giovedì, giugno 19, 2008

Critica della letteratura sionista: VII. Furio Colombo, “La fine di Israele”

Non ho più dubbi ormai. “Noi” comuni cittadini siamo aggrediti da una vera e propria lobby ebraica che vuole condizionare i nostri pensieri e le nostre posizioni politiche. Ci vuole schierati con Israele in una guerra il più estesa possibile contro tutto il mondo islamico, che viene dipinto a tinte fosche al solo scopo di suscitare la nostra ostilità. Dico subito che per me la minaccia non viene dall’Iran, ma da Israele, a cui dobbiamo un focolaio di guerra che arde da oltre mezzo secolo e che minaccia di estendersi oltre. Ma non voglio partire prevenuto. Con santa pazienza leggerò in modo sequenziale, cioè pagina dopo pagina senza saltare le parti più noiose o fragili del libro, i testi che sostengono le posizioni da me individuate. Può anche darsi che mi ricreda del tutto, ma nessuno di noi può rinunciare ai giudizi del momento. Perché questi non diventino “pregiudizi” non bisogna stancarsi nell’esaminare tutti gli aspetti di una questione, o almeno acquisire una quantità sufficiente di dati per la formazione del giudizio. Poiché mi piace giocare a carte scoperte dico anche che la mia solidarietà va agli arabi, perché li considero parte più debole e parte aggredita. Il Medio Oriente si inserisce a mio avviso in un’ampia strategia imperiale degli USA. Lo Stato di Israele non è al tempo stesso parte, strumento e causa di questa politica imperiale.


VII.
Furio Colombo
La fine di Israele
(Il Saggiatore, Pamphlet, 2007, pp. 127)

Il mio proposito è di confrontarmi criticamente con i libri di attualità, usciti durante l’anno o comunque recenti, che trovo in libreria e di cui si parla, facendone spesso ampia pubblicità sui mass media. Sono così giunto al 7° della serie. Sarà uniformato il “format” secondo un unico modello. Appropriati link uniranno il tutto in un più ampio contesto che è per un verso di studio e ricerca sul “sionismo” e per altro verso di critica. Di norma, la conoscenza deve precedere la critica. Nel mio progetto non è incluso lo studio e la critica dei classici del sionismo. È solo con fastidio e riluttanza che mi avvicino a questi temi. Non avrei voluto occuparmene. Tuttavia, in senso di responsabilità che avverto come cittadino e come studioso non mi consente di ignorare uno degli aspetti più tragici della nostra epoca. Noto molta disinformazione, mistificazione e strumentalizzazione mentre sembra essere imminente una nuova disatrosa guerra contro l'unico paese ancora non soggetto all’Impero nello scacchiere mediorientale. Mi riferisco all’Iran intorno al quale le bugie per guadagnarci all’idea di una guerra sanguinosa contro un paese popoloso di 70 milioni di abitanti sembrano proprie di un fiction holliwodiana, ma è invece amara realtà. Mi occupo in questa sezione del pamplet di Furio Colombo. Direi non un “libro” come può essere il “Leviatano” di Hobbes, ma uno dei soliti articoli del giornalista Furio Colombo. Ciò che muta è l’ampiezza del testo e la sua pubblicazione distinta dai giornali in cui normalmente Furio Colombo scrive i suoi articoli ed i suoi editoriali.

Sommario: 1. Fin dalla prima riga! che razza di inizio! – 2.

1. Fin dalla prima riga! che razza di inizio! – Procederò nella lettura in modo sequenziale, riga dopo riga, pagina dopo pagina, con tutte quelle pause che si rendono necessarie per le mie normali incombenze ed anche per la lettura contemporanea che sto facendo di numerosi altri altri libri, alcuni dei quali comprati da mesi ed ancora solo appena sfogliati. Quello di Furio Colombo – per fortuna – non è l’unico libro. Avremmo preferito non dovercene occupare. Mi ero appena seduto sul divano, accanto al balcone, per iniziare la lettura, ma cosa ti trovo in esordio? Una citazione di apertura che è la seguente:
Ad Auschwitz non è morto l’ebraismo.
Ad Auschwitz è morta l’Europa
assieme ai valori che hanno fatto la sua grandezza.
Vittorio Dan Segre,
La sinistra e Israele

Curiosamente mi sento di poter sottoscrivere interamente il testo con cui Furio Colombo prende avvio per il suo discorso che seguiremo passo passo. Ma in un senso letteralmente opposto a quello probabilmente inteso sia da Dan Segre che da Furio Colombo che pensa di iniziare il suo pamphlet con una così brillante citazione. Ad Auschwitz non è morto l’ebraismo. Ed alludo qui al cosidetto “negazionism0”. Non credo alla bufala dell’«Olocausto»: naturalmente, i morti e le vittime restano tali! Altra cosa è l’«industria» e la «strumentalizzazione». Ma l’argomento ha bisogno di ampi approfondimenti e svolgimenti per i quali rinvio ad Jürgen Graf e a Carlo Mattogno. È invece vero che ad Auschwitz è morta l’Europa. Uccisa da chi? Dall’ebraismo e dai vincitori del 1945 che con il Tribunale di Norimberga hanno inteso gettare sulla sulla Germania la colpa di crimini che loro stessi prima, durante e dopo il 1945 hanno commesso in misura più ampia e più grave. Per fare soltanto dei nomi evocativi basta ricordare la sorte degli indiani d’America, la tratta dei negri, il primo campo di concentramento ad opera degli inglesi in Sudafrica, la bomba di Hiroshima e Nagasaki, gli stupri di Okinawa e di tutti i luoghi che ospitano basi americane, la Nakba e la pulizia etnica della Palestina, gli infiniti crimini americani in America Latina, in Indonesia, nelle Filippine, in Iraq, in ogni parte del mondo, dove i crimini “noti” sono soltanto la punta di iceberg dei crimini “ignoti”. Quanto poi al «cosiddetto Olocausto» al di là della controversia puramente storica, faccenda degli addetti ai lavori, ognuno in Europa può sperimentare sulla sua pelle quale sia l’effetto sulla sua libertà di pensiero. Io posso ammettere che vi sia controversia storica sul numero dei morti di Auschwitz. Che siano sei milioni nessuno sembra più voglia seriamente sostenerlo. Che poi all’indubbia discriminazione e persecuzione di ebrei, zingari, omosessuali, disadattati, oppositori politici di ogni genere sia seguita in senso proprio anche la volontà di “sterminio” mediante “camere a gas” è cosa su cui io posso sospendere il giudizio in attesa di prove certe o in attesa di un mio personale ed informato convicimento, ma che delle semplici tesi avverse ad una verità di stato chiaramente interessata e volta a conseguire vantaggi politici ed economici di parti in causa siano punite con il carcere è un fatto che contrasta contro i principi elementari di quella libertà di pensiero e di ricerca su cui l’Europa ha inteso edificare la sua civiltà. Pare che in Germania siano ogni anno circa 17 mila le persone incriminate per reati di opinione. Davvero l’Europa è morta e sappiamo per opera di chi.

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(segue)


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