giovedì, luglio 12, 2007

Lettera eterea a Mantelli sui miei titoli accademici

Versione 1.0
(in elaborazione)

Ho letto solo questa mattina di una annotazione di Brunello Mantelli, al quale non sarei manco disposto per quello che mi riguarda a riconoscergli il premio Nobel, se mai qualcuno pensasse di attribuirglielo, magari con l’autorevole intervento di mediazioni israeliane o con una nuova raccolta di firme. La bassezza morale della guerra partita da Torino non ha limiti. Mi laureai in Roma nel 1975 in Filosofia del diritto con 110 e lode. Nel 1985 dopo dieci anni di “anticamera” scientifica e didattica a malincuore feci il mio concorso di ricercatore universitario presso la Facoltà di Giurisprudenza nell’Università di Teramo. Il ruolo di “ricercatore universitario” era stato istituito pochi anni prima e la stessa legge istitutiva recitava che entro quattro anni un’ulteriore legge avrebbe dovuto stabilire lo “status” del Ricercatore universitaria. Il solo aspetto importante fu era finalmente istituito un “ruolo”, cioè stipendio e pensione assicurata. In seguito venne anche l’aggancio stipendiale alle altre fasce docenti. Da sempre ho seguito tutte le vicende legate all’evoluzione normativa della docenza universitaria e chi vuole può trovare (in progress) un cospicuo archivio in un mio specifico blog dedicato alla Politica universitaria.

Nelle Assemblea di categoria ho sempre sostenuto la superiorità dello status di ricercatore, tutto dedito alla ricerca e senza onere di docenza, rispetto a quello delle fasce stipendiali di professore associato (in buon parte ex assistenti divenuti associati quasi ope legis) e di professore ordinario, il quale nella migliore tradizione italiana faceva i suoi affari fuori l’università lasciando a dei poveretti l’onere della didattica. Quanto alla docenza vera e propria, e cioè allo specifico rapporto con gli studenti, mi sono sempre attenuto all’insegnamento di grande filosofo che mi ha onorato della sua amicizia, morto da pochi anni. Non ne faccio il nome per sottrarlo a prevedibili schizzi di fango provenienti da Torino. Diceva l’amico filosofo: la vera ed unica autorità di un docente è la fiducia dei suoi studenti. Questa fiducia per fortuna non mi è mai mancata ed è una fiducia libera nel senso che gli abituali requentatori dei miei Seminari sono persone già laureate, ai quali io non devo dare voti o pezzi di carta: un rapporto assolutamente libero di reciproca fiducia. Non mi piace esercitare l’autorità del “Professore” che tiene il registro, dà i voti e non sa ottenere altro rispetto di quello che gli consente una fittizia autorità, che diventerà nulla il giorno in cui dovessero abolire il valore legale dei titoli di studio.

Non solo non ha mai sollecitato la mia vanità il titolo di professore, ma neppure quello di dottore. Ho sempre detto, quando era il caso di dirlo, che il più grande titolo di cui mi onore è il nome e cognome che mi ha dato mio padre: Antonio Caracciolo. Un nome limpido, onesto, immacolato. Di altro non ho bisogno ed altro non mi interessa. Dovendo però ogni tanto firmare delle carte, il diritto amministrativo (lo ha mai studiato Mantelli?) insegna che non basta il nome e cognome, ma accanto bisogna mettere anche la qualifica professionale. E qui le sue osservazioni ed i suoi morbosi e meschini interessi il Mantelli torinese non ha me li deve rivolegere, ma al legislatore che non si decide mai – complice il meschino interesse corporativo dei Baroni Ordinari, specialmente in alcune ben indivuate Facoltà dove gli interessi sono miliardari – di varare una normativa che doveva emanare entro quattro anni e ne sono passati più di venti. Proprio in una seduta parlamentare, di cui ho documentazione archivistica, si era proposto e stava per passare la dizione “professore ricercatore” che diventava sostititiva di “ricercatore universitario” ed avrebbe significato il riconoscimento e l’attribuzione della funzione docente, che è appunto la rivendicazione da oltre un trentenno di una massa sterminata di precari e figura varie che di fatto insegnano, ma non si riconosce lor il ruolo di “docenti”. Senza il lavoro dei ricercatori è saputo (ma non da Mantelli) che molte facoltà universitarie ed università potrebbero chiudere i battenti. Ah! Dimenticavo! Nel mio caso specifico il titolo di “Professore” mi è attribuito dalla mia Facoltà nella corrispondenza ufficiale, in particolare nel foglio delle commissioni di laurea dove accanto al altri 1o professori si legge anche il nome del “Prof.” Caracciolo. Se il Mantelli torinesi vuol raccogliere altre 900 firme da mandare al mio Preside, cui manderò per conoscenza questo post, faccia pure! Non mi opporrò il alcun modo, purché non si comprometta il mio stipendio. Manderò anche questo testo all’ANDU, l’organizzazione della docenza universitaria cui sono iscritto e lo pubblicherò anche nel blog “Politica universitaria” oltre che in un apposito Gruppo di discussione dei Docenti della Sapienza.

Quanto alla mia attività didattica istituzionale, per la quale non ricevo emolumenti aggiuntivi, posso anche a farne a meno, purché mi si mantenga lo stipendio. Negli ultimi anni, a seguito dello sconquasso introdotto dalla riforma, si è creata una “penuria


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