lunedì, febbraio 26, 2007

Di nuovo nella fossa dei leoni con Fini e Polito

Versione 1.1
Non lascerò incompleto questo post. Il Navigatore che sia interessato al tema, abbia fede nel mio ritorno. Al momento sono impegnato altrove, ma cito spesso spesso questo post di raccolta.

[è previsto un ampio sviluppo in forma di saggio o racconto nello stile di Pansa. Devo ancora lavorarci. Un sistema di links interni ne renderà più agevole la navigazione. Mi assenterò per qualche tempo. La lettura del testo viene alleggerita con una selezione di foto. La registrayione video e audio ü disponile negli archivi di Radio radicale, di cui cercherö di fornire i links direttamente da questo post.]

Sommario: 1. Premessa. – 2. L’evento. –

1. Premessa. Nella forma ormai peculiare del blog questo testo raccoglie riflessioni occasionali che rispetto alla carta stampata e senza i limiti di spazio della carta stampata hanno il pregio di poter essere sempre riprese e sviluppate. Ormai ho maturato la consapevolezza che il blog è un modo nuovo e più efficace di scrivere e di comunicare. A fatica mi decidevo e mi decido a licenziare testi a stampa perchè sento il mio pensiero come qualcosa in costante evoluzione e mutamento. Il testo appena stampato è cosa morta che non mi appartiene più. Mi decido a produrre cose rigide e immodificabili solo quando la circostanza lo richiede e non è possibile fare altrimenti. Chi legge è pregato pertanto di non basarsi sulla singola frase ma su un concetto che può avere ampi e diversi svolgimenti, perfino con maggior numero di pagine del libro pubblicato da Ottolenghi, se volessi investire in questo modo il mio tempo. Chi lascia un commento che non sia un insulto o una provocazione, ma sia invece una critica intelligente, diventa egli stesso co-autore del mio testo nella misura in cui sa costringermi a ripensare le mie posizioni, dandone nuovi svolgimenti e formulazioni o perfino scoprendo errori concettuali.

2. L’evento. – Nella mattinata sento distrattamente dalla solita radio radicale di una manifestazione culturale che si sarebbe tenuta nella sera del 26 febbraio 2007, alle ore 20, al «Caffè letterario», al numero 95 di via Ostiense, vicino ai vecchi mercati generali, che dovrebbero venir ristruttati come spazi per la cultura. In questo momento sto ascoltando in differita su radio radicale la manifestazione, cui ho assistito la sera prima. Sta parlando Fini e non so se trasmetterano anche il mio intervento. Non sapevo nulla del «Caffè letterario», ma mi fa piacere apprendere dell’esistenza di un centro culturale non in centro, ma in luogo a me facilmente raggiungibile a piedi. Posso andarci senza prendere la macchina o l’autobus. E chissà che non possa divenire una frequentazione abituale. La manifestazione riguardava la presentazione di un libro di Ottolenghi, il cui nome avevo già sentito nel contesto della letteratura sull’Olocausto. Ci sono andato, ritenendo che le occasioni pacifiche e non violente di incontro e confronto sono sempre positive. Erano stati invitati due politici di grido: l’on. Fini ed il senatore Antonio Polito, già direttore de “Il Riformista”. A Fini ho chiesto perfino il permesso di potergli fare una foto per questo mio Blog: permesso accordato! L’ambiente era gradevole. Potevo sedere comodamente in un divano a qualche metro da Fini, che rimaneva alla mia destra, ma solo in senso fisico.

Via via che il posto si riempiva non ho tardato ad accorgermi che l’ambiente era decisamente ebraico. Ho visto non pochi ebrei con il tipico copricapo. La musica quanto mai prevedibile ed io in fondo del tutto fuori luogo e già un poco a disagio. Mi sono perciò proposto con maggiore determinazione dell’altra volta, quando fui invitato al centro ebraico di Trastevere, di starmene zitto e composto, senza dare segni di insofferenza e senza intervenire, a meno che non mi venisse espressamente richiesto. Ero indeciso se comprare o meno il libro di Ottolenghi, che era bellamente esposto ed il cui costo era di 24 euro. Spendo molti soldi in libri e non è stata l’avarizia a trattenermi dall’acquisto. Ho voluto prima aspettare a farmi qualche idea sul libro, ascoltando la presentazione con citazioni e dibattito sul libro nonché intervento dell’Autore. Solo dopo avrei deciso per l’acquisto e per un’eventuale recensione critica in una rivista cartacea. Mi sono alla fine persuaso che il libro non vale i suoi 24 euro, mentre invece li vale tutti i 35 euro di copertina fissati dal mio editore per l’edizione di Carl Schmitt da me curata. Del resto, se mai mi dovesse occorrere il libro di Ottolenghi, sono certo che non scomparirà dalle librerie e dalle biblioteche pubbliche, come invece è successo per il libro di un altro ebreo su un tema alquanto spinoso, le “Pasque di sangue” riguardante l’accusa mossa agli ebrei di sacrifici rituali nel Quattrocento di bambini cristiani, episodio storico a me del tutto ignoto per infondati che siano le accuse mosse allora agli ebrei. Non a caso questo autore pure ebreo è stato criticato da Ottolenghi, che ritiene altamente lesivo per la la causa israeliana il fatto che vi siano non pochi autori ebrei (ad esempio ricordo Finkelstein) con tesi che ci si aspetterebbe venissero sostenute meglio da nemici dichiarati di Israele. Sconvolgente per Ottolenghi il fatto che a Teheran, al convegno di studi sull’Olocausto, avessero partecipato anche ebrei, più o meno sconsacrati dalle rispettive comunità. Io ho invece trovato deplorevole la mancanza di qualsiasi informazione sui lavori stessi del convegno. A meno che non avessero fatto scena muta, qualcosa in Teheran era stata pur detta. Qualcosa su cui ognuno avrebbe potuto giudicare facendo uso della propria capacità di discernimento. Invece dalla “libera” e “democratica” stampa è stato eretto un “cordone sanitario” di contumelie ed insulti sul convegno stesso, a prescindere da chi avesse aperto bocca e da cosa potesse dire e prima che avesse detto qualcosa. Solo in seguito ho potuto apprendere la notizia clamorosa della presenza anche di rabbini ebrei, che si sono attirati l’attenzione e la critica anche di Ottolenghi nel suo critico e approfondito lavoro. Peccato dover apprendere le cose per vie traverse. Prevengo la critica di quanti mi dovessero obiettare che io debba leggere il libro di Emanuele Ottolenghi, dicendo che io qui mi occupo della manifestazione culturale, dellevento, del dibattito. Per una lettura critico-filologica del libro, ci sarà sempre tempo e mi riservo di farlo se sarà necessario. Mel mio intervento, di cui dico più avanti, avrei anche potuto prevenire le obiezioni che mi sono state fatte, ma mi è bastato mettere un sassolino negli ingranaggi della manifestazioni e del resto non avrei potuto aspettarmi un retromarcia dall'on. Fini, ora invitati dai circoli ebraici, cosa impensabili fino a pochi anni addietro. Altamente democratica la lezione che ciò che contano sono gli Stati e non i popoli. Non si capisce se la guerra l'hanno dunque fatta contro Saddam o contro il popolo iraqueno. Sembrerebbe contro entrambi.

In queste circostanze non prendo appunti né registro i discorsi. Non è necessario e non sono tenuto ai resoconti stenografici. E del resto ci ha già pensato Radio radicale a registrare la differita che riascolto. Cerco invece di cogliere il senso profondo di ciò che si dice e di formarmi autonome opinioni direttamente sul campo. Il metodo funziona. Scrivo adesso a caldo le mie impressioni prima che ne svanisca la memoria. Per prima cosa ha incominciato a infastidirmi un’elencazione dei pregiudizi degli altri sempre a detrimento degli ebrei, i quali sono notoriamente immuni da qualsiasi proprio pregiudizio: tutto il mondo attuale e passato ha avuto ed ha la grave colpa di nutrire “pregiudizi” contro gli ebrei in tutte le possibili accezioni del termine. Gli ebrei non hanno mai meritato i pregiudizi che li hanno colpiti nel corso di almeno tremila anni. A me sembravano del tutto evidenti i pregiudizi di quelli che parlavano al Caffé Letterario, compresi gli onorevoli ospiti. Il loro argomento: Israele a prescindere! Tutto il resto è pregiudizio. Ogni volta che si è contro Israele si tratta sempre di un esecrabile e punibile fenomeno di antisemitismo. Se si ricorda che Israele ha l'atomico e gli stati arabi non la possiedono questo è antisemitismo. Israele ha diritto a difendersi e per questo è stata fornita di un arsenale nucleare da utilizzare all'occorrenza a difesa della sua e nostra libertà. Adesso dopo l’uscita di Napolitano inizia la vulgata dell’antisionismo come equivalente dell’antisemitismo: anche Polito e Fini ne recepiscono il messaggio: i ruoli si sono invertiti. L'ebreo è ora il non-ebreo ossia chi non tace assentendo ad ogni pretesa di parte ebraico-israeliana. È stata data una nuova spinta alla guerra contro il medioriente ed una buona preparazione per l’imminente guerra guerra all’Iran. Il clima culturale ha toccato una pesantezza insostenibile. Se per caso uno starnutisce, anche questo è antisemitismo! Non scherzo! Ricordo un episodio reale in un autobus affollato, dove come reazione ad una flagranza di borseggio sol perché all'altra estremità dell'autobus tracolmo un passeggero si mise a gridare “Hitler”, avrebbe dovuto essere arrestato questi e non il ladro colto in flagrante! Diedi dell'idiota a chi avanzò questa pretesa. Identica la cultura del “caffé letterarario”, onorata dalla presenza di Fini, che ha ormai sposato la tesi dell’ex comunista Napolitano secondo cui antisionismo equavale ad antisemitismo e che vorrebbe magari Israele in un'Europa che non si sa più cosa sia, malgrado gli sforzi dell'on. di tracciarne un'identità. Non per nulla l’on. Fini viene invitato dalle comunità ebraiche, dopo decenni di ostracismo.

Insomma il libro per il modo in cui se ne parlava e ne parlava il suo autore presente mi ha dato l’impressione di una produzione bellica per una guerra ideologica che si inasprisce di giorno in giorno. Seconda una signora che si era messa a sedere al mio fianco e che si vantava di essere collega del celebre Ottolenghi, ma che non sapeva indicarmelo di vista, il suo libro avrebbe dimostrare quanto era bravo. Salutando la signora che non avrò il piacere di rivedere una seconda volta, le ho detto che per me non era bravo e non avrei speso i 24 euro del libro. A loro volta i parlamentari invitati difficilmente avrebbero potuto sollevarsi al di sopra del libro. Non si trattava di un incontro culturale, ma di una manifestazione politica. E questo era il senso della presenza dei due politici, il cui compito non è di fornire lumi di scienza, ma quelle rassicurazioni politiche che la comunità ebraica da lor si aspettava. Infatti verso la fine un capo ebraico ha loro chiesto come si stessero attrezzando in parlamento in merito alla contingenza politica.

Per quello che posso giudicare dalle parole stesse dell’autore e dalla presentazione che ne è stata fatta il libro è viziato da una contraddizione di fondo. Provo ad esplicitarla. Ottolenghi ha chiaramente presente uno Stato di Israele in perpetua guerra fin dal momento della sua fondazione. Se rimanesse sul piano di un mero schieramento a favore di Israele e contro tutto il mondo arabo, saremmo sul piano della normalità: una sua legittima e personale opzione da altri condivisibile o meno. In guerra ci si schiera da una parte o dall’altra. Ho già detto in altra occasione che io mi sento dalla parte degli arabi, ma in primo luogo della mia propria parte ossia nell'interesse della pace, che sento minacciata non dagli arabi ma da Israele e dagli ebrei nostrani. Ma oltre ad una sua esplicita opzione pro Israele Ottolenghi costruisce ed opera una commistione fra la condizione degli ebrei europei a partire da Dreyfus e l'odierna belligeranza dello Stato di Israele, la cui legittimità è un problema a se stante. Un Dreyfus, cittadino francese ingiustamente accusato per pregiudizi razziali, merita tutta la nostra attenzione e la nostra solidarietà in quanto cittadino francese (o di un qualsiasi altro stato d’Europa in circostanze simili), al quale devono essere riconosciuti gli stessi diritti e le stesse garanzie riconosciuti ad ogni altro cittadino. Diverso sarebbe stato il discorso se Dreyfus non fosse stato un cittadino francese, ma qualcosa d'altro, magari un nemico in armi contro lo stato francese. Allo stesso modo quando noi professiamo la nostra solidarietà agli internati nei campi di concentramento nazisti intendiamo deprecare che lo Stato tedesco dell’epoca non abbia saputo o voluto garantire i diritti innanzitutto di suoi propri cittadini che aveva innanzitutto l'obbligo di proteggere. Allo stesso modo non trova nessuna plausibile giustificazione e comprensione l’ingiusto imprigionamento di cittadini privati non combattenti sugli scenari di guerra. Si parla normalmente solo di ebrei, ma esistono molte altre categorie di soggetti: zingari, omosessuali, generici dissidenti politici, ecc. Non sono uno specialista. A queste persone va senza riserve la nostra solidarietà e resta nostro obbligo capire come ciò sia potuto accadere e soprattutto organizzare le nostre società in modo tale che ogni suo membro possa vivere sicuro della sua vita e dei suoi diritti, ossia diritti che vengono riconosciuti in modo eguale ad ognuno di noi senza discriminazioni e senza privilegi. Insomma, per dirla in breve Ottolenghi monetizza tutti i torti fatti in tremila anni di anni agli ebrei in diritti esigibili dall’odierno Stato d’Israele e guai a chi in modo notarile non riconosce questa trasposizione di torti subiti in diritti esigibili e spendibili da un terzo che ne ne proclama erede. Il libro di Ottolenghi ha un contenuto terroristico e la presenza di due parlamentari della Repubblica appare inquietante.

Qual è l’operazione sudbola e scorretta di Ottolenghi? La trasformazione in rendita politica pro Israele di un antisemitismo che è stato sempre presente in tutta la storia dell’Europa e la cui presenza non può ridursi agli undici anni di esistenza del regime nazista (1933-1945). Come e perché una comunità politico-religiosa-razziale abbia attirato a sé tanta ostilità nei millenni prima e dopo di Cristo è un problema storiografico a se stante che non può essere fatto ricadere nell’odierno conflitto che vede fronteggiarsi da una parte americani e israeliani con gli europei tirati dentro a forza e tutto il mondo arabo dall'altra parte. Gli odierni palestinesi non sono i Cananei biblici che dovevano essere sterminati per liberare la Terra Promessa! Il radicamento su un territorio non può essere deciso, cari onorevoli, nelle cancellerie degli Stati, facendo sloggiare i precedenti occupanti. L’Inghilterra non può disporre di cose altrui e meno che mai gli USA: questo il diritto naturale dei popoli contro il dirtto degli Stati. Per sostenere questo diritto naturale ci sono decine e decine di essere umani che si uccidono trascinando con se nella morte altre vittime innocenti. Evidentemente non sanno che farsene della nostra “libertà” e preferiscono vivere nella loro tinannia! Se questi non sono eroi, non so dove si debbano cercare gli eroi. Il libro di Ottolenghi appare alla vigilia di una preparazione mediatica delle opinioni pubbliche occidentali per l’allargamento del conflitto mediorientale con una nuova e più sanguinosa guerra contro l’Iran. Nel florilegio di luoghi comuni fatto suonare dai due illustri parlamentari è uscita fuori la solfa della superiorità del nostro sistema politica rispetto a quello dei “nemici” contro cui siamo in guerra e contro altri contro cui ci stiamo apprestando a scendere in guerra. Una di questa superiorità è stata fornita con la tecnica manipolatoria rappresentata al “Caffé letterario”. Lo stesso apparato mediatico ha già messo nel dimenticatoio la “menzogna” degli inesistenti armanenti di Saddam con il cui pretesto siamo entrati in guerra. A questo episodio bisognerebbe dedicare per legge un apposito giorno della memoria, per ricordare alle future generazione quanto i nostri regimi “democratici” hanno nella loro normale prassi di governo la tecnica della menzogna e della manipolazione. I nostri governi ci fanno dimenticare presto quello che a loro non conviene venga ricordato, mentre invece ci fanno ricordare fino allo spasmo ciò che loro conviene si debba ricordare. Così fanno ed intendono la storia e la memoria storica!

Il libro di Ottolenghi mi è riuscito inquietante per un altro motivo. Al “Caffè letterario” si è presentato un libro scritto in lingua italiana ed il dibattito si è svolto pure in lingua italiana. Ma ciononostante non ho avuto la sensazione di trovarmi in pacifica e piacevole riunione con miei concittadini di uno stesso Stato, di una stessa patria, che occorrendo avremmo tutti il dovere di difendere con sacrificio della vita. Non ho sentito la presenza dell'Italia, ma ho avuto la sensazione di trovarmi in qualche quartiere di Gerusalemme, non in Roma. Nella foga della comunità ebraica tutta protesa a favore di Israele (“a prescindere”, diceva Totò) ho sentito consumarsi un divorzio politico. Se Ottolenghi voveva questo, ci è riuscito perfettamente. Se per avventura mi capitasse di dover vivere in Cina per venti o trenta anni, imparerei bene il cinese come un cinese, ma non per questo diventerei un cinese. Allo stesso modo modo con Ottolenghi non possiamo dirci cittadini di uno stesso Stato per il fatto di parlare bene una stessa lingua. All'ebreo Carlo Rosselli era stato chiesto se egli si sentisse ebreo o italiano, egli rispondeva che si sentiva innanzitutto italiano. Credo che oggi gli ebrei dei diversi stati europei si sentano innanzitutto ebrei ed agiscano come una potente lobby filoisraeliana negli Stati in cui si trovano e nei quali godono di maggiori diritti degli altri cittadini. Prima di blaterare di antisemitismo nei loro confronti le varie comunità ebraiche devono chiarire agli altri cittadini in quale rapporto di fedeltà, appartenenza e identità si collocano all'interno degli Stati dove sono nati e di cui godono pieni diritti. Se fossi stato come l'On. Fini ministro degli Esteri del nostro disgraziato paese avrei considerato maggiore interesse politico il saper stabilire relazioni di pace con la stragrande maggioranza del mondo arabo. Tranquillamente prenderei le distanze da un lembo di territorio che le grandi potenze del passato hanno pensato di popolare con insediamenti ebraici, forniti di tutte le carte legali. Come cittadino italiano non sarei disposto a mettermi in guerra con tutto il mondo arabo per stare al fianco di israele, che non considero – come vorrebbe Ottolenghi – l’avamposto della mia libertà in Medio Oriente. Se questo è antisemitismo, giudichi chi legge. Io so soltanto come la penso e dico quel che penso.

Vengo al tema della doppia cittadinanza e della doppia fedeltà che sempre più si impone alla nostra consapevolezza via via che si allarga e inasprisce la guerra dell'Occidente contro il mondo arabo: dico dell'Occidente contro il mondo arabo, non viceversa come vorrebbe farci credere la solfa sul fondamentalismo e il terrorismo, concetti vaghi e confusi ad uso propagandistico che che non aiutano per nulla a comprendere i processi in atto. Ho già detto ad un ebreo incontrato nella riunione di Trastevere che mi sento povero in quanto dichiara una sola patria, una sola cittadinanza, una sola identità politica. La sua pretesa per me inquietante è che ormai noi dobbiamo accettare come un fatto irreversibile il fenomeno della doppia cittadinanza che non riguarda i soli ebrei, ma testualmente anche il filippino che ottiene un permesso di lavoro e di soggiorno nel nostro paese, per non parlare poi dei clandestini. In altre parole l'Italia, anche grazie ai nostri politici (a Polito in codice: ai nostri “rappresentanti”), ha cessato di appartenere agli Italiani. Essa appartiene a seneghalesi, tunisini, marocchini, filippini... ecc. che sono e restano innanzitutto seneghalesi, tunisini, marocchini, filippini... ecc. e solo in ultimo ed in modo residuale anche italiani. Tornato indietro nel tempo, matura oggi il seme piantato nel 1945 e sancito dal tribunale di Norimberga nel 1947: la depolitizzazione dell'Europa. L'on. Fini mi è parso incredibilmente privo di cultura politica nel momento parlata di identità totalmente sganciata da ogni sostanza politica, che significa innanzitutto saper distinguere fra amico e nemico. Una distinzione questa di matrice schmittiana che fa semplicemnet paura e che si tenta di cancellare perfino dal vocabolario della lingua italiana. Non riesco a capacitarmi di dover spiegare io all'on. Fini, professionista della politica, che un “nemico” non scompare per il fatto che non se ne proncunia neppure il nome. Al contrario un nemico è tanto più nemico e tanto più pericolosamente nemico quanto più se ne occulta l’esistenza. L'abilità di un politico con responsabilità di governo del suo popolo, se ha un popolo al quale si rapporta e da cui trae legittimità, consiste innanzitutto nel saper riconoscere il nemico del suo popolo. Ma la preoccupazione principale dei nostri politici (a Polito: rapresentanti nell'edificio formale dello Stato di diritto) è quello di raccogliere voti in tutti li ambienti possibili. Se domani anche i Filippini acquisteranno il diritto di voto, troveranno i nostri politici che sosterranno tutte le pretese politiche delle Filippine nei confronti di Stati terzi.

La regia prevedeva che anche il pubblico dovesse partecipare al gioco, magari in funzione di coro e di cassa di risonanza del libro stesso. Mentre educatamente ascoltavo avevo modo di meditare su una possibile domanda, ove me ne fosse stata concessa la facoltà. Nel Vangelo si rimprovera quello che guarda alla pagliuzza nell'occhio del suo vicino, ma non vede la trave che è nel proprio. Così tutti gli autorevoli oratori parlavano dei pregiudizi altrui ma non si accorgevano o non volevano accorgersi dei propri pregiudizi. Così quando ho potuto parlare ho esordito all'incirca così: «Questa sera ho sentito tanti pregiudizi. Sono capitato nel posto sbagliato, ma ormai ci son venuto e tento di uscirmene fuori con una domanda rigorosa». Mi sforzavo tuttavia di porre una domanda concepita nel modo più rigoroso e oggettivo possibile. Dopo qualche premessa dove cercavo di porre rimedio a malferme concezioni sullo stato di diritto enunciate dal sen. Polito, ponevo a chi volesse rispondere o si sentisse di rispondere un quesito sulla legittimità dello stato di Israele, che era in fondo l'oggetto della serata. Ho anche tentato didatticamente di tracciare una distinzione fra i concetti di legalità e di legittimità, che né Fini né Polito mi sembrava avessero ben chiaro, ammesso che la distinzione avvia una sua consistenza scientifica.

L'ispirazione per la mia domanda mi è stata data da quel mattacchione di Marco Pannella, che ha più volte insistito sul fatto che nel mondo mediorientale sia il territorio sia la popolazione di Israele costituisce il 2 e mezzo per cento circa. Ed allora, stando così le cose, io ho chiesto se la legittimità dello stato di Israele – ripeto: oggetto dell'incontro altamente scientifico – avrebbere dovuto essere dato dai presenti nel “caffé letterario” di Via Ostiense 95 (”da noi, qui, ora”), oppure se una simile “legittimità” non dovesse invece venir riconosciuta dal 98,5 per cento del mondo arabo. E di rincalzo: se domani gli Usa si decidono a fare la guerra all'Iran, noi italiani cosa dovremo fare? Partire per una nuova missione di pace contro l’Iran?

Trovandomi nella fossa del leoni, dove per fortuna non sono stato sbranato, la mia domanda è stata “smobbata” e non ha avuto risposta. Si è blaterato di riconoscimento dell’Onu. Mi sono trattenuto dal replicare che si tratta di un’istituzione screditata. Ricordo le parole di Luttwak in tal senso. Ma ricordo anche le parole di Andreotti, quando ricordava che la risoluzione dellìOnu prevedeva anche una Stato palestinese, che invece manca all’appello. Avrei potuto fare la storia della Società delle Nazioni, cosa sostanzialmente non diversa dall’attuale Onu. Ma senza utilizzare l’argomento Onu avrei potuto obiettare che non è in suo potere di stabilire alcuna “legittimità”. L'Onu può certamente fornire motivazioni di copertura per intraprendere una qualsiasi azione internazionale, ma la legittimità è qualcosa di altro. A meno che non si voglia sancire con una deliberazione Onu un bel bombardamento atomico o comunica una bella pioggia di bombe più o meno intelligenti, chiamando ciò operazione di polizia.

Ho trovato numerosi momenti patetici, dove se mi fosse stato possibile fare una chiosa ad ogni parola che sentivo non sarebbe stato possibile nessun discorso. Molti di questi momenti minori sono sfuggiti alla mia memoria. Ad esempio, ho trovato veramente fragili le elucubrazioni dell'on. Fini sull'identità dell'Europa. Aggiungo che ho una grande stima dell'on. Fini in quanto uomo politico. La sua presenza al “caffè” mi è parsa una penosa corvéé politica, alla quale sempre più lo costringe la sua svolta culturale. È il prezzo che deve pagare per la sua “legittimazione” da parte ebraica. In pratica, del 98,5 del mondo arabo (popolo e stati) tutti i presenti se ne infischiavano altamente. Il loro assunto ovvero pregiudizio è: Israele a prescindere. La sua legittimità ad esistere è un presupposto su cui non si discute... al “caffé letterario”. Nel teatro di guerra è un’altra faccenda. Ma noi non siamo lì. Al massimo mandiamo gli aerei che partono da Vicenza per buttare il loro contenuto di bombe e di morte, pardon di confetti per i bambini arabi, che non hanno ancora imparato che cosa è la democrazia e la libertà. Avrei voluto interrompere la litania dei pregiudizi del giovane Ottolenghi chiedendogli cosa mai ci voglia fare Israele con il suo arsenale atomico, più consistente – se non ricordo male – di quello francese ed inglese. Si è tanto paventato dell'armamento nucleare prima iraqueno ora iraniano, ma si è sempre taciuto sul fatto che Israele possiede un simile armamento. Se io ora lo ricordo, mi si dirà probabilmente che sono un antisemita. Ho tanto sentito parlare del sacrosanto diritto di Israele alla sua difesa che mi chiedo cosa mai potrà trattenerlo dall'uso del suo arsenale militare, quando i suoi armamenti convenzionali, democraticamente fornitegli dagli Usa, non dovrebbero apparirgli sufficienti. Mi chiedo anche se equità non vorrebbe che mentre si chiede all'Iran di rinunciare all'atomica si pretenda un'eguale smantellamento da parte di Israele. Silenzio delle diplomazia e degli Stati tanto caro al sen. Polito. Da qualche maligno ho sentito che addirittura i missili israeliani sarebbero puntati sull’Europa, per indurre gli Stati europei alla sana ragione. Ma non ho informazioni certe al riguardo. Non ho servizi segreti a mia disposizione. Forse Fini e Polito possono loro saperne qualcosa. Ma se è poi sacrosanto il diritto israeliano all'autodifesa cosa dire di tutti i popoli mediorientale da un secolo a questa parte sbrindellati in tutti i modi, con i loro confini disegnati con il gesso su una lavagna, con colpi di stato e “democratizzazioni” a piacimento. Qualche giorno addietro ho riferito l’incredibile notizia degli Usa al battesimo di Alkaida. I miei sono “ovviamente” pregiudizi antisemiti. Il guaio è che non riesco ad accorgermene, ma il “bravo” Ottolenghi probabilmente lo spiegherà nel suo libro. L’Europa è piena di tante persone che sono antisemiti viscerali, ma non lo sanno e non se ne sono mai accorti. Bisogna spiegarglielo loro, magari con qualche aiutino istituzionale fornito dal sen. Polito e dall’on. Fini, graditi ospiti del “caffè letterario”, magari coadiuvati dall’on. Mastella in veste di storico.

A Polito cui è destinato questo testo: caro Senatore, lei non ha risposto alla mia domanda e ciò è doppiamente deplorevole perché lei ha esordito in apparenza criticando il suo amici Emanuele, dicendo che dissente sulla tesi dell’»avamposto«. Per Polito non si tratta di avamposto, ma Israele è a pieno titolo uno Stato mediorientale. Ma allora le resta da rispondere perché il 98,5 er cento del mondo arabo mediorientale non intende riconoscere la legittimità dello Stato di Israele. Fini dissente perché ritiene Israele un nostro “avamposto”, della nostra democrazia, della nostra nostra libertà, della nostra civiltà. E dunque guerra sia contro tutto il Medio Oriente in difesa di Israele, novella terra santa! Nè Fini nè Polito si sono soffermati sulla mia domanda, cioè sull'assenza di riconoscimento da parte del mondo arabo, il solo riconoscimento che possa fornire Israele di legittimità. Diversamente si tratta di guerra di occupazione e di penetrazione imperialista. Noi possiamo chiamare gli eventi come riesce più comodo al nostro sistema di propaganda, alla nostra forma di guerra ideologica. Ciò che interessa è come la pensano gli Arabi, per i quali dovrà essere trovato un territorio sulla luna o nell'altro mondo dopo che la “libertà” avrà “cancellato” la “tirannia” islamica. La bomba atomica israeliana sta lì a ricordarci la concreta possibilità di questa prospettiva politica, di questa “soluzione finale” del problema arabo-palestinese.

Un parlamentare è probabilmente intimamente persuaso della sua autorevolezza. Pertanto è intimamente convinto che tutto ciò che dice è vero, è saggio, è profondo, è... ovvio! Di Fini mi è capitato di sentir parlare da persone che lo conoscono meglio come dell'uomo delle ovvietà: “ovviamente” è un termine che ricorre spesso nei suoi discorsi. Mi dispiace che questa questa volta non abbia risposta alla mia “ovvia” domanda, calibrata proprio a misura delle sue ovvietà. Caro onorevole, malgrado la mia stima che non entra in crisi con la “ovvia” delusione di questa sera”, gliela ripeto qui la domanda: 98,5 per cento a fronte del 2,5 per cento. Hic Rodus, hic saltus!

APPENDICE I

Caspita! Non mi aspettavo di risentire il mio intervento per radicale, forse potrò anche riascoltarlo in registrazione tutte le volte che mi serve. Risentendomi ho riconosciuto un certo imbarazzo nel trovarmi nella fossa dei leone, nel giuocare fuori casa, ma in fondo non mi è parso affatto male il mio intervento del tutto imprivvsato e subito contraddetto dagli altri due interventi del pubblico, quasi fossi anche io un relatore. Ero invece un Tizio del pubblico capitato lì per sbaglio. Sono stati scorretti i due signori perché non dovevano rivolgersi a me, parlando dopo di me, ma ai registi della manifestazione. Se mi fossi messo a rispondere ai due signori, potevamo allontanarci al vicino bar e lasciare per i fatti loro Fini, Polito, Ottolenghi.

Dò qui ai due signori, che mi hanno onorato del loro contradditorio, la risposta che non mi era possibile dare nella “fossa”, isolando gli aspetti principale e lasciando il resto:

a) Il diritto alla legittima difesa di Israele. La difesa è legittima per ognuno. Ad esempio, se io mi fossi avvicinato alla cassa del bar e mi fossi appropriato del suo contenuto, io avrei avuto diritto a difendermi nel caso in cui un poliziotto o una guardia giurata, capatata lì, si mettesse a spararmi addosso mentre mi impadronivo della cassa. Il fatto che io mi difenda, cioè difenda la mia vita dalla minaccia concreta di morte, magari causando la morte del poliziotto che mi sta sparando, non significa che io avessi il diritto di impadronirmi della cassa.

Similmente, il fatto che Israele “si difenda” non significa che vengano meno tutti i problemi genetici connessi al modo e alla forma della nascita dello Stato di Israele. Il termine “difesa" è poi un eufemismo a fronte di una a mio avviso indubbia penetrazione imperialistica-colonialistica da cinquant'anni a questa parte. Gli odierni israeliani si difendono allo stesso modo e allo stesso titolo di come si difendevano i coloni americani davanti agli indiani d’America. Certamente, indubbiamente, “a prescindere”. Gli americani avevano pieno diritto con i loro fucili ed i loro cannoni di difendersi dalle frecce e dalle grida di guerra degli indiani. Siamo esattamente sullo stesso piano.

2) I governi, l’ONU, la comunità internazionale e simili amenità buone per le favole da raccontare ai bambini. Intanto, cito questa volta l’on. Andreotti a proposito di una certa risoluzione dell’ONU, che prevedeva anche la creazione di uno stato palestinese che manca tuttora all'appello. L'ONU è una cosa che si cita e a cui si appella quando fa comodo, ma si ignora che esista quando non fa comodo o non torna utile. Ma non uso mai citare l'ONU come argomento. Lo considero alla stessa stregua della Società delle Nazione e perfettamente trasportabile la critica che Carl Schmitt ha rivolto alla Società delle Nazioni nelle sue “Posizioni e concetti dagli anni 1923 al 1931”, in prossima uscita in traduzione italiana che mi permetto di raccomandare all'on. Fini e all'on. Polito come lettura che possono fare con maggior profitto che non il libro di Emanuele Ottolenghi. L'argomento ONU è per me quanto mai deprimente perché è usato dai politici italiani con un duplice scopo: a) per nascondere la nullità politica dell'Italia e dell'Europa: situazione conseguente alla debellatio del 1945; b) per nascondere la sostanziale dipendenza dagli Usa. Il fatto è per me scientificamente acquisito con la stessa perentorietà con la quale l'on. Polito, on. Fini e tutti gli ebrei presenti alla manifestazione ritengono acquisita la legittimità dello stato di Israele. Tesi sulla quale, peraltro, mi trovo anche io d'accordo, con una precisazione importante e sostanziale: è acquisita per l'on. Fini, per l'on. Polito, per Emanuele Ottolenghi e per tutti il sistema dei poteri istituzionali italiani, dal presidente della Repubblica in giù. Dei semplici cittadini si può tranquillamente "prescindere" e farne al massimo un problema di sana educazione politica. Il fenomeno va affidata al lavoro discreto delle questure e della intelligence e se occorre a qualche solerte giudice. Il problema da me posto con la mia domanda era tuttavia un’altro. Non mi sarei mai sognato fare una domanda del genere a Emanuele Ottolenghi, che vede in Israele il “baluardo” della libertà europea in un modo tutto circondato da “tirannia” e come tale da “normalizzare” al più presto. Avevo inteso porre agli occhi degli illustri oratori l'ovvietà di un riconoscimento di legittimazione che manca da parte del 98,5 per cento del modno arabo (popoli e loro governi, come ha infine ammesso lo stesso Polito). Serve a poco che l'Occidente riconosca questa scontata legittimità. Il problema è che questa legittimità dovrebbero riconoscerla i vicini di casa dello Stato di Israele. Non l'hanno riconosciuta in cinquanta e non mi sembra di capire che siano disposti a farlo nei prossimi cinquanta.

A questo punto si pone un problema di escalation della guerra. Nella loro veste di "legali rappresentanti” dell'elettorato italiano gli onorevoli da me interrogati intendono votare in parlamento misure di guerra contro tutto il mondo arabo, riconoscendo nello Stato di isarele il nostro cortile di casa e il più solido usbergo della nostra libertà minacciata nel deserti del Medio Oriente?

Quanto poi alla non attualità storica del problema della legittimità dello stato di Israele, vorrei ricordare al sen. Polito come morì don Ferrante. Sosteneva che la peste non esisteva, non poteva esistere e infine morì di peste. Non è difficile capire che l'on. Polito debba dire quel che dice per ragioni di convenienza ed opportunità politica, ma non a me lo deve dire. Le mie convinzioni per fortuna non dipendono né dalle sue risposte né dai suoi lumi. Se è un politico responsabile, non deve dirlo a me, ma a quel 98,5 per cento del mondo arabo (Stati e popoli uniti come un sol uomo).

Lo dovrebbe poi anche dire a quanti oggi giorno si imbottiscono di tritolo e si lasciano esplodere, dichiarandosi coi fatti di diverso avviso da quello di Emanuele ottolenghi, dell'on. Fini, del sen. Polito. Dobbiamo soltanto augurarci, io e lei, caro sentaore, di non trovarci nei paraggi mentre esplode l’ennesima bomba umana non in Medio Oriente, dove in vita mia non ho mai messo piede, ma nelle nostre piazze, strade, metropolititane.

E mi pare che basti, anche se gli spunti per continuare potrebbero riempire un libro non meno voluminoso di quello licenziato da Ottolenghi!

Dulcis in fundo! Al Signore che parlando dopo di me e rivolgendosi a me, che non avrei potuto replicare e che parlava di “mondo delle caverne” per il fatto che io non avrei contemplato il riconoscimento legittimante da parte dell’ONU pienamente sostitutivo di quello del 98,5 per cento di popoli e governi arabi mando via cyberspazio, se mai leggerà questa pagina, l'elenco di 72 risoluzioni di condanna di israele da parte dell'Onu proprio per non aver rispettato le sue deliberazioni. Quindi l'ONU va bene quando fa comodo, ma non va bene quando non fa più comodo. Se questa è la moralità ebraica, Israele non fa certo molto per conquistarsi la simpatian della Comunità inetrnazionale, ad eccezione di Usa e Gran Bretagna.

APPENDICE II

Copio qui e riporto tale e quale il testo di una Lettera inviata ai loro indirizzi all'On. Polito e al sen. Fini. I nostri parlamentari ricevono però tanta di quella posta che malgrado i loro segretari dubito che poi leggano i messaggi loro inviati salvo che non dispongano di un canale privilegiato che li porti alla loro attenzione. Pertanto preferisco rendere pubblico il testo della lettera. Al termine della manifestazione l’on. Fini andò via subito, lasciando la sala. Invece il sen. Polito si intrattenne un poco con il pubblico presente. Riuscii ad avvisare appena il sen. Polito che non avendo potuto replicare ai numerosi strali che mi erano stati rivolti e dagli oratori e dal pubblico unilateralmente orientato, mi riservavo di affidare alla rete le mie riflessioni e le mie “perplessità” sull'intera manifestazione. Il senatore si dimostrò visibilmente interessato allo sviluppo delle mie argomentazioni e mi chiese di mandargliele al senato. Solo dopo che ne avevo scritto una prima stesura, mi sono accorto con sorpresa che tutta la manifestazione era stata registrata da Radio Radicale. Non posso fare a meno di pensare a una certa “faziosità” di radio radicali. Anni prima aveva organizzato all'università di Roma La Sapienza un convegno internazionale su Carl Schmitt. Chiesi allora gli stessi servizi a Radio radicale, ma non ottenni risposta. Forse io non ho insistito quanto dovevo o forse non ci siamo capiti, ma ho la netta impressione che per Radio radicale il nome di Carl Schmitt sia incluso in una lista nera, mentre invece il filoebraismo è così marcato che Radio radicale potrebbe ben chiamarsi Radio Israele.

Lettera
al sen. Antonio Polito e all’on. Gianfranco Fini
(con correzione di qualche errore rispetto all’originale inviato)

Caro Senatore Polito, (+ caro On. Fini)

Non mi aspettavo che radio radicale avrebbe trasmesso in differita l’intera manifestazione. Ho potuto risentire il tutto e perfino il mio intervento, che pur in condizione per me ideologicamente sfavorevoli, mi è parso meno peggio di quel che temevo. Anzi mi sono piaciuto.

Trova le mie repliche e critiche alla manifestazione al seguente indirizzo:

http://clubtiberino.blogspot.com/2007/02/di-nuovo-nella-fossa-dei-leoni.html

Si tratta di un articolo che fa parte di un complesso di oltre duecento articoli dove prendo posizione su diversi temi politici.

Le chiedo una sola cortesia:

Avendo lavorato ieri sera e tutto oggi al testo che non è finito e volendo potrebbe perfino diventare un libro più voluminoso di quello scritto da Emanuele Ottolenghi, La prego vivamente di considerare come »NON SCRITTA« ogni espressione o sfumatura che possa apparirle non riguardosa sotto il profilo personale. Lo stesso vale per quanto dico sull’on. Fini e gli altri partecipanti. I miei testi sono sempre in evoluzione e vengono emendati, appena mi accorgo che si esce fuori dalla stretta argomentazione e si toccano le persone, che nel mio intendimento devono essere sempre rispettate e salvaguardate. Preferisco essere offeso e non rispondere anziché offendere io gratuitamente.

Essendo sopraggiunta una certa stanchezza sospendo la redazione del testo, ma di tanto in tanto verrà da me ripresa fino a quando non sarà giunta ad uno stadio da me ritenuto soddisfacente. Pertanto la prego di considerare il mio post come un testo dove già sono contenute in nuce le repliche e le obiezioni che per evidenti motivi non ho potuto farle seduta stante, ma si tratta sempre di un testo che ancora deve essere migliorato e che di tanto in tanto migliorerò. Non credo mi ci voglia molto lavoro. A questo argomento se ne trovano correlati parecchi altri che potrà trovare, se ne ha voglia e vorrà onorarmi della sua attenzione, in tutto il mio blog con circa 250 articoli dedicati all’attualità politica nazionale e internazionale e da me continuamente rivisitati e aggiornati, più altri cinquanta articoli di altro mio blog dedicato alla politica regionale calabrese (gliene segnalo uno lunghissimo su Fuda ed il suo famigerato emendamento). Un altro ancora sulla “leggenda dell'Olocausto”, che ha avuto migliaia di visitatori e per il quale ho dovuto difendermi dall’accusa di antisemitismo.

Se le è possibile, la prego di trasmettere copia della presente all’on. Fini che non so a quale indirizzo rintracciare. Faccio infine sia a Lei sia all’on. Fini i più fervidi auguri perché possiate esercitare al meglio l’alta responsabilità che vi compete. Essendo io un oscuro e isolato pensatore, non vi è rischio che con le mie opinioni (“posizioni” e “concetti”) possa procurare danni a chicchessia.

Cordialmente
Antonio Caracciolo
Docente ricercatore presso il Dipartimento di Teoria dello Stato
Dell’università di Roma La Sapienza

APPENDICE III

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È qui necessaria un’avvertenza con si collega a quanto già detto in Premessa. Ogni post, termine che preferirei sostituire con “articolo” o simile, di questo blog nasce dall'estemporaneità di una riflessione, di una notizia radiofonica o televisiva, dalle occasioni più disparate. Insomma, un pensiero che viene spesso cancellato dal sopraggiungere di altri pensieri. Capita che decida di cogliere l’attimo e fissare il pensiero sulla carta o meglio nel cyberspazio. Succede però che la traduzione in simboli grafici richieda un certo lavoro e un tempo tale per cui non è sufficiente una sola seduta alla scrivania dove si trova il mio computer portatile. Non esagero dicendo che se volessi potrei produrre un testo a stampa anche più voluminoso del libro di Emanuele Ottolenghi, che avendo stampato un libro, per giunta presentato dagli on. Fini e Polito, pensa di essere passato alla storia e di meritare un posto accanto a Dante Alighieri, che ha pure scritto un libro, anche se allora non esisteva la stampa. Ottolenghi ha detto di aver impiegato cinque anni per la sua Opera, che evidentemente deve avergli fruttato qualcosa. Credo che faccia parte di qualche organizzazione parapolitica, nel cui contesto si inserisce l'iniziativa editoriale che altrimente non avrebbe meritato non cinque anni di lavoro ma appena cinque minuti per tesi alquanto elementari, discutibili, opinabili. Ricordo un post murale di un libraio di via del pellegrino: scrivere un libro non è difficile. Basta che ci sia qualcuno che sapendo leggere e scrivere abbia tempo e voglia sufficiente per violentare fogli di carta in bianco. Più difficile è trovare qualcuno che sia disposto a leggere ciò che un altro ha scritto. Si tratta in questo caso di sacrificare il proprio tempo sosttraendolo ad una salutare passeggiata o ad occupazione più gradevoli dell'affaticare gli occhi su un testo scritto. Ricordo di una predizione di Nietzsche al riguardo. All’incirca: arriverà un'epoca dove il leggere e scrivere molto sarà considerato un segno di cattivo gusto. Forse è questa la nostra epoca. Tale è la massa della carta stampata che non si sa più come stiparla e contenerla. Credo che ci sia una difesa. Affidarsi al colpo d’occhio e all’intuito. Nel caso del libro di Ottolenghi non credo sia difficile capire di cosa si tratta, il contesto in cui si inserisce e che è più importante del libro stesso che sarebbe altrimenti solo carta stampata, la sua finalità politica. Termino con il Libraio di via del Pellegrino: scritto il libro che è la cosa più facile, trovato il lettore cosa alquanto più difficile, è infine impresa sovrumana riuscire a venderlo! Ed infatti io non ho voluto spendere i 24 euro occorrenti per acquistare il libro di Emanuele Ottolenghi. Di Dante Alighieri ho diverse e numerose edizioni nella mia biblioteca. Di Emanuele Ottolenghi penso di poter fare a meno senza grave danno per la mia cultura. Ma se i gli onn. Fini e Polito dovessero fare una legge dove diventi obbligatorio comprare il libro di Ottolenghi, magari come supplemento al canone RAI, e perfino leggerlo sostenendo un esame di Stato, potrò sempre correre ai ripari nei termini prescritti, volendo essere io cittadino esemplare ligio alle innumerevoli leggi dello Stato Italiano.

Segue una raccolta di articoli correlati. Si tratta di testi non sempre terminati o rifiniti, perché la loro redazione materiale comporta un tempo di gran lunga maggiore di quello occorrente per averne l'intuizione, che è cosa di una frazione di secondo. Si può avere in un istante l'idea della Cappella Sistina. Ci vuole un tempo infinito per realizzarlo. Non volendo ogni volta ripetere gli stessi argomenti indico qui di seguito argomenti non solo già trattati, ma i cui sviluppi sono aperti e possibili. Si tratta cioè di una nuova forma espressiva diversa dalle rigidità della carta stampata. A mio avviso, nella rivoluzione in atto, è preferibile lasciare su carta stampata di gran pregio la sola Divina Commedia e testi equivalente, è consegnare alla forma digitale tutti il resto. Risparmieremo la vita di tanti alberi.

Link1:
1. La “fossa” di Trastevere. Si tratta dell'articolo che si collega più strettamente a questo sulla manifestazione svoltasi al “Caffé letterario”. Non ho terminato il testo per sopraggiunta stanchezza o noia e fastidio. Ma mi riprometto di apportare tutte le integrazioni e i miglioramenti formali che sono ben presenti nella mia mente. Si trattava di un invito alla presentazione di un libro scritto dal mio carissimo amico Prof. Giuseppe Limone, che abita a Napoli e non vedevo da parecchi anni. Mi invita sempre a tutte le sue manifestazioni ed il non trovo mai il modo di andarci. Questa volta però era così vicino a casa mia che non andarci sarebbe stata somma scortesia. Si trattava però di una presentazione fatta presso il Centro di Ebraica di fronte all'Isola Tiberina. Un posto molto bello, a me ben noto, ma dove ignorava si trovasse un Centro di Cultura Ebraica. Il libro era anche molto interessante: sui fratelli Rosselli, che erano ebrei. Riassumo brevemente gli aspetti più interessanti. A Carlo Rosselli fu chiesto se lui si sentiva più italiano che ebreo o più che ebreo che italiano. La Risposta a quel tempo era: innanzitutto italiano e poi anche ebreo. Nel dibattito si disse (dal pubblico incolto quanto me) che i Rosselli erano vissuti prima dell’Olocausto altrimenti la risposta sarebbe stata diversa. Ho i miei dubbi, ma non sono uno specialista e non metto lingua. Altro punto per me interessante fu l'intelligente e diplomatico intervento di un professore di diritto o storia romana. Cito un passo di Mommsen a me non noto e di cui vado tuttora alla ricerca. Secondo il grande storico tedesco l’elemento giudaico (o cristiano fu il “lievito” che fece dissolvere l’Impero romano. Questo giudizio di Mommsen suscitò all'epoca un grande dibattito di cui si alimentò la cultura dell’antisemitismo. Trovo molto interessante la faccenda e rientra nei miei programmi di studio il massimo approfondimento. A prima vista e in prima approssimazione mi sembra che la questione posta da Mommsen torni di piena attualità. Cosa significa la dottrina politica della doppia appartenenza e doppia identità se non un indebolimento, un dissolvimento, della compagine nazionale di quegli stati dove sono presenti forti componenti ebraiche che spingono i rispettivi governi ad una guerra contro gli stati arabi a tutto ed acritico (“a prescindere”, secondo la formula del geniale Totò)? In Trastevere avrei desiderato tacere ma ragioni di cortesia mi imponevano di dire qualcosa sul libro dell’amico. Pur non essendo specialista ed essendo io riluttante a parlare in pubblico su cose che non conosca più che bene, pensai di poter dare una mia testimonianza di un fatto culturale pertinente al tema della serata. All'eguale domanda posta a Carlo Rosselli un noto esponente ebreo tedesco, di cui mi dissero che in pratica controllava tutta la politica culturale tedesca o almeno aveva una grande influenza, dichiarò in una serata organizzata in suo onore (testualmente: “Serata in onore di...”) che lui non si sentiva per nulla tedesco, ma solo ebreo. Io ne rimasi molto sconcertato e scrissi una nota nella rivista di cultura politica, da me diretta a quell’epoca. La mia testimonianza voleva essere quanto mai obiettiva e cronachista, ma sorse lo stesso un piccolo incidente per il quale furono accennate, da una cortese e affabile signora dell'organizzazione, scuse da me non richieste né pretese: era quella la prima e presumibilmente ultima volta in cui mi capitava di mettere piede in un centro di cui ignoravo perfino l’esistenza. Ho però voluto narrare l'episodio in un post di questo blog con il titolo metaforico sulla “fossa dei leoni”, cioè a significare un contesto culturale ostile dove psicologicamente non ci si sente a proprio agio e ci si aspetta di venir sbranati se si vince la timidezza nell'esprimere un diverso avviso. Ma in tutta onestà devo dire che nessuno mi ha sbranato né in Trastevere né al Caffè letterario. La metafora è però troppo bella perché vi rinunci.



Link2:
2. La leggenda dell’Olocausto. Qui si rende necessaria una complessa spiegazione che cercherò di contenere nel più breve spazio. Colgo anche l’occasione per una sintesi allo stato attuale della ricerca. (segue)
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2 commenti:

Antonio Caracciolo ha detto...

Non capisco perche non abbia funzionato l'inserzione di questo utile commento che riceve per e-mail e riporto:
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Perdoni la mail, ma non riesco a postare il commento.

Sulla minaccia (presunta) delle bombe d'Israele puntate sulla UE, cfr.
http://www.indicius.it/onu_israele.htm (in fondo)

L'attendibilità va ovviamente verificata (pare sia dal Jerusalem Friday);
nel caso non è un buon segno...

Marco (mabuse)
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Ringrazio Marco per la notizia, di cui non ricordavo la fonte. Resta tuttavia un fatto a sè stante la veridicità della notizia. Più interessante è il come e perché i nostri (= Occidente cristiano e liberale) "legali" governanti abbiano deciso di dotare con armamenti nucleari uno stato come Israele, in costante stato di guerra con il mondo arabo fin dalla sua discussa e discutibile fondazione. Possibile che non sia stato contemplato l'effettivo utilizzo? Non si possiede un'arma qualsiasi se non si pensa di poterla mai usare. La dottrina della deterrenza è una frescaccia. Sacrosanto diritto alla difesa di Israele o licenza preventiva di sterminio e genocidio? Stavo rileggendo in questi giorni il Genesi per trovare una citazione dimenticata da Giano Accame nel suo testo, quando la mia attenzione è caduta sulla distruzione di Sodoma e Gomorra: mi è parsa la raffigurazione di un'odierna esplosione nucleare. Naturalmente, in piena fase di guerra ideologica, ci vuole poco a trovare nella Bibbia una motivazione religiosa per un nuovo genocidio. A cosa pensavano i nostri governanti quando dotavano Israele di arsenale nucleare? intendo dire quei signori che vivono di politica e hanno quell'artificio giuridico che si chiama "rappresentanza politica" e che possono tranquillamente ignorare ogni idea di legittimità del loro potere. La memoria non mi sovviene, ma devo aver letto di un qualche specifico coinvolgimento dell'Italia nei programmi nucleari israeliani. Gli interessi della pace, anzi dell'umanità, imporrebbero che per prima cosa si pretendesse da Israele lo smantellamento del suo arsenale nucleare. Soltanto dopo si potrebbe pretendere l'eguale dall'Iran e da ogni Stato di cui si teme possa farne uso. Finché uno dei due belligeranti possiede un'arma "proibito" l'altro ha il "diritto naturale" di fornirsi della stessa arma! La comunità internazionale e l'ONU fantocci tanto a sproposito invocati in via Ostiense proprio qui dovrebbe mobilitarsi: pretendere da Israele il disarmo nucleare quanto più seri si fanni i rischi di un ulteriore allargamento del conflitto. In pratica manca solo l'Iran per trasformare tutto il Medio oriente in un'unica area di guerra guerreggiata. I questi giorni arriva dall'America la notizia secondo cui si vorrebbero incriminare da parte americani i giudici milanesi che hanno emesso mandato di cattura contro gli agenti CIA abituati a muoversi anche in Italia come se fossero nel loro cortile di casa. I nostri parlamentari dovrebbero aver un maggior senso della nostra dignità nazionale, la cui "rappresentanza" ben si arrogano. Colgo l'occasione per spiegare ancora meglio il senso della domanda da me posta e del tutto elusa al Circolo ebraico di via Ostiense. Anziché essere in guerra per cinquant'anni con gli arabi l'unica politica possibile che gli ebrei immigrati potevano fare era una politica di continue profferte di pace con gli arabi, perché il mondo arabo poteva e può (?) dare quella legittimità che cercano o di cui hanno bisogno. La legittimità non puà essere riconosciuta da un terzo (ONU, Italia, Usa) estraneo, ma "solo" dagli Arabi. Una legittimità da parte dell'Italia poteva valere solo se avessero deciso di fare in Calabria, in Sicilia o in Sardegna, quello che hanno fatto in Palestina. Credo che fin dall'inizio la logica sia stata quella della conquista. Allo stesso modo di come i coloni americani hanno fatto con gli Indiani nelle terre dell'Ovest. E non per nulla i padrini battesimali di Israele sono principalmente se non esclusivamente gli Usa, senz ala cui forza alle spalle difficilmente credo potrebbero resistere all'ostilità del 98,5 per cento del mondo arabo.

Antonio Caracciolo ha detto...

Problemi tecnici, di cui non capisco la fonte, continuano ad impedire il postaggio diretto dei commenti da parte degli utenti registrati. Pubblico pertanto io stesso con un copia e incolla la seguente importante integrazione bibliografica agli argomenti da me trattati:
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Esistono rapporti segreti militari e rapporti di cooperazione economica per
la ricerca bellica.

Aiutiamo Israele a distrugger i paesi arabi e (se è autentico quanto
riportato dal prof. di cui sopra) a minaccarci.

http://www.resistenze.org/sito/os/ip/osip6n08.htm

Per la questione tecnica, ancora non mi compare la sequenza di lettere che
dovrei ripetere per pubblicare, per cui non riesco a inviare il commento.

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Esistono rapporti segreti militari e rapporti di cooperazione economica per
la ricerca bellica.

Aiutiamo Israele a distrugger i paesi arabi e (se è autentico quanto
riportato dal prof. di cui sopra) a minaccarci.

http://www.resistenze.org/sito/os/ip/osip6n08.htm

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Per la questione tecnica, ancora non mi compare la sequenza di lettere che
dovrei ripetere per pubblicare, per cui non riesco a inviare il commento.