domenica, ottobre 21, 2007

Israele come “stato nazista”: una pubblica sfida a “Informazione Corretta”

Versione 1.4
Testo in progress

Avvertenza

Il discorso vuol essere serio, ma per essere svolto ha bisogno dei suoi tempi tecnici e di una mia disponibilità di tempo per trattare la materia. Purtropp, al momento sono impegnato con molti altri temi. In verità, sono refrattario a trattare il tema “nazismo” al di fuori del suo contesto storico e geografico, ma ormai il termine ha assunto un significato improprio, del tutto metaforico. A chi giustamente mi volesse rimproverare un uso estensivo del termine nazista e stato nazista, rispondo che ha ragione. Se però un Carlo Panella pensa di poter scrivere un libro sul “fascismo islamico”, allora diventa lecito scriverne un'altro sul “nazismo israliano”, magari utilizzando solamente fonti ebraiche come Avraham Burg, o anche facendo ricorso ad un'esegesi eterodossa dei testi biblici. I lettori interessati devono aver pazienza. I lettori intelligenti ed informati credo che abbiano già potuto intuire gli sviluppi possibili già da questa mia breve avvertenza e dalla bozza di trattazione che subito segue.


Sommario:

0. Premessa. – Lancio da questo blog una sfida ai Benevoli e Corretti Informatori: la tesi che illustrerò con dovizia di argomenti e documenti di Israele come stato autenticamente nazista e razzista e lo farò davanti a Berlusconi in persona, se con le loro infami e vili delazioni riusciranno ad attirare l’attenzione del Capo e Padrone Supremo di FI verso questo mio sito che ho dovuto creare proprio perché la Israel Lobby infiltrata in FI non lascia a tesserati ed elettori possibilità di dibattito e confronto. Intanto, nessuna pretesa di originalità. A dirlo, fra i tanti, è un loro ex: Avraham Burg. Questa mattina dalla voce di Marco Cappato, che conduceva la quotidiana ed orientata rassegna di Radio radicale, gli è sfuggita dal seno la fola di uno stato di Israele testa di ponte della democrazia in Medio Oriente, dove bisognerebbe grazie ad israele allargare le strutture della democrazia. E si vocifera di Terza Guerra Mondiale. Se fosse così, bisogna interrogarsi sul senso e sul valore della parola democrazia. Se in Palestina, o meglio nella ex Siria allargata e poi smembrata ad opera di quei grandi facitori di democrazia che sono gli inglesi, vi è da cento anni una guerra che adesso minaccia di sfociare in una guerra di maggiori dimensioni, dobbiamo ringraziare i democratici israeliani, che hanno fatto sloggiare i palestinesi da terre che erano loro ed ora li tengono dentro una condizione di segregazione che supera per estensione e durata quella dei lager nazisti. Il nostro Cappato la bufala di Israele stato democratico se la può tenere per sé. Ho votato qualche volta volta per i radicali ed ho pure tentato un avvicinamente con loro, ma mi rende perfettamente conto che la loro è una miserabile ideologia fondata su momenti emotivi intorno ai quali hanno avuto in passato l’abilità di suscitare movimenti di opinioni. Ma non è né dai radicali né dalla Isral Lobby che possiamo aspettarci alcuna democrazia. Ce ne possono certamente privare. Sono abili nel fomentare la guerra, nel mettere gli uni contro gli altri e nel saperne trarre vantaggio. Dalla seconda guerra mondiale accompagnata dalla grande bufala ideologica dell’«Olocausto» hanno tratto i presupposti politico-ideologici per l'edificazione a spese di terzi dello Stato di Israele. Da una conflagrazione bellica in Medio Oriente otterranno il riconoscimento della Grande Israele con i palestinesi ridotti a dei residuali pellerossa confinati nelle loro riserve. Questa è la verità che si impedisce di svelare grazie a leggi liberticide già vigenti in Europa, ad una stampa e una classe politica asservita ed in ultimo che il tentativo di Riccardo Levi, un signor nessuno con padroni che sono invece Qualcuno. La Verità non ha diritto alcuno di cittadinanza nella democrazia immaginata da marco Cappato e dai suoi benevoli amici di Informazione Corretta.

Prima di procedere oltre nello sviluppo ed illustrazione del nostro assunto occorre definire e precisare la nozione di stato nazista. In senso rigorosamente proprio stato nazista dovrebbe venir considerato solo il regime che storicamente si caratterizzò in Germania dal 1933 al 1945. Il termine “nazista” è stato poi assunto con significato antonomastico per indicare ogni possibile forma di nefandenza e dispotismo: il male in sé. In un'ulteriore accezione “nazista” è sinonimo di “razzista”. Ed è su questo particolare aspetto che sarà orientata la nostra azione. In effetti, l'innegabile caratterizzazione “ebraica” dello Stato di Israele contiene in sé il principio di un razzismo che può addirittura rintracciarsi nei testi religiosi dell'ebraismo. Non vi è persona che non conosca la pretesa degli ebrei di essere il popolo “eletto” e come ciò abbia avuto nel tempo una concreta ricaduta dei rapporti degli ebrei con tutti gli altri popoli nel corso di una storia che si può estendere nell'arco di tremila anni. Solo con il cristianesimo le affermazioni più inaccettabili dell'ebraismo verranno trasfuse in un senso simbolico che a malapena può renderle accettabili, ma il cui senso originario non può essere cancellato al punto da renderlo irriconoscibile. Basta pensare al significato originario della Pasqua (di sangue) ed alla sua edulcorazione cristiana. Se l'accezione immediata – non quella adulterata da biblisti ed esegeti di corte – di molte pagine della Torah dovessero passare il vaglio di un odierno tribunale sui diretti umani, i Sommi Sacerdoti del Sinedrio sarebbero probabilmente condannati per violazione dei diritti umani. L'ideologia religiosa odierna dello Stato di Israele, o meglio della entità Israele, trova tuttora il suo ancoraggio nella Torah, detta dai Cristiani Vecchio Testamento, non essendo dagli Ebrei per nulla riconosciuto il Nuovo, che è in fondo una riforma in senso umanitario della vecchia ideologia religiosa ebraica. Sono fatti noti a chiunque che non occorre dimostrare, ma basta solo richiamare in premessa.

1. Razzismo ebraico. – Troppo attinente al mio assunto per non riportarlo per intero è l'articolo di Maurizio Blondet apparso proprio ieri su EffediEffe. Ho già detto che considero una forzatura l'uso del termine nazismo decontestualizzato dal suo tempo storico e dalla geografia storica, ma ormai esso ha assunto un significato generico per denotare un’estrema illiberalità. Uno dei suo connotati generici è il contenuto razzistico. In questi giorni, in seguito ad una iniziativa assai criticabile dei commiliyoni di FI Stracquadanio e Pavan è giunta in giudizio l'accusa di "odio razziale" ai musulmani dell’Ucoi per avere questi detto pubblicamente che Israele sta perpetuando contro i palestinesi ciò che i nazisti fecero contro gli ebrei. Sono in molti a dirlo ed a pensarlo ed in ciò non vi è odio alcuno, ma si tratta di una semplice opinione, erronea quanto si vuole e se si vuole, ma che non ha nulla a che fare con l’«odio razziale». Devo ancora documentarmi sulla genesi della legge Mancino, ma sono già portato a credere che sia stata una legge lobbisticamente estorta per poter poi esercitare vere e proprie angherie. Esiste però il rovescio della medaglia: la contestazione di “odio razziale” può essere ritorta agli stessi israeliani (sionisti, Israel lobby o come si vuole e si può dire) con maggiore fondamento di quanto essi non si servano di questo strumento di persecuzione legale contro altri. Ma ecco nella sua integralità il testo esemplare di Maurizio Blondet, al quale cercheremo di dare qualche valore aggiunto.
GERMANIA - «Contrastare la pericolosa assimilazione degli ebrei in Germania»: con questo ordine del governo Olmert, agenti della «Nativ» (agenzia governativa israeliana) sono sparsi nella Repubblica Federale Tedesca con lo scopo di «convincere» gli ebrei a stabilirsi in Israele. Si tratta di 200 mila ebrei per lo più sovietici, che costituiscono il 70% della comunità ebraica che cresce più rapidamente nel mondo, quella tedesca. Ma la loro assimilazione nella comunità è «problematica», dicono in Israele, a causa di «differenze linguistiche e culturali, fra cui un diverso modo di intendere l’ebraicità e la scarsa conoscenza dell’Olocausto».

A parte il ridicolo accenno all’Olocausto (è quello, pare, che definisce la giudaicità), i veri motivi «culturali» sono pudicamente taciuti: gli ebrei ex-sovietici sono più sovietici che ebrei, hanno sposato spesso donne non-giudee, e dunque, quando vanno in Israele, i loro figli non sono considerati ebrei né le loro mogli, e sono sottoposti ad angherie da parte dei super-ortodossi, che espellono i figli «impuri» dalle scuole. Non a caso gli ebrei sovietici in Israele sono solo centomila, la metà di quelli in Germania.

Il fatto è che quelli la Germania l’hanno scelta e ci stanno benissimo, assimilandosi senza problemi. Il governo tedesco ha protestato, ma a bassa voce: «Se vivere in Germania o in Israele è una decisione che (gli ebrei) sono in grado di prendere da soli», ha detto il ministro degli Esteri Frank W. Steinmeier. Invece s’è infuriato Stephan Kramer, il segretario del Consiglio Centrale Ebraico che rappresenta i giudei tedeschi. Ha scritto una letteraccia ad Olmert, in cui si dichiara personalmente offeso dall’iniziativa.
«A leggere la decisione del governo (israeliano), sembra quasi che gli ebrei tedeschi debbano essere evacuati. Questo manda un segnale fatale».
In realtà, tra i nuovi ebrei dell’URSS (arrivati negli anni ‘90) e la comunità più vecchia i dissapori sono all’ordine del giorno.
«Molti immigranti dall’URSS non sono considerati ‘veri ebrei’ dal resto della comunità», ammette Moishe Waks della sinagoga di Ryke Strasse a Berlino (1).
Si può capire che quelli non abbiano nessuna fretta di emigrare nella Terra Promessa, dove sarebbero ancor più discriminati dal rabbinato e dal governo.

Come faranno allora gli agenti segreti della «Nativ» a convincerli?
Con «operazioni alla James Bond», ha alluso la stampa tedesca.
Potrebbe essere una replica dell’«Operazione Ali Baba», con cui il Mossad «convinse» ad emigrare gli oltre centomila ebrei dell’Iraq - la più antica comunità della diaspora e la più integrata.

Il rabbino-capo iracheno Khadouri Sassoon diceva: «Gli ebrei e gli arabi hanno goduto [in Iraq] gli stessi privilegi e diritti da mille anni e non si considerano elementi separati di questa nazione».
Male, malissimo.
A cominciare dal 1950, una serie di bombe e attentati contro la comunità «convinse» i renitenti che era arrivato anche in Iraq l’antisemitismo.
Fra l’altro, una bomba antisemita esplose nella antica sinagoga Shem Tov di Baghdad, ammazzando tre ebrei e ferendone a decine.
Era stato il Mossad, come oggi è comunemente noto.

Anche in Germania, ora che ci sono gli agenti «Nativ», è facile prevedere un rincrudirsi di antisemitismo, con svastiche sulle sinagoghe, profanazioni di tombe ebraiche e anche peggio, sì da «convincere» anche i più integrati che la Germania si prepara ad una nuova Shoah.
La polizia federale farà meglio a vigilare, sono arrivati degli antisemiti.

A Londra, frattanto, la principale scuola ebraica della città - Jewish Free School - ha espulso un bambino perché razzialmente impuro (2).
La mamma, che insegna inglese nella stessa scuola, è una convertita, riconosciuta come tale dal rabbino capo di Gerusalemme.
Ma questo non basta al supervisore della scuola, rabbino Jonathan Sacks, che vuole soltanto figli di mamme o nonne ebraiche.
Il caso è arrivato sui giornali britannici, dove si parla di «violazione delle leggi anti-discriminazione».
Ma naturalmente, la discriminazione razziale è vietata solo ai goym, non alla razza superiore.

Phillip Hunter, il «chief adjudicator» della scuola fanatica, ha detto che non violava alcuna legge, solo che la politica scolastica dà la preferenza a bambini nati da mamma giudea in quanto i posti sono limitati, «senza riguardo alle loro convinzioni religiose».
Come si sa un ebreo ateo è sempre ebreo, se di razza ebraica.
«Stabilire l’ebraicità spetta al rabbino Sacks», ha detto il portavoce; piuttosto, ha intimato alla polizia inglese di approntare difese e protezioni migliori per i bambini della super-razza, in pericolo perpetuo.
Il Quarto Reich ha una sua scuoletta a Londra.
Forse la circonderà di un Muro.

Intanto in USA, l’Anti Defamation League of B’Nai B'rith (ADL) è riuscita a far varare alla Camera Bassa un progetto di legge (H.R. 1955) che ha lo scopo di «sradicare il terrorismo interno» che, secondo l’ADL, «fluisce su internet».
In pratica, ogni critica ad Israele, espressa con «linguaggio violento» sarà vietata perché porterebbe all’«estremismo» e dunque al terrorismo (3).
E’ lo stesso tipo di legislazione che intende introdurre in Europa il commissario Frattini.

Recentemente l’ADL ha intimato al rappresentante di Google in Israele, Meir Brand, di inserire filtri che blocchino quei siti che criticano «il sionismo e l’omosessualità» (sic).
Vada a suo merito, Meir Brand ha rifiutato.
Ma l’ADL ha il gioco più facile con due multinazionali mediatiche, Verizon e Comcast, dirette rispettivamente da due sionisti fanatici, Ivan Seidenburg e Brian Roberts.

Ma è proprio dai nemici esterni che bisogna difendere il sionismo?
Ogni anno 18 mila ebrei emigrano da Israele, e solo 2-5 mila tornano, e per lo più se ne pentono; gli israeliani che vivono permanentemente all’estero sono ormai, secondo Haaretz, oltre 700 mila.
In USA, gli ebrei si assimilano ad un ritmo mai visto.
Due su tre non si definiscono «ebrei» e un terzo di loro vive in quartieri non-ebraici, secondo il Council of Jewish Federation.
Più della metà degli ebrei americani sposano una non-ebrea; i giovani, ha rivelato un altro articolo di Haaretz, «si sentono più a loro agio quando non sono circondati da ebrei».

Il caso è chiaro: la comunità ebraica americana, per quanto potente, diminuisce ed invecchia a vista d’occhio.
E’ possibile che fra una trentina d’anni non avrà la forza lobbystica di oggi: e il flusso di miliardi di dollari, quelli della diaspora e quelli che Washington assegna ad Israele su pressione della lobby, senza contare gli armamenti che dona allo Stato ebraico, si assottiglierà.
Si aggiunga che, secondo i dati della Bar-Ilan University, oggi i non ebrei in Israele ammontano al 28% della popolazione.
Non si tratta solo di palestinesi con cittadinanza (che i sionisti contano un giorno o l’altro di espellere), ma di lavoratori immigrati (in crescita continua) e degli ebrei ex-sovietici: questi, quando non emigrano in Germania, decidono per Israele come seconda scelta, e soprattutto per ragioni economiche: potendo vantare un antenato ebreo, ricevono fondi per l’insediamento in Sion.
Non provano vera lealtà per la loro nuova patria, e sono estranei allo spirito del sionismo: a settembre scorso, una decina di giovani russi sono stati arrestati per attività neonaziste, inneggiavano ad Hitler.

Entro il 2020, gli israeliani «puri», super-sionisti o rabbinici saranno forse una minoranza in Israele.
Ecco perché le frenetiche attività di «convinzione» agli ebrei del mondo a stabilirsi in Israele.
Ma nel profondo, è l’ideologia del sionismo che sta perdendo la sua presa nell’ebraismo.
Quel che accade nella comunità italiana - così divorata dalla passione per Israele da continuare a vivere a Roma - accade dovunque: sì, offerte, lobbysmo di sostegno per lo Stato ebraico presso i politici locali, ma si resta dove si è.
In Israele, il dominio del rabbinato più retrivo - una minoranza, forte solo perché accaparra la maggior parte dei fondi della diaspora - soffoca la vita culturale imponendo le restrizioni di una vita da shtetl, da ghetto polacco di due secoli fa.

I giovani brillanti se la filano, tanto più che i genitori spesso hanno conservato il doppio passaporto e un’abitazione e interessi a Londra, Parigi, New York.
In questi giovani, il ricordo dell’olocausto, su cui il sionismo ha basato l’identità da vittima eterna, stinge a poco a poco.
E non c’è molto da fare.
Il conformismo ebraico vive di «mode» collettive, totalizzanti.

Nel primo ‘900 fu il marx-leninismo e il trotzkismo: la volontà di creare l’uomo nuovo sovietico fu il concorrente del sionismo, il concorrente più forte; coloro che immigrarono in Israele come «laburisti» erano soprattutto menscevichi russi, se non si contano i proto-fascisti russi di Yabotinski.
Il sionismo ha esercitato la sua presa propagandistica sulla comunità ebraica solo dopo la guerra, e anche allora non una egemonia: dei 2,5 milioni di ebrei che cercarono rifugio all’estero tra il 1935 e il 1943, solo l’8,5% scelse (o fu costretto a scegliere) la Palestina.
La stragrande maggioranza, 1,9 milioni ossia il 75%, scelse l’URSS, dove gli ebrei formavano il nerbo della nomenklatura.
Ed oggi la «moda» sionista, mai troppo forte, sta passando, e sempre più israeliani scelgono di tornare in Europa.

Lo stato sionista intensifica per questo i suoi allarmi sui pericoli dell’«antisemitismo», per questo accelera la «soluzione finale del problema palestinese», per questo impone ai goym continue celebrazioni della Memoria; per questo si arma e si prepara a guerre - bisogna mettere Israele in pericolo perché la diaspora si senta impegnata a salvarla.

Ma il pericolo per Israele non viene dalla fantomatica bomba atomica iraniana.
Viene invece dal mutamento dell’inquieta anima collettiva.
Viene da dentro (4).

Maurizio Blondet

Note
1) Kate Connolly, «Israeli migration agents target German Jews», Guardian, 28 novembre.
2) Polly - Curtis, «Jewish school told to change admission rules», Guardian, 28 novembre 2007.
3) «In Search of ‘Homegrown Terrorists’». www.truthtellers.org
4) Linda S. Heart, «Threat to Israel from within, not without», online Journal, 28 novembre 2007.


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Il recente libro di Levi di Gualdo, Erbe amare, pure segnalato da Blondet e che ho appena ordinato in libreria contiene altri dati interessanti con riferimento all’ambito religioso ebraico, non suscettibile di riforma alcuna. Basta una semplice lettura dei testi veterotestamentari per trovare traccia abbondante di un nazismo ante litteram. Immagino le facili obiezioni, ma io non sono tenuto alle esegesi di comodo e posso leggere ed intendere ciò che i testi dicono al comune buon senso. Lutero ci ha insegnato che l’interpretazione è libera.

2. La nozione di stato ebraico come intrinsecamente razzista. Eccolo il nodo da problema. Col l'aiuto di una documentazione fornita dagli stessi Corretti Informatori proveremo a dimostrare come l'intolleranza ebraica verso il resto del mondo contenga in se stessa una inconciliabilità ed una inattitudine alla convivenza pacifica con gli altri popoli, per definizione “idolatri”: chi non è ebreo, cioà osservante della religione mosaica, è un “idolatra”.

(segue)

venerdì, ottobre 19, 2007

Mobilitazione generale della rete

Cari Soci della Societas Civium Libertas
e p. c.
ai Lettori del Blog Civium Libertas

Vi mando di seguito un commento che ho collocato sul nostro Blog Collettivo Civium Libertas, in pratica uno strumento di espressione del nostro Gruppo ristretto e moderato, rivolto al più vasto pubblico della rete, ottenendo in meno di due mesi un considerevole successo.

È stato scritto senza indugio appena letto l’incredibile e sconcertante notizia, postata da Daniele Scalea e riprodotta dal blog di Beppe Grillo. Ecco il testo:
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All’On. Levi

Quanto leggo e porta la sua paternità a proposito della registrazione dei blogs è inaudito ed osceno. Ha mai letto l’articolo 21 della costituzione?

Incredibile ed altamente irritante. Mi auguro che presto tutti i sette milioni di utenti internet sappiano organizzare una manifestazione in Roma per la libertà di espressione, della quale voi
politici di professione dimostrate di avere terribilmente paura proprio con un provvedimento come quello a lei attribuito.

Antonio Caracciolo
Docente di filosofia del diritto

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Andrebbe subito aperta una riflessione ed un’analisi di cosa significa questo nuovo potente strumento di espressione che non ha precedenti nella storia. Se l'invenzione della stampa è stata la grande rivoluzione che conosciamo, internet e le sue infinite applicazioni superano a dismisura la portata rivoluzionaria dei torchi di Gutenberg. Ciò ha conseguenze rilevanti per l’organizzazione del potere e consente forme di democrazia diretta e di partecipazione dei cittadini prima impensabili. La vecchia classe politica lo ha ben capito, studiando contromisure all’antipolitica di Beppe Grillo che nasce proprio dalla Rete.

A questo punto, prima che sia troppo tardi, va organizzata una grande manifestazione, la più poderosa che mai vi sia stata, proprio per difendere la libertà di espressione dei cittadini. Considerando che gli Utenti crescono a dismisura insieme con il diffondersi della banda larga e che attualmente sono almeno sette milioni, occorre organizzare questi sette milioni per una, mille imponenti manifestazioni, da organizzarsi in tempi rapidi su semplice convocazione telematica: luogo, ora, giorno. Non occorrono palchi, microfoni, pulman, volantini e niente altro. Basta soltanto concertare un appuntamento tutti insieme per un unico motivo: la libertà di espressione attraverso lo strumento della rete. Se non si hanno i soldi per prendere un treno per venire a Roma, basta riunire gli internauti del proprio quartiere e manifestare nella piazza del proprio paese: in tutte le piazze d'Italia, a ritmi cadenzati e senza fine: ogni lunedì alle 17 in punto....

Spero di aver fornito un esempio di quanto sia facile organizzare la protesta. Ma protesta deve esservi! E la rapidità della mobilitazione è essa stessa arma vincente.

Pensate nel nostro piccolo cosa ha già significato la Rete. Pensate alla nostra iniziativa pro Graf. Pensate al mio Monitoraggio di “Informazione Corretta”, l’agenzia filoisraeliana che dopo aver diffamato per anni il mondo intero, certa della sua impunità, ha ora finalmente trovato pane per i suoi denti nello stesso terreno della rete. Pensate mille altre cose simili...

Antonio Caracciolo

P.S. - Chi vuole è da me autorizzato a diffondere questo testo in tutte le sedi a lui accessibili.

giovedì, ottobre 18, 2007

Monitoraggio di Ragionpolitica.it: A. Il Clericalismo

Versione 1.0

Sommario:

Premessa. Spiego qui nuovamente che le ragioni per le quali ho preso la tessera di un partito, nel caso di specie Forza Italia, vanno ricercate unicamente nella lettura ed interpretazione dell’art. 49 della costituzione che concede ad ogni cittadino il diritto di iscriversi ad un partito, che deve essere organizzato in modo democratico, per poter dibattere le sue idee insieme ad altri concittadini e così concorrere alla formazione della politica nazionale. Non è chi non sappia che ahimé non è così ed i partiti sono ordinariamente luogo di intrallazzo e malaffare. Le cronache giudiziarie sono piene di casi che riguardano indistintamente tutti i partiti, nessuno escluso. Quanto poi a cercare la democrazia interna nei partiti non la si riesce a trovare neppure con la lampada di Diogene. Con Ragionpolitica.it ho un vecchio conto che è giunto il momento di regolare. Forte della mia tessera e delle mie cariche in FI pensavo che un foglio di partito, che per giunta si dice vocato alla "formazione” (?!), potesse darmi spazio, non già per imporre le mie idee a nessuno, ma per confrontarle e discuterle. Manco per nulla. Dopo un poco di tentativi infruttosi decisi di creare questo Blog e dopo di questi oltre una ventina su tema diversi l'uno dall’altro, ma alcuni di contenuto prettamente politico e come questo di specifica militanza nel partito che mi sono scelto, ma di cui non sono stipendiato. Rivolgendomi ad alcuni buontemponi che hanno uno strano modo di concepire l’iscrizione ad un partito politico dico loro che per me Forza Italia non è una fede che mi sia nata in cuore, ma un luogo di impegno civile, pacifico e non violento, dove intendo contrastare innanzitutto ciò da cui dissento. È più facile dire: “non sono d’accordo” su determinate linee e tendenze di partito, i cui effetti sono già visibili e sperimentabili che non dichiararsi d’accordo su principi fumosi che hanno un così lato valore programmatico da essere in pratica una forma di demagogia oppure le cui ricadute pratiche sono di la da venire e verificare. Il clericalismo è una presenza ben chiara in Forza Italia. In questa sezioni mi propongo di individuarle nelle sue manifestazioni e nei suoi autori. Ne faccio una legittima critica esibendo le mie tessere, rinnovate negli anni, a Forza Italia.


Il Burka di Ganteo. Di Gianteo Bordeo mi sono fatto l'idea di un ragazzio di Comunione e Liberazione, con la sua tipica ideologia religiosa, finito in Forza Italia, dove forte di essere preposto alla “formazione” (mi vien da ridere) tenta di far passare le sue vedute nella testa di quello che egli immagina essere il gregge di FI. La questione del Burka delle donne islamiche è molto semplice in termini politici. Se queste donne vivono in Italia, sotto l’imperio della legge italiana, nessuno potrà costringerle con mezzi coercitivi ad indossare il tipico abito musulmano. Il problema si pone diversamente che le stesse donne vogliono indossarlo per una loro libera scelta. In questo caso, non riesco ad immaginare un Gianteo, opportunamente autorizzato, che vada a denudare le donne musulmane che non vogliono privarsi del loro Burca. Cosa ci sia sotto, anche se fornito di immaginazione, non sono curioso di vederlo. Gianteo polemizzi con la Bindi, rimproverandogli di non essere laica, moderna, moderato, come se invece lo stesso Gianteo fosse. I suoi temi sono appunto il Burca e simili.

(segue)