venerdì, febbraio 23, 2007

La bufala dei diritti umani

Considero pochi seri tutti quei Colleghi, docenti universitari, che tengono paludate relazioni sul tema dei “diritti umani” e poco interessante tutta l’abbondante letteratura sull’argomento. Non perché io sia per i diritti “disumani”, ma perché al pari del concetto di eguaglianza all'indomani della rivoluzione francese si tratta per l’ideologia dei diritti umani di un’altra serie di concetti “polemici” che non hanno nulla a che fare con un pensiero scientifico che vuole guardare in faccia la realtà per quello che è, bella o brutta che sia. Le radici di questa nuova ideologia di dominio e di invasione si trovano al termine della seconda guerra mondiale. I diritti degli uomini, non certo quelli degli animali, sono quelli che storicamente si producono in contesti determinati. Non sono certo fissi ed immutabili, ma la loro trasformazione ed evoluzione è intimamente connessa con la concreta storia di un popolo determinato.

Invece, capita che i moderni aggressori attribuiscano soltanto a se stessi il grande bene della conoscenza e della pratica dei “diritti umani”. I nostri regimi sarebbero una sorta di paradiso terrestre finalmente instaurato in virtù dei “diritti umani”, che sono certamente elargiti dai nostri governanti. Che si vuole di più? Siamo felici! Abbiamo riconosciuti i nostri diritti umani. Ma siccome la felicità è contagiosa e saremmo degli egoisti a volercela tenere tutta per per noi, ecco che dobbiamo esportarla, imponendo ad altri i nostri diritti umani. E chi sono questi altri? Tutti criminali riconosciuti tali da Tribunali appositamente costituiti. Un “nemico” è ormai diventato ipso fatto un “criminale”. Le guerre non si chiudono più con trattati di pace, ma con l'instaurazione di tribunali che in nome dei diritti umani dichiarano criminali i nemici sconfitti con le armi, rei di “lesa umanità” e di “genocidio”. La condanna di morte con infamia è stata inflitta a Norimberga ed è stata ripetuta a Bagdad: una piccola eccezione rispetto all'ipocrisia della moratoria contro la pena di morte nel mondo, come se una vita di servaggio non fosse qualcosa di gran lunga peggiore della morte.

In passato quando uno stato ne debellava un’altro lo manteneva soggetto anche con metodi diretti di dominazione. Gli eserciti di occupazione erano una garanzia in tal senso. Oggi in un mondo civilizzato dai diritti umani si preferisce indire elezioni dove un popolo elegge un governo fantoccio, che avrà l’apparenza di una totale autonomia e sovranità, ma che deve la sua esistenza al vincitore in armi, sempre armato e con suoi eserciti di stanza nel territorio in nome della una “santa alleanza”. I governi possono ben alternarsi in seguito a farse elettorali che danno i suffragi ora all'uno ora all’altro partito. Tutto il ceto politico di maggioranza o di opposizione costituisce uno strato politico omogeneo che gode di tutti i privilegi del potere ed è finanziato dai “costi della politica”, ossia della “democrazia”. Ai cittadini possono dare l'impressione di un certo antagonismo e di una certa contrapposizione, ma in realtà sono omogenei ed omologhi nell'esercizio e nel possesso dei privilegi loro conferiti al momento dell'instaurazione dello stato reso libero da armate stranieri e pacificato con la guerre civili, i cui episodi vengono obliati quando non convengono o contrastano vistosamente con la teoria dei diritti umani oppure vengono eternati in apposite celebrazioni della “memoria”, il cui scopo è di ricordare alle nuove generazioni quanto fossero criminali e scellerati i loro padri e nonni.

La vicenda dell’altro ieri svela cose facili da capire per quanti non sono stati “rieducati” da un sistema capillare ed invasivo di propaganda di regime. Il comunista D’Alema, quello del partito del “fuori l’Italia dalla Nato”, ora finalmente giunto al governo, accetta la real politica della soggezione, sia pure con qualche capriola concettuale: l’egida dell'Onu, il multilateralismo, la missione di pace, e simili penose baggianate per mascherare penose bugie che ogni bambino è in grado di riconoscere come tali: penose bugie. In Afghanistan si prevede una guerra vera e propria. I nostri soldati, notoriamenti impiegati pe la pace (compilare moduli, far attraversare la strada ai vecchietti, salvare la verginità delle fanciulle afghane, distribuire caramelle e gallette militari, che – dice Cossiga – si spera siano almeno buone e non avariate o scadute, qualche volta perfino si dedicano a traffici poco puliti di reperti archeologici, e simili), avranno presumibilmente in primavera pochi pretesti per nascondere la realtà della partecipazione di una guerra per servitù di vassallaggio. Sfido chiunque, dentro e fuori Forza Italia, a spiegarmi le ragioni politiche, militari, economiche, culturali, religiose che ci vedono incastrati in medio oriente. Contassimo qualcosa almeno. Ma non contiamo nulla ed ogni nostra ragione è derivata dagli obblighi con l’Alleato che ci vinse in guerra nel 1945 e ci impose da allora i modi della nostra esistenza politica.

I nostri Padri costituenti, di cui nessuna retorica potrà nasconderci la tristezza dei tempi in cui scrissero la Magna Carta, escogitarono addirittura in un eccesso di servilismo un articolo 11 che è la negazione stessa del diritto: la sovranità limitata e il rifiuto della guerra. Se fossero andati a leggersi l'opera di Hobbes scritta nel 1651, vi avrebbero trovato scritto che la ricerca della pace è la prima legge di natura. Solo la ricerca della pace può darci la più solida garanzia per la nostra vita. La guerra è contemplata nello stesso articolo come conseguenza necessaria, se la ricerca della pace si rivela infruttuosa ed impossibile. I nostri Soloni ognor onorati non furono più saggi di quel filosofo vissuto nel Seicento. Ma ora il loro pateracchio dell’art. 11 è palesemente sconfessato dalla loro discendenza. Se ne esce fuori con un’altra Liberazione: si libera il significato delle parole dal senso che hanno sempre avuto per i nostri padri. Si scaricano delle bombe e si dice che sono “missioni di pace” e “operazioni di polizia”. Si porta la guerra e la si chiama pace. Finché lo fanno gli USA, che hanno una chiara ed evidente politica imperiale, lo si può ben capire, ma che in una frenesia di “servilismo” ci si unisca ad una guerra, dalla quale ci si può sottarre, è il colmo del “fantoccismo”, di destra, di centro o di sinistra. Per amore di potere anche la sinistra soggiace alla real politik del servaggio. Non fummo liberati nel 1945, ma un regime fu sostituito da un altro. Quello vecchio, con tutti i suoi errori e i suoi limiti, era stato voluto dai nostri padri, quello del 1945 fu imposto dall'esterno con le armi e si avvalse di un ceto di appaltatori locali, gli stessi di oggi.

Le contraddizioni mi sembrano evidenti. Per riconoscerle nella loro evidenza bisogna soltanto avere un poco di conoscenza della storia, un poco di logica e soprattutto tanta indipendenza di spirito e d’animo. La cosa più difficile resta la “consapevolezza politica”, cioè una qualità dell’esser cittadini che è stata minuziosamente estirpata con un'educazione costante e capillare. Il concetto del politico, cioè la distinzione fra amico e nemico, non scompare dalla storia dei popoli, perché ad esempio un Epifani ignorante dice che vuole espungere dal vocabolario la parola “nemico”. La contrapposizione “amico” e “nemico” continua ad operare nella storia, producendo la “guerra”. Semplicemente scompaiono dalla storia quei popoli inetti che sono incapaci di distinguere fra amico e nemico. Noi italiani ed europei potremmo venir presto inglobati nel sistema degli Stati Uniti d’America: 50 States + quelli europei. È tanto bello esser americani e morire da americani. Me lo ha predetto il mio amico Paul Piccone, nato italiano in Abruzzo e morto amerikano a New York qualche anno fa.

Nessun commento: