rieducati” vengono chiamati a fornire copertura politica ad un’invasione militare, che non offre per loro nessuna utilità. Siamo abituati a vedere bombe umane esplodere altrove, lontano da noi, ma potrebbe accadere fra di noi. Ieri sera, dopo tanto clamore suscitato dalla satira verso il papa, ho voluto vedere la trasmissione di “Crozza Italia”: mi annoia e non ho bisogno di Maurizio Crozza né per ridere né per apprendere da lui la politica. Ho però potuto isolare un errore frequente nella messaggistica politica trasmessa dai media. Si rigettava l’equiparazione fatta da qualcuno fra i “resistenti” del nostro lessico politico ed i palestinesi o musulmani che vestiti di bombe si lasciano esplodere in un mercato pieno di donne e bambini. Certo, non è la stessa cosa e l’equiparazione è assurda. Ma ciò dimostra soltanto la nostra incapacità di valutare fatti che sfuggono alla nostra comprensione e che si ripetono con cadenza quotidiana. Li vogliamo per forza calare nelle nostre categorie concettuali. Da noi chi mette la bomba a Piazza Fontana non solo sfugge alla morte, ma neppure dice chi è e perché ha fatto una strage esecranda. Diverso è il caso di chi fa scempio innanzitutto scempio della propria vita (cronologicamente l’attentatore suicida è il primo a morire!) e porta dietro alla propria irriducibile disperazione anche la vita di tanti disgraziati innocenti che si trovano immersi un contesto storico e politico di cui non hanno né consapevolezza né responsabilità. Si tratta di un fatto tragico e tremendo, di una nuova dimensione della guerra TOTALE che coinvolge ogni cosa. Compito degli analisti (non considero tale un agente di regime come Ferrara il Pingue, mi sfugge il nome di battesimo, non voglio offenderlo) sarebbe quello di capire il fenomeno. Invece, non riuscendo di spiegarlo o non volendo spiegarlo, si passa all’insulto di chi morendo egli trascina nella morte anche altri non vocati al suicidio. Il discorso qui si allarga e mi fermo. Il mio commento vuole essere il seguente: signori politici al governo (in Parlamento), state attenti! La situazione vi sfugge di mano. Finché si tratta di taglieggiare è un conto. Rubare è prerogativa dei governi: Amato docet! Ma la guerra è cosa che tocca i fondamenti di legittimità di ogni governo in ogni luogo e in ogni tempo: la relazione protezione-obbedienza. I soldati italiani in Iraq o Afgahnistan non sono lì per difendere gli italiani o il sacro suolo della patria, ma ci si trovano come un tassello trascurabile all’interno di una strategia imperiale che non ci riguarda e della quale potremmo pagare il fio. I morti spagnoli della metropolitana hanno il diritto di sapere perché sono morti. Lo stesso diritto hanno i nostri morti a Nassiriya! Nessuno, proprio nessuno, li vuole insultare. Se mai meritano di essere chiamati a rendere conto della loro morte quelli che li ci hanno mandato. Non importa come essi si chiamino.

2. Usa, Italia e Israele, un unico rogo. Mi sembra più intelligente di altri l’articolo di Antonella Rampino sulla Stampa. Qui ho lasciato la titolazione originale del giornale. In genere la cambio tentando in questo modo di dare un’inter-pretazione dello stesso identico fatto diversa da quella che con frode e spesso disonestà intellettuale mi si vuol imporre. Ho poca stima della cosiddetta stampa libera fatta da professionisti del giornalismo, che si dimenticano troppo spesso che devono a Mussolini e al fascismo il loro Albo professionale. In realtà, ognuno che sappia appena scrivere può essere migliore giornalista della prima penna del Corriere della Sera. Ma il nostro è il paese delle Corporazioni, ognuno con suoi propri privilegi ed una sua fetta di potere. Non dobbiamo dimenticare l’esito del referendum sull’abolizione dell’Ordine dei giornalisti. I nodi vengono al pettine. I recenti scioperi dei giornalisti non meritano la nostra solidarietà. Meglio per noi sarebbe smantellare tutto il sistema dell’informazione e consentire ad ognuno che lo voglia e possa l’accesso ad una professione che può essere sussidiaria ad altre. Cosa che del resto già avviene. I vari Panebianco, Della Loggia, credo che ben arrotondino il loro stipendio di professori ordinari scrivendo (non gratis) per i rispettivi giornali. Quel che è peggio è che si sono serviti della loro penna per attaccare i loro colleghi meno fortunati, quando si è trattato di questioni univeristarie: hanno difeso le loro posizioni due volte: all’interno e all’esterno. Ma sto divagando!
– Premetto a difesa contro miei probabili detrattori che non mi sono mosso da casa e che neppure avevo preventiva notizia delle manifestazioni. Ormai, alla mia età, non vado più alle sfilate della gioventù. La notizia di ciò che è successo mi giunge inaspettata e mi coglie alla sprovvista. Tuttavia, a differenza dei politici di professione, non mi interessa insultare chi fino a prova contraria ha fatto esercizio di un suo diritto costituzionale: quello di manifestare in piazza. I contenuti della manifestazione e la musica di accompagnamento non devono essere forniti dai registi parlamentari. Guai se in questo paese non ci fossero manifestazioni spontanee ed extraparlamentari. Le dichiarazione dei politici sono ipocrite e inaccetabili perché i morti di Nassiriya appartengono molto meno a loro di quanto non appartengano ad ogni comune mortale che cammina per le strade d'Italia. Anche in occasione del terzo anniversario della loro morte i politici hanno fornito uno squallido spettacolo, tentando di strumentalizzare i morti e cattuarne la ricaduta elettorale. Un Casini che dice sempre la sua diversa e distinta, nel tentativo paranoico di sostuirsi a Berlusconi, come a dire la formica all'elefante, suscita in me sempre penose sensazione, convinto come sono di una sua insicerità costitutiva del sua dna. Hanno dimostrato come sempre di essere dei cani che abbaiono e litigano sull'osso e per l'osso. Nessuna spontanea partecipazione al dolore della perdita è venuta da nessuno di essi. Voglio dunque cercare di comprendere. Leggo: «…tre fantocci pronti alla bisogna, in foggia di militari col cappio al collo, un sionista con svastica… dati alle fiamme». A me sembra un’analisi geopolitica, cosa diversa dagli abituali commenti dei nostri giornali e dei nostri politici, che ragionano sempre e soltanto pensando alle loro poltrone e ai loro stipendi. Non è da loro che ci si può aspettare un aiuto per la comprensione del mondo in cui viviamo e che sta diventando sempre più piccolo, rivelando quanto sono “piccoli” i Grandi che ci governano e ci fanno soffrire. Per tentare di uscire dall’angustia dell’informazione nazionale di una stampa ancora più asservita (spontaneamente dal proprio interesse) che non ai tempi del fascismo o dei tanti salotti televisivi dove i politici accorrono per raccontare banalità e imparare il mestiere dell’attore o del conduttore (i ruoli diventano intercambiabili: la belloccia ex-presidentessa leghista della Camera di cui in questo momento mi sfugge il nome… ah! Si. Pivetti, ma anche il delfino socialista Martelli, il trombato Taradash, Ferrara, Santoro, Gruber…). Non ho ancora sviluppato ancora abbastanza il mio blog sulla Geopolitica, che segnalo a chi può averne interesse, avvertendo che le categorie concettuali di ordinamento delle notizie sono quelle hobbesiane, dove il grande filosofo inglese del Seicento spiega che le relazioni fra Stati restano quelle dello stato di natura. In questo blog che si legge ora la prospettiva è quella della politica interna nel pieno rispetto dell’articolo 49 della costituzione, dentro il quale mi pongo, scroprendone sempre più il significato demagogico in netto contrasto con la realtà voluta, conservata e perseguita. Ma torniamo al tema dell’articolo di Antonella, la quale vuol dare un suo commento alla notizia. A mio avviso, capisce poco e soprattutto non ho bisogno del suo commento. Riferisce però dell’associazione di due concetti: quello di “Resistenza” e l’altro di reazione araba a tutto il complesso americano-israeliano. I palestinesi sarebbero dei Resistenti. Ho già detto sopra che si tratta concettualmente di un’impurità dovuta alla politica educativa-culturale alla quale siamo stati sottoposti per oltre mezzo secolo. I principali artefici di questa politica culturale sono gli odierni esponenti della Sinistra (da D’Alema a Bertinotti e Diliberto). Questa retorica del passato si ritorce ora contro. Ma i due fenomeni (nostrana resistenza e guerra in atto nel Medio Oriente) sono concettualmente assai diversi, essendo diverso il grado raggiunto di “inimicizia”: un uso così costante della pratica del suicidio-attentato mi pare fatto nuovo e inaudito. Mi pare una nuova conferma del concetto schmittiano del politico. Mi spiego: si può ben disarmare un popolo vinto e sottomesso, privandolo delle armi in senso tecnico-tecnologico (fucile, carroarmato, sofisticata elettronica americana che ammazza tutti gli altri togliendo dai rischi l’operatore al computer, ecc.), ma l’arma più grande resta la testa di chi non si vuol lasciare sottomettere. Occorre in questo caso un buon lavaggio del cervello, come è stata fatta in modo capillare nella testa di ogni tedesco dal 1945 in poi. Grazie anche all’Islam, culturalmente diverso dall’humus cattolico, questa operazione culturale-pedagogica si è rivelata fallimentare in Medio Oriente. Insomma, per non farla lunga e stancare i miei sparuti lettori, vado al sodo dicendo che non attribuisco importanza alcuna all’incendio del fantoccio raffigurante il soldato italiano. E’ un espediente mediatico per lanciare un messaggio che è più profondo delle baggianate dei nostri politici (da Destra a Sinistra: in realtà un’unica corporazione di potere e privilegio) e che sintetizza una proposta di linea politica da seguire: il progressivo disimpegno italiano ed europeo. Gli americani di Bush si facciano loro la loro guerra imperiale. Noi europei abbiamo interesse a fare la pace e a stare in pace con il 98,8 per cento del mondo arabo. La sopravvivenza di Israele non può essere imposta con le armi USA (e la bomba atomica israeliana!), ma può dipendere unicamente dagli stessi arabi che accettano l’insediamento coloniale israeliano eretto in Stato dalla consorteria dei vincitori della seconda guerra mondiale, costituitisi come ONU in riedizione della screditata Società delle Nazioni voluta di Wilson per la nuova politica imperiale. Posso aggiungere: perché non dovrebbe valere il Medio Oriente quella dottrina Monroe (l’America agli Americani, rectius: agli USA) che è stata perfino imposta alla Società delle Nazioni? Perché gli Arabi non dovrebbero dire: il mondo e la terra araba agli Arabi? Ed in tutto questo noi italiani cosa abbiamo da spartire? Non conviene a noi ricostituire quella mirabile unità geopolitica del Mediterraneo che antichi Romani hanno saputo costituire? Già allora gli Ebrei non facevano parte di questa unità geopolitica. La storia ha le sue costanti, ma non insegna nulla ai nostri politici, non meno sensibili di altri a poltrone, stipendi, pensione, privilegi.

3. Fermare i massacri in Medio Oriente. Concordo con la esponente comunista che di autentici massacri si tratta e dissento ad esempio da Daniele Capezzone che lascia intendere che quella di Israele sarebbe una legittima reazione difensiva ai razzi che piovono su Israele. All’amico Capezzone obietto che è contradditorio un diffuso modo di pensare (non specifico di Capezzone) per cui si squalifica moralmente il kamikaze che trascina con se nella morte degli innocenti e poi si considera come legittima un’eguale strage di innocenti fatta da Israele con mezzi tecnogicamente avanzati, forniti dagli USA, dove però chi produce la morte non si immola insieme con le sue vittime. In questo secondo caso, la logica è: ammazza e mettiti in salvo. Al massimo, si potrà sempre dire per gabbare gli organi di propaganda che si autodefiniscono "stampa libera": scusate, mi sono sbagliato nel prendere la mira. All’esponente comunista vorrei obiettare che è debole l’analisi geopolitica: l’ONU è soltanto un foglia di fico che occorre con urgenza denunciare come tale. In realtà, tutta l’Europa dovrebbe fare una politica di cui è geneticamente incapace. In pratica, tutti i ceti politici europei sono una creatura generata dal lungo processo di occupazione e pacificazione europea. Questa critica la meritano gli esponenti comunisti in misura ancora maggiore. La loro aspirazione politica in tutto il dopoguerra è stata quella di aggregare la parte occupata dagli americani alla parte toccata ai sovietici: un semplice spostamento di padrone. Ma non sono mai stati capaci di pensare una politica laica, liberale e nazionale. Il cinismo con cui Togliatti ha votato l'articolo 7 della costituzione (in continuità con il cedimento del fascismo in tema di laicità) la dice lunga sul dna degli odierni orfani nostrani del comunismo sovietico. Occorrerebbe invece una classe politica europea, non necessariamente ostile agli americani, ma consapevole dei distinti interessi europei. Si potrebbe dire con uno slogan: gli Americani se ne stiano in America ed a noi Europei lascino fare la politica nel Mediterraneo, stabilendo relazione di pace e di progressiva integrazione e cooperazione (leggi: Turchia e Marocco) con il mondo musulmano (leggi: i sanfedisti nostrani se ne stiano a pregare in chiesa e a recitare il rosario nelle abitazioni private). Certo, occorre volerlo ed attrezzarsi, ad esempio con un solo organismo europeo che gestisca la politica estera dell’Unione Europea, che non ha finora dimostrato di essere altra cosa che un gigantesco Supermercato.

4. «L’unico tricolore da guardare è quello disteso sulle vostre pare». Questo slogan, riportato dal Corriere della Sera, mi pare corregga il tiro dell’altro tristemente noto come «Dieci, cento, mille Nassiriya», sul quale campano i politici da salotto televisivo. Non mi risulta da nessuna parte – se le mie antenne funzionano – una deliberata intenzione da parte di italiani di offendere morti che sono pure essi italiani. Sarebbe una forma di autole-sionismo politico tanto assurdo quanto politi-camente impro-duttivo. Insomma, è da capire che una cosa è la rappresentanza politica istituzionale (il “Vota Antonio!”), i cui canali funzionano solo nel rapporto di scambio obbligato quanto funesto, e quelle manifestazioni popolari di pensiero politico che non possono misurarsi e valutarsi con il bilancino dei voti espressi sui singoli parlamentari (uno, centomila, nessuno!), ma che sono altamente ed autenticamente rappresentativi se danno corpo ad un’idea politica che con il clamore suscitato (importanza mediatica dei fantocci bruciati) riesce a raggiungere l’intero popolo italiano senza la censura esercitata dalla rappresentanza politica istituzionale, di cui proprio in questi momenti si scopre la carenza di legittimazione. Ci siamo abituati allo slogan «Dieci, cento, mille Nassiriya» perché a divulgarlo sono stati proprio i politici di professione, che in questo modo pensavano di poter isolare e fustigare la bestia che gira libera per le piazze d’Italia. Ma l’altro slogan, che non avrà certamente una stessa eco e diffusione presso i Magnifici Mille che siedono in parlamento, corregge il tiro e dice una cosa diversa: «L’unico tricolore da guardare è quello disteso sulle vostre pare». Piango i morti che sono ritornati in patria coperti dal tricolore, ma io popolo sovrano decido che lì in Medio oriente non ci devono andare a morire per una guerra che in quanto italiani non ci riguarda in alcun modo. Certo, vogliamo che quelle genti possono godere del bene immenso della pace. Ma è quanto mai opinabile che la pace di cui hanno bisogno possano averla da noi. Significa prendere per i fondelli non già il “buon senso” della gente, ma il più modesto “senso comune” dirci estranei alla guerra perché i nostri soldati vanno a riparare i cocci fatti dagli USA. Se non si voleva la guerra, bisognava non farla. E soprattutto non può restare impunita la menzogna che virtualmente ha trascinato in guerra il mondo intero: le inesistenti armi di Saddam. Scoperta la menzogna i Bush e Blair, se la sono cavata con un “ma tanto la guerra a Saddam era bene lo stesso farla”. I nostri politici, sempre pronti ad indignarsi come una macchinetta a gettoni, dimenticano e tacciano al riguardo, loro sempre pronti a “ricordare” quando si tratta di automortificarsi per “colpe” supposte. Per quanto riguarda il centro-destra, nella cui area mi colloco, non riesco proprio a capire l’utilità di una posizione favorevole alla guerra, o meglio all’Alleato Bush che quella guerra ha voluto e che ogni giorno è sempre più sconfessato dai suoi concittadini ed elettori. Si accorgono del pantano in cui sono caduti e che un nuovo Vietnam è stato creato, trasferitosi dall’Estremo al Vicino Oriente, egualmente estremo per gli americani che la guerra devastante la vogliono sul territorio altrui non sul proprio (Torri Gemelli insegnano!), ma vicino molto vicino per noi Europei che di quel conflitto di cui non si vede la fine subiremo le conseguenze (leggi: Spagna, ossia un piccolo inizio di ciò che può essere in Italia, luogo tanto più vicino al teatro della guerra quanto più vulnerabile). Insomma, come cittadino comune non mi sento per niente rassicurato e rappresentato dalle chiacchiere del telegiornale della sera, dove a parlare sono soltanto politici da mezza tacca che credono di “essere” perché appaiono a scapito dei più che non hanno voce e non sono “intervistati”.

5. La Padania: un esempio di informazione inutile e faziosa, per l’appunto di regime. Nell’articolo si trovano pochi fatti e molta interpretazione per giunta contradditoria. Nell’occhiello al titolo si dice che si tratta di “poche migliaia di persone in corteo a Milano”, ma poi poche righe più sotto si dice “era dai tempi dell’invio delle truppe italiano in Iraq che non si vedevano più tanti stendardi multicolori tutti in una volta”. Insomma, erano pochi i molti i manifestanti, ammesso che ciò significhi qualcosa. La causa per la quale si manifesta può essere la più sacrosanta di tutte, ma non per questo è la più numerosa in manifestanti. Normalmente, le buone cause hanno pochi manifestanti. Almeno, l’articolista padano Mirco Maggi riconosce che la manifestazione si è svolta “senza incidenti e senza atti di intolleranza”. Ciò dovrebbe dare almeno quel tanto di legittimazione democratica e pacifica che la supposta mancanza di numero (“poche migliaia”). Resta il rammarico dell’articolista (ma suo compito non sarebbe solo quello di informare: “i fatti separati dalle opinioni”, come insegnava una certa scuola di giornalismo?), perché la manifestazione era “a senso unico”, cioè tutta pro Palestina. Santo Iddio! E deve essere la Padania ad autorizzare ciò per cui si può manifestare? Certo, ha ragione l’articolista quando sottolinea l’ambiguità dell’azione in Libano. Centro-destra e centro-sinistra non sanno superare le loro beghe da cortile neppure davanti alla tragedia della guerra. Il centro-destra teme di essere accusato per l’avventura iraquena ed il centro-sinistra vuo far credere che il Libano è un’altra cosa: e chi vi dice che non siano sempre uno stesso scenario di guerra con dentro Iraq, Iran, Afghanistan, Palestina… Tutto il Medio Oriente è in fiamme. A dirlo sono i manifestanti di piazzia, sfuggiti al controllo dei partiti e soprattutto non così fini analiste come gli opinionisti dei maggiori giornali, che con sempre maggiore conviznione chiamo di regime. Il padano giornalista non sembra sospettare che l’opposizione alla guerra, o meglio alle forme subdole di partecipazione ad essa, sia un fatto nazionale e popolare. Io non ho visto né mai sentito di manifestazioni di aperta partecipazione alla guerra. Il fatto che il coinvolgimento italiano lo si chiami “missione di pace” è un modo di mascherare la generale opposizione alla guerra. Un giornalismo intelligente (non quello padano) dovrebbe appunto saper demistificare l’espressione «missione di pace». La pace possono farla solo quelli che fanno la guerra. Chi si vuol mantenere neutrale con finte “missioni di pace” in realtà vuol ciurlare. E che sia una ciurla lo dimostrano proprio i morti di Nassiriya: non si muore in una “missione di pace”. La morte è solo il prodotto tragico dell’ineluttabilita di una guerra certa, dico certa in quanto produce i frutti amari che le sono propri: morte e distruzione. Insomma, l’articolo di Maggi è chiaramente tutto a senso unico opposto, cioè dalla parte di Israele. Bello lo slogan: «Israele uccide ed il silenzio rende complici». Io dico la mia: sto dalla parte della Palestina. Se noi italiani ci dobbiamo dividere, bisogna che almeno sappiamo se siamo o non siamo stati portati in guerra. Per prima cosa dobbiamo decidere, se vogliamo un simile coinvolgimento. Poi potremo anche scegliere singolarmente, come abbiamo fatto ai tempi eroici della Resistenza di Casa Nostra, da che parte stare.


(Articolo grezzo da affinare, se ne avrò il tempo)

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