sabato, marzo 31, 2007

Una chiosa a Vittorio Feltri a proposito del “club” cattolico

In un talk show di ieri sera ho assistito alla parte in cui si parlava della recente posizione della gerarchia ecclesiastica su progetti di legge governativi, cioè i “Dico”, ma trattasi in realtà del principio generale dell’ammissibilità di un’ingerenza vaticana nell’apparato istituzionale dello Stato italiano. Trovo quanto mai ipocrita e truffaldino ridurre la gravità dell’ingerenza ad un semplice diritto della chiesa di dire la sua in materia che unilateralmente la chiesa cattolica considera di sua competenza, sua materia pastorale. Non dimentichiamo che appena ieri (nel 1630) la Chiesa aveva giudicato di sua propria competenza anche l’stronomia e per questo aveva messo le orecchie di asino a Galilei, che per salvare la pelle pensò di abiurare la “verità scientifica” per sottomettersi alla “verità di fede”. Appena trent’anni prima (nel 1600) per lo stesso motivo la Chiesa di Cristo aveva arrostito in piazza Campo dei Fiori il filosofo Giordano Bruno. Non sono uno storico di mestiere, ma sarebbe quanto mai istruttiva una ricerca storica ed un libro divulgativo sugli innumerevoli momenti simili presenti nella storia del cattolicesimo, che è bene distinguere da quella del cristianesimo. Bene ha fatto Feltri ha distinguere nettamente fra il termine “cattolico” ed il termine “cristiano”, anche se in Italia si è troppo e mal abituati a considerare i due termini come perfettamente equivalenti.

Si è visto nel talk show anche un filmato con quel personaggio che è Antonio Di Pietro, più comico di un comico di professione, tutto sconvolto per l’ingerenza dei vescovi. La sua coscienza di “cristiano” ne usciva sconvolta. Feltri dava del fesso a Di Pietro perché non avrebbe capito che i “cattolici” sono un “club” o un “circolo”, che annovera tra le sue fila parecchi deputati che si dicono e si vantano di essere “cattolici” e che si son fatti eleggere con voti “cattolici”. Quindi, argomenta Vittorio Feltri, perché stupirsi se i vescovi presentano il conto ai deputati eletti con i loro voti. Sarebbero degli ingenui, per non dir peggio, quanti pensano e pretendono che i parlamentari “cattolici” debbano disattendere gli ordini vaticani. Feltri in fondo trovo logico, naturale ed anche giusto che i deputati cattolici debbano onorare il patto. Ed è qui che comincia il mio dissenso da Vittorio Feltri. Cerco di argomentarlo con brevità.

Dico subito in premessa che a mio avviso si tratta di anticostituzionalità, di infedeltà alla costituzione italiana, di alto tradimento. Ne sono consapevoli vescovi dotti e intelligenti come Bruno Forte, che ha tentato di gettare acqua sul fuoco dicendo che non è ingerenza ciò che è invece aperta ed indiscutibile ingerenza e pretesa di condizionamento. Un modo gesuitico di argomentare che fa parte della sistema dottrinale della chiesa cattolica. Negano perché ben conoscono la gravità di ciò che stanno facendo. La menzogna sacramentalizzata è tipica del cattolicesimo, la cui essenza ritengo stia tutta nell’ipocrisia: pubbliche virtù e vizi privati. Se vescovi e apparati ecclesiastici si occupassero della vita privata dei loro araldi parlamentari, per non parlare dei preti d’America, avrebbero di che parlare dai loro pulpiti: un immenso lavoro di bonifica al loro stesso interno! Ben lo sanno, ma poco interessa. Interessa invece un ben preciso sistema di poteri e privilegi che di volta in volta si teme minacciato per i motivi più disparati: dal sistema copernicano all’uso dei profilattici. Appena si avverte una minaccia, fondata o meno che sia, si mobilita l’esercito degli ascari: il loro nome è legione nel parlamento italiano.

La costituzione e la prassi parlamentare prevede una serie di esclusioni dalla legittimazione politica: fascisti, nazisti, antisemiti, fondamentalisti, talebani, terroristi, ecc. A pieno titolo occorre adesso inserire i cattolici, la cui colpa principale loro imputabile è quella di essere vincolati ad una superiore fedeltà che è diversa da quella prevista dalla Costituzione, cioè la fedeltà al popolo italiano, allo Stato sorto dalla breccia di Porta Pia. La sortita dei vescovi è quanto mai utile perché toglie spazio all’ambiguità. L’argomento tipico dei parlamentari cattolici è che loro non ubbiscono al papa, ma semplicemente alla loro coscienza. Loro applicano le circolari vaticane alla legislazione italiana non perché ubbidiscono al papa, ma perché seguono la loro coscienza. È un penoso sofisma, una bugia che nasconde la loro cattiva coscienza. Vale il controargomento, già usato da Hobbes per l’ostracismo inflitto nelle città greche ai quei cittadini, che erano magari innocenti delle colpe loro addebitate, ma era alto e sufficiente il sospetto di pericolosità perché potessero venire legittimamente banditi dalla città. I parlamentari della Repubblica devono essere al di sopra di ogni sospetto. Se i parlamentari cattolici, distribuiti in modo trasversale in tutti i partiti, non mentono scientemente, sono tuttavia resi sospetti dall’aperta ingerenza vaticana. Grazie all'appello dai Vescovi a loro indirizzato essi hanno ormai perso ogni legittimità a rappresentare il popolo italiano. Il loro scranno parlamentare è occupazione abusiva da parte di una potenza straniera. Il loro proclamarsi “cattolici” deve essere equiparata ad un’ammissione di infedeltà alla Repubblica, una violazione del giuramento che ogni funzionario pubblico è tenuto a prestare: un titolo di decadenza dallo status di parlamentare.

Sempre Hobbes, strenuo oppositore del papismo, insegna che la prima legge di natura è la ricerca della pace, perché solo la pace può darci la sicurezza della vita. Ma se la pace lungamente cercata e voluta non è proprio possibile, allora bisogna fare tutto il possibile per salvare la propria vita ed allora diventa necessaria e lecita la guerra, per la quale non esistono regole perché la posta in gioco è la propria vita. La guerra non è una partita di pallone con tempi di gioco, con un arbitro, con calci di rigore e simili. La guerra è lo sforzo estremo per salvare la propria vita, anche in senso intellettuale e spirituale. I contendenti sono l’uno alla mercé dell’altro. Fra guerra e pace non esistono spazi intermedi. Le missioni umanitarie di pace sono autentiche idiozie che servono esse stesse come mezzi di guerra per ingannare ed infamare il nemico, oppure per mantenere compatte le proprie fila e la propria opinione pubblica in buona parte influenzata e controllata dai sistemi mediatici di ottundimento delle intelligenze. Manifestano anche una specie di paura e terrore nel riconoscere ed ammettere la cruda verità delle cose. Diceva un grande filosofo: la vita riposa sull’errore e la volontà di verità è volontà di morte. La verità può cioè essere così tragica e dura da accettare tanto da indurre a preferire la menzogna.

Conclusione provvisoria. Non è più possibile una pacifica convivenza fra cosiddetti “laici” (termine improprio coniato dagli stessi cattolici) e “cattolici” di osservanza vaticana. Il buon Francesco Adornato che con la sua Fondazione Liberal pretende di dettare la disciplina per una convivenza di laici e cattolici all’interno del Partito Unico di Berlusconi deve rassegnarsi all’evidenza che il matrimonio non si può celebrare, salvo che tra lui stesso ed uno Stefano De Lillo, in senso figurato ovviamente, giacché in senso proprio a Stefano gli è proibito dal Vaticano e Stefano è uomo di stretta osservanza vaticana. I nodi vengono al pettine e di questa nuova situazione dobbiamo ringraziare la libido dominandi di papa Ratzinger, il papa tedesco. Le famiglie, le coppie regolari o irregolari, i figli, ecc, sono l’ultima cosa ad interessare quanti se ne fanno loro paladini. L’ipocrisia cattolica significa anche questo: farsi scudo degli altri per meglio difendere interessi e privilegi tutti propri. Una nota finale su un argomento uggioso: la libertà di parola della Chiesa. Ne ha pure troppa! Ma almeno i prelati si limitassero al pulpito, allo spazio parrocchiale. In realtà, siamo continuamente sommersi da pronunciamenti del clero in ogni ambito della vita. E non si tratta solo di pronunciamenti, ma di vere e proprie pretese che quanti si definiscano incautamente e profittevolmente cattolici si dimostrino obbedienti alle Note e direttive delle autorità ecclesiastiche

venerdì, marzo 30, 2007

Critica e dibattito in FI: Maurizio Lupi

Ho appena spedito all'attenzione diretta della segreteria dell'on. Mario Lupi il post precedente sulla distinzione fra credenti e non credenti, una distinzione che ricorre troppo spesso alle mie orecchie e che oggi mi ha indotto ad una specifica riflessione. In questo contesto, in nodo del tutto casuale, ho citato il nome di Maurizio Lupi preso ad esempio come tipico destinatario del messaggio episcopale. Facendo parte io dello stesso partito, ma lui deputato ed io no, ho voluto prendermi la briga di esercitare il diritto di tessera: dire la mia in faccia al deputato che dovrebbe rappresentarmi, essendo anche io tra quegli otto milioni di elettori, spesso sbandierati ma in pratica ignorati e derisi dai loro stessi rappresentanti. Per la verità, non mi ero mai accorto dell'esistenza di Maurizio Lupi fino all'altra sera, quando è comparso in televisione, sostenendo una posizione di Forza Italia, dalla quale mi dissocio. Berlusconi farebbe meglio a preoccuparsi del suo dissenso interno, anziché correre dietro ai Casini d’Italia. Gli elettori non sono fustini di detersivo che a seconda di una buona campagna pubblicitaria possono crescere o diminuire nelle vendite. Bisogna smetterla di pensarla questo modo. Gli elettori sono cittadini (non parrocchiani!) ai quali bisogna dare ascolto. E per dare ascolto ai cittadini non bisogna sentire i vescovi. Questi possono parlare solo a nome dei bigotti che frequentano le loro chiese e in ogni caso non possono mai interferire nella legislazione italiana. Dire che un “cattolico” è obbligato significa fomentare la secessione: un cattolico può andare solo in chiesa, se lo vuole, ma in quanto cattolico è per me perfettamente equiparabile al protestante, al musulmano, al buddista, al confuciano, al testimone di Geova, all’avventista, ecc. La politica è un’altra cosa. E ritorniamo a Maurizio Lupi.

Ho appena comunicato alla sua segreteria una distinzione importante. A me semplice militante di Forza Italia interessa innanzitutto poter fare politica all’interno di Forza Italia, dove a mia esperienza non esiste dibattito interno, ma solo una congrega di notabili che lucrano il finanziamento pubblico e tutti i vantaggi del potere. Ad un Maurizio Lupi interessa comprensibilmente che si vincano le elezioni, che per lui significano ben precisi vantaggi. Può anche pagarsi la segretaria con la quale ho parlato. A me che si vincano o si perdano le elezioni non viene assolutamente nulla in tasca, o meglio vi potranno essere pochi euro di differenza a seconda che si faccia una politica fiscale più o meno diversa da quella del governo precedente. Niente di paragonabile agli emolumenti di un Maurizio Lupi o di un qualsiasi altro deputato o di una qualsiasi vedova del regime. A me interessa la politica in formazione. La “rappresentanza politica” presenta grandi ambiguità e finisce con l’essere un istituto fondamentalmente antidemocratico. Un Maurizio Lupi o un Antonio Tajani o uno Stefano De Lillo di me singolo elettore di Forza se ne può tranquillamente infischiare e dirmelo pure in faccia, se lo metto alle strette. Diverso se parla un Vescovo o il Papa: lì ci sono i pacchetti organizzati dei voti. Almeno così si pensa. Il comico Totò aveva ben individuato questo fenomeno, dandone rappresentazione artistica in satire che superano di gran lunga quella degli artisti odierni, loro stessi iscritti a questo o qual partito e quindi capaci solo di una satira di parte non di una satira del sistema.

Ho visto che l'on. Maurizio Lupi si avvale di un sito, che ho qui davanti a me. Ne leggo i contenuti e mi iscrivo perfino alla sua Newsletter. Mi propongo ovviamente un pubblico, spero civile confronto. La politica è innanzitutto confronto e dibattito. Ne seguirà una posizione comune o una netta contrapposizione, ma prima deve esserci il dibattito.... Qui mi fermo perché preferisco continuare a voce il discorso con un amico. Chiudo rimandando in rete alla seguente pagina di Maurizio Lupi: I cattolici non devono votare i dico, dalla quale dissento nettamente non come cattolico ma come cittadino italiano. Seguirò con costante attenzione i passi ideologici di Maurizio Lupi. Ho inserito la sua pagina nel mio elenco di Links sotto la rubrica “Nemici”, dove raccolgo i siti che mi propongo di criticare, avendone il tempo. L’On. Maurizio Lupi arricchisce pertanto la mia collezione di “nemici”. Non penso affatto che l’avere molti nemici significa avere molto onore. Preferirei avere molti amici e pochi nemici, anzi nessun nemico, ma sembra che ciò sia impossibile. Scherzi a parte, da questa rubrica trarrò spunto per quel dibattito interno che è necessario in vista del partito unico, dentro il quale è a mio avviso pacifico che non potrà starci la dizione “cattolico”. I cattolici – se ne sono – devono stare in chiesa a fare da chierichetti e sacrestani. La politica non è cosa per loro, non ne hanno e non ne possono avere l’idea. Per chiudere, momentaneamente, con l’on. Maurizio Lupi ne denuncio pubblicamente l'incompatibilità con la condizione di parlamentare della Repubblica Italiana nella misura in cui lui lascia soltanto trapelare il sospetto di essere un terminale in parlamento dei Vescovi italiano ovvero di uno Stato e di una potenza straniera. Devo qui terminare, ma seguiranno ulteriori approfondimenti, se quelli dati non paiono sufficienti.

Colgo qui l'occasione per dire che ho ispezionato il sito dell’on. Palmieri intitolato ilGiulivo. È ben vero che conta circa duemila registrati, tra i quali ho dovuto mettermici pure senza però potermi più cancellare. Ne ho riportato un'impressione nettamente negativa sia sotto il profilo editoriale sia sotto quello pedagogico-politico. Se posso esprimermi con la terminologia abituale nel sito dell’on. Palmieri: un cesso! Meglio sarebbe intitolarlo ilCitrullo anziché con il titolo innocente ilGiulivo. Nessuna valenza politica ed un luogo per l'espressione dei più bassi istinti. Poiché penso che il sito abbia avuto ed abbia un costo, li metto sul conto del finanziamento pubblico dei partiti. Uno spreco senza costrutto. Inutile andare a cercare nei contenuti di quel sito alcunché di politico. È solo uno spasso, forse per il popolo giovanile e infantile di Forza Italia: panem et circenses. Di pane non se ne vede, ma abbiamo un esempio di gioco futile e diseducativo. Avevo messo ilGiulivo in una rassegna di links con titolo: Posizioni liberali. Ho tolto il Link perché non ho trovato niente di liberale, di democratico, di educativo, ma solo citrullate per le quali non vale di perdere il proprio tempo. Passerò in rassegna tutti i luoghi virtuali che si richiamano a Forza Italia. Con essi mi confronterò. Mi riservo di esaminare meglio il sito dell’on. Maurizio Lupi. Ne trarrò qui i miei giudizi definitivi e la mia posizione concettuale e politica rispetto al parlamentare di Forza Italia, che dovrebbe avere l'onere di rapresentare in qualche modo anche me. Per l’appunto lo verificheremo. Dirò io se mi rappresenta o no. Per adesso sembra di no.

Credenti e non credenti: un modo di dire truffaldino

Ogni tanto in qualche momento pubblico capita uno svelamento da reality show. In una normalità fatta di “credenti” qualcuno ammette di essere un “non credente”, ottenendo a seconda dei casi la misericordia dei sedicenti credenti o la loro condanna e disprezzo a seconda dell’atteggiamento più o meno penitente del reo confesso. La dicotomia credenti-non credenti è fortemente radicata nel linguaggio corrente. Anche il linguaggio ufficiale delle Note apostoliche distingue in credenti e non credenti... a ciò che i Vescovi dicono. Un tempo vi era la scomunica per chi non credeva, una scomunica che aveva ben precise e gravi conseguenze giuridiche ed aveva carattere pubblicistico, addirittura fino ad esentare i sudditi dall’obbedienza al loro re. Oggi per lo più ci si limita a non consentire i funerali in chiesa a chi li vorrebbe: vedi il caso Welby. La direttiva che dal Vaticano parte verso i parlamentari cattolici si inserisce in questa tradizione antistatuale: il Maurizio Lupi che in questi giorni compare spesso in tv non stia a gabellare chi non vuol farsi da lui gabellare. E gli parlo sventolandogli in faccia la tessera di Forza Italia: dovrebbe tenerne conto. La tessera ad un partito (qualsiasi partito) è un diritto che questo nostra costituzione di Arlecchino concede ad ogni cittadino per far valere la sua opinione politica all’interno di canali istituzionali pacifici e non violenti. Il terrorismo e la via violenta nasce quando i cittadini si rendono conto che non hanno strumenti democratici per far valere le loro singole volontà, che non si prevaricano l’una sull’altra, ma si confrontano democraticamente in spazi pubblici e politici (non religiosi). Pertanto, on. Lupi non stia a gabellare stando in televisione i cittadini italiani e gli elettori di Forza Italia: si tratta di ingerenza ecclesiatica sulla vita dello Stato italiano e lei deve decidere a quale fedeltà si ritiene obbligato. Non stia a coglionare in tv! Devo insistere brevemente su questo punto: il linguaggio che usiamo tutti i giorni non è una qualcosa di ovvio e dato, ma è la risultante di un lungo processo fatto anche di astuti condizionamenti. Chi ci governa ed opprime ha il suo più potente strumento nell’uso del linguaggio. Nell’attuale dibattito sulla “famiglia”, che starebbe tanto a cuore guarda caso proprio ad una burocrazia di celibi, ciò che entra in questione non è la lesione dei diritti di quanti oggi vivono in una famiglia, ma deliberatamente e pervicacemente si vuole combattere financo la possibilità di pensare e concepire che qualcuno possa immaginarsi di poter vivere “fuori” dalla forma-famiglia disegnata dai Celibi di Santa Romana Chiesa. Non voglio scrivere un lungo pezzo. Non ne ho il tempo. Ma voglio avvertire che la dicotomia credenti-non credenti deve essere respinta e spedita al mittente, cioè ai gerarchi cattolici. La distinzione ammissibile è fra senso religioso della vita e insensibilità religiosa. Nel vituperato mondo pagano, che ha preceduto il cristianesimo e che dai cristiani è stato letteralmente e violentemente estirpato, esisteva una diffusa sensibilità religiosa che si adattava alle diverse culture e ai diversi individui che in ragione della loro diversità potevano esprimere quella sensibilità religiosa che era loro più congeniale. Dopo il repulisti totalitario e fondamentalista della chiesa cattolica, romana, apostolica tutti i sudditi del potere temporale sono stati assoggettati alla professione domenicale del Credo. Eccola la distinzione fra credenti e non credenti, ma è cosa che con la religione non ha nulla a che fare. Del resto, basta vedere una delle infinite rappresentazioni artistiche del Cristo in abiti più che modesti, in groppa ad un... asino, e confrontarla con uno qualsiasi della serie dei suoi Vicari, i più sontuosi sovrani della terra, per rendersi conto che qualcosa non funziona. È un periodo in cui il vocabolario si colorisce di termini popolani. Per dire poco intelligente, stupido, gabellato e simili si una spesso il termine “coglione”. A mia avviso, ne hanno pieno titolo tutti i cattolici che ascoltano il Vicario di Cristo che si affaccia dalla finestra della più sontuosa reggia della terra o siede sul trono del Mercoledì di Udienza. Lo confrontino con la figura del Cristo i tanti coglioni che abboccano e se proprio sono contenti del loro papa, se lo tengano stretto tutto per loro, ma lascino in pace il loro prossimo, che non ha bisogno della loro ottusa presunzione.

mercoledì, marzo 28, 2007

Inaccettabile, intollerabile, inammissibile: l'ingerenza della Chiesa in Italia

Guerra sia! Intendo dire che procederò in questo Blog con una critica storico-politico-culturale più puntuale e meno episodica. Il papa ritiene di poter allertare le sue quinte colonne dentro il Parlamento Italiano. In realtà, li priva di qualsiasi legittimazione a rappresentare il popolo e lo Stato italiano. I parlamentari dichiaratamente “cattolici” diventano ora una presenza estranea allo Stato italiano sorto dalla breccia di Porta Pia. È questa un primo elemento di consapevolezza e di discussione che deve essere posto all’ordine del giorno non solo di Forza Italia, ma di ogni partito dell’arco costituzionale. Si sta da una parte o dall’altra, ma non si sta dentro il parlamento italiano per prendere ordini dal capo di uno Stato straniero che pretende di dettare i contenuti della legislazione italiana. Deve essere abolito il Concordato e deve essere ridotta la presenza della chiesa cattolica entro la disciplina del codice civile al pari di ogni altra confessione religiosa. Esattamente in quello stesso codice civile che disciplina l’istituto del matrimonio ed ogni altro rapporto fra privati.

Ho sentito poco fa alcune dichiarazioni di parlamentari di Forza Italia che si mostrano adagiati sulle posizioni dei Vescovi. Conservo la mia tessera di FI, ma li sconfesso del tutto: non ho una tessera per pensare con la testa degli altri, di un Lupi o di un Tajani. Non mi rappresentano minimamente e non intendo stare ai loro ordini. Così non va. Anche dentro Forza Italia occorre far trionfare la democrazia. Non è possibile che un gruppo di deputati eletto con i voti di una potenza straniera pretenda di rappresentare la nazione italiana, mentre invece la asservisce all’ultimo stato feudale della terra, al più antidemocratico che si possa immaginare. Spero che l’uscita dell’UDC non significhi una rincorsa sul piano clericale: una corsa a chi ubbidisce di più ai diktat del Vaticano. Di Casa delle Libertà non è rimasto neppure il nome. La parola Libertà è quanto mai impropria nella bocca di un Lupi, il cui nome sento per la prima volta, ma scopro che è addirittura un parlamentare di Forza Italia. Mai sentito, mai votato! Può dire quel che vuole, ma io la penso diversamente e opero di conseguenza per quanto è nei miei poteri. Con questi uomini di parrocchia piovuti in Parlamento non ho nulla a che fare in quanto cittadino italiano. Non scelgo la via del terrorismo e della violenza, ma proclamo apertamente il mio dissenso, i miei concetti, le mie posizioni. Se altri li condivideranno, diventeranno un “forza”. Diversamente avrò salvato la mia di coscienza, oggi che tutti parlano di coscienza, quasi che questa fosse solo quella di Bagnasco e dei suoi vescovi.

I cattolici di Bagnasco sono i nostri talebani. Sarebbe meglio che i nostri militari in Afghanistan si occupassero dei talebani di casa nostra anziché andarli a cercare fra gli afghani, che a noi non hanno mai dato fastidio. Le loro armi le rivolgessero contro le ultime roccaforti occidentali dell’intolleranza e dell’integralismo nostrano. È giunto il tempo delle posizioni nette e chiare. I nostri politici prosperano nell’ambiguità. Anche di questi politici è ora di fare a meno. Il momento è grave e richiede altri uomini e altre aggregazioni. Voglia Iddio che finisca il tempo dei preti ed incominci l’epoca degli uomini.

È bene chiarire che qui non si tratta di "dico”, coppie di fatto, matrimonio, famiglia e tutto quello che vi pare. Qui è in gioco l'autonomia dello Stato italiano, sul quale il Vaticano per mezzo dei suoi deputati “cattolici” pretende di dire l'ultima parola. Non potrà più essere che un Coordinatore Regionale di Forza Italia esordisca in un pubblico intervento qualificandosi come “cattolico”. Esiste una tipologia di soggetti collettivi che vengono elencati come incompatibili con il sistema democratico: fascisti, la cui ricostituzione come partito politico è addiritura vietata per legge, ma vale lo stesso per una categoria indeterminata di soggetti: nazisti, talebani, musulmani, terroristi, ecc. Addirittura il ministro Amato ha preteso di imporre una sua “carta dei valori” ad innocui musulmani. Tra questi soggetti inammissibili alla vita democratica dello Stato italiano dovranno ora anche essere aggiunti tutti i cattolici ed ogni parlamentare che proclami la sua fedeltà non allo Stato italiano ed al popolo italiano, ma al Vaticano ed al suo clero dovrà essere considerato reo di alto tradimento ed espulso dal parlamento italiano. Bisogna che i vari Volonté, Buttiglione, Casini, Mastella e C. decidano da che parte stare, che ci dicano in quale fedeltà si riconoscono. Eccole le autentiche “radici cristiane”: guerra civile e divisione fra i cittadini. Di queste radici, grazie a Dio, abbiamo incominciato a prendere le distanze dal 1648 in poi, alla conclusione di un trentennio di sanguinose guerre di religione.

Ed è anche ora di finirla una buona volta con il solito balletto degli attacchi allo Stato italiano, seguito da smentite sul fatto che di attacco vero e proprio si tratti. È una presa per i fondelli. Lo sappia il Lupi che appare in questi giorni alla TV con il marchio di FI per dire che no, per carità, non vi è nessuna ingerenza, ma solo una normale espressione del magistero della chiesa. Mi sembra una ipocrisia bella e buona, anzi una presa per i fondelli che dura da troppo tempo. Un insulto all'intelligenza degli italiani. Intanto, non vi dovrebbero essere prese di posizione da parte di parlamentari italiani sui messaggi pastorali. Se un parroco parla in chiesa, un parlamentare non parli alla tv di Stato per riferire quello che il parroco a detto in chiesa. Inoltre, è inammissibile che vescovi intelligenti come Bruno Forte esprimano apprezzamenti sui procedimenti iure condendo della legislazione italiana. È un gioco che dura da troppo ed è legittimo che i cittadini non clericale né cattolici o “non credenti” (espressione indebita e filistea) perdano la pazienza. Se proprio devono parlare, preti, vescovi e parroci parlino nelle loro parrocchie e sacrestie, ma lascino in pace i cittadini italiani, cattolici o non cattolici che siano. Se sono cattolici e ubbidisco al sovrano vaticano, anziché a quello italiano, allora sono fuori dell’unità politica degli italiani. Emigrino in Vaticano, finché ci sarà per loro un lembo di terra nutrito e finanziato dai contibuenti italiani.

Sembrerebbe che contro i vescovi vi sia solo la sinistra, mentre il polo sarebbe tutto compatto con i vescovi. Non sono con la sinistra. Sono certamente contro e vescovi e mi piacerebbe tanto trovarmi faccia a faccia con tutti quelli sedicenti del polo che sono a favore dei vescovi. Me li mangerei volentieri uno ad uno, sia pure in senso metaforico. In realtà, dentro il polo ci sono tanti che non la pensano come quelli che parlano in tv: Ma anche se io fossi solo, griderei forte il mio dissenso contro i vescovi e non mi stancherei di farlo ogni volta che se ne desse l’occasione. Basta! È ora di farla finita con questi lavaggi del cervello.

RASSEGNA STAMPA COMMENTATA:

1. Politici in campo. Ci si conosce, riconosce e divide. Intanto Bertinotti è stato proprio alcuni giorni fa a ricevere, per un piatto di lenticchie, gli applausi di Comunione e Liberazione, mentre il suo popolo “di sinistra” gli dava del “Buffone!” all'ingresso della Facoltà di Lettere. Con quale credibilità pensa adesso il Bertinotti assurto alla Presidenza della Camera di poter rappresentare i valori della laicità dello Stato. Quanto al mio compagno di partito Enrichetto La Loggia, che parla di “alto valore etico” e di “coscienza dei cattolici”, bisognerebbe che ci sappia spiegare in qualche assemblea di partito cosa è l’Etica di cui parla e quanto alla “coscienza dei cattolici” occorre invece che la vadano ad esercitare dentro lo Stato Vaticano, finché esisterà ancora uno Stato Vaticano, autentico aborto del diritto pubblico reso possibile da un rapporto incestuoso fra Mussolini, uomo della Provvidenza, ed un ceto ecclesiastico che in nome di Cristo non sapeva e non voleva rinunciare al suo potere temporale. Gasparri, quando parla di coerenza, farebbe meglio a pensare alla sua di coerenza. Quanto a Luca Volonté, il più becero dei clericali, il “chiunque” lo rivolga a se stesso ed abbia la dignità e la “coerenza” di uscirsene dal parlamento italiano, dove non rappresenta l'Italia, ma quel lembo di terra chiamato Vaticano, che Mussolini regalò al Pontefice per consolidare il suo potere. Con uomini come Volonté a fare le leggi d’Italia possiamo aspettarci di ricevere con i carabinieri il precetto per recarci alla messa domenicale della più vicina parrocchia con il visto di controllo del parroco zonale.

2. Il Comunicato del Nemico. Il documento parla di principi, di piano educativo, di piano sociale: il campo dell’opinabile dogmatico. È piuttosto difficile commentare banalità prive di senso concreto e determinato. Ci proviamo, comunque. L’unione fattuale di persone dello stesso sesso, magari di ecclesiastici e chierichetti – come pare succeda spesso negli Usa – non può essere impedita dalla legge, a meno che di non tornare al tempo in cui comportamenti sessuali non ammessi dal sant'Uffizio venivano eliminati fisicamente con il rogo purificatore. Se, come dicono, il fenomeno è piuttosto diffuso nel mondo e in Italia, bisogna prevedere una purgatio più massiccia e consistente di qualsiasi Olocausto. Si dimentica spesso che nei lageri nazisti si trovano anche gli omosessuali in qualità di inquilini ordinari. La funzione della legge in uno Stato laico non è quella di creare inesistenti rapporti, magari disegnati da Bagnasco secondo le sue concezioni etiche, educative e sociali, ma al contrario di tener conto dell’esistente e disciplinarlo in modo ordinato, se esiste una domanda “sociale” in tal senso. Agli altri non è tolto nulla, ma se i vecchi titolari di diritti pretendono di conculcare le nuove domande sociali di diritti è aperta la via alla guerra civili: nella storia della Chiesa, delle sue “radici”, il sangue versato in nome di Cristo e del suo Vicario pro tempore è stato forse più abbondante di qualsiasi guerra. Del bene comune, astrusa nozione scolastica, è meglio lasciar perdere, perché se si chiede cosa sia ad un passante è estremamente improbabile che sappia cosa sia e come lo si debba intendere.

3. L’unità della famiglia a Palermo e dintorni. È di queste ore la notizia di una famiglia, che ha realizzato anche un film sul valore della famiglia e della sua unità. Sono stati tutti arrestati in quanto dediti al crimine, in specie all’usura. È comunque ben noto che le migliori famiglie, secondo il modello Bagnasco, sono proprio le famiglie dai cognomi come Provenzano, Riina e simili. Provenzano è stato scoperto nel suo covo con un ricco assortimento di Bibbie, da lui quotidianamente lette e commentate. In una scena di tribunale abbiamo potuto assistere all’accusa di “immoralità” rivolta da Toto Riina ad un pentito di mafia in quanto viveva fuori del santo vincolo del matrimonio, cioè in una situazione di fatto. Ecco i migliori cristiani che ci vengono indicati come modelli di vita: Toto Riina e Bernardo Provenzano. Imparate, figli diletti!

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La bufala dei nostri militari all'estero

Un miliardo di euro pare che costi il turismo militare dei nostri soldati all’estero, i quali dovrebbero garantire una non bene e quanto mai discutibile sicurezza internazionale. Un miliardo buttati via mentre in qualche Grande Archivio di Stato gli studiosi devono portarsi da casa la carta igienica, perché il bilancio dell’archivio non consente questi ingenti spese. Non è un'esagerazione, ma un fatto realmente accaduto. L’Italia però deve innanzitutto pensare al suo prestigio nel mondo. Quale prestigio? Non riprendo ora temi che possono ritrovarsi in altri miei post. Come elettore di centro destra mi limito ad enunciare che non mi ero accorto di aver vinto qualcosa quando Berlusconi siedeva a palazzo Chigi e meno che mai mi accorgo adesso di aver perso qualcosa. L’Oligarchia che ci governa ha sue proprie logiche che poco hanno a che fare con gli interessi e le idealità della stragrande maggioranza degli italiani, comunque e dovunque essi votino.

Come elettore del centro destra la mia sfiducia verso gli UDC è sempre stata alta. Non li ho mai digerito. Ho giudicato un pericoloso cedimento la loro imposizione su Berlusconi affinché escludesse dalla coalizione di centro-destra i radicali. È stato un cedimento al clericalismo. Adesso Berlusconi si prende il calcio dell'asino. Mi sembra che questa volta lo abbia capito e che si decida finalmente ad una rottura definitiva con i Casini d’Italia. Con loro o senza di loro le elezioni si vincono o si perdono, ma in ogni caso agli italiani poco interessa una farsa elettorale che è soltanto uno scambio di poltrone all'interno di un ceto politico omologo e solo in apparenza contrapposto. Il paese ha bisogno di riforme reali, non dell'apparenza di un mutamento che non cambia nulla. Di gattopardi ne abbiamo abbastanza.

Mi auguro che si vada dritti al referendum, se questo significherà una cancellazione della formula secondo cui se A dispone di 48 e B di altri 48 a decidere è C(asini) che dispone solo di 4 a seconda che di volta in volta decida di schierarsi con A o B. Questo è l’attuale sistema italiano. Tutto il resto è chiacchiera. Mi auguro che il voto al senato significhi per il centrodestra una scelta consapevole di disimpegno militare in ogni parte del mondo. Le “missioni di pace” o “umanitarie” sono ipocrite bugie. Si tratta al massimo di operazioni di polizia militare che di norma spetta a quegli stessi che la guerra la fanno o la vogliono. Noi ci limitiamo a raccogliere sul campo i morti che gli americano fanno: lasciamo a loro questo pietoso ufficio da becchini. Altra bufala è la lotta al cosiddetto terrorismo. Mai si è visto tanto dispiegamento di forze contro un nemico indefinibile e inafferabile. Una delle poche cose che si capisce di questo nemico è il suo carattere non statuale. Ma la guerra contro l’Afghanistan su base Nato è stata fatta contro uno Stato detto “canaglia” che si reputa ospitasse quello stesso Bin Laden, allevato dagli Usa. Di questo passo gli Usa faranno la guerra a tutto il mondo per inseguire i conigli che scappano. Neppure noi ci siamo salvati: la CIA considera il territorio italiano assolutamente libero per i suoi inseguimenti di conigli terroristi.

In Afghanistan sembra che le cose si facciano serie. Vi sono probabili rischi che i nostri ragazzi, stipendiati, ci rimettano la pelle. Finora potevano stare tranquilli del fatto che se avevano la divisa militare facevano al massimo da vigili urbani o da LSU. Adesso bisogna che ci pensino se il rischio vale lo stipendio che prendano. La smettano di far proprie le frescacce umanitarie. In Iraq vi è stato un commercio di reperti archeologici, su cui l’Espresso avevo fatto un servizio che per carità di patria non ha avuto lo stesso clamore di vallettopoli o delle frequentanzioni notturne del portavoce del governo. Auguriamoci che una buona ripresa dell’economia italiana riduca lo sbocco professionale nell'esercito per quanto non trovano di meglio. I miei timori mi inducono a immaginare in Italia scenari simili a quelli entrati nella storia con le Torri Gemelle. Se i servizi americani, molto meglio attrezzati dei nostri, non hanno saputo prevenire quell’attacco terroristico, figuriamoci i nostri. Per noi l'unica prevenzione possibile è una scelta di pace coerente e non ambigua. Se gli Usa vogliono conquistare il mondo, lo facciano da soli. Se saranno riusciti ad evacuare tutto l'Afghanistan, trasformando in una enorme Vicenza, non per questo noi saremmo diventati più sicuri. Il “terrorismo” sarà ancora più forte, invisibile, inafferrabile.

martedì, marzo 27, 2007

Buffone? No, pagliaccio!

Il palantir, la pietra veggente, lo scatolotto televisivo dentro il quale si può guardare dalle nostre case, vedendo anche in diretta cose che succedono nel mondo, ha riportato le scene delle contestazioni a Fausto Bertinotti in visita ad una manifestazione, un “convegno“, indetto dentro la “gloriosa” facoltà di lettere della Sapienza, da chi? Da Comunione e Liberazione! Si legga l’esauriente cronaca di Carlo Ronga in Aprile OnLine.Info: Un giorno in…fausto. Chi ha sufficiente anni per ricordare la nascita del movimento CL ricorderà che questo movimento era considerato dalla sinistra movimentista come la posizione più reazionaria, oscurantista, sanfedista, idiota che potesse esserci, sostenuta allora ed oggi dalla gerarchia cattolica, che attinge dal pubblico erario migliaia e migliaia di miliardi. Qualcuno nel riportare la notizia dell’incidente occorso a Fausto Bertinotti, la cui vanità può finalmente fregiarsi del titolo di presidente della camera, ha osservato che a fronte dei cinquanta ragazzi che fuori fischiavano dentro ve n’erano mille che lo applaudivano. Appunto! Ma da chi era applaudito Bertinotti? Dai ciellini! Dicendosi comunista, Bertinotti non può ripudiare l’essenza del pensiero marxiano che resta agli antipodi della posizione filosofico-politico di un movimento ecclesiale come CL. Suoi figli sono i cinquanta ragazzi che con non poco coraggio si trovavano all’ingresso della Facoltà per fischiarlo mentre andava dai ciellini.

Gli hanno detto: «Buffone!» Lui ha reagito, dicendo: «Buffone sei tu! Chiedimi scusa!» Ci mancava poco che facesse intervenire i carabinieri. Questo l’episodio sul quale vorrei innestare la mia riflessione odierna, pescando nella mia memoria e nel mio archivio. Cerco di essere breve, perché la giornata è impegnativa ed ho molto da fare. Anni addietro, all’inizio della guerra in Iraq, alla cui avventura prese parte Berlusconi (non l’avesse mai fatto!), la mia attenzione fu attratta da una uscita del solito Diliberto. Dico solito perché già mi sono occupato di lui e della sua pretesa aria intelligente (è un professore Ordinario! Io non lo sono). Se non erro, era già stato ministro di giustizia al tempo del governo delle sinistre. Schierandosi contro l’intervento italiano in Iraq – posizioni che ritengo pienamente legittima ed anche condivisibile – aveva però insultato Berlusconi chiamandolo “sguattero degli americani”. Essendomi nutrito non poco sui testi di Marx e della sinistra hegeliana, quindi sui problemi dell’emancipazione politica e sociale, ciò che mi urtava era che per offendere e colpire l’avversario politico Berlusconi il “comunista” Diliberto non aveva trovato di meglio del termine “sguattero”, che denota un mestiere, una posizione sociale umile quanto si vuole, ma qualcosa che non ha connotati morali, estetici ed etici come ladro, disonesto, brutto e simili caratterizzazioni personali. Ne facevo una questione di terminologia filosofica e mi chiedevo quanto il “comunista” Diliberto avesse effettivamente letto e meditato i testi marxiani sull’emancipazione sociale. Su questa mia perplessità volli consultare uno che indubbiamente sulla materia ne sapeva e doveva saperne più di me, un noto filosofo della storia che non voglio chiamare qui in causa, facendone il nome. Mi ha sempre onorato della sua amicizia ed alla sua amicizia tengo.

Probabilmente non mi riuscì di spiegarmi bene. Non volevo con lui entrare in una discussione dove le sue opzioni politiche potevano anche essere diverse dalle mie e le mie dalle sue. Non lo avrei disturbato per un dibattito da osteria sulla politica del governo Berlusconi. A me stava a cuore solo lo “sguattero”. In vacanza, ne avevo conosciuto uno, che si era guadagnato la mia simpatia umana. Mi rodeva che il “comunista” Diliberto si servisse del lavoro che la sorte, la divisione sociale, gli aveva offerto, come un termine per offendere un avversario politico. Tutto qui e nient’altro. Evidentemente, non riuscì a far capire ciò al mio amico filosofo ed egli pensò che io fossi acriticamente “innamorato” di Berlusconi. Non mi parve proprio il caso di mettere a rischio un’amicizia a cui tenevo per una banale incomprensione. E la cosa finì rapidamente lì, ma non senza alcune convergenze. Quali?

Avevo riferito la mia prima immagine televisiva di Bertinotti, allora un oscuro sindacalista. Dal palantir lo aveva visto mentre dava questa esemplificazione altamente filosofica dei termini “destra” e “sinistra”: era di destra l’immagine natalizia dei dipendenti che accettavano il panettone dal padrone o dalla direzione aziendale, era di sinistra l’immagine degli stessi dipendenti in sciopero contro il padrone e con tanti cartelli di protesta. Applicando oggi lo stesso schema a Bertinotti, non più oscuro sindacalista ma (caspita!) presidente della Camera, terza carica dello Stato, potremmo dire che sono di sinistra gli studenti (una cinquantina) che con tanto di cartello e di slogan lo contestano, gridandogli “Buffone!”, mentre sono di destra gli studenti CL (un migliaio) che lo applauodono comodamente seduti e autorizzati dentro la Facoltà. Raccontando l’episodio di allora all’amico filosofo, ne ottenni il responso che il personaggio in questione era un assoluto “pagliaccio”. Si pone l’ulteriore problema terminologico se “pagliaccio” e “buffone” siano la stessa cosa, ma non starei qui a sottilizzare oltre.

domenica, marzo 25, 2007

Ancora sul politico Tajani

Ieri il palantir di stato, la pietra veggente, la televisione dei tg ha diffuso l'immagine di una stanza dei luoghi del potere. Vi si vedeva il leader Berlusconi e a distanza intorno a lui, con una specie di medaglione al collo, il mio amato Antonio Tajani, che mi ha defraudato di un voto che se non avessi dato a lui potevo solo darlo a caso, pescando nel mucchio con una benda negli occhi. Questa l'effettiva possibilità di scelta degli elettori italiani, che a differenza degli afghani o deglin iraqueni vivono felicemente in democrazia. Infatti, possono votare un Antonio Tajani o un Stefano De Lillo o un Marco Taradash o un Pietro Fuda. Ho fatto quattro nomi non scelti a caso. Annuncio qui soltanto un tema che non posso trattare: il divieto di mandato imperativo. Si dice cioè che un “rappresentante politico” una volta eletto non può essere condizionato dai suoi elettori. In pratica, se ne può tranquillamente infischiare e se ne infischia. Si dice che egli rappresenta o dovrebbe rappresentare la nazione tutta. In teoria non sarebbe sbagliato, ma in pratica sappiamo che non è così e siamo lontani mille miglia dalla teoria. Intanto osservo en passant che mentre i deputati eletti snobbano tranquillamente un singolo elettore non legato a corporazioni, si danno poi freneticamente da fare per leggi, leggine ed emendamenti (anche truffaldini: leggi Fuda) che chiaramente sono collegati non al mondo platonico delle idee, ma a precise ed occulte lobby, più o meno rispettabili, che sono strettamente interessate a ottenere quel tipo di disciplina legislativa. Nei salotti televisivi non si parla di questa attività quotidiana di produzione normativa, ma si dibatte sulle frequentanzioni stradali di un Sircana o di temi generali e astratti, ai quali i nostri deputati fanno a gara per poter partecipare ed in questo modo fare pubblicità alla loro immagine e al loro nome. Il volto che si vede nel palantir è in genere assai diverso di quello che si riconosce a tu per tu.

Ma questa è solo una premessa episodica alla mia breve riflessione del giorno. Torniamo a Tajani. Certamente, un uomo “potente”. E perciò mi si potrebbe dire: Antonio, sei uno sciocco. Cosa credi di poter fare in Forza Italia se ti metti ad attaccare un Antonio Tajani (o tanti altri che non mi piacciono)? Ti lasceranno ai margini, come è in effetti. Ho una indubbia attitudine a non pensare mai al mio utile. Ma è altra storia che non voglio qui trattare. Chiudo invece introducendo un tema forte: occorre sparare sul quartiere generale! Se all’interno dei partiti costituzionali non si avvia una vera e profonda democratizzazione e partecipazione alla formazione della politica nazionale, non resta altro che la via del cosiddetto terrorismo. Quando un sistema politico non offre effettivi sbocchi al dibattito e al rinnovamento interno delle sue istituzioni, non resta altro che la via violenta della rivoluzione. In Francia nel 1879 è accaduto qualcosa di simile. Tutto il nostro sistema giuridico nasce dalla Rivoluzione Francese. Antonio Tajani deve perciò ringraziarmi se io mi limito ad esprimere in civili parole la mia insoddisfazione verso tutto ciò che fa o dice. Ne ho un particolare diritto, avendolo votato. Si può votare qualcuno non per applaudirlo ogni volta che apre bocca, ma per controllarlo in tutto ciò che fa e dice e quindi dirne bene o male a seconda di ciò che dice o fa. Se tutti i cittadini, a qualunque partito abbiano dato il loro suffragio, si mettono in testa che i signori deputati non sono affatto onorevoli, ma disonorevoli che vanno tenuti strettamente sotto sorveglianza, forse potrebbero introdursi elementi di novità nel modo di fare o di subire la “politica politicante” dei tanti Tajani che esistono in tutti i partiti.

venerdì, marzo 23, 2007

Europa: cinquant'anni di delusioni!

Sono ancora in corso le celebrazioni in Campidoglio per i cinquant'anni del Trattato di Roma. Ho ascoltato per radio una buona parte dei discorsi che vi si tengono. Stando io qui a casa mia non ho vincoli diplomatici di linguaggio. Posso semplicemente scrivere le mie impressioni. I discorsi mi paiono tutti di circostanza e privi di effettivo significato politico. Commento a memoria alcuni passi. Mi ha deluso l'on. Colombo con i suoi continui riferimenti ai grandi padri. Di grandi io non ne vedo. Di Altiero Spinelli, di cui si tenta di costruire il mito, ho un ricordo diretto da quando nel 1976 ascoltavo alcune sue lezioni presso l’Istituto Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri, a Palazzetto Venezia. L’unica cosa che ricordo di quella sua Lezione fu un suo giudizio impietoso sui politici italiani di allora. Pienamente condivisibile ancora oggi, ma senza che ciò faccia di lui un “grande”. Non ricordo del resto che lui si atteggiasse a quel garnde personaggio che adesso di lui si vuol fare. Dava invece la sensazione di un simpatico ed arzillo vecchietto. Il suo manifesto di Ventotene mi pare alquanto mitizzato. A stento mi riuscii una volta di leggerlo e deve ora trovarsi sepolto in qualche parte della mia biblioteca. Per pensare l’Europa non bisognava aspettare Spinelli, Colorni e altri. A suo modo e con diversi strumenti ci aveva pensato Napoleone Bonaparte, ma l’Inghilterra già allora non era d'accordo.
Per non parlare poi di quelli che volevano tentare l'impresa con la spada del diavolo. Diversa l’impressione suscitata allora in me dall’On. Colombo, che era stato chiamare pure a farci qualche lezione. Già allora aveva un che di supponente e qualche collega si serviva della sua figura per celiare un altro collega di corso. Ricordo la sua gamba nervosa sotto il tavolo: oscillava come una corda pizzicata. Non ricordo null’altro della sua lezione, ma doveva trattarsi di qualche disciplina comunitaria. Adesso proprio Colombo polemizza con un grande quotidiano, non citato, dove sarebbe apparso un titolo sui Cinquant’anni di delusione chiamata Europa. In cinquant'anni l'on. colombo ha goduto tutti i vantaggi del potere e delle lucrose cariche ricoperte, ma alla mia generazione non ha consegnato nulla di politicamente tangibile. Di quei corsi di Lezioni ricordo l’euroscettico prof. Palomba che avvertiva: «Non fatevi illusioni. I ricchi diventerranno più ricchi ed i poveri più poveri». In tedesco caro nel senso di costoso si dice teuer, per cui addirittura i tedeschi hanno battezzato l’introduzione dell’euro con teuro per indicare l’inflazione seguita alla nuova moneta. Ier sera con amici ho pagato 35 euro (70.000 lire!) per non mangiare quasi niente: non me lo potrò permettere spesso. Non credo di vivere abbastanza per vedere un’Europa diversa da un mero fatto decorativo e tale per cui potermi “sono un europeo” allo stesso modo in cui mi è capitato di sentire qualche volta statunitensi dichiararsi tali con un certo orgoglio e senso di superiorità. Stando alla filosofia di Pannella il massimo delle nostre aspirazioni politiche potrà essere l’annessione agli Usa se non addirittura allo Stato d’Israele. Il principale vantaggio di questi cinquant'anni sarebbe la pace fra i popoli europei. Così parrebbe se si escludono i recenti orrori delle guerre balcaniche. Non credo però che ciò sia vero e che ciò sia un merito di politici “superstiti” come Colombo e Andreotti. In realtà, non vi sono state più guerre perché l'Europa ha perso la capacità di farsi la guerra senza aver mai conquistato la pace. Dal 1945 in poi l'Europa si è trovata divisa nel condominio delle potenze occupanti. La Germania era addirittura occupata in quattro zone. La Nato ed il patto di Varsavia era la forma giuridica di spartizione e occupazione del continente europeo: questa la verità. Quale guerra gli Europei potevano più farsi. Non si è fatto abbastanza, ma si è fatto molto e molto resta da fare: questo il succo dei discorsi. A me pare che se non si è fatto l'essenziale che doveva esser fatto, cioè l’unità politica dei popoli europei, nulla è stato fatto. Basta un leggero soffio di vento della storia perché si dissolva nel nulla tutto quello che si crede di aver realizzato. In ultimo, ho notato l’assenza di senso dello Stato di quel grande statista che fu l’on. Colombo nel suo prono inchino agli alti prelati presenti in Campidoglio e da lui citati. Li ha accontentati nella loro richiesta di formale riconoscimento delle radici giudaico-cristiane, dopo che la cassaforte dei privilegi concordatari è già stata assicurata nel Trattato fortunatamente non approvato da francesi e olandesi. Come non ricordare tutte le guerre che in nome della religione hanno insanguinato le terre d’Europa? La mia Europa ha poco a che fare con quella del “padre” Colombo. Mi auguro che la religione, una religione più vera ed autentica di quella oggi in circolazione, sia un fatto meramente privato, del cui patrocinio i padri Colombi non si debbano far carico nei loro discorsi. E che dire infine del compromesso linguistico giudaico-cristiano con un trattino che unisce aggettivi che per duemila anni sono stati in contraddizione ed esclusione reciproca?! Potenza dell’Olocausto e della rieducazione democratica dei popoli europei! Bella Europa!

Le chiose di Antonio Tajani

Al tg2 delle 13 ho di nuovo visto la faccia di Antonio Tajani, che appare in tv con una certa frequenza. Si direbbe che abbia uno speciale contratto. La formula consiste in uno spot di qualche decina di secondo, dove l'europarlamentare che il piglio che gli è proprio dice la sua, o meglio dice la nostra, perché usa il "noi" e la scritta "Forza Italia”. Ne ha diritto. Ma anche io avendolo votato dovrfei pur aver diritto ad un pubblico commento, se dietro il “noi” di Tajani vengo incluso io stesso. È già capitato che in una pubblica assemblea mi sono dichiarato pentito del voto che gli ho dato, motivandone le ragioni. Da allora per tutta la durata del suo mandato, avendo purtroppo contribuito alla sua elezione, sento il dovere di tenerlo d'occhio in tutto ciò che dice anche ahimé a mio nome.

Orbene, nel rapido spot televisivo che non ho registrato, il Tajani Antonio dice due cose: si alla presenza italiana in Afghanistan; sì al finanziamento della missione. Il finanziamento della missione serve a cosa? Serve a garantire la sicurezza dei nostri soldati! Orbene, i militari dovrebbero in genere dare sicurezza agli altri. Invece, qui ci dobbiamo preoccupare di dare “noi” , con i nostri soldi, di dare sicurezza a loro. Lo stesso tg del 13 riporta più avanti la notizia di un signore rapinato in casa a Palermo e poi ucciso pure. Orbene, sarebbe meglio che i nostri militari con i nostri soldi dessero sicurezza ai cittadini che stanno nelle loro case. Evidentemente i soldi che abbondano per l'Afghanistan, dove non si capisce cosa i nostri militari stiano a fare, mancano invece per garantire la sicurezza della vita delle persone non già sulle strade, ma nelle case. Sarebbe bene che l'On. Tajani si esprimesse al riguardo. Come suo elettore, gliene dò mandato. No ho registrato il tg2 delle 13, ma al tg1 delle 13.30 compare di nuovo la faccia di Tajani, che mi pare dica una cosa diversa da quella di prima. Il servizio ha fatto prima vedere Berlusconi, il quale fa sapere che il si non è scontato. Appare subito dopo Tajani che chiosa. È tipico il suo ruolo di chiosatore dopo che ha parlato il papa, Berlusconi o qualcun altro. Potremmo anche fare a meno delle sue chiose. Il popolo italiano ha più intelliegenza di quanto lui non sia disposto ad attribuirgliene. In occasione della vicenda referendaria, durante una manifestazione proastensionismo organizzata da Stefano De Lillo, Antonio Tajani ebbe l’ardire di tacciare di ignoranza il popolo italiano, incapace a suo dire di comprendere la complessità dei quesiti, già ardui per lui stesso. Se il popolo italiano è il Sovrano, ciò da un punto di vista formale equivale ad un insulto, ad una lesa maestà. Vorrei vedere in altri contesti costituzionali che lo stesso insulto venisse fatto a Carlo Magno o a Giulio II. Come minimo il povero Tajani avrebbe rischiato la sua testa. All'Hotel Parco dei Principi non ha rischiato la sua testa, ma ha perso per sempre il mio voto. Democraticamente mi dichiarai “ignorante” per averlo io votato con leggerezza senza conoscere le sue qualità. Non posso purtroppo riprendermi il mio voto per tutta la durata del suo mandato. Ritengo però di avere il diritto di critica per tutta la durata di quel mandato, che serve non per rappresentare anche me, ma per poter a diritto essere criticato da me.

Colgo qui occasione quanto pertinente ed appropriata per narrare una delle “chiose” di Antonio Tajani. Lo faccio sempre con gli amici e sono grandi risate. Nel memorabile raduno all'Hotel Parco dei Principi durante la campagna astensionistica promossa dai fratelli De Lillo erano presenti tra big della politica professionale anche il nostro Tajani, come già detto. Oltre alla perla sulla “ignoranza” del popolo, di cui ho appena detto e che mi fece balzare dalla sedia dove in seconda fila, il nostro autorevole parlamentare disse dell'altro che ha dell’incredibile e dell’esilarante. La posizione ufficiale di Forza Italia era che in ordine al referendum dovesse esservi libertà di coscienza. Un modo per salvare capra e cavoli dal momento che in Forza Italia non tutti sono cattolici e clericali. Al momento della mia tessera in FI io non mi sono dichiarato tale e non rinnovo la mia tessere perché ritenga che FI sia un partito cattolico e clericale. Io avevo però ricevuto da Stefano De Lillo, allora Consigliere Regionale, una lettera con intestazione del logo di Forza Italia con cui mi si invitava prima ad un convegno di “studio” presso il Regina Apostolurum, una delle tante università pontificie, ed il giorno dopo ad una manifestazione di carattere marcatamente “politico”, dove rivedevo nello stesso tavolo qualche “studioso” del giorno prima. Il titolo del raduno all’Hotel Parco dei Principi era assai eloquente: “Non andate a votare” o qualcosa di simile con un bel loro di Forza Italia. L’ineffabile Tajani come chiosava l'evidente contraddizione con la raccomandazione di Berlusconi: la direttiva della libertà di coscienza era una cosa della Direzione nazionale di Foprza Italia, mentre l’opposta direttiva di “Non andare a votare” era una direttiva del Gruppo Consiliare di Forza Italia presso la Regione Lazio. Una evidente presa per i fondelli del popolo di Forza Italia, della cui intelligenza il chiosatore Antonio Tajani non dimostra di avere molta considerazione. A chi legge lascio piena libertà di commento del fatto che ho voluto qui narrare e che mando alla chiosa o alla smentita dell’on. Antonio Tajani.


Esempi di chiose alla Tajani:

1. Tajani e il diritto naturale. Sarebbe da chiedere ad Antonio Tajani se sa cosa è il diritto naturale, i cui svolgimenti millenari non hanno affatto l’univocità che lui pensa, seguendo l’Alto Magistero. Risponde all’ordine impartito ai “legislatori e politici cattolici”.

2. Tajani e la famiglia. Tajani non poteva mancare a manifestazioni del genere, dove il parrocchiano cancella il cittadino. È noto l’insegnamento dell’Alto Magistero che non attribuisce valore autonomo a istituzioni come Stato e simili. Servono solo in quanto garantiscano privilegi alla Chiesa. Della famiglia importa assai poco a tutti i convenuti. È solo un pretesto per altre cose.

Il bailamme continua

Sulla base delle informazioni di cui disponiamo ci facciamo una nostra rappresentazione del mondo. Siamo di certo condizionati dalla natura, dalla quantità e dalla qualità delle informazioni disponibili. Il problema preliminare è il vaglio critico delle informazioni che a noi sono concesse. Ciò premesso a mo’ di cautela e basandomi sulla comoda e gratuita rassegna stampa quotidiana di radio radicale oltre alle informazioni disponibili in internet, mi sembra di trovare oggi conferma ad un mio giudizio ieri espresso e che potrebbe sembrare eccessivo e non abbastanza argomentato. A me piace ogni tanto esprimermi in una forma esasperata fino al grottesco e paradossale. In questo modo cerco di ottenere una maggiore evidenza intorno a d un concetto essenziale.

Ho detto che l’articolo unico e fondamentale della nostra costituzione è il vincolo di soggezione e vassallaggio verso il nostro vincitore del 1945. La retorica di stato ha sempre nascosto questa amara verità parlando di Liberazione, Alleanza, Resistenza e simili baggianate. Per oltre vent’anni il fascismo si era retto con largo consenso di oltre il 90 per cento degli italiani, i quali con la caduta del regime si sono scoperti tutti antifascisti. Come la maggioranza degli italiani di oggi, sono nato dopo la guerra e non ho avuto memoria, esperienza e responsabilità alcuna negli accadimenti politici europei dal 1914 al 1945, che a differenza di quanto insegnano i libri di storia e contro i libri ufficiali di storia mi sforzo di rappresentarmi concettualmente come un tutto unitario: la moderna Guerra dei Trent'Anni finita con il declino degli Stati europei (Francia e Inghilterra compresi) e l’irrompere sulla scena come potenza mondiale ed egemone degli USA, originatesi dall'occupazione violenta delle terre scoperte dal navigatore Colombo.

La vicenda Afghanistan e la liberazione del giornalista Mastrogiacomo, che senza gloria alcuna ha solo riportato a casa la sua “pellaccia”. La nostra solidarietà intorno a lui non ha nulla di eroico. Non produce aggregazione politica. Non è epopea. È solo una manifestazione dell'italico motto secondo cui per prima cosa viene la salute e poi il resto. Dopo la salute ci sono i soldi e la famiglia, che oggi non si sa più bene cosa sia. Sul mito della famiglia campa un'istituzione, la Chiesa cattolica con il suo variegato indotto, che in fatto di soldi costi non poco a tutti i contribuenti e mina con la sua stessa esistenza l’idea stessa di Stato e unità politica.

La rappresentanza politica parlamentare si sta sfaldando di fronte ad uno starnuto che viene da Oltreoceano. Maggioranza e opposizione fanno a gara per dimostrare chi è più fedele alleato. Manca qualsiasi sussulto di dignità nazionale. Cosa siano queste benedette “missioni di pace” condotte da soldati armati di tutto punto in territori stranieri, dove stanno con le armi in pugno per non sparare. Essendo stati noi un grande popolo guerriero, non mi faccio soverchie illusioni di quali possono essere gli esiti di uno scontro fra militari italiani e guerriglieri talebani, che hanno già sconfitto inglesi e russi. Intanto, per loro esigenze militari gli Usa fanno capire che i fucili italiani devono sparare le loro cartucce. La penosa formula dell'articolo 11 della costituzione, secondo cui l'Italia ripudia la guerra, rivela qui la sua inconsistenza concettuale e politica. In senso proprio, da che esiste il mondo degli uomini, tutti gli Stati finora esistiti non hanno mai voluto la guerra per la guerra. La guerra è morte e distruzione. Nessuno vuole la morte e la distruzione. Ma la morte e la distruzione esiste su questo mondo, come esistono gli egoismi umani e tutte le altre belle qualità proprie del bipede Uomo.

La cosiddetta Casa delle Libertà si sta preparando a scalzare la maggioranza del momento sulla base di un titolo di maggiore fedeltà all’Alleato americano. Non diventano per questo più chiare le ragioni per le quali dobbiamo stare nello scacchiere mediorientale. Evidentemente dobbiamo annetterlo alle terre dell’Impero. Mi ha impressionato la visita in America della Merkel, dove ha proposto l’idea degli Stati Uniti d'America e d'Europa, progetto caro a Marco Pannella. Nel mio vocabolario si tratta di una sostanziale annessione territoriale dell’Europa agli Usa. Non mi preoccupo qui delle miserabili formule dei giuristi positivisti che tranquillamente accettano l'idea che un bombardamento distruttivo quale mai si è visto nella storia sia l’equivalente dei razzi lacrimogeni delle “operazioni di polizia”. Questa scienza giuridica imbastardita non ci è di nessuna utilità e non merita nessuna considerazione, anche se proliferano le cattedre dalla quali si insegnano simili aberrazioni. Lo spettacolo che offrono i nostri politici che siedono in parlamento è il colmo dell’indecenza. Non si deve distinguere fra destra, centro, sinistra, sopra, sotto: sono tutti omologhi. Le loro contrapposizioni sono apparenti. Si tratta di una stessa oligarchia che amministra nel suo principale interesse le risorse pubbliche di tutti quei cittadini che non possono sottrarre all'avidità governativa i loro magri guadagni, spesso insufficienti per poter vivere.

È da chiedersi quanto il sistema potrà reggere e durare nel tempo. I progressi della medicina non hanno ancora sconfitto il cancro, ma consentono di sopravvivere più che per il passato. Credo che si possa paragonare il nostro ceto politico ad un cancro che ci divora giorno per giorno. Non resta che sperare nello Stellone d’Italia, a meno che i cittadini non sappiano uscire dal loro torpore e cercare nuove forme di aggregazione politica e nuova rappresentanza o meglio fin dove possibile forme di democrazia diretta.

giovedì, marzo 22, 2007

Lo scoppio delle contraddizioni

Dalla Rassegna Stampa di radio radicale, che ho ascoltato per due volte, trovo una conflagrazione di contraddizioni che hanno radici nel tempo. I miei criteri di analisi mi consentono una sufficiente chiarezza. Si tratta però di criteri non ammessi dalle posizioni ufficiali e dominanti. I miei punti di vista sono già stati espressi nei miei articoli precedenti e vengono ogni volta riformulati su casi specifici quando se ne presenta l’occasione ed io trovo il tempo e la voglia di lanciare un grido nel ciberspazio, dove bene che vada trovo quattro lettori. L’esprimersi è un bisogno della mente e del pensiero. Il plauso è un aspetto diverso, secondario, ininfluente.

Il già ministro Martino, figlio di un fu ministro, ha parlato di onore, intendendo il mantenimento di un vincolo di vassallaggio contratto con la sconfitta bellica del 1945. Il nostro paese di onore non ne ha mai avuto perché non sa e non può sapere cosa sia l’onore. Perché la categoria concettuale dell’onore sia possibile altro dovrebbe essere il sistema politico ed il complesso delle sue istituzioni. Un episodio reale vale qui la pena di essere raccontato. Un alto funzionario di un paese europeo stava per essere gratificato di un’alta onorificenza al termine di una vita di servizio. Il personaggio, nobile di alto lignaggio, che non aveva peli sulla lingua rifiutò l’onorificenza, tacciando di “maiale” chi gliela voleva conferire. Il suo argomento: tu che sei stato un disertore e che per le vicende fortunose della politica politicante sei salito ai vertici dello Stato, pretendi di dare proprio tu a me una onorificenza? A me che stavo sul campo di battaglia pronto ad affrontare la morte, mentre tu scappavi? No! Da te non può venire nessun onore, ma solo disonore ed infamia. In forme diverse il rifiuto si ripeté in un’altro caso a me noto e non riportato nei libri di storia: non mi si deve nessuna onorificenza, giacché in tutta la mia vita di servizio non ho fatto altro che il mio dovere. Si voleva opporre lo stesso sostanziale rifiuto, ma senza la motivazione suina. Non credo che il già ministro della difesa e degli esteri Martino, noto liberoscambista, sappia cosa sia l’onore e perciò ne parli a sproposito. Meglio se parla della teoria del libero scambio, ma lasci stare l’onore. Non è materia sua. Io me lo ricordo personalmente come brillante assistente di economia internazionale, ma non come maestro di etica politica: non andavo da lui a lezione per quest’altra materia. Mi correggo. Ho il pessimo difetto di riuscire polemico anche quando non lo voglio. Mi correggo dicendo che il ministro Martino (nome comune a molti miei parenti) ha una sua peculiare concezione dell'onore che non corrisponde alla mia: ormai, in questo nostro paese diviso, non ci si può trovare concordi neppure sul significato di tanti termini ricorrenti nel lessico politico: onore, pace, guerra, nemico, amico, uguaglianza, libertà, democrazia, ecc. Peggio di così non potevamo stare!

Le contraddizioni che scoppiano sono numerose e l’una collegata all’altra, producendo una conflagrazione che penso eserciterà ulteriori effetti sugli eventi politici-istituzionali in corso. Provo una rapida e schematica elencazione: perdita del senso dell’unità politica e dell’identità politica; estinzione del popolo italiano; incapacità di distinguere fra amico e nemico; disfatta del 1945 gabellata come liberazione; vassallaggio come articolo unico e fondamentale della costituzione italiana; guerra di invasione e colonizzazione del Medio Oriente, cui si vuol riservare la stessa “liberazione” inflitta all’Europa; Israele come avamposto militare degli Usa; oligarchia dei sistemi “democratici” europei; Stati fantocci come il regime di Kabul e quello di Bagdad; il problema dell’Atomica in possesso di Israele; mancanza di sovranità interna ed esterna dello Stato italiano. E qui mi fermo, ma l’elencazione è meramente esemplificativa. Va aggiunto a conclusione dell’elenco il principio logico: inter pacem et bellum nihil intermedium. Esiste o la guerra o la pace. Nulla esiste in mezzo. I nostri politici insediati nelle stanze del potere, niente altro che un ceto corporativo con propri particolari e tangibili interessi, ci ammanniscono assurdità concettuali come “missioni di pace” o amenità come le “egide” dell’Onu o degli Usa.

mercoledì, marzo 21, 2007

Il ritorno di Mastrogiacomo: un derby con sangue.

Se posso dire ciò che penso senza dovermi sottoporre agli ipocriti cerimoniali di Stato per la scampata pellaccia di un incosciente devo dire che non ho apprezzato le immagini del Mastrogiacomo che usciva raggiante dall’aereo presidenziale con le braccia alzate come in genere si usa per esprimere gioia dopo una competizione sportiva o uno spettacolo televisivo a quiz con lauti premi. Che il “giornalista” Mastrogiacomo non abbia valutato quanto sarebbe stata più opportuna una maggiore compostezza nell’esposizione della sua prima immagine ripresa dalle televisioni di regime, dopo lo scampato pericolo e la sua liberazione a caro prezzo, mi induce a pensare che non abbia appreso nulla durante i suoi quindici giorni di prigionia, dove è finito sgozzato il disgraziato che suppongo per qualche lira si era messo al suo servizio. Per non parlare degli altri di cui poco si sa e poco è detto. Almeno il ricordo fresco dello sgozzamento davanti ai suoi occhi di quel disgraziato avrebbe dovuto imprimere qualche segno di mestizia nei suoi muscoli facciali. Si è lasciato tutto alle spalle. È tornato dai suoi cari, le cui nudità del fondo schiena abbiamo potuto osservare in diretta televisiva. Eppure si tratta di un professionista della comunicazione mediatica: neppure il suo mestiere conosce bene!

Mi chiedo, andando in Afghanistan, non gratis ma con ricco stipendio, quale notizia pensava di poter portare a me quisque de populo? Ho bisogno di essere illuminato da lui su ciò che succede in luoghi dove non sono mai stato in vita mia e dove probabilmente non vi metterò mai piede, anche se i miei corrispondenti da luoghi per me inaccessibili ricevo inviti a recarmi ora in Nepal, Gerusalemme, etc. Nella mia presunzione credo che un Daniele Mastrogiacomo in nulla possa accrescere il patrimonio delle mie conoscenze. Poteva pertanto astenersi dal recarsi in luoghi pericolosi, coinvolgendo tutti noi con la sua sguaiata incoscienza. Non ho apprezzato le manifestazioni di una gioia egoista e cinica. Il mio pensiero va al morto sgozzato, di cui ignoro il nome ed il volto. Il mio pensiero va ai suoi parenti, non italiani ma appartenenti alla specie umana, che davanti all’ospedale emergency ne reclamano il corpo: le autorità italiane e i fantocci di Kabul neppure delle spoglie di un morto si son presi la pena. Quando si parla di civiltà e di pace io non credo di intendere con questi termini la stessa cosa di cui continuamente parlano i nostri politici ed i “loro” giornalisti.

Talebani si, Talebani no.

La politica interna e internazionale si va facendo sempre più ingarbugliata. Le parole escono dalla bocca di quanti hanno pubblica risonanza, ma ciò non significa che le cose siano più chiare e convincenti quanto più autorevoli sono le bocche che pronunciano verbo. Anzi capita più spesso il contrario: quanto più è la fonte tanto meno appare credibile. Il detto anarchico secondo cui i governi abitualmente mentono trova nella nostra epoca il suo più evidente inveramento.

Dei tanti problemi ingarbugliati ne isolo qui uno solo. Da quando gli uomini usano farsi la guerra, e cioè dalla notte dei tempi, gli uomini si uccidono a vicenda senza particolari regole da osservare. La principale uccidere anziché farsi uccidere. Con il tempo e l’incivilimento si è tentato di disciplinare la guerra più per reciproco interesse che non per bontà d’animo. La ragione dice che la più sicura garanzia della vita è la pace, ma se questa proprio non è possibile, allora diventa necessaria la guerra, che non è una partita di calcio, ma un evento la cui conclusione è la morte o la debellatio di uno dei contendenti.

Non per altezza di ingegno, ma soltanto per buon senso alleggerito dai paraocchi dell'ideologia e dei pregiudizi, un politico di governo (Fassino) ha detto che in un aspicabile tentativo di far pace, bisognerebbe invitare innanzitutto le parti che la guerra la fanno. Immaginate la celebrazione di un matrimonio dove compaiono tutti eccetto gli sposi. Fassino ha perciò detto che i principali soggetti della guerra (di invasione) sono i cosiddetti talebani, o meglio i senza nome che però hanno già sconfitto i russi e tutti quelli che in passato si sono avventurate in un territorio segnato dalla carta geografica con il nome di Afghanistan. Sono gli stessi, ovvero i discendenti, che ora tengono in scacco la superpotenza Usa che in base al trattato Nato ci hanno ambiguamente trascinato fin lì, armati di tutto punto, ma in missione di pace. Ho sentito ieri il rappresentante di emergency che è rimasto allibito di fronte alla cifra per il finanziamento puramente militare (cartucce, polvere da sparo e e su a salire) della “missione di pace”: con quei soldi potrebbe riempire la terra di ospedali per tutti i feriti di guerra, non importa di quale parte e bandiera!

La levata di scudi contro il povero Piero Fassino è stata quasi unanime. La pace sì, ma con i talebani non si parla. Non giova osservare che la guerra i talebani la fanno ed al momento dimostrano di essere i più forti, tenendo in scacco gli Usa e facendo fare agli italiani una pessima figura con la vicenda del giornalista di Repubblica, Mastrogiacomo, il cui nome mi era prima del tutto ignoto, ma non ricordo che mai abbia potuto illuminarmi su ciò che succede nel mondo. Per saperne di più e meglio di quanto lui possa raccontarmi su Repubblica, che non compro in edicola, mi basta mettermi in chat line con i miei corrispondenti di tutto il mondo, con i quali comunico oltre che in italiano in un passabile inglese, tedesco, francese, spagnolo. Il giornalismo tradizionale dei corrispondenti non ha più la stessa indispensabilità di un tempo. Anzi vi sono spesso fondati motivi per diffidarne, potendo ritenere che le loro notizie sono comunicate dai governi per loro interessi di propaganda di guerra. Quel giornalismo credo sia finito e non lo rimpiango. Da Sgrena a Mastrogiacomo l’unita italica etica che si è chiaramente delineata è la filosofia della pellaccia al di fuori di ogni altro contesto di solidarietà politica, concetto estraneo a governi che non hanno soggettività e dignità politica. Ma è altra materia. Adesso cerco di chiudere la mia riflessione sui talebani e di tornare poi al mio proprio lavoro.

Si dice che i talebani siano dei “terroristi” e con i terroristi non si tratta, anche se hanno il potere di darci la morte. Ci uccidono e non esistono. Rapiscono i nostri giornalisti di regime, ne ottengono il riscatto richiesto, ridicolizzano i quattromila militari armati di tutto punto e di stanza in “missione di pace”: non una pace con in mano crocefissi e ramoscelli di ulivo, ma le sofisticate armi moderne di distruzione. In quattromila non sono riusciti a proteggere un giornalista di regime, che non avrebbe riportato a casa la sua pelle senza la mediazione di un soggetto extragovernativo: emergency. Vale a dire un ospedale che se deve curare un talebano ferito non gli dice: no, tu no! Non esisti! E quindi sei già morto.

Ho sempre trovato ambiguo ed inconsistente il termine “terrorista”. Cosa significa terrorista? Chi è il terrorista? Sono tutti uguali i terroristi cui viene dato questo nome? I governi stesso possono essere terroristi e fare politica terrorista? Clemente Mastella è un terrorista quando minaccia di galera un innocuo ed inerme professore che armato magari solo di penne d'oca pensa di scrivere un libro su temi coperti da interessi di regime? Credo che il merito di Piero Fassino sia di aver posto interrogativi non già ai suoi colleghi di governo che sono parte interessata al nascondimento delle tante verità nascoste del nostro tempo ma ai più ingenui cittadini che vengono in tal modo raggiunti attraverso i grandi mezzi di diffusione. Si instilla nella loro testa un germe di dubbio e di riflessione che può fruttificare nel tempo.

In realtà, la politica della Superpotenza, che abilmente nella guerra dei Trent’Anni (1914-1945) ha definitivamente tolto dal gioco politico le piccole potenze europee, mira alla creazione di Stati fantocci, detti democratici, con i quali trattare. Pertanto, alla conferenza di pace dovrebbero partecipare tutti le potenze più o meno interessate (il governo fantoccio di Kabul, Pakistan, Iran, Russia...) i quali dovrebbero trovare il loro accordo nel mettersi contro il contendente assente, che per definizione non esiste, cioè i talebani. Dunque, non una conferenza di pace, ma una nuova allenza di guerra contro un nemico ignoto, inafferrabile, innominabile.

domenica, marzo 18, 2007

La "promozione globale della democrazia" come nuova forma dell'imperialismo

Una breve nota di commento a Daniele Capezzone che ha appena terminato la rassegna stampa domenicale di Radio Radicale. Di Capezzone apprezzo molte posizioni e mi dispiace il processo di emarginazione (mi pare) all’interno del partito radicale. Non apprezzo però la posizione filoisraeliana come se Israele con la forma di regime fosse di per sé un argomento per legittimare e giustificare un processo di occupazione ed invasione analogo a quello dei coloni americani sulle terre un tempo abitate dagli indiani. In uno stesso anno, il 1840, l'Inghilterra enunciava con Palmerston la teoria del focolare ebraico per demolire l'Impero Ottomano. All’Estremo Oriente si serviva della guerra dell’oppio per ottenere un'analogo risultato con l’Impero cinese. Ebrei ed oppio gli strumenti per ottenere un risultato politico, che ha avuto successo solo in Medio Oriente. Prima con gli inglesi poi con gli statunitensi a me pare di tutta evidenza una strategia imperiale che per essere accettata e autolegittimarsi si propone nella forma della “esportazione globale della democrazia”.

È un argomento debole per il fatto che è già problematica la nozione di democrazia. Lo stesso Pannella con l'abituale acume parla per l'Italia di “oligarchia” mascherata di democrazia. Un’ampio campo di analisi ed esemplificazione potrebbe qui farsi, ma il mio commento ha da essere breve, come ho esordito. E lo diventa dicendo che ad ogni popolo, ad ogni paese, deve essere lasciata la libertà di evolversi come meglio crede ed è mera presunzione il credere che la forma di regime dentro la quale noi oggi diversamente soffriamo oppressi dai moderni detentori del potere sia il massimo della felicità terrena. Ai popoli è lecita e necessaria la difesa quando viene attaccato dal suo vicino, ma il suo ingerirsi nell'altrui forma di governo è già un atto di guerra.

L’Occidente ha investito su Israele come grimaldello per scardinare tutta la civiltà mediorientale ed approfitta di una momentanea inferiorità tecnologica del mondo arabo. Ne vuole sfruttare il vantaggio finché ne ha il tempo. Ma come insegna la Cina questo gap è facilmente colmabile. Un disegno politico lungimirante che i nostri politici, vassalli e interessati soprattutto alle loro poltrone, non hanno e non possono avere indurebbe a costruire solide basi di pace con tutto il mondo arabo, abbandonando Israele al suo destino di invasore inviso ed inaccettato dalle popolazioni originarie delle terre occupate o assegnate da Inghilterra e Usa. Prevedendo nuove accuse di antisemitismo aggiungo: al destino che loro compete come a noi compete il nostro destino che è diverso dal loro. Esistono dei precedenti storici: l’unità geopolitica del mondo romano che per oltre mille anni aveva assicurato ordine, pace, civiltà, e che stando al giudizio di Mommsen fu dissolto proprio dall'elemento giudaico. Non sposo la tesi di Mommsen, ma penso che sia preferibile una politica di pace, di allenza e cooperazione con il mondo arabo e mediterraneo che non una politica di affiancamento agli Usa, che non si accontentano più della sola America ma vogliono il mondo intero da plasmare a loro immagine e somiglianza, quando loro conviene e da lasciare nel sottosviluppo e nella dittatura oppressiva, sempre quando loro ritorna utile.

sabato, marzo 17, 2007

Buttiglione: il laico è lui!

Stavo curando a questo computer il mio blog di lingua tedesca. Sapendo quanto amo Buttiglione, sono stato chiamato nell’altra stanza dove alla tivvù veniva servita al telespettatore un’altra intervista al “filosofo” Buttiglione. Per la verità, non mi aspetto novità o cose nuove da Rocco Buttiglione. Il percorso della sua vita e della sua carriera nonché del suo “pensiero” era segnato ancora prima che nascesse. È semplicemente disarmante: con chi ha il dono della Fede vi è poco da discutere. Mi ha fatto cascare le braccia la sua ennesima battuta: laicisti sono quelli che vorrebbero che i i vescovi stessero zitti, mentre un esempio “sano” di laico è proprio Buttiglione, che vuol essere preso sul serio in quanto cattolico. Dei cattolici non si può fare a meno nella nostra vita. Tutta l’umanità che è vissuta prima del cattolicesimo è stata orbata di un simile conforto e di una simile fortuna. Il buon Rocco non trae le non previste e gradite conseguenze dall’insegnamento del suo e ahimé anche mio maestro Augusto Del Noce, che aveva ben chiaro che l’assenza dell’ateismo moderno, o meglio del rifiuto del cattolicesimo, è proprio il rifiuto dell’idea del peccato. Questa idea persiste solo perché i vescovi (e Buttiglione) non hanno altro da dirci se non che siamo peccatori e che solo loro hanno il potere di “salvarci” con i loro sacramenti che ogni anno costano al contribuente italiano cifre astronomiche. Bontà sua, il buon Rocco quando mette “contro natura” gli omosessuali, li riscatta subito dopo dicendo che siam tutti peccatori, Rocco compreso, anzi Rocco è “più grande” peccatore, giacché Rocco non può essere che sempre “grande”. Ma caro Rocco, lasciati dire che l’idea del peccato e del peccatore è una tua incrostazione culturale in quanto “cattolico”: ci campi e pure bene! Non per discriminarti, ma se uno ritiene piuttosto antiquata ed assurda questa idea, potrai proporti quanto vuoi come cattolico, ma è difficile che tu possa apparire interessante se non per quei vescovi con i quali i “laicisti” hanno poco a che fare ed ai quali certo non vogliono impedire di parlare, ma dal cui invadente e onnipresente eloquio hanno pur il diritto di difendersi: vana speranza di poter essere lasciati in pace. La stessa distinzione fra laico e chierico è purtroppo il retaggio di una presenza fondamentalista e integrale del potere cattolico, per cui se non si era “preti” non si poteva essere altro che “laici”. Il vocabolario non lasciava margini. Tu caro Rocco, sei laico solo perché non hai la tonaca del prete, ma poco ci manca: la tonaca tu la porti nella tua testa. Penso alla tua bella pretesa di occuparti dei diritti civili degli omosessuali, dicendo che li consideravi “peccatori” e “contro natura” ma che potevano sentirsi garantiti dalla tua bontà d’animo e dalla tua cristiana magnanimità. Caro Rocco, stai tranquillo, non vi è nessun rischio che tu con la tua laicale e vescovile presenza possa scomparire dalla nostra vita: ci accompagnerai fino al capezzale e oltre!

venerdì, marzo 16, 2007

Sulla sorte di Daniele Mastrogiacomo

Ho appena ascoltato le notizie dei telegiornali meridiani. Tutti abbottonati. Nessun vuol parlare o commentare. Intanto si è saputo che è stato ucciso l’autista afghano di Mastrogiacomo. Bruttissimo segno che non lascia presagire nulla di buono. Si è anche saputo che è stata concessa dai talebani una tregua rispetto all’ultimatum. Sento dire che la richiesta dei talebani sarebbe il rilascio di un certo numero di prigionieri talebani. Dunque, qualcosa di diverso rispetto alla richiesta di un data per il ritiro delle truppe italiane. Se la liberazione dei loro compagni fosse la loro principale richiesta, potrebbe esservi una qualche speranza per il giornalista sequestrato. Ma si tratta appunto di sapere cosa vogliono. Il fatto che Mastrogiacomo non sia una spia, ma un giornalista esemplare e scrupoloso nel suo lavoro, a me non pare possa fare differenza da un punto di vista talebano. Per i media italiani un talebano è sempre e soltanto un talebano. Se lo scopo è di combattere una guerra mediatica in una situazione interna critica come quella italiana, credo che i talebani possono ancora condurre il loro gioco, se sono informati appena un poco informati sulle cose politiche italiane, sulla tenuta della maggioranza e sull’effettiva informazione dell’uomo della strada. Le persone da poter sequestrare sono potenzialmente innumerevoli. Ed ogni volta potranno rivolgersi direttamente al popolo italiano, cioè a quella gente che vota e manda in parlamento persone che decidono spesso all’oscuro e all’insaputa e a dispetto dei loro elettori: appunto quella cosa che chiamano democrazia. Anche io voglio astenermi da ulteriore commento.

giovedì, marzo 15, 2007

Chiarimenti di De Michelis a casa Santoro

Ho visto la trasmissione di Michele Santoro, appena terminata. Di interessante ho trovato una precisazione di De Michelis, già ministro degli esteri nel tempo che fu. De Michelis ha chiarito che le ragioni per cui le truppe italiane si trovano in Afghanistan discendono da un’interpretazione e applicazione del trattato Nato, non già dall’egida dell'Onu, secondo quanto ama dire D’Alema. La NATO è un’alleanza militare che scatta quando un suo membro è aggredito da un paese terzo. Dopo l'11 settembre si è considerato che gli Stati Uniti siano stati attaccati militarmente dall’Afghanistan, in quanto ospiterebbe i terroristi, cioè sarebbe uno dei famosi “stati canaglia” contro i quali è lecita una guerra preventiva. La tesi dell’obbligo discendente dal trattato contrasta con la tesi della missione umanitaria sotto l’egida dell’Onu, tanto cara a un D’Alema. In quanto italiani che pensano la politica sulla base di ciò che è dato loro sapere non possiamo non sentirci presi per i fondelli da maggioranza e opposizione. Questa è la democrazia di cui menano vanto i nostri politici: una presa per i fondelli.

A me sembra una bella forzatura del Trattato, istituito in un’epoca in cui erano gli Stati in quanto tali a poter fare una guerra. Nessuno può dire che armate talebane siano giunte in America per portarvi un'aggressione, mentre gli Usa con questo sistema possono fare la guerra a tutto il mondo e costringere i suoi alleati ad entrare essi pure in guerra. È facile dire che uno Stato ospiti questo o quel terrorista. Del resto, la sovranità nazionale è stata abbondamente calpestata dallo libero scorazzamento degli agenti CIA che operano come in una terra di nessuno. Sempre da Santoro, in chiusura di trasmissione, vi è stata la testimonianza di un infermiere napoletano accoltellato in una discoteca da un marines, inizialmente arrestato dalla polizia italiana, poi avocato dalla giurisdizione militare americana e quindi prosciolto. Ho appreso che di base americane ne esistono oltre cento in Italia. Se non erro, ho letto che ne esistono di note poco più di 700 nel mondo. Quindi un settimo si troverebbero solo in Italia.

Nel frattempo il telegiornale della notte ha diffuso un altro drammatico appello del giornalista rapito. La richiesta talebana è chiara e non lascia margine di trattativa alcuna: chiedono una data per il ritiro delle truppe italiane. Il governo italiano e neppure l’opposizione intendono ritirare le truppe. Se la logica ha una sua consequenzialità ed i fatti sono quelli da me riferiti, la sorte dell’italiano è segnata. D’Alema ha chiesto in pratica il silenzio stampa. Appunto, il giornalista Mastrogiacomo deve morire senza clamore e senza far notizia. Povera Italia, afflitta dai suoi governanti e dai suoi politici, uniti in una comune cupidigia di servilismo. Altro che bipartitismo e alternanza!

Note di costume. Il modello americano del credito al consumo?

Una volta tanto voglio trattare un tema leggero, lontano dalla tragicità delle guerre. Alla fine trarrò la morale della favola, che non è favola ma un piccolo fatto assolutamente veritiero. Evito di fare nomi e cognomi perché non voglio colpire le persone, ma fustigare pratiche commerciali scorrette. La storia rientra nel capitolo della tutela del consumatori. Esistono associazioni apposite volte allo scopo, ma è poca cosa di fronte ad una scorrettezza diffusa nel sistema commerciale italiano, dove il povero consumatore italiano paga le stesse cose e gli stessi servizi più cari che in altri paesi europei. Il fatto è abbastanza noto e se ne parla spesso. Bersani con il suo famoso decreto e le sue “liberalizzazioni” ha inteso incidere nel settore.

Il fatto dunque. Avevo un vecchio televisore Grundig acquistato circa venti anni fa. Ho deciso di sostituirlo per raggiunti limiti di età e funzionamento. La mia scelta già da diversi mesi si era orientato su un televisore Samsung da 26 pollici, cioè cinque pollici in più rispetto al mio vecchio glorioso Grundig. Questa settimana, di rientro dalla Calabria, dove ho portato il vecchio Grundig, mi decido per l’acquisto programmato. Con mio stupore trovo che ad un prezzo inferiore era appena uscito un Samsung da 27 pollici ad un costo per giunta inferiore. Il vecchio modello veniva offerto in un grosso negozio di viale Marconi ad un prezzo scontato ma pur sempre superiore al nuovo modello da 27 pollici, che aveva le stesse caratteristiche tecniche del 26” ma con un pollice in più. Dapprima indeciso tra i due modelli chiedo lumi al giovane commesso, addetto al reparto televisori. Mi diceva che il 26 pollici era più robusto e sarebbe durato di più nel tempo. La risoluzione, il suono e simili le stesse, ma la robustezza era maggiore. Io sono portato a credere che chi vende un prodotto abbia almeno una certa conoscenza di ciò che vende. Sbagliato. Intanto il primo problema era la corrispondenza in centimetri di un pollice. Per il giovane commesso era di un centimetro e mezzo. Io sapevo 2,54 cm, ma ho voluto dar credito al professionista della vendita. Ritorno a casa per guardare su una garzantina e leggo 2,54 cm. Ritorno dal commesso e gli riferisco il responso dell’Enciclopedia. Non ammette di essere incorso in un errore di ignoranza e in modo salomonico quasi fa intendere che sia sbagliata l’Enciclopedia o che esistano altre corrispondenze fra pollici e centimetri, per cui una volta è un centimetro e mezzo, altre due o tre o cinque. Se di ignoranza si tratta, ho verificato che è condivisa anche dal Capo, che non ha voluto rispondere a espressa eplicita domanda: a quanti centimetri corrisponde un pollice? Non sa rispondere e si sottrae alla domanda. Procedo all’acquisto, giudicando che il 26” era ormai un prodotto obsoleto che usciva di produzuione sostituito dal modello 27”. Avrei pagato i 15 euro chiesti perché il tutto mi venisse portato a casa. Considerato che non era previsto il montaggio e la messa in funzione dell’apparecchio, che dovevo aspettare un paio di giorni, che il peso dell’apparecchio era leggero, che dovevo appena girare l’angolo di Viale Marconi con via Blaserna, decido di portarmi io a casa l’apparecchio e di pagarmi con i 15 euro così risparmiati una cena sociale che avevo per la serata. E fin qui niente di eccezionale se non l’ignoranza del venditore che non sapeva o sapeva male la corrispondenza fra pollici e centimetri, oltre al suo tentativo di rifilarmi ad un prezzo maggiore un prodotto obsoleto.

Aiutandomi con il libretto di istruzioni risolvo vari problemi connessi al primo funzionamento dell’apparecchio. Torno più volte a chiedere lumi, ma i ragazzetti non ne sanno abbastanza e mi consigliano pure male. Compro da un negozio davanti una presa scart e risolvo il problema. Ritornando il giorno dopo trovo che anche il 27” pollici veniva ora offerto con lo sconto del 10 per cento. Come per scherzo chiedo al direttore commerciale se avvalendomi del diritto di recesso, diverso dalla garanzia, potessi restituire il prodotto, imballato, per poi ricomparlo subito dopo con il dieci per cento di sconto. Il direttore commerciale, dapprima nega questa teorica possibilità di restituire il prodotto avendo indietro i soldi spesi. Poi mi spiega che il dieci per cento di sconto è valido non per chi compra in contanti, ma per chi si avvale di un finziamento, cioè di credito al consumo. E qui vengo infine all’oggetto del mio discorso.

So per averlo sentito che in America è diffusissimo questo genere di credito. Anzi sarebbe collegato a questo fenomeno la recente caduta dei titoli di Wall Street. Intorno al fenomeno prospera una giungla di finanziarie e gli americani pare non si facciano scrupoli di comprare con soldi che non hanno cose alquanto futili come un televisore. Nella mia saggezza contadina non ho quasi mai voluto comprare alcunché a rate o a credito. Nè ho mai voluto contrarre mutui. Sapevo per esperienza che comprando in contanti avrei anche pagato di meno. Invece il grosso rivenditore di viale Marconi mi spiega che se voglio pagare il dieci per cento in meno mi devo avvalere dei servizi di una finanziaria, da me sempre evitate come la peste e gli usurai, forse con eccessivo pregiudizio. Manifesto il mio stupore e la mia protesta non è per qualche decina di euro, ma per una pratica commerciale che giudico assolutamente scorretta e lesiva per i consumatori. I miei sospetti vanno anche oltre, ma non li esterno se non con qualche brontolio generico ed incomprensibile.

Voglio cercare anche una controprova. Attraverso la strada e vado ad un negozio concorrente di fronte, meno grosso in esposizione di metri quadrati, ma a prima vista più serio. Lo stesso prodotto avrei potuto comprarlo in contanti a 675 euro anziché 699, ma soprattutto ottengo la risposta giusta. Sanno dirmi a quanti centimetri corrisponde un pollice e mi confermano che il modello a 26” è ormai obsoleto e fuori produzione. La mia stizza non è per la differenza di prezzo che avrei potuto risparmiare. So per esperienza che per spuntare il prezzo migliore devo confrontare le migliori offerte di almeno cinque o sei rivenditori. Questa volta non avevo voglia di girare ed avevo promesso in casa che avrei comprato in breve tempo un nuovo televisore. Il fatto increscioso è la pratica del credito al consumo, forse secondo un modello importato dall’America, ma a mio avviso pernicioso sul piano sociale. Un motivo di più per non essere incondizionati ed acritici ammiratori di tutto ciò che è americano.

Non so se il puntiglio mi durerà ancora domani mattina, inducendomi a restituire il prodotto, a pretendere la restituzione di 699 euro, quindi a riacquistare lo stesso prodotto a 675 euro nel negozio di fronte. Già altre volte, ad esempio per l’acquisto di una piccola Canon, ho notato una consistente differenza di prezzo e saggiamente ho acquistato altrove. Di certo, anche se dovessero offrire i loro prodotti ad un prezzo più basso (non c'è questo rischio!) non comprerò neppure una pila in un negozio, la cui pratica e perizia commerciale giudico scorretta a dir poco. Si parla in modo non infondato di una povertà diffusa seguita all’introduzione dell’euro. Pensando alla “finanziaria”, grazie ai cui artifici il negoziante offre il 10 per cento a meno lo stesso prodotto se pagato a rate anziché in contanti, temo le prevedibili degenerazioni del sistema ed il rischio sociale. Se non avessi avuto il contante per una spesa futile come un nuovo televisore, sarei andato avanti per altri venti anni con il mio vecchio Grundig. Adesso scopro che mi conviene indebitarmi. In realtà credo che un “sano” commercio avrebbe potuto ben vendermi in contanti al venti per cento in meno un prodotto che ha deciso di vendere solo a credito scontato al dieci per cento se comprato tramite una finanziaria. Questa è un’economia drogata sulla quale mi auguro che Bersani sappia rivolgere la sua attenzione.

Invio questo post alle varie Associazioni di consumatori con riserva di fornire più precise indicazioni e di fare ulteriore inchiesta… Ho appena terminato di parlare con il legale della grande catena di negozi di elettronica, da cui ho comprato il mio Samsung da 27". Gli ho spiegato in premessa che mia intenzione non è di fare una pubblicità negativa alla rete di vendita. Mi basterà individualmente non comprare più nulla nella rete in questione, tanto più che ho potuto verificare in altre occasioni come i prezzi non siano affatto i migliori del mercato. Mi sono fatto portatore di un interesse generale e chiedevo conferma di un fatto per me patologico e socialmente dannoso. Ho quindi ricevuto autorevole conferma del fatto che uno stesso identico prodotto nello stesso identico giorno sullo stesso identico scaffale viene a costare il 10 per cento in meno se acquistato a credito anziché in contanti. In pratica, chi acquista in contanti è penalizzato rispetto a chi acquista a credito. Le fiinanziarie (mi è stato fatto il nome della Findomestik) sono notoriamente delle istituzioni di beneficenza che hanno a cuore il benessere delle famiglie italiane e pertanto concedono i loro servizi perché gli italiani possano acquistare gli elettrodomestici di cui hanno bisogno nelle loro case. Resterebbe da approfondire come le finanziarie possano guadagnarci malgrado i loro servizi di beneficenza. Ma questa è altra storia. Il sistema pare sia alquanto diffuso. Non me ne ero accorto per il fatto di non servirmi abitualmente di finanziarie, di cui non voglio necessariamente pensar male. Scopro tuttavia di essere penalizzato in quanto consumatore che si concede il “lusso” di voler pagare in contanti e si ostina a non voler accedere al credito, se non in condizioni eccezionali non disponendo di propri contanti.

Per eventuali ulteriori approfondimenti di questo articolo rinvio al mio blog sulle questioni economiche, ancora assai poco sviluppato: Oikonomia. La risposta avuta dal Legale della grossa catena distributiva è stata: così fan tutti! Io sono rimasto ai tempi antichi della civiltà contadina. Vi è perciò molto da aggiornarsi sul mondo moderno e sulla sua economia.