sabato, dicembre 30, 2006

Una fonte di notizie sul presidente iraniano Ahmadinejad

Titolo del Blog citato: President Ahmadinejad
Ho trovato questo Blog nel sistema Blogger della Google. Si tratta per me di una fonte di informazione e niente altro. Mi dispiace dover dare questa strana Avvertenza. Mi hanno costretto a questa forma di difesa preventiva i miei detrattori di Informazione corretta. Colgo l’occasione per dire loro che se tacciano me di “nazista” o “antisemita”, loro sono qualcosa di assai peggio che non saprei con quale termine definire. Detto ciò mi regolo con loro secondo il verso dantesco: guarda e passa e non ti curar di loro. Nello sviluppo dei miei blogs mi dimenticherò della loro esistenza, a meno non tornino a darmi fastidio in modo personale e diretto. Vedrò poi il da farsi. Non mi sarei mai aspettato di dovermi difendere nel mio paese per il solo diritto di avere e poter manifestare un’opinione.

Ciò premesso, raccoglierò in questo post, traducendole e commentandole, quelle notizie che mi parranno interessanti e non disponibili nei consueti canali della informazione “corretta” e “censurata” dalla stampa del regime nostrano. Questo mio post si collega strettamente a quello su La leggenda dell’Olocausto: riapertura di un dibattito, che ha aperto il gioco della caccia e della delazione nei miei confronti da parte di qualche zuccone. Non solo non ho paura e non mi lascio intimidire, ma sviluppo come monografia in progress l’articolo incriminato. Esso sarà continuamente da me rivisto, riletto, perfezionato, aggiornato. Invito chi ne sia interessato a leggere innanzitutto la parte iniziale, dove rassicuro che non ce l'ho con gli ebrei e che non faccio nessun genere di apologia. Mia unica intenzione è di fare chiarezza a me stesso su una questione cruciale della storia contemporanea. Chi vuole può associarsi al mio lavoro nella costruzione di un ipertesto. Le critiche civili ed argomentate non solo non mi fanno paura, ma sono quanto mai desiderate e ringrazio quanti si vorranno prendere la pena di formularle. Non raccoglierò invece insulti e provocazioni. Non credo che si debba perdere del tempo prezioso in polemiche senza costrutto.

RASSEGNA STAMPA COMMENTATA

1. Ahmadinenjad parla alla folla. Il titolo originale della fonte citata offre un esempio di disinformazione e manipolazione che io qui smonto leggendo diversamente le stesse notizie pur date. Chi ha fatto il titolo ha pensato di cogliere l’essenziale dell’informazione da comunicare a lettori criticamente sprovveduti nel fatto che il presidente iraniano pensi di dare «ceffoni alle potenze occidentali per le sanzioni ONU», aspetto ridicolo ed ininfluente dell'intero discorso. Ma a leggere si ricavano ben altri elementi di informazione: 1°) il presidente iraniano ha parlato ad una »folla«, cioè non a quattro studenti delle università. La stampa ”corretta” ci ha fatto credere per giorni che quattro studenti stessero per dare una spallata al regime e perfino in Roma si organizzavano manifestazioni davanti all’ambasciata, di cui non ho poi più letto nulla. Qualche organo di stampa si è fatto addirittura promotore della manifestazione. Avevo voluto informarmi direttamente da una fonte iraniana, ma questa non ne sapeva nulla o meglio sapeva di una “goliardata” senza conseguenze. Il regime si regge ed ha consenso democratico, anche se qui il termine democratico non coincide con la nostra accezione semantica. 2°) Ahmadinenjad getta un bell’argomento sulla bilancia: il sostegno che gli Usa e le potenze occidentali avevano dato a Saddam, appena impiccato da quegli stessi che gli avevano armato la mano nella guerra contro l’Iran, costata due milioni di morti. 3°) Il ruolo dell’Onu. È qualcosa di diverso dalla vecchia Società delle Nazioni? 4°) Le “sanzioni” sono in sé qualcosa di morale? Le sanzioni sono la stessa cosa di un blocco economico. Con essa si colpisce indistintamente una popolazione in tutte le sue componenti e fasce di età. Gli Americani sono bravi nel rovesciare e fabbricare governi, a loro immagine e somiglianza o che almeno facciano loro comodo. Noi siamo loro figli. Fummo generati nel 1945. Ho voluto dare qui un’esempio come una stessa informazione può essere smontata per ricavarne dati diversi da quelli che il redattore della notizia alla fonte intendere imprimere nel cervello dei destinatari. Occorre certamente una capacità di lettura critica, che non saprei dire quanti cittadini sono in grado di fare. Io offro un piccolo contributo. Spero sia utile e venga raccolto da qualcuno.

Assassini e briganti. Lo smacco di Pannella.

Il comune cittadino, appena un poco informato, non può sottrarsi ad un sia pur breve e spicciativo giudizio sulla notizia del giorno. Intanto dobbiamo diffidare delle stesse notizie, che giungono a noi filtrate e distorte. Della stampa cosiddetta libera e democratica, addirittura corretta, abbiamo ormai imparato a diffidare, pur restando impotenti contro chi ci inganna e si fa gioco della nostra intelligenza. Chi ha il mezzo di comunicazione controlla anche la redazione della notizia oltre che la scelta di quale notizia dare. Inoltre attraverso la comunicazione verticale (uno parla a tutti) si attua una forma subdola e sottile di formazione dell'opinione, del pensiero e della coscienza del destinatario, spesso incapace di discernimento critico. È da aggiungere che di norma ciò che si viene a sapere di un fatto qualsiasi è soltanto una parte del tutto: ciò che viene fatto sapere è quello che si vuol far sapere, per giunta condito in un certo modo. Insomma, la Verità è normalmente velata e per scoprirla occorre "disvelarla": un lavoro da filosofi ferrati nel mestiere. Da Washington, Londra e Gerusalemme si plaude ad un assassinio e lo si chiama "giustizia": a loro e solo a loro la responsabilità di una morte della quale io cittadino qualunque di un'Europa vinta, distrutta e depolitizzata sono estraneo! Ma non mi limito a “lavarmi le mani". Condanno sul piano etico-morale ed accuso di assassinio mandanti, giudici ed esecutori, a me personalmente ignoti, ma che si trovano e vivono a Washington, Londra, Gerusalemme, Bagdad.

Traggo occasione dalla condanna a morte di Saddan per esprimere la mia posizione sulla pena di morte, un tema che si affaccia periodicamente in letture o cconversazioni con amici e colleghi. Non sono pregiudizialmente contrario o favorevole alla pena di morte. Considero la “pena di morte” una variabile dipendente dalla nozione di “pena”. Spesso mi sembra che venga messa in discussione l'idea stessa della “pena”, poco importa se poi la pena consista nella “morte" o in un semplice “rimprovero”. La relazione protezione-obbedienza, cui accenno più sotto, comporta l'istituzione di un potere che possa comminare “pene” a quanti disobbediscono a quei comandamenti necessari per un vivere ordinato e sicuro: divieto di uccidere, di rubare, di stuprare, di insultare, di arrecare ingiusti danni, ecc. ecc. Se viene a mancare la “pena”, la società ritorna in uno “stato di natura”, dove ognuno se ne è capace e ne ha la forza, è costretto a farsi giustizia con le sue mani e a proteggersi dalle altrui insidie. Non è un bel vivere. Se però non è in crisi e non viene messa in discussione il principio della pena, dipende poi dal grado di civiltà raggiunto da un popolo il tipo e la modalità della pena. Trovo ipocrita il rifiuto della pena di morte sulla base dell'idea di sacralità della vita. Spesso chi ritiene sacra la vita, è poi indifferente alla morte per fame che interessa una buona fetta di umanità. Per non parlare poi di tante condizioni del vivere per le quali se non la morte sarebbe certamente preferibile il non esser mai nati. Il negrierio voleva la vita del negro per poterla vendere al proprietario americano di piantagioni che aveva bisogno della vita di schiavi negri per poter fondare il suo benessere.

Nel caso della condanna a morte di Saddam e dell'esecuzione della sentenza mi dichiaro contrario non per un pregiudiziale rifiuto della pena di morte, ma per una giudizio sulla carenza di qualsiasi legittimazione del tribunale che ha comminato la pena. In se stessa l'idea di pena è possibile dentro un codice penale interno ad un Stato, che esercita la sua sovranità in uno dei suoi attributi essenziali: il rendere giustizia ai cittadini che ne sono soggetti. La giustizia è un fatto che riguardo il singolo all'interno dello stato o della società in cui vive. Le leggi di questo stato o di questa società possono essere perfino barbare e crudeli, ma sono le sue leggi, che non possono essere cambiare se non dalla stessa società che ne è soggetta. Con la guerra fra Stati cambia il contesto in cui l'idea di pena ha la sua giustificazione ed una sua funzione. Diceva Hobbes che nelle relazione fra Stati continua a vigere lo stato di natura. L'invenzione dei nostri tempi secondo cui ci si illude di creare istituzioni sovranazionali è una miserabile finzione, dietro la quale si nascondono spesso gli interessi degli stati più potenti. Nel caso di Saddam – come ha detto giustamente la Libia – vi è stata una guerra di aggressione, in seguito alla quale Saddam è stato fatto prigioniero. Se non si vogliono rispettare le convenzioni sui prigionieri di guerra, si può applicare i diritto di natura: sei nelle mie mani, faccio di te quel che voglio. Ma è qui impropria qualsiasi idea di giustizia allo stesso modo in cui chi è derubato di un bene si rivolge ad un giudice per avere la restituzione di ciò che gli è stato tolto. Con il processo di Norimberga si è voluto criminalizzare il nemico vinto. I due diversi concetti di “nemico” e di “criminale” vengono fusi nell'idea di “crimine di guerra” e di “criminale di guerra”. È un imbarbarimento dell'idea di diritto sulla quale ha prosperato l'etica fondata sull'Olocausto, che pretende di diventare una sorta di religione del nostro tempo, assai più fanatica e intollerante delle vecchie religioni.

Queste premesse mi servono per dichiarare la relatività dei giudizi che sto per dare e che mi riservo di modificare, se avrò illuminazioni che adesso non trovo. Il mio giudizio rapido e sommario, come rapida e sommaria è stata anche la sentenza dello pseudo-tribunale iraqueno: assassini e briganti quanti hanno giudicato e condannato a morte l'uomo Saddam. Non sono mai stato un partigiano o un ammiratore di Saddam. Probabilmente non era uno stinco di santo, ma chi lo ha esecutato non ha dimostrato di essere migliore. Inoltre egli avrebbe dovuto sedere sul banco degli imputati insieme con il condannato a morte essendo stato suo alleato nella guerra contro l'Iran e chissà in quali e quanti altri affari. I despoti americani (detti "democratici" per definizione, giacché sono votati dai loro cittadini) si servono di "dittatori" e "tiranni" di ogni specie, finchè tornano loro comodi; se ne disfano, appena diventano inutili e ingombranti. Nessuno si può permettere di giudicare i portatori di »pace, democrazia e libertà« nel mondo intero. La pace, la libertà e la democrazia sono loro stessi. I commenti e le dichiarazioni dei politici che in queste ore la televisione di stato sta trasmettendo sono aabbastanza unanimi nella loro ambiguità servile. Dicono tutti: era ben vero che Saddam fosse un criminale, ma noi che siamo civili siamo in ogni caso contrari alla pena di morte. Una mente politica come quella di Tajani, da me incautamente e colpevolmente votato al seggio europeo, spiega che si doveva convertire la sentenza di morte nella pena dell'ergastolo.

Il governo iraqueno. Si dice in Inghilterra che la condanna e l'esecuzione di Saddam è stata un atto sovrano di un legittimo governo iraqueno. Guarda caso non dispone di prigioni proprie, ma si avvale di quelle dell'esercito americano che apre la cella giusto per accompagnare al patibolo al condannato. Curiosa sovranità che non dispone neppure di carceri proprie. Non mi è mai riuscito di pensare al governo iraqueno che come un governo "fantoccio" o governo Quisling. Le analogie fra americani-israeliani e nazisti sono sostanziali. Si arrabbino pure i miei detrattori di »Informazione corretta«. Sono disarmato ed incensurato. Esercito il diritto di manifestare un'opinione che la tanto decantata nostra Costituzione dovrebbe consentire ad ognuno. Dico: analogie sostanziali. È stato proprio un ministro tedesco a porre l'equazione Bush = Hitler nel momento in cui Bush si avvaleva della dottrina della guerra preventiva che era stato il principale capo di imputazione contro il criminale Hitler. Sulla criminalizzazione di Hitler e del nazismo è stata costruita una criminalizzazione di tutta la storia e civiltù europea del Novecento. Nolte ha parlato giustamente di guerra civile europea per descrivere le guerre fra gli Stati europei continentali. Una guerra fomentata dagli angloamericani, che si sono avvantaggiati del logoramento della guerra intestina europea. L'imperialismo americano inizia con la dottrina Monroe e continua ai nostri giorni: la guerra in Iraq è solo l'ultimo capitolo di una strategia bicentenaria.

L'uomo Saddam non era probabilmente uno stinco di santo. Tuttavia, se ammettiamo che gli orrori della presente guerra civile superano la ferocia del governo di Saddam, possiamo desumerne che i metodi di governo di Saddam erano gli unici possibili ed efficaci nella situazione data. Non tocca a noi ergerci a giudici in casa altrui. La mia visione storica è rispettosa dell'evoluzione interna dei popoli. Possono passare da situazioni di barbarie a condizioni di autentica pace e giustizia. Noi possiamo interagire con la loro storia solo se veniamo attaccati sul nostro territorio. In questo caso la difesa è un diritto di natura nell'accezione hobbesiana del termine.

E termino con Hobbes dicendo che è da qui che bisogna partire per costruire un autentico liberalismo. Non quello di Pannella che in Medio Oriente vuol fare la frittata senza rompere le uova. La sua storia dell'esilio di Saddam è appunto una pannellata come pure una pannellata è l'inclusione di Israele nell'Unione Europea. Il criterio fondamentale in Hobbes per stabilire la legittimità di un regime non è la litania dei diritti umani, ma la relazione protezione-obbedienza. Un governo (anche quello di Saddam) è legittimo se riesce a garantire la protezione della vita ai suoi soggetti, che solo per questo gli devono obbedienza. Se manca progressivamente il primo elemento viene fatalmente e proporzionalmente a mancare anche il secondo. Non esiste tiranno senza nessuno che gli obbedisca. L'esercizio di un potere è possibile solo se trova una diffusa obbedienza e nessuno ha interesse a obbedire se non è garantito nell'essenziale: la vita. I "diritti umani" (discutibile concetto polemicamente costruito al pari del concetto di "eguaglianza") sono un "optional" di cui si può fare tranquillamente a meno rispetto ad altri diritti più sostanziali.

Chiedo scusa ai miei quattro lettori per la schematicità di queste riflessioni che mi riservo di approfondire ed illustrare meglio in successivi articoli. Per adesso ho voluto adempiere al mio dovere civico di dare la mia opinione a poche ore dalla notizie della morte di un lontano ex-dittatore in un paese lontano e vicino al tempo stesso. Le vicende iraquene sono per me illuminanti in quanto gettano luce sulla logica storico-politica degli eventi a partire almeno dal 1914, quando appena erano nati i miei genitori, mio padre nel 1904 e mia madre nel 1912. Per me che sono nato nel 1950 sono eventi certamente lontani, ma i loro effetti si manifestano nel mio presente. Vedo una logica e una concatenazione di eventi che non corrisponde alle concezioni che vedo riflesse nei discorsi ufficiali dei politici e negli articoli dei giornali che pretendono di informarmi su quello che succede.

Il mio compianto amico Paul Piccone, un abruzzese emigrato negli USA all'età di nove anni, voleva che io mi rassegnassi al destino di diventare un americano, dopo un lungo periodo di colonizzazione culturale ed economica: è questo il destino che ha già pervaso l'Europa e del quale si vuole contaminare il Medio Oriente. Rispondevo che la cosa non mi entusiasmava. Non ho mai messo piede in America. È questa per me la terra dove con pistole, fucili e cannoni si sparava a indigeni armati di frecce. È incredibile come una simile mattanza abbia costituito materiale educativo della nostra infanzia in tanti films dove si massacrano indiani colpevoli di vivere nella terra in cui erano nati e che abitavano da tempi immemorabili. Nessuno dà risalto che le riserve indiane sono l'antecedente di successo dei lager nazisti. Larghissima parte della storia statunitense è caratterizzata dalla tratta dei negri e dal lavoro schiavistico. Tuttora il razzismo è una lucida e consapevole componente culturale ben più consistente della breve e folle parentesi nazista in Europa. È vero che buona parte dell'odierna popolazione americana discende da europei immigrati, ma è anche vero che si trattava soprattutto delle “feccia” che aveva dovuto fuggire o lasciare l'Europa: sono questi i titoli nobiliari dell'America. Nessun Tribunale può essere costituito per mettere sotto accusa e condannare gli autentici crimini contro l'umanità storicamente perpetrati in America e ricorrenti sotto mentite spoglie anche ai nostri giorni.

RASSEGNA STAMPA

1. Per la Svizzera l’esecuzione di Saddam «non è giustificabile». Si è contrari alla pena di morte, pur riconoscendo che Saddam è stato autori di gravi crimini. Il ministero degli Affari Esteri esprime preoccupazioni per il presente. La morte di Saddam è stata rapida. Teneva in mano il Corano. Saddam è stato condannato a morte per il massacro di 148 sciiti del villagio di Dujali, a nord di Bagdad avvenuto nel 1982. Era tenuto prigioniero dalle forze armate americane che lo hanno consegnato alle autorità irachene per l’esecuzione. L'annuncio della morte di Saddam ha suscitato reazioni contrastanti in Iraq. Alle scene di giubilo si sono contrapposti disordini, in particolare nella roccaforte sunnita di Falluja. A Kufa, un'autobomba è esplosa nei pressi del mercato facendo diverse vittime. In mattinata, la situazione era invece relativamente calma a Bagdad.

Il primo ministro iracheno Nuri al Maliki - felicidandosi per «l'esecuzione del criminale Saddam» - ha lanciato un appello alla riconciliazione ai partigiani dell'ex regime.

A Washington, il presidente statunitense George Bush ha parlato di una «tappa importante del processo di democratizzazione dell'Iraq». «È stato un atto di giustizia, la stessa giustizia negata per decenni alle vittime del suo brutale regime», ha commentato Bush, riconoscendo tuttavia che l'esecuzione non porrà fine alla violenza nel paese.

Il vice ministro degli affari esteri iraniano, Hamid Reza Assefi, ha salutato l'esecuzione come «una vittoria degli iracheni». Per Israele, «giustizia è stata fatta». - Saddam Hussein nasce il 28 aprile del 1937 a Awaja, nella regione di Tikrit.

Dopo aver aderito al partito Baath metà anni Cinquanta, Saddam sale alla ribalta della cronaca nel 1959 quando tenta di assassinare il presidente Abdel Karim Kassem, responsabile dell'abbattimento della monarchia un anno prima.

 Nel 1968 partecipa al colpo di Stato che porta il partito laico al potere.

La sua ascesa è rapida. Nel 1979 è al contempo capo di Stato, segretario generale Baath e capo supremo dell'esercito.

 Saddam non tollera alcuna dissidenza. L'Occidente, terrorizzato dall'Iran (contro il quale l'Iraq è in guerra dal 1980 al 1988), chiude entrambi gli occhi sui crimini del suo regime e lo sostiene militarmente.

L'esercito iracheno invade il Kuwait nel 1990, prima di subire una cocente sconfitta da parte di una coalizione guidata dagli USA sette mesi dopo.

Nonostante l'embargo decretato dall'ONU, il rais continua a provocare e a sfidare gli Stati Uniti. La controversa invasione americana nel marzo 2003, condotta in nome della lotta al terrorismo e delle armi di distruzione di massa (mai trovate), mette fine al suo regno.

2. Saddam sepolto nel suo villaggio natale. Era nato nel villaggio di Awija, vicino Tikrit, dove era nato 69 anni fa. Giace accanto ai suoi figli Uday e Qusay, uccisi dalle truppe Usa nel 2003. «Gli americani lo hanno voluto seppellire il più rapidamente possibile». Alla sepoltura di Saddam erano presenti diverse centinaia di persone della sua tribù, gli Abu Nasir. Il corpo di Saddam era stato consegnato nella notte a Baghdad ad una delegazione della quale faceva parte lo sceicco degli Albu Nasir e il governatore di Salaheddin.

giovedì, dicembre 28, 2006

Commento a Gambescia: «La conferenza di Teheran: Ahmadinejad e la teoria del complotto».

carlogambesciametapolitics: La conferenza di Teheran: Ahmadinejad e la teoria del complotto.

Apprezzo l'analisi di Carlo Gambescia ed i commenti al suo articolo. Ritengo tuttavia che al di là di ciò che può rappresentare, cioè una sfida iraniana al potere degli Stati Uniti, il tema dello sterminio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale è un argomento che possa e debba essere affrontato per sè solo. Nelle condizioni culturali dell'Europa dal 1945 in poi a noi è di fatto precluso il poterci interrogare sulle cause della nostra disfatta e sull'inizio di un inarrestabile declino politico. Si rischia perfino di andare in carcere. Io stesso ne so qualcosa per le reazioni suscitate dal mio articolo sull'Olocausto. Se fosse stato in loro potere potere i miei detrattori mi avrebbero già linciato. La mia indignazione però ha suscitato in me una grande collera che non mi fa temere per nulla gli idioti che si arrogano la paternità idiota di una "informazione" tanto "corretta" quanto "idiota". In un senso tutto ideale (sono rigorosamente un nonviolento) li ho già presi a calci nel sedere per la diffamazione e delazione che hanno tentato di imbastire nei miei confronti per avere io posto delle semplici ipotesi interpretative, che si basano su un dato abbastanza evidente e riconosciuto persino da alcuni ebrei come Finkelstein: la strumentalizzazione dell'olocausto. Parlo di uso strumentale di una tragedia senza minimamente volermi addentrare nell'analisi storico-documentale, che non è affar mio non essendomi mai occupato di questo genere di ricerche. Mi aspetto però ed esigo che gli storici di mestiere possano fare il loro mestiere in piena libertà e senza dover temere altro che la loro deontologia.

A me sembra che il presidente iraniano offra agli intellettuali europei una grande occasione per un dibattito altrimenti impossibile. È anche vero che sullo conferenza di Teheran sono piovuti solo insulti e demonizzazioni. La stampa cosiddetta libera e perfina "corretta" non si è presa la briga di farci sapere cosa è stato dette nelle due giornate di studio. Magari saranno state delle sciocchezze o delle cose che non stanno né in cielo né in terra, ma non siamo dei minorenni a cui debbano essere nascoste le cose. Dovremmo poter giudicare con la nostra testa e non con quella dei nostri giornalisti censori. Trovo assurdo ed irritante che non si possano esprimere giudizi storici su un passato che anno dopo anno si allontana sempre più da noi. Io stesso e molti altri non ero neppure nato alla fine della seconda guerra mondiale. È cosa nota come su uno stesso identifico fatto possano essere date del tutto legittimamente interpretazioni diametralmente opposte. Un fatto di per sé non dice nulla se non è fornito di un'interpretazione. Il luogo in cui viveva la mia famiglia è stato anche abbastanza lontano dai teatri principali del dramma. In Seminara (RC) vi è stato un rapido passaggio di tedeschi e americani con qualche bomba. Io avevo rischiato di non nascere perché gli americani avevano scambiato mio padre (ferroviere) per un sabotatore, appena venne a mancare l'acqua nel paese. Mio padre non c'entrava nulla. La cosa fu chiarita e l'acqua fu di nuovo aperta dal fontaniere del Comune. Insomma, la "memoria" del Sud è cosa ben diversa dalla memoria del Nord.

La mia analisi su Israele diverge forse un poco da quella di Carlo Gambescia. Io non ritengo che Israele estenda i suoi tentacoli sulla Casa Bianca, ma credo che lo Stato di Israele sia una creazione degli USA per fini di dominazione politica del Medio Oriente. Una specie di avamposto militare che dal 1948 è stato insediato per avere una base permanente nel Medio Oriente, che infine dovrebbe essere "liberato" e "occidentalizzato" come si è fatto con successo in Europa. Solo che gli Arabi paiono refrattario a questa opera di "incivilimento". Ed in questo hanno la mia ammirazione e simpatia. Io ho molto rispetto per tutte le culture e le loro diversità. Ritengo che la stessa diversità sia una ricchezza che debba essere conservata. La globalizzazione omologante non è cosa che mi sembra positiva. Se invece per globalizzazione si intende una possibilità di conoscenza e di interscambio culturale come mai è stato prima, ciò mi sembra invece cosa altamente positiva.


In Medio Oriente come in Europa. Le ipocrisie delle anime belle.

Spesso i giudizi immediati sono colgono il vero. Senza essere analisti o diplomatici non è difficile fare un parallelo storico fra quanto è successo in Europa fra il 1914 ed il 1945 e quanto sta succedendo in Medio Oriente in un processo storico-politico che inizia almeno dal 1945 e giunge fino ai nostri giorni. Il neo imperialismo americano, diverso da quello di tipo coloniale europeo, chiama se stesso "pace, democrazia e libertà". Ne siamo stati beneficati noi europei con la disfatta bellica del continente nel 1945. Se ne vuol beneficare oggi l'intero Medio Oriente. Ma gli Arabi non ne vogliono sapere e resistono in tutti i modi ai benefici della "pace, democrazia e libertà" doni infidi portati con le armi in pugno. Mentre negli USA vige la pena di morte, gli europei da candide e belle anime pensano di essere un passo più avanti con la loro teoria della barbarie della pena di morte. I fumi dell'ideologia cozzano contro i fatti. Intanto, la situazione odierna dell'Iraq è di gran lunga peggiore di quella esistente sotto il tiranno Saddam. Se la "vendetta" è stato il movente della guerra di Bush, adesso il numero dei morti americano in Iraq è diventato superiore a quanti sono morti nelle torri Gemelle. Questa stupida contabilità è tenuta dagli stessi americani, abituato al conteggio dei costi e dei benefici di ogni politica: tipica contabilità dell'imperialismo economico.

I nuovi regimi che dovrebbero realizzare la "pace, democrazia e libertà" hanno un carattere così artificiale da far pensare a degli Stati fantoccio, antidoto americani agli Stati da loro non graditi e detti Stati canaglia. Dunque: stati fantoccio al posto degli stati canaglia. Ecco la teoria americana dell'espansione della "pace, democrazia e libertà". Di pace in Iraq comunque non se ne vede e non se ne è vista in Medio Oriente da cinquant'anni a questa parte. Ed è assai dubbio che che se ne veda nei prossimi cinquant'anni. Tutte le politiche che si possono immaginare per uscire fuori dal ginepraio mediorientale devono fare i conti con le situazioni di fatto. A me pare che in questi cinquant'anni lo Stato d'Israele sia stato il principale focolaio di guerra. Lo si è voluto imporre al Medio Oriente con un mero atto di forza. Mai la forza è stata più disgiunta da ogni principio di legittimità. Si insiste sul valore taumaturgico delle decisioni dell'ONU. Ma sono gli stessi americani ad avere la minore stima di questo organismo, la cui "egida" gode molto fascino in Europa, che dopo il crollo del 1945 è priva di ogni peso politico.

Mi fermo qui nell'enunciazione di tesi schematiche che sono già state illustrate in altri miei articoli e che cercherò di formulare meglio e più approfoditamente in altri articoli. Per adesso voglio esprimere la mia reazione istintiva all'odierna rassegna stampa incentrata sulla condanna a morte di Saddam. A mio avviso, da questo fatto è possibile risalire indietro nel tempo e ricavare una visione storica che confuta l'ideologia ufficiale degli Stati e demolisce le attuali campagne mediatiche ("battaglie culturali") sulla guerra mediorientale, accompagnate da manifestazioni davanti alle ambasciate pilotate da una stampa canaglia.

domenica, dicembre 24, 2006

Don Baget Bozzo e le lancette della storia

La rassegna stampa di radio radicale è oggi domenica 24 dicembre in buona parte, se non quasi tutta, dedicata ai commenti sulla decisione della gerarchia cattolica di non concedere i funerali religiosi a Welby, che era di religione cattolica insieme con la sua famiglia, particolarmente la madre. Non ho molta voglia di intervenire, ma per l'occasione sento che qualcosa dovrei dire, sacrificando un poco del mio tempo di lavoro. Il tacere non è sempre stato una buona politica. Proprio sul silenzio di chi poteva e doveva parlare la chiesa cattolica ha costruito nei secoli il suo potere. I proto cristiani hanno testimoniato con la vita la loro Verità, ma i cattolici hanno fatto pagare con la vita ogni Verità diversa dalla loro che altri si azzardasse a professare pubblicamente. E per far tacere chi poteva dare scandalo la Chiesa non ha esitato nell'uso dei mezzi quando disponeva di tutti gli attributi del potere temporale: Giordano Bruno, Galileo Galilei e gli innumerevoli roghi di eretici hanno ancora bisogno di una storiografia e soprattutto di un'adeguata letteratura divulgativa. Gli odierni Inquisitori non possono mandare Welby sul rogo ma possono negargli i funerali religiosi, sicuro viatico al Paradiso per quell'ingenua fede popolare che costituisce la bassa forza d'urto delle armate vaticane.

Accanto a Baget Bozzo si distinguono oggi Pera e Volonté. Ed ancora nella maggioranza di governo vi è chi vuole le dimissioni della radicale Emma Bonino. Per una breve riflessione prendo lo spunto in Baget Bozzo da un inciso sul tardo impero romano. Don Baget Bozzo occupa un grande spazio in Forza Italia, ma egli rivela in questa occasione di essere a pieno titolo innanzitutto un prete. Un prete che però si trova in Italia, non in Vaticano. E mi chiedo cosa ci stia a fare un prete in un partito laico e liberale. Misteri gloriosi della politica italiana e saggezza tutta umana del Cavaliere! In caso di incompatibilità ed irriducibilità sostanziale si dovrebbe decidere se gli italiani di non osservanza vaticana-cattolica debbano emigrare in Iran o in qualche terra della Papuasia o se invece don Baget Bozzo con tutti i cattolici di centro, destra o sinistra presenti nel parlamento italiano debbano emigrare in Vaticano. Un bel dilemma che ben esprime la crescente incompatibilità cattolici e non cattolici. Credo che la strategia cattolica sia volta alla restaurazione sostanziale e formale dello Stato pontificio. Nella per me importante e decisiva manifestazione all'Hotel Parco dei principi, dove i fratelli De Lillo organizzarono una fraudolenta manifestazione per "non andare a votare" al referendum sulla fecondazione assistita, persi le staffe e mi alzai dai pubblico in netto dissenso contro i Grandi lì convenuti: Tajani, Sodano e altri di cui non ho annotato il nome. Nel corso della diatribra all'On. Zappalà – il quale innanzitutto si adombrò per non averlo io preferito all'europarlamento –, dissi che a mio avviso si dava inizio ad una guerra religioso-civile già strisciante. Lui alzò le spalle come se avessi detto una grande sciocchezza, ma io insisto nella mia tesi, ritenendo che per la guerra civile non è necessaria la forma cruenta. In genere, lo scorrere del sangue è soltanto l'ultimo momento di una lacerazione che si è consumata. I fatti mi stanno dando ragione. Di questa lacerazione già profonda poco si curano i cattolici strategicamente distribuiti in tutti i partiti di maggioranza e opposizione. Strumentalizzazione o no, il caso Welby ha mostrato chiaramente la pretesa totalitaria di una discutibilità moralità e sensibilità religiosa che è innanzitutto non democratica e antidemocratica oltre che illiberale e antiliberale. I cattolici poco si curano dello stato e della convivenza civile e pacifica che è il principale compito dello Stato sorto dalle macerie delle guerre di religione. Per i cattolici molto prima dello Stato viene la Chiesa con tutti i suoi privilegi. Il merito dello Stato è quello di servire la Chiesa: per questo essi lavorano e si adoperano.

La mia critica non vuole essere interna al cattolicesimo, anche se da battezzato mio malgrado potrei perfino vantare una sorta di cittadinanza. Non voglio atteggiarmi a padrone della sagrestia: questo ruolo glielo lascio volentieri ai Pera, Volontè ecc., fino a Giuliano Ferrara nei panni di chierichetto "ateo devoto", bestialità concettuale cui ci ha abituato l'apparato mediatico. Vorrei soltanto riportare indietro le lancette della storia traendo spunto dal passo in cui don Baget Bozzo ricorda il rifiuto dei primi cristiani di rendere culto all'Imperatore. Infatti, i cristiani dovevano obbedienza alla loro Verità, strenuamente interpretata e difesa dal successore di Pietro, il papa protempore che guarda caso si è con il tempo sostituito a quell'Imperatore cui era negato il culto ma di cui ha ereditato le insegne e la maestà. Che oggi il papa sia una figura sacrale cui si tributa un culto divino è cosa a mio avviso ovvia. Il povero Crozza che si era appena limitato ad una epidermica satira ne ha fatto subito le spese, avendo irriso una figura che i media devono percepire e far percepire come essa stessa "divina" e perciò sulla quale non è ammissibile in benché minimo sorriso o dileggio. Ma i suoi panni ed i suoi ornamenti non sono quell del falegname Gesù Cristo, che in un clima storico-culturale ben preciso diede corpo ad un sincretismo divenuto religione. La sua sede è la più sontuosa reggia di questa terra. Nessun sovrano o capo di stato osa chiedere i poteri e gli onori di cui il pontefice dispone senza che nessuno ardisca contestarglieli. In pratica, Dio e il Papa sono la stessa cosa, anche se ogni teologo negherà che sia così. Ironie della storia: divenuto religione di stato, il cattolicesimo è stato la più intollerante delle religioni. Oggi si condanna il totalitarismo nelle versioni fascista, nazista e comunista ma il cattolicesimo stesso è una forma ancora più radicale di totalitarismo non solo religioso ma anche politico, se qualcuno gli fornisce i mezzi del potere temporale. Oggi Pera parla a sproposito di nazismo, ma non si accorge che il cattolicesimo è precisamente quel totalitarismo che a fascismo, nazismo e comunismo non è mai riuscito in una così perfetta compiutezza.

Dice don Baget: Verità contro Carità. Mi sembra di ricordare che prima veniva la Carità, che non ha bisogno di essere interpretata ma solo praticata e dopo la Verità, che deve pur essere interpretata da Qualcuno che potrebbe non essere Infallibile. Ma non voglio certo mettermi a discutere con don Baget in materia di Fede: me ne guardo bene! La Verità impedisce dunque di dare al "cattolico" Welby i funerali religiosi che erano nei suoi intendimenti. L'affronto non è più a Welby, che ha ormai cessato di soffrire, ma alla madre di Welby e ai suoi familiari, che continuano a soffrire grazie alla Carità cristiana del successore di Pietro e del Vicario di Cristo. A chi resta in vita incombe l'onere della sepoltura del defunto ed è in questa zona tutta terrena che si esercita il potere di chi per costituzione controlla le cerimonie funebri. In regime politeista ognuno avrebbe potuto rivolgersi ad un dio sicuramente misericordioso, ma in regime di monopolio monoteista esiste un solo dispensatore di esequie religiose. I cattolici insistono perché si scriva nelle carte costituzionali d'Europa che le radici sono cristiane e che l'Europa è o meglio DEVE essere cristiana e precisamente "cattolica". Mi piace ricordare i tempi dell'ultimo periodo dell'impero romano, quando esisteva una pluralità di sensibilità religiose. L'ateismo filosofico ha raggiunto la sua massima perfezione concettuale con Karl Marx, il cui pensiero è in netta antitesi ad ogni forma di trascendenza. L'unico difetto della teoria è la rigida contrapposizione immanenza-trascendenza. Ma è questo tutt'altro discorso che qui non possiamo neppure lontamente fare. È però assai difficile che chi abbia appena un poco assimilato la filosofia di Marx possa trasformarsi in un "credente". Il fallimento del comunismo sovietico non ha nulla a che fare con il fallimento della metafisica marxiana, che è invece più vitale che mai. L'Ateo devoto Ferrara ha coniato una formula per mascherare il suo papismo, essendo egli rimasto orfano del comunismo sovietico in tutte le sue edizioni. La dottrina della trascendenza non avrebbe mai potuto entragli nella testa e vincolaro ad una condotta: donde la formula dell'ateismo devoto (non ci credo ma… ). In fondo servire Ratzinger è per lui più conveniente che servire Stalin, già detronizzato dagli stessi sovietici. E dopotutto Ratzinger è ancora più totalitario di Stalin. La concezione della religione come alienazione e oppio dei popoli può ben servire a passare da Stalin a Ratzinger. L'Ateo devoto con fiuto infallibile sa dove cercare l'Anticristo per onorarlo e servirlo, ricevendone in cambio i doni di Mammona.

A don Baget vorrei brevemente rinfacciare come di gran lunga migliore quella diffusa religiosità del mondo antico dove ognuno poteva scegliersi il suo dio e tutti gli dei avevano eguale rispetto nel Pantheon pagano. I guai sono incominciati per il nostro mondo quando la Verità ha dovuto essere Una per tutti. Ne sono seguite guerre in nome di Dio. Gli orrori e le inciviltà del passato, una lunghissima catena storica, arrivano fino ad oggi e si ritrovano davanti alla bara di Welbi ed al dolore della sua famiglia. Spero di aver reso uno svolgimento di pensiero che avrebbe bisogno di ben altre articolazioni, ma che è idealmente una riscrittura della storia politica e filosofica degli ultimi duemila anni, ben diversa dalla storia che ci viene impartita nelle scuole sorvegliate dal Crocefisso, che per per maggiore sicurezza il senatore Stracquadanio vorrebbe raddoppiare. Suppongo: uno posto frontalmente a chi guarda e l'altro alle sue spalle in modo da poter spiare meglio ogni tentativo di deviazione da sicuri e sorvegliati Sentieri della Verità riconosciuta e sanzionata dallo Stato. Non mi qualifico un ateo devoto ferrarese, ma ritengo che la religiosità (non importa se trascendente o immanente) sia una condizione dell'uomo che supera di gran lunga tutte le religioni storiche più o meno irrigidite nel dogma. Mi pare anche che da questo punto di vista la condizione dell'uomo antico greco-romano fosse di gran lunga superiore di quella cristiana, che si è evuta soltando come un prodotto di decadenza e disfacimento. Pertanto non le radici cristiane, ma quello greco-romane andrebbero recuperate se mai possibile.

sabato, dicembre 23, 2006

Prove di guerra, II.

Una rapida annotazione in questo scorcio di serata. Apprendo la notizia delle sanzioni ONU contro l'Iran. Da chi sono patrocinate? Da USA e Israele! Da chi è stata indetta la manifestazione in Roma davanti all'ambasciata dell'Iran? Dai Giovani Ebrei Italiani con pubblicazione del Volantino su Il Foglio di Giuliano Ferrara. Manco a farlo a posta proprio questa sera in una intervista a Gorbaciov nel TG5 si è ricordato il modo in cui si è andata alla guerra contro l'Iraq. Si era montata la fars degli inesistenti armamenti. Gorbaciov ha notato come siano in molti a voler dimenticare questa poco edificante storia, alla quale contribuirono non poco i mass-media. Basta tirare le somme sulla base di esperienze recenti e fresche alla memoria di ognuno per aspettarsi legittimamente che manifestazioni come quelle ieri da me presagite siano finalizzate non alla pace o alla democrazia o alla libertà o ai diritti civile, ma semplicemente alla preparazione mediatica di una nuova guerra. Del resto, se un popolo di 70 milioni di abitanti non ha la forza e la maturità per darsi la forma legittima di governo che meglio crede sia confacente al suo grado di sviluppo e ai valori della stragrande maggioranza della popolazione, mi pare quanto mai velleitario che un giovane Tobia, sia pure affiancato da un Giuliano l'Ateo devoto, abbia il potere di stabilire da una strada di Roma, alle 9 di sera, il sorgere delle Libertà in terra di Persia. Un'amica iraniana, che vive in Teheran e di cui avevo voluto chiedere l'opinione, a malapena sapevano del gruppo di studenti iraniani protestari. Ne aveva vagamente sentito parlare come di una goliardata. Ma naturalmente i Giovani Ebrei Italiani sono molto meglio informati di lei.


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Sulla necessità di un dibattito interno a Forza Italia e alla "Casa delle Libertà"

Come elettore di Forza Italia e del centro destra mi tocca sempre pù di frequente assistere inerte a dichiarazioni pubbliche di rappresentanti eletti non solo non condivisibili nel contenuto ma decisamente irritanti. Finché un Luca Volonté parla a suo nome offre lo specchio e la misura della sua intelligenza e della sua persona, ma se ciò che lui dice deve essere in qualche modo ricondotto alla mia volontà per aver votato in un modo anziché in un'altro sorgono delicati problemi di cosa sia in realtà la rappresentanza politica. Lo stesso discorso potrei fare se avessi votato dall'altra parte e a parlare fosse Paola Binetti. Una coppia di fatto perfetta che convive in parlamento con i privilegi di cui notoriamente godono i nostri parlamentari: Paola Binetti e Luca Volontà che proprio oggi hanno annunciato la formalizzazione della loro unione in un patto comune e trasversale contro un'altra donna: la Bonino. Non credo che il Parlamento potesse scendere così in basso nella mia opinione. Ciò che lo salva e lo protrae nel tempo è il fatto che la maggior parte dei cittadini non ha il mio stesso tempo per analizzare i misteri gloriosi dei nostri parlamentari. Stimo che se la mia consapevolezza del problema istituzionale fosse diffuso quanto consente una sola serata di "Porta a Porta" i nostri Signori Onorevoli dovrebbero fare le loro valigie entro ventiquattro ore con perdita di pensione e senza pagamento dell'ultimo stipendio o indennità di liquidazione.

I nostri deputati vengono eletti nel modo che sappiamo e dopo vanno a ruota libera, sapendo che in tutto ciò che fanno o dicono sono incontestabili. Non solo. L'arroganza e l'impudenza arriva a far credere loro che ciò che dicono sia normativo per quanti sono annoverabili come loro elettori. In una dichiarazione televisiva, imitando il papa, dicono ciò che i loro elettori devono credere, obbedendo e combattendo. Non sono i Rappresentanti che devono adeguarsi alle opinioni e orientamenti degli elettori, ma sono quest'ultimi che devono uniformarsi alle loro dichiarazioni e alle loro prese di posizione, anche assai strampalate. Il caso Fuda ha dimostrato come in realtà si formano le leggi: inserendo di soppiatto un foglietto oppure mettendosi d'accordo nei corridoi. Basta non eccedere nel violare il comune senso del pudore ancora vigente. Insomma, il problema è quello già individuato dal comico Totò: un deputato arraffa i voti che i cittadini in questa nostra magnifica democrazia sono obbligati ad esprimere in ogni caso e poi per almeno cinque anni se ne può tranquillamente sbattere. Questa è la nostra splendida democrazia che i Giovani Ebrei Italiani vogliono esportare in Iran, magari con un'altra bella guerra di invasione e preventiva in nome della Libertà e della Democrazia (quella nostra). Solo per fare un esempio. Io qui dico la mia, sapendo che è una goccia nel mare. Ma persino contro questa goccia non manca chi vuol ridurla al silenzio. Addirittura mi si vuol far piovere sulla testa una bomba atomica israeliana.

Se ne può uscire soltanto se ogni iscritto o militante di non importa quale partito si mette tranquillamente a parlare pubblicamente in nome proprio, non facendo da cliente o da megafono a questo o quel deputato. Occorre anche saper distinguere fra un iscritto o militante che in realtà è un cliente (si diceva una volta "sottopanza") di questo o quel parlamentare ed un cittadino perfettamente autonomo e capace di un autonomo punto di vista, che può essere a volta concorde ma altre volte anche discorde alle dichiarazioni pubbliche del Deputato. Se ciò avverrà e diventerà sistema, si può sperare in qualche avanzamento nella democrazia reale. La speranza è ultima a morire.

RASSEGNA STAMPA COMMENTATA
1. L’incredibile Parlamento Italiano. I toni del mio titolo erano inizialmente più forti, ma poi sono intervenuti freni inibitori nell’uso del linguaggio. Voglio però isolare alla mia attenzione e a quella dei mie quattro fedeli lettori l’assurdità irritante, tipica delle posizioni ultraclericali di parlamentari come Volonté e Pedrizzi, negazione vivente di ogni seria idea di libertà. È ben vero che si trovano nella parte che io ho votato alle ultime elezioni turandomi il naso, ma ciò non significa che non mi possa adesso da loro pubblicamnete dissociare, augurandomi che non varchino più la soglia del parlamento e perfino che ne possano uscirne immediatamente. Di certo io non la penso come loro e considero mio inalienabile diritto renderlo pubblico nel limitatissimo spazio di questo mio blog. Anche qui si affaccia un problema più generale, da me sperimentato più volte con deputati proprio da me votati e giunti alla loro alta posizione anche con il concorso del mio voto: non mi rappresentano! Non mi dicano i miei critici-detrattori-insultatori che avrei dovuto votare da un’altra parte e altri nomi. Rispondo loro che è sempre la stessa cosa e che la mia stessa esperienza di non corrispondenza fra elettore e deputato può fare ogni cittadino alla sola condizione che egli non sia un “cliente” del deputato o da lui votato e non ne dipenda per qualche favore ricevuto o sperato. Se egli è un cittadino libero e “virtuoso” nel senso di Rousseau è destinato a fare l’esperienza che io qui descrivo. Dopodiché potrebbe accedere che democrazia non è la condizione propria dei famosi polli di Renzo, ma una condizione dove l’avversario merita il massimo rispetto perché potrebbe avere ragione. Si grida da taluni alla strumentalizzazione che i radicali avrebbero fatto del caso Welbi. A mio avviso, la ricaduta politica di una fatto tragico e penoso della vita di ogni giorno dovrebbe aprire gli occhi ad un maggior numero di cittadini. Per vedere cosa? La dipendenza dello Stato italiano dai dettami del vaticano, che dispone nel parlamento italiano di suoi propri agenti, fedeli non allo Stato italiano ma al Vaticano ed ai suoi interesse di potere sulla società italiana, sulla vita di ogni cittadino italiano, dalla culla alla tomba. I laici sinceri, non quelli con la tonaca mentale, è ora che escano alla riscossa e si radunino a Porta Pia per concertare il da farsi e magari tirino fuori il vecchio archibugio del bis-bisnonno.

Teoremi logico-geometrici sulla proprietà della vita

La vita, si dice, non ci appartiene. La nostra stessa vita è a noi indisponibile in quanto appartiene a Dio. Un suicidio sarebbe quindi un peccato in quanto si sottrae ad un Dio (non meglio definito e definibile ma con accreditati connotati cattolici) una cosa che gli appartiene. Siccome Dio stesso, proprio Lui, normalmente non si affaccia alla Finestra né manda e-mail e non ha neppure un sito personale, occorre che qualcuno lo interpreti e lo rappresenti. Chi è che lo rappresenta in tutto e per tutto senza possibilità di verifica del mandato: il Papa! Chi è che nel parlamento italiano parla in nome del papa e ne rappresenta gli interessi politici? È una gara fra quanti si offrono alla funzione per garantire al meglio i servigi. Come nel caso della Turchia, si è visto che i servitore del papa in parlamento sono spesso più papisti del papa. Tra questi servitori si distingue ora l'uno ora l'altra in uno nobile gara di servizio. Spicca in questi giorni Paola Binetti. Conclusione del teorema: la vita di noi tutti appartiene a Paola Binetti! È Lei che ha direttamente dal Supremo il potere delegato di dirci cosa nel nostro privato possiamo o non possiamo fare e in casi come quello di questi giorni cosa sia giusto o non giusto fare.

venerdì, dicembre 22, 2006

Sul diritto alla nostra vita

Anche se per ragioni di carattere professionale in quanto "filosofo del diritto" sarebbe di mia competenza un pronunciamento sulla morte di Welbi e su temi connessi confesso che non amo affrontare l'argomento. Da un punto di vista deontologico sarebbe forse anche doveroso mentre a parlare sono proprio tutti, dal farmacista al calzolaio. Ciò che mi trattiene non è neppure una sorta di soggezione verso la roccaforte dei colleghi di filosofia del diritto, in buona parte cattolici a incominciare da D'Agostino, loro "ordinari" (= al massimo della carriera burocratica di un docente, in base ad una assai poco filosofica disciplina dei saperi) ed io semplice "ricercatore" invecchiato con gli anni e forse screditato per non essere passato "ordinario". Non ho fatto carriera e non ho voluto carriera, contestando in questo modo i meccanismi della cosiddetta carriera accademica.

No. Non è stato questo a trattenermi. Ritengo che sia stato invece una forma di pudore ed un certo senso di sacralità davanti ai fenomeni della vita e della morte. Ho assistito fino agli ultimi loro istanti mio padre e mia madre. Avrei dato dieci dei miei anni per prolungarne la vita di un solo anno. Ho taciuto e sono tuttora restio a parlare di questi temi. Qualcosa bisogna tuttavia dire senza timore del giudizio degli imbecilli bigotti di cui è pieno questo paese di tradizione cattolica e di profonde radici cristiane.

Appunto. Oggi si distingue fra credenti e non credenti. L'esser credenti significa la piena sottoscrizione dell'impalcatura dogmatica della chiesa cattolica. Al massimo si può passare alla bottega del concorrente musulmano e di quello giudaico. Dopo è il deserto. Quel deserto che è stato fatto dalla violenza sistematica e scientifca con cui il cristianesimo giunto al potere nel tardo impero ha cancellato ogni traccia delle precedenti religioni del mondo antico. A mio avviso, è stata distrutta l'idea stessa del sacro e una diffusa religiosità che è stata propria dell'uomo da quando ha incominciato a distinguersi dagli altri esseri del regno animale. La stessa opposizione immanenza-trascendenza è stata un'artificio politico-filosofico che ha impiantato il potere della casta sacerdotale e dello stato teocratico. Sono temi su cui si va svolgendo il mio lavoro di ricerca filosofico pioneristico. Non ho maestri e su questa strada non si fa carriera.

Riguardo al tema del giorno è sufficiente richiamare all'attenzione di ognuno ciò che certamente ha visto in ogni fiction sulla vita degli antichi romani. Bastava che un generale avesse perso una battaglia e con essa il suo onore militare perché decidesse di non continuare a vivere. Anche nel campo della vita politica la suprema protesta era non il digiuno pannelliano, ma la fine consapevole e volontaria della propria vita, per mano propria o per richiesta mano altrui. Nessuno nell'antichità precristiana ha mai contestato ad ognuno questo diritto. Con il cattolicesimo, che di condanne a morte ne ha comminate non poche, questo diritto viene tolto all'individuo. Con il cattolicesimo è tolta ad ognuno la libertà suprema. Beninteso, la decisione di togliersi la vita non è cosa allegra. È quanto di più triste e tragico possa esserci: da qui la riluttanza a poterne perfino parlare, essendo qui massimo il senso della sacralità del Tutto. La religione misterica di Eleusi forse racchiudeva anche il senso profondo di queste cose. Il tempio di Eleusi fu chiuso per ordine imperiale.

Conclusione. Il problema non è Welbi. Il problema è il cattolicesimo ed il potere cattolico sullo stato italiano e sulla coscienza dei cittadini. Il problema è se un cittadino in questo paese ha il potere e il diritto di poter vivere fuori dai dettati cattolico-vaticano. Finché non si affronterà alla "radice" questo problema, vi saranno periodicamente tanti altri casi Welbi o referendum astensionici sulla fecondazione assistita. Il problema è se togati come Ruini e altri hanno il diritto di darci ordini e prescrizioni sul nostro modo di vivere e di essere.

Ho sgravato la mia coscienza. Non pubblicherò commenti di nessun genere: né a favore né contro. Mi riservo soltanto eventuali miglioramenti linguistici a questo testo scritto di getto, ma ho riluttanza a farlo e poca voglia di rileggerlo.

giovedì, dicembre 21, 2006

Prove di guerra

Ho appena terminato di scrivere una lunga lettera privata di risposta ad un giovane di Forza Italia che mi chiedeva spiegazioni. È stato purtroppo un lavoro inutile perché la risposta al mittente non risulta attiva. Agli insulti non si può rispondere se non con altri insulti. Per fortuna, non sono più giovane e questo sport non mi attrae. Pertanto, non raccolgo insulti e ne "rifiuto" legittimamente la pubblicazione. Del resto, cosa significa fare politica? Partecipare a manifestazioni di piazza più o meno condivisibili o avere idee politiche sulle questioni nazionali e internazionali? Io credo che sia più importante formarsi elaborate opinioni politiche da presentare civilmente al confronto e al dibattito. Una manifestazione di piazza come quella del 2 dicembre alla quale ho partecipato in modo consapevole e convinto è cosa diversa da altre manifestazioni indette per dubbi ed oscuri motivi. Una manifestazione fisica reale in una piazza o per le strade acquista senso politico se essa esprime un pensiero ed una decisione politica lungamente maturata. Un presenza di popolo e un fatto di piazza non sono la stessa cosa: nella prima si trova il sovrano; la seconda può essere opera di mestatori.

Ciò premesso, vorrei esprimere un mio sospetto ed una mia preoccupazione in merito alle campagne lanciate da quel vecchio marpione di Giuliano Ferrara che ricordo come giovane comunista che veniva a disturbare le nostre assemblee studentesche degli anni 68-71. Giuliano fa il mestiere che gli ha insegnato suo padre, allo stesso modo di D'Alema e di tanti altri che più o meno in grande continuano il mestiere dei padri. La famiglia è una grande istituzione in Italia. Il guaio è per quelli che una Famiglia proprio non ce l'hanno. Ritengo Giuliano una persona intelligente ma la mia fiducia e stima in lui sta diventando inversamente proporzionale alla sua intelligenza e scaltrezza. Ritengo che abbia sbagliato a trasformare un organo di informazione (Il Foglio), che per la verità non leggo quasi mai, in uno strumento di mobilitazione, cioè in un Volantino, come ho scritto altrove. La Stampa dovrebbe fornire il più obiettivamente possibile informazione ad un cittadino che sulla base delle informazioni acquisite dovrebbe autonomamente poter assumere le sue decisioni. La stampa e la televisione sono oggi mezzi di manipolazione della volontà deformata dei cittadini.

Il sospetto cui accennavo è tutto in un'analogia di cui vedo le prime avvisaglie. La guerra in Iraq è stata preceduta da una campagna mediatica-manipolatrice volta a creare una pubblica opinione favorevole all'aggressione militare. Ci si era inventata la storia degli armamenti inesistenti di Saddam. Pareva questa una buona giustificazione per fare la guerra. Quando poi si scoprì che quegli armamenti non esistevano affatto, si disse che era stato bene comunque aver fatto la guerra contro il tiranno Saddam, quello stesso tiranno con il quale gli USA non si erano fatto scrupoli di allearsi nella guerra contro l'Iran. Tiranno o non tiranno pare incontrovertibile che le condizioni odierne dell'Iraq siano di gran lunga peggiori di quelle esistenti ai tempi di Saddam. Lo dicono gli americani stessi, se non erro. Noi provincia di confine dell'Impero americano siamo al solito più papisti del papa. Mi sarei aspettato che, scoperto e smascherato l'inganno, sarebbe seguita una grande reazione del popolo turlupinato. Nulla di simile. Una microspiegazione me l'ha fornita indirettamente un mio compaesano calabrese divenuto cittadino americano con tanto di diritto di voto: lui a votare non ci è mai andato! E neppure si interessa della cosiddetta politica che significa per lui una presa per i fondelli di tanti disgraziati come lui in America ed io in Italia, di lui che altri usando il suo nome ed in suo nome rendono responsabile di atrocità di cui non hanno mai avuto nessuna colpa, rendendo il popolo americano odioso nel mondo.

La breve riflessione è già chiusa. Chi ha testa per riflettere provi ad immaginare se una manifestazione come quella odierna non possa essere una prova per l'entrata in guerra contro l'Iran. Manderemo poi la nostra "missione di pace" con il compito di curare i civili che gli americani avranno lasciato in vita. Dal tirannico regime iraniano, cui si pensa di dare questa sera una giovanile spallata, tireremo fuori un ceto politico fantoccio al quale si darà il diritto di "governare" il loro popolo purché si rispettino alcune condizioni di ordine politico internazionale: per la nostra felicità avremmo creato un nuovo tassello del moderno impero americano con oltre 700 basi militari sparse per il mondo. Il motto degli antichi romani era "parcere subiectis, debellare superbos". Gli odierni americani, che amano scimmiottare gli antichi romani, impongono ai popoli da loro "liberati" le mutande con le stelle e le strisce, ciò che chiamano appunto Libertà e Democrazia.

Un dato inquietante è la comparsa anche in Italia di una componente ebraica che assume una regia della politica estera dell'Italia. In America è noto ed evidente il sostegno ebraico ad Israele e la sua grande influenza nella politica americana nel Medio Oriente. Che anche in Italia possa crearsi un simile orientamento pare a me cosa altamente negativa e tale da suscitare la mia pronta opposizione. Credo che i Giovani Ebrei Italiani abbiano diritto per motivi religiosi ad un passaporto israeliano. Se credono, possono scegliere di non essere italiani e di essere solo israeliani, ma non pensino di potermi trascinare in guerra a fianco di Israele e contro un qualsiasi paese arabo. Se sarà questa la piega degli eventi, temo il sorgere di un nuovo antisemitismo, di cui responsabili saranno simili Giovani Ebrei che a mio avviso non hanno legittimazione ad indire manifestazioni che riguardano tutti i cittadini italiani e di cui nel bene e nel male risponderanno gli Italiani. Poco mi importa delle posizioni ufficiali dei partiti o delle dichiarazioni di leaders che sono tali sono perché appaiono nei salotti televisivi ed hanno interesse solo alla riconferma delle loro prebende politiche: a morire non andranno loro, manderanno sempre gli altri. Proprio ieri il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha lanciato un allarme: il paese reale non coincide con il Palazzo. I magnifici Mille Onorevoli non sono lo specchio del paese reale. Capisca chi vuol capire.

mercoledì, dicembre 20, 2006

Non aderisco!

Sento per radio radicale di una manifestazione che si va organizzando a cura dei giovani ebrei italiani davanti all'ambasciata iraniana in Roma, patrocinata da Il Foglio, che meglio sarebbe chiamare Il Volantino. Ne dà entusiastica notizia anche Dimitri Buffa, tutto preso da una buffa fregola di guerra ma che sa poco di storia e di geografia. Leggo poi di giovani di Forza Italia che avrebbero già aderito alla manifestazione. Non so quanti e chi siano questi giovani e cosa rappresentino. In quanto iscritto (non giovane) a Forza Italia non mi sento per nulla da loro rappresentato, cioè non possono arrogarsi il diritto (non concesso) di parlare anche a mio nome. Certamente, hanno il diritto di parlare a loro nome tutti quanti essi sono, ma lascerei da parte l'indistinta tribù di Forza Italia, che avrebbe bisogno di organarsi in modo da far emergere le volontà collettive. Allo stesso titolo io mi riservo il diritto di proporre alla discussione collettiva dentro Forza Italia le mie proprie opinioni formulate in questo blog. Trovo scandaloso che per alcuni temi da me trattati si sia tentata la tecnica delatoria del farmi chiudere la bocca, mentre con le armi in pugno si sbandiera una libertà da esportare e trapiantare nel Medio Oriente. Ho preventivamente protestato a tutti i livelli, ma nessun dirigente mi ha finora contestato il diritto di avere delle opinioni, magari sgradite a qualcuno interno o esterno al partito. Finora ricevo da parte dei dirigenti e da buona parte degli esterni al partito solo attestati di stima.

Non solo non aderisco alla manifestazione antiraniana, ma sarei disponibile ad aderire ad un'analoga manifestazione davanti all'ambasciata israeliana in Roma per chiedere innanzitutto lo smantellamento dell'arsenale nucleare israeliano, di cui troppo poco si parla, mentre troppo e a sproposito si è parlato delle inesistenti armi di Saddam e dell'atomica che l'Iran non possiede. Cosa serve ad Israele l'Atomica? Perché non ha mai firmato il trattato di non proliferazione? Sono propenso a credere che se finora gli israeliani non hanno usato l'atomica contro i loro vicini è solo perché sono "troppo" vicini e gli effetti distruttivi si sarebbero ritorti contro loro stessi. Ma l'arma è da loro tenuta in serbo per un uso alla Sansone che morì con tutti i filistei: antecedente biblico degli odierni kamikaze palestinesi. Non si tiene un'arma se non si pensa di non doverla mai utilizzare. Ed avendo quest'arma i nostri cari amici israeliani non si capisce in base a quale diritto di natura debba esser loro riconosciuto il diritto di tenerla puntata contro il 98,8 per cento del territorio e della popolazione mediorientale.

Che poi la manifestazione abbia lo scopo di favorire la democrazia in Iran è una bufala alla quale non sono disposto a credere. E' un genere di carità pelosa che caratterizza il nostro paese cattolico dalle profonde radici cristiane. Ci si preoccupi piuttosto di costruire la democrazia in casa nostra e particolarmente all'interno della struttura dei partiti politici italiani, dove una democrazia in senso proprio non è mai esistita. Sento dalla stessa Radio Radicale un intervista di un Giovane Ebreo che si lamenta che le dirigenze dei maggiori partiti non hanno al momento dato la loro adesione alla manifestazione. Se così è, mi sembra da parte loro una minima assunzione di responsabilità. L'Iran è un paese di 70 milioni di abitanti riconosciuto dall'Italia, forse ancora prima che Israele esistesse. L'iniziativa de Il Foglio mi sembra irresponsabile. Non è difficile prevedere che alla manifestazione davanti all'ambasciata iraniana ne possa seguire un'altra davanti a quella israeliana, alla quale io ho già dato la mia preventiva adesione. Posso anticipare che se una simile per ora ipotetica manifestazione in Roma verrà autorizzata, come sarebbe giusto per par condicio, io manifesterò civilmente ed in modo non violento. Ma non posso garantire per eventuali esagitati che si sono già visti in opera nella manifestazione romana pro Palestina. Se poi la manifestazione antiraniana indetta dai Giovani Ebrei Italiani e patrocinata dal Foglio avrà un'eco in Iran e nei paesi interessati dalla guerra in corso, gli scenari diventano quanto mai inquietanti…

Post Scriptum - Come previsto, incominciano ad arrivare i primi insulti. Avverto che come liberale non mi sento obbligato a pubblicare testi privi di qualsiasi contenuto concettuale e quindi non idonei ad un dibattito e ad una discussione anche aspra e serrata. È del tutto falso e fuorviante immaginare la politica, anche quella all'interno di uno stesso partito, come il luogo del "volemose bene". Posso infine assicurare all'Anonimo che mi ha appena insultato che sono perfettamente in grado di restituire gli insulti. Ma quest'esercizio di fantasia e spreco di energia non mi interessa, almeno in questa sede. Presso Radio Radicale esiste una rubrica che si chiama "Radio Parolaccia". Chi sia interessato a dare sfogo alla bestia che è in lui, sa dove andare. Ricordo ancora a quanti vogliono la polemica spicciola che hanno un'altra possibilità: il foro di discussione Club Tiberino. Il blog è invece il luogo della riflessione. A chi non vuol capire torno a spiegare che io (fra tanti che tacciono) sono il destinatario di un Appello pubblicato su un giornale per aderire ad una ben precisa manifestazione. Rispondo pubblicamente e forte: no! Chi vuole ci vada e ci passi pure la notte. Si arruoli anche come volontario nelle guerre in corso. L'essere giovani non è sempre una qualità apprezzabile ed il popolo italiano non si divide in giovani ed anziani. Un'eventuale bomba che ci dovesse piovere dal cielo o scoppiare in un autobus non farebbe distinzione fra giovani ed anziani. E quindi trovo anche "stupida" una manifestazione "giovanile" davanti all'ambasciata iraniana. A quanti possono averne interesse segnalo il mio articolo di questa mattina: Prove di guerra, con il quale intendo chiudere la mia disputa ideale con quei tre o quattro commentatori dei quali mi dispiace non aver potuto pubblicare i loro commenti per la loro indubbia volgarità espressiva e rozzezza concettuale.

L'Italia degli aguzzini

È in corso una trasmissione di "Porta a Porta" sul caso Welbi. Voglio qui appuntare una rapida riflessione che si collega anche al precedente scontro sul referendum in materia di fecondazione assistita. Esiste nell'odierna e nella passata vicenda un evidente intervento della Chiesa e dei politici ad essa infeudati. La riflessione che qui si abozza appena è la seguente. Una norma penale (in materia di fecondazione assistita, relativamente al caso Welbi)la si rispetta o perché si è pienamente convinti della sua validità intrinseca o soltanto perché non si crede affatto nella sua giustezza ma si teme la sanzione. Si va sempre più creando una divaricazione fra l'intimo convincimento della norma ed il suo rispetto del tutto esteriore per timore della sanzione. Guai ad un sistema giuridico che basasse la sua efficacia solo sul timore della sanzione. Venendo meno l'intimo convincimento, si è sempre più tentati di violare la norma astratta ed esteriore per intima convinzione della sua ingiustizia. Si resiste ad un diritto inteso come fondamentalmente ingiusto.

Interessa ciò al popolo degli astensionisti? Interessa ciò alle gerarchie cattoliche? In effetti, a loro interessa di riempire le carceri per poi magari svuotarle quando sono troppo piene. La pretesa superiorità morale dei cattolici si rivela in realtà essere nient'altro che una morale da aguzzini. Ho sentito una notizia secondo cui sarebbe quadruplicato il numero delle coppie italiane che si recano all'estero per quelle cure che non sono consentite in Italia. Ci vanno con la coscienza soggettiva (= dolo) di commettere un reato? O non sono piuttosto convinto di essere loro vittime di un assurdo divieto? E che dire poi della materia fiscale di cui tanto si blatera proprio in questi giorni. Quando si apprende che la carriera di un amministratore calabrese è costato al contribuente venti miliardi di lire come si può rinfacciare ai cittadino il loro dovere di pagare le tasse? L'Italia è il paese della doppia morale.

domenica, dicembre 17, 2006

Verso il partito unico del centro-destra?

La prospettiva di un partito unitario mi ha sempre attratto ed è stato il motivo ispiratore di questo Blog con il quale vorrei riunire quanti trovano condivisibile questo obiettivo. Non bisogna però nascondersi le difficoltà e gli interessi in gioco. Dobbiamo avere l'onestà intellettuale di ammettere che i partiti non hanno struttura democratica. Essi sono tutti in mano di persone che hanno i mezzi per piegare i partiti e l'elettorato ai loro voleri. La parola democrazia è quanto mai abusata. Più si parla di democrazia e meno ne esiste: tutti ne parlano perché sanno che è come l'araba fenice: dove sia ed in cosa consiste nessuno lo sa! Ormai il linguaggio ha perso il suo valore comunicativo. Non sono le parole che fanno capire, ma è la capacità critica di saper discernere il vero significato delle parole: il loro significato reale è spesso l'opposto di quello apparente. L'educazione politica dei cittadini può avvenire strutturando i partiti come luoghi di incontro e di dibattito. Intendo un dibattito non addomesticato e finalizzato all'applauso del regista. Se si riuscirà a togliere i cittadini dallo schermo televisivo ed a farli dibattere liberamente e civilmente in luoghi pubblici, si potrà sperare in una nuova stagione politica.

Credo che le maggiori resistenze alla creazione di un partito unico verrà da quanti oggi hanno in mano i partiti e vogliono continuare a dominarli in forme mutate. A Dell'Utri che ama tanto Tomasi di Lampedusa (forse non a caso) voglio ricordare la formula del mutare tutto per non cambiare nulla. Penso che anche lui sia un Gattopardo. Vedremo. Poiché anche sui giornali il dibattito sembra diventare sempre più serrato raccoglierò in questo stesso post tutti gli articoli di stampa che troverò in rete. Di ognuno di essi il mio Lettore troverà il link con titolo spesso modificato rispetto all'originale ed accanto al titolo un mio commento critico. Credo che una simile raccolta possa essere utile per una visione complessiva e comparata.

RASSEGNA STAMPA COMMENTATA

1. Mastella e Follini: dio li fa e poi li appaia per le prossime amministrative. Non posso perdonare a Silvio Berlusconi di aver buttato fuori i radicali di Pannella da una possibile alleanza liberale per imbarcare gli UDC Buttiglione, Follini, Casini producendo una deriva clericale ora più difficile da arginare. È fitta la schiera dei clericali dentro lo schieramento che era andato al governo ed al quale interessava solo di stare al governo. Si è di conseguenza indebolito lo spirito liberale della coalizione, che di liberale pretende il nome senza averne la sostanza. Io mi auguro un periodo salutare di opposizione durante il quale si possa lavorare alla costruzione di un partito unico regolato da principi democratici al suo interno. Spero che i dirigenti del partito la smettano di cercare i candidati fra le ballerine, alle quali intendono poi consegnare il partito. Non sono disposto a lasciarmi guidare in politica da belle donne e bellimbusti, da personaggi ricchi di mezzi materiali e poveri di spirito e di cervello, da collezionisti di processi civili e penali, da avvocati e professori ordinari che intendono la riforma universitaria secondo i loro propri interessi di «ordinari» che considerano l’università una cosa tutta loro da lasciare al loro privato arbitrio a discapito di altre categorie di docenti. Sarebbe interessante scrivere la storia del rapporti fra Ordinari e progetti di riforma delle università. L'Italia è una grande corporazione composta da corporazioni minori che hanno trovato riconoscimento costituzionale nel grande compromesso del 1948, dove il comunista ateo Togliatti trovò conveniente accettare nel testo costituzionale l'inclusione dei patti lateranensi stipulati dall'Uomo della Provvidenza massacrato ed esposto a perpetuo ludibrio in piazzale Loreto a Milano. La costituzione nata dalla Resistenza ha qualche malattia congenita cui sarebbe ora di porre rimedio.

Rifiuto del voto cattolico: una proposta politica per essere più liberi e liberali

Sto ascoltando la rassegna stampa del giorno che è piena di notizie sul povero Welby, che non è neppure libero di morire e sul quale si accaniscono come jene quanti a fronte dell'altrui straziante sofferenza hanno da difendere una miserabile ideologia della vita. Ho evitato finora ed evito di pronunciarmi sul tema perché mi sovvengono le circostanze della morte di persone a me care e si rinnova la mia sofferenza. E neppure voglio entrare in astruserie bioetiche. Voglio solo isolare l'esistenza su questo e altri temi di specifici interessi ecclesiastico-confessionali che condizionano trasversalmente tutti i partiti, sempre in famelica ricerca di voti, non importa quali ed a quali condizioni. Probabilmente la vecchia democrazia cristiana era più laica e liberale degli odierni cattolici-sanfedisti-papisti distribuiti in tutti i partiti. Questi sono evidenti portatori di valori e interessi propri delle gerarchie cattoliche. È perfettamente inutile discutere con chi per fede possiede la Verità e la ragione. Al massimo si può ottenere dalla loro bontà cristiana una magnanima comprensione e misericordia riservata ai peccatori ed ai sicuri candidati al fuoco dell'inferno dantesco. Politicamente sarebbe quanto mai opportuna una coraggiosa presa di distanza da quanti giudicano politicamente qualificante presentarsi da un palco come cattolici. Dovrà essere chiaro ad ogni cattolico che non gli è consentito fare il cavallo di Troia in uno stato che vuol essere laico senza se e senza ma. Dovrà egli scegliere se vuol essere un cittadino italiano all'interno di uno Stato che gli consente la professione della sua fede, compresa la libertà di potersene allontanare senza subire sanzioni, oppure se vuol essere un papalino in servizio permanente effettivo per imporre ad altri concittadini convincimenti, valori e stili di vita sentiti come assurdi ed estranei, malgrado le storaciane radici cristiane, di uno Storace che malgrado il sacrificio della laicità laziale non ha ottenuto la riconferma al Governatorato del Lazio.

Sarebbe bene che i Cattolici si riunissero tutti quanti in un solo partito: PCI, cioè Partito Cattolico Italiano. Per tutti gli altri partiti sarebbe così più facile trattare con loro, individuando le loro specifiche proposte e pretese politiche. Non assisteremmo al penoso spettacolo di uno Storace festante che si reca dal papa per offrire lo statuto del Lazio con la scritta "radici cristiane". Se non ci fosse stata la speranza di qualche voto, è da presumere che il buon Storace non avrebbe avuto questa brillante idea. Se invece era proprio convinto di quel che faceva, avrebbe potuto lasciare Alleanza Nazionale, dove ogni tanto recalcitra, ed iscriversi al nuovo PCI. Se questo nuovo partito esagerasse poi nelle sue pretese fino a pretendere la soggezione formale e istituzionale dello Stato Italiano all'ex Stato della Chiesa, oggi Vaticano, allora sarebbe inevitabile il casus belli. Una nuova breccia verrebbe aperta nelle Mura Vaticane e questa volta la Chiesa Cattolica verrebbe ricondotta nei giusti limiti di un'associazione privata con finalità religiose e di culto solo moralmente vincolanti per i suoi fedeli. Avremmo finalmente un'Italia più libera e liberale, disintossicata dai quotidiani spettacoli di ipocrisia e cinismo di ogni specie.

sabato, dicembre 02, 2006

La manifestazione dei 2 dicembre. Testimonianza con immagini: c'ero anche io!

Ho partecipato alla manifestazione in piazza San Giovanni in Laterano. Abito in Roma e sono uscito da casa dopo pranzo per andare incontro agli amici che venivano dalla da Scilla e partivano dai Colli Albani. Li ho attesi a piazza re di Roma, ma poi appena saputo dove si trovavano sono andato loro incontro raggiungendoli in piazza Pontelungo. Il telefonino, quando riusciva a funzionare, è stato prezioso per poterci ritrovare nel gran mare di manifestanti. Una nota generale della manifestazione è stata l'assenza di qualsiasi ombra di violenza verbale. Il cartelli erano numerosissimi. Ho scattato tutte le foto della mia ixus 55 che consente anche di fare filmati. Qui di seguito do una selezione delle foto che mi paiono migliori. In Roma ho per quasi trent'anni vicinisso alla piazza, di cui conosco le affluenze. Non sono in grado di dire quante fossero le persone, ma posso testimoniare che raramente ho visto tante gente. Un modo per misurarlo è la densità per metro. Dappertutto vi era quasi la stessa densità. Io ho preferito all'allontanarmi e mettermi sotto la statua di San Francesco, quando Berlusconi ha iniziato a parlare. Prima però ho girato per tutta la piazza per rendermi conto della presenza. So distinguere le facce romane da quelle forestiere, che erano la stragrande maggioranza dei partecipanti. Ho detto bene: partecipanti. Direi che fosse abbastanza diffusa la consapevolezza di essere lì per farsi vedere fisicamente e dimostrare di esserci. La sinistra, i sindacati, i comunisti si sono troppo abituati all'idea di essere loro soltanto i mobilitatori di masse. La manifestazione di oggi ha dimostrato che non è così e volendo si può essere anche più numerosi. Vi è però una differenza importante: manca la minacciosità. La manifestazione non era rivolta contro altri cittadini. Non vi erano ceti sociali che si considerano avversari e contro cui si intendeva protestare. In san Giovanni era presente tutto il popolo italiano in tutte le sue componenti. Do adesso la migliore selezione di foto, riservandomi a mo di didascalia ulteriori impressioni. Mi dispiace di non aver portati altri caricatori e batterie della piccola ixus, che si è scaricata rapidamente: 300 foto più una serie di filmati, che però non possono vedersi in questo blog.

1. Corteo proveniente dai Colli Albani.

I commenti di Prodi. Prodi dice che alla manifestazione del 2 dicembre vi siano stati solo insulti verso di lui e che lui con la sua finanziaria ha fatto anche gli interessi dei manifestanti in quanto anche loro – bontà sua – sono cittadini italiani, che non possono sottarsi all’obbligo di pagare le tasse da lui stabilite per diritto divino. Due osservazioni mi vengono ora in mente: A) gli insulti di cui si lamenta sono state semplici e legittime critiche a lui rivolte. Ciò che ho visto e sentito non ha niente di paragonabile a tutte le tonnellate di fango gettate su Berlusconi a parti invertite. Ricordo soltanto il già ministro della giustizia Diliberto che parlava del capo del governo italiano come di uno “sguattero” degli americani, offendendo lui comunista gli sguatteri che dovrebbe rappresentare, il capo del governo italiano in carica, lui stesso per essere stato ministro, gli italiani tutti per la caduta di stile e di immagine. E senza voler entrare nelle ragioni o torti della guerra in Iraq. B) Ha dell’assurdo la fiducia che Prodi pretende per se: i frutti della cura da cavallo verranno dopo. Siete pazzi a non capirlo. Io questa fiducia in Prodi non l’ho mai avuta e sono proprio in tanti, anche nella sua coalizione, a non dargliela. Per tutti Capezzone: non si può proporre al paese una finanziaria tutta di tasse e senza nessuna riforma strutturale. Chiede sacrifici agli italiani. Ma perché non ha incominciato con il tagliare i costi della politica? – L’uomo Prodi mi sembra una sorta di re travicello, dietro di cui si nascondono interessi che non hanno nessun interesse allo scioglimento delle camere e a nuove elezioni. Verrebbero a perdere la loro poltrona e si dovrebbero di nuovo cominciare le danze. Penso che sia questa la vera e unica ragione se il governo Prodi farà tutti gli anni della legislatura.

2. Nei pressi di Piazza Pontelungo.

Le ironie sulla spallata e sui frutti che matureranno. Ognuno vede le cose nel modo che più gli conviene. E’ un fatto psicologico necessario per prevenire e combattere la depressione. Che nessuno dei presenti in piazza San Giovanni credesse alla “spallata” dipende dalla convinzione che chi si trova in sella non vuol cader giù. I privilegi dei deputati sono tali che per nessuna ragione al mondo essi vi rinunceranno per senso del pudore o per scrupolo di coscienza. I manifestanti possono anche “restare in mutande” dopo il salasso finanziario, ma i parlamentari dall’estremma destra all’estrema sinistra non avranno il problema di dover sbarcare il lunario come quegli scostumati dei manifestanti che si sono permessi di manifestare. Il discorso sui frutti che matureranno è politicamente assurdo. Già in una famiglia neppure il padre è sicuro che i sacrifici oggi imposti a tutta la famiglia produrranno i loro risultati. Figuriamoci la fede che ai figli si chiede. Ma non è lecito il paragone fra Stato e famiglia. Si tratta di un antropomorfismo di cui certamente non si avvantageranno gli italiani che nel frattempo morranno. Certe decisioni richiedono poi la simultaneità. Di certo oggi ci sono le tasse che gravano su tutti. Cosa ci riserverà il futuro è cosa da vedere, ma intanto al presente di fiducia non solo non ne ha fra quanti gli hanno manifestato contro ma pare ne stia perdendo sempre di più fra quelli che lo hanno votato. E dunque vi è poco da ironizzare.

3. Sulla via Appia Nuova. Enrico La Loggia.

Al centro fra i quattro uomini che sono guardie del corpo si vede di profilo Enrico La Loggia, che si è unito al corteo di quanti venivano dai Colli Albani. Accanto a lui che però non si vede in questa foto, ma nella successiva, era pure il coordinazione nazionale di Forza Italia Sandro Bondi.

4. Sandro Bondi in via Appia Nuova.

In questa foto si vede invece al centro Sandro Bondi, in mezzo alla folla, ma protetto dai quattro uomini di guardia che si trovano davanti a lui. Mi stavo avvicinando, per chiedergli se riceve la mia posta, ma mi sono subito accorto dell'ineguaglianza naturale, morale e politica che esiste fra gli uomini, ben descritta due secoli fa dal mio copmpaesano Francescantonio Grimaldi, malgrado tutta la retorica costituzionale sul principio di eguaglianza. I quattro uomini appena captata la mia intenzione, si sono messi in posizione immaginando magari che io avessi cattive intenzioni. Mi sono subito riportato alla realtà delle cose, ma non senza sorridere sulla situazione di fatto.

5. Via Appia Nuova

• Non so cosa sia stato l’editto bulgaro, che avrebbe avuto fra le sue vittime proprio Michele Santoro, adesso ritornato in auge più baldanzoso di prima. Quello che so è che il suo è un cattivo giornalismo, che non informa ma distorce e offende gli avversari politici. Michele Santoro è un tipico intellettuale organico di una sinistra che si è lungamente preparata all’occupazione del potere. Non per cederlo democraticamente in una logica di alternanza, ma per detenerlo il più a lungo possibile, magari per secoli. Ho visto la trasmissione di Santoro sulla manifestazione del 2 dicembre alla quale ero io stesso presente e dove i giornalisti santoriani non sono certo venuti a intervistarmi, ammesso che in mezzo ad una folla così grande avessero potuto trovarmi. Quello che vorrei dire a Santoro e gielo dico idealmente dimostra la sua mancanza di deontologia giornalistica. Sarei tanto lieto se un nuovo salutare “editto bulgaro” non si limitasse a mandare a casa solo lui, ma abolisse l’ordine dei giornalisti, voluto guarda caso proprio da Mussolini. La professione giornalistica dovrebbe essere aperta a tutti. O meglio chiunque sia in grado di scrivere quattro parole e di pronunciare quattro parole dovrebbe poter dare la sua versione dei fatti di cui egli è protagonista o dei quali è testimone. Invece assistiamo attraverso la televisione di stato a programmi demenziali che hanno lo scopo di alterare la verità dei fatti e di istupidire il popolo dei telespettatori che non hanno informazione alternativa e possibilità di contradditorio. Nel caso specifico dell’imponente manifestazione Santoro ha tentato di delegittimarne il valore politico andando a pescare nelle motivazioni individuali che possono aver spinto ognuno a partecipare alla manifestazione. Resta indiscutibile ed inconfutabile il fatto pubblico di una imponente manifestazione CONTRO Prodi e la sua paternalistica finanziaria. Io che nei pressi di piazza san Giovanni ho abitato per quarant'anni posso dire di non aver mai visto tanta gente. Ma anzichè prendere atto del fatto indubitabile il faziosissimo girotondino Santoro ha sparso la notizia che tutta questa gente proveniente da tutta Italia si sarebbe riunita in piazza san Giovanni per lucrare un panino a testa: muovendomi da Roma e non dall'estrema Calabria testimonio solennemente per la storia e per i posteri che non ho mangiato nessun panino, ma ho pranzato a casa mia con cibi da me comprati il giorno prima. Non mi scandalizzo se quanti sono partiti la sera del giorno prima abbiano mangiato qualche panino a spese dell'organizzazione partitica, che peraltro gode di più cospicui rimborsi elettorali presi dalle tasche di quanti erano in piazza san Giovanni. Alla diffamazione dei panini si è uniti l'ex PM Di Pietro, che in un primo tempo faceva finta di rispettare l'indubbia manifestazione di popolo e che evidentemente giudica legittime e rispettabili (la pro-Sgrena!) le manifestazioni santificate dalla sua presenza. Santoro impunibile nella sua faziosità è poi andato perfino a pescare una vetero comunista della Garbatella per farle dire che piazza San Giovanni appartiene ai comunisti e che nessun altro è autorizzato ad andarvi a manifestare. Che la manifestazione del 2 dicembre sia stata ben più numerosa di quella dei girotondini, a cui ha preso parte lo stesso Santoro, lo si può vedere dalla foto girotondina, dove si vedono i girotondini seduti sul prato antistante il palco: la densità per metro quadrato del 2 dicembre non consentiva a nessuno di stare seduto, se non voleva finire schiacciato. Infatti, si sono sentiti male quanti erano abituati a considerare la piazza come appannaggio della sinistra. La destra o il centro sono quelli che se ne stanno a casa e non fanno scenate per le strade. Ricordo perfino la mia primissima immagine televisiva di Bertinotti, che non riesco a pensare come presidente della Camera dei Deputati, il quale teorizzava come di destra l’immagine natalizia della distribuzione dei panettoni in una fabbrica padronale (e non ancora soviettizzata) mentre era di sinistra l’immagine di lavoratori in piazza e per le strade con striscioni di protesta contro un “datore di lavoro” che appunto era tenuto a dare lavoro e stipendio a lavoratori che non sapevano far funzionare i soviet.

6. Piazzale Appio

Il mio punto di osservazione privilegiato è stata la porta di San Giovanni. Avrei potuto scegliere altri punti di accesso alla piazza: via Emanuele Filiberto o via Merulana e altri ancora. Mi sono tenuto lontano dal palco ed ho fatto tutto il giro della manifestazione, scattando foto fino ad esaurimento della scheda. Quelle che qui si vedono sono una selezione di 300 foto. Non è possibile purtroppo riprodurre i filmini di circa un minuto ciascuno di ripresa. La tecnica di ripresa è stata volutamente concentrata sull'attraversamento degli archi per poter studiare i volti dei partecipanti. Ho abitato per quarant'anni nei pressi di piazza san Giovanni, in fondo alla vicina via Sannio. Ho visto numerose manifestazioni e sono in grado di distinguere la diversa antropologia dei manifestanti, il loro stile, la loro sociologia. Devo ammettere che i sinistri hanno più tradizione ed esperienza in fatto di piazza. Ma adesso hanno costretto ai loro metodi anche gente che forse si vergognava un po' a questo genere di manifestazioni. Sono stati però capaci di far scendere in piazza perfino un professore universitario (lo sono anche io, ma non mi conto), intervistato da Ballarò, che dichiarava pubblicamente il motivo della sua protesta: non so se anche lui abbia mangiato un panino da viaggio. Ce ne voleva per indurre tanta gente restia a scendere in piazza!

7. Giuseppe Laganà di Scilla con amici.

Si vede nella foto l'amico Giuseppe Laganà di Scilla con altri saliti su un pulmann e partiti tutti da Scilla alle 11 della sera precedente. Altri pullmanns sono partiti più tardi e non sono giunti in tempo alla manifestazione. Vi era infatti il problema del parcheggio del pulmann. Il pomeriggio del 14 dicembre mi trovavo con lui nel corso di Reggio Calabria ed ho potuto ascoltare la protesta di altre persone che volevano venire alla manifestazione del 2 dicembre, ma si lamentavano di non essere stati avvisati. Non hanno fatto menzione dei ricchi panini che si potevano mangiare.

8. Vista di Porta San Giovanni da piazzale Appio.


9. Ingresso da uno degli archi di Porta san Giovanni.


10. Ingresso in piazza di Porta San Giovanni.


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