martedì, aprile 22, 2008

“De profundis”: un analisi del voto fatta da Teodoro Klitsche de la Grange, candidato alla camera per il PLI

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Pubblico qui di seguito un'analisi del voto fatta da Teodoro Klische de la Grange, candidato nel mio collegio al n. 3 della lista del Partito Liberale Italiano. Una lunga amicizia ed una profonda stima mi lega all’avv. De La Grange. Non potevo non votarlo, pur conservando io la mia tessera di Forza Italia e militando nel popolo delle Libertà. Incontrando proprio sotto caso il consigliere Piergiorgio Benvenuti, per il quale ho votato alla provincia e voterò di nuovo al ballottaggio, ho spiegato la mia distinzione fra cittadino, elettore e militante di un partito, secondo cui un militante può non votare il candidato che altri hanno messo in lista, pur restando militante nello stesso partito. Per essere con lui più convincente e persuasivo ho spiegato che non potevo votare al Senato per Maurizio Gasparri (n. 2 dopo un Pera di nome e di fatto tale), il quale in pubbliche dichiarazioni affermava di voler licenziare i docenti della Sapienza che non avevano gradito la visita del papa e che si rifiutavano, in pratica, di andargli a baciare la pantofola, cosa che un Maurizio Gasparri è disponibilissimo a fare, pur di avere i voti dei cattolici, da lui espressamente chiesti dopo esserfi professato “cattolico”, ma senza esser per questo dare garanzia di essere un “buon cristiano”, almeno secondo quanto io pensi in materia di religione. «Come posso votare uno che dice di volermi licenziare?», ho riassunto al consigliere Benvenuti, che si è lasciato convincere, ridendo di cuore alla mia domanda. Con il consigliere Benvenuti, ma già anche con il consigliere uscente (al Comune) Pasquale De Luca, abbiamo già convenuto sulla necessità di aprire una nuova sede nel popoloso quartiere Marconi, dove il “Popolo della Libertà” possa fondersi (e non giustapporsi) in una nuova aggregazione politica. Purtroppo, i soldi necessari per le sedi zonali non vengono messi a disposizione dalle segreterie nazionali dei partiti, ma dai singoli consiglieri (De Luca o Benvenuti). Così proprio non va bene, anche perché sono infiniti i soldi del finanziamento pubblico preso dalle tasche degli elettori. Questi soldi devono ritornare agli elettori perché possano riunirsi nei loro quartieri e possano far politica in sedi proprie della politica, anziché nelle sacrestie delle parrocchie, dove politici privi di scrupoli e di dubbia moralità contano di raccogliere i loro voti. Se così non sarà, allora bisognerà ritornare ad un nuovo referendum per l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, che aveva già avuto il consenso di oltre il 90 per cento degli italiani. Il modo in cui tutti i partiti hanno eluso un pronunciamento popolare, mai così unanime, è una delle pagine più vergognose della cosiddetta democrazia italiana.

Antonio Caracciolo

Teodoro Klitsche de la Grange

DE PROFUNDIS

L’esito inaspettato delle elezioni politiche (assieme al successo della Lega Nord, quello veramente tale) e cioè l’uscita dal Parlamento dell’estrema sinistra, merita, a distanza di qualche giorno, una riflessione. Raggruppatasi sotto il comune denominatore dell’anticapitalismo più che del comunismo - la contesa sulla falce e martello sul simbolo era il riflesso di quell’ordine di priorità – e ondeggiante tra i richiami pre-elettorali a idola di un passato ingloriosamente defunto (la “proposta” di trasferire a Roma la salma di Lenin o l’esaltazione in Parlamento della Rivoluzione d’ottobre) e un più concreto – meno improponibile e, a tratti, condivisibile - antagonismo a tutte le innovazioni del capitalismo e dell’organizzazione e protezione sociale “post-moderna”, la sinistra radicale ha, con l’esclusione del Parlamento, in sostanza convalidato e consolidato il decesso del primo e la razionalità (perché realtà) delle seconde. E’ stata, ancora una volta, la convalida dell’ “eterogenesi dei fini” (o paradosso delle conseguenze): una campagna fatta a nome dell’antiglobalismo, di un ecologismo arruffone e di un pacifismo senza politica e quindi senza pace, ha dimostrato con quel risultato, che il consenso che certe posizioni ottengono è marginale: di poco superiore – sotto lo zero virgola - a quello conseguito della destra “dura e pura”.

E con ciò si può considerare finalmente avvenuto quanto ripetuto, a caldo, soprattutto dai leghisti: che anche in Italia è caduto il muro di Berlino, con l’uscita degli ultimi eredi “ortodossi” del “moderno principe” dalle aule parlamentari.

Tuttavia, tenuto conto di altri dati disponibili, la riflessione può essere approfondita.

In primo luogo: appare evidente la perdita generale di consenso, più accentuata al nord, in quella che era la culla storica del comunismo nostrano, nato nei consigli di fabbrica della Torino del primo dopoguerra; ancora più analisi dei dati elettorali dimostrerebbero che tra gli operai il consenso alla sinistra sarebbe inferiore a quello accordato al PDL ed alla Lega. Non è solo la riduzione quantitativa della “classe operaia” a generare la sfortuna elettorale della sinistra, ma il diverso orientamento politico della base “naturale”.

Questo dato – e risultato – appare coniugabile al “crollo” internazionale del comunismo. Vediamo come:

Politicamente il comunismo è una idea polemogena, raggruppante (e dividente) l’intera umanità in due schieramenti contrapposti: proletariato e borghesia, votati necessariamente alla “guerra civile mondiale” (Weltbürgerkrieg) che altrettanto necessariamente doveva concludersi con la vittoria del primo, l’eliminazione della seconda, l’edificazione della società comunista (e la conseguente fine della storia). Il tutto sarebbe derivato dall’essere il comunismo la “soluzione dell’enigma della storia”, costituita essenzialmente dalla consapevolezza che le “sovrastrutture” (politiche, istituzionali, religiose, mondiali) sono determinate dalla “struttura” economica.

In realtà la storia – e non solo del XX secolo – dimostra, al contrario, che non c’è alcun ambito del pensiero umano che possa condizionare in modo così decisivo (ed esclusivo) gli altri: anzi, probabilmente sono quelli “sovrastrutturali” – cioè le rappresentazioni del mondo costituite da visioni religiose, scientifiche, culturali in genere, a condizionare i “rapporti di produzione”. Ciò non toglie che, nel secolo breve, gli ideologi comunisti erano riusciti a indurre largamente la credenza, convalidata dalla divisione del mondo in blocchi di Stati contrapposti sotto le rispettive bandiere, che così fosse. Un “proletario” che combatteva contro i bianchi, i tedeschi o i giapponesi invasori era convinto che il nemico reale fosse l’imperialismo borghese: anzi lo “status” di questo era quello di “nemico assoluto”, l’ultimo da combattere per arrivare alla “fine della storia”, senza più guerre né potere (politico in primo luogo).

La situazione cambiò con la perdita d’intensità della distinzione amico-nemico fondata sulla lotta di classe; a differenza che nel comunismo statu nascenti, per cui il nemico contro cui condurre la guerra giusta era il capitalismo, in quello senescente la percezione del capitalismo come nemico di classe si era sbiadita tra i governanti e, probabilmente, svanita del tutto o quasi tra le masse dei governati. La credenza nel comunismo era così erosa nel pilastro fondamentale: la percezione-convinzione che il capitalismo fosse il nemico assoluto, da sconfiggere con la lotta di classe.

Al posto di questa le vecchie opposizioni “tradizionali” nella storia, fondate sull’identità etnica o religiosa o d’altro genere, soffocate o “relativizzate” dal conflitto di classe – un tempo percepito come decisivo – riprendevano esse il carattere decisivo di costituire i raggruppamenti amico-nemico. Così in luogo della grande guerra tra proletari e borghesi hanno ripreso vigore le identità e le contrapposizioni (antiche). Serbi contro croati, albanesi contro serbi, ceceni contro russi, (ed anche musulmani contro “crociati”) e così via. L’identità collettiva, fondata negli stati comunisti dal carattere “di classe” dell’istituzione statale, muta punto di riferimento e diviene (nuovamente) identità nazionale e/o religiosa e culturale. Il nemico “reale” che già Eschilo considerava il consolidatore (della pace e) della “polis”, perché relativizzava i conflitti interni, non è più percepito come tale. Il rapporto tra identità collettiva, opposizione fondamentale, e nemico sfuma progressivamente e finisce per travolgere (per collasso spontaneo) l’ordinamento che su quella opposizione si basava. Tale era il grado di esaurimento e di perdita di senso della contrapposizione di classe che, caso raro nella storia, il comunismo – come mi è capitato di scrivere mesi fa sull’ “Opinione” – è crollato senza che nessuno tentasse di tirare almeno qualche schioppettata in sua difesa. Ha avuto una storia quanto mai tragica ed una fine quanto mai tranquilla: ma l’una e l’altra erano tali in funzione dell’intensità della contrapposizione di classe.

Opposizione che era stata l’ideologia marxista a far lievitare, fino a farle attingere la dimensione pubblica (e politica). Se il “Manifesto” comincia con la celebre universalizzazione del conflitto di classe (“la storia di ogni società esistita fino ad oggi è storia di lotta di classi”), il “maestro” di Marx cioè Hegel aveva collocato i §§ 243 – 246 (su classi e conflitto di classe) dei “Grundlinien” nella sezione dell’opera in cui trattava della società civile, e non dello Stato, così considerandolo implicitamente qualcosa di “privato” e non “pubblico”. Il salto del quale dal privato al pubblico – e al politico – a costituito l’essenza (politica) del marxismo. La perdita di senso e d’intensità di tale opposizione l’ha ricondotta di converso ad una dimensione “privata” e non decisiva.

Il fatto quindi che gli operai di Sesto S. Giovanni votino in larga parte per i partiti di centro destra significa che ritengono più “decisiva” la soddisfazione di un altro genere di bisogni o la soluzione di problemi diversi da quelli derivanti della situazione di lavoro e dei rapporti di produzione.

Attenuatosi quello di classe altri conflitti assumono carattere politico, costitutivo dei raggruppamenti sociali in lotta. Il ripetere, da qualche anno, dell’esistenza della contrapposizione tra popolo delle “partite IVA” e dipendenti statali è avvertito come assai più “determinante” di quello; con l’altro – in parte coincidente – tra tassati e tassatori; o l’altro, meno avvertito dei precedenti, tra produttori ed intermediari finanziari. Lo stesso deperire del potere sindacale ha la stessa ragione: in una società che non avverte più come determinante il conflitto di classe, il sindacato diviene altrettanto inutile del partito classista. La stessa scriminante-radice, economica, del conflitto di classe è ridimensionata: come il marxismo si è sviluppato nel secolo del dominio borghese “classico” e dell’economia politica, così deperisce in un’epoca in cui la scriminante decisiva ha un fondamento diverso.

E con ciò riassume un carattere “privato” e politicamente relativo: e un partito che su quello si fondi è altrettanto politico di un circolo dopolavoristico, una bocciofila, o una biblioteca circolante.

Una cosa per cui non vale la pena di lottare né di rischiare: e proprio per questo finita nell’archivio della storia.

Teodoro Klitsche de la Grange


* * *

Mi associo alle condoglianze del comunismo bertinottiano o alla Diliberto, ma non con irriverenza, scherno, denigrazione. Nei miei anni giovanili ho in parte condiviso quelle idealità. Di Marx continuo a ritenere che sia molto più un liberale radicale che non un comunista staliniano o bertinottiano. Per la sinistra italiana, estromessa a sorpresa fuori dal parlamento, credo che occorra guardare non già alla loro specifica ideologia, da me mai elettoralmente condivisa, ma ai bisogni economici degli strati sociali più malmessi da essa rappresentati.
Come “partito del popolo” bisognerà farsi carico di ciò che che i “comunisti” alla Bertinotti non hanno saputo rappresentare. Se è vero che è crollato quella costruzione politica che era associata al comunismo, cioè l'URSS, è anche vero che un'altra forma politica rubricata con il nome “comunismo”, cioè la Cina ha invece dimostrato e dimostra una vitalità che non cessa di stupirci. Non intendo qui per nulla addentrami in un’analisi del cosmo cinese, ma esprimere solo una certa cautela da forme di entusiasmo verso un capitalismo inteso come una forza cieca alla ricerca dell’utile per l’utile senza alcun riguardo per le conseguenze, spesso tragiche, di una ricerca sfrenata del guadagno per il guadagno. È anche vero che milioni di persone muoiono di fame e la maggior parte dell’umanità soffre l'indigenza, mentre la ricchezza non sempre accompagnata da merito imprenditoriale si accumula in ristretti spazi ed il pianeta rischia di sparire per un'ingordigia che appare ingovernabile e superiore ad ogni legge formale e ad ogni principio etico. Se il paradiso in terra promesso dai comunisti non è stato per nulla raggiunto, temo che se quello in cui ci troviamo sia il solo paradiso possibile, allora avremmo poco di che gioire per la scomparsa di una sia pur fallace speranza offerta dai tardi epigoni di un comunismo che non credo sia mai esistito nelle intenzioni di un Karl Marx.

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