lunedì, settembre 27, 2010

Teodoro Klitsche de la Grande: «L’ultima picconata». Recensione a “Fotti il potere” di Andrea Cangini, edito da Aliberti.

L’ULTIMA PICCONATA

Si è parlato e scritto poco di questo libro “Fotti il potere”, in libreria da un paio di mesi prima della morte di Cossiga, e che di conseguenza può considerarsi il suo testamento (politico-culturale).

È una lunga conversazione con Andrea Cangini pubblicata dall’editore Aliberti che si muove su due piani differenti.

Il primo, familiare a chi scrive, da oltre vent’anni direttore di una piccola rivista che s’ispira al realismo politico, è la concezione di cosa sia la politica (e la natura umana) e di come vadano conseguentemente valutate e interpretate vicende e accadimenti politici.

La seconda è l’interpretazione/disvelamento di singoli fatti – dei quali l’ex Presidente era un testimone privilegiato, avendo avuto accesso a tanti arcana della Repubblica - e che spesso sono sorprendenti: in particolare (ma non solo) per coloro che sono abituati a ragionare in base agli idola consueti, senza ricorrere a criteri a un tempo più raffinati, culturalmente “titolati” e meno ingenui.

Ciò che rende stimolante e originale sotto il profilo politico-culturale il libro non è solo l’impiego costante degli strumenti, concezioni, categorie del realismo politico, ma il fatto che di queste si fa uso limitatissimo e occultato nella pratica quotidiana dei governanti, dei dirigenti e dei giornalisti: dove invece ci si serve di avemaria e paternostri, facendo della lotta politica – ch’è in primo luogo lotta per il potere e come tale va, principalmente, considerata – un catalogo di buone intenzioni e esternazioni edificanti fino a renderla incomprensibile e mistificante. Un raccontare cioè “favole d’orchi ai bimbi” come scriveva Croce.

O meglio fare della politica machiavellica, senza la teoria e la passione del Segretario fiorentino, come riteneva Schmitt, forse l’autore più citato da Cossiga; scriveva infatti Schmitt che se Machiavelli “fosse stato un machiavellista, invece del Principe avrebbe certamente scritto un libro messo insieme sulla base di massime commoventi”. Cosa che, servendosi di stampa e televisione – dei libri più raramente – fanno tutti i Tartufi in carriera (e in pensione) della Repubblica.

Ad esempio, a considerare i presupposti del politico e in particolare quello del comando/obbedienza (Freund) Cossiga sostiene “Se, dunque, in Italia la struttura del potere traballa è anche perché poggia su una nazione molle. E se il vecchio adagio dice che «chi è adatto a comandare può ben obbedire», noi italiani risultiamo inadatti tanto al comando quanto all’obbedienza”; sul potere “il potere è una cosa grande e in sé magnifica: si lascia ammirare, dunque, ma piace soprattutto perché dal potere ciascuno in realtà si aspetta favori e protezione” e citando Schmitt “«quanto più il potere si concentra in un luogo preciso, nelle mani di un singolo o, come si suo, dire, di un vertice… tanto più violenta, accanita e muta diviene allora la lotta tra coloro che occupano l’anticamera e controllano il corridoio». Affermazione in un certo senso complementare a quella di Nietzsche: «L’uomo è la specie più evoluta che ospita il maggior numero di parassiti»” (pp. 14-15) sull’aspirazione del notabilato (e dei “poteri forti”) a una leadership debole: “gli uomini forti di ciascun partito hanno interesse ad avere leader dimezzati in modo da poterne controllare e indirizzare i passi. E lo stesso vale per i tanti poteri informali del Paese, inevitabilmente spaventati dall’eventualità di una politica forte e autorevole” (p. 31; la debolezza della politica “è così soprattutto nei Paesi che hanno una tradizione statuale debole come l’Italia, dove infatti chi vuole affermarsi in politica finisce spesso per mettersi all’ombra di un qualche altro potere” (p. 48): nel rapporto tra tecnocrazia e politica “un bravo tecnico può essere un bravo politico, ma non diverrà certo un bravo politico per il semplice fatto di essere un bravo tecnico” (p. 273) anche perché “in mancanza di ideali e spesso anche di idee è difficile che si sviluppi quel senso di appartenenza a una comunità politica su cui si fonda la militanza, ed è altrettanto chiaro che la politica senza militanza si riduce a poco più di un comitato d’affari…” (p. 66); sulla Costituzione “l’unico vero criterio interpretativo del diritto costituzionale è avere la maggioranza o non averla… Esattamente, se domattina la maggioranza delle forze politiche e di quelli che lei chiama poteri invisibili del Paese decidessero che, in base alla Costituzione, l’Italia è una monarchia anziché una Repubblica, buon parte dei più raffinati giuristi su piazza avallerebbe senza remore la tesi e quella diverrebbe la corretta interpretazione della lettera costituzionale!” (p. 80).

A passare alle rivelazione, cioè alla versione dei (parte dei tanti) misteri della Repubblica, anche qui il criterio privilegiato di Cossiga è quello politico, Per esempio Mani pulite che sembra un’iniziativa di certi settori della magistratura: “In Italia, pochi compresero la portata ‘rivoluzionaria’ della fine della guerra fredda e del conseguente inizio di Mani pulite… Nonostante i miei sforzi, non avevano minimamente capito che il Muro di Berlino sarebbe crollato non sul Partito comunista ma sulla Democrazia cristiana e sul Partito socialista. E questo per il semplice fatto che, scomparso il comunismo internazionale, di loro non ci sarebbe più stato bisogno” (p. 267).

Per piazza Fontana, questa fu opera degli americani, anzi “di qualche agente particolarmente imprudente dei servizi segreti americani”; sul presunto golpe del luglio ’64 “Nel luglio ’64 è stato sufficiente evocare un «tintinnar di sciabole» per ottenere i risultati politici auspicati: fu il caso del capo dello Stato Antonio Segni e del comandante generale dell’Arma dei carabinieri, già capo del Sifar, il servizio segreto militare, Giovanni de Lorenzo” (p. 121); la strage di Bologna sembra sia stata provocata dall’imperizia di un terrorista palestinese che portava una valigia d’esplosivo; e così via. Certo, molte di tali rivelazioni possono lasciare e lasciano – in effetti – dei dubbi: ma è altrettanto vero che quelle che sono diventate “verità ufficiali” (sempre consacrate tali dai media, spesso anche dalle sentenze) sono spesso meno probabili, anche perché fondate su presupposti artati, spesso ingenui e talvolta inverosimili. Quando le spiegazioni del fu Presidente, rapportate ai grandi eventi politici e alle loro conseguenti logiche, sono assai più soddisfacenti e ragionevoli.

Nel complesso un libro che ci auguriamo – ma la scarsa attenzione che ha ricevuto sulla stampa non promette bene sulla diffusione, mentre è una conferma della qualità ed originalità – possa contribuire a far dell’Italia un Paese meno molle (e malleabile) di quanto sia. E pensiamo che questa sia stata l’intenzione di un buon patriota come Cossiga nel dettarlo.

Teodoro Klitsche de la Grange

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