venerdì, novembre 06, 2009

Teodoro Klitsche de la Grange: «Tutta colpa di Teodosio?»

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TUTTA COLPA DI TEODOSIO?

La sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sul crocifisso nelle aule scolastiche pone dei problemi i quali, più che giuridici, vanno alla profondità del politico.

Per esempio quando la Corte afferma la propria concezione della libertà negativa, la quale, secondo il Giudice “non è limitata all’assenza di servizi religiosi o d’insegnamento religioso. Si estende alle pratiche o ai simboli esprimenti, in particolare o in generale, una credenza, religiosa od atea”. Fino ad oggi, la concezione generale (e prevalente) è che per la tutela della “libertà negativa” fosse sufficiente l’astensione dello Stato (e anche di altri soggetti) da ogni intromissione (nel senso di lesione, diminuzione, conculcamento) nella sfera della libertà personale (e soggettiva), la cosiddetta “sfera giuridica” del cittadino, la cui libertà e proprietà è tutelata dagli ordinamenti nazionali e (anche) da trattati internazionali.

Un esempio di violazione di tale concezione tradizionale della libertà (e degli attentati alla medesima) ce la offre Teodosio, il quale, dopo aver emanato l’editto di Tessalonica (sul cristianesimo come religione ufficiale dell’Impero) e visto che non era tanto rispettato, decise, qualche anno dopo, di sanzionarlo con delle robuste pene. Per cui colpì l’esternazione del culto pagano con sanzioni niente male: dalla pena di morte in giù, fino a multe pesantissime (quindici libbre d’oro). Con che cominciava l’imposizione del cristianesimo attraverso la compressione della libertà negativa (in particolare di culto) dei pagani. E da Teodosio in poi è stato in grande prevalenza ritenuto che, per aversi attentato alla libertà “negativa” occorresse – quanto meno – una interferenza nella “sfera giuridica” del destinatario. Cioè un comando, accompagnato da una sanzione tesa a farlo osservare, incidente nella suddetta sfera: se non con pene alla Teodosio, almeno con multe, sequestri, confische (che Teodosio, ai tempi del quale non era stato istituito il CSM né la particolare responsabilità dei giudici, aggravava per i giudici negligenti a far osservare la volontà imperiale).

Questa era la concezione, tra gli altri, di Isaiah Berlin per cui la libertà negativa della persona umana è la non interferenza dall’esterno, o libertà dalla costrizione altrui.

Per argomentare la di essa concezione innovativa rispetto alla tradizionale, la Corte ha dovuto arrampicarsi sugli specchi: perché appendere un crocifisso in un ufficio pubblico (non privato) non intacca la sfera personale (“privata”) né sanziona in alcun modo, il mancato ossequio – o l’aperta contestazione – del simbolo esibito. E per ciò ha scelto quello, particolarmente levigato (e contestabile) della psicologia; onde il crocifisso “può essere emotivamente perturbante per alunni d’altre religioni o che non professino alcuna religione…”.

Poi la Corte rafforza la propria argomentazione allegando la neutralità dello Stato: “lo Stato è obbligato alla neutralità confessionale dell’educazione pubblica… la Corte non vede come l’esposizione… d’un simbolo che è ragionevole associare al cattolicesimo (perché? Cristo non è morto e risorto per tutti gli uomini, anche protestanti e ortodossi?) potrebbe servire al pluralismo educativo, essenziale alla preservazione di una “società democratica” come concepita dalla Convenzione”.

Tuttavia alla concezione tradizionale (della libertà come assenza d’ingerenza) non si sottrae neanche la Convenzione europea; la quale all’art. 9 dispone “Ogni persona ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo e la libertà di manifestare la propria religione o credo individualmente o collettivamente, sia in pubblico che in privato, mediante il culto, l’insegnamento, le pratiche e l’osservanza dei riti.

La libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo può essere oggetto di quelle sole restrizioni…” e all’art. 2 del protocollo addizionale n. 1 “Il diritto all’istruzione non può essere rifiutato a nessuno. Lo Stato, nell’esercizio delle funzioni che assume nel campo dell’educazione e dell’insegnamento, deve rispettare il diritto dei genitori di assicurare tale educazione e tale insegnamento secondo le loro convinzioni religiose e filosofiche”; ma anche se è chiaro che, stante la norma, non si potrebbe imporre un’ora di catechismo a uno studente musulmano o buddista, non si comprende come l’esposizione di un simbolo possa essere considerato lesivo della libertà negativa (che per essere violata richiede una costrizione o un’ingerenza).

Anche perché nel caso, trattandosi di spazio “pubblico”, si è esteso a questo il carattere (e il limite) di difesa della sfera privata, connaturale alla libertà negativa, con ciò mutandone il connotato peculiare: dalla difesa di ciò che è mio alla determinazione di ciò che non è mio, ma di tutti (pubblico). E relativamente al quale è più che dubbio – anzi secondo il diritto italiano vigente, escluso – che possa parlarsi di diritto soggettivo, ma a tutto concedere, d’interesse legittimo (se non di interesse semplice).

V’è un’altra questione che pone la Corte, strettamente connessa alla prima. Ripetutamente la Corte afferma che tali “restrizioni sono incompatibili con il dovere dello Stato di rispettare la neutralità nell’esercizio della funzione pubblica… questo diritto negativo merita una protezione particolare se è lo Stato che esprime una fede… Il dovere di neutralità e imparzialità dello Stato è incompatibile con un qualsivoglia potere di apprezzamento da parte di questo relativamente alla legittimità delle convinzioni religiose o delle modalità d’espressione di quelle”… Per la Corte, queste considerazioni portano all’obbligazione, per lo Stato, d’astenersi dall’imporre, anche indirettamente, delle fedi, nei luoghi ove le persone dipendono da esso, o nei posti dove sono particolarmente vulnerabili.

Anche queste affermazioni destano perplessità; se infatti le neutralità dello Stato non è riconducibile né ad un’ingerenza della sfera privata, né al diniego di una prestazione dovuta a tutti (come quella all’istruzione, prevista dall’art. 2 del protocollo addizionale alla convenzione), ma all’esposizione di un simbolo il concetto di “neutralità interna”, analizzato con precise distinzioni da Schmitt, ne assume altre, impreviste ed imprevedibili. Se infatti è configurabile nella norma dell’art. 2 del protocollo una forma di “neutralità nel senso di parità, cioè di identica ammissione di tutti i gruppi… al godimento dei vantaggi o della altre prestazioni statali”, onde potrebbe essere legittima la pretesa di studenti islamici, ortodossi ed ebrei all’insegnamento, nell’ora apposita, della dottrina religiosa di appartenenza; non appare esserlo la pretesa di togliere i simboli delle credenze o appartenenze degli altri. Simboli che, nell’ordinamento politico, hanno una notevole importanza: ad esempio la bandiera, la cui forma e colori è prescritta dall’art. 12 della Costituzione italiana vigente e ricorda l’unità italiana raggiunta nel Risorgimento. E che i nostalgici del Regno delle due Sicilie o dello Stato pontificio non considerano un progresso: senza perciò che né la Repubblica abbia il diritto a perseguitarne le convinzioni né che i medesimi abbiano quello ad una bandiera “neutrale”.

Più in generale se come scriveva Smend, lo Stato è “una realtà soltanto in quanto realizzazione di senso” (nella quale la simbolizzazione ha un rilevante ruolo d’integrazione, come “rappresentazione particolarmente efficace ed elastica di un contenuto di valore”), l’identificazione dei cittadini in un insieme di valori (e di voleri) è uno dei momenti essenziali dell’integrazione (cioè nella “produzione dinamica”) dell’unità politica. Togliere dallo spazio pubblico quei simboli – quanto meno – di valori integranti, significa indebolire l’unità politica la quale non è (se non in parte) esprimibile in termini giuridici e statici (come il patriottismo costituzionale ridotto al feticismo documentale della costituzione scritta), ma è un processo di costruzione dinamica e politicamente concreta; quello che Renan, riferendosi alla nazione, chiamava “il plebiscito di tutti i giorni”.

Ma se bandiamo i simboli identitari della civiltà che è il prius (e il genus) di quella attuale, e alla quale dobbiamo proprio la separazione tra temporale e spirituale (“rendete a Dio ciò che è di Dio, a Cesare ciò che è di Cesare”), il risultato è l’indebolimento e la dissoluzione degli Stati in altrettanti condomini abitati da apolidi/agnostici, indifferenti a qualsiasi stimolo che non quello dell’interesse personale. Il che è molto peggio di quello che appare da questa sentenza che, in se, apparentemente, è un progresso nella scristianizzazione, mentre è gravida di altre, più estese, conseguenze.

Teodoro Klitsche de la Grange