domenica, dicembre 23, 2007

Rosario Romeo, la LUISS e altro

Versione 1.1

Questa notte in registrazione ho ascoltato diverse relazioni di un convegno che un'associazione studentesca della Luiss, la «Magna Charta Libertatut», ha organizzato per commemorare Rosario Romeo che della LUISS era stato promotore e rettore. Le relazioni erano tutti interessanti ed ho potuto apprendere cose che non sapevo ad incominciare dal fatto che Rosario Romeo sia stato il più grande storico italiano del Novecento. Se è tutto qui, ahimé poveri noi! Leggerò comunque l’opera di Rosario Romeo, per fortuna in lingua italiana e quindi tale da non richiedere uno sforzo eccessivo. Di Rosario Romeo, professore a lettere, ricordavo solo un episodio banale riportato dai giornale all'epoca in cui io ero studente a Scienze Politiche alla Sapienza negli anni 1970-75. Se non ricordo male il prof. Romeo in pieno consiglio di facoltò avrebbe dato un pugno in volto ad un altro docente, il prof. Capizzi, il quale gli avrebbe dato del fascista per le sue posizioni di allora. Ma questo è solo un episodio colorito, che è però l’unica cosa che ricordavo di lui.

Questa notte ne ho apprese altre. Ne traggo le mie conclusioni. Al prof. Romeo non piaceva l'università che si era venuta creando dopo il 1968. E non so dargli torto. Aveva pensato di crearsene un’altra, la Luiss, appunto. E lo faceva mentre era professore della «Sapienza», cioè dell’Università Statale, percependone i regolari emolumenti ed esercitandone i poteri connessi al ruolo. Voleva creare ed ha creato un'università privata utilizzando il capitale pubblico. Lui era uno storico versato in economia e si intendeva di capitalismo. Se il modello voleva essere quello americano, non lo era per intero. Qui gli studi universitari costano agli studenti un'autentica fortuna che assai poco in Italia possono permettersi.

In Italia vigeva e vige il sistema dell’università pubblica, della scuola pubblica, della sanità pubblica con tutto quello che sappiamo. Il sistema pubblico non funziona. Ma perché? Stando alla sola università forse il male principale è da ricercare nel potere baronale, cioè in un sistema attraverso cui si riproduce la docenza e ci si rapporta con il potere politico e gli altri poteri forti. L’università di massa ed un certo subbuglio nella struttura della docenza non erano andate a genio al prof. Romeo. Da qui il tentativo Luiss, che devo averlo deluso in un momento in cui gli dovette essere chiaro che l'industria rappresentata da Carli non gli metteva in mano uno strumento per comandare, ma per ubbidire.

Non voglio dilungarmi. Basti pensare ai seguenti dati: i nuovi studenti della Luiss non possono raggiungere i numeri della Sapienza, ma devono avere una consistenza limitata. Solo così possono sperare di venire assorbiti dalle imprese confindustriali. A questi studenti viene chiesto un minimo di disciplina che invece non viene imposto agli studenti “liberi” della Sapienza. Inoltre pagano, anche se non quanto gli studenti americani. Ma il dato più scandaloso contro il quale nessuno si è mai rivoltato, trovando la cosa del tutto normale, è un altro. I docenti della Luiss erano e sono in grandissima parte docenti della Sapienza, cioè pagati dai contribuenti, i quali oltre a prendere lo stipendio dallo Stato italiano andavano ad arrotondare alla Luiss, dove magari si impegnavano di più che non nel pubblico. Non esseno ubiqui cosa facevano? Alla Sapienza scaricano il carico didattico sulle spalle delle figure “precarie” o sui “ricercatori”, ai quali venivano negati i riconoscimenti per i lavoro prestato. La rivendicazione principale dei “negri” era il riconoscimento della terza fascia della docenza e di un sistema di reclutamento e di avanzamento della carriera che avrebbe scardinato l'essenza stessa del potere baronale senza per nulla far scadere i livelli qualitativi e di eccellenza....

Il discorso potrebbbe esser lungo e non ho tempo e voglia di farlo. Confido però che chi appena un poco si intende di università abbia capito il senso complessivo. In altra occasione, se occorre, approfondirò il discorso per quanti non lo avessero capito. Adesso devo smettere perchè voglio fare altro. Il grande storico Romeo, profondo conoscitore del capitalismo italiano, se voleva il “barone” poteva farlo nell'università pubblica e statale, che gli ha consentito di sviluppare la sua carriera fino a diventare “il più grande storico italiano” del Novecento, sperando che gli altri che possono vantare non minore grandezza se ne stiano zitti. Dove invece rassegnarsi ad esser “servo” in una università che aspirava a diventare “privata” al servizio dell'industria privata, con i soldi e gli uomini delle “risorse pubbliche”, secondo la formula propria del capitalismo italiano: privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite. Un principio che la gran folla degli studenti dell’università di massa aveva ben compreso in quegli anni Settanta.

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