«Associare allo Stato d’Israele gli aggettivi
“ebraico” e “democratico” equivale
a produrre nitroglicerina:
il paese è la versione contemporanea
della Germania degli Anni ’30».
I miei migliori avvocati e difensori sono numerosi ebrei di cui spesso sento per la prima volta il nome, come appunto questo di Avraham Burg, ma posso aggiungere Norman G. Finkelstein, o per alcuni aspetti Sion Segre Amar, Sergio Luzzatto, Ariel Toaff. Ebrei autentici con cui mi trovo concorde su questioni interpretative della storia contemporanea. La manovra di altri ebrei con i quali fieramente dissento consiste invece nel far passare per antisemiti, nazisti e fascisti quanti dissentono dalle loro opzioni politiche e peggio ancora dai loro disegni liberticidi, come è accaduto nella piccola Teramo. Sono fermanente convinto che oggi non esista e non sia più possibile un antisemitismo di tipo nazista, il cui fenomeno ha ormai unicamente interesse storico. È probabile che si origini un ben diverso genere di antisemitismo, che godrebbe però della stessa liceità dell’antinazismo. Ciò equivale ma solo per proprietà transitiva a dire che la politica odierna di Israele è assimilabile alla politica nazista degli anni Trenta. Non lo dico io. Lo dice l’ebreo “blasonato” contro cui si scaglia Francesca Pace. Io lo posso pensare e lo penso del tutto autonomamente, ma trovo confortante che a dirlo sia un “ebreo blasonato” come il detto Avraham Burg, fino ad oggi a me del tutto sconosciuto e da oggi oggetto di studio.
Di tutta la faccenda a me interessa l’equiparazione fra sionismo e nazismo in quanto posta da un ebreo insospettabile. I musulmani italiani nella scorsa estate in un pubblico manifesto avevano detto la stessa cosa, ma sono seguite reazioni furibonde ed il ministro Amato – l’uomo del prelievo fulmineo dai conto correnti degli italiani, per non dire d’altro – ha imposto ai poveri musulmani le forche caudine di una “carta dei valori” da lui dettata. In ultimo, il presidente Napolitano ha proclamato i modo sconcertante che non si può criticare il sionismo perché sarebbe come fare dell’antisemitismo. Adesso ritorniamo in alto mare. È mia convinzione che il senso strumentale dell’operazione Olocausto sia un attentato alla soggettività politica degli stati usciti sconfitti dalla seconda guerra mondiale. Non è la teoria del complotto poiché qui non si tratta di nessun complotto. Mi trovavo in un istituto tedesco di ricerca e la mia attenzione cadde su un documento nazista in cui si avvertivano i destinatari che la guerra in atto era essenzialmente una guerra ideologica che riguardava la concezione del mondo. La stessa guerra veniva combattuta in Washington, Mosca, Londra. Quella guerra ideologica continua fino ai giorni nostri e gli ebrei o israeliani ne sono un potente veicolo con il loro mito fondativo dell’Olocausto. Con la teoria del complotto, imputata a soggetti come Faurisson ed i cosiddetti negazionisti, si richiamano vecchi motivi antisemiti sugli ebrei che vogliono dominare il mondo. Se dietro agli israeliani di oggi non ci fossero gli USA e la potente lobby ebraica americana, gli israeliani sarebbe già su barche e mezzi di fortuna per raggiungere i paesi occidentali da cui sono partiti all’inizio della loro avventura coloniale. Di tutto ciò Avraham Burg offre autorevole conferma. Per questo mi sembra interessante leggerlo e seguirne gli sviluppi.
1. Informazione Corretta disinforma. Nel sito la notizia è ripresa da Informazione Corretta che a sua volta la riprende da Repubblica. In questo passaggio i Corretti Informatori modificano il titolo originale dando la loro “corretta” informazione ed introducendo nel titolo la teoria dell’odio sopra spiegata. Gli ignari commentatori del sito secondario sopra linkato per prima cosa fanno osservazioni sul titolo. Anche io sono intervenuto con un mio commento per spiegare l’equivoco in cui erano incorsi i non attenti lettori. Il mio commento è stato pubblicato.
2. Ti pareva! Chi non è con, è contro: commento di Deborah Fait. Intanto cerchiamo di sapere chi è costei. Esiste una scheda Wikipedia su Deborath Fait
e ha perfino un blog, sul quale però non andremo a molestarla. A noi basta capire come funziona il suo cervello e dove batte il suo cuore. L’articolo di Deborah, anche lei una “figliadi” non meno di quanto Burg sia “figliodi” suo padre ed ognuno di noi sia necessariamente nato da un padre ed una madre, è niente di più ed oltre che una sequela di insulti che in nulla toccano il personaggi fino a qualche giorno addietro a me del tutto ignoto, anche se suo padre era un pezzo grosso israeliano e lui stesso abbia ricoperto cariche. Vivendo io in ben altra latitudine, figuriamoci quanto queste cose possono interessarmi o riguardarmi. Anzi non vorrei saperne per nulla, se non fosse stato aggredito nella mia quiete domestica. Io stesso – come sanno i miei Cinque lettori – vado criticando personaggi come Nirenstein, Ottolenghi, Panella, Magdi Allam. Ma se mi limitassi ad insultarli, o meglio a manifestarne la poco stima, avrei perso il mio tempo e quello degli altri che mi prestano una qualche attenzione. Una critica deve cogliere sempre qualche aspetto essenziale che sia rilevante per gli altri, per la funzione sociale che ognuno di noi occupa. Dire in pubblico di una persona che è brutta o bella ha poco senso. Dire che ci è simpatica o antipatica ancora meno. Ha invece senso una critica che tocca aspetti essenziali per ciò che riguarda la sua relazione con altri. Tutti siamo in un modo o nell’altro collegati con tutti gli altri. Non insisto oltre su ciò. A differenza di ciò che Deborah non dice, la posizione di Avraham Burg che scopre dall’interno ad esempio il “nazismo” israeliano significa che d’ora in poi nessuno potrà mettere in galera un non-ebreo che pensa le stesse cose di Avraham.
Le sue analisi della realtà israeliana non sono da uno che ad esempio come me non solo non ha mai messo piede in Israele, ma probabilmente mai ce li metterà nel resto della sua vita. Sono critiche ad Israele di uno che sa le cose di Israele. Deborah Fait, che è pure una “figliadi” in quanto organicamente collegata all’entità politica Israele avrebbe potuto utilmente ed efficacemente attaccare e criticare Avrahm Burg nel merito delle sue tesi. Ma di questo nel suo articolo, originale per "Informazione Corretta", non si trova nulla. Si trovano solo insulti che in un certo senso restano al mittente. L’unica cosa che riesce a fare in positivo è di contrapporre all’ebreo Avrahm Burg l’arabo Magdi Allam, la cui superficialità e faziosità è cosa che appare in tutta evidenza. Vuol proprio dire che Deborah non ha nulla da dire e che quelli di “Informazione Corretta” non hanno trovato niente di meglio da contrapporre a chi ha scoperto cose di cui non vi è nulla da vergognarsi a dirle. Per la verità io ho sempre pensato agli ebrei solo come a concittadini non diversi da quelli di religiose musulmana, cattolica, valdese, indù, ecc. Per me esiste solo lo status di cittadinanza italiana ed è del tutto secondaria ed irrilevante l’appartenenza religiosa. Se però gli ebrei italiani, pensano di non essere italiani, ma qualcosa d’altro e magari di contrapposto all’essere italiani, allora la cosa non può non preoccuparmi. Giuliano Ferrara, anche lui un “figliodi” può fare il tifo per chi vuole, ma se vuol partire in guerra contro l’Iran, lo faccia lui: se vi ci muore, non andrò a celebrarlo come un caduto italiano, un eroe della patria.
Il fatto che Avraham Burg torni ad essere cittadino francese, con diritti pari a quelli di ogni altro francese, è l’unica condizione possibile per un ebreo di stare in un paese europeo. Se poi invece stando in Europa, vuol fare la quinta colonna del dubbio Stato di Israele, io non posso sentirmi in alcun modo obbligato a fare la guerra a fianco di Israele contro tutto il mondo arabo che evidentemente qualche problema con Israele lo ha. Se Israele fino dalla sua dubbia fondazione come Stato non è stato capace di stabilire relazioni pacifiche con il mondo arabo, se non è stato capace di farsi riconoscere innanzitutto dagli arabi la loro legittimità ad esistere in quanto stato, non in quanto persone che hanno in tasca il passaporto dei paesi da cui sono venuti, allora il problema è delle tante Deborah che pensano che a questo mondo si possa vivere in permanenza con il fucile puntato contro qualcuno o nel timore che l’altro ti spari per primo. Questo non è un vivere civile! Per concludere, Avraham Burg è per me oggi significativo in quanto ripete quello che oltre sessant’anni fa aveva detto uno dei fratelli Rosselli, e cioè che lui era innanzitutto italiano e solo dopo anche un ebreo. Questo evidentemente Deborah Fait, “figliadi” ed amica di Giuliano Ferrara, non lo ha capito, non lo vuol capire, non lo capirà mai.

