domenica, febbraio 25, 2007

Oligarchia contro democrazia

Questo volta lo prometto: sarò veramente breve e mi conterrò in un solo blocco di testo, evitando di fare nomi, cognomi ed episodi. Stiamo attraversando una penosa crisi di governo. Prodi, appena il giorno prima si mostrava baldanzoso, ma da me è stato sempre percepito come un’insulsa e deprimente figura di re travicello. I fatti mi danno ragione. Nuove elezioni dunque? E per fare che? Non mi illudo che il nuovo parlamento uscito dalle urne sarà gran che migliore del precedente. Si sarà soltanto rinnovata la stessa oligarchia che si richiama a tutti gli elettori (“i nove milioni di FI”, mi diceva un deputato forzista, che pensava di tenerseli lui stretti in una tasca dei suoi pantaloni a tintinnare come monete da un centesimo ciascuno), ma in realtà risponde innanzitutto al proprio interesse e al proprio utile, poi alle potenti consorterie che lo hanno fatto sedere in una posizione privilegiata innanzandolo sopra un inesistente popolo, ed in ultimo agli anonimi elettori che non si sa chi siano e dove siano. All’ultima assise di partito, in Milano, organizzata a mo’ di party da Stefania Craxi in memoria del padre estinto, ho sentito Bondi che parlava di radicamento territoriale: sono anni che oscuri dirigenti di partito glielo vanno dicendo senza che lui neppure li riceva ed ora scopre l’acqua calda. Vedremo le brambillate che si annunciano. Quello che è certo (e chiudo) è che il nostro paese manca di sostanziale democrazia: una parola magica sulla bocca di tutti, ma per la quale vale il motto dell’araba fenice: “che vi sia ognuno lo dice, dove sia nessuno lo sa”. Come uscirne? La via è lunga e faticosa e dolorosa: una partecipazione collettiva e capillare nel contesto di una rinnovata cultura che non ha nulla a che fare con i cascami del comunismo (D’Alema, Bertinotti, Napolitano, Ferrara, ecc. ecc., la lista è lunga, ma siedono tutti nel palazzo del potere) oppure la via più breve della dittatura democratica, cioè basata su ampio ed effettivo consenso di popolo. Questa soluzione aleggia spesso come la sola possibile, ma gli intellettuali di regime scaricano subito il loro assortimento di boriosi insulti parlando di rigurgiti di “populismo”. In effetti, la via pare poco praticabile anche per vincoli internazionali. L’opera geniale di consolidamente del suo potere l’Oligarchia l’ha prodotta contrapponendo ampi strati di popolazione fra di loro: padri contro figli, giovani contro vecchi, disoccupati o poco occupati contro occupati e garantiti, bigotti fomentati da un becero pretume contro chi vuol vivere a modo suo, e così via. Hanno reso il popolo italiano parassita di se stesso e timoroso di affrontare la vita. Ristabilire un’unità di popolo dove ognuno si senta garantito nella sua vita e nei suoi diritti senza togliere niente al suo vicino è impresa quanto mai ardua. Richiederebbe ben altra tempra di statisti che non quelli che trovano l’unanimità solo quando devono aumentare i loro stipendi e i loro privilegi individuali e di casta. Il Grande Fratello preferisce l’Oligarchia ad ogni altra possibile forma di stato e di governo. Gli è così più facile mantenere il suo dominio: basta ben foraggiare i caporali per tenere asserviti i più che neppure meritano il nome di popolo.

sabato, febbraio 24, 2007

Berlusconi in diretta

Sta parlando in diretta Berlusconi. Da Milano ad un qualcosa organizzato da Stefania Craxi. Ma Craxi era o non era colpevole di ciò di cui venne accusato? Si? E allora voltiamo pagina! Mentre riposavo ho sentito Cicchitto, Bondi, Formigoni e altri. Abbastanza approfondito il discorso di Cicchitto, che ha definito Forza Italia il vero partito di centro, dove vi si trovano tante componenti. Vi ci mette dentro “cattolici” e “laici”, termini che per la verità io vado scoprendo come sempre contraddittori. Ma sentiamo Berlusconi. Conferma in pieno il suo carisma, che direi viene soprattutto dalla sua ricchezza, che lo rende diverso e indipendente dal restante ceto politico. La riforma Moratti: bloccata per via amministrativa dalla sinistra. Della sua bontà non saprei, ma non sottoscrivo la bontà della riforma Moratti per l’università. E infatti sta parlando di scuola e non di università, che salta del tutto, fortunatamente. Non è qui possibile fare un'analisi dei meriti e dei demeriti del governo Berlusconi. Io l’ho votato, ma ho votato per Berlusconi, non il suo entourage. Non mi è ora possibile fare un'analisi di tutti i temi toccati. Non ne avrei neppure la competenza. Sono soltanto pochi gli argomenti con cui sento di potermi pronunciare con sufficiente sicurezza. Interessanti le notizie sui rinnovi congressuali e sul radicamento territoriale. Da anni che insisto su questo tema. Staremo a vedere. Fino ad oggi gli unici discorsi che ho sentito sono quelli cerimoniali o amministrati con regia. Di dibattiti veri non ne ho mai visti. Eccoli i sondaggi: dal 14 per cento il dato più ottimistico all'otto per cento in più! E dunquem caro Silvio, metti fuori gli Udc! Attualmente con loro dentro ad una stessa coalizione soffre la componente laica e liberale. Il conflitto è inevitabile! Se glieli regali alla sinistra, ne avrai aumentata la decomposizione interna. Ahi! Rivelazione sulle elezioni! Il mistero: la Campania e la mia Calabria. Pisano gli aveva comunicato un vantaggio che poi non vi fu più... Prevedo domani nuove polemiche! Ma Berlusconi non è uomo che teme le polemiche. Per me si tratta di una complicata matematica... mi regolo con un giudizio politico d’insieme. Parla di “cattolici liberali”. E chi sarebbero? De Lillo è un cattolico liberale? Stiamo freschi!

L’evoluzione politica di Follini

Senza essere un analista politico di professione e senza disporre della minuzia di informazione dei giornalisti di professione, che sanno di ogni inezia che riguarda i movimenti, la vita privata e le frequentazioni dei nostri politici di professione, spesso giornalisti passati in parlamento, senza tutto questo, ma basandomi sul mio fiuto, avevo considerato una grave iattura la presenza di Marco Follini nella cosiddetta Casa delle libertà. A Marco Follini si deve la crisi del governo Berlusconi, la pessima legge elettorale, l’esclusione dei radicali (quelli veri, non i comunisti che ne hanno usurpato il nome) dalla coalizione berlusconiana. Vi fu il veto clericale. Adesso la notizia del passaggio di passaggio di Follini all’altra sponda conferma le mie impressioni di allora: una prova matematica e documentale.

Non credo affatto di essere io più attrezzato di altri nel poter fare questo genere di previsioni. Evidentemente, avranno pesato in Berlusconi i suoi famosi sondaggi elettorali, ossia i pronostici sul comportamento di voto di Elettori che sono tali solo di nome, ma non perché li si possa ritenere cittadini pienamente maturi e consapevoli di ciò che sia la democrazia, anche se la nostra sarebbe la più avanzata democrazia del mondo secondo quel che pretendono i nostri politici. Tutto ciò è avvilente e tale da far allontare sempre più i cittadini dal concreto, informato, maturo ed efficace esercizio delle loro infinitesimali prerogative, in pratica coincidenti con lo zero assoluto. La nostra cosiddetta democrazia è in realtà una dittatura irresponsabile di una oligarchia che non risponde a nessuno e pretende di rappresentare tutti. I vituperati “dittatori” del totalitarismo europei o quelli odierni mediorientali erano e sono probabilmente più democratici dei nostri oligarchi in quanto hanno un maggiore interesse a trovarsi in sintonia con la loro “base democratica”, senza la quale non potrebbero a lungo andare mantenere il loro potere assoluto. È assurdo immaginare un sistema di potere dove ognuno tiene puntata una pistola sull’all’altro ed all’inizio della catena si trovi il dittatore: ogni potere legittimo si basa sulla relazione hobbesiana di protezione-obbedienza, cioè si ubbidisce in quanto si ottiene qualcosa in cambio. Ai nostri deputati, alle numerose vedove sistemata in parlamento, basta arrivare alla pensione (almeno 3000 euro) dopo appena due anni di mandato parlamentare, se ho ben letto. Non sono tanto ambiziosi da voler passare alla storia come un Napoleone, un Cesare, Gengis Skan e simili. Loro hanno i piedi per terra e pensano al sodo, senza rischi e con rendimenti e vecchiaia assicurati.

Pronostici per il futuro? Se è vero che i famosi “sondaggi” prevedono una schiacciante crescita di FI, ossia in una misura percentuale superiore al 7 per cento dell’Udc, sarebbe saggio scaricare fin da adesso tutto l'Udc, lasciando pure che i Cesa e i Buttiglione o i Volonté vadano a braccetto con i Bertinotti, i Pecoraro, i Giordano, i Russo, le Luxuria. Troveranno pane per i loro denti. Se Berlusconi, ossia il capo indiscusso, non ha il coraggio di farlo, saranno gli Udc a scaricare lui alla prima occasione che loro si presenti, come ha già fatto Follini e gli altri aspettano solo di poter fare. Lo annuncia in serata lo stesso Follini: lui ha “anticipato” ciò che gli Udc faranno. Quattro chiacchiere di motivazione sono facili da produrre: la faccia è la principale qualità di un politico. Liberandosi dall’ipoteca e dai ricatti dell’Udc la coalizione berlusconiana potrà dare contenuto credibile alla parola “libertà”, che sempre più suona come una moneta falsa presente nel logo “Casa delle Libertà”.

venerdì, febbraio 23, 2007

La bufala dei diritti umani

Considero pochi seri tutti quei Colleghi, docenti universitari, che tengono paludate relazioni sul tema dei “diritti umani” e poco interessante tutta l’abbondante letteratura sull’argomento. Non perché io sia per i diritti “disumani”, ma perché al pari del concetto di eguaglianza all'indomani della rivoluzione francese si tratta per l’ideologia dei diritti umani di un’altra serie di concetti “polemici” che non hanno nulla a che fare con un pensiero scientifico che vuole guardare in faccia la realtà per quello che è, bella o brutta che sia. Le radici di questa nuova ideologia di dominio e di invasione si trovano al termine della seconda guerra mondiale. I diritti degli uomini, non certo quelli degli animali, sono quelli che storicamente si producono in contesti determinati. Non sono certo fissi ed immutabili, ma la loro trasformazione ed evoluzione è intimamente connessa con la concreta storia di un popolo determinato.

Invece, capita che i moderni aggressori attribuiscano soltanto a se stessi il grande bene della conoscenza e della pratica dei “diritti umani”. I nostri regimi sarebbero una sorta di paradiso terrestre finalmente instaurato in virtù dei “diritti umani”, che sono certamente elargiti dai nostri governanti. Che si vuole di più? Siamo felici! Abbiamo riconosciuti i nostri diritti umani. Ma siccome la felicità è contagiosa e saremmo degli egoisti a volercela tenere tutta per per noi, ecco che dobbiamo esportarla, imponendo ad altri i nostri diritti umani. E chi sono questi altri? Tutti criminali riconosciuti tali da Tribunali appositamente costituiti. Un “nemico” è ormai diventato ipso fatto un “criminale”. Le guerre non si chiudono più con trattati di pace, ma con l'instaurazione di tribunali che in nome dei diritti umani dichiarano criminali i nemici sconfitti con le armi, rei di “lesa umanità” e di “genocidio”. La condanna di morte con infamia è stata inflitta a Norimberga ed è stata ripetuta a Bagdad: una piccola eccezione rispetto all'ipocrisia della moratoria contro la pena di morte nel mondo, come se una vita di servaggio non fosse qualcosa di gran lunga peggiore della morte.

In passato quando uno stato ne debellava un’altro lo manteneva soggetto anche con metodi diretti di dominazione. Gli eserciti di occupazione erano una garanzia in tal senso. Oggi in un mondo civilizzato dai diritti umani si preferisce indire elezioni dove un popolo elegge un governo fantoccio, che avrà l’apparenza di una totale autonomia e sovranità, ma che deve la sua esistenza al vincitore in armi, sempre armato e con suoi eserciti di stanza nel territorio in nome della una “santa alleanza”. I governi possono ben alternarsi in seguito a farse elettorali che danno i suffragi ora all'uno ora all’altro partito. Tutto il ceto politico di maggioranza o di opposizione costituisce uno strato politico omogeneo che gode di tutti i privilegi del potere ed è finanziato dai “costi della politica”, ossia della “democrazia”. Ai cittadini possono dare l'impressione di un certo antagonismo e di una certa contrapposizione, ma in realtà sono omogenei ed omologhi nell'esercizio e nel possesso dei privilegi loro conferiti al momento dell'instaurazione dello stato reso libero da armate stranieri e pacificato con la guerre civili, i cui episodi vengono obliati quando non convengono o contrastano vistosamente con la teoria dei diritti umani oppure vengono eternati in apposite celebrazioni della “memoria”, il cui scopo è di ricordare alle nuove generazioni quanto fossero criminali e scellerati i loro padri e nonni.

La vicenda dell’altro ieri svela cose facili da capire per quanti non sono stati “rieducati” da un sistema capillare ed invasivo di propaganda di regime. Il comunista D’Alema, quello del partito del “fuori l’Italia dalla Nato”, ora finalmente giunto al governo, accetta la real politica della soggezione, sia pure con qualche capriola concettuale: l’egida dell'Onu, il multilateralismo, la missione di pace, e simili penose baggianate per mascherare penose bugie che ogni bambino è in grado di riconoscere come tali: penose bugie. In Afghanistan si prevede una guerra vera e propria. I nostri soldati, notoriamenti impiegati pe la pace (compilare moduli, far attraversare la strada ai vecchietti, salvare la verginità delle fanciulle afghane, distribuire caramelle e gallette militari, che – dice Cossiga – si spera siano almeno buone e non avariate o scadute, qualche volta perfino si dedicano a traffici poco puliti di reperti archeologici, e simili), avranno presumibilmente in primavera pochi pretesti per nascondere la realtà della partecipazione di una guerra per servitù di vassallaggio. Sfido chiunque, dentro e fuori Forza Italia, a spiegarmi le ragioni politiche, militari, economiche, culturali, religiose che ci vedono incastrati in medio oriente. Contassimo qualcosa almeno. Ma non contiamo nulla ed ogni nostra ragione è derivata dagli obblighi con l’Alleato che ci vinse in guerra nel 1945 e ci impose da allora i modi della nostra esistenza politica.

I nostri Padri costituenti, di cui nessuna retorica potrà nasconderci la tristezza dei tempi in cui scrissero la Magna Carta, escogitarono addirittura in un eccesso di servilismo un articolo 11 che è la negazione stessa del diritto: la sovranità limitata e il rifiuto della guerra. Se fossero andati a leggersi l'opera di Hobbes scritta nel 1651, vi avrebbero trovato scritto che la ricerca della pace è la prima legge di natura. Solo la ricerca della pace può darci la più solida garanzia per la nostra vita. La guerra è contemplata nello stesso articolo come conseguenza necessaria, se la ricerca della pace si rivela infruttuosa ed impossibile. I nostri Soloni ognor onorati non furono più saggi di quel filosofo vissuto nel Seicento. Ma ora il loro pateracchio dell’art. 11 è palesemente sconfessato dalla loro discendenza. Se ne esce fuori con un’altra Liberazione: si libera il significato delle parole dal senso che hanno sempre avuto per i nostri padri. Si scaricano delle bombe e si dice che sono “missioni di pace” e “operazioni di polizia”. Si porta la guerra e la si chiama pace. Finché lo fanno gli USA, che hanno una chiara ed evidente politica imperiale, lo si può ben capire, ma che in una frenesia di “servilismo” ci si unisca ad una guerra, dalla quale ci si può sottarre, è il colmo del “fantoccismo”, di destra, di centro o di sinistra. Per amore di potere anche la sinistra soggiace alla real politik del servaggio. Non fummo liberati nel 1945, ma un regime fu sostituito da un altro. Quello vecchio, con tutti i suoi errori e i suoi limiti, era stato voluto dai nostri padri, quello del 1945 fu imposto dall'esterno con le armi e si avvalse di un ceto di appaltatori locali, gli stessi di oggi.

Le contraddizioni mi sembrano evidenti. Per riconoscerle nella loro evidenza bisogna soltanto avere un poco di conoscenza della storia, un poco di logica e soprattutto tanta indipendenza di spirito e d’animo. La cosa più difficile resta la “consapevolezza politica”, cioè una qualità dell’esser cittadini che è stata minuziosamente estirpata con un'educazione costante e capillare. Il concetto del politico, cioè la distinzione fra amico e nemico, non scompare dalla storia dei popoli, perché ad esempio un Epifani ignorante dice che vuole espungere dal vocabolario la parola “nemico”. La contrapposizione “amico” e “nemico” continua ad operare nella storia, producendo la “guerra”. Semplicemente scompaiono dalla storia quei popoli inetti che sono incapaci di distinguere fra amico e nemico. Noi italiani ed europei potremmo venir presto inglobati nel sistema degli Stati Uniti d’America: 50 States + quelli europei. È tanto bello esser americani e morire da americani. Me lo ha predetto il mio amico Paul Piccone, nato italiano in Abruzzo e morto amerikano a New York qualche anno fa.

giovedì, febbraio 22, 2007

Fan tutti schifo

È stato l’on. Diliberto, già ministro della giustizia e barone rosso nella più antidemocratica facoltà d’Italia, che ha introdotto nel lessico politico ed istituzionale la parola “schifo”, usata per offendere Berlusconi, che ha la grave colpa di essere l’uomo più ricco d’Italia. Non posso dimenticare un precedente di Diliberto, quando in televisione dava dello “sguattero” sempre a Berlusconi per la sua posizione nella infausta guerra iraquena. Mi sentivo umiliato non per l’offesa arrecata a Berlusconi, che se ne poteva e se ne può altamente infischiare dei lazzi di un Diliberto, ma per quei poveri disgraziati che fanno il mestiere di “sguatteri”, cioè lavano piatti nei ristoranti. Durante le mie vacanze all’estero ne avevo conosciuto uno ed avevo per lui simpatia ed amicizia. Si trattava di un orientale che lavava i piatti in un ristorante di Monaco. Non ricordo bene se lo avevo conosciuto in un corso di lingua tedesca o in vacanza. Non l’ho più rivisto. Teoricamente, l’on. Diliberto, barone rosso e parlamentare nonché un fu ministro di Giustizia, avrebbe dovuto rappresentare questa categoria di “povera gente”, il cui nome e funzione sociale gli serve invece come qualificazione insultante. Scrissi allora ad un’altro barone rosso, compagno di partito dell’On. Diliberto, che trovava più umanità nell'uomo più ricco d’Italia che non in un preteso araldo del popolo.

Lo “sguattero” allora dato a Berlusconi l’on. Diliberto dovrebbe adesso darlo anche a D'Alema e Prodi, che in politica estera mantengono lo stesso servaggio filoamericano. Non lo fa perché ci rimetterebbe quel seggio, che gli assicura altri privilegi in aggiunta a quelli di barone rosso nella più antidemocratica facoltà d'Italia, che ha sabotato ogni tentativo di riforma democratica dell'università italiana. Ma non voglio qui addentrarmi in questioni universitarie. Sulla materia ho editato un apposito blog al quale rinvio: politica universitaria. Vado al punto dicendo che il termine dall'on. Diliberto usato contro Berlusconi e riecheggiato l'altra sera alla viglia della crisi ora gli si può legittimamente ritorcere contro: fa schifo lui! Ma non è il solo. Si trova in numerosissima compagnia: a sinistra, al centro, a destra.

Sento dire di economia in ripresa, di crescita del fatturato, e simili. Credo che noi tutti siamo indipendente nelle nostre azioni. Se ancora abbiamo voglia di lavorare, di sperare, di costruire, non dobbiamo ringraziare il governo di turno, che è soltanto un parassita che vive succhiando il nostro sangue. Quando penso alle numerose vedove imboscate in parlamento giusto per gratificarle di un lauto stipendio e di un’ancor più lauta pensione, mi chiedo perché mai dobbiamo sopportare il balzello di un migliaio di parlamentari che si aumentano loro stessi stipendio e privilegi ogni volta che lo vogliono. La chiamano democrazia, ma è una vera e propria oligarchia, la cui fortuna politica è basata sull’incapacità politica del popolo italiano di scrollarseli di dosso. Ci vorrebbe una “dittatura”, ma questa parola è ormai entrata nel lessico demonologico. Mi dice il mio editore che il "Domenicale”, un foglio del mio compagno di partito Marcello Dell’Utri, ha addirittura restituito al mittente una nuova edizione di un classico del diritto con questo titolo. La mia riedizione critica del testo di Carl Schmitt, già edito da Laterza nel 1975, ed ora presso il Settimo Sigillo. La restituzione al mittente di un libro inviato ad un giornale per recenzione è quanto mai cosa atipica e mi chiedo cosa possa esserci dietro.

In realtà proprio una »Dittatura« ci vorrebbe per uscir fuori da una situazione incancrenita e senza speranza come quella italiana. Pur avendo in tasca una tessera di FI, non mi faccio nessuna illusione in un ritorno di Berlusconi al governo con tutto lo stuolo dei suoi famelici deputati. Ho già detto e scritto di aver votato alle ultime elezioni turandomi il naso. Continuerò a votare turandomi il naso, ma sarà sempre cosa preferibile ad una politica fatta con la lotta armata e violenta. Sono stato allievo, cioè studente universitario, di Aldo Moro. La sua morte torna a volte nei miei sogni come un incubo. I miei detrattori e delatori di “Informazione corretta” troveranno le mie critiche tanto più aspre e senza riguardi per niente e nessuno quanto più esse si piantano solidamente in uno spazio non violento.

Con le mediazioni ed i patteggiamenti, questo in cambio di quello, qui io là tu, e simili, si otterranno soltanto aggiustamenti interni all’oligarchia al potere, periodicamente in lite per motivi di spartizione e mai per difendere la libertà ed il benessere dei cittadini, ossia uno stuolo di persone truffate cui si da in mano una scheda, pagata da loro stessi a caro prezzo. Una “dittatura” significherebbe lo strumento tecnico per risolvere e riformare ciò che i nostri parlamentari non potranno mai fare. Qualche esempio? Intanto, per ridurre ai suoi giusti spazi la chiesa cattolica, che fornisce voti attraverso il sistema delle sacrestie d’Italia e che ha già ridotto l'Italia del Risorgimento ad un prolungamento del vecchio Stato pontificio. Qui la religione non c'entra niente ed il cattolicesimo è cosa incompatibile con l'essenza e l'idea stessa di religione. E poi mettiamoci ndrangheta, camorra, mafia, sacra corona. Il ministro Amato, già dedito ai prelevamenti notturni dai conti degli italiani, si fa bello per aver sgominato quattro disperati che hanno intrapreso la via della violenza per contestare un governo corrotto ed inetto, ma non scalfisce neppure la malavita storica d'Italia, che convive in questo paese in buona armonia con il sistema dei cosiddetti “poteri forti”, che vivono nell'ombra quanto basta ed agiscono lesti quando occorre. In Vaticano hanno parlato di lobby per tirare acqua al loro mulino, ma non sono i preti ed i loro deputati la prima lobby d'Italia? Il bravo don Baget, ideologo ufficiale di FI, non è un prete ubbidiente?

L’esperienza di fascismo, nazismo, bolscevismo, indicati come esempio di “dittatura”, agiscono da spauracchio contro ogni tentativo di uscire fuori di un sistema parlamentare che fa acqua da tutte le parti. Una dittatura è concretamente possibile in quanto abbia una solida base democratica. Già Machiavelli distingueva tre soggetti politici: il principe, gli ottimati, il popolo. Il popolo è normalmente oppresso dagli ottimati che hanno anche il potere di controllare e tenere in ostaggio il principe, ossia il primus inter pares fra gli ottimati. Solo dalla stretta alleanza fra principe e popolo è possibile far nascere una solida democrazia. E se anche il principe non fosse proprio uno stinco di santo, sarebbe pur sempre preferibile per il popolo essere oppresso da uno solo che da molti che come tante fastidiose zanzare ne succhiano continuamente il sangue e s’introducono perfino nelle camere da letto.

Nel lessico politico la parola “populismo” non gode buona stampa ed ha sempre un’accezione spregiativa. La cultura politica ufficiale, non meno organica al regime di quanto non lo siano i principali organi di stampa e comunicazione, cerca di arginare coprendolo d'insulti ogni fenomeno politico-culturale che cerca forme organizzative diverse da quelle tradizionali, cioè parlamentari ed oligarchiche. Me ne rendo conto e capisco il gioco. Non vedo altra speranza che in una crescita a macchia d’olio della consapevolezza politica fra i cittadini. Il termine “consapevolezza politica” significa molte cose ed ha contenuto concreto. Significa diritti certi in un sistema diffuso di libertà e benessere, dove ognuno debba la sua fortuna principalmente al suo lavoro e alla sua inventiva e senza che ciò significhi cinico abbandono di chi è stato colpito senza sua colpa dalla sfortuna. Significa un sistema produttivo dove non vi siano ampi strati caricati parassitariamente sulle spalle di altri che volenti o nolenti devono mantenerli. I politici con tutti i loro privilegi sono la prima classe parassitaria d’Italia. Aspettare da lor i miracoli, la soluzione dei problemi che ci affliggono, è come credere che un ladro torni il giorno dopo a restituirci il maltolto.

Un mio amico francese, un noto intellettuale di cui non voglio fare qui il nome, mi ha ringraziato per aver ricevuto la mia edizione della “Dittatura” di Carl Schmitt, scrivendomi: “Finalmente! È arrivata in Francia la Dittatura... Intendo il libro, ovviamente!”

mercoledì, febbraio 21, 2007

Incredibili discorsi in parlamento

Sto ascoltando di una senatrice della repubblica che tiene un incredibile discorso secondo cui l'intero esercito italiano si trova in Afghanistan perché le donne vengono violentate dai loro stessi familiari e non volendo che la cosa si sappia, lapidano poi le stesse loro donne. Per questa ragione i nostri militari devono essere potenziati in numero e armamenti e messi a protezione delle donne afghane, minacciate di stupro dai loro stessi familiari....

Sono le ore 10:58 del 21 febbraio 2007 ed il discorso è stato appena pronunciato dalla on. senatrice al senato della repubblica. Mi astengo da ogni commento, ma allegherò in appendice il testo scritto dell’incredibile discorso, appena potrò potrò scaricarlo dagli atti parlamentari, indicando anche il nome di colei che ci illumina con la sua saggezza.

_ALLEGATO_______________________________________________________
Ecco il testo integrale da me citato. La frase che ha attirato la mia attenzione è evidenziato in grassetto. Per il commento rinvio alla mia risposta a Giuseppe. Ho trovato nella seduta anche un testo dell’On. Stracquadanio, che con sacrifico di tempo potrei pure commentare. Ma di lui mi sono già occupato e non vorrei ora ritornarvi. Vorrei ricordare a Giuseppe che oltre a questo Blog politico ne curo altri 19, di cui può trovare l’elenco nella seconda colonna di destra. A seconda degli umori, dell'ispirazione e del tempo disponibile, mi alterno dall'uno all'altro. Pur essendo differenti per temi sono però un qualcosa di unitario che discende dalla mia persona e dalla mia visione generale della vita e della società. Questo blog politico ha bisogno di continui miglioramenti formali-redazionale e approfondimenti concettuali. Vi saranno nella misura in cui mi accorgo che possano esseri utili e richiesti da chi li legge.
- - - - - -

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Burani Procaccini. Ne ha facoltà.

BURANI PROCACCINI (FI). Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, il ministro D'Alema, il 16 febbraio scorso, a Roma, nel suo intervento di chiusura della tavola rotonda dedicata all'Afghanistan, soprattutto alle donne afghane e alla giustizia come elemento di partecipazione attiva del nostro Paese, ha detto alcune frasi molto importanti affermando che l'Italia ha fatto e continuerà a fare la sua parte sia sul piano militare, con la significativa presenza dei nostri soldati a Kabul e ad Herat, sia nell'ambito della cooperazione e ricostruzione civile, mettendoli sullo stesso piano. Questo è particolarmente significativo. Non a caso lei li ha messi sullo stesso piano: lei sa bene, infatti, che la presenza militare e la missione civile non possono avvenire l'una senza l'altra, perché la presenza militare difende la missione civile. Sappiamo che alcune città e villaggi sono già ricaduti in mani talibane, quindi tutto ciò che si sta facendo rischia di venire inficiato.

Lei ha, inoltre, ricordato che il principale atto di cooperazione messo in campo dall'Italia (atto di cui andare giustamente fieri) è l'impegno italiano per la riforma della giustizia afghana, iniziato - le ricordo - nel 2003 e giunto oggi alla redazione di tre testi legislativi, fra i quali vi è (quello che a me personalmente è più caro) il primo codice minorile del 2005.

Ci rende molto soddisfatti il constatare che tale importante lavoro sia stato portato avanti celermente e bene sotto il Governo Berlusconi e che lei, signor Ministro, l’abbia definito, a Roma durante tale occasione, l'impegno italiano più importante. Ciò le fa onore e dà senso alla continuità che in politica estera è fondamentale per la credibilità di un Paese come l'Italia. Spiace che oggi, purtroppo, lei abbia dovuto dare un contentino alla sua ala sinistra e si sia rimangiato in parte quello che molto giustamente, invece, aveva affermato nel tavolo di lavoro.

Siamo a conoscenza del rapporto di cooperazione italiana e sappiamo che, purtroppo, soltanto un 20 per cento delle dispute di carattere legale vengono risolte attraverso la legalità, i tribunali e i codici; l’80 per cento è ancora risolto attraverso il sistema della cosiddetta giustizia informale. Come si può ottenere che non siano più i signori della guerra o i capi tribù a decidere che una giovane donna debba essere lapidata solo perché i parenti l’hanno violentata e non vogliono che la cosa si sappia o che sia imputata a loro? Speriamo che adesso i talibani, insufficientemente contrastati, non riprendano in mano la situazione.

In conclusione (perché abbiamo solo quattro minuti), non si può abbandonare queste popolazioni a loro stesse e non sentire la necessità di affrontare i problemi con una protezione militare seria. L’Italia ha inviato 2.000 soldati, che probabilmente non bastano. Se dobbiamo recarci capillarmente nelle province non ci basta controllare Kabul; se dobbiamo evitare che la giustizia sia affermata solo in teoria a Kandahar sì e no e, al limite, a Kabul, lei ci deve assicurare, signor Ministro, che le forze militari italiane, lì per missione di pace, siano capillarmente al fianco di coloro che devono far rispettare la giustizia e i diritti delle donne e dare ai bambini e alle donne la possibilità di studiare, perché oggi questo diritto non esiste.

Mi consenta, signor Presidente, di concludere ricordando che sappiamo che nelle stesse città, soprattutto a Kandahar, soltanto il 30 per cento delle scuole è femminile, tutto il resto è dedicato agli uomini. Le bambine, quindi, sono ancora trattate quasi come all’epoca dei talibani. (Applausi dal Gruppo FI).


-------------------------------

I soldati italiani, dunque, come novelli cavalieri medievali a protezione delle donne, dei bambini, delle vedove... come guardiani dalla minaccia di stupro ad opera dei lor stessi familiari, che poi le uccidono perché non parlino!

Esilarante, se non fosse tragico!

martedì, febbraio 20, 2007

Una notizia incredibile data in tono dimesso: la CIA madre di Alkaida!

Sono le 14.29 del 20 febbraio e Radio radicale sta intervistando lodevolmente il solito esperto che sta tuttora parlando e di cui non ho afferrato il nome. Pare indubbiamente esperto sul movimento talebano e sulla politica del giorno in Afgahnistan. Sta dicendo che Alkaida sta tornando alle sue origini, cioè in Pakistan. Una notizia data proprio in margine come un’inezia ha per me dell’incredibile per le connessione logiche che si aprono nella mia mente. In due secondo ha detto l'esperto che Alkaida era stata creata con l'appoggio della CIA in funzione anti KGB. Non sono certamente esperto come chi sta parlando.... Ecco! Ne viene detto il nome: Guido Olimpio, giornalista del Corriere della Sera, così si chiama l'esperto intervistato.

Non sono esperto come Guido ed ho volentieri appreso le cose da lui detto, ma per me riveste più importanza di ogni altra cosa quanto ha detto in due parole: che la CIA è all’atto di nascita di Alkaida. La classica storia dell'apprendista stregone, cioè di un rivoltarsi contro di quelle armi e di quelle organizzazioni che sono state create per ubbidire ai propri ordini e che poi invece si rivoltano. Ciò che noi comuni cittadini di Stati cosiddetto democratici sappiamo è soltanto un’infinitesima parte. Si potrebbe dire come certi anarchici che i governi mentono sempre. Ci si deve aspettare che dicano normalemente menzogne e che con l'arte della menzogna ci governano.

Dopo aver creato i terroristi di Alkaida il governo democratico degli USA chiede a tutto il mondo, ai suoi sudditi alleati, di unirsi in una crociata contro il terrorismo in difesa della libertà, della democrazia e soprattutto del loro potere. Cercherò di documentarmi meglio sulla “notiziola”, sulla quale avrei preferito che Guido si soffermasse più a lungo. Da un punto di visto filosofico-poltico, dal punto di vista della legittimità di tutte le operazioni militari in corso nel Medio Oriente e nelle quali anche l'Italia è stata tirata dentro senza profitto e senza costrutto, io vedo una caduta verticale. Nessun governante – si chiami Prodi o Berlusconi – ha il diritto di chiamarci, gabellandoci, in un’avventura così sporca. Non è sporca? Per me lo è! Dicevano gli antichi che l'uomo è misura di tutte le cose. Sarebbe bene che tutti gli italiani lo sapessero non di sfuggita, come è capitato a me di apprenderla, ma con tutti gli approfondimenti e i dibattiti che il caso certamente merita.

In Forza Italia contro il Concordato

[in fase di editing: testo provvisorio]

Ho spiegato proprio ieri al mio Vice l’importanza dello scrupoloso rinnovo della tessera in Forza Italia o in qualsiasi altro partito. Si tratta di operare all’interno delle garanzie dell’art. 49 della costituzione. Si tratta di un articolo che non ha mai avuto una legge di attuazione; esso tuttavia conferisce già adesso ai cittadini il diritto di concorrere alla formazione della politica nazionale all’interno di partiti. A questi è richiesta struttura democratica che nei fatti non esiste. Tra le numerose analisi che si stanno facendo sul nuovo terrorismo credo ne manchi una: se a ogni cittadino fosse concretamente garantito il diritto sancito dall’art. 49, a nessuno verrebbe in mente di cercare la via violenta dell’eversione.

La premessa serve per contrastare la facile e prevedibile obiezione che da Forza Italia non è rappresentata la mia individuale posizione di opposizione al Concordato e all'evidente e intollerabile aggressione dell’episcopato italiano alla società italiana, che non si riconosce nelle posizioni cattoliche, che anche quando esistono possono vincolare solo i “fedeli”, non i “cittadini”. L’essere cittadino di uno Stato non può essere subordinato all’essere fedele di una pseduoreligione come quella cattolica. Se siamo due in barca ed il mio vicino “cattolico osservante" pretendesse di raggiungere prima il Creatore, io gli risponderei “Vai pure tu avanti! Io ho ancora qualcosa da fare su questa terra. Verrò dopo, quando sarà proprio necessario”. L’immagine mi serve per dire che si va profilando una sempre più marcata differenza e contrapposizione fra l’essere “cattolico osservante” e l’essere cittadini dello Stato italiano: non si può servire due padroni.

Di certo se la posizione di Forza Italia è desunta da qualche dichiarazione al telegiornale fatta da Antonio Tajani, magari dopo che abbia già parlato un qualche prelato, si può ben pensare che io sia un isolato in Forza Italia e posso anche essere deriso e insultato, come è avvenuto e come non dimentico. Ma Antonio Tajani è stato votato anche da me e proprio perché votato anche da me ho potuto pubblicamente sconfessarlo come suo elettore, dichiarandomi deluso (termine eufemistico) dal suo operato. La sconfessione è avvenuta in pubblico ed è stata da me raccontata per iscritto e non perdo mai occasione per ricordare la circostanza, verificatasi all'Hotel Parco dei Principi, dove i fratelli De Lillo in violazione della direttiva di partito che dava “libertà di coscienza” in materia di referendum sulla fecondazione assistita. Su carta intestata della rappresentanza di Forza Italia presso il Consiglio Regionale del Lazio invitava ad una manifestazione per l’astensione. L'On. Tajani spiegava che una cosa era il simbolo regionale di Forza Italia ed altra cosa il simbolo nazionale. Vi lascio immaginare il resto e chiudo la lunga digressione. Si dice poi che il mandato elettorale è senza vincolo: una volta eletto l'On. Tajani puà fare quel che vuole in barba a chi l’ha votato, che è anonimo e non ha strumenti. Il sistema costituzionale purtroppo non prevede una revoca da parte degli elettori in corso di mandato.

Se invece dei leaders alla Tajani, padroni dell'apparato, si vanno invece ad interrogare ciascuno dei nove milioni di elettori di FI, incautamente invocati con me dall'On. Antonio Palmieri, sono certo di non essere il solo a ritenere che la politica sia una cosa ed il cattolicesimo militante e prono agli ordini dell'episcopato sia altra cosa. Non è possibile una convivenza di fatto all’interno di una stesso fatto. Anche io mi dichiaro contrario alle “convivenze di fatto”, ma a queste convivenze di fatto, dove il cittadino rispettoso dell'altrui Fede (?!) finisce per essere prevaricato (altro eufemismo). Proprio alla manifestazione delilliana all’Hotel Parco dei Principi avevo usato che l’on. Zappalà l’avvio di una strisciante guerra civile. Se ne stupì e scrollò le spalle come se avessi detto un’enormità. Intanto, sono sbucate di nuovo le brigate rosse, che pensavo ormai estinte. Ma non era a questo tipo di guerra civile che pensavo, ossia a una forma necessariamente cruenta. Pensavo invece ad una grave esacerbazione degli animi da parte da quanti si sentono coartati nella loro coscienza e nella loro libertà intellettuale e morale, costretti a piegarsi ad una morale cattolica la cui superiorità è presunta da uno stuolo di politici che per primi disattendono quella moralità alla quale vorrebbero costringere altri in cambio dei voti che hanno ottenuto dalla Sacrestie d'Italia e che mai avrebbero dai cittadini che potessero conoscere i loro animi, la loro cultura, la loro onestà.

Sono dunque aperte le ostilità. Guerra alla guerra! In Forza Italia io propongo una visione della società con una netta distinzione fra il ruolo dei cittadini e quello dei cattolici osservanti episcopiani e ostili allo Stato italiano e alle sue leggi. Ho trovato del tutto fuori luogo che il coordinatore regionale per il Lazio, Giro, abbia del tutto gratuitamente sentito il bisogno di professarsi cattolico. Ho già scritto che la cosa non mi riguarda: non diventerò cattolico perché lo è lui. Sottoscrivendo una tessera di Forza Italia non mi sono impegnato in tal senso e non ammetto che Giro risponda all’episcopato anziché agli iscritti di FI. Sollevo dubbi di legittima suspicione. Rivolgo adesso a lui pubblicamente la domanda se il suo essere cattolico significa una dichiarazione di ostilità contro lo Stato italiano e la società italiana, intendo quella società non si riconosce nelle prediche papali e che vive secondo principi propri, che non sono peccaminosi ma sono altri (e direi anche superiori) rispetto a quelli ottusi di una fede ottusa che non sa trarre dalla propria coscienza i motivi profondi un’autentica religiosità che non ha nulla a che fare con l’arrogante monopolio cattolico in materia di religione. Di fronte a questione così serie non mi interessa essere maggioranza o minoranza: nessuna minoranza accetterebbe mai di essere scannata dalla maggioranza in virtù del principio numerico di maggioranza. Su questa materia verrebbe meno il dettato dell’art. 49 della costituzione se i cittadini italiani venissero trasformati in sudditi papalini. Il questo caso verrebbero meno le fondamenta, già fragili, sulle quali è stata edificata la Repubblica in sostituzione di un Regno che in materia di rapporti Stato-Chiesa aveva saputo essere di gran lunga più liberale di fascisti (Mussolini), comunisti (Togliatti), socialisti (Craxi), ex-radicali (Rutelli) e di quanti hanno più a cuore il loro personale potere e privilegio che non la libertà dei cittadini.

lunedì, febbraio 19, 2007

Sullo “spazio pubblico” in materia di religione

Tra gli argomenti dei papisti alla Giuliano Ferrara ricorre l'argomento secondo cui la religione, in ispecie il cattolicesimo, avrebbe diritto a rivestire una funzione "pubblica". Si intende dire che il cattolicesimo non dovrebbe accontentarsi di uno spazio privato, dove ognuno esercita – se lo vuole – il culto che meglio crede. In quanto attività meramente privata di soggetti privati sarebbe cosa che potrebbe lecitamente interessare a taluni ed altrettanto lecitamente non interessare ad altri. E sarebbe una situazione ritengo normale che potrebbe porre al riparo dai cruenti conflitti religiosi che sono stati assai numerosi nella storia. Svolgerò altrove la mia argomentazione secondo cui il cattolicesimo non è una religione, ma un disegno di potere sulla società.

Non per nulla si pretende un esplicito diritto al ruolo pubblico. Cosa significa ciò? In concretto che papa, cardinal Ruini, vescovi ecc., avrebbero il pieno diritto a far sentire la loro voce, la loro dottrina, il loro incitamento e forse anche la loro istigazione in ogni luogo esterno alle chiese dove si esercita il culto.

Ammesso e non concesso ciò, mi chiedo cosa ancora possa significare. Chi sono i destinatari di simili esternazioni? Gli stessi cattolici in quanto cattolici, o i cattolici in quanto cittadini, o perfino i cittadini per nulla cattolici? Ma poi ancora mi chiedo: E se io cittadino mi trovo mio malgrado destinatario dell'esternazione pubblica quale può essere lecitamente il mio atteggiamento? Devo restare un destinatario passivo dell'esternazione pubblica di un Ruini o di Buttiglione e simili o mi è lecito rispondere pubblicamente al mittente? Me ne sono concessi gli strumenti? Non corrò il rischio di incorrere in sanzione per il solo fatto di respingere la persuasione subliminale?

È certo che non ho nessuna intenzione di ritornare ai tempi funesti delle guerre di religione o semplicemente alle stagioni dell'anticlericalismo. Non mi piace essere contro nessuno. Preferisco rapportarmi in positivo con il maggior numero possibile di concittadini. Ma se l'aggressione di una messaggistica sempre più invadente e fastidiosa finisce per urtare ed offendere la mia diversa sensibilità religiosa, la mia diversa moralità che non intende far proseliti, se insomma sono “provocato” cosa e chi può escludere il mio diritto ad una difesa legittima?

Il quesito è idealmente rivolto ai tanti Pera e a quanti come me votano o hanno la tessera di Forza Italia. Nelle “radici cristiane” dell'Occidente l'evangelizzazione violoenta dei popoli è stata la norma. Vogliamo ritornare a quel passato? Non mi si obietti che allora era diversa la forma della violenza. E ci mancherebbe pure che anche oggi fosse la stessa. Ma resta violenza la reiterazione di una propaganda che non consente contradditorio alcuno. È violenza bella e buona e per giunta esercitata con finanziamento dei cittadini contribuenti. Tutto ciò non può essere e non può andare. Per chi lo vuole apro sul tema una discussione.

venerdì, febbraio 16, 2007

La vecchia cultura delle nuove brigate rosse

Le informazioni sono radiofoniche e non così accurate come sarebbe necessarie. Ma qui si tratta di riflessione estemporanee, cioè fatte all’istante e senza quella lunga preparazione che una prestazione intellettuale normalmente richiede. Confido che ciò comprendano i miei Quattro lettori, ma con ciò non intendo svalutare le riflessioni estemporanee. È la forma di pensiero concessa al comune cittadino.

Sento dalla voce di quello stinco di santo che è Marco Taradash che tra il materiale sequestrato ai “temibili” nuovi terroristici vi sarebbero volantini ed elaborati che inneggiano alla vecchia cultura marxista-leninista con presa violenta del potere e instaurazione di un ceto burocratico rivoluzionario dal puro sangue operaio. È chiaro che nessun pericolo può venire da questa parte alla classe politica che di fatto regge e continuerà a reggere questo paese per molti a venire. Le nuove brigate rosse non costituiscono né un pericolo militare né un pericolo ideologico. Anzi sono l’occasione per un suo consolidamento antidemocratico.

Altra cosa è la carenza di legittimazione che io ritengo presente e di cui può farsi una lunga lista. Non ho la sfera di cristallo e non so dove andremo a finire e cosa ci aspetterà. Un popolo non ha vita eterna e può morire di consunzione. Tra le forme di “ribellione” possibile non è per nulla necessaria la violenza. Basterebbe lo sciopero fiscale per far subito crollare qualsiasi governo. Il regime ne ha avuto paura quando si è trattato di votare per il sostituto d'imposta, ossia sulla facoltà concessa ad ogni cittadino di pagare le tasse dovute allo stesso modo e negli tempi con cui paga già le bollette di luce, gas, telefono. I cittadini avrebbero avuto in mano un'arma formidabile, non violenta, che avrebbe potuto fiaccare qualsiasi governo e castigarlo dall’insana abitudine di aumentare i balzelli, magari per finanziare i costi della politica.

È questa la strada efficace per una sana e salutare ribellione ad un potere sempre più sfacciato e dispotico. Dalle nuove brigate rosse non verrà nessuna liberazione, anche se la loro esistenza è un segno del profondo malessere che scuote tutti i settori della società italiana.


giovedì, febbraio 15, 2007

Le "Pasque di sangue” un’impostura cattolica?

Pensieri e riflessioni sempre ci assalgono in ogni momento della nostra vita quotidiana. Non sempre e non a tutti è dato o riesce possibile segnarli sulla carta. Molto spesso noi stessi non ci pensiamo più, assillati da nuovi pensieri e nuove preoccupazioni. Di certo non intendo appassionarmi al dibattito suscitato da un libro sulle "Pasque di sangue", dove si accusavano gli ebrei del Quattrocento di compiere sacrifici di bimbi cristiani. Cosa macabra quanto assurdo, ma vero o falso di questo si è parlato e su questa accusa sono stati imbastiti processi e ci sono stati tanti morti. Più o meno qualcosa di simile ai processi alle streghe. Non intendo proprio per nulla entrare nel merito di queste scabrose vicende della storia remota. Si trattava solo di una premessa a quanto sto per dire, dopo aver ascoltato in macchina per strada l'intervista ad un illustre personaggio sul libro dell'ebreo Toaff, che veniva intanto accusato di aver scelto un titolo infelice: “Pasque di sangue”, lasciando forse credere che ci fosse qualcosa di vero nei numerosi processi imbastiti dalla autorità cattoliche dell'epoca.

Ascoltavo non già interessato al merito del libro, alla sua verità o falsità, o meglio mi ha interessato la scontata falsità dell'accusa e del fatto. Così intendeva l'autorevole intervistato che prendeva le distanze dal libro di Toaff senza averlo neppure letto, neppure sfogliato. Io non sono tra quelli che ritiene che il libro di migliaia e migliaia di pagine debba essere necessariamente letto per intero. Può essere sufficiente averne letto una parte per acquisire sufficienti elementi di giudizio. Ma è difficile giudicare un libro senza neppure averne letto una riga e per giunta concedere un’intervista per parlare di un libro che non si è per nulla letto. Ma neppure questo è l’oggetto del mio interesse. Quale dunque?

L’intervistato considerava assolutamente acclarato che si fosse trattato di una montatura cattolica come forma di un antisemitismo del Quattrocento. Si noti: antisemitismo “cattolico” nel “Quattrocento”, cioè in pieno Umanesimo. Tutta la retorica sull’»Olocausto«, che non ritengo sia stata una “montatura”, sembra però volerci far credere che l’antisemitismo sia stata un’inedita peculiarità nazista. Sappiamo che non è così. Peggio dei nazisti e certamente per molto più tempo (millenni a fronte di pochi anni di aberrazione) hanno fatto i cattolici capi (dal papa in giù), gregari e “fedeli”. Il termine “nazista” è diventato sinonimo di male assoluto ed ognuno che ne tratti deve prima fare i debiti scongiuri. Per una considerazione storica del fenomeno dovranno passare chissà quanti anni ancora, un tempo certamente non concesso alla nostra generazione.

La conclusione alla quale mi affretto è che nessuno pensa di imputare alla chiesa cattolica le stesse “colpe” attribuite ai nazisti: due pesi due misure! È vero che qualche pontefice dopo quattro secoli si è “scusato” per aver arrostito Giordano Bruno ed aver processato Galileo. Ma mi sembra una vera e propria presa in giro. Chi commette di queste cose semplicemente non dovrebbe più pretendere di aver credito e addirittura di esercitare un “magistero morale” e di stabilire la condotta di vita altrui. A Galileo e a tanti altri in condizioni analoghe e peggiori queste scuse tardive di secoli ormai non servono più e chi oggi vive e si sente leso dai poteri e dalle ingerenze cattoliche non può aspettare alcune secoli per avere delle scuse, ammesso che queste possano esserci e che a lui possano interessare.

Altre riflessioni derivate e secondarie poterei fare, ma a tarda sera vi rinuncio. Mi basta ricordare la favola del lupo e dell’agnello, dove qui il ruolo del lupo è esercitato dalla gerarchia cattolica. Vuole sempre avere ragione anche quando ha torto marcio. È infatti “infallibile”!

Da Stalin a Ratzinger

Con il fermo proposito di non impiegare la mattinata in una lunga chiosa all’incredibile Giuliano mi limito ad un’espressione sintetica con la quale penso di poter racchiudere tutta l’evoluzione intellettuale ed esistenziale di Giuliano Ferrara, beninteso per quanto a me nota: da Stalin a Ratzinger! Credo che ognuno, appena un poco informato delle stesse cose che io so e che sono di pubblico dominio, possa svolgere i passaggi logici di illustrazione di questo mio sintetico asserto.

Ciò posto e finché in questo paese, stretto in una morsa fra Ratzinger e Mastella, sarà ancora possibile esprimere un’opinione senza sentir bussare alla porta i carabinieri o perfino sfondarla, dico che fra liberalismo e cattolicesimo vi è incompatibilità e contraddizione. In Italia si parla di cattolicesimo “liberale” per il fatto che prima la messa si diceva in latino e nessuno o quasi capiva quel che si diceva, poi si è passati a dirla in italiana. Questa è l’accezione che del liberalismo si ha in Italia e trova concordi in questa definizione molti cosiddetti “laici”, che sono tali solo perché non sono preti. Del resto la stessa nozione di laico sarebbe inutile ed assurda se con avesse un necessario riferimento al formidabile apparato organizzatorio della chiesa cattolica, che si avvale di una vera e propria ideologia chiamata “fede”, imposta ai suoi fedeli con una “professione” necessariamente inclusa nella sua liturgia, un autentico lavaggio del cervello istituzionalizzato.

Trovo diffamatoria e miserabile la distinzione abituale e ricorrente fra “credente” e “non credente”, come se la religione si dovesse limitare ai miserabili e ostici formulari della teologia cattolica ovverosia di uno stuolo di veri e propri “intellettuali organici” di un riuscito progetto totalizzante di potere sulle società scampate alle rovine del mondo antico. A ciò si è giunti dopo che l’apparato di potere cattolico ha distrutto ed estirpato ogni forma di spontanea religiosità, che da sempre ha accompagnato la mente umana. Karl Marx con il suo rigoroso e coerente ateismo quale critica insuperabile e insuperata all’edificio dogmatico del cattolicesimo ne ha tuttavia rafforzato un potere che si basa molto più sul potere di parlamentari, giudici e carabinieri che non sulla forza di una Fede assurda e truffaldina o di una pseudofilosofia ancella della Fede cattolica. La religione è diventata adesione o non adesione a quella lontana conclusione di una lite confessionale, che si concluse con il sigillo imperiale a Nicea nell’anno 325, se non vado errato. Da lì a non molti anni venivano chiusi, per decreto imperiale, i misteri celebrati ad Eleusi, che rappresentavano una tradizione ultramillenaria di una ben diversa religiosità, della quale si erano nutriti le massime intelligenze della Grecia antica e della Roma repubblicana ed imperiale. Da allora “non credente” nel formulario cattolico è divenuto sinonimo infamante di anima persa, peccatore e quanto altro. L’antica religione è stata bollata come “pagana” e tutti gli uomini sono stati gratificati della dignità di peccatori, nozione quella di “peccato” assolutamente essenziale per il messaggio salvifico amministrato da una burocrazia celibataria che risparmia per sé gli oneri del matrimonio e della famiglia ma li impone ai suoi fedeli. Senza l’accettazione preliminare della nozione di peccato (essenza della Fede) resterebbero disoccupati tutti i papi della storia e i loro efficientissimi eserciti.

La distinzione fra credenti e non credenti è una desolante condizione spirituale lasciata agli uomini di un Occidente impoverito dopo che il violento proselitismo cattolico ha semplicemente falciato tutte le altre religioni concorrenti o meglio tutte le altre possibili forme cultuali e liturgiche delle esigenze religiose di ognuno. A questo punto non il diritto alla “sfera pubblica” ed alla “funzione sociale” della chiesa cattolica occorre rivendicare: il suo ruolo pubblico e laa sua pervasività ha già raggiunto il massimo grado di tollerabilità. Andare oltre significa estendere quei poteri che il papa aveva sullo Stato pontificio e che con la breccia di Porta Pia non sono stati limitati, ma addirittura oggi ampliati a dismisura. Le varie distinzioni degli intellettuali cattolici “organici” al potere della chiesa su tutta la società oltre che sugli stessi “fedeli”, uomini privati di ogni spontanea capacità religiosa e trasformati in succubi di moderni sciamani, mal nascondono una sostanziale illibertà derivante proprio dal riconoscimento pubblico della cosiddetta “funzione sociale” della chiesa cattolica.

Pertanto, quanti si ritengono sinceramente religiosi e amanti della libertà senza limiti che non discendano dall’eguale altrui diritto alla stessa sua libertà è ora che dicano “basta! Silete theologi in munere alieno!” agli odierni oppressori che mentre ci stringono ai polsi e alle caviglie le loro catene ci parlano di “libertà” e “religione”: al danno e all’oppressione in aggiunta anche la beffa! Il conflitto è purtroppo un dato eliminabile della nostra società. Quanto più si pretende di eliminarlo e di nasconderlo, tanto più lo si interiorizza fino a farlo implodere in forme e momenti che non trovano stampa, ossia che non trovano “comunicatori” capaci e disposti di spiegarne e divulgarne in forma verbale e discorsiva i motivi profondi da cui la ribellione nasce e la sua “legittimità”. In questa opera di repressione e compressione della coscienza proibita la chiesa cattolica, orpello della più bieca tirannia, si è sempre distinta ed ha offerto i suoi servigi a quanti avevano il potere della spada ma non disponevano dei giusti apparati per il dominio e l’asservimento delle coscienze.

martedì, febbraio 13, 2007

Epifani orecchiante di Carl Schmitt

L’ultima di pochi minuti fa, al telegiornale del 20. Una perla troppo bella per non raccoglierla. Intervistando proprio Epifani per avere lumi su ciò che ahimé succede, malgrado Epifani e forse proprio perché in Italia ci sono tanti Epifani. Quale la perla? Perché quel che succede non succeda quali i rimedi? Per Epifani occorre usare un linguaggio dove la coppia amico-nemico non ci sia più. Magari proibendola con un altro bel decreto Mastella e perfino epurandola dai vocabolari e dai testi di ogni genere. Come se bastasse non pronunciare il nome del diavolo perché il diavolo e con esso il male non ci sia più. Sappiamo invece che il male tanto più esiste quanto meno se ne vuol riconoscere l'esistenza. Sappiamo come morì don Ferrante. Se non fossimo in una situazione tragica, il ragionamento di Epifani sarebbe perfettamente assimilabile a quello di don Ferrante, che “non accettava” l'idea della peste allo stesso modo in cui Epifani non si capacità che dei sindacalisti suoi dipendenti abbiano ridato vita alla ribellione armata delle brigate rosse o simili.

Il nemico esiste in modo oggettivo e per cause oggettive. Per combatterlo occorre innanzitutto conoscerlo e riconoscerne le ragioni, se ne ha. Senza avere le profonde conoscenze di Epifani, io ritengo che il fenomeno trae origine da una crescente carenza di legittimazione cui occorre rimediare allargando gli spazi reali di democrazia e di eguaglianza possibile. Invece la tendenza mi sembra che sia quella di reprimere il fenomeno restringendo ancora i margini della democrazia e l'ineguaglianza sostanziale, quando sarebbe possibile migliorare le condizioni di vita della gente. La finanziaria di Prodi qualche causa, a mio avviso, come spiegazione del fenomeno potrebbe fornirla. Il terrorismo, quarda caso, risorge nell’anno della finanziaria di Prodi. È inutile aspettarsi da Epifani e compagnia una spiegazione che in qualche modo faccia ricadere su loro stessi la crescente lacerazione sociale. Basta orecchiare qualcosa sulla teoria dell'amico-nemico e dire sciocchezze al telegiornale delle 20. Da questo ceto dirigente vi è poco da sperare e non mi aspetto neppure lumi per capire ciò che succede. Anzi diffido delle loro spiegazioni.

Riflessioni estemporanee di prima mattina su chiesa, terrorismo, revisionismo storico

Inizio con una battuta scherzosa letta ier sera. Un bloggista ha scritto che dopo essersi dato ai blogs la sua vita è cambiata. Ma perché? È ingrassato. Prima era uso a far ginnastica la mattina, poi ha rinunciato a questa sana abitudine per mettersi a scrivere. E gli effetti non sono mancati. Confermo che anche a me è successo la stessa cosa, ma la colpa non è tutta dei blogs. Venendo ora al serio, anzi al tragico, vorrei qui appuntare tre argomenti di cui confido non mancherà occasione ed estro per un maggiore approfondimento:

1. Perché non possiamo non essere servili. – La rassegna stampa di questa mattina mi ha portato le dichiarazioni di Leopoldo Elia sulle ingerenze vaticane con buona pace di Buttiglione, che forse farò bene a cancellare dal mio vocabolario e dalle mie citazioni per non correre il rischio di essere troppo acrimonioso, tanto più che esisteva una vecchia conoscenza. Dico Leopoldo Elia per intendere un reazionario cattolico ed anche un professore ordinario di cui mi è capitato di non apprezzare le sue posizioni in materia universitaria. Non mi sarei aspettato da lui che giudicasse eccessiva e inusitata l’ingerenza della chiesa nell'autonomia dello Stato italiano e delle sue leggi. Evidentemente ha prevalso il lui il costituzionalista. Chi in effetti ha un minimo senso di ciò che è una costituzione in senso proprio trova inammissibili le esternazioni di papa Ratzinger e del cardinale Ruini. Hanno passato il segno anche per un Leopoldo Elia. Per Buttiglione, Mastella, Casini, Pera, etc. il problema non si pone: non sono costituzionalisti. Se Leopoldo Elia, suo malgrado, non si fosse pronunciato come si è pronunciato avrebbe perso ogni credito come costituzionalista per essere un comune ideologo e propagandista vaticano. Un problema a monte di tutto questo è il modo in cui nel nostro sistema “democratico” si raccolgono i voti. Molti parlamentari li raccolgono (o pensano di raccoglierli) nelle sacrestie, non presso il popolo italiano, inteso come fatto di cittadini, non di “fedeli". Anche se si sciacquano la bocca con la parola “democrazia”, costoro sono fondamentalmente antidemocratici e servili verso tutti quei poteri che essi avvertono come forti in politica interna (il papa, gli ebrei) o in politica estera (gli USA). Sto aspettando al varco il prof. Diliberto. Chi è? Tutti lo conoscono come un ritardato del comunismo. Ma è anche un ordinario rosso e trasversale nella potente lobby di Giurisprudenza in Roma, di cui fa parte lo stesso Elia, la più conservatrice facoltà d’Italia, madre di ogni ostacolo e di ogni astuzia contro l’introduzione della democrazia nelle strutture universitarie: per chi vuole rinvio alla documentazione raccolta nel mio blog sulla politica universitaria. Di Diliberto rimane nella mia memoria il livore con cui diede dello “sguattero” a Berlusconi, presidente del consiglio, per essersi accodato agli Usa nella guerra all'Iraq. Provai un senso di pena per gli “sguatteri” che teoricamente avrebbero dovuto esseri rappresentati dal “comunista” Diliberto, araldo della “povera gente”. L’opportunità della scelta politica di Berlusconi era per me a quell’epoca e in quella circostanza un aspetto secondario. Berlusconi fu “servile” verso gli Usa come lo sono stati tutti i capi di governo italiani dal 1945 in poi e come lo è adesso D’Alema per l'Afgahnistan. Mi aspetto di vedere Diliberto dare dello “sguattero” a D’Alema con lo stesso livore con cui si accanì contro Berlusconi, che in una trasmissioni televisiva portò come esempio della sua politica filoamericana l’aver venduto più vino italiano negli Usa. Caro Silvio, ti ho votato e continuerò a farlo, ma questo non mi impedisce di criticarti. Non sono un tuo “servo”. Insomma, il servilismo in politica interna (verso il papa) e in politica estera (verso gli Usa) si trova nel DNA di una classe politica formatasi non nell'ideologia del Risorgimento che era arrivato al principio “libera chiesa in libero Stato”, ma nell’avvilimento della disfatta bellica e nell’ingordigia di prendere il potere con i suoi vantaggi dalle mani del vincitore che aveva calpestato il sacro suolo della patria e che essi per nascondere la loro miseria hanno chiamato il Liberatore. A chi non vuole aprire gli occhi per conoscere le cose per quel che sono ricordo fatti del giorno che vengo alla luce poco alla volta e per caso: l’oleodotto segreto, l'arresto in suolo italiano di chiunque entri nei piani della Cia, il cinismo con cui è stato ammazzato Calipari, e così via. Non si tratta di essere americani, ma di sapersi guardare allo specchio.

2. Il ritorno degli anni di piombo. L’altra notizia che è giunta alle mie orecchie e che mi ha colto di sopresa, anche se da un punto di vista puramente teorico il fatto mi riesce prevedibile ed in espansione. Il tema è spinoso e temo qualche attacco da avversari e detrattori in malafede. Penso in primisi a quelli della “Informazione corretta”: quanto mi fa ridere il “corretto”! Non poteva essere scelto un titolo più stupido per una testata. Cerco di essere breve, anche se la tastiera va da sola. È stato scoperto qualcosa di piuttosto esteso e ramificato e si sono prevenuti attentati in preparazione. Non ho seguito nei dettagli l'operazione ancora in corso. Quello che invece è saltato subito alla mia attenzione e riflessione, che verrà ulteriormente verificata nei prossimi giorni se la stampa di “regime” erogerà altre notizie, sono due aspetti della vicenda:

a) il trionfalismo delle forze dell’ordine e dei vari apparati. Hanno detto autocompiacendosi: vedete quanto siamo bravi ed efficienti! »Caspita!«, ho pensato! E com’è che con ndrangheta, mafia, camorra, criminalità diffusa non siete altrettanto bravi? Nella mia vita, in una mezza dozzina di casi, ho sempre denunciato i reati di cui io o la mia famiglia siamo stati vittima. Sapevo già al momento della denuncia che i tutori della nostra tranquillità e sicurezza di cittadini non avrebbero mai scoperto nulla. Di fronte ad altri che neppure si recavano in caserma per denunciare i reati di cui erano vittime io invece ritenevo che fosse importante fornire statistiche dei reati rimasti impuniti e di cui ad ogni inaugurazione dell’Anno giudiziario si dà notizia. La bravura dei nostri carabinieri è tale che di recente era stato dichiarato in “arresto” per aver fotografato la cima di una montagna da una finestra di Scilla! Ho raccontato altrove l'episodio. Forse le cose cambiano, quando si tratta di proteggere non i comuni cittadini, ma i potenti di regime, Berlusconi compreso. Tra scorte, auto blu, piantonamenti e chissà cos'altro non si lesinano quei mezzi che altrove mancano: penso al mio disgraziatissimo paese di nascita, che si chiama Seminara! Di Amato poi ricordo il “furto” legale di Stato con cui nottetempo attinse dai conto correnti degli italiani per sanare i suoi conti. La ndrangheta non avrebbe saputo e potuto fare di meglio. Il detto “governo ladro“ ha trovato il suo “inveramento” con Giuliano Amato, ora ministro della Polizia.

b) La carenza di legittimazione. Seguendo i miei maestri io valuto il fondamento di legittimità di ogni regime non dalle sue dichiarazioni o dalla sua propaganda, ma dalla maggiore o minore rispondenza della relazione protezione-obbedienza. Noi prestiamo obbedienza ai governi in carica non per timore dei suoi mezzi coercitivi e dei suoi apparati repressivi, del tutto vani e risibili a fronte di una disobbedienza generale o maggioritaria. Al contrario noi prestiamo obbedienza a chi detiene il potere (non importa come si chiama: la forma e il nome muta nella storia) perché riteniamo che il suo potere sia legittimo. Ed è legittimo non per grazia di Dio e benedizione del Papa, ma perché fornisce ai cittadini una protezione e sicurezza più o meno sufficiente. Se viene meno a questo compito, nessuno è così stolto dal prestare fedeltà ad un governo che non è tale. La disobbedienza più essere aperta al punto da cacciare in malo modo il carabiniere in divisa che esercita le sue funzioni in nome dello Stato (l’esempio non è del tutto teorico) oppure nascosto se si ha motivo di temere o non si ha la forza di contrastare gli apparati coercitivi dello Stato. La perdita di legittimazione si verifica innanzitutto nella testa dei cittadini, quanto non hanno più stima per i governanti o fiducia nelle effettive ragioni del loro operare, sentite non come finalizzate al bene, all’utile, alla sicurezza dei cittadini tenuti all’obbedienza e puniti se questa obbedienza non prestano, ma come volte all’utile privato di chi gestisce la cosa pubblica. Spero di aver dimostrato che il risorgente “terrorismo” ha la sua vera e profonda causa in una carenza di legittimazione del regime. Se il nostro fosse il migliore dei governi possibili, solo dei matti penserebbero di opporglisi. Dico: solo dei matti. Poche persone isolate che non potrebbero mai trovare seguito. Invece, il ministro ci va dicendo (forse per dimostrare la sua bravura repressiva) che il fenomeno è esteso e radicato. Personalmente, ho fatto una scelta “legalitaria” prendendo la tessera del partito di maggioranza relativa e facendo una lotta al suo interno per rendere effettiva quella democrazia, di cui molto si chiacchiera, ma di cui il nostro paese è largamente privo. Conclusione per gli stupidi, gli avversari politici, i delatori: il cosiddetto terrorismo si combatte efficacemente allargando gli spazi reali di democrazia, non prendendo per i fondelli la gente e rivoltando il senso delle parole.

3. Foibe contro Olocausto. Il presidente Giorgio Napolitano ha pensato nella sua infinita saggezza e scaltrezza politica di dare un colpo al cerchio ed uno alla botte, restando così in posizione centrale a rappresentare tutti gli italiani. Per come viene determinato nel nostro sistema costituzionale il nostro presidente della repubblica la sua pretesa rappresentanza di tutti gli italiani è più una petizione di principio che non una situazione di fatto. Nelle condizioni date io avrei visto meglio un Andreotti. Invece, la scacchistica parlamentare ci ha dato un ex-comunista, il cui curriculum e la cui storia è tutta in una cultura politica che non è valutata diversamente da ciò che sono stati nazismo e fascismo. Quest'ultimo era probabilmente il meno peggio dei tre e nascevano tutti come reazione alla crisi della liberaldemocrazia di fine Ottocento. Diceva un mio vecchio maestro di diritto costituzionale: avevano visto il problema, ma hanno sbagliato nei metodi, nelle soluzioni escogitate e nei risultati ottenuti. Ragion per cui siamo ritornati alla crisi di sistema di fine Ottocento, ma non possiamo praticare di nuovo la stessa strada, anche in ragione di servitù militari e politiche cui siamo costretti per effetto della disfatta bellica.

Cosa ha dunque fatto Napolitano nella sua infinità saggezza e scaltrezza politica? Pochi giorni addietro in occasione della ricorrenza della memoria ebraica e filoisraeliana ha tentato di delegittimare ogni lecita e ammissibile critica alla politica israeliana equiparando antisionismo e antisemitismo. Come ha dire: da oggi le comunità ebraiche hanno in questo paese non già pari diritti agli altri cittadini, ma superiori diritti. È calato il timore e il terrore su ogni incauta manifestazione di opinione, la cui liceità è affidata alla discrezione di un delatore di turno, sempre presente, ed alla delibazione di un pubblico ministero, di un gip, di un magistrato giudicante, con concorso non gratuito di avvocati dell'una e dell’altra parte ed il probabile lavoro (non gratuiti) di medici e psichiatri nella prevedibile lunga durata dell'iter giudiziario. Ben lo sappiamo: l’Italia è la patria del diritto! E sul diritto campano tutti i soggetti citati. È chiaro che quel cittadino, la cui principale incombenza è di sbarcare il lunario, lascerà a pochi perditempo il lusso e il rischio di proferire opinioni politiche e giudizi di carattere storico. Un capolavoro di libertà e democrazia. Ho già detto che Napolitano può ascrivere a suo merito la nascita di una nuova e ben diversa forma di antisemitismo, quando si pensava ormai di aver lasciato al museo degli orrori immani tragedie della nostra storia.

Il tribunale di Norimberga, un monstrum giuridico, ha voluto continuare la guerra con altri mezzi. Ha prodotto il “mito” ovvero la “colpa” dell’Olocausto per mentenere in una forma perpetua di soggezione politica i popoli europei sconfitti, e fra gli sconfitti io colloco anche quegli europei che si sentono vincitori per essersi alleati a chi comunque avrebbe vinto, anche senza di loro. Anche gli inglesi hanno perso nella misura in cui hanno definitivamente affossato l’odiata Europa. Possono sopravvivere come protesi politica degli Usa alle porte del continente europeo. La tesi sull'uso strumentale dell’Olocausto non concerne l’antisemitismo, il negazionismo, il revisionismo, ecc. Esso ha il preciso scopo di rendere politicamente inetti e privi di soggettività e identità politica i popoli sconfitti con le armi e soggiogati politicamnete e militarmente. In passato, ai tempi belli degli eroi che combattevano lealmente, le guerre si concludevano con trattati di pace e subito dopo ci si poteva abbracciare e persino sposare. Grazie a Norimberga si è fusa la vecchia figura del “nemico” che aveva perfino una sua sacralità con l’abietto “criminale”. Si è ottenuto, grazie ai vincitori di Norimberga, il grande progresso civile di aver eternizzato la guerra.

Ahimé la tastiera è andata avanti da sola. Dovevano essere poche parole. Sono diventate già troppe senza essere né sufficienti né adeguate. Cerco di trarre le conclusioni logiche del discorso. Chi siedeva fra i giudici a Norimberga? Anche Stalin. Al suo nome non sono associati gli stessi “crimini” ed altri ancora peggiori di quelli imputati ai nazisti? I sovietici non si erano alleati ai tedeschi con il patto Ribbentrop-Molotov per la spartizione della Polonia appena pochi anni prima? Lavora qui da me una persona polacca, non giovanissima Le ho appena se chiesto se anche loro sono stati “liberati” dalle truppe sovietiche. La stessa retorica posta a fondamento dell’educazione occidentale nelle scuole e nei nei mass-media del dopoguerra.

Il ricordo delle foibe per tanti anni cancellato dalla memoria e precluso alle cerimonie ufficiali affonda le sue radici negli stessi orrori e e nelle stesse tragedie della guerra civile europea (la moderna guerra dei trent’anni: 1914-1945). I vincitori che si autolegittimavano ponendosi dalla parte della giustizia, dell’eticità, della libertà commisero allora e dopo di allora gli stessi “crimini” (se non peggiori; leggi: Hiroshima) che avevano trasformato in “ideologia” per la mortificazione e la soggezione morale e spirituale dei vinti. Si vince definitamente un nemico non per averlo sconfitto in una singola battaglia, ma quando lo si è per sempre privato di ogni futura capacità politica di organizzazione e di azione autonoma. Non sto facendo dell’antiamericanismo o anticomunismo. Sto soltanto guardando una realtà storica senza il paraocchi dell’ideologia di regime: le mie eventuali opzioni politiche qui non c'entrano! In Italia, abbiamo avuto una destra che non ha potuto dimenticare l’Istria. Il buon Palmieri, ministro della propaganda di FI, ha rivendicato nel suo ultimo bollettino, da me qui pubblicato, a merito del governo Berlusconi l’aver istituito il giorno del ricordo (Foibe) a quello più consolidato e di maggior successo e sfruttamento politico della Memoria (Olocausto ). Si è trattato in realtà di una minima concessione alla cultura dell’alleato di destra con cui Berlusconi ha potuto reggere per cinque anni al governo. La politica, specialmente quella dei nostri governi dalle risicate e mutevoli maggioranze, non è una costruzione geometrica prodotta da una mente divina. È il costante esercizio di un tiro alla fine. La contradditorietà delle leggi e la loro elusione ad opera degli stessi che le hanno prodotte è un fenomeno normale, sotto gli occhi di tutti e fonte di delegittimazione dei governi che si succedono in apparente alternanza ma in sostanziale continuità ed omologazione. Le essenze filosofiche hanno tuttavia una loro dinamica e ciò che è contradditorio finisce con il palesarsi ed entrare in conflitto. Appunto Foibe contro Olocausto.

sabato, febbraio 10, 2007

Sui Pacs dice la sua (e soltanto la sua) il ministro della propaganda di Forza Italia, on. Antonio Palmieri

Ecco qui di seguito uno dei tanti “comunicati” che mi giungono dall’On. Palmieri, che detiene la dottrina di Forza Italia, a nome di nove milioni di elettori di Forza Italia che hanno il grande pregio di non parlare mai e di lasciare che lo stesso on. Palmieri attribuisca alle loro volontà e al loro pensiero le più arbitrarie e opinabili posizioni. I comunicati del ministro della propaganda si distinguono per la loro genericità e mancanza di approfondimenti. Non è possibile mai replicare agli “ordini” o "inviti" di scuderia perché la forma dell’invio non ammette possibilità di replica. La normale destinazione delle “veline” è il cestino o l’archiviazione a futura memoria. Caro Palmieri, se dobbiamo stare in uno stesso partito, ti devi abituare all'idea che tu sei On. in parlamento, ma quando parli di politica sei alla pari con l’ultimo degli iscritti. Ti ho già scritto che ti avrei messo sotto osservazione in senso politico. I tuoi “comunicati” mi sembrano un materiale oggettivo, pubblico, di inconfutabile attribuzione. Su di esso potrò basarmi per le mie analisi delle “tue” posizioni politiche all’interno del partito. Utilizzerò di tanto in tanto il materiale in archivio, non cestinato. Non devi intendere la mia critica come distruttiva e antipartito. Stare in uno stesso partito non significa annuire ogni volta che parla un Dirigente. Si chiami esso pure Palmieri, Pera, Tajani, Baget Bozzo, De Lillo.... e quanti altri ne vuoi. La loro candidatura non l'ho decisa io o altri fra i nove milioni di elettori che incautamente citi. L'elettore puà soltanto andare o non andare a votare, ma non ha deciso lui i nomi che si trova in lista sulla scheda. Spesso si tratta di un voto alla cieca. Bella democrazia! Insomma, sono molte le cose che non vanno e che bisogna discutere. E le discuteremo! Per adesso, mi preme sottolineare agli avversari o “nemici” interni a FI (e diamine se ce ne sono!) che in un partito ci si iscrive innanzitutto per discutere. Non per vendersi l'anima e il cervello all'On. Tizio o Caio. Né mi puoi ribattere: se non ti sta bene, te ne puoi andare! Non lo puoi assolutamente dire questo, innanzitutto perché è anticostituzionale (art. 49 che attribuisce un “diritto” al cittadino, non alla segreteria dei partiti) ed in secondo luogo perché negando al cittadino un diritto costituzionale verresti a legittimare il ritorno alla lotta armata e agli anni di piombo, stagione recente e dolorosa che non voglio qui ricordare oltre. Se ora esprimo la mia critica costruttiva e finalizzata ad una riforma democratica del partito (unitario), non puoi ipoteticamente obiettarmi di farlo "fuori" degli organi di partito. Se ti vai ad informare dai “ragazzi" di Ragionpolitica.it, troverai nei loro archivi la censura sui miei testi. Ragion per cui mi sono costituito un organo di espressione tutto mio. Di strada da fare insieme ne abbiamo molta. Buon fine settimana a te!

-----------

Rendere Forza Italia sempre più forte, «perché rappresenta il vero, grande baluardo della libertà e del rinnovamento morale e civile dell’Italia», come dice Silvio Berlusconi nella sua lettera aperta agli italiani per sollecitarli ad aderire a Forza Italia

Se già non l’hai fatto, aderisci o rinnova la tua adesione a Forza Italia e convinci anche altre persone a seguire il tuo esempio. Più siamo, più forti saremo e potremo incalzare il governo Prodi non solo in Parlamento ma in tutto il paese e, soprattutto, impegnandoci per vincere le elezioni amministrative del prossimo maggio.

Ieri il governo Prodi ha partorito il DICO, versione all’italiana della legge sui pacs. Si tratta di un intervento del governo in una materia dalla quale dovrebbe stare fuori, per lasciarla al dibattito parlamentare. Come molti esponenti azzurri hanno detto, si tratta di un compromesso al ribasso, ambiguo, utile per rinsaldare momentaneamente l’Unione e rimandare la resa dei conti più in là.

Infine, non dimenticare che domani, il 10 febbraio, è la Giornata del Ricordo, in memoria delle vittime italiane uccise nelle foibe dai comunisti. Solo grazie a una legge voluta dal nostro governo tre anni fa, finalmente questa pagina vergognosa è stata rimossa dall’oblio.

Grazie per l’attenzione. Buon fine settimana,


on. Antonio Palmieri
responsabile comunicazione elettorale e internet Forza Italia

L’indirizzo mailing-list@forza-italia.it viene utilizzato dal sistema di spedizione della news-letter. Noi non possiamo in alcun modo leggere l’eventuale posta spedita a questo indirizzo. Ti ricordiamo che se vuoi cancellarti dalla Mailing-list, puoi inviare un messaggio vuoto a: CancellamiDaContatto@forza-italia.it

–––––––––––––––––––

Note di commento a margine del documento inviatomi come Mailing-List dall’On. Palmieri:

Poiché «Noi (= Palmieri) non possiamo in alcun modo leggere l’eventuale posta spedita a questo indirizzo», d’ora in poi la mia risposta ed il mio commento alle spedizioni del Ministro della Propaganda sarà fatto in modo pubblico su questo mio Blog. Ed analogo utilizzo farò di tutti i messaggi archiviati e non cestinati: una pubblica disamina del loro contenuto che considero “proprio” dell'on. Palmieri e non del partito di cui rivendico come un diritto costituzionale ex art. 49 cost. la tessera sottoscritta. All’On. Palmieri ricordo che sono sempre pronto ad un pubblico dibattito sui temi della politica e mi permetto di insegnargli che la politica è la sfera della pubblicità. Politica è ciò che si svolge sulla piazza del paese (l’agorà degli antichi) ed è noto a tutti i cittadini, i quali possono darne un giudizio di approvazione o disapprovazione. La sagrestia è la negazione della politica. Pertanto, caro Palmieri, riguardo al tema del giorno, per informarti sulla posizione degli italiani, devi uscire in piazza. Non devi andare in sacrestia per sapere sulle posizioni politiche di "nove milioni di elettori” di Forza Italia, che dici di rappresentare. Intanto fra quei nove milioni ci sono pure io, che la penso un poco diversamente da te. E come facciamo a sapere come la pensano gli altri 9 milioni meno 1? Non basta un voto anonimo e cumulativo ad ogni morte di papa. Intanto ci sei te! E siamo a due meno. Poi mettiamoci un Marcello Pera e siamo a meno tre. Mettiamoci pure la numerosa famiglia dei De Lillo (dieci fratelli di cui uno prete?): se da costoro ci dobbiamo aspettare il “rinnovamento morale e civile”, ci vuole ancora qualche migliaio di anni, ossia molto pochi nella storia della chiesa. E così via. Resta un numeroso elettorato, la cui rappresentanza politica è mera finzione e di cui ci si può arrogare la volontà facendo credere tutto e il contrario di tutto in merito al suo contenuto e alla sua espressione. In Forza Italia “mai” ho potuto assistere a dibattiti e ad assemblee che non siano battimani a favore di chi ha affittato la sala o si veste di onorevole autorevolezza. Il colmo dell’ottusità politica lo trovo in quanti trionfalisticamente sostengono che il truffaldino astensionismo del 75 per cento equivalga ad un pronunciamneto positivo dei si. Più corretto sarebbe ritenere che i 75 abbiano inteso delegare la loro volontà ai 25 che si sono assunti l’onere della decisione e pertanto ben farebbero gli onn. come Palmieri ha considerare seriamente il 25 per cento dei voti espressi. Insomma, vale il principio pirandelliano: “uno, centomila, nessuno”, per esprimere il concetto che la volontà dei più è insondabile ed in pratica vale zero. Mi auguro che il progetto berlusconiano del partito unitario, di cui sono entusiasta, sia l’occasione per una profonda e radicale democratizzazione interna al partito. Se ciò non avverrà, il passaggio dal multipartitismo al bipartitismo non sarà un progresso democratico, ma una gravissima caduta indietro verso un regime dispotico, un sistema bipartico di spartizione del potere che sarà più tirannico e tremendo di quello hitleriano e staliniano. Altro che spauracchio del comunismo. Rischiamo di andare verso qualcosa di peggio.

E chiudo con una riflessione finale, che mi pare qui ben collocata. Assisto anche io ad una caduta verticale della squadra intorno a Prodi, uomo a cui non ho mai potuto dare il minimo credito e la cui ascesa al potere non mi spiego se non come quella del re Travicello, di cui altri hanno bisogno. Non so quanto tempo reggerà. Sono però preoccupato alla vista degli uomini che si apprestano a ritornare sulle poltrone insidiate. Una Moratti di nuovo all’Università? All'On. Mauro (responsabile del partito per l’università) dissi testualmente: che alle prossime elezioni FI vinca o perda per me docente universitario non incluso nella “potente lobby dei professori ordinari” non sarebbe cambiato nulla. Con questo sistema sistema politica in mano alle lobby trasversali (economiche, confessionali, accademiche...)
distribuite in tutti i partiti io vengo sempre e soltanto a perdere. Ai miei quattro lettori voglio ricordare la metafora manzoniana dei polli di Renzo che si beccavano fra di loro pur dovendo tutti finire in cucina! Ne usciremo fuori tutti (di destra, di centro, di sinistra) solo se riformeremo i modi della politica ed avremo imparato a confrontarci civilmente e laicamente (= la religione solo in chiesa e per chi la pratica!) sui temi della cosa pubblica e dell'interesse pubblica, deponendo il pessimo costume di vivere la politica con lo stesso spirito con cui si va allo stadio.

Nuove stupidaggini di Pera che attacca Berlusconi

Non ho voglia oggi di scrivere su questo Blog, occupandomi per giunta di Marcello Pera che parla di valori (dei “suoi” valori) e osa perfino attaccare Berlusconi, che con il buon senso si barcamena come può per tenere insieme la baracca. Per davvero non ho voglia di intervenire sul tema. Mi limito a ribadire alcune mie posizioni appena accennate ed in una forma drastica, per farne risaltare meglio la sostanza etica e concettuale.

Gli omosessuali? È questo il problema? È un problema la loro esistenza? Sono due e solo due le vie possibili: discriminarli fino alla loro persecuzione ed estinzione per costrizione delle loro pulsioni sessuali difformi (in quanto “peccato contro natura” salvo perdono post mortem e post purgatorio) oppure eliminandoli fisicamente mediante uccisione (rogo, gassificazione, prigione a vita, ecc.) o emarginazione sociale. Se qualche storico se ne vuole assumere l’onere, potrebbe essere istruttivo ripercorrere nel tempo il ruolo avuto nella società da parte degli omosessuali ovvero nella storia dei costumi sessuali. Sappiamo tutti per sommi capi che a un certo punto con l'irruzione del cristianesimo nella storia sono mutati una serie di istituti giuridici. Sono le famose “radici cristiane” sulle quali i suoi fautori meglio farebbero a stendere un velo pietoso. Se ne scoprirebbero di belle. Penso ad alcune rare ed erudite letture dove gli antichi “pagani” (= termine oltraggioso coniato dai cristiani trionfanti) seppellivano i loro dei di marmo per sottrarli alla furia iconoclasta dei cristiani. I costumi sessuali delle popolazioni precristiane erano liberi e senza la macchia del “peccato” (nuova categoria etico-concettuale introdotta dalla civiltà cristiana) con la quale verranno marchiate. Anche qui la ricostruzione storica può essere utile, istruttiva e illuminante. Il nostro progresso di moderni cristiani consiste nella trovata del “peccato”, dal quale occorre venir redenti con la somministrazione di appositi sacramenti ad opera di una casta sacerdotale che evita per per se gli oneri e la gabbia della famiglia e del matrimonio, ma la impone al loro “gregge”.

Se invece si reputa che un omosessuale non deve essere discriminato e ucciso, ma se ne debba riconoscere la piena dignità e parità di diritti ex art. 3 cost., allora se ne dev0no riconoscere i diritti che egli stesso reclama a tutela della sua condizione. Chi non è omosessuale, non può entrare nella testa di un omosessuale fino ad esplicitarne le domande giuridiche. I diritti non sono mai “concessi” ma sono sempre “conquistati”. La produzione di diritto è riconoscimento di una “domanda” di diritti che proviene da una società in continua trasformazione. Non solo. La stessa conoscenza di diritti è possibile nel momento in cui qualcuno reclama quei diritti. Diversamente il diritto neppure esiste: nessuno se ne accorge. In concreto, la migliore disciplina che si potrà dare alla materia su cui tanto si discute in questi giorni è quella rappresentata da una franca e chiara domanda proveniente dai settori di società interessati. Questo processo di produzione del diritto è però oscurati dalle strida delle gerarchie ecclesiastiche che se tanto amano il matrimonio farebbero bene innanzitutto a praticarlo loro stessi anziché “peccare” in abiette e ipocrite pratiche pedofile, che la magistratura americana ha ampiamente scoperto e punito. In realtà trattasi di carità “pelosa”, dove non stanno a cuore né la famiglia con padre, madre e figli, ma un equilibrio di potere, una forma di società da cui preti e politici di sacrestia traggono potere e legittimazione. A quanti si riempiono la bocca con la parola “famiglia” e “matrimonio” (che nessuno tocca) basterebbero chiedere di rivoltare il proverbio secondo cui “i panni sporchi si lavano in famiglia”, istituendo “lavatoi pubblici” di quanto succede “dentro” le famiglie e dentro il matrimonio. Sarebbe una rivoluzione culturale che darebbe a tutti una maggiore senso della dignità e della verità.

L'altra sera a “Porta a Porta” ho dovuto subire l'ennesima offesa al mio buon senso. Perfino la Bindi si è dimostrata più avanzata e progressista del “sociale” e “destro” Alemanno, che ormai è troppo calato dentro i suoi panni di deputato ma che non riesco a pensare se non nei panni di “ragazzo” del Movimento Sociale, quando lo vidi per la prima volta. Da allora è salito come livello di reddito, ma non di intelligenza. Con la Bindi ha pure dato prova di ignoranza in una materia che come nostro Legislatore (!) aveva il dovere di conoscere. E che dire di Buttiglione di cui ricordo gli esordi delnociani e la cui carriera e ascesa politica non sarebbe mai stata né pensabile né possibile fuori dalle sacrestie. Aspettare una “verità” da Buttiglione è come chiedere al vinaio se è buono il vino che vende. Se avessi potuto ribattergli da questa parte dello schermo televisivo quando invocava la nostra sgangherata costituzione per la difesa del “matrimonio” (che nessuno minaccia a gloria di tutti i preti che “non” si vogliono sposare), gli avrei fatto leggere l'art. 3 della stessa costituzione che fissa il principio di eguaglianza e che è più importante di tutti gli altri messi insieme. Dalla costituzione “in senso formale” si trova fuori tutto quello che riguarda il complesso dei privilegi della chiesa e del cattolicesimo. Lo stesso art. 3 a ben vedere “libera” la religione dal cattolicesimo e dalle tante Ruine d’Italia.

A quelle mente “eccellente” di Pera occorrebbe obiettare che religione e cattolicesimo non sono termini equivalenti. Grazie ai suoi apporti “confessionali” e “papisti” i due termini sono diventati contradditori e antitetici. Chi vuole oggi rivendicare un suo diritto alla religione lo può fare solo in una posizione contro i tanti Pera, Ferrara, Buttiglione.... fino a Ratzinger e Ruini. Per chiudere questa mia sfuriata di prima mattina osservo che in Forza Italia deve esservi piena libertà di coscienza in materia di etica e di religione. Con i fratelli De Lillo e con i loro trascorsi referendari ho ancora un conto aperto che non sono disposto a chiudere fino a quando uscirò sulla piazza politica. Nel momento in cui ricevo da Berlusconi una Lettera circolare per la Federazione dei partiti del centro-destra gli ricordo il principio cavouriano e liberale della “libera chiesa in libero Stato”. Caro Silvio, non puoi pensare di dirti liberale e poter parlare di Libertà solo perché ormai di liberali e di libertà non ve ne è più in questo paese e nessuno può contraddirti. A Marcello digli di farsi prete e di andarsene in Africa ad evangelizzare quelli a cui la Chiesa proibisce l’uso del preservativo.

mercoledì, febbraio 07, 2007

Appello di Berlusconi per la costituzione del Partito unitario

Ho ricevuto nella mia qualità di Presidente di Club e di Coordinatore provinciale dei Clubs di Reggio Calabria una lettera circolare di Silvio Berlusconi che pubblico qui di seguito. La prospettiva del partito unitario mi ha attratto fin dal momento della costituzione di questo blog di militanza politica.

Al suo solito Berlusconi ha messo in movimento un apparato industriale per il raggiungimento dell'obiettivo. Intendo riferirmi al “numero verde” a cui ho telefonato per dare le mie coordinate e in attesa di essere contattato da un responsabile regionale. Non ho potuto parlare in senso politico con il “numero verde” ed è inutile tentare di farlo. Sono stato però ieri sera a cena con vecchi amici, tutti maturi negli anni, a cui ho chiesto di ritornar giovani, trovando il gusto dell’impegno politico nella prospettiva del partito unitario di centro-destra.

Questo Blog pertanto è gia tecnicamente predisposto per la loro collaborazione. Quando lo vorranno, avendone il tempo e la voglia, scriveranno dei loro propri articoli su temi che sceglieranno loro liberamente. Pur avendo io costituito il blog ed assumendomi l’onere della gestione tecnica, non sono assolutamente il loro direttore. Hanno la piena titolarità ed autonomia delle loro opinioni. Può perfino darsi che su molti temi ci troveremo in dissenso. Sarà una bella occasione per consolidare la nostra amicizia discutendo le nostre opinioni politiche.

Ad esempio, sul piano redazionale, mi hanno già detto ieri che sono troppo lungo con i miei testi. Faccio tesoro delle loro critiche. Annuncio però che il problema della lunghezza dei testi di ogni singolo articolo potrà presto essere risolto con l’introduzione tecnica dei links interni, che ho già sperimentato ma finora peno successo. Risolto il problema tecnico, ognuno potrà dare ai suoi testi la dimensione che ritiene opportuna e adatta all’argomento. Potrà anche essere scritto un libro e certamente quel lungo saggio che non si può pubblicare in un quotidiano. Basterà semplicemente dividerlo in capitoli e paragrafi, unendoli nella forma dell'ipertesto che è comunissima in internet. Il potente soft messo gratuitamente a disposizione dalla Google consente queste cose e altro.









Il Presidente
Roma, gennaio 2007

Caro Presidente, cari amici tutti dei Club Forza Italia,

mi rivolgo a Voi innanzitutto con un sentimento di profonda gratitudine. So bene quanto avete fatto con generoso entusiasmo in tutti questi tredici anni per il successo delle nostre iniziative!
Nei primi mesi del 1994 è stata proprio la valanga delle Vostre appassionate adesioni al mio invito a scendere in campo a dare forza e convinzione al nostro sogno! Siamo riusciti allora a creare dal nulla in pochissimo tempo un robusto e credibile fronte liberale, restituendo così finalmente rappresentanza e voce politica ai milioni di italiani moderati e riformisti. Abbiamo evitato che agli italiani venisse imposto un regime dominato dalla sinistra.

La Vostra coraggiosa azione di presenza tra i cittadini, di testimonianza nelle nostre, di sostegno e di supporto nelle competizioni elettorali è continuata generosa in tutti questi anni. Nelle Vostre fila si sono formati politicamente tanti amici ora impegnati nella vita dei Partito o eletti nelle pubbliche Amministrazioni. E soprattutto siete stati capaci di mantenere sempre viva la fiamma dello “spirito del 1994”.

Vi scrivo per chiederVi ora uno sforzo ulteriore e generoso. Dobbiamo assolutamente consolidare e rafforzare lo schieramento liberale. Vedete bene quello che sta succedendo al governo del Paese: una coalizione politica al potere per una manciata di voti sta opprimendo i cittadini con un incredibile appesantimento fiscale in nome della falsa necessità di far quadrare i conti dello Stato, con lo scopo vero di procurarsi le prebende per le proprie clientele e garantirsi, quindi, il loro supporto elettorale. Il rischio per la nostra libertà economica, e non solo, è tornato ad essere grave.

Preoccupati della serietà della situazione, dopo il formidabile successo della manifestazione del 2 dicembre a Roma contro la Legge Finanziaria, abbiamo lanciato l’iniziativa di una Federazione tra i partiti del centro-destra. L’iniziativa sta riscuotendo un convinto e generale apprezzamento. Sono fiducioso che il nostro approdo sarà la formazione di un unico grande Partito di centrodestra, ispirato nella propria azione ai principi e ai valori del Partito Popolare Europeo: il Partito della Libertà.

A questo riguardo ritengo indispensabile un’azione coordinata, presente su tutto il territorio nazionale e svolta da migliaia e migliaia di Circoli della Libertà, che dovranno essere aperti a tutti i cittadini moderati e riformisti senza vincoli di tessere di partito. Faccio quindi appello a Voi, Presidenti, Dirigenti e Membri dei Club Forza Italia, perché Vi adoperiate per promuovere sul Vostro territorio i Circoli della Libertà.

Il coordinamento dei Circoli sarà assicurato dall’Associazione Nazionale “Circolo della Libertà”, presieduta dalla dott.ssa Michela Vittoria Brambilla, Presidente dei Giovani Imprenditori di Confcommercio. A questa Associazione hanno aderito le reti dei Circoli che fanno capo all’On. Ferdinando Adornato, al Presidente Raffaele Costa e al Sen. Marcello Dell’Utri.

Confido in una Vostra risposta pronta e generosa e Vi rinnovo il mio sentito ringraziamento.

Cordialmente

Silvio Berlusconi

----------
Ai Presidenti dei Club Forza Italia
Loro Sedi