venerdì, giugno 15, 2007

Il genocidio perfetto in Iraq ed a Gaza

Versione 1.6

La pannelliana rassegna stampa di radio radicale è da parecchie settimane tutta concentrata sull’ultimo gioco mediatico di Marco Pannella, volto ad ottenere una “moratoria”, cioè una dichiarazione dell’Onu con la quale si raccomanda ai governi di non applicare la pena di morte nella loro legislazione penale. Peccato che Pannella non si accorga o più sensatamente non si preoccupi della moria che ogni giorno in Medio Oriente vede svanire vite umane a decine centinaia migliaia, quasi fossero mosche fastidiose, volti sui quali non potrà mai tornare il sorriso se mai vi è stato. Un perfetto genocidio è in atto da anni in Iraq. Ora lo si voleva applicare nella striscia di Gaza ed in tutti i territori dei profughi palestinesi. Perché dico un genocidio perfetto? Pianificando e fomentando a tavolino la guerra civile dei propri nemici, se ne ottiene la distruzione reciproca senza fare ricorso a strumenti come la bomba atomica o la guerra chimica e soprattutto non se ne può essere resi responsabili. Hobbes scrisse già nel Seicento che la guerra civile è la condizione di gran lunga peggiore nella quale può venirsi a trovare un popolo.

Luttak ha svelato i piani americani-israeliani in una serata televisiva, teorizzando un ritiro dei marines in basi ben protette sul territorio iraqueno. Lo scopo sarebbe quello di impedire un’eventuale invasione da parte dell’Iran che vanificasse la conquista americana del territorio e dei pozzi petroliferi iraqueni. Non dimentichiamoci che gli USA avevano già armato la mano di Saddam contro l’Iran in una guerra sanguinosa che ha prodotto milioni di morti. Gli USA sono maestri nel creare e disfare i governi dei paesi “liberati” e resi loro “alleati”. L’intellettualità politologica americano-israelitica trova in ciò larghe occasioni di impiego ed arricchimento personale. Quanto alla popolazione civile Luttak, abituale ospite dei salotti televisivi italiani, è stato tanto esplicito quanto cinico e scientifico nella terminologia da camice bianco: lasciare che l’Iraq trovi da solo il suo “equilibrio”, cioè che le sue popolazioni civili si scannino reciprocamente a sazietà: una guerra civile senza fine, il genocidio fisico, spirituale, intellettuale. Ne sappiamo qualcosa in Europa, dove la guerra non è mai terminata dal 1945 ad oggi. Lo stesso si voleva fare in Gaza con una maggiore intensità e sistematicità. Ma forse il disegno è stato sventato se in quel territorio è stata ritrovata un’unica direzione politica. Questa analisi mi pare suffragata da il Guardian e le Monde, se il Carretta della rassegna stampa internazionale che precede la rassegna stampa di Bordin non ne avesse distorto il senso con i suoi fuorvianti commenti. Queste mi sembrano possibili linee interpretative di eventi ancora in corso. È difficile capire il senso di ciò che si svolge davanti ai nostri occhi e non è ancora terminato. La comprensione giunge sempre in ritardo.

Se la teoria schmittiana dell’amico-nemico, da me interpretata ed applicata al caso arabo, è fondata, l’arma più forte ed invincibile di cui i palestinesi dispongono è la loro irriducibile ed indomabile ostilità. È anche un’arma estremamente rischiosa perché conduce al loro annientamento fisico da parte di un nemico che non dimostra scrupoli alla “soluzione finale”. Sono tutte miserabili fandonie giornalistiche e propagandistiche le riduzioni a pulsioni islamiche di tutto ciò che è invece strenua resistenza di un popolo a voler conservare la forma e la specie della loro propria esistenza politica. È un popolo che merita profondo rispetto per l’eroismo che dimostra di fronte ad una superiorità tecnico-militare-materiale incomparabilmente più grande. Al di là degli apprezzamenti valoriali a me estranei un’eguale capacità ed eroismo hanno mostrato i vietnamiti, dimostrando al mondo che vincere si può anche contro una Superpotenza. Ciò che importa è tenersi tenacemente aggrappati alla propria identità ed alla propria consapevolezza politica. Schmitt insegna che il concetto del politico si insinua di volta in volta nelle forme più efficaci. Quindi, non è l’islamismo ad essere in guerra contro i valori statunitensi-israeliani, ma è il “politico” che in assenza di una classica statualità si manifesta sporadicamente in forme mutuate dalla religiosità islamiche. I media fanno la loro parte di mezzi di propaganda e repressione interna confondendo la manifestazione esteriore con la causa profonda. Avviene così che nel nostro paese ogni pacifico musulmano viene scambiato per un potenziale kamikaze omicida o diffusore di “odio” antisraeliano. Lo si costringe quindi ad una incivile e barbarica sottoscrizione di una “carta dei valori”, decisa nei commissariati di polizia.

Nella misura in cui questa in atto è una guerra ideologica, anche noi siamo in guerra. Il nostro ruolo è quello dei fruitori di notizie, sulla cui base formulano opinioni che mobilitano i politici in grado di prendere decisioni e stipulare patti di alleanza, partecipazioni in “missione di pace” e simili amenità. Ad esempio, è stato una fase di guerra combattuta nelle retrovie la partecipazione degli onn. Fini e Polito alla presentazione del libro di Emanuele Ottolenghi, che era una chiara presa di posizione a fiaco di Israele nella guerra contro gli stati arabi e tutto il mondo arabo. Io che mi ci sono trovato quella sera, vado fiero di non aver abboccato e di essermi non solo dissociato dall’operazione mediatico-culturale, ma anche opposto con i messi incruenti e non violenti che mi sono propri. Ognuno di noi che appena abbia consapevolezza dei giochi in atto, saprà cosa potrà fare nell’ambito dei mezzi a lui disponibile. Ma la raggiunta consapevolezza del momento storico in un’epoca globalizzata, dove le guerre non sono più limitate ma diventano globali per il solo fatto di esserne tempestivamente a conoscenza, potrà essere un potente strumento di lotta e resistenza. Lo sanno bene gli industriali dell’Olocausto, che dopo aver svaligiato le banche svizzere, hanno speso tanti soldi non per darli alle “vittime”, ma per educare alla “cultura dell’Olocausto”, che per l’Europa significa l’autodistruzione della propria identità, il suicidio culturale e politico. Ma è ancora possibile resistere ed i palestinesi con la loro indomita resistenza ci aiutano a riacquistare il nostro onore e la nostra dignità. Non “Israele siano noi”, ma l’Islam, il mondo arabo mediterraneo, i palestinesi “siamo noi!”

RASSEGNA STAMPA COMMENTATA

1. Dove batte il cuore ed il dente per Israele. Non ho tempo per un’analisi delle analisi, per un monitoraggio degli Industriali alla Finkelstein, ma leggendo i vari testi con attenzioni si possono capire i desideri e le mire politiche di questi partigiani di Israele su suolo italiano, altra base americana recentemente ingranditasi a Vicenza.

2. Non si capisce molto, ma… si legge della volontà di Olmert, il leader israeliano, di separare Gaza dalla Cisgiordania, con l’evidente intento di frantumare i territori palestinesi, per annetterseli più facilmente dopo che la guerra civile interpalestinese avrà ulteriore decimato i profughi, completando il loro genocidio. Il termini “fondamentalismo” e simili da parte dell’articolista nascondono la sostanza politica dello scontro in atto.

3. L’AsiaNews vaticana si preoccupa per “l’era della legge islamica” ma anche riporta qualcosa di interessante, benché non farina del suo sacco: «Nella notte i combattenti hanno festeggiato la vittoria sparando colpi di kalashnikov dai tetti di Gaza esultando per la “liberazione” del territorio dal partito Fatah, ritenuto “collaboratore” di Usa ed Israele. “Stiamo dicendo alla nostra gente che il passato è finito e non tornerà – ha detto Islam Shahawan, un portavoce dell’ala armata di Hamas – l’era della giustizia e della legge islamica è arrivata”. Analisti notano ormai l’effettiva divisione di Gaza dalla Cisgiordania. Lo scenario di un “Hamas-stan” guidato dal radicalismo islamico, separato da un “Fatah-stan”, più ampio e moderato, fa tremare la comunità internazionale, mentre gli Stati arabi hanno fatto un appello alla calma, avvertendo che gli scontri nella Striscia minacciano la causa palestinese. L’ormai ex premier del defunto governo di unità nazionale, Ismail Haniyeh ha, però, subito rassicurato: “La Striscia di Gaza è una parte indissociabile della patria e i suoi abitanti costituiscono una parte indissociabile del popolo palestinese. No, quindi, a uno Stato nella Striscia solamente, perché lo Stato è un insieme che non può essere diviso”. Il politico, esponente di Hamas, ha poi definito “precipitose” le decisioni di Abbas». Paiono evidenti gli interessi ed i rischi al momento in gioco. Mentre pare scongiurata la guerra civile nella striscia di Gaza, se l’una fazione ha effettivamente preso il sopravvento, più inquietante è la prospettiva di una guerra civile tra le due aree palestinesi. Sarebbe il trionfo degli occulti strateghi del genocidio palestinese.

4. Una nazione in ostaggio. Segnalazione ricevuta. L’articolo si apre con una citazione di John Pilger sull’uso perverso del linguaggio. Spero di ritrovare presto nel mio archivio privato la fotocopia di un documento che mi sono portato da un soggiorno di studio in Germania. Mi impressionò molto la ricorrenza di una circolare nazista dove si avvertiva i destinatari che quella in atto era una “guerra ideologica”, ossia una guerra che ancor prima che con le armi doveva essere combattuta con la rappresentazione dei fatti e con la loro divulgazione ad un ritmo quanto più ossessionante possibile. La ripetizione martellante di un messaggio, anche falso, avrebbe per ciò stesso costituito la verità di quel fatto. Ciò che puntualmente avviene ai nostri giorni. Per fortuna c’è quella cosa che si chiama internet, non ancora del tutto imbavagliata o non facilmente imbavagliabile. Io stesso temo qualcosa e sto approntando le contromisure possibili. Ciò premesso passo alla lettura dell’articolo del “Manifesto”, la cui redazione non mi pare tutta uniformemente schierata su “corrette” posizioni alla Pezzana. Devo solo invitare alla lettura delle informazioni ivi contenute. La mia vanità è alquanto lusingata nel leggere che quanto avevo solo congetturato corrisponde invece a realtà:
Secondo i documenti ottenuti da United Press International, una volta gli israeliani finanziavano segretamente Hamas come «tentativo diretto di dividere e annacquare il consenso a un'Olp forte e laica utilizzando un'alternativa religiosa rivale», come ha detto un ex funzionario della Cia. Oggi Israele e gli Usa hanno capovolto il loro intervento e sostengono apertamente il rivale di Hamas, Fatah, con mazzette di milioni di dollari. Di recente Israele ha segretamente autorizzato 500 combattenti di Fatah a entrare a Gaza dall'Egitto, dove erano stati addestrati da un altro protetto degli americani, la dittatura del Cairo. Scopo di Israele è indebolire il governo palestinese eletto e fomentare una guerra civile.
Se non si tratta di mia deplorevole vanità, vuol dire che devo imparare ad avere più fiducia nella mia autonoma e indipendente capacità critica di riflessione, pur nella scarsità dei mezzi a mia disposizione, anzi dovendo sistematicamente carpire la verità dal suo contrario trasmesso dai canali ufficiali. Caspita, se devo avere fiducia in me stesso! Anche con Hobbes ci ho azzeccato! Guardate come prosegue l’articolo del Manifesto. Proprio con Hobbes, pure citato da una politologa israeliana, che evidentemente pianificano scientificamente a tavolino il genocidio. Non sbagliavano i docenti inglesi, quando hanno indicato il ceto accademico israeliano come direttamente responsabile nella guerra contro le popolazioni palestinesi.
Con Gaza rinchiusa nel caos e la Cisgiordania cinta da un muro, il piano israeliano, ha scritto l'accademica palestinese Karma Nabulsi, è «una visione hobbesiana di una società anarchica: monca, violenta, impotente, distrutta, intimidita, governata da milizie, bande, estremisti e ideologi religiosi i più disparati, divisa dal tribalismo etnico e religioso e dai collaborazionisti cooptati. Guardate l'Iraq di oggi...».
Naturalmente, Hobbes non intendeva che questo fosse una condizione appetibile. Era compito dei governanti, del Leviatano, impedire che ciò succedesse. Ma poiché gli stati vivono in una permanente condizione di stato di natura è saggia politica fare tutto ciò che possa indebolire il proprio vicino e quindi anche fomentare la guerra civile, se ciò non è rischioso e non produce come reazione una guerra da parte dello stato che è stato così insidiato. Ringrazio Marco che mi ha segnalato questo articolo. Merita di essere studiato e commentato parola per parola. Ne trasferisco per intero il testo nel mio blog dedicato alla Geopolitica, dove ho già costruito una pagina sulla Striscia di Gaza che ora aggiorno con questo articolo.

1 commento:

Marco S. ha detto...

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/14-Giugno-2007/art18.html

Quando un tribunale internazionale?