martedì, marzo 16, 2010

Teodoro klitsche de la Grange: «Ancora su timbri, pasticci e integrazione. Note aggiuntive».

Homepage
Precedente - Successivo

Ancora su
TIMBRI, PASTICCI E INTEGRAZIONE
Note aggiuntive

Gli sviluppi dell’affaire delle liste regionali col decreto del Governo, le gazzarre dell’opposizione e la posizione del Presidente della Repubblica offrono due spunti aggiuntivi all’articolo pubblicato in questo blog la scorsa settimana.

La prima: che quel far giocare - ripetuto dall’opposizione – la legalità contro la democrazia, nel caso in materia elettorale, ha degli illustri precedenti a livello costituzionale. Perché è una tentazione insopprimibile, quando si vuole limitare o annichilire un diritto, proclamarlo solennemente in astratto, riducendone al minimo (o al nulla) l’esercizio in concreto.

Tra i quali ricordiamo come nelle costituzioni degli Stati del socialismo reale, il diritto di voto era garantito (a chiacchiere) almeno quanto nelle democrazie liberali, ma nullificato in fatto prevedendo la possibilità di presentare candidati solo a determinate associazioni.

Prendiamo la costituzione sovietica (ultima, quella c.d. brezneviana) del 1977; vi si legge
“Le elezioni dei deputati sono a suffragio universale: tutti i cittadini dell’URSS che abbiano compiuto i 18 anni hanno diritto di eleggere e di essere eletti, ad eccezione degli alienati mentali riconosciuti tali secondo la procedura stabilità dalla legge” (art. 96 – dato l’uso generoso che si faceva dell’internamento in manicomio, questa norma generava fondate… preoccupazioni) e subito dopo
“Art. 97. – Le elezioni dei deputati sono a suffragio uguale: ogni elettore dispone di un voto; tutti gli elettori partecipano alle elezioni a pari condizioni.
Art. 98. – Le elezioni dei deputati sono a suffragio diretto: i deputati di tutti i Soviet dei deputati popolari sono eletti direttamente dai cittadini.
Art. 99. – L’elezione dei deputati avviene a scrutinio segreto: il controllo sull’espressione di volontà degli elettori non è consentito”.
Dopo tali ineccepibili dichiarazioni l’art. 100 disponeva “Il diritto di presentare candidati a deputati appartiene all’organizzazione del Partito comunista dell’Unione Sovietica, ai sindacati, all’Unione Comunista Leninista della Gioventù dell’URSS, alle organizzazioni cooperative e ad altre organizzazioni sociali, ai collettivi di lavoro, nonché alle assemblee dei militari reparto per reparto”. La conseguenza era ovvia: tutti avevano il diritto ad “eleggere ed essere eletti” (cioè l’elettorato attivo e passivo); ma in effetti quello passivo poteva essere esercitato solo da quelli presentati dal partito (e “articolazioni” del medesimo).

E proclamazioni, più o meno simili, sia nella solennità dell’enunciazione che nella concretezza ed effettività delle limitazioni si rinvengono negli ordinamenti dei defunti Stati socialisti, talvolta (e in parte) nelle costituzioni, per lo più nella legislazione elettorale. Onde la regola che se ne poteva dedurre era che dalla formulazione dell’orwelliano “tutti sono uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri”, si poteva specificare “tutti hanno il diritto di voto, ma solo qualcuno di essere eletto”.

Non essendo al giorno d’oggi più proponibile l’obiettivo di costruire il comunismo, vi si è sostituito quello di garantire il “rispetto delle regole”; ma, come l’altro, da usare nella funzione di ridurre o eliminare la libera espressione della volontà popolare e la formazione conseguente di quella statale. Cioè si fa giocare la “legalità” contro la democrazia, ch’è in primo luogo la conformazione del volere dello Stato a quello del corpo elettorale (ovvero del pouvoir majoritaire, così chiamato da Hauriou).

E qua subentra il ruolo del Presidente della Repubblica.

La sensibilità politica del Capo dello Stato ha subito avvertito che non è praticabile, in ossequio ad un “rispetto delle regole”, anche se – in parte – fondato, non garantire il libero esercizio del diritto di voto e con esso il carattere democratico (di scelta tra più alternative possibili) delle elezioni.

Timbri, bolli e quant’altro servono ad assicurare un’espressione corretta della volontà popolare: ma non possono sostituire il dato essenziale della pluralità dei partiti in lizza e del non penalizzarne nessuno, in ispecie il più votato. Altrimenti l’intero impianto della Repubblica, il cui principio fondamentale è quello democratico, va a farsi benedire.

Ben vengano timbri, bolli e altre formalità: purché non alterino il dato essenziale della scelta popolare tra più alternative possibili; rispetto alla quale – essenziale – hanno un carattere accessorio e “servente”.

Tornando all’ “archeologia costituzionale” delle costituzioni di oltrecortina , erano più democratici quei grigi plebisciti di funzionari designati dai partiti comunisti e dalle loro organizzazioni ancillari, in conformità alla “legalità socialista”, o le vivaci elezioni della democrazia libera con le migliaia di candidati e, saltuariamente, ma non tanto, qualche broglio?

Il Presidente Napolitano ha quindi dato un esempio, col decreto “salva liste” della giusta proporzione delle cose: la scelta democratica è l’essenziale, la correttezza formale la deve accompagnare ma non sostituire.

E nel contempo ha ricordato ai zeloti della legalità, ai partigiani dell’antipolitica (cioè contrari alla politica degli altri), che alla politica non vi sono succedanei, meno che mai la legalità, che per essere effettiva e vitale deve fondarsi su presupposti e categorie politiche: dalla legittimità all’integrazione, dal consenso ai prinzipien politisher form.

Il che dati i pomposi (e spesso noiosi) pistolotti sulla legalità dei suoi predecessori, non è poco. Grazie, Presidente.

Teodoro Klitsche de la Grange


Nessun commento: