giovedì, marzo 20, 2008

Voto utile e voto inutile: Giorgio Napolitano e Aldo Moro a confronto

Versione 1.0

Ho appena ascoltato un’esternazione del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a proposito di voto inutile con un chiaro riferimento a Silvio Berlusconi che ha definito inutile il voto all’UDC di Casini. È innanzitutto da chiedersi se questa esternazione di parte rientra nei compiti super partes di un Presidente della Repubblica. Ma a parte ciò ho vivo nella memoria una lontana campagna elettorale, quando esistevano le tribune elettorali ed ogni leader risposte a domande di giornalisti, che certamente non erano allora castigate come oggi. Ricordo perfettamente una tribuna elettorale di Aldo Moro, che ebbe un battibecco alquanto vivace con un giornalista dell’allora Movimento Sociale. Non ricordo esattamente il contesto e le ragioni del battibeccho, ma ricordo molto meglio come l’onorevole Aldo Moro disse dei voti, invero parlamentari, del Movimento Sociale che erano voti “inutili”. Confronto adesso questo giudizio di Aldo Moro sull’esistenza di voti che possono essere inutile con la quotidiana sortita del presidente Giorgio Napolitano e mi chiedo legittimamente a chi io debba attribuire maggior credito, maggior saggezza politica, maggiore figura di statista. Credo di dover optare per Aldo Moro, la cui profonda umanità ben ricordo direttamente come suo studente, senza mai essere stato suo elettore.

Al tempo stesso vorrei poter dire, restando nella legalità costituzionale, che in quanto presidente che dovrebbe rappresentare l’unità nazionale di tutti i cittadini, mi delude profondamente e lo sento certamente meno vicino ad un Pertini e perfino ad un Cossiga, che mi indispone umanamente, ma di cui ho dovuto ammettere pià di una volta la sua capacità di catturare anche il mio consenso ed il potermi io identificare nella sua figura costituzionale. Ciò non mi accade con Giorgio Napolitano. Non so se per questo potrei essere incriminato di qualcosa. Per un altro verso, mi conforta una dichiarazione politica di questi giorni, di Scajola dove di Napolitano si dice che fu e rimane un’espressione del centro-sinistra. Eccone il testo che ho rinvenuto in Rere con una ricerca Google:
L’ipotesi di concedere la presidenza di una Camera al centrosinistra in caso di vittoria la convince?
«Il capo dello Stato, persona autorevole, è già espressione di una maggioranza di centrosinistra. Dando al Pd la presidenza del Senato o della Camera sarebbero quindi due su tre. E non so se questo sia giusto».
Credo che sia così e non ho potuto rilevare quel gesto di Cossiga, non puramente formale, quando si dimise dalla Democrazia Cristiana per poter essere il presidente di tutti gli italiani. Sommessamente e con dolore, io non sento Giorgio Napolitano come presidente di tutti gli italiani, ma lo avverto come uomo di parte e di una parte a me ostile e dalla quale devo guardarmi con circospezione.

Trovo poi decisamente criticabili le odierne esternazioni sull’astensionismo elettorale e sul cosiddetto qualunquismo, percepito più come una minaccia che non come la spia di un malessere che dovrebbe indurre il ceto politico ad un mea culpa. È un modo per criminalizzare quegli stessi cittadini che avrebbe il compito istituzionale di rappresentare. Con la sua dichiarazione sembra che si preoccupi più della conservazione del regime e dei privilegi dei suoi addetti che non delle sacrosante insofferenze dei cittadini, di cui io stesso in quanto cittadino quisque de populo non saprei come valutare: se estremo dell’agonia di un moribondo incapace di qualsiasi reazione o profonda saggezza tutto protesa sull‘arte italica dell’arrangiarsi pur di poter continuare a vivere o meglio a sopravvivere nella persuasione della inutilità di qualsiasi tentativo, istituzionale o extraistituzionale. Proprio l’assassinio di Moro, forse imputabile più ai suoi colleghi politici desiderosi di toglierselo di mezzo che non all’effettiva volontà e strategia delle Brigate Rosse, ha ormai insegnato ad un’intera generazione come neppure la via della violenza armata offre una soluzione ai nostri mali senza speranza, ma la cui causa p ben presente ad ognuno: la classe politica, detta ormai la Casta, curiosamente in una società che non solo si riempe la bocca della parola democrazia o diritti umani, ma che pretende pure di esportare una civiltà giuridica che neppure essa stessa possiede e che peraltro non è richiesta nel bilancio import/export.

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