mercoledì, febbraio 28, 2007

Legalità contro legittimità

Devo dire che l'altra sera al “Caffé Letterario” in occasione della presentazione del libro di Emanuele Ottolenghi non mi sentivo di fare una lezione universitaria al sen. Antonio Polito sulla distinzione fra legalità e legittimità, che mi sembrava sfuggisse del tutto al suo bagaglio culturale. Del resto, non è neppure una distinzione del tutto pacifica. Oltre 20 anni fa si era svolta nei locali del Parlamento una ben altra presentazione di libri. Erano usciti presso l'editore Giuffrè i volumi iniziali della collana ”Arcana imperii”, diretta da Gian Franco Miglio. Questi volumi erano dedicati ai suoi progetti di riforma della costituzione di cui allora ed anche oggi molto si parlava e si parla. (segue)

Giano Accame: alle origini del sionismo

Avevo annunciato ai miei Lettori l’ingresso in questo Blog di un gruppo di miei amici, a cui avevo accennato il progetto, ricevendone l'adesione. Fatte le normali procedure di “invito”, da allora non ho voluto assillarli. Non è mancata da parte loro l'adesione, ma si tratta semplicemente di non familiarità con il mezzo informatico. Mancherò per qualche tempo da Roma, ma al mio ritorno con molto piacere insegnerò loro le semplici tecniche. Con l'occasione rendo pubblico ai miei Lettori che questo Blog da individuale diventerà collettivo e data la grande professionalità giornalistica dei miei amici io credo che questo Blog possa perfino diventare un giornale telematico. In periodiche cene di lavoro discuteremo i temi che confluiranno in questo Blog. Avverto che le nostre idee non è detto che coincidano, anzi normalmente ciò non avviene allo stesso modo in cui non esistono due cervelli identici. Sarà una bella occasione per discutere fra amici e in un ambiente amico. Ad esempio, non sapendolo io, mi ha detto Giano Accame di essere stato lui il primo intellettuale di destra ad avere posizioni filoisraeliane. Non lo sapevo e sono veramente curioso di apprenderne gli argomenti. Può benessimo darsi che io mi ritrovi d'accordo con Giano, anche se appena ieri mi sono dichiarato filoarabo. L'amico Giano mi ha mandato oggi stesso l'articolo qui di seguito che metto io in rete in attesa che sia capace di farlo lui stesso. Il titolo (Alle origini del sionismo) l'ho messo io stesso, perché il testo che Giano mi ha mandato ne è privo. Il testo inoltre è redatto come se fosse un articolo di giornale. Anzi è un articolo di giornale e va benissimo. Avevo tuttavia spiegato a Giano che non intendevo gravarlo di particolari oneri di lavoro. Se lo vuole i suoi articoli possono essere più leggeri e meno impegnativi per lui. Non è questo in nessun modo una critica alla qualità dell’articolo (eccellente), ma solo un modo di dirgli che la tecnica del blog è molto meno faticosa di quella richiesta da un testo preparato per la carta stampata. Intanto saluto l’ingresso di Giano Accame, che senza tema di smentita presento come uno dei più importanti intellettuali della cultura del centro-destra.

Antonio Caracciolo


GIANO ACCAME

Alle origini del sionismo


Tra gli ispiratori del sionismo raramente, accanto a Theodor Herzl, a Max Nordau, a Martin Buber, al poeta di tipo carducciano Chaim Nachman Bialik o a Nathan Birnbaum, che ne mise in uso per primo la parola (dal monte Sion, la collinetta su cui si era formato - come a Roma il Palatino – l’insediamento più antico di Gerusalemme), vengono indicati i padri del Risorgimento. Eppure il mito di Garibaldi, evocato da Jabotinskij nei suoi saggi, e la predicazione mazziniana di “Dio e Popolo”, che tanta influenza ebbe nell’Europa centrale e slava incubatrice del sionismo, hanno certamente contribuito a rendere credibile anche tra gli ebrei, dopo secoli di Diaspora, un movimento laico-patriottico con forti venature religiose per il ritorno nella Terra dei Padri, in Erez Israel. Ancor più degli altri semiti con cui condividono le basi del linguaggio (è un luogo comune ricordare che pace è shalom in ebraico e in arabo salam, da cui vengono i salamelecchi), gli ebrei hanno conservato un fondo tendenzialmente nomade, che li spinge a vagare, ma coltivando al tempo stesso la nostalgia del ritorno. Questo radicato nomadismo può spiegare, tra l’altro, il contrasto che si trascina da migliaia d’anni nella valutazione tanto differente di due storie tanto somiglianti: nella vicenda ebraica, intrisa di senso del peccato, la condanna priva d’attenuanti per il fratricidio commesso dal contadino Caino ai danni del pastore Abele; al contrario, nella storia romana, la divinizzazione di Romolo che, impegnato come Caino nel progetto evolutivo di una civiltà stanziale, uccise Remo perché beffeggiava il solco di Roma nascente, ribellandosi anche lui ai paletti di confino in nome di una tradizione da pastore, come Abele. Sono contrasti arrivati sino a noi nei film western, dove si riproducono conflitti sanguinosi prima tra i pellerossa, cacciatori nomadi, e i coloni anglosassoni, poi risse tra i farmers e i cow-boys, che con le mandrie vaganti ne abbattevano i recinti e ne devastavano le coltivazioni.

L’idea di un Risorgimento ebraico, di una nazione dispersa dai romani, ma ancor prima dalla propria irrequietezza, e tenuta unita da un patto esclusivo d’Alleanza col suo Dio (i nostri “fratelli maggiori” in monoteismo si sono scarsamente dedicati al proselitismo, rimanendo così pochi milioni, mentre cristiani e musulmani si contano a miliardi) che in Palestina ritrova la terra, era naturalmente destinata a scontrarsi con delle difficoltà: la terra promessa nel frattempo era abitata da altra gente, come ai tempi di Mosé, quando il ritorno dall’Egitto implicò una dura riconquista affidata alla bravura militare di Giosué e alle indicazioni di un Dio che raccomandava di sterminare senza esitazioni chi vi si opponeva. Per i sionisti, politicamente formati nelle concezioni nazionali e coloniali allora correnti in Europa, il problema pareva più facile e umano: non era necessario sterminare gli arabi della Palestina; sarebbe bastato comprare una parte delle loro terre e associarli in un processo di civilizzazione meno prepotente di quello che stavano praticando diversi paesi occidentali (la Francia in Tunisia, in Algeria e nel Marocco diviso con la Spagna; l’Italia in Libia; la Gran Bretagna in Egitto e con il mandato in Palestina) per inserire nella modernità quelli che Marx definiva con punte di disprezzo. Non era immaginabile che degli ebrei occidentalizzati dovessero preoccuparsi degli arabi più degli altri popoli europei. La convenienza a una pacifica collaborazione ha fra vari argomenti un’immagine visiva nel confine che li separa oltre il lago di Tiberiade, segnato da due colori: il verde degli alberi e delle coltivazioni in Israele e subito al di là il giallastro dei terreni incolti. Così gli arabi hanno desertizzato anche la Libia, un tempo granaio dell’Impero romano, che i coloni italiani chiamati da Italo Balbo stavano riportando alle antiche fioriture. All’estensione del verde dovrebbe corrispondere una comune estensione di benessere. Ma la storia è intrisa di passioni, orgogli, risentimenti, di feroci spinte irrazionali, e non s’accontenta di miglioramenti materiali: i palestinesi non ci stanno. Anche i sionisti stanno realizzando, del resto, un ripudio patriottico dei calcoli economici, perché ogni dollaro versato a Israele dagli ebrei statunitensi potrebbe essere investito molto più vantaggiosamente, anziché in quelle terre aride e contese, in altre parti del mondo.

Nel periodo tra le due guerre alcune fasi acute di contrasto tra i sionisti immigrati e i palestinesi, che costarono in tutto due o trecento morti, cioè piccoli salassi nel vasto orrore del secolo XX, vennero risolte a sparatorie paesane o di quartiere e bastonate. Ricordo d’aver pensato già nel 1962 che prima o poi sugli israeliani sarebbero piombate accuse di fascismo, vedendo nel museo dell’Haganà (la formazione paramilitare dei sionisti moderati, socialdemocratici) a Tel Aviv una gigantografia con ebrei che agitavano bastoni da un camion molto simile ai 18BL dei nostri squadristi. Ma una mezza idea che gli israeliani per diversi aspetti fossero “dei nostri” me l’ero fatta sin dall’immediato dopoguerra leggendo su di loro un libro di Arthur Koestler, Ladri nella notte, stranamente mai più ristampato. L’autore di Buio a mezzogiorno era diventato in Palestina capo ufficio stampa del movimento sionista revisionista d’ultradestra Irgun Zvei Leumi allora capeggiato dal suo fondatore Vladimir Jabotinskij, accusato di fascismo, e che avrà come eredi politici il terrorista e Premio Nobel per la Pace Menachem Begin (di cui non a caso le memorie in Italia sono state pubblicate dall’editore Ciarrapico, amico di Almirante), poi il generale Sharon sino agli attuali governanti della destra israeliana. Per noi giovani missini non era difficile trovare nel libro di Koestler forti affinità di passione nazionale: ne parlavo con Fabio De Felice, uno dei più animosi attivisti e dirigenti giovanili missini degli anni Cinquanta. Un residuo d’animosità contro i vincitori inglesi ci rese simpatici gli attivisti della destra sionista quando a Roma (una notte e senza vittime) fecero saltare in aria spianandola l’ambasciata britannica; e quando nel luglio del 1946 con un attentato guidato da Menachem Begin fecero crollare a Gerusalemme un’ala del King David Hotel, sede del comando inglese, uccidendovi una novantina di ufficiali e membri del personale britannico. Il terrorismo è l’arma dei deboli e allora i deboli erano loro.

Converrà a questo punto ricordare che tra fine Ottocento e primo Novecento tre sogni di restaurazione di passati gloriosi si agitavano nel Mediterraneo. Il sogno mazziniano della Terza Roma, la Roma del Popolo dopo quella dei Cesari e dei Papi, che, cantato dai poeti (Carducci, Pascoli, d’Annunzio, Marinetti), assecondato dal liberale Giolitti con la conquista della Libia e dell’Egeo, ebbe la sua illusoria realizzazione con l’Impero mussoliniano durato appena cinque anni (ma nemmeno l’Impero di Napoleone durò molto più d’una decina d’anni) e tramontato con la disastrosa sconfitta dell’8 settembre 1943. La democrazia ellenica aveva a sua volta sognato col poeta Kostis Palamas e il leader liberaldemocratico Eleuterio Venizelos la Megali Idea, la Grande Idea di strappare ai turchi Istanbul, l’antica Costantinopoli, per ricostituirvi l’Impero di Bisanzio. I greci pensarono di profittare dopo la prima guerra mondiale del crollo dell’Impero ottomano, ma si trovarono di fronte l’imprevista reazione di un militare modernizzatore, Mustafa Kemal Ataturk, che non solo non permise loro di impadronirsi d’Istanbul, ma cacciò fuori da Smirne e dall’Asia minore una popolazione ellenica che vi abitava da tremila anni. Battuti i greci nei primi anni Venti, spazzato via il sogno italiano del Mare Nostro e della Quarta sponda in Libia a metà degli anni Quaranta, è rimasto in piedi tra crescenti complicazioni solo il sogno di restaurazione dello splendido Regno di Salomone oggi in concorrenza con le confuse aspirazioni di un rinnovato Grande Califfato.

Nel frattempo, infatti, mentre nasceva lo Stato d’Israele, gli europei abbandonavano la fascia meridionale del Mediterraneo per un processo di decolonizzazione che si compiva all’inizio degli anni Sessanta con la vittoria della rivolta antifrancese in Algeria. Il mondo arabo imboccava un secolo dopo di noi il suo processo risorgimentale (il nome del partito Baath, sociale e nazionale, è la versione araba di Risorgimento); e gli israeliani si trovarono da soli lì nel mezzo a fronteggiarlo con l’appoggio a partire dal 1968 degli Stati Uniti, che ancora nel 1956 avevano minacciato un intervento contro un’alleanza israeliano-anglo-francese sorta per reagire alla nazionalizzazione egiziana del canale di Suez. Inizialmente la presenza di circa 750.000 profughi palestinesi sembrò un falso problema in un’Europa dove la Germania aveva assorbito dodici milioni di profughi dall’Est (e almeno due milioni erano morti nella fuga); dove i francesi avevano risistemato in patria oltre un milione di profughi dall’Algeria; noi i profughi dall’Istria, dalla Dalmazia, dalla Libia e così via. Pareva assurdo che l’ampio mondo arabo-islamico arricchito dal petrolio non riuscisse ad assorbire i diseredati dall’espansionismo ebraico e li concentrasse per decenni in campi profughi a incubarvi odio e sete di rivincita. I rapporti di forza mostravano la netta superiorità numerica degli arabi, ma giunti nel giugno 1967 alla guerra dei sei giorni si comprese che la sorprendente superiorità del giovane ebreo Davide contro il gigante filisteo Golia era uno degli archetipi junghiani non solo sopravvissuto ma rafforzato nella modernità. Da quella campagna, cui assistetti come inviato del Borghese, ricordo con ammirato stupore l’ultimo giorno quando, dopo aver sfondato i giordani oltre Gerusalemme e gli egiziani sul fronte di El Arish, gli israeliani si rivolsero contro i siriani sulle alture del Golan. E noi giornalisti portati ad assistere alla fase terminale del brevissimo conflitto vedemmo avviarsi con gli altri una colonna di carri armati color giallo chiaro diversi da quelli dell’esercito israeliano: erano i carri catturati nei giorni precedenti all’esercito giordano, già inclusi dagli israeliani nel loro dispositivo militare con una rapidità e scioltezza addestrativa che nessun altro esercito al mondo avrebbe saputo eguagliare. Capii allora che quel popolo selezionato da scelte volontarie, sfuggendo ai pogrom russi e all’Olocausto nazista, aveva ormai poco a spartire con l’omino del banco dei pegni o coi banchieri ebrei. Era tornato ai tempi in cui Abramo con 318 dei suoi servi più bravi inseguiva sino ai pressi di Damasco i Re d’Oriente, che gli avevano rapito il cugino Lot, e li batteva; e ai tempi in cui Gedeone, selezionando un reparto di 300 arditi da 22.000 uomini rimandati a casa, sconfisse i madianiti. I rapporti degli ebrei con il denaro sono medievali, imposti dalla Chiesa che non consentiva ai cristiani il prestito a interesse, mentre giunsero a coniare una loro moneta con un paio di secoli di ritardo dopo i greci dell’Asia Minore, che furono i creatori, insieme alla filosofia, della moneta coniata e controllata dal Tempio (la stessa parola “moneta” viene dal Tempio di Giunone Moneta, Dea del buon consiglio, presso cui funzionò la prima zecca dei romani) e dalla Polis. Non era in banca la vera vocazione degli ebrei. Erano in origine e sono tornati a esserlo un piccolo popolo guerriero e di grandi scrittori, capaci d’interessare rivelando anche su se stessi episodi imbarazzanti: dalla Bibbia, questa raccolta di racconti della loro storia nazionale diventata nostro testo religioso, alle nevrosi americane spiritosamente narrate da Saul Bellow e alle allegre sconcezze con cui Philip Roth e Alessandro Piperno si divertono a confermare i pregiudizi un tempo correnti sugli ebrei libidinosi, che non penserebbero ad altro che a scopare le bionde figlie o le mogli dei gojim.

Il valore e la potenza di questo popolo sono impressionanti. L’influenza finanziaria degli ebrei nell’ultima metà secolo è proporzionalmente diminuita, perché altre etnie sono entrate in forza nel mondo del denaro: dagli arabi con i petrodollari ai giapponesi ai cinesi, che prima in questo campo non contavano. Ma gli ebrei sanno bene, per averne praticato l’uso in secoli d’umiliazione, che i poteri dell’intelligenza e del coraggio superano di gran lunga quelli, pur sempre importanti, del denaro. Dopo l’orrenda potatura nazista è in questi campi che la loro pianta si è andata rafforzando, seguendo una tendenza avviata nel secolo scorso da Abi Warburg, figlio d’una grande famiglia di banchieri ebrei, che voltò le spalle ai maneggi del denaro per affermarsi invece come geniale storico e critico d’arte. Basta osservare di quanti scrittori, artisti, scienziati e soprattutto opinion leader dispongano in tutto l’Occidente come strumento d’egemonia gramsciana nelle nostre società e d’influenza sui poteri democratici. E tuttavia anche i palestinesi, da entità poco rilevante, sono giunti a imporre una presenza politico/mediatica non più trascurabile, tanto in Palestina con l’Intifada scoppiata nel dicembre 1987 e poi rinnovata con le devastanti immagini televisive dei bambini arabi che tirano le pietre e dei soldati ebrei che gli sparano contro; quanto col moltiplicarsi di vocazioni terroristico-suicide, di cui si devono deplorare le vittime civili, ma non ignorare la forza imitativa dell’esempio. Esempi del genere, oggi moltiplicati come prodotti in serie da supermercato, ci erano stati proposti già alle elementari attraverso le rare figure eroiche di Pietro Micca e di Sansone, deciso a morire travolto. Secondo la storia biblica sul terrazzo della casa fatta crollare da Sansone, cifra che richiama il dramma delle torri gemelle. E vittime civili non vennero risparmiate dai liberatori americani a Hiroshima e Nagasaki, ma anche in Italia (64.000 morti accertati nei bombardamenti aerei angloamericani, di cui 4.000 militari e 60.000 civili, ma la cifra corrente è sui 70.000) e in Germania (circa mezzo milione). Occorre guardarsi dai giudizi sbrigativamente liquidatori del terrorismo, arma dei poveri ma usata ieri e ancora oggi dalla democrazia più ricca e potente del pianeta, che rischiano di non essere condivisi da una larga parte del genere umano nella loro strumentalità propagandistica.

Interesse e impegno dell’Italia e dell’Europa è lavorare per la pace in un’area a noi così vicina. Ma se un tempo la pacificazione si poteva imporre in nome d’una superiore civiltà con le forche di arabi impiccati che il pubblico italiano, come ha bene spiegato Aldo A. Mola nella biografia del liberale Giolitti. Lo statista della nuova Italia (Mondadori 2003), si abituò a vedere nel 1912, ora non si può. Occorre partire da concezioni di reciproco rispetto e comprensione del fondo drammatico da cui si alimentano le passioni della storia. Ricorrendo ancora una volta a una comune lettura della Bibbia, va ricordata l’offesa da cui nascono gli arabi, discendenti d’Ismaele, figlio della serva Agar ripudiata da Abramo che con lei l’aveva concepito quando la vecchia moglie legittima, Sara, ebbe a sua volta un bambino. Un Angelo del Signore disse di quel figlio della serva: «Ecco, tu hai concepito, e partorirai un figlio, cui porrai nome Ismaele, perché il Signore ha ascoltato la tua afflizione» (Gn 16.11). E disse anche: «Egli sarà come un asino selvatico per gli uomini, la sua mano contro tutti e la mano di tutti contro di lui, e abiterà di fronte a tutti i suoi fratelli» (Gn, 16.12). Era il primo annunzio, diverse migliaia di anni fa, del conflitto di civiltà attualmente in corso. Rischiamo di finirvi sempre più coinvolti se non sapremo contribuire alla costruzione della pace nella comprensione d’entrambe le parti in una lite di famiglia da cui grondano drammi recenti e rancori secolari: gli spaventosi drammi patiti in Europa dagli eredi discesi da Abramo con la padrona Sara e il figlio Isacco, ma anche i comprensibili rancori per le sia pur molto più ridotte prepotenze subite dagli eredi di Abramo con la ripudiata serva Agar e il figlio Ismaele, la cui progenie di asini selvatici potrebbe essere in parte finita con Hamas o con gli Hezbollah, esaltati per avere ottenuto quest’estate i primi successi militari in sessant’anni di conflitti arabo-israeliani.

Il ragionevole distacco da ogni posizione estrema di chi vede queste liti dal di fuori, dall’opposta sponda del Mediterraneo, senza lasciarsi trasportare da sovraeccitazione, va dosato con la consapevolezza che fuori del tutto non ci siamo neanche noi: le cellule del terrorismo che ha colpito negli Stati Uniti, in Spagna, in Gran Bretagna sono state individuate anche in casa nostra e il centrodestra, per abilità o fortuna, era riuscito ad evitare guai. Occorre agire, nell’assumersi compiti d’intervento internazionale, con intelligenza, equilibrio, misura, consapevolezza delle passioni radicate sin nelle Sacre Scritture e nella conseguente complessità dei problemi da cui siamo indirettamente minacciati: doti di cui il centrosinistra, agitato da idee contraddittorie e tentazioni estremiste, non sembra disporre. Siamo anzi al paradosso, al delirio, d’opposte fazioni antifasciste decise a farci “vivere pericolosamente”, sgomitando in cerca di rogne chi per piacere a Bush e chi agli Hezbollah.

Sull'uso dell’espressione ‘sinistra radicale’: un esempio di falsificazione linguistica in atto

L’accanimento intenzionale con cui una volta ha assistito ad una scena televisiva dove Fausto Bertinotti spiegava di non voler usare l’espressione legge Biagi ma legge 30 mi fa venire il sospetto che qualcosa di simile sia stato concordato per l’espressione sinistra radicale ad indicare più propriamente la sinistra comunista. Nel lessico storico-politico italiano mi sembra indubbio che il termine radicale competa al partito radicale e a una figura come quella di Marco Pannella, il Radicale per antonomasia. Direi che la questione non è puramente terminologica ma sostanziale. Un contenuto liberale e libertario è intimamente costitutivo delle innumerevoli manifestazioni pannelliane e radicali che hanno fatto la storia di questo paese. Basti pensare alla battaglia civile per il divorzio e l'aborto nonché gli innumerevoli referendum. Al contrario un contenuto liberale e libertario non può essere minimamente attribuito al comunismo di Bertinotti ed al comunismo in generale, meno che mai a quello di Bertinotti. En passant ricordo un testa a testa televisivo fra Bertinotti e D'Alema, entrambi comunisti, ma l'uno rimasto all'antica e l'altro consapevole del fatto che la guerra era finita e che bisognava svegliarsi. Bertinotti insisteva sulla funzione delle Farmacia di Stato di fronte ad uno sciopero dei Farmacisti e D'Alema opponeva l'assurdità di dover creare una rete di drogherie di Stato per scongiurare il pericolo di uno sciopero dei droghieri. Da allora il livello culturale di Bertinotti non si è molto differenziato anche se in ultimo ha scoperto la teoria della non violenza all'interno del suo comunismo. Ed forse qui che l’uso mediatico del termine "sinistra radicale” può non essere casuale. Può trattarsi di una strategia culturale per togliere di mezzo definitavemente i radicali di Pannella ed ereditarne una indubbia rispettabilità e valenza liberale, libertaria, non violenta. Sapendo della concezione gramsciana dell'intellettuale organico e della conquista delle casematte culturali (televisioni, giornali, organismi cosiddetti culturali, case editrici, ecc.) come mezzi per la conquista del potere e del consenso, non mi stupirei che l'insistenza sul termine “sinistra radicale" non sia casuale e facilmente riconoscibile come per lo scontro linguistico fra la sinistra comunista che si ostina a dire legge 3o ed il centro destra che dice legge Biagi. Come ex redattore della monumentale Enciclopedia del diritto dell’editore Giuffrè vorrei ricordare ai sinistri comunisti che se accanto a legge n. 30 non dicono anche l’anno della legge dicono una sciocchezza per la quale come redattore avrei rimandato indietro ogni articolo del giurista prof. Diliberto, redatto per l’Enciclopedia del diritto ma privo della necessaria indicazione almeno dell'anno, integrando forse io con il giorno e il mese. Senza l'indicazione dell'anno il numero 30 potrebbe servire al prof. Diliberto, al presidente Bertinotti e all’on. Giordano per il gioco del lotto, ma non per individuare una legge, cosa ancora possibile per la dizione legge Biagi, anche se non propriamente tecnico-scientifica.

Ha parlato il sen. Zanda detto Zorro

A conclusione del dibattito sulla fiducia al senato ha parlato buon ultimo per dieci lunghissimi minuti il sen. Zanda, di cui non avrei mai saputo nulla se il suo nome non fosse emerso nel contesto del famigerato e sciagurato emendamento Fuda, per il quale rimando ai nn. 11, 12, 17 e passim del mio lunghissimo Dossier, dove raccolgo tutta la documentazione raccolta da fonti di stampa. Ad evitare ogni rischio di inesattezza o mal informazione non riassumo i termini ed i modi in cui il sen. Zanda, detto Zorro dai suoi Colleghi, entra di peso in una vicenda dove il nome del responsabile di un vero e proprio reato non è ancora venuto fuori, benché abbia impegnato il suo nome il tal senso l’ex PM Di Pietro, che ha per l'appunto ricononosciuto l'esistenza del reato. Conoscendolo dunque nel contesto indicato, lascio immaginare al Lettore quale possono essere state le mie reazioni nel sentire dalla bocca di Zorro le parole “senso del dovere”, “senso dello Stato” e addirittura pronunciare da Zanda il nome di Aldo Moro, che era stato mio professore di diritto penale ossia perfettamente attrezzato a riconoscere il “reato” commesso nelle segrete stanze del Senato, quando si varava la finanziara. Mi immagino che Aldo Moro si sia rivoltato nella tomba a sentirsi chiamare da un aula del Senato, sacrario delle nostre Leggi. Naturalmente, il sen. Zanda ha annunciato che confermerà la sua fiducia al governo ed ha pure ricordato il valore della continuità di governo, già invocato al tempo di Berlusconi. Lo credo bene! Se il governo Prodi non potrà redigere un'altra Finanziaria non ci sarà più lavoro per l’on. Zanda detto Zorro.

martedì, febbraio 27, 2007

Quando la forma prevale sulla sostanza: il matrimonio a pagamento

Interrompo la redazione del più impegnativo post sulla “fossa dei leoni” per una riflessione davvero breve e a volo d'uccello su una notizia appena data dal telegiornale delle tredici. Per ottenere il soggiorno in Italia donne cinesi sposavano cittadini italiani che ricevano come compenso cinquemila euro. Il matrimonio non veniva poi consumato – o almeno non è detto –. ma le donne così entrate in Italia venivano poi istradate nei circuiti della comunità cinese. Si è parlato di normale lavoro, ma posso immaginare ogni cosa. Considerando poi la possibilità di un divorzio consensuale, forse in tre anni, il cittadino italiano interessato potrebbe preventivare un introito netto di cinquemila euro ogni tre anni, ossia quindicima euro in nove anni, trentamila in diciotto, sessantamila in trentasei, vale a dire l’equivalente di una buona liquidazione a fine lavoro. Non è detto che la tariffa debba restare ferma a cinquemila euro, potrebbe ben salire a dieci, se già quindici mila euro – secondo la notizia – vengono spesi per tutta l’operazione di immigrazione mascherata. Il prezzo potrebbe poi essere rapportata alla consistenza dell’affare.

La magistratura ha avviato una procedura di incriminazione per immigrazione illegale, ma si dice l’indagine è difficile sia per l'omertà della comunità cinese in Italia sia per la “natura sfuggente del reato”. E qui innesto le mie riflessioni. Quale reato mi potrebbe venire contestato se, scapolo, decidessi di sposarmi diciamo ogni cinque anni, magari esigendo per motivi cautelari una breve consumazione del matrimonio prima di passare al divorzio e di preparami a nuove nozze? Mastella dovrebbe architettare un reato ad hoc. Difficile poi individuare la parte lesa e offesa dal reato. Tutti i soggetti restano contenti e soddisfatti dall'operazione, assolutamente lecito sul piano strettamente formale.

Eccolo l’istituto del matrimonio difesa dalle gerarchie cattoliche. La forma priva di sostanza, o meglio la sostanza può anche esserci se si tratta di consumare qualcosa, di fare un piccolo sacrificio per un compenso da cinque mila euro in su. A fronte dell'ipocrisia della forma le nostre società hanno conosciuto e conoscono il fenomeno, inesplorato e variegato, delle “coppie di fatto”, che chiedono sì una qualche tutela giuridica, ma probabilmente la stessa formula del matrimonio, perché ove questa possibile si accederebbe immediatamente ad essa. La materia è per me ostica e non intendo addentrarmici. Mi basta rilevare l'esistenza di una moralità effettiva che segue il mutamento stesso della società, che si adatta alla società che produce essa la moralità ed eticità di cui ha bisogno nel tempo storico e non soggiace a forme morte e stantie del passato. Vorrei che nell’attuale dibattito sui “dico” episodi come quelli rivelati dal telegiornale delle tredici venissero attentamente considerati in tutte le loro implicazioni.

lunedì, febbraio 26, 2007

Di nuovo nella fossa dei leoni con Fini e Polito

Versione 1.1
Non lascerò incompleto questo post. Il Navigatore che sia interessato al tema, abbia fede nel mio ritorno. Al momento sono impegnato altrove, ma cito spesso spesso questo post di raccolta.

[è previsto un ampio sviluppo in forma di saggio o racconto nello stile di Pansa. Devo ancora lavorarci. Un sistema di links interni ne renderà più agevole la navigazione. Mi assenterò per qualche tempo. La lettura del testo viene alleggerita con una selezione di foto. La registrayione video e audio ü disponile negli archivi di Radio radicale, di cui cercherö di fornire i links direttamente da questo post.]

Sommario: 1. Premessa. – 2. L’evento. –

1. Premessa. Nella forma ormai peculiare del blog questo testo raccoglie riflessioni occasionali che rispetto alla carta stampata e senza i limiti di spazio della carta stampata hanno il pregio di poter essere sempre riprese e sviluppate. Ormai ho maturato la consapevolezza che il blog è un modo nuovo e più efficace di scrivere e di comunicare. A fatica mi decidevo e mi decido a licenziare testi a stampa perchè sento il mio pensiero come qualcosa in costante evoluzione e mutamento. Il testo appena stampato è cosa morta che non mi appartiene più. Mi decido a produrre cose rigide e immodificabili solo quando la circostanza lo richiede e non è possibile fare altrimenti. Chi legge è pregato pertanto di non basarsi sulla singola frase ma su un concetto che può avere ampi e diversi svolgimenti, perfino con maggior numero di pagine del libro pubblicato da Ottolenghi, se volessi investire in questo modo il mio tempo. Chi lascia un commento che non sia un insulto o una provocazione, ma sia invece una critica intelligente, diventa egli stesso co-autore del mio testo nella misura in cui sa costringermi a ripensare le mie posizioni, dandone nuovi svolgimenti e formulazioni o perfino scoprendo errori concettuali.

2. L’evento. – Nella mattinata sento distrattamente dalla solita radio radicale di una manifestazione culturale che si sarebbe tenuta nella sera del 26 febbraio 2007, alle ore 20, al «Caffè letterario», al numero 95 di via Ostiense, vicino ai vecchi mercati generali, che dovrebbero venir ristruttati come spazi per la cultura. In questo momento sto ascoltando in differita su radio radicale la manifestazione, cui ho assistito la sera prima. Sta parlando Fini e non so se trasmetterano anche il mio intervento. Non sapevo nulla del «Caffè letterario», ma mi fa piacere apprendere dell’esistenza di un centro culturale non in centro, ma in luogo a me facilmente raggiungibile a piedi. Posso andarci senza prendere la macchina o l’autobus. E chissà che non possa divenire una frequentazione abituale. La manifestazione riguardava la presentazione di un libro di Ottolenghi, il cui nome avevo già sentito nel contesto della letteratura sull’Olocausto. Ci sono andato, ritenendo che le occasioni pacifiche e non violente di incontro e confronto sono sempre positive. Erano stati invitati due politici di grido: l’on. Fini ed il senatore Antonio Polito, già direttore de “Il Riformista”. A Fini ho chiesto perfino il permesso di potergli fare una foto per questo mio Blog: permesso accordato! L’ambiente era gradevole. Potevo sedere comodamente in un divano a qualche metro da Fini, che rimaneva alla mia destra, ma solo in senso fisico.

Via via che il posto si riempiva non ho tardato ad accorgermi che l’ambiente era decisamente ebraico. Ho visto non pochi ebrei con il tipico copricapo. La musica quanto mai prevedibile ed io in fondo del tutto fuori luogo e già un poco a disagio. Mi sono perciò proposto con maggiore determinazione dell’altra volta, quando fui invitato al centro ebraico di Trastevere, di starmene zitto e composto, senza dare segni di insofferenza e senza intervenire, a meno che non mi venisse espressamente richiesto. Ero indeciso se comprare o meno il libro di Ottolenghi, che era bellamente esposto ed il cui costo era di 24 euro. Spendo molti soldi in libri e non è stata l’avarizia a trattenermi dall’acquisto. Ho voluto prima aspettare a farmi qualche idea sul libro, ascoltando la presentazione con citazioni e dibattito sul libro nonché intervento dell’Autore. Solo dopo avrei deciso per l’acquisto e per un’eventuale recensione critica in una rivista cartacea. Mi sono alla fine persuaso che il libro non vale i suoi 24 euro, mentre invece li vale tutti i 35 euro di copertina fissati dal mio editore per l’edizione di Carl Schmitt da me curata. Del resto, se mai mi dovesse occorrere il libro di Ottolenghi, sono certo che non scomparirà dalle librerie e dalle biblioteche pubbliche, come invece è successo per il libro di un altro ebreo su un tema alquanto spinoso, le “Pasque di sangue” riguardante l’accusa mossa agli ebrei di sacrifici rituali nel Quattrocento di bambini cristiani, episodio storico a me del tutto ignoto per infondati che siano le accuse mosse allora agli ebrei. Non a caso questo autore pure ebreo è stato criticato da Ottolenghi, che ritiene altamente lesivo per la la causa israeliana il fatto che vi siano non pochi autori ebrei (ad esempio ricordo Finkelstein) con tesi che ci si aspetterebbe venissero sostenute meglio da nemici dichiarati di Israele. Sconvolgente per Ottolenghi il fatto che a Teheran, al convegno di studi sull’Olocausto, avessero partecipato anche ebrei, più o meno sconsacrati dalle rispettive comunità. Io ho invece trovato deplorevole la mancanza di qualsiasi informazione sui lavori stessi del convegno. A meno che non avessero fatto scena muta, qualcosa in Teheran era stata pur detta. Qualcosa su cui ognuno avrebbe potuto giudicare facendo uso della propria capacità di discernimento. Invece dalla “libera” e “democratica” stampa è stato eretto un “cordone sanitario” di contumelie ed insulti sul convegno stesso, a prescindere da chi avesse aperto bocca e da cosa potesse dire e prima che avesse detto qualcosa. Solo in seguito ho potuto apprendere la notizia clamorosa della presenza anche di rabbini ebrei, che si sono attirati l’attenzione e la critica anche di Ottolenghi nel suo critico e approfondito lavoro. Peccato dover apprendere le cose per vie traverse. Prevengo la critica di quanti mi dovessero obiettare che io debba leggere il libro di Emanuele Ottolenghi, dicendo che io qui mi occupo della manifestazione culturale, dellevento, del dibattito. Per una lettura critico-filologica del libro, ci sarà sempre tempo e mi riservo di farlo se sarà necessario. Mel mio intervento, di cui dico più avanti, avrei anche potuto prevenire le obiezioni che mi sono state fatte, ma mi è bastato mettere un sassolino negli ingranaggi della manifestazioni e del resto non avrei potuto aspettarmi un retromarcia dall'on. Fini, ora invitati dai circoli ebraici, cosa impensabili fino a pochi anni addietro. Altamente democratica la lezione che ciò che contano sono gli Stati e non i popoli. Non si capisce se la guerra l'hanno dunque fatta contro Saddam o contro il popolo iraqueno. Sembrerebbe contro entrambi.

In queste circostanze non prendo appunti né registro i discorsi. Non è necessario e non sono tenuto ai resoconti stenografici. E del resto ci ha già pensato Radio radicale a registrare la differita che riascolto. Cerco invece di cogliere il senso profondo di ciò che si dice e di formarmi autonome opinioni direttamente sul campo. Il metodo funziona. Scrivo adesso a caldo le mie impressioni prima che ne svanisca la memoria. Per prima cosa ha incominciato a infastidirmi un’elencazione dei pregiudizi degli altri sempre a detrimento degli ebrei, i quali sono notoriamente immuni da qualsiasi proprio pregiudizio: tutto il mondo attuale e passato ha avuto ed ha la grave colpa di nutrire “pregiudizi” contro gli ebrei in tutte le possibili accezioni del termine. Gli ebrei non hanno mai meritato i pregiudizi che li hanno colpiti nel corso di almeno tremila anni. A me sembravano del tutto evidenti i pregiudizi di quelli che parlavano al Caffé Letterario, compresi gli onorevoli ospiti. Il loro argomento: Israele a prescindere! Tutto il resto è pregiudizio. Ogni volta che si è contro Israele si tratta sempre di un esecrabile e punibile fenomeno di antisemitismo. Se si ricorda che Israele ha l'atomico e gli stati arabi non la possiedono questo è antisemitismo. Israele ha diritto a difendersi e per questo è stata fornita di un arsenale nucleare da utilizzare all'occorrenza a difesa della sua e nostra libertà. Adesso dopo l’uscita di Napolitano inizia la vulgata dell’antisionismo come equivalente dell’antisemitismo: anche Polito e Fini ne recepiscono il messaggio: i ruoli si sono invertiti. L'ebreo è ora il non-ebreo ossia chi non tace assentendo ad ogni pretesa di parte ebraico-israeliana. È stata data una nuova spinta alla guerra contro il medioriente ed una buona preparazione per l’imminente guerra guerra all’Iran. Il clima culturale ha toccato una pesantezza insostenibile. Se per caso uno starnutisce, anche questo è antisemitismo! Non scherzo! Ricordo un episodio reale in un autobus affollato, dove come reazione ad una flagranza di borseggio sol perché all'altra estremità dell'autobus tracolmo un passeggero si mise a gridare “Hitler”, avrebbe dovuto essere arrestato questi e non il ladro colto in flagrante! Diedi dell'idiota a chi avanzò questa pretesa. Identica la cultura del “caffé letterarario”, onorata dalla presenza di Fini, che ha ormai sposato la tesi dell’ex comunista Napolitano secondo cui antisionismo equavale ad antisemitismo e che vorrebbe magari Israele in un'Europa che non si sa più cosa sia, malgrado gli sforzi dell'on. di tracciarne un'identità. Non per nulla l’on. Fini viene invitato dalle comunità ebraiche, dopo decenni di ostracismo.

Insomma il libro per il modo in cui se ne parlava e ne parlava il suo autore presente mi ha dato l’impressione di una produzione bellica per una guerra ideologica che si inasprisce di giorno in giorno. Seconda una signora che si era messa a sedere al mio fianco e che si vantava di essere collega del celebre Ottolenghi, ma che non sapeva indicarmelo di vista, il suo libro avrebbe dimostrare quanto era bravo. Salutando la signora che non avrò il piacere di rivedere una seconda volta, le ho detto che per me non era bravo e non avrei speso i 24 euro del libro. A loro volta i parlamentari invitati difficilmente avrebbero potuto sollevarsi al di sopra del libro. Non si trattava di un incontro culturale, ma di una manifestazione politica. E questo era il senso della presenza dei due politici, il cui compito non è di fornire lumi di scienza, ma quelle rassicurazioni politiche che la comunità ebraica da lor si aspettava. Infatti verso la fine un capo ebraico ha loro chiesto come si stessero attrezzando in parlamento in merito alla contingenza politica.

Per quello che posso giudicare dalle parole stesse dell’autore e dalla presentazione che ne è stata fatta il libro è viziato da una contraddizione di fondo. Provo ad esplicitarla. Ottolenghi ha chiaramente presente uno Stato di Israele in perpetua guerra fin dal momento della sua fondazione. Se rimanesse sul piano di un mero schieramento a favore di Israele e contro tutto il mondo arabo, saremmo sul piano della normalità: una sua legittima e personale opzione da altri condivisibile o meno. In guerra ci si schiera da una parte o dall’altra. Ho già detto in altra occasione che io mi sento dalla parte degli arabi, ma in primo luogo della mia propria parte ossia nell'interesse della pace, che sento minacciata non dagli arabi ma da Israele e dagli ebrei nostrani. Ma oltre ad una sua esplicita opzione pro Israele Ottolenghi costruisce ed opera una commistione fra la condizione degli ebrei europei a partire da Dreyfus e l'odierna belligeranza dello Stato di Israele, la cui legittimità è un problema a se stante. Un Dreyfus, cittadino francese ingiustamente accusato per pregiudizi razziali, merita tutta la nostra attenzione e la nostra solidarietà in quanto cittadino francese (o di un qualsiasi altro stato d’Europa in circostanze simili), al quale devono essere riconosciuti gli stessi diritti e le stesse garanzie riconosciuti ad ogni altro cittadino. Diverso sarebbe stato il discorso se Dreyfus non fosse stato un cittadino francese, ma qualcosa d'altro, magari un nemico in armi contro lo stato francese. Allo stesso modo quando noi professiamo la nostra solidarietà agli internati nei campi di concentramento nazisti intendiamo deprecare che lo Stato tedesco dell’epoca non abbia saputo o voluto garantire i diritti innanzitutto di suoi propri cittadini che aveva innanzitutto l'obbligo di proteggere. Allo stesso modo non trova nessuna plausibile giustificazione e comprensione l’ingiusto imprigionamento di cittadini privati non combattenti sugli scenari di guerra. Si parla normalmente solo di ebrei, ma esistono molte altre categorie di soggetti: zingari, omosessuali, generici dissidenti politici, ecc. Non sono uno specialista. A queste persone va senza riserve la nostra solidarietà e resta nostro obbligo capire come ciò sia potuto accadere e soprattutto organizzare le nostre società in modo tale che ogni suo membro possa vivere sicuro della sua vita e dei suoi diritti, ossia diritti che vengono riconosciuti in modo eguale ad ognuno di noi senza discriminazioni e senza privilegi. Insomma, per dirla in breve Ottolenghi monetizza tutti i torti fatti in tremila anni di anni agli ebrei in diritti esigibili dall’odierno Stato d’Israele e guai a chi in modo notarile non riconosce questa trasposizione di torti subiti in diritti esigibili e spendibili da un terzo che ne ne proclama erede. Il libro di Ottolenghi ha un contenuto terroristico e la presenza di due parlamentari della Repubblica appare inquietante.

Qual è l’operazione sudbola e scorretta di Ottolenghi? La trasformazione in rendita politica pro Israele di un antisemitismo che è stato sempre presente in tutta la storia dell’Europa e la cui presenza non può ridursi agli undici anni di esistenza del regime nazista (1933-1945). Come e perché una comunità politico-religiosa-razziale abbia attirato a sé tanta ostilità nei millenni prima e dopo di Cristo è un problema storiografico a se stante che non può essere fatto ricadere nell’odierno conflitto che vede fronteggiarsi da una parte americani e israeliani con gli europei tirati dentro a forza e tutto il mondo arabo dall'altra parte. Gli odierni palestinesi non sono i Cananei biblici che dovevano essere sterminati per liberare la Terra Promessa! Il radicamento su un territorio non può essere deciso, cari onorevoli, nelle cancellerie degli Stati, facendo sloggiare i precedenti occupanti. L’Inghilterra non può disporre di cose altrui e meno che mai gli USA: questo il diritto naturale dei popoli contro il dirtto degli Stati. Per sostenere questo diritto naturale ci sono decine e decine di essere umani che si uccidono trascinando con se nella morte altre vittime innocenti. Evidentemente non sanno che farsene della nostra “libertà” e preferiscono vivere nella loro tinannia! Se questi non sono eroi, non so dove si debbano cercare gli eroi. Il libro di Ottolenghi appare alla vigilia di una preparazione mediatica delle opinioni pubbliche occidentali per l’allargamento del conflitto mediorientale con una nuova e più sanguinosa guerra contro l’Iran. Nel florilegio di luoghi comuni fatto suonare dai due illustri parlamentari è uscita fuori la solfa della superiorità del nostro sistema politica rispetto a quello dei “nemici” contro cui siamo in guerra e contro altri contro cui ci stiamo apprestando a scendere in guerra. Una di questa superiorità è stata fornita con la tecnica manipolatoria rappresentata al “Caffé letterario”. Lo stesso apparato mediatico ha già messo nel dimenticatoio la “menzogna” degli inesistenti armanenti di Saddam con il cui pretesto siamo entrati in guerra. A questo episodio bisognerebbe dedicare per legge un apposito giorno della memoria, per ricordare alle future generazione quanto i nostri regimi “democratici” hanno nella loro normale prassi di governo la tecnica della menzogna e della manipolazione. I nostri governi ci fanno dimenticare presto quello che a loro non conviene venga ricordato, mentre invece ci fanno ricordare fino allo spasmo ciò che loro conviene si debba ricordare. Così fanno ed intendono la storia e la memoria storica!

Il libro di Ottolenghi mi è riuscito inquietante per un altro motivo. Al “Caffè letterario” si è presentato un libro scritto in lingua italiana ed il dibattito si è svolto pure in lingua italiana. Ma ciononostante non ho avuto la sensazione di trovarmi in pacifica e piacevole riunione con miei concittadini di uno stesso Stato, di una stessa patria, che occorrendo avremmo tutti il dovere di difendere con sacrificio della vita. Non ho sentito la presenza dell'Italia, ma ho avuto la sensazione di trovarmi in qualche quartiere di Gerusalemme, non in Roma. Nella foga della comunità ebraica tutta protesa a favore di Israele (“a prescindere”, diceva Totò) ho sentito consumarsi un divorzio politico. Se Ottolenghi voveva questo, ci è riuscito perfettamente. Se per avventura mi capitasse di dover vivere in Cina per venti o trenta anni, imparerei bene il cinese come un cinese, ma non per questo diventerei un cinese. Allo stesso modo modo con Ottolenghi non possiamo dirci cittadini di uno stesso Stato per il fatto di parlare bene una stessa lingua. All'ebreo Carlo Rosselli era stato chiesto se egli si sentisse ebreo o italiano, egli rispondeva che si sentiva innanzitutto italiano. Credo che oggi gli ebrei dei diversi stati europei si sentano innanzitutto ebrei ed agiscano come una potente lobby filoisraeliana negli Stati in cui si trovano e nei quali godono di maggiori diritti degli altri cittadini. Prima di blaterare di antisemitismo nei loro confronti le varie comunità ebraiche devono chiarire agli altri cittadini in quale rapporto di fedeltà, appartenenza e identità si collocano all'interno degli Stati dove sono nati e di cui godono pieni diritti. Se fossi stato come l'On. Fini ministro degli Esteri del nostro disgraziato paese avrei considerato maggiore interesse politico il saper stabilire relazioni di pace con la stragrande maggioranza del mondo arabo. Tranquillamente prenderei le distanze da un lembo di territorio che le grandi potenze del passato hanno pensato di popolare con insediamenti ebraici, forniti di tutte le carte legali. Come cittadino italiano non sarei disposto a mettermi in guerra con tutto il mondo arabo per stare al fianco di israele, che non considero – come vorrebbe Ottolenghi – l’avamposto della mia libertà in Medio Oriente. Se questo è antisemitismo, giudichi chi legge. Io so soltanto come la penso e dico quel che penso.

Vengo al tema della doppia cittadinanza e della doppia fedeltà che sempre più si impone alla nostra consapevolezza via via che si allarga e inasprisce la guerra dell'Occidente contro il mondo arabo: dico dell'Occidente contro il mondo arabo, non viceversa come vorrebbe farci credere la solfa sul fondamentalismo e il terrorismo, concetti vaghi e confusi ad uso propagandistico che che non aiutano per nulla a comprendere i processi in atto. Ho già detto ad un ebreo incontrato nella riunione di Trastevere che mi sento povero in quanto dichiara una sola patria, una sola cittadinanza, una sola identità politica. La sua pretesa per me inquietante è che ormai noi dobbiamo accettare come un fatto irreversibile il fenomeno della doppia cittadinanza che non riguarda i soli ebrei, ma testualmente anche il filippino che ottiene un permesso di lavoro e di soggiorno nel nostro paese, per non parlare poi dei clandestini. In altre parole l'Italia, anche grazie ai nostri politici (a Polito in codice: ai nostri “rappresentanti”), ha cessato di appartenere agli Italiani. Essa appartiene a seneghalesi, tunisini, marocchini, filippini... ecc. che sono e restano innanzitutto seneghalesi, tunisini, marocchini, filippini... ecc. e solo in ultimo ed in modo residuale anche italiani. Tornato indietro nel tempo, matura oggi il seme piantato nel 1945 e sancito dal tribunale di Norimberga nel 1947: la depolitizzazione dell'Europa. L'on. Fini mi è parso incredibilmente privo di cultura politica nel momento parlata di identità totalmente sganciata da ogni sostanza politica, che significa innanzitutto saper distinguere fra amico e nemico. Una distinzione questa di matrice schmittiana che fa semplicemnet paura e che si tenta di cancellare perfino dal vocabolario della lingua italiana. Non riesco a capacitarmi di dover spiegare io all'on. Fini, professionista della politica, che un “nemico” non scompare per il fatto che non se ne proncunia neppure il nome. Al contrario un nemico è tanto più nemico e tanto più pericolosamente nemico quanto più se ne occulta l’esistenza. L'abilità di un politico con responsabilità di governo del suo popolo, se ha un popolo al quale si rapporta e da cui trae legittimità, consiste innanzitutto nel saper riconoscere il nemico del suo popolo. Ma la preoccupazione principale dei nostri politici (a Polito: rapresentanti nell'edificio formale dello Stato di diritto) è quello di raccogliere voti in tutti li ambienti possibili. Se domani anche i Filippini acquisteranno il diritto di voto, troveranno i nostri politici che sosterranno tutte le pretese politiche delle Filippine nei confronti di Stati terzi.

La regia prevedeva che anche il pubblico dovesse partecipare al gioco, magari in funzione di coro e di cassa di risonanza del libro stesso. Mentre educatamente ascoltavo avevo modo di meditare su una possibile domanda, ove me ne fosse stata concessa la facoltà. Nel Vangelo si rimprovera quello che guarda alla pagliuzza nell'occhio del suo vicino, ma non vede la trave che è nel proprio. Così tutti gli autorevoli oratori parlavano dei pregiudizi altrui ma non si accorgevano o non volevano accorgersi dei propri pregiudizi. Così quando ho potuto parlare ho esordito all'incirca così: «Questa sera ho sentito tanti pregiudizi. Sono capitato nel posto sbagliato, ma ormai ci son venuto e tento di uscirmene fuori con una domanda rigorosa». Mi sforzavo tuttavia di porre una domanda concepita nel modo più rigoroso e oggettivo possibile. Dopo qualche premessa dove cercavo di porre rimedio a malferme concezioni sullo stato di diritto enunciate dal sen. Polito, ponevo a chi volesse rispondere o si sentisse di rispondere un quesito sulla legittimità dello stato di Israele, che era in fondo l'oggetto della serata. Ho anche tentato didatticamente di tracciare una distinzione fra i concetti di legalità e di legittimità, che né Fini né Polito mi sembrava avessero ben chiaro, ammesso che la distinzione avvia una sua consistenza scientifica.

L'ispirazione per la mia domanda mi è stata data da quel mattacchione di Marco Pannella, che ha più volte insistito sul fatto che nel mondo mediorientale sia il territorio sia la popolazione di Israele costituisce il 2 e mezzo per cento circa. Ed allora, stando così le cose, io ho chiesto se la legittimità dello stato di Israele – ripeto: oggetto dell'incontro altamente scientifico – avrebbere dovuto essere dato dai presenti nel “caffé letterario” di Via Ostiense 95 (”da noi, qui, ora”), oppure se una simile “legittimità” non dovesse invece venir riconosciuta dal 98,5 per cento del mondo arabo. E di rincalzo: se domani gli Usa si decidono a fare la guerra all'Iran, noi italiani cosa dovremo fare? Partire per una nuova missione di pace contro l’Iran?

Trovandomi nella fossa del leoni, dove per fortuna non sono stato sbranato, la mia domanda è stata “smobbata” e non ha avuto risposta. Si è blaterato di riconoscimento dell’Onu. Mi sono trattenuto dal replicare che si tratta di un’istituzione screditata. Ricordo le parole di Luttwak in tal senso. Ma ricordo anche le parole di Andreotti, quando ricordava che la risoluzione dellìOnu prevedeva anche una Stato palestinese, che invece manca all’appello. Avrei potuto fare la storia della Società delle Nazioni, cosa sostanzialmente non diversa dall’attuale Onu. Ma senza utilizzare l’argomento Onu avrei potuto obiettare che non è in suo potere di stabilire alcuna “legittimità”. L'Onu può certamente fornire motivazioni di copertura per intraprendere una qualsiasi azione internazionale, ma la legittimità è qualcosa di altro. A meno che non si voglia sancire con una deliberazione Onu un bel bombardamento atomico o comunica una bella pioggia di bombe più o meno intelligenti, chiamando ciò operazione di polizia.

Ho trovato numerosi momenti patetici, dove se mi fosse stato possibile fare una chiosa ad ogni parola che sentivo non sarebbe stato possibile nessun discorso. Molti di questi momenti minori sono sfuggiti alla mia memoria. Ad esempio, ho trovato veramente fragili le elucubrazioni dell'on. Fini sull'identità dell'Europa. Aggiungo che ho una grande stima dell'on. Fini in quanto uomo politico. La sua presenza al “caffè” mi è parsa una penosa corvéé politica, alla quale sempre più lo costringe la sua svolta culturale. È il prezzo che deve pagare per la sua “legittimazione” da parte ebraica. In pratica, del 98,5 del mondo arabo (popolo e stati) tutti i presenti se ne infischiavano altamente. Il loro assunto ovvero pregiudizio è: Israele a prescindere. La sua legittimità ad esistere è un presupposto su cui non si discute... al “caffé letterario”. Nel teatro di guerra è un’altra faccenda. Ma noi non siamo lì. Al massimo mandiamo gli aerei che partono da Vicenza per buttare il loro contenuto di bombe e di morte, pardon di confetti per i bambini arabi, che non hanno ancora imparato che cosa è la democrazia e la libertà. Avrei voluto interrompere la litania dei pregiudizi del giovane Ottolenghi chiedendogli cosa mai ci voglia fare Israele con il suo arsenale atomico, più consistente – se non ricordo male – di quello francese ed inglese. Si è tanto paventato dell'armamento nucleare prima iraqueno ora iraniano, ma si è sempre taciuto sul fatto che Israele possiede un simile armamento. Se io ora lo ricordo, mi si dirà probabilmente che sono un antisemita. Ho tanto sentito parlare del sacrosanto diritto di Israele alla sua difesa che mi chiedo cosa mai potrà trattenerlo dall'uso del suo arsenale militare, quando i suoi armamenti convenzionali, democraticamente fornitegli dagli Usa, non dovrebbero apparirgli sufficienti. Mi chiedo anche se equità non vorrebbe che mentre si chiede all'Iran di rinunciare all'atomica si pretenda un'eguale smantellamento da parte di Israele. Silenzio delle diplomazia e degli Stati tanto caro al sen. Polito. Da qualche maligno ho sentito che addirittura i missili israeliani sarebbero puntati sull’Europa, per indurre gli Stati europei alla sana ragione. Ma non ho informazioni certe al riguardo. Non ho servizi segreti a mia disposizione. Forse Fini e Polito possono loro saperne qualcosa. Ma se è poi sacrosanto il diritto israeliano all'autodifesa cosa dire di tutti i popoli mediorientale da un secolo a questa parte sbrindellati in tutti i modi, con i loro confini disegnati con il gesso su una lavagna, con colpi di stato e “democratizzazioni” a piacimento. Qualche giorno addietro ho riferito l’incredibile notizia degli Usa al battesimo di Alkaida. I miei sono “ovviamente” pregiudizi antisemiti. Il guaio è che non riesco ad accorgermene, ma il “bravo” Ottolenghi probabilmente lo spiegherà nel suo libro. L’Europa è piena di tante persone che sono antisemiti viscerali, ma non lo sanno e non se ne sono mai accorti. Bisogna spiegarglielo loro, magari con qualche aiutino istituzionale fornito dal sen. Polito e dall’on. Fini, graditi ospiti del “caffè letterario”, magari coadiuvati dall’on. Mastella in veste di storico.

A Polito cui è destinato questo testo: caro Senatore, lei non ha risposto alla mia domanda e ciò è doppiamente deplorevole perché lei ha esordito in apparenza criticando il suo amici Emanuele, dicendo che dissente sulla tesi dell’»avamposto«. Per Polito non si tratta di avamposto, ma Israele è a pieno titolo uno Stato mediorientale. Ma allora le resta da rispondere perché il 98,5 er cento del mondo arabo mediorientale non intende riconoscere la legittimità dello Stato di Israele. Fini dissente perché ritiene Israele un nostro “avamposto”, della nostra democrazia, della nostra nostra libertà, della nostra civiltà. E dunque guerra sia contro tutto il Medio Oriente in difesa di Israele, novella terra santa! Nè Fini nè Polito si sono soffermati sulla mia domanda, cioè sull'assenza di riconoscimento da parte del mondo arabo, il solo riconoscimento che possa fornire Israele di legittimità. Diversamente si tratta di guerra di occupazione e di penetrazione imperialista. Noi possiamo chiamare gli eventi come riesce più comodo al nostro sistema di propaganda, alla nostra forma di guerra ideologica. Ciò che interessa è come la pensano gli Arabi, per i quali dovrà essere trovato un territorio sulla luna o nell'altro mondo dopo che la “libertà” avrà “cancellato” la “tirannia” islamica. La bomba atomica israeliana sta lì a ricordarci la concreta possibilità di questa prospettiva politica, di questa “soluzione finale” del problema arabo-palestinese.

Un parlamentare è probabilmente intimamente persuaso della sua autorevolezza. Pertanto è intimamente convinto che tutto ciò che dice è vero, è saggio, è profondo, è... ovvio! Di Fini mi è capitato di sentir parlare da persone che lo conoscono meglio come dell'uomo delle ovvietà: “ovviamente” è un termine che ricorre spesso nei suoi discorsi. Mi dispiace che questa questa volta non abbia risposta alla mia “ovvia” domanda, calibrata proprio a misura delle sue ovvietà. Caro onorevole, malgrado la mia stima che non entra in crisi con la “ovvia” delusione di questa sera”, gliela ripeto qui la domanda: 98,5 per cento a fronte del 2,5 per cento. Hic Rodus, hic saltus!

APPENDICE I

Caspita! Non mi aspettavo di risentire il mio intervento per radicale, forse potrò anche riascoltarlo in registrazione tutte le volte che mi serve. Risentendomi ho riconosciuto un certo imbarazzo nel trovarmi nella fossa dei leone, nel giuocare fuori casa, ma in fondo non mi è parso affatto male il mio intervento del tutto imprivvsato e subito contraddetto dagli altri due interventi del pubblico, quasi fossi anche io un relatore. Ero invece un Tizio del pubblico capitato lì per sbaglio. Sono stati scorretti i due signori perché non dovevano rivolgersi a me, parlando dopo di me, ma ai registi della manifestazione. Se mi fossi messo a rispondere ai due signori, potevamo allontanarci al vicino bar e lasciare per i fatti loro Fini, Polito, Ottolenghi.

Dò qui ai due signori, che mi hanno onorato del loro contradditorio, la risposta che non mi era possibile dare nella “fossa”, isolando gli aspetti principale e lasciando il resto:

a) Il diritto alla legittima difesa di Israele. La difesa è legittima per ognuno. Ad esempio, se io mi fossi avvicinato alla cassa del bar e mi fossi appropriato del suo contenuto, io avrei avuto diritto a difendermi nel caso in cui un poliziotto o una guardia giurata, capatata lì, si mettesse a spararmi addosso mentre mi impadronivo della cassa. Il fatto che io mi difenda, cioè difenda la mia vita dalla minaccia concreta di morte, magari causando la morte del poliziotto che mi sta sparando, non significa che io avessi il diritto di impadronirmi della cassa.

Similmente, il fatto che Israele “si difenda” non significa che vengano meno tutti i problemi genetici connessi al modo e alla forma della nascita dello Stato di Israele. Il termine “difesa" è poi un eufemismo a fronte di una a mio avviso indubbia penetrazione imperialistica-colonialistica da cinquant'anni a questa parte. Gli odierni israeliani si difendono allo stesso modo e allo stesso titolo di come si difendevano i coloni americani davanti agli indiani d’America. Certamente, indubbiamente, “a prescindere”. Gli americani avevano pieno diritto con i loro fucili ed i loro cannoni di difendersi dalle frecce e dalle grida di guerra degli indiani. Siamo esattamente sullo stesso piano.

2) I governi, l’ONU, la comunità internazionale e simili amenità buone per le favole da raccontare ai bambini. Intanto, cito questa volta l’on. Andreotti a proposito di una certa risoluzione dell’ONU, che prevedeva anche la creazione di uno stato palestinese che manca tuttora all'appello. L'ONU è una cosa che si cita e a cui si appella quando fa comodo, ma si ignora che esista quando non fa comodo o non torna utile. Ma non uso mai citare l'ONU come argomento. Lo considero alla stessa stregua della Società delle Nazione e perfettamente trasportabile la critica che Carl Schmitt ha rivolto alla Società delle Nazioni nelle sue “Posizioni e concetti dagli anni 1923 al 1931”, in prossima uscita in traduzione italiana che mi permetto di raccomandare all'on. Fini e all'on. Polito come lettura che possono fare con maggior profitto che non il libro di Emanuele Ottolenghi. L'argomento ONU è per me quanto mai deprimente perché è usato dai politici italiani con un duplice scopo: a) per nascondere la nullità politica dell'Italia e dell'Europa: situazione conseguente alla debellatio del 1945; b) per nascondere la sostanziale dipendenza dagli Usa. Il fatto è per me scientificamente acquisito con la stessa perentorietà con la quale l'on. Polito, on. Fini e tutti gli ebrei presenti alla manifestazione ritengono acquisita la legittimità dello stato di Israele. Tesi sulla quale, peraltro, mi trovo anche io d'accordo, con una precisazione importante e sostanziale: è acquisita per l'on. Fini, per l'on. Polito, per Emanuele Ottolenghi e per tutti il sistema dei poteri istituzionali italiani, dal presidente della Repubblica in giù. Dei semplici cittadini si può tranquillamente "prescindere" e farne al massimo un problema di sana educazione politica. Il fenomeno va affidata al lavoro discreto delle questure e della intelligence e se occorre a qualche solerte giudice. Il problema da me posto con la mia domanda era tuttavia un’altro. Non mi sarei mai sognato fare una domanda del genere a Emanuele Ottolenghi, che vede in Israele il “baluardo” della libertà europea in un modo tutto circondato da “tirannia” e come tale da “normalizzare” al più presto. Avevo inteso porre agli occhi degli illustri oratori l'ovvietà di un riconoscimento di legittimazione che manca da parte del 98,5 per cento del modno arabo (popoli e loro governi, come ha infine ammesso lo stesso Polito). Serve a poco che l'Occidente riconosca questa scontata legittimità. Il problema è che questa legittimità dovrebbero riconoscerla i vicini di casa dello Stato di Israele. Non l'hanno riconosciuta in cinquanta e non mi sembra di capire che siano disposti a farlo nei prossimi cinquanta.

A questo punto si pone un problema di escalation della guerra. Nella loro veste di "legali rappresentanti” dell'elettorato italiano gli onorevoli da me interrogati intendono votare in parlamento misure di guerra contro tutto il mondo arabo, riconoscendo nello Stato di isarele il nostro cortile di casa e il più solido usbergo della nostra libertà minacciata nel deserti del Medio Oriente?

Quanto poi alla non attualità storica del problema della legittimità dello stato di Israele, vorrei ricordare al sen. Polito come morì don Ferrante. Sosteneva che la peste non esisteva, non poteva esistere e infine morì di peste. Non è difficile capire che l'on. Polito debba dire quel che dice per ragioni di convenienza ed opportunità politica, ma non a me lo deve dire. Le mie convinzioni per fortuna non dipendono né dalle sue risposte né dai suoi lumi. Se è un politico responsabile, non deve dirlo a me, ma a quel 98,5 per cento del mondo arabo (Stati e popoli uniti come un sol uomo).

Lo dovrebbe poi anche dire a quanti oggi giorno si imbottiscono di tritolo e si lasciano esplodere, dichiarandosi coi fatti di diverso avviso da quello di Emanuele ottolenghi, dell'on. Fini, del sen. Polito. Dobbiamo soltanto augurarci, io e lei, caro sentaore, di non trovarci nei paraggi mentre esplode l’ennesima bomba umana non in Medio Oriente, dove in vita mia non ho mai messo piede, ma nelle nostre piazze, strade, metropolititane.

E mi pare che basti, anche se gli spunti per continuare potrebbero riempire un libro non meno voluminoso di quello licenziato da Ottolenghi!

Dulcis in fundo! Al Signore che parlando dopo di me e rivolgendosi a me, che non avrei potuto replicare e che parlava di “mondo delle caverne” per il fatto che io non avrei contemplato il riconoscimento legittimante da parte dell’ONU pienamente sostitutivo di quello del 98,5 per cento di popoli e governi arabi mando via cyberspazio, se mai leggerà questa pagina, l'elenco di 72 risoluzioni di condanna di israele da parte dell'Onu proprio per non aver rispettato le sue deliberazioni. Quindi l'ONU va bene quando fa comodo, ma non va bene quando non fa più comodo. Se questa è la moralità ebraica, Israele non fa certo molto per conquistarsi la simpatian della Comunità inetrnazionale, ad eccezione di Usa e Gran Bretagna.

APPENDICE II

Copio qui e riporto tale e quale il testo di una Lettera inviata ai loro indirizzi all'On. Polito e al sen. Fini. I nostri parlamentari ricevono però tanta di quella posta che malgrado i loro segretari dubito che poi leggano i messaggi loro inviati salvo che non dispongano di un canale privilegiato che li porti alla loro attenzione. Pertanto preferisco rendere pubblico il testo della lettera. Al termine della manifestazione l’on. Fini andò via subito, lasciando la sala. Invece il sen. Polito si intrattenne un poco con il pubblico presente. Riuscii ad avvisare appena il sen. Polito che non avendo potuto replicare ai numerosi strali che mi erano stati rivolti e dagli oratori e dal pubblico unilateralmente orientato, mi riservavo di affidare alla rete le mie riflessioni e le mie “perplessità” sull'intera manifestazione. Il senatore si dimostrò visibilmente interessato allo sviluppo delle mie argomentazioni e mi chiese di mandargliele al senato. Solo dopo che ne avevo scritto una prima stesura, mi sono accorto con sorpresa che tutta la manifestazione era stata registrata da Radio Radicale. Non posso fare a meno di pensare a una certa “faziosità” di radio radicali. Anni prima aveva organizzato all'università di Roma La Sapienza un convegno internazionale su Carl Schmitt. Chiesi allora gli stessi servizi a Radio radicale, ma non ottenni risposta. Forse io non ho insistito quanto dovevo o forse non ci siamo capiti, ma ho la netta impressione che per Radio radicale il nome di Carl Schmitt sia incluso in una lista nera, mentre invece il filoebraismo è così marcato che Radio radicale potrebbe ben chiamarsi Radio Israele.

Lettera
al sen. Antonio Polito e all’on. Gianfranco Fini
(con correzione di qualche errore rispetto all’originale inviato)

Caro Senatore Polito, (+ caro On. Fini)

Non mi aspettavo che radio radicale avrebbe trasmesso in differita l’intera manifestazione. Ho potuto risentire il tutto e perfino il mio intervento, che pur in condizione per me ideologicamente sfavorevoli, mi è parso meno peggio di quel che temevo. Anzi mi sono piaciuto.

Trova le mie repliche e critiche alla manifestazione al seguente indirizzo:

http://clubtiberino.blogspot.com/2007/02/di-nuovo-nella-fossa-dei-leoni.html

Si tratta di un articolo che fa parte di un complesso di oltre duecento articoli dove prendo posizione su diversi temi politici.

Le chiedo una sola cortesia:

Avendo lavorato ieri sera e tutto oggi al testo che non è finito e volendo potrebbe perfino diventare un libro più voluminoso di quello scritto da Emanuele Ottolenghi, La prego vivamente di considerare come »NON SCRITTA« ogni espressione o sfumatura che possa apparirle non riguardosa sotto il profilo personale. Lo stesso vale per quanto dico sull’on. Fini e gli altri partecipanti. I miei testi sono sempre in evoluzione e vengono emendati, appena mi accorgo che si esce fuori dalla stretta argomentazione e si toccano le persone, che nel mio intendimento devono essere sempre rispettate e salvaguardate. Preferisco essere offeso e non rispondere anziché offendere io gratuitamente.

Essendo sopraggiunta una certa stanchezza sospendo la redazione del testo, ma di tanto in tanto verrà da me ripresa fino a quando non sarà giunta ad uno stadio da me ritenuto soddisfacente. Pertanto la prego di considerare il mio post come un testo dove già sono contenute in nuce le repliche e le obiezioni che per evidenti motivi non ho potuto farle seduta stante, ma si tratta sempre di un testo che ancora deve essere migliorato e che di tanto in tanto migliorerò. Non credo mi ci voglia molto lavoro. A questo argomento se ne trovano correlati parecchi altri che potrà trovare, se ne ha voglia e vorrà onorarmi della sua attenzione, in tutto il mio blog con circa 250 articoli dedicati all’attualità politica nazionale e internazionale e da me continuamente rivisitati e aggiornati, più altri cinquanta articoli di altro mio blog dedicato alla politica regionale calabrese (gliene segnalo uno lunghissimo su Fuda ed il suo famigerato emendamento). Un altro ancora sulla “leggenda dell'Olocausto”, che ha avuto migliaia di visitatori e per il quale ho dovuto difendermi dall’accusa di antisemitismo.

Se le è possibile, la prego di trasmettere copia della presente all’on. Fini che non so a quale indirizzo rintracciare. Faccio infine sia a Lei sia all’on. Fini i più fervidi auguri perché possiate esercitare al meglio l’alta responsabilità che vi compete. Essendo io un oscuro e isolato pensatore, non vi è rischio che con le mie opinioni (“posizioni” e “concetti”) possa procurare danni a chicchessia.

Cordialmente
Antonio Caracciolo
Docente ricercatore presso il Dipartimento di Teoria dello Stato
Dell’università di Roma La Sapienza

APPENDICE III

Articoli correlati

È qui necessaria un’avvertenza con si collega a quanto già detto in Premessa. Ogni post, termine che preferirei sostituire con “articolo” o simile, di questo blog nasce dall'estemporaneità di una riflessione, di una notizia radiofonica o televisiva, dalle occasioni più disparate. Insomma, un pensiero che viene spesso cancellato dal sopraggiungere di altri pensieri. Capita che decida di cogliere l’attimo e fissare il pensiero sulla carta o meglio nel cyberspazio. Succede però che la traduzione in simboli grafici richieda un certo lavoro e un tempo tale per cui non è sufficiente una sola seduta alla scrivania dove si trova il mio computer portatile. Non esagero dicendo che se volessi potrei produrre un testo a stampa anche più voluminoso del libro di Emanuele Ottolenghi, che avendo stampato un libro, per giunta presentato dagli on. Fini e Polito, pensa di essere passato alla storia e di meritare un posto accanto a Dante Alighieri, che ha pure scritto un libro, anche se allora non esisteva la stampa. Ottolenghi ha detto di aver impiegato cinque anni per la sua Opera, che evidentemente deve avergli fruttato qualcosa. Credo che faccia parte di qualche organizzazione parapolitica, nel cui contesto si inserisce l'iniziativa editoriale che altrimente non avrebbe meritato non cinque anni di lavoro ma appena cinque minuti per tesi alquanto elementari, discutibili, opinabili. Ricordo un post murale di un libraio di via del pellegrino: scrivere un libro non è difficile. Basta che ci sia qualcuno che sapendo leggere e scrivere abbia tempo e voglia sufficiente per violentare fogli di carta in bianco. Più difficile è trovare qualcuno che sia disposto a leggere ciò che un altro ha scritto. Si tratta in questo caso di sacrificare il proprio tempo sosttraendolo ad una salutare passeggiata o ad occupazione più gradevoli dell'affaticare gli occhi su un testo scritto. Ricordo di una predizione di Nietzsche al riguardo. All’incirca: arriverà un'epoca dove il leggere e scrivere molto sarà considerato un segno di cattivo gusto. Forse è questa la nostra epoca. Tale è la massa della carta stampata che non si sa più come stiparla e contenerla. Credo che ci sia una difesa. Affidarsi al colpo d’occhio e all’intuito. Nel caso del libro di Ottolenghi non credo sia difficile capire di cosa si tratta, il contesto in cui si inserisce e che è più importante del libro stesso che sarebbe altrimenti solo carta stampata, la sua finalità politica. Termino con il Libraio di via del Pellegrino: scritto il libro che è la cosa più facile, trovato il lettore cosa alquanto più difficile, è infine impresa sovrumana riuscire a venderlo! Ed infatti io non ho voluto spendere i 24 euro occorrenti per acquistare il libro di Emanuele Ottolenghi. Di Dante Alighieri ho diverse e numerose edizioni nella mia biblioteca. Di Emanuele Ottolenghi penso di poter fare a meno senza grave danno per la mia cultura. Ma se i gli onn. Fini e Polito dovessero fare una legge dove diventi obbligatorio comprare il libro di Ottolenghi, magari come supplemento al canone RAI, e perfino leggerlo sostenendo un esame di Stato, potrò sempre correre ai ripari nei termini prescritti, volendo essere io cittadino esemplare ligio alle innumerevoli leggi dello Stato Italiano.

Segue una raccolta di articoli correlati. Si tratta di testi non sempre terminati o rifiniti, perché la loro redazione materiale comporta un tempo di gran lunga maggiore di quello occorrente per averne l'intuizione, che è cosa di una frazione di secondo. Si può avere in un istante l'idea della Cappella Sistina. Ci vuole un tempo infinito per realizzarlo. Non volendo ogni volta ripetere gli stessi argomenti indico qui di seguito argomenti non solo già trattati, ma i cui sviluppi sono aperti e possibili. Si tratta cioè di una nuova forma espressiva diversa dalle rigidità della carta stampata. A mio avviso, nella rivoluzione in atto, è preferibile lasciare su carta stampata di gran pregio la sola Divina Commedia e testi equivalente, è consegnare alla forma digitale tutti il resto. Risparmieremo la vita di tanti alberi.

Link1:
1. La “fossa” di Trastevere. Si tratta dell'articolo che si collega più strettamente a questo sulla manifestazione svoltasi al “Caffé letterario”. Non ho terminato il testo per sopraggiunta stanchezza o noia e fastidio. Ma mi riprometto di apportare tutte le integrazioni e i miglioramenti formali che sono ben presenti nella mia mente. Si trattava di un invito alla presentazione di un libro scritto dal mio carissimo amico Prof. Giuseppe Limone, che abita a Napoli e non vedevo da parecchi anni. Mi invita sempre a tutte le sue manifestazioni ed il non trovo mai il modo di andarci. Questa volta però era così vicino a casa mia che non andarci sarebbe stata somma scortesia. Si trattava però di una presentazione fatta presso il Centro di Ebraica di fronte all'Isola Tiberina. Un posto molto bello, a me ben noto, ma dove ignorava si trovasse un Centro di Cultura Ebraica. Il libro era anche molto interessante: sui fratelli Rosselli, che erano ebrei. Riassumo brevemente gli aspetti più interessanti. A Carlo Rosselli fu chiesto se lui si sentiva più italiano che ebreo o più che ebreo che italiano. La Risposta a quel tempo era: innanzitutto italiano e poi anche ebreo. Nel dibattito si disse (dal pubblico incolto quanto me) che i Rosselli erano vissuti prima dell’Olocausto altrimenti la risposta sarebbe stata diversa. Ho i miei dubbi, ma non sono uno specialista e non metto lingua. Altro punto per me interessante fu l'intelligente e diplomatico intervento di un professore di diritto o storia romana. Cito un passo di Mommsen a me non noto e di cui vado tuttora alla ricerca. Secondo il grande storico tedesco l’elemento giudaico (o cristiano fu il “lievito” che fece dissolvere l’Impero romano. Questo giudizio di Mommsen suscitò all'epoca un grande dibattito di cui si alimentò la cultura dell’antisemitismo. Trovo molto interessante la faccenda e rientra nei miei programmi di studio il massimo approfondimento. A prima vista e in prima approssimazione mi sembra che la questione posta da Mommsen torni di piena attualità. Cosa significa la dottrina politica della doppia appartenenza e doppia identità se non un indebolimento, un dissolvimento, della compagine nazionale di quegli stati dove sono presenti forti componenti ebraiche che spingono i rispettivi governi ad una guerra contro gli stati arabi a tutto ed acritico (“a prescindere”, secondo la formula del geniale Totò)? In Trastevere avrei desiderato tacere ma ragioni di cortesia mi imponevano di dire qualcosa sul libro dell’amico. Pur non essendo specialista ed essendo io riluttante a parlare in pubblico su cose che non conosca più che bene, pensai di poter dare una mia testimonianza di un fatto culturale pertinente al tema della serata. All'eguale domanda posta a Carlo Rosselli un noto esponente ebreo tedesco, di cui mi dissero che in pratica controllava tutta la politica culturale tedesca o almeno aveva una grande influenza, dichiarò in una serata organizzata in suo onore (testualmente: “Serata in onore di...”) che lui non si sentiva per nulla tedesco, ma solo ebreo. Io ne rimasi molto sconcertato e scrissi una nota nella rivista di cultura politica, da me diretta a quell’epoca. La mia testimonianza voleva essere quanto mai obiettiva e cronachista, ma sorse lo stesso un piccolo incidente per il quale furono accennate, da una cortese e affabile signora dell'organizzazione, scuse da me non richieste né pretese: era quella la prima e presumibilmente ultima volta in cui mi capitava di mettere piede in un centro di cui ignoravo perfino l’esistenza. Ho però voluto narrare l'episodio in un post di questo blog con il titolo metaforico sulla “fossa dei leoni”, cioè a significare un contesto culturale ostile dove psicologicamente non ci si sente a proprio agio e ci si aspetta di venir sbranati se si vince la timidezza nell'esprimere un diverso avviso. Ma in tutta onestà devo dire che nessuno mi ha sbranato né in Trastevere né al Caffè letterario. La metafora è però troppo bella perché vi rinunci.



Link2:
2. La leggenda dell’Olocausto. Qui si rende necessaria una complessa spiegazione che cercherò di contenere nel più breve spazio. Colgo anche l’occasione per una sintesi allo stato attuale della ricerca. (segue)
....
....

domenica, febbraio 25, 2007

Segnalazione ricevuta: un caso di omonimia? La Verità si ribella.

Ho ricevuto da pochi minuti una segnalazione riguardante Giorgio Bocca, da me citato in occasione di un post sul disegno di legge presentato da Mastella ed in margine al dibattito sul revisionismo storico. In un intervento del “sinistro” Giorgio Bocca avevo notato un’insolita cattiveria, ispirata da grande faziosità ed ora spiegabile con motivi psicoanalitici. La mia posizione riguardo l’Olocausto è che sia una colossale operazione strumentale, autolesionista e politicamente suicida. L’intera faccenda andrebbe affrontata non in termini di verità o falsità, aspetto certamente importante ma la cui competenza spetta agli storici, i quali devono ovviamente poter fare il loro mestiere senza rischi penali. Infatti, una Verità che non sia tale in quanto liberamente riconosciuta da quanti hanno discernimento per poterla riconoscere, ma sia invece imposta come tale per legge, non è più una Verità, bensì qualcosa d’altro. Si snatura e diventa uno schermo per nascondere i più oscuri disegni. Diventa una Non-Verità. Per sua natura la Verità libera la mente di chi sa riconoscerla. Quando invece viene imposta ottiene l’effetto opposto. Con il “mito” e la “leggenda” dell’Olocausto si impone una verità puramente fattuale e come tale pienamente verificabile da chi appena sa far di conto, ma se ne nasconde un’altra, che era ed è negli intenti politici dei giudici di Norimberga e delle potenze vincitrici, fra cui l’Unione Sovietica di Stalin. Il “negazionismo” più che riguardare il fatto materiale della morte di tanti esseri innocenti (non solo ebrei) scalfisce e smantella l’operazione politico-culturale imbastita dietro quei morti. Poiché gli equilibri politici di oggi sono gli stessi di quelli del 1945, ciò che non viene tollerato è la ridiscussione dello status quo politico-culturale del dopoguerra. E qui torniamo al nostro Bocca, eroe eponimo di una politica culturale che in tutto il dopoguerra ha inteso “riformare” il nostro cervello, riempiendolo di nuovi codici e di persuasioni subliminali, volgarmente detti “lavaggi del cervello”. Questo bel futuro è ora disegnato per i popoli mediorientali, che dicono “no grazie!”, dimostrandolo anche con il sacrificio della loro vita. Scrivo queste parole mentre si odono rumori di guerra ed è forse imminente un’altra guerra contro l’Iran, magari per imporre con le armi anche a quelle popolazioni la “nostra” Verità, la stessa che a noi fu inflitta con successo nel 1945 e che grazie ai tanti Bocca abbiamo metabolizzato.

Si deve pertanto analizzare ed evidenziare l’uso politico che di quella immane tragedia fu fatto e continua a farsi: i movimenti sionisti continuino pure ad incrementare i giacimenti archivistici e i Giorni della Memoria. Se non li falsificano, saranno i loro stessi documenti e le loro stesse celebrazioni a fornire un’interpretazione politica opposta a quella che loro vogliono dare: una cosa è uno stesso fatto documentabile ed accettato da ognuno, altra cosa è ogni possibile interpretazione dello stesso. Per un verso con la “guerra ideologica” post 1945 si sono criminalizzati tutti i nostri avi e il nostro passato storico impedendo e precludendo ogni nuova forma indipendente di soggettività politica dell’Europa, per l’altro si è voluto così fondare e legittimare l’odierna politica mediorientale ed il piano imperiale statunitense. Questo aspetto del problema mi è parso fosse stato fiutato da Giorgio Bocca, che temeva proprio lo smantellamento politico della strumentalizzazione e per questo plaudiva alla penalizzazione di ogni cosiddetto revisionismo storico: la repressione di ogni pensiero politico indipendente gli appare necessaria per il mantenimento della baracca dove molti si insediarono, appena il vento incominciò a spirare da un’altra parte.

Grazie alla segnalazione di un Lettore, apprendo adesso che Giorgio Bocca prima di essere l’eroe partigiano quale sempre si è presentato sarebbe stato qualcos’altro, ossia ciò che traspare dall'articolo che reca la sua firma e che ognuno può qui leggere. Uso il condizionale perchè resto in attesa di ogni verifica atta a fugare qualsiasi dubbio. Il Bocca che ho sempre conosciuto non ha mai perso occasione per celebrare i fasti della Resistenza, gettando odio e veleno su un paese dilaniato dalle armate nemiche e dalla guerra civile. Si accanisce poi contro ogni interpretazione storica che ci offre una visione diversa da quella che ci ha inflitto con il suo giornalismo di regime: quello di prima e quello di dopo. Cliccando sul titolo i miei Quattro Lettori possono leggere un articolo di Bocca chiaramente antisemita oltre che ottuso. Sono disposto a rispettare come un legittimo fatto culturale da approfondire il giudizio “antisemita” dello storico Mommsen (vedi) che aveva individuato nella presenza giudaica il “lievito" che aveva fatto dissolvere l’impero romano, ma non trovo degne di considerazione alcuna farneticazioni come quelle del giovane Bocca, che spero possa smentire la paternità dell’articolo qui segnalato: resto in interlocutoria attesa! Se così non fosse e l’articolo è stato scritto effettivamente dal Giorgio Bocca che noi conosciamo, la cosa non deve peraltro sorprendere più di tanto, poiché il trasformismo era ed è cosa normale e fisiologica nel nostro cattolico paese. Ed i trasformisti sono in genere più intolleranti e faziosi degli altri: in questo modo cercano di nascondere la loro precedente identità ed a meglio accreditarsi nella nuova.

Se dunque Bocca non potrà smentire la giovanile paternità dell’articolo riprodotto, dovrebbe avere per lo meno il pudore di tacere: non chiederò per lui la stessa galera che chiede per gli altri, ma gli rivolgerò un civile invito affinché taccia, cercando di recuperare il senso comune del pudore. Qualche aneddoto inedito riguardante illustri personaggi che hanno rivestito alte cariche istituzionali potrei raccontarlo anche io, ma non è questo il mio genere. Spero comunque di avere altre notizie su queste indecente vicenda. Smentirà Giorgio Bocca l’articolo di cui fino a ieri sera ignoravo l’esistenza? Chiederà la galera e l’infamia per se stesso? Aspetto il più rigoroso accertamento dei fatti prima di pronunciare ulteriori commenti, ovvero aspetto una risposta pubblica dello stesso Bocca. Chi mi ha mandato l’articolo mi chiede giusto un commento, ma io prima vorrei sentire le reazioni dello stesso Bocca. Dopo verranno i miei commenti e le mie prese di posizione sull’uomo Bocca, sul giornalista di regime, sull’»eroe« che ci ha sputato addosso la sua guerra partigiana, alla quale deve la sua fortuna professionale.

***

SPAZIO PREDISPOSTO PER LA SMENTITA E/O PER GLI SVILUPPI:

Sommario:

1.
Eccola la risposta! Ha dell’incredibile

DOMANDE. Bocca con licenza di antisemitismo.
di Stefano Lorenzetto - sabato 17 febbraio 2007, 11:05

Intervistato dalla Stampa, Giorgio Bocca attacca Pierluigi Battista che nel libro Cancellare le tracce (Rizzoli) ha scritto di lui: «Non ancora partigiano, si era abbandonato a poco onorevoli proclami antisemiti». Il riferimento è al seguente pezzo che Bocca firmò il 4 agosto 1942, nel pieno delle persecuzioni razziali, sulla Provincia Granda di Cuneo: «Questo odio degli ebrei contro il fascismo è la causa prima della guerra attuale. (...) A quale ariano, fascista o non fascista, può sorridere l’idea di dovere, in un tempo non lontano, essere lo schiavo degli ebrei?». La Stampa chiede a Bocca che cosa risponde a Battista. E lui: «Non rispondo. È un argomento così disgustoso! È talmente in malafede, chi mi perseguita così da vent'anni. Fingono che sia stato un esponente del fascismo». Dopodiché spiega la genesi di quell’orrendo proclama: «Allievo ufficiale a Bassano, ero in licenza a Cuneo. Ho accettato l’invito del federale a scrivere un articolo per un giornale locale in cambio di tre giorni di licenza in più». Quand’è così, siamo tutti più tranquilli. È vero, l’antifascista Bocca maltrattò gli ebrei su un giornale fascista, ma lo fece solo per un interesse supremo: 72 ore aggiuntive di libertà da passare in famiglia, e pazienza se i deportati invece non tornavano più a casa. Del resto è lo stesso Bocca che 65 anni dopo maltratta le immigrate sull’Espresso perché non gli sanno preparare un bollito come Dio comanda, «sempre stopposo, sempre cotto al punto sbagliato». Sono i valori che stanno a cuore a quest’uomo.


Commento:

Non conoscevo l’articolo di Stefano Lorenzetto del 17 febbraio. Temevo di propagare una notizia infondata e per questo mi ero mantenuto il più cauto possibile. Ma adesso non ci possono più essere dubbi sulla paternità dell’articolo ed è assolutamente risibile il modo in cui l’»eroe« Giorgio Bocca si sottrae alle sue responsabilità. Antonio Gramsci, mia remota lettura, scrive da qualche parte che lo scrivere è un atto di responsabilità. Meglio non scrivere nulla perché saranno le nostre stesse parole ad inchiodarci. Non conosco l’anno di nascita di Bocca, ma non era un bambino delle elementari che appena imparava a leggere e scrivere. Era un soldato che poteva uccidere ed essere ucciso in guerra. Ed ha probabilmente ucciso qualcuno durante la sua milizia partigiana: non per dovere, ma per sua libera scelta. Non era dunque responsabile quando firmava l’articolo qui riportato? Fu il solo articolo? Chi può faccia accurate ricerche negli archivi e nelle biblioteche! Leggo infatti non di “uno” soltanto ma di “numerosi articoli” scritti fino al 1943. Giorgio Bocca ci dice che scrisse l’obbrobrio che è stato qui riportato perché fu pagato con tre giorni di licenza. Non voglio infierire con contumelie e simili, perché ritengo che ognuno possa dare un suo giudizio. Mi basta formalizzare l’invito sopra lasciato in sospeso: che taccia e tenti se può di recuperare il comune senso del pudore. Che sia stato perseguito per questa vicenda non pare proprio. A lui non è toccata la sorte di David Irving. Anzi dal “regime”, nato dalla Resistenza, è stato coccolato come uno dei suoi benianimi, a giudicare dalla sua posizione nel panorama del giornalismo italiano. Si difende dicendo che non è stato un esponente del fascismo. Menomale! Forse lo avrebbe desiderato, ma probabilmente era troppo giovane per una rapida carriera ed il fascismo stesso probabilmente non ne avrebbe tratto beneficio. Per non parlare di una migliore sorte che avrebbero potuto aspettarsi gli ebrei deportati, magari per un giorno di licenza in più.


2)
3)
......

Oligarchia contro democrazia

Questo volta lo prometto: sarò veramente breve e mi conterrò in un solo blocco di testo, evitando di fare nomi, cognomi ed episodi. Stiamo attraversando una penosa crisi di governo. Prodi, appena il giorno prima si mostrava baldanzoso, ma da me è stato sempre percepito come un’insulsa e deprimente figura di re travicello. I fatti mi danno ragione. Nuove elezioni dunque? E per fare che? Non mi illudo che il nuovo parlamento uscito dalle urne sarà gran che migliore del precedente. Si sarà soltanto rinnovata la stessa oligarchia che si richiama a tutti gli elettori (“i nove milioni di FI”, mi diceva un deputato forzista, che pensava di tenerseli lui stretti in una tasca dei suoi pantaloni a tintinnare come monete da un centesimo ciascuno), ma in realtà risponde innanzitutto al proprio interesse e al proprio utile, poi alle potenti consorterie che lo hanno fatto sedere in una posizione privilegiata innanzandolo sopra un inesistente popolo, ed in ultimo agli anonimi elettori che non si sa chi siano e dove siano. All’ultima assise di partito, in Milano, organizzata a mo’ di party da Stefania Craxi in memoria del padre estinto, ho sentito Bondi che parlava di radicamento territoriale: sono anni che oscuri dirigenti di partito glielo vanno dicendo senza che lui neppure li riceva ed ora scopre l’acqua calda. Vedremo le brambillate che si annunciano. Quello che è certo (e chiudo) è che il nostro paese manca di sostanziale democrazia: una parola magica sulla bocca di tutti, ma per la quale vale il motto dell’araba fenice: “che vi sia ognuno lo dice, dove sia nessuno lo sa”. Come uscirne? La via è lunga e faticosa e dolorosa: una partecipazione collettiva e capillare nel contesto di una rinnovata cultura che non ha nulla a che fare con i cascami del comunismo (D’Alema, Bertinotti, Napolitano, Ferrara, ecc. ecc., la lista è lunga, ma siedono tutti nel palazzo del potere) oppure la via più breve della dittatura democratica, cioè basata su ampio ed effettivo consenso di popolo. Questa soluzione aleggia spesso come la sola possibile, ma gli intellettuali di regime scaricano subito il loro assortimento di boriosi insulti parlando di rigurgiti di “populismo”. In effetti, la via pare poco praticabile anche per vincoli internazionali. L’opera geniale di consolidamente del suo potere l’Oligarchia l’ha prodotta contrapponendo ampi strati di popolazione fra di loro: padri contro figli, giovani contro vecchi, disoccupati o poco occupati contro occupati e garantiti, bigotti fomentati da un becero pretume contro chi vuol vivere a modo suo, e così via. Hanno reso il popolo italiano parassita di se stesso e timoroso di affrontare la vita. Ristabilire un’unità di popolo dove ognuno si senta garantito nella sua vita e nei suoi diritti senza togliere niente al suo vicino è impresa quanto mai ardua. Richiederebbe ben altra tempra di statisti che non quelli che trovano l’unanimità solo quando devono aumentare i loro stipendi e i loro privilegi individuali e di casta. Il Grande Fratello preferisce l’Oligarchia ad ogni altra possibile forma di stato e di governo. Gli è così più facile mantenere il suo dominio: basta ben foraggiare i caporali per tenere asserviti i più che neppure meritano il nome di popolo.