sabato, dicembre 30, 2006

Assassini e briganti. Lo smacco di Pannella.

Il comune cittadino, appena un poco informato, non può sottrarsi ad un sia pur breve e spicciativo giudizio sulla notizia del giorno. Intanto dobbiamo diffidare delle stesse notizie, che giungono a noi filtrate e distorte. Della stampa cosiddetta libera e democratica, addirittura corretta, abbiamo ormai imparato a diffidare, pur restando impotenti contro chi ci inganna e si fa gioco della nostra intelligenza. Chi ha il mezzo di comunicazione controlla anche la redazione della notizia oltre che la scelta di quale notizia dare. Inoltre attraverso la comunicazione verticale (uno parla a tutti) si attua una forma subdola e sottile di formazione dell'opinione, del pensiero e della coscienza del destinatario, spesso incapace di discernimento critico. È da aggiungere che di norma ciò che si viene a sapere di un fatto qualsiasi è soltanto una parte del tutto: ciò che viene fatto sapere è quello che si vuol far sapere, per giunta condito in un certo modo. Insomma, la Verità è normalmente velata e per scoprirla occorre "disvelarla": un lavoro da filosofi ferrati nel mestiere. Da Washington, Londra e Gerusalemme si plaude ad un assassinio e lo si chiama "giustizia": a loro e solo a loro la responsabilità di una morte della quale io cittadino qualunque di un'Europa vinta, distrutta e depolitizzata sono estraneo! Ma non mi limito a “lavarmi le mani". Condanno sul piano etico-morale ed accuso di assassinio mandanti, giudici ed esecutori, a me personalmente ignoti, ma che si trovano e vivono a Washington, Londra, Gerusalemme, Bagdad.

Traggo occasione dalla condanna a morte di Saddan per esprimere la mia posizione sulla pena di morte, un tema che si affaccia periodicamente in letture o cconversazioni con amici e colleghi. Non sono pregiudizialmente contrario o favorevole alla pena di morte. Considero la “pena di morte” una variabile dipendente dalla nozione di “pena”. Spesso mi sembra che venga messa in discussione l'idea stessa della “pena”, poco importa se poi la pena consista nella “morte" o in un semplice “rimprovero”. La relazione protezione-obbedienza, cui accenno più sotto, comporta l'istituzione di un potere che possa comminare “pene” a quanti disobbediscono a quei comandamenti necessari per un vivere ordinato e sicuro: divieto di uccidere, di rubare, di stuprare, di insultare, di arrecare ingiusti danni, ecc. ecc. Se viene a mancare la “pena”, la società ritorna in uno “stato di natura”, dove ognuno se ne è capace e ne ha la forza, è costretto a farsi giustizia con le sue mani e a proteggersi dalle altrui insidie. Non è un bel vivere. Se però non è in crisi e non viene messa in discussione il principio della pena, dipende poi dal grado di civiltà raggiunto da un popolo il tipo e la modalità della pena. Trovo ipocrita il rifiuto della pena di morte sulla base dell'idea di sacralità della vita. Spesso chi ritiene sacra la vita, è poi indifferente alla morte per fame che interessa una buona fetta di umanità. Per non parlare poi di tante condizioni del vivere per le quali se non la morte sarebbe certamente preferibile il non esser mai nati. Il negrierio voleva la vita del negro per poterla vendere al proprietario americano di piantagioni che aveva bisogno della vita di schiavi negri per poter fondare il suo benessere.

Nel caso della condanna a morte di Saddam e dell'esecuzione della sentenza mi dichiaro contrario non per un pregiudiziale rifiuto della pena di morte, ma per una giudizio sulla carenza di qualsiasi legittimazione del tribunale che ha comminato la pena. In se stessa l'idea di pena è possibile dentro un codice penale interno ad un Stato, che esercita la sua sovranità in uno dei suoi attributi essenziali: il rendere giustizia ai cittadini che ne sono soggetti. La giustizia è un fatto che riguardo il singolo all'interno dello stato o della società in cui vive. Le leggi di questo stato o di questa società possono essere perfino barbare e crudeli, ma sono le sue leggi, che non possono essere cambiare se non dalla stessa società che ne è soggetta. Con la guerra fra Stati cambia il contesto in cui l'idea di pena ha la sua giustificazione ed una sua funzione. Diceva Hobbes che nelle relazione fra Stati continua a vigere lo stato di natura. L'invenzione dei nostri tempi secondo cui ci si illude di creare istituzioni sovranazionali è una miserabile finzione, dietro la quale si nascondono spesso gli interessi degli stati più potenti. Nel caso di Saddam – come ha detto giustamente la Libia – vi è stata una guerra di aggressione, in seguito alla quale Saddam è stato fatto prigioniero. Se non si vogliono rispettare le convenzioni sui prigionieri di guerra, si può applicare i diritto di natura: sei nelle mie mani, faccio di te quel che voglio. Ma è qui impropria qualsiasi idea di giustizia allo stesso modo in cui chi è derubato di un bene si rivolge ad un giudice per avere la restituzione di ciò che gli è stato tolto. Con il processo di Norimberga si è voluto criminalizzare il nemico vinto. I due diversi concetti di “nemico” e di “criminale” vengono fusi nell'idea di “crimine di guerra” e di “criminale di guerra”. È un imbarbarimento dell'idea di diritto sulla quale ha prosperato l'etica fondata sull'Olocausto, che pretende di diventare una sorta di religione del nostro tempo, assai più fanatica e intollerante delle vecchie religioni.

Queste premesse mi servono per dichiarare la relatività dei giudizi che sto per dare e che mi riservo di modificare, se avrò illuminazioni che adesso non trovo. Il mio giudizio rapido e sommario, come rapida e sommaria è stata anche la sentenza dello pseudo-tribunale iraqueno: assassini e briganti quanti hanno giudicato e condannato a morte l'uomo Saddam. Non sono mai stato un partigiano o un ammiratore di Saddam. Probabilmente non era uno stinco di santo, ma chi lo ha esecutato non ha dimostrato di essere migliore. Inoltre egli avrebbe dovuto sedere sul banco degli imputati insieme con il condannato a morte essendo stato suo alleato nella guerra contro l'Iran e chissà in quali e quanti altri affari. I despoti americani (detti "democratici" per definizione, giacché sono votati dai loro cittadini) si servono di "dittatori" e "tiranni" di ogni specie, finchè tornano loro comodi; se ne disfano, appena diventano inutili e ingombranti. Nessuno si può permettere di giudicare i portatori di »pace, democrazia e libertà« nel mondo intero. La pace, la libertà e la democrazia sono loro stessi. I commenti e le dichiarazioni dei politici che in queste ore la televisione di stato sta trasmettendo sono aabbastanza unanimi nella loro ambiguità servile. Dicono tutti: era ben vero che Saddam fosse un criminale, ma noi che siamo civili siamo in ogni caso contrari alla pena di morte. Una mente politica come quella di Tajani, da me incautamente e colpevolmente votato al seggio europeo, spiega che si doveva convertire la sentenza di morte nella pena dell'ergastolo.

Il governo iraqueno. Si dice in Inghilterra che la condanna e l'esecuzione di Saddam è stata un atto sovrano di un legittimo governo iraqueno. Guarda caso non dispone di prigioni proprie, ma si avvale di quelle dell'esercito americano che apre la cella giusto per accompagnare al patibolo al condannato. Curiosa sovranità che non dispone neppure di carceri proprie. Non mi è mai riuscito di pensare al governo iraqueno che come un governo "fantoccio" o governo Quisling. Le analogie fra americani-israeliani e nazisti sono sostanziali. Si arrabbino pure i miei detrattori di »Informazione corretta«. Sono disarmato ed incensurato. Esercito il diritto di manifestare un'opinione che la tanto decantata nostra Costituzione dovrebbe consentire ad ognuno. Dico: analogie sostanziali. È stato proprio un ministro tedesco a porre l'equazione Bush = Hitler nel momento in cui Bush si avvaleva della dottrina della guerra preventiva che era stato il principale capo di imputazione contro il criminale Hitler. Sulla criminalizzazione di Hitler e del nazismo è stata costruita una criminalizzazione di tutta la storia e civiltù europea del Novecento. Nolte ha parlato giustamente di guerra civile europea per descrivere le guerre fra gli Stati europei continentali. Una guerra fomentata dagli angloamericani, che si sono avvantaggiati del logoramento della guerra intestina europea. L'imperialismo americano inizia con la dottrina Monroe e continua ai nostri giorni: la guerra in Iraq è solo l'ultimo capitolo di una strategia bicentenaria.

L'uomo Saddam non era probabilmente uno stinco di santo. Tuttavia, se ammettiamo che gli orrori della presente guerra civile superano la ferocia del governo di Saddam, possiamo desumerne che i metodi di governo di Saddam erano gli unici possibili ed efficaci nella situazione data. Non tocca a noi ergerci a giudici in casa altrui. La mia visione storica è rispettosa dell'evoluzione interna dei popoli. Possono passare da situazioni di barbarie a condizioni di autentica pace e giustizia. Noi possiamo interagire con la loro storia solo se veniamo attaccati sul nostro territorio. In questo caso la difesa è un diritto di natura nell'accezione hobbesiana del termine.

E termino con Hobbes dicendo che è da qui che bisogna partire per costruire un autentico liberalismo. Non quello di Pannella che in Medio Oriente vuol fare la frittata senza rompere le uova. La sua storia dell'esilio di Saddam è appunto una pannellata come pure una pannellata è l'inclusione di Israele nell'Unione Europea. Il criterio fondamentale in Hobbes per stabilire la legittimità di un regime non è la litania dei diritti umani, ma la relazione protezione-obbedienza. Un governo (anche quello di Saddam) è legittimo se riesce a garantire la protezione della vita ai suoi soggetti, che solo per questo gli devono obbedienza. Se manca progressivamente il primo elemento viene fatalmente e proporzionalmente a mancare anche il secondo. Non esiste tiranno senza nessuno che gli obbedisca. L'esercizio di un potere è possibile solo se trova una diffusa obbedienza e nessuno ha interesse a obbedire se non è garantito nell'essenziale: la vita. I "diritti umani" (discutibile concetto polemicamente costruito al pari del concetto di "eguaglianza") sono un "optional" di cui si può fare tranquillamente a meno rispetto ad altri diritti più sostanziali.

Chiedo scusa ai miei quattro lettori per la schematicità di queste riflessioni che mi riservo di approfondire ed illustrare meglio in successivi articoli. Per adesso ho voluto adempiere al mio dovere civico di dare la mia opinione a poche ore dalla notizie della morte di un lontano ex-dittatore in un paese lontano e vicino al tempo stesso. Le vicende iraquene sono per me illuminanti in quanto gettano luce sulla logica storico-politica degli eventi a partire almeno dal 1914, quando appena erano nati i miei genitori, mio padre nel 1904 e mia madre nel 1912. Per me che sono nato nel 1950 sono eventi certamente lontani, ma i loro effetti si manifestano nel mio presente. Vedo una logica e una concatenazione di eventi che non corrisponde alle concezioni che vedo riflesse nei discorsi ufficiali dei politici e negli articoli dei giornali che pretendono di informarmi su quello che succede.

Il mio compianto amico Paul Piccone, un abruzzese emigrato negli USA all'età di nove anni, voleva che io mi rassegnassi al destino di diventare un americano, dopo un lungo periodo di colonizzazione culturale ed economica: è questo il destino che ha già pervaso l'Europa e del quale si vuole contaminare il Medio Oriente. Rispondevo che la cosa non mi entusiasmava. Non ho mai messo piede in America. È questa per me la terra dove con pistole, fucili e cannoni si sparava a indigeni armati di frecce. È incredibile come una simile mattanza abbia costituito materiale educativo della nostra infanzia in tanti films dove si massacrano indiani colpevoli di vivere nella terra in cui erano nati e che abitavano da tempi immemorabili. Nessuno dà risalto che le riserve indiane sono l'antecedente di successo dei lager nazisti. Larghissima parte della storia statunitense è caratterizzata dalla tratta dei negri e dal lavoro schiavistico. Tuttora il razzismo è una lucida e consapevole componente culturale ben più consistente della breve e folle parentesi nazista in Europa. È vero che buona parte dell'odierna popolazione americana discende da europei immigrati, ma è anche vero che si trattava soprattutto delle “feccia” che aveva dovuto fuggire o lasciare l'Europa: sono questi i titoli nobiliari dell'America. Nessun Tribunale può essere costituito per mettere sotto accusa e condannare gli autentici crimini contro l'umanità storicamente perpetrati in America e ricorrenti sotto mentite spoglie anche ai nostri giorni.

RASSEGNA STAMPA

1. Per la Svizzera l’esecuzione di Saddam «non è giustificabile». Si è contrari alla pena di morte, pur riconoscendo che Saddam è stato autori di gravi crimini. Il ministero degli Affari Esteri esprime preoccupazioni per il presente. La morte di Saddam è stata rapida. Teneva in mano il Corano. Saddam è stato condannato a morte per il massacro di 148 sciiti del villagio di Dujali, a nord di Bagdad avvenuto nel 1982. Era tenuto prigioniero dalle forze armate americane che lo hanno consegnato alle autorità irachene per l’esecuzione. L'annuncio della morte di Saddam ha suscitato reazioni contrastanti in Iraq. Alle scene di giubilo si sono contrapposti disordini, in particolare nella roccaforte sunnita di Falluja. A Kufa, un'autobomba è esplosa nei pressi del mercato facendo diverse vittime. In mattinata, la situazione era invece relativamente calma a Bagdad.

Il primo ministro iracheno Nuri al Maliki - felicidandosi per «l'esecuzione del criminale Saddam» - ha lanciato un appello alla riconciliazione ai partigiani dell'ex regime.

A Washington, il presidente statunitense George Bush ha parlato di una «tappa importante del processo di democratizzazione dell'Iraq». «È stato un atto di giustizia, la stessa giustizia negata per decenni alle vittime del suo brutale regime», ha commentato Bush, riconoscendo tuttavia che l'esecuzione non porrà fine alla violenza nel paese.

Il vice ministro degli affari esteri iraniano, Hamid Reza Assefi, ha salutato l'esecuzione come «una vittoria degli iracheni». Per Israele, «giustizia è stata fatta». - Saddam Hussein nasce il 28 aprile del 1937 a Awaja, nella regione di Tikrit.

Dopo aver aderito al partito Baath metà anni Cinquanta, Saddam sale alla ribalta della cronaca nel 1959 quando tenta di assassinare il presidente Abdel Karim Kassem, responsabile dell'abbattimento della monarchia un anno prima.

 Nel 1968 partecipa al colpo di Stato che porta il partito laico al potere.

La sua ascesa è rapida. Nel 1979 è al contempo capo di Stato, segretario generale Baath e capo supremo dell'esercito.

 Saddam non tollera alcuna dissidenza. L'Occidente, terrorizzato dall'Iran (contro il quale l'Iraq è in guerra dal 1980 al 1988), chiude entrambi gli occhi sui crimini del suo regime e lo sostiene militarmente.

L'esercito iracheno invade il Kuwait nel 1990, prima di subire una cocente sconfitta da parte di una coalizione guidata dagli USA sette mesi dopo.

Nonostante l'embargo decretato dall'ONU, il rais continua a provocare e a sfidare gli Stati Uniti. La controversa invasione americana nel marzo 2003, condotta in nome della lotta al terrorismo e delle armi di distruzione di massa (mai trovate), mette fine al suo regno.

2. Saddam sepolto nel suo villaggio natale. Era nato nel villaggio di Awija, vicino Tikrit, dove era nato 69 anni fa. Giace accanto ai suoi figli Uday e Qusay, uccisi dalle truppe Usa nel 2003. «Gli americani lo hanno voluto seppellire il più rapidamente possibile». Alla sepoltura di Saddam erano presenti diverse centinaia di persone della sua tribù, gli Abu Nasir. Il corpo di Saddam era stato consegnato nella notte a Baghdad ad una delegazione della quale faceva parte lo sceicco degli Albu Nasir e il governatore di Salaheddin.

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