Come regolare tesserato a Forza Italia rivendico una posizione politica affatto distinta da quella di un Mario Mauro o Antonio Tajani, al quale ritiro idealmente il voto dato per l'elezione al parlamento europeo. Non poteva disattendere in modo più assoluto e radicale quelli che sono i miei intendimenti: eccolo il volto nascosto della democrazia! Il mio contrasto sarà tuttavia massimo solo che mi si consenta di parlare in dibattiti interni di partito che non hanno mai luogo in Forza Italia, ovvero quando hanno luogo poco spazio è concesso al dissenso verso quelli che pagando la sala di qualche lussuoso e costoso albergo pensano per questo di aver comprato anche il cervello e la coscienza dei convocati al raduno. Dell'on. Mario Mauro (da me qualche volta avvicinato) so che proviene da "Comunione e liberazione". Non mi piace esprimermi in questi termini, ma visto che da altri tanto si parla di nazismo, anche se a vanvera, penso francamente che un simile appellativo lo meritino più i fanatici di Comunione e liberazione, ahimé confluiti in Forza Italia, che non gli olandesi, che sono un paese molto più avanti di noi in fatto di diritti civili e di tutela e protezione dei disabili. Tecnicamente non posso e non voglio qui entrare nel merito di una questione delicata che in Olanda ha già avuto la massima attenzione e considerazione prima di giungere ad una decisione parlamentare, mentre tipi come Giovanardi non sono in grado di apportare nessun approfondimento in questioni bio-etiche, ma vogliono soltanto alzare un polverone per raccogliere voti e consensi nell'area del fanatismo religioso. Perché proprio di questo si tratta, non riuscendo a dare loro il benché minimo credito sul piano della religiosità. Il ministro Giovanardi, privo di ogni minimo senso dello stato, ha provocato guasti nelle relazioni diplomatiche con l'Olanda. E' inammissibile.
Come pagano superstite, nostalgico della religiosità precristiana, non posso che sentire sconcerto e disgusto con questa storia della radici cristiane, che poi si intendono cattoliche: e porrei anche una contraddizione di fondo fra originario cristianesimo e cattolicesimo al potere, che poco si distingue dal clero giudaico che mise a morte un Gesù Cristo che ne minacciava il potere ecclesiastico. Sarebbe quanto mai istruttiva una nuova storiografia che illustrasse il processo violento con cui il cattolicesimo, proclamato religione di Stato, ha estirpato le vere radici dell'Europa che affondano nel mondo greco-romano. Ma non c'è peggior sordo di chi non vuol stare a sentire e qui mi fermo: il tema delle vere radici mi è caro e ben diversamente da come pensano i Mauro e i Tajani. Solo il politeismo (o relativismo) dei valori e delle fedi religiose può consentire la costruzione di un'Europa che si collochi nell'area geopolitica del mondo antico e viva in una comunione pacifica di popoli con tutta la ricchezza e diversità delle loro culture fatte di fedi e valori diversificate.
Questo Blog continua i testi fino ad oggi 26 settembre 2025 pubblicati in facebook e censurati. L'informazione cartacea, televisiva e tipo fb è parte integrante e propulsiva della guerra in corso in Medio Oriente, in Ucraina, nel mondo. Noi esercitiamo una riflessione sulle notizie che ci arrivano e ne decostruiamo i testi. La censura si fa ogni giorno più pervasiva; ad essa si accompagna la manipolazione mediatica.
venerdì, marzo 24, 2006
mercoledì, marzo 22, 2006
Sgrena: valeva la pena morire per lei?
La recente dichiarazione di Giuliana Sgrena a proposito della morte di Quattrocchi pare a me alquanto ignobile. I morti si dovrebbero rispettare. Ma la signora Sgrena mi consente ora di levarmi un sassolino dalle scarpe, cosa che prima non osavo fare. Fin dal primo momento non ho mai pensato che il sacrificio di Nicola Calipari valesse la vita di Giuliana Sgrena. Non ricordo bene le vicende, ma se non erro Giuliana Sgrena era voluta andare di sua scelta nel posto in cui l'hanno rapita. Ed aveva anche un suo obiettivo politico che non era l'informazione pura e semplice, come era stato il caso del radicale Antonio Russo. Ebbene, il governo italiano (di centrodestra) avrebbe dovuto abbandonarla al suo destino e non mandare Calipari a rimetterci la vita ed a fare la pessima figura che abbiamo fatto, subendo dagli USA una pesante umiliazione. Rettificherò queste mie affermazioni se scoprirò che la memoria mi inganna sui dati di fatto. Ma in ogni caso perché Giuliana Sgrena non vuole lasciare neppure al presidente della Repubblica l'esercizio delle sue prerogative? Se si deve dare qualche medaglia a qualcuno che è morto si deve chiedere il parere di Giuliana Sgrena o dei suoi compagni del Manifesto? Una medaglia che si dà ad uno che è morto non è la stessa cosa di un premio giornalistico che magari verrà dato alla stessa Giuliana per il suo splendido libro. La morte – diceva Totò – è una cosa seria. La vanità è dei vivi. La stupidità pure. Giuliana non lo ha appreso neppure vedendo quel disgraziato di Nicola Calipari morire per lei che proprio non lo meritava. Ma Calipari (un mercenario calabrese) ha fatto il suo dovere ubbidendo al suo governo per salvare una sua concittadina la cui professione (mercenaria) consisteva proprio nel dileggiare quel governo, che forse ha pure sborsato soldi dei contribuenti che potevano essere spesi molto meglio altrove.
Leggo ancora dalla rassegna stampa che riporta il pensiero della redazione del Manifesto:
«...Gabriele Polo è direttore de Il manifesto, il giornale che più si è opposto ai riconoscimenti in memoria di Fabrizio Quattrocchi. Sul quotidiano di via Tomacelli uscirono titoli durissimi, e vignette di Vauro al fulmicotone. Anche oggi, dopo la medaglia d'oro del presidente della Repubblica il manifesto non ha cambiato idea. In questi mesi il giornale lo ha definito in diversi modi: «Mercenario», «Body guard» (e qualcuno tra i lettori ha protestato), poi «aspirante contractor»: anche solo le parole con cui titolare su di lui hanno creato un animato dibattito interno. La condirettrice Mariuccia Ciotta, al Corriere della Sera, aveva detto: «Eroi sono quelli che danno la vita per gli altri». Ecco come Polo spiega la scelta editoriale del quotidiano che dirige »...
E così commento:
a) Intanto è importante "come" si muore. La frase: "vi faccio vedere come muore un italiano" fa riferimento all'essere "italiano", cosa che probabilmente non esiste nella cultura di Giuliana Sgrena e dei suoi commilitoni del manifesto che irridono ai valori nazionali e si eccitano a tutto ciò che pare loro antinazionale. Diverso sarebbe stato il caso se le ultime parole di Quattrocchi fossero state per la squadra del cuore (Milan, Lazio, Juventus) o per un qualsiasi fatto privato. Invece ha immolato il suo ultimo istante in un valore che si va sempre più perdendo (è il caso di Giuliana Sgrena). E questo significa dare valore anche alla morte di Nicola Calipari, al quale diversamente si dovrebbe soltanto dire che è morto non da eroe, ma da... coglione. Cosa che ovviamente non penso e non dico. Comparativamente direi che tra le due morti è più carica di significato la morte di Quattrocchi che non quella di Calipari: Quattrocchi ha affrontato la morte, Calipari l'ha subito per un banale e tragico incidente. Entrambi però meritano il massimo rispetto senza scale di merito. "Essere italiani" significa ancora che si può non essere della stessa opinione politica di altri italiani, ma quando vi è di mezzo una guerra prevalgono le ragioni dell'unità politica ed è massimo il dovere di solidarietà: questo vuol dire essere italiani. Altrimenti si è "proletari" (ne esistono ancora?) o giornalisti de "il Manifesto", per i quali è bene starsene a casa se succede loro qualcosa.
b) In secondo luogo il Quattrocchi era un mercenario come lo sono poliziotti e carabinieri, giudici e politici, e chiunque altro riceva uno stipendio per un lavoro che dovrebbe essere sempre considerato come dignitoso fintantoche è lecito. Ma è insensato il tacciare offensivamente di "mercenario" il povero Quattrocchi in un momento in cui si vanno sostituendo i soldati professionali con i militari di leva. Anche i morti di Nassiriya erano dei mercenari. Ricevono uno stipendio e sono soldati professionali.
Bah! Non mi sembra che la Sgrena meriti altra attenzione, anche se con la pubblicità che ha avuta dalla morte di Calipari qualche affaruccio lo ha fatto, in ultimo al suo libro sul "fuoco amico" che non credo mi capiterà di dover leggere. La sua ultima, più grande e definitiva pubblicità è quella derivante dall'indignazione che ha suscitato.
Leggo ancora dalla rassegna stampa che riporta il pensiero della redazione del Manifesto:
«...Gabriele Polo è direttore de Il manifesto, il giornale che più si è opposto ai riconoscimenti in memoria di Fabrizio Quattrocchi. Sul quotidiano di via Tomacelli uscirono titoli durissimi, e vignette di Vauro al fulmicotone. Anche oggi, dopo la medaglia d'oro del presidente della Repubblica il manifesto non ha cambiato idea. In questi mesi il giornale lo ha definito in diversi modi: «Mercenario», «Body guard» (e qualcuno tra i lettori ha protestato), poi «aspirante contractor»: anche solo le parole con cui titolare su di lui hanno creato un animato dibattito interno. La condirettrice Mariuccia Ciotta, al Corriere della Sera, aveva detto: «Eroi sono quelli che danno la vita per gli altri». Ecco come Polo spiega la scelta editoriale del quotidiano che dirige »...
E così commento:
a) Intanto è importante "come" si muore. La frase: "vi faccio vedere come muore un italiano" fa riferimento all'essere "italiano", cosa che probabilmente non esiste nella cultura di Giuliana Sgrena e dei suoi commilitoni del manifesto che irridono ai valori nazionali e si eccitano a tutto ciò che pare loro antinazionale. Diverso sarebbe stato il caso se le ultime parole di Quattrocchi fossero state per la squadra del cuore (Milan, Lazio, Juventus) o per un qualsiasi fatto privato. Invece ha immolato il suo ultimo istante in un valore che si va sempre più perdendo (è il caso di Giuliana Sgrena). E questo significa dare valore anche alla morte di Nicola Calipari, al quale diversamente si dovrebbe soltanto dire che è morto non da eroe, ma da... coglione. Cosa che ovviamente non penso e non dico. Comparativamente direi che tra le due morti è più carica di significato la morte di Quattrocchi che non quella di Calipari: Quattrocchi ha affrontato la morte, Calipari l'ha subito per un banale e tragico incidente. Entrambi però meritano il massimo rispetto senza scale di merito. "Essere italiani" significa ancora che si può non essere della stessa opinione politica di altri italiani, ma quando vi è di mezzo una guerra prevalgono le ragioni dell'unità politica ed è massimo il dovere di solidarietà: questo vuol dire essere italiani. Altrimenti si è "proletari" (ne esistono ancora?) o giornalisti de "il Manifesto", per i quali è bene starsene a casa se succede loro qualcosa.
b) In secondo luogo il Quattrocchi era un mercenario come lo sono poliziotti e carabinieri, giudici e politici, e chiunque altro riceva uno stipendio per un lavoro che dovrebbe essere sempre considerato come dignitoso fintantoche è lecito. Ma è insensato il tacciare offensivamente di "mercenario" il povero Quattrocchi in un momento in cui si vanno sostituendo i soldati professionali con i militari di leva. Anche i morti di Nassiriya erano dei mercenari. Ricevono uno stipendio e sono soldati professionali.
Bah! Non mi sembra che la Sgrena meriti altra attenzione, anche se con la pubblicità che ha avuta dalla morte di Calipari qualche affaruccio lo ha fatto, in ultimo al suo libro sul "fuoco amico" che non credo mi capiterà di dover leggere. La sua ultima, più grande e definitiva pubblicità è quella derivante dall'indignazione che ha suscitato.
martedì, marzo 21, 2006
Casi di coscienza e problemi di democrazia interna
Lettera aperta
- Al Presidente del Partito Silvio Berlusconi
- Al coordinatore nazionale Sandro Bondi
- Al Vicecoordinatore Fabbrizio Cicchitto
- Al Coordinatore Regionale dei Clubs della Calabria Fabbrizio Russo
- Al Presidente Nazionale dei Clubs Guido Possa
E' stato da me creato un blog con titolo FARE POLITICA IN FORZA ITALIA allo scopo di promuovere il dibattito fra gli iscritti a Forza Italia e fra quanti già elettori di Forza Italia intendano impegnarsi maggiormente con una iscrizione al Club telematico tiberino, facendo seguire un formale tesseramento a Forza Italia. Il mio impegno è articolato su un piano nazionale, dalla Calabria alla Lombardia passando per il Lazio.
Dopo l'incontro televisivo Berlusconi/Prodi avevo reso pubblica la mia posizione in data 15 marzo dichiarando che uscivo dall'area della indecisione e dell'astensione per un voto espressamente orientato sulla persona di Silvio Berlusconi, al quale riconoscevo il merito principale di avermi consentito un impegno politico impossibile in altri partiti. Scendevo perciò anche io in campo, assumendo iniziative politiche che hanno determinato importanti successi elettorali nell'area geografica scelta per la mia attività di partito. L'incontro televisivo mi induceva dunque a superare le riserve qui appresso chiarite e ora risorte con prepotenza.
Essendo io iscritto al voto nei collegi del Lazio, ho preso solo ieri conoscenza della lista dei candidati in lizza per Forza Italia alla Camera e al Senato. La nuova legge elettorale consente il solo voto di lista senza indicazione della preferenza. Trovando in detta lista almeno tre nominativi che in coscienza non mi sento di poter votare sia pure indirettamente attraverso il voto di lista, è sorto in me un difficile caso di coscienza che ho tentato di risolvere subito telefonando agli Uffici nazionali di Via dell'Umiltà per sapere cosa in questi casi preveda lo Statuto del partito. Il personale in servizio non mi è parso molto competente sul quesito, ma alla fine mi è stata riconosciuta libertà di comportamento, pur professando io piena fedeltà al partito di Forza Italia, alla quale sono iscritto dal 2002 rivestendo importanti cariche territoriali.
Nella mia professione di giurista e docente di filosofia del diritto nell'Università di Roma e in presenza di uno Statuto di partito lacunoso e in buona parte disapplicato, ritengo di dover cercare con maggiore sicurezza nella mia stessa dottrina la più corretta interpretazione dell'art. 49 della costituzione con riferimento al caso presente che mi vede direttamente coinvolto come iscritto ad un partito politico ex art. 49 citato, come cittadino nella pienezza dei suoi diritti, come elettore il prossimo 9 aprile.
Ciò premesso, passo ad illustrare le ragioni che con mio grande rincrescimento e costernazione mi impediscono di votare il simbolo di Forza Italia per assoluta incompatibilità con almeno tre candidati in lista, i cui nomi non faccio qui pubblicamente ma che potranno essere resi noti ai superiori organi dirigenti, ove di ciò mi venga richiesto. Ritengo tuttavia che la faccenda qui descritta abbia carattere politico e pubblico e non esistano motivi di privatezza. Nella pubblicità commerciale si può fare propaganda a favore di un prodotto ma non contro un altro. Io ritengo che in campagna elettorale si possa e si debba poter giudicare negativamente quei candidati che hanno demeritato la fiducia loro accordata in precedenti tornate. La polemica nei loro confronti non è però adesso oggetto della presente.
Il caso. In occasione dell'ultima vicenda referendaria ricevevo al mio indirizzo romano un invito su carta intestata del Gruppo consiliare di Forza Italia presso la regione Lazio. Si trattava di un convegno con un titolo eloquente: "Non andate a votare". Avendo io votato alla regione Lazio l'on. che mi recapitava un simile invito, mi premuravo di far sapere alla sua segreteria che ero di diverso avviso e chiedevo di poter motivare la mia posizione nel corso del convegno organizzato all'Hotel Parco dei Principi, dove mi recavo puntualmente trovando perfino posto in seconda fila. Il convegno era organizzato però in modo da consentire la parola solo agli oratori previsti che esponevano ognuno posizioni astensioniste e nettamente clericali. Non era possibile nessun contradditorio e nessuna espressione di dissenso. Addirittura uno degli oratori lì presenti e che ora trovo in lista apostrofava il pubblico presente con un fascistico appello: «Siamo o non siamo cattolici?». Qualcuno rispondeva: "Lo sono, ma con qualche dubbio". Io riuscivo a gridare: «Sono un pagano greco-romano!».
Era ormai chiaro che chi mi aveva invitato, per mio scorno da me votato alle ultime elezioni regionali e risultato eletto, non mi avrebbe consentito di poter parlare, ma solo mi era concessa la scelta di applaudire o di starmene seduto in silenzio. Mio malgrado e con insospettata energia e veemenza, in modo assolumente contrario al mio carattere schivo e timido, scattai dalla sedia come se avessi sotto una molla, appena le mie orecchie percepirono in meno di un minuto le enormità proferite da un deputato europeo, pure da me votato ed eletto. Costui in breve sequenza affermava anche in risposta ad una mia ornai incontenibile insofferenza che:
1°) la riunione organizzata in quel luogo e pagata non so con quali fondi non era una manifestazione di Forza Italia direzione nazionale che lasciava ad ognuno libertà di coscienza nel voto referendario, ma era invece una manifestazione indetta dal Gruppo consiliare di Forza Italia presso la Regione Lazio, come se si trattasse di cose assolutamente diverse. Ritenevo e ritengo ciò un insulto alla comune intelligenza di ogni elettore e cittadino.
2°) Spiegava che il voto refendario non costituiva dovere civico. Era invece dovere civico il voto alle elezioni politiche, amministrative, europee. In pratica costituiva un dovere civico votare lui e gli altri organizzatori del convegno. L'argomentazione è parsa e pare tuttora di un'assoluta mancanza di pudore.
3°) Venendo sul merito dei quesiti referendari sosteneva che erano così difficili che neppure lui riusciva a capirli e che quindi anche gli elettori non potessero capirci nulla. Fu questo l'argomento che mi fece irritare più di ogni altro, facendomi andare in escandescenze in un luogo pubblico, cosa per me assolutamente inedita. Infatti, se deve valere qualcosa la finzione del popolo sovrano, dire quel che il deputato europeo (da me votato!) disse equivale a dire che il popolo (= il sovrano) è ignorante. Ma ciò significa in termini costituzionali: alto tradimento e lesa maestà.
Scattai dalla sedia professandomi ignorante per aver votato un simile deputato al Parlamento europeo e alla regione Lazio un altro, che gli stava seduto accanto e che era stato l'anima dell'organizzazione del convegno insieme al suo più giovane e ambizioso fratello, di cui già in quella sede si annunciava la candidatura alle politiche. Seguì una serie di botta e risposta, dove purtroppo mi toccava rivestire il ruolo sgradito del guastafeste che non sa stare al posto che gli è stato assegnato. Ricordo che in quella manifestazione vi fu un violento attacco da parte di uno degli odierni candiati verso l'on. Fini che a mio avviso del tutto correttamente aveva avvertito del carattere democraticamente diseducativo della campagna astensionistica. Con pieno diritto si sarebbe potuto e dovuto votare a favore o contro i quesiti refendari, ma indicare la via dell'astensione in presenza di un quorum truffaldino significava venir meno ai principi elementari della democrazia. Non bisogna scomodare il nazismo per lamentarsi della mancanza di democrazia: guardiamo prima in casa nostra! Essere poi contravvenuti all'indicazione data dal partito di piena libertà di coscienza, rende la cosa ancora più grave.
Nella concitazione che seguì in presenza di un folto pubblico il deputato regionale da me votato irrise sul voto da me a lui dato e mi fece intendere che potevo non votarlo, che non dovevo votarlo, che potevo votare un altro e simili cose senza approfondimenti formali che il momento ed il luogo non consentiva. Mi rammaricai in effetti di non aver votato una mia collega docente della Sapienza che era pure in lista. Io votai l'on. Innominato in sostanza dietro segnalazione dell'On. Guido Possa che per la prima ed unica volta mi scrisse in quel frangente elettorale. Non ha mai risposto alle mie numerose missive dove lo informavo sulla situazione territoriale del partito e sulla situazione universitaria, ma mi scriveva solo adesso per chiedermi di votare quel candidato a scapito di altri che meglio avrebbero meritato il voto mio e di altri che mi imitarono nel voto.
Non accettai più inviti di nessun genere a convegni organizzati dai soggetti di cui si parla. Ho perfino chiesto alle loro segreterie di cancellare il mio nome dai loro indirizzari, ma continuano a disturbarmi con inviti a rinfreschi e cene o pseudoconvegni sui quali non hanno la benché minima competenza scientifica, ma che servono soltanto a fare pubblicità al loro nome in vista di ricorrenze come quella prossima del 9 aprile.
Orbene, si pone il caso che pongo all'attenzione degli organi competenti e degli iscritti. Non solo non posso votare in coscienza quei nomi, ma ciò corrisponde anche ad una loro espressa richiesta: di non votarli! Orbene, per quanto mi riguarda non intendo dimettermi da Forza Italia. Ritengo che nell'occasione narrata i soggetti in questione abbiano loro violato lo statuto del partito e in considerazione della loro maggiore responsabilità siano loro passivi di espulsione dal partito o almeno di censura: ed invece me li trovo in lista! Sono disposto a presentare formale denuncia ai Probi Viri di partito, ma senza adire la magistratura ordinaria: come privato cittadino ho ben altri problemi e la mia vita era abbastanza tranquilla fino a quando, accogliendo l'invito del presidente Berlusconi, non mi sono deciso anche io a scendere in campo con risultati di indubbio successo per Forza Italia nella località di referimento. Restando ancora sull'argomento ritengo un'ulteriore scorrettezza il fatto che i soggetti innominati ancora in costanza di mandato amministrativo pensino già, se eletti al parlamento, di dismettere il mandato amministrativo per il quale hanno avuto pure il mio voto, che purtroppo non mi è costituzionalmente consentito di revocare.
In conclusione, mantengo il mio leale impegno verso quel partito (Forza Italia) di cui ho preso la tessera in ottemperanza all'art. 49 della costituzione. Accetto un eventuale sindacato della mia posizione con possibilità di esporre ed argomentare ulteriormente le mie ragioni e le mie accuse. Ritengo di avere piena libertà in quanto elettore di comportami come meglio riterrò opportuno alle prossime elezioni. Se Forza Italia dovesse uscire pesantemente sconfitta sul piano elettorale, come prevedo, manterrò la mia adesione al partito e mi adopererò perché all'interno del partito stesso si sviluppi la democrazia interna. Continuerò ad impegnarmi affinché cresca l'adesione dei cittadini ad una Forza Italia rinnovata e meglio radicata nel territorio. Perché ciò sia concretamente possibile è però necessario che io segua i miei convincimenti e la mia coscienza.
Mi rendo conto della lunghezza di questa lettera, che certamente passerà inosservata come tutte le altre, non solo mie ma di quanti, iscritti prima di me, hanno lasciato il partito per la disattenzione loro riservata. Tutti questi bravi militanti si sono sentiti prima strumentalizzati ed usati, ma poi quando chiedevano di essere ascoltati per poter poi riferire alla base, non trovavano neppure udienza e non avevano perciò "risposte da poter dare alla gente". Si sono sentiti per questo legittimati a lasciare Forza Italia, anche perché la mancata riforma dello statuto (i clubs dovevano essere rivitalizzati) non dava loro strumenti per poter operare politicamente con efficacia e sicurezza. Mantengo con loro rapporti di amicizia e di stima, anche se non li seguo nella loro condotta per una diversa genesi e strutturazione del mio impegno politico. La mia diversa strategia è invece quella di contestare i vertici, come sto facendo e se ritengo di averne fondati motivi. Il mio obiettivo è volto alla costruzione di una migliore democrazia interna e di una più efficiente partecipazione dei cittadini che intendono prendere sul serio il dettato dell'art. 49 della costituzione, scegliendo l'iscrizione ad un partito democratico anziché la via dell'eversione violenta o la rassegnazione della vita privata.
Con i migliori saluti
Antonio Caracciolo
- Docente di filosofia del diritto presso il Dipartimento di Teoria dello Stato dell'Università degli Studi "La Sapienza" di Roma
- Presidente del Club di FI di Seminara (R.C.)
– Coordinatore provinciale dei Clubs di Reggio Calabria
- Al Presidente del Partito Silvio Berlusconi
- Al coordinatore nazionale Sandro Bondi
- Al Vicecoordinatore Fabbrizio Cicchitto
- Al Coordinatore Regionale dei Clubs della Calabria Fabbrizio Russo
- Al Presidente Nazionale dei Clubs Guido Possa
E' stato da me creato un blog con titolo FARE POLITICA IN FORZA ITALIA allo scopo di promuovere il dibattito fra gli iscritti a Forza Italia e fra quanti già elettori di Forza Italia intendano impegnarsi maggiormente con una iscrizione al Club telematico tiberino, facendo seguire un formale tesseramento a Forza Italia. Il mio impegno è articolato su un piano nazionale, dalla Calabria alla Lombardia passando per il Lazio.
Dopo l'incontro televisivo Berlusconi/Prodi avevo reso pubblica la mia posizione in data 15 marzo dichiarando che uscivo dall'area della indecisione e dell'astensione per un voto espressamente orientato sulla persona di Silvio Berlusconi, al quale riconoscevo il merito principale di avermi consentito un impegno politico impossibile in altri partiti. Scendevo perciò anche io in campo, assumendo iniziative politiche che hanno determinato importanti successi elettorali nell'area geografica scelta per la mia attività di partito. L'incontro televisivo mi induceva dunque a superare le riserve qui appresso chiarite e ora risorte con prepotenza.
Essendo io iscritto al voto nei collegi del Lazio, ho preso solo ieri conoscenza della lista dei candidati in lizza per Forza Italia alla Camera e al Senato. La nuova legge elettorale consente il solo voto di lista senza indicazione della preferenza. Trovando in detta lista almeno tre nominativi che in coscienza non mi sento di poter votare sia pure indirettamente attraverso il voto di lista, è sorto in me un difficile caso di coscienza che ho tentato di risolvere subito telefonando agli Uffici nazionali di Via dell'Umiltà per sapere cosa in questi casi preveda lo Statuto del partito. Il personale in servizio non mi è parso molto competente sul quesito, ma alla fine mi è stata riconosciuta libertà di comportamento, pur professando io piena fedeltà al partito di Forza Italia, alla quale sono iscritto dal 2002 rivestendo importanti cariche territoriali.
Nella mia professione di giurista e docente di filosofia del diritto nell'Università di Roma e in presenza di uno Statuto di partito lacunoso e in buona parte disapplicato, ritengo di dover cercare con maggiore sicurezza nella mia stessa dottrina la più corretta interpretazione dell'art. 49 della costituzione con riferimento al caso presente che mi vede direttamente coinvolto come iscritto ad un partito politico ex art. 49 citato, come cittadino nella pienezza dei suoi diritti, come elettore il prossimo 9 aprile.
Ciò premesso, passo ad illustrare le ragioni che con mio grande rincrescimento e costernazione mi impediscono di votare il simbolo di Forza Italia per assoluta incompatibilità con almeno tre candidati in lista, i cui nomi non faccio qui pubblicamente ma che potranno essere resi noti ai superiori organi dirigenti, ove di ciò mi venga richiesto. Ritengo tuttavia che la faccenda qui descritta abbia carattere politico e pubblico e non esistano motivi di privatezza. Nella pubblicità commerciale si può fare propaganda a favore di un prodotto ma non contro un altro. Io ritengo che in campagna elettorale si possa e si debba poter giudicare negativamente quei candidati che hanno demeritato la fiducia loro accordata in precedenti tornate. La polemica nei loro confronti non è però adesso oggetto della presente.
Il caso. In occasione dell'ultima vicenda referendaria ricevevo al mio indirizzo romano un invito su carta intestata del Gruppo consiliare di Forza Italia presso la regione Lazio. Si trattava di un convegno con un titolo eloquente: "Non andate a votare". Avendo io votato alla regione Lazio l'on. che mi recapitava un simile invito, mi premuravo di far sapere alla sua segreteria che ero di diverso avviso e chiedevo di poter motivare la mia posizione nel corso del convegno organizzato all'Hotel Parco dei Principi, dove mi recavo puntualmente trovando perfino posto in seconda fila. Il convegno era organizzato però in modo da consentire la parola solo agli oratori previsti che esponevano ognuno posizioni astensioniste e nettamente clericali. Non era possibile nessun contradditorio e nessuna espressione di dissenso. Addirittura uno degli oratori lì presenti e che ora trovo in lista apostrofava il pubblico presente con un fascistico appello: «Siamo o non siamo cattolici?». Qualcuno rispondeva: "Lo sono, ma con qualche dubbio". Io riuscivo a gridare: «Sono un pagano greco-romano!».
Era ormai chiaro che chi mi aveva invitato, per mio scorno da me votato alle ultime elezioni regionali e risultato eletto, non mi avrebbe consentito di poter parlare, ma solo mi era concessa la scelta di applaudire o di starmene seduto in silenzio. Mio malgrado e con insospettata energia e veemenza, in modo assolumente contrario al mio carattere schivo e timido, scattai dalla sedia come se avessi sotto una molla, appena le mie orecchie percepirono in meno di un minuto le enormità proferite da un deputato europeo, pure da me votato ed eletto. Costui in breve sequenza affermava anche in risposta ad una mia ornai incontenibile insofferenza che:
1°) la riunione organizzata in quel luogo e pagata non so con quali fondi non era una manifestazione di Forza Italia direzione nazionale che lasciava ad ognuno libertà di coscienza nel voto referendario, ma era invece una manifestazione indetta dal Gruppo consiliare di Forza Italia presso la Regione Lazio, come se si trattasse di cose assolutamente diverse. Ritenevo e ritengo ciò un insulto alla comune intelligenza di ogni elettore e cittadino.
2°) Spiegava che il voto refendario non costituiva dovere civico. Era invece dovere civico il voto alle elezioni politiche, amministrative, europee. In pratica costituiva un dovere civico votare lui e gli altri organizzatori del convegno. L'argomentazione è parsa e pare tuttora di un'assoluta mancanza di pudore.
3°) Venendo sul merito dei quesiti referendari sosteneva che erano così difficili che neppure lui riusciva a capirli e che quindi anche gli elettori non potessero capirci nulla. Fu questo l'argomento che mi fece irritare più di ogni altro, facendomi andare in escandescenze in un luogo pubblico, cosa per me assolutamente inedita. Infatti, se deve valere qualcosa la finzione del popolo sovrano, dire quel che il deputato europeo (da me votato!) disse equivale a dire che il popolo (= il sovrano) è ignorante. Ma ciò significa in termini costituzionali: alto tradimento e lesa maestà.
Scattai dalla sedia professandomi ignorante per aver votato un simile deputato al Parlamento europeo e alla regione Lazio un altro, che gli stava seduto accanto e che era stato l'anima dell'organizzazione del convegno insieme al suo più giovane e ambizioso fratello, di cui già in quella sede si annunciava la candidatura alle politiche. Seguì una serie di botta e risposta, dove purtroppo mi toccava rivestire il ruolo sgradito del guastafeste che non sa stare al posto che gli è stato assegnato. Ricordo che in quella manifestazione vi fu un violento attacco da parte di uno degli odierni candiati verso l'on. Fini che a mio avviso del tutto correttamente aveva avvertito del carattere democraticamente diseducativo della campagna astensionistica. Con pieno diritto si sarebbe potuto e dovuto votare a favore o contro i quesiti refendari, ma indicare la via dell'astensione in presenza di un quorum truffaldino significava venir meno ai principi elementari della democrazia. Non bisogna scomodare il nazismo per lamentarsi della mancanza di democrazia: guardiamo prima in casa nostra! Essere poi contravvenuti all'indicazione data dal partito di piena libertà di coscienza, rende la cosa ancora più grave.
Nella concitazione che seguì in presenza di un folto pubblico il deputato regionale da me votato irrise sul voto da me a lui dato e mi fece intendere che potevo non votarlo, che non dovevo votarlo, che potevo votare un altro e simili cose senza approfondimenti formali che il momento ed il luogo non consentiva. Mi rammaricai in effetti di non aver votato una mia collega docente della Sapienza che era pure in lista. Io votai l'on. Innominato in sostanza dietro segnalazione dell'On. Guido Possa che per la prima ed unica volta mi scrisse in quel frangente elettorale. Non ha mai risposto alle mie numerose missive dove lo informavo sulla situazione territoriale del partito e sulla situazione universitaria, ma mi scriveva solo adesso per chiedermi di votare quel candidato a scapito di altri che meglio avrebbero meritato il voto mio e di altri che mi imitarono nel voto.
Non accettai più inviti di nessun genere a convegni organizzati dai soggetti di cui si parla. Ho perfino chiesto alle loro segreterie di cancellare il mio nome dai loro indirizzari, ma continuano a disturbarmi con inviti a rinfreschi e cene o pseudoconvegni sui quali non hanno la benché minima competenza scientifica, ma che servono soltanto a fare pubblicità al loro nome in vista di ricorrenze come quella prossima del 9 aprile.
Orbene, si pone il caso che pongo all'attenzione degli organi competenti e degli iscritti. Non solo non posso votare in coscienza quei nomi, ma ciò corrisponde anche ad una loro espressa richiesta: di non votarli! Orbene, per quanto mi riguarda non intendo dimettermi da Forza Italia. Ritengo che nell'occasione narrata i soggetti in questione abbiano loro violato lo statuto del partito e in considerazione della loro maggiore responsabilità siano loro passivi di espulsione dal partito o almeno di censura: ed invece me li trovo in lista! Sono disposto a presentare formale denuncia ai Probi Viri di partito, ma senza adire la magistratura ordinaria: come privato cittadino ho ben altri problemi e la mia vita era abbastanza tranquilla fino a quando, accogliendo l'invito del presidente Berlusconi, non mi sono deciso anche io a scendere in campo con risultati di indubbio successo per Forza Italia nella località di referimento. Restando ancora sull'argomento ritengo un'ulteriore scorrettezza il fatto che i soggetti innominati ancora in costanza di mandato amministrativo pensino già, se eletti al parlamento, di dismettere il mandato amministrativo per il quale hanno avuto pure il mio voto, che purtroppo non mi è costituzionalmente consentito di revocare.
In conclusione, mantengo il mio leale impegno verso quel partito (Forza Italia) di cui ho preso la tessera in ottemperanza all'art. 49 della costituzione. Accetto un eventuale sindacato della mia posizione con possibilità di esporre ed argomentare ulteriormente le mie ragioni e le mie accuse. Ritengo di avere piena libertà in quanto elettore di comportami come meglio riterrò opportuno alle prossime elezioni. Se Forza Italia dovesse uscire pesantemente sconfitta sul piano elettorale, come prevedo, manterrò la mia adesione al partito e mi adopererò perché all'interno del partito stesso si sviluppi la democrazia interna. Continuerò ad impegnarmi affinché cresca l'adesione dei cittadini ad una Forza Italia rinnovata e meglio radicata nel territorio. Perché ciò sia concretamente possibile è però necessario che io segua i miei convincimenti e la mia coscienza.
Mi rendo conto della lunghezza di questa lettera, che certamente passerà inosservata come tutte le altre, non solo mie ma di quanti, iscritti prima di me, hanno lasciato il partito per la disattenzione loro riservata. Tutti questi bravi militanti si sono sentiti prima strumentalizzati ed usati, ma poi quando chiedevano di essere ascoltati per poter poi riferire alla base, non trovavano neppure udienza e non avevano perciò "risposte da poter dare alla gente". Si sono sentiti per questo legittimati a lasciare Forza Italia, anche perché la mancata riforma dello statuto (i clubs dovevano essere rivitalizzati) non dava loro strumenti per poter operare politicamente con efficacia e sicurezza. Mantengo con loro rapporti di amicizia e di stima, anche se non li seguo nella loro condotta per una diversa genesi e strutturazione del mio impegno politico. La mia diversa strategia è invece quella di contestare i vertici, come sto facendo e se ritengo di averne fondati motivi. Il mio obiettivo è volto alla costruzione di una migliore democrazia interna e di una più efficiente partecipazione dei cittadini che intendono prendere sul serio il dettato dell'art. 49 della costituzione, scegliendo l'iscrizione ad un partito democratico anziché la via dell'eversione violenta o la rassegnazione della vita privata.
Con i migliori saluti
Antonio Caracciolo
- Docente di filosofia del diritto presso il Dipartimento di Teoria dello Stato dell'Università degli Studi "La Sapienza" di Roma
- Presidente del Club di FI di Seminara (R.C.)
– Coordinatore provinciale dei Clubs di Reggio Calabria
lunedì, marzo 20, 2006
Guerra in Iraq: la posizione del partito
Mi sembra poco convincente la tesi sostenuta e vorrei sapere quali sono stati i momenti che hanno portato ad assumerla. Quali i dibattiti interni se mai ve ne sono stati. Un'organizzazione democratica di un partito dovrebbe conoscere momenti di confronto e di sensibilizzazione. Non può essere che qualcuno decida per tutti e tutti poi si debbano sentire vincolati a decisioni che passano sopra le loro teste. Tanto più se si tratta di una guerra dove tutti potremmo essere chiamati a combattere e a morire. Infine, mi sembra arduo sostenere che in un teatro di guerra si stia lì per garantire la pace o peggio ancora per riorganizzare le forze di polizia di un nuovo governo creato dal nulla, ovvero creato dagli USA. E c'era bisogno della nostra presenza per simili compiti? Se gli USA avevano fatto trenta non potevano fare trentuno? Perché dare noi agli USA appoggio in un'operazione di dubbia legittimità. E lasciamo stare l'ONU che è un fantoccio privo di serio credito e buono solo per nascondere decisioni prese dagli USA stessi che fanno la loro politica imperiale servendosi di fantocci di ogni genere. La nostra alleanza con gli USA va ripensata su una base di reale autonomia e parità almeno formale.
Giovanardi: una caso disarmante
Non voglio scrivere un lungo commento, ma se io dovessi lasciarmi andare alla stessa incontinenza di Carlo Giovanardi, che è un ministro della repubblica, avrei un bel florilegio di epiteti sull'intelligenza del nostro ministro. Lo stile dei miei blog vuole invece essere il più castigato possibile nel modo di esprimersi. Scontata poi la discesa in campo di Casini e altri. Su Casini mi sono tanto divertito l'altra sera a vederlo rimbrottato da un prete e lui assumere le vesti del tutto improprie del laico. E' mia opinione che tutti questi personaggi hanno poco sensibilità etica su questioni spesso assai complesse ed intricate. In realtà è come se lanciassero messaggi ai poteri forti ecclesiastici o a un elettorato piuttosto becero, per dire loro: "ecco, vedete io mi sono subito schierato. Tenetene conto, quando voterete".
domenica, marzo 19, 2006
La sagra dei sondaggi
Ho sempre trovato stucchevole l'uso di sondaggi per pronosticare risultati elettorali o altro. Da buon individualista mi interessa solo sapere solo ciò che io avrò deciso di fare dandosi determinate circostanze. Non essendo candidato in lizza da nessuna parte mi interessa relativamente poco chi vincerà o perderà la tornata elettorale. Non guarderò come un nemico mortale il vicino di casa che abbia votato (o non abbia votato affatto) in modo diverso dal mio. Non credo poi che le numerose liste esistenti esauriscano l'universo delle posizioni possibili. Anzi pur nell'apparente molteplicità delle sigle vedo una sostanziale omogeneità di un ceto politico volto a depredare le risorse pubbliche. Se vi sono, le differenze sono minime. Credo che gli italiani non fanatizzati dalle ideologie lo abbiano compreso. Penso che l'esperienza dei totalitarismi (fascismo, nazismo, bolscevismo) abbia avuto la sua origine in questa diffusa insofferenza verso il regime dei partiti. Purtroppo gli esiti tragici di questi regimi, a loro modo innovativi, hanno bloccato ogni possibilità di profonda innovazione politica e istituzionale. Viviamo ingessati.
Non sono infatuato di Berlusconi. Essendo egli un outsider della politica, un uomo nuovo, già ricco di suo, mi sarei aspettato che fosse e sia in grado di innovare i contenuti e i metodi della politica. Negli ultimi giorni sono uscito da quell'area dell'indecisione o perfino dell'astensione che i sondaggi hanno individuato. Resta la mia sfiducia verso il contorno di cui Berlusconi si circonda. Mantengo il mio impegno nel tentare in misura infinitesimale di riformare la politica secondo i dettami dell'art. 49 della costituzione. Sono probabilmente uno dei pochi che prende sul serio quell'articolo che prescrive per tutti i partiti una struttura democratica che non ha nessuno di essi. Starmene rinchiuso nel privato, avrebbe significato in ogni caso subire con rassegnazione e senza speranza né dignità tutta la pletora di politici professionali che la televisione di stato mi ammannisce ogni giorno. Non mi illudo di poter fare granche, ma ci provo. Comunque vadano le cose, consegno al mondo virtuale della rete un grazie a Silvio Berlusconi per avermi dato la possibilità di uscire dal privato, impegnandomi in quella cosa sporca che è la politica rimanendo pulito.
Non sono infatuato di Berlusconi. Essendo egli un outsider della politica, un uomo nuovo, già ricco di suo, mi sarei aspettato che fosse e sia in grado di innovare i contenuti e i metodi della politica. Negli ultimi giorni sono uscito da quell'area dell'indecisione o perfino dell'astensione che i sondaggi hanno individuato. Resta la mia sfiducia verso il contorno di cui Berlusconi si circonda. Mantengo il mio impegno nel tentare in misura infinitesimale di riformare la politica secondo i dettami dell'art. 49 della costituzione. Sono probabilmente uno dei pochi che prende sul serio quell'articolo che prescrive per tutti i partiti una struttura democratica che non ha nessuno di essi. Starmene rinchiuso nel privato, avrebbe significato in ogni caso subire con rassegnazione e senza speranza né dignità tutta la pletora di politici professionali che la televisione di stato mi ammannisce ogni giorno. Non mi illudo di poter fare granche, ma ci provo. Comunque vadano le cose, consegno al mondo virtuale della rete un grazie a Silvio Berlusconi per avermi dato la possibilità di uscire dal privato, impegnandomi in quella cosa sporca che è la politica rimanendo pulito.
sabato, marzo 18, 2006
La guerra in Iraq: una cattiva decisione per l'Italia e per l'Europa
Il presidente Bush sembra impopolare persino negli USA dopo la sua decisione di fare la guerra all'Iraq. Sulle motivazioni date per l'ennesima guerra imperiale (libertà, democrazia, terrorismo, ecc.) non credo vi sia persona accorta che vi presti credito. A noi comuni mortali non è dato conoscere tutti gli arcana del Pentagono. Che gli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale siano diventati la più grande potenza mondiale nessuno ne dubita. Non sono disposto a credere che l'Impero americano sia preferibile ad ogni altro assetto geopolitico possibile: mi sento un vinto della seconda guerra mondiale e non mi rallegra l'idea di essere stato liberato. Avrei preferito un'evoluzione endogena degli equilibri politic europei anziché la disfatta bellica con o senza l'apporto delle resistenze nazionali formate da armate sussidiarie di fuoriusciti: non vedo nessun eroismo nel combattere contro il proprio paese ed i propri connazionali. Un'evoluzione endogena hanno avuto paesi come la Spagna di Franco che è approdata da sola alla democrazia e la Russia sovietica che ha mutato regime senza conoscere l'umiliazione dell'occupazione militare e della perdità di sovranità. Non sono un nostalgico fascista o nazista, ma mi infastidiscetutta la retorica volta a nascondere una verità vecchia quanto il mondo: la logica del dominio del vincitore sul vinto. Almeno riuscissimo a chiamare le cose con il loro nome.
Nei limitati margini di autonomia che ancora ci sono concessi come italiani ed europei resta da comprendere l'utilità di un servilismo al quale non eravamo tenuti o a cui avremmo potuto sottrarci. Il presidente Berlusconi ha detto che lui aveva sconsigliato a Bush lo strumento della guerra, ma poi lo ha seguito. A me viene da pensare a Cavour ed alla guerra di Crimea: partecipare ad una facile vittoria per trarne delle utilità; lo stesso fece Mussolini entrando in guerra con Hitler, che poi perse la guerra e con essa affondò ogni disegno di egemonia europea nel mondo. Alla retorica delle missioni di pace non è possibile credere seriamente. Esiste la guerra o la pace: non esistono situazioni intermedie.
Ritengo che il nostro interesse sia distinto e diverso da quello degli USA e della loro appendice israeliana. Il nostro interesse è tutto in una pace duratura con i paesi arabi, integrandoli in un processo europeo politicamente più caraterizzato di quanto non lo sia oggi. Credo che la nostra identità vada meglio cercata nell'antico mondo medio-orientale che non nel nuovo mondo costruito da transfughi del vecchio assetati di sangue e avidi di dominio, figli degeneri dell'Europa che hanno fisicamente eliminate ("genocidio") tutte le civiltà precolombiane, per poi ergersi sopra come nostri giudici per fatti certamente terribili, ma non inediti nella storia passata e recente.
Nei limitati margini di autonomia che ancora ci sono concessi come italiani ed europei resta da comprendere l'utilità di un servilismo al quale non eravamo tenuti o a cui avremmo potuto sottrarci. Il presidente Berlusconi ha detto che lui aveva sconsigliato a Bush lo strumento della guerra, ma poi lo ha seguito. A me viene da pensare a Cavour ed alla guerra di Crimea: partecipare ad una facile vittoria per trarne delle utilità; lo stesso fece Mussolini entrando in guerra con Hitler, che poi perse la guerra e con essa affondò ogni disegno di egemonia europea nel mondo. Alla retorica delle missioni di pace non è possibile credere seriamente. Esiste la guerra o la pace: non esistono situazioni intermedie.
Ritengo che il nostro interesse sia distinto e diverso da quello degli USA e della loro appendice israeliana. Il nostro interesse è tutto in una pace duratura con i paesi arabi, integrandoli in un processo europeo politicamente più caraterizzato di quanto non lo sia oggi. Credo che la nostra identità vada meglio cercata nell'antico mondo medio-orientale che non nel nuovo mondo costruito da transfughi del vecchio assetati di sangue e avidi di dominio, figli degeneri dell'Europa che hanno fisicamente eliminate ("genocidio") tutte le civiltà precolombiane, per poi ergersi sopra come nostri giudici per fatti certamente terribili, ma non inediti nella storia passata e recente.
L'incostituzionalità del Concordato: altro che stupidaggini!
Apprendo da Radio radicale di una "risposta" del quotidiano Avvenire che taccia di "stupidaggini" le tesi del prof. Michele Ainis, apparse su "Il Riformista", dove si sostiene l'incostituzionalità del Concordato. La pronta replica dell'Avvenire è comprensibile essendo l'organo di stampa espressione di una Gerarchia cattolica, che riesce ad organizzare il più grande partito d'Italia con interessi esterni ed estranei allo Stato italiano. Ho potuto leggere le argomentazioni dell'articolista dell'Avvenire, Carlo Cardia, dopo aver già composto in buona parte questo mio testo. Non ho invece trovato l'articolo di Ainis. L'articolo dell'Avvenire contiene minutaglie che non toccano l'impianto teorico di questo mio testo. Sono certo che alle noiose minutaglie dell'Avvenire lo stesso Michele Ainis possa e sappia replicare adeguatamente: a me non interessa questo livello di argomentazione. Il tema è per me intrigante su un piano ben diverso da quello che immagina Cardia. In questo mio spazio virtuale voglio provare anche io a svolgere mie argomentazioni sulla base di principi tratti dal più grande dei costituzionalisti: Carl Schmitt, di cui io tradussi nel 1984 l'opera principale: la Dottrina della Costituzione. Il vantaggio di questa mia forma di comunicazione, basata sulla tempestività, è che posso rivedere formalmente e sostanzialmente quanto vado qui sostenendo: non sono vincolato alla rigidità della carta stampata e non sono prevenuto dalla possibilità di ricredermi da quelle che al momento sono mie convinzioni. Non voglio quindi indugiare oltre a dire la mia opinione, mandandola pure ai diretti interessati, se mai giunga loro e pensino valga la pena di leggerla.
In quest'opera schmittiana, che i costituzionalisti odierni hanno dimenticato, si distingue in una costituzione fra norme costituzionali in senso proprio e norme costituzionali in senso improprio. Le norme costituzionali in senso proprio sono quelle che attengono alla decisione politica fondamentale che un popolo prende sulla specie e la forma della propria esistenza politica. E' altresì chiaro che può avere una costituzione solo un soggetto che sia pienamente sovrano. Un popolo colonizzato dell'Ottocento africano non aveva nessuna costituzione nel senso qui inteso. Dire "costituzione" e dire "sovranità" è in pratica la stessa cosa. Non è pensabile che una costituzione sia "limitata": una costituzione è o non è allo stesso modo del concetto di sovranità: esiste o non esiste, ma non può esservi una sovranità "limitata". I costituenti che scrissero sotto la spinta di compromessi e pressioni di ogni genere non si ponevano problemi di logica, ma ciò che non ha senso politico è politicamente nullo e non vi è bisogno di una corte costituzionale che ne dichiari la nullità.
Nella forma di leggi costituzionali, ovvero di norme costituzionali inserite nella Carta, si è spesso inteso (e si intende) tutelare in modo particolarmente forte determinati interessi di gruppi sociali o di comunità religiose ed ecclesiastiche. Ma ciò non è qualcosa di "fondamentale". E' solo pura "contingenza" che in una situazione ritornata "normale" può addirittura apparire contrario a ciò che invece è per davvero "fondamentale", ovvero ai nostri giorni la "laicità" dello Stato, aggredita e minacciata dall'ingerenza e dallo strapotere della Gerarchia cattolica. Il valore della laicità sembra essere diventato un inutile accessorio della carta costituzionale. Addirittura si divulgano risibili distinzioni fra "laicità" e "laicismo" secondo una tradizione che è stata dei gesuiti nella loro lotta contro l'istituzione dello stato moderno, fondato sulla netta separazione fra sfera privata delle confessioni religiose o del libero pensiero e sfera pubblica dello Stato e delle sue istituzioni. Laicità dello Stato significa per i cittadini (cattolici e non) la piena ed insindacabile libertà di andare o non andare alla messa della domenica e di non dover rendere conto delle proprie azioni al parroco del villaggio o del proprio quartiere: detto in soldoni! Significa non doversi sorbire dalla televisione di stato ad ogni ora del giorno e della notte i sermoni del Papa di turno e delle varie Ruine d'Italia, che con la vicenda ultima referendaria hanno dimostrato come i timori qui da me espressi siano tutt'altro che infondati. Di cedimento in cedimento arriveremo alla restaurazione dello Stato Pontificio, per colpevole ed irresponsabile tradimento di candidati che svendono lo Stato italiano per un seggio parlamentare (non importa se di centro, di destra o di sinistra).
Non ho ancora potuto leggere i testi del prof. Aignes, ma trovo condivisibile (e non da ora) la tesi della incostituzionalità del concordato. Trovo anche utile che svolga le sue argomentazioni con lo stile tecnico richiesto dall'attuale degrado della scienza costituzionalistica italiana: per me sarebbe un lavoro troppo noioso e non ne avrei la pazienza. Tratto la filosofia del diritto che mi consente una maggiore libertà di metodo. Credo che il popolo italiano, pur nell'avvilimento in cui si trova, sia sovrano e ancora capace di determinare il suo destino, trovando un ceto politico e intellettuale che gli indichi il cammino. Il fatto che la corte costituzionale non sia mai intervenuta sulla questione - argomento de l'Avvenire – significa per me poco. Cosa è la Corte Costituzionale? Un gruppo privilegiato di potere (Pannella: la Cupola della mafiosità partitocratica) che esprime suoi propri interessi e interessi delegati. Il "custode" della costituzione non è la Corte, e neppure il Presidente della repubblica (lottizzato e prodotto di oscure mediazioni partitiche) ma bisogna individuarlo nel popolo stesso nella misura in cui diventa consapevole di se stesso e si dimostri capace di scrollarsi di dosso le tante bardature che lo appesantiscono.
Postilla. - Mi giunge anche una confusa notizia secondo cui il Coordinatore Nazionale Bondi avrebbe spedito una lettera ai 25.000 parroci, spiegando loro quanto Forza Italia ha fatto per le parrocchie e chiedendone il voto. Pare che qualcuno abbia risposto per tutti picche. Ben gli sta al buon Bondi e ai clericali azzurri. All'interno di Forza Italia io mi sono battuto e mi batto per la laicità dello Stato e per il non cedimento alle ingerenze ecclesiastiche. Ne sono uscito perdente con la vicenda referendaria, per la quale vorrei un giorno portare in giudizio davanti ai probiviri i "furbi" che hanno fatto uso indebito e truffaldino del logo di FI. Constato con rammarico che chi ha pensato di guadagnare voti e consensi per questa via (i vari De Lillo, Tajani e quanti sbandierano il loro esser cattolici come un argomento per ottenere voti: intollerabile e mostruoso!) hanno svenduto ciò che era di tutti i cittadini senza guadagnarci nulla. I preti in fatto di furbizia ne sanno una più del diavolo e cento più di Bondi e Cicchitto. Se andremo a perdere le prossime elezioni e la cosidetta casa delle libertà non si disperderà ai quattro venti, io spero si possa ricostruire il partito su più sane basi, coinvolgendo il territorio e tenendo a bada preti e notabili.
In quest'opera schmittiana, che i costituzionalisti odierni hanno dimenticato, si distingue in una costituzione fra norme costituzionali in senso proprio e norme costituzionali in senso improprio. Le norme costituzionali in senso proprio sono quelle che attengono alla decisione politica fondamentale che un popolo prende sulla specie e la forma della propria esistenza politica. E' altresì chiaro che può avere una costituzione solo un soggetto che sia pienamente sovrano. Un popolo colonizzato dell'Ottocento africano non aveva nessuna costituzione nel senso qui inteso. Dire "costituzione" e dire "sovranità" è in pratica la stessa cosa. Non è pensabile che una costituzione sia "limitata": una costituzione è o non è allo stesso modo del concetto di sovranità: esiste o non esiste, ma non può esservi una sovranità "limitata". I costituenti che scrissero sotto la spinta di compromessi e pressioni di ogni genere non si ponevano problemi di logica, ma ciò che non ha senso politico è politicamente nullo e non vi è bisogno di una corte costituzionale che ne dichiari la nullità.
Nella forma di leggi costituzionali, ovvero di norme costituzionali inserite nella Carta, si è spesso inteso (e si intende) tutelare in modo particolarmente forte determinati interessi di gruppi sociali o di comunità religiose ed ecclesiastiche. Ma ciò non è qualcosa di "fondamentale". E' solo pura "contingenza" che in una situazione ritornata "normale" può addirittura apparire contrario a ciò che invece è per davvero "fondamentale", ovvero ai nostri giorni la "laicità" dello Stato, aggredita e minacciata dall'ingerenza e dallo strapotere della Gerarchia cattolica. Il valore della laicità sembra essere diventato un inutile accessorio della carta costituzionale. Addirittura si divulgano risibili distinzioni fra "laicità" e "laicismo" secondo una tradizione che è stata dei gesuiti nella loro lotta contro l'istituzione dello stato moderno, fondato sulla netta separazione fra sfera privata delle confessioni religiose o del libero pensiero e sfera pubblica dello Stato e delle sue istituzioni. Laicità dello Stato significa per i cittadini (cattolici e non) la piena ed insindacabile libertà di andare o non andare alla messa della domenica e di non dover rendere conto delle proprie azioni al parroco del villaggio o del proprio quartiere: detto in soldoni! Significa non doversi sorbire dalla televisione di stato ad ogni ora del giorno e della notte i sermoni del Papa di turno e delle varie Ruine d'Italia, che con la vicenda ultima referendaria hanno dimostrato come i timori qui da me espressi siano tutt'altro che infondati. Di cedimento in cedimento arriveremo alla restaurazione dello Stato Pontificio, per colpevole ed irresponsabile tradimento di candidati che svendono lo Stato italiano per un seggio parlamentare (non importa se di centro, di destra o di sinistra).
Non ho ancora potuto leggere i testi del prof. Aignes, ma trovo condivisibile (e non da ora) la tesi della incostituzionalità del concordato. Trovo anche utile che svolga le sue argomentazioni con lo stile tecnico richiesto dall'attuale degrado della scienza costituzionalistica italiana: per me sarebbe un lavoro troppo noioso e non ne avrei la pazienza. Tratto la filosofia del diritto che mi consente una maggiore libertà di metodo. Credo che il popolo italiano, pur nell'avvilimento in cui si trova, sia sovrano e ancora capace di determinare il suo destino, trovando un ceto politico e intellettuale che gli indichi il cammino. Il fatto che la corte costituzionale non sia mai intervenuta sulla questione - argomento de l'Avvenire – significa per me poco. Cosa è la Corte Costituzionale? Un gruppo privilegiato di potere (Pannella: la Cupola della mafiosità partitocratica) che esprime suoi propri interessi e interessi delegati. Il "custode" della costituzione non è la Corte, e neppure il Presidente della repubblica (lottizzato e prodotto di oscure mediazioni partitiche) ma bisogna individuarlo nel popolo stesso nella misura in cui diventa consapevole di se stesso e si dimostri capace di scrollarsi di dosso le tante bardature che lo appesantiscono.
Postilla. - Mi giunge anche una confusa notizia secondo cui il Coordinatore Nazionale Bondi avrebbe spedito una lettera ai 25.000 parroci, spiegando loro quanto Forza Italia ha fatto per le parrocchie e chiedendone il voto. Pare che qualcuno abbia risposto per tutti picche. Ben gli sta al buon Bondi e ai clericali azzurri. All'interno di Forza Italia io mi sono battuto e mi batto per la laicità dello Stato e per il non cedimento alle ingerenze ecclesiastiche. Ne sono uscito perdente con la vicenda referendaria, per la quale vorrei un giorno portare in giudizio davanti ai probiviri i "furbi" che hanno fatto uso indebito e truffaldino del logo di FI. Constato con rammarico che chi ha pensato di guadagnare voti e consensi per questa via (i vari De Lillo, Tajani e quanti sbandierano il loro esser cattolici come un argomento per ottenere voti: intollerabile e mostruoso!) hanno svenduto ciò che era di tutti i cittadini senza guadagnarci nulla. I preti in fatto di furbizia ne sanno una più del diavolo e cento più di Bondi e Cicchitto. Se andremo a perdere le prossime elezioni e la cosidetta casa delle libertà non si disperderà ai quattro venti, io spero si possa ricostruire il partito su più sane basi, coinvolgendo il territorio e tenendo a bada preti e notabili.
mercoledì, marzo 15, 2006
Il confronto Prodi-Berlusconi nei commenti della stampa
Ho assistito anche io all'attesissimo confronto Berlusconi-Prodi. Naturalmente, ho le mie proprie impressioni che trovo però stucchevole riportare. Mi paiono più noiose dell'incontro stesso tutte le letture che se ne sono volute dare, come se ognuno non si fosse fatto sue proprie impressioni, spesso a ritroso della sua tifoseria. Ho trovato Berlusconi oggettivamente più convincente di Prodi, ma gli orientamenti di voto in Italia sono fondati su umori e posizioni preconcette quando non sono condizionati da interessi determinati. Il nostro non è un paese di matura democrazia, dove un elettore possa orientarsi al voto al di fuori da una logica di appartenenza. Vi è molta strada da fare per costruire la democrazia ideale dei discorsi retorici. Al di là dell'incontro in sé ciò che mi lascia perplesso è l'abbondanza dei commenti come se si trattasse di un sorta di concorso di bellezza dove ognuno dovesse dare il suo voto su chi a suo parere è il più bello dei due. Quasi che l'autorevolezza dell'opinione abbia a determinare il risultato stesso.
Per quello che personalmente mi riguarda il confronto è stato utile e produttivo. Sono infatti uscito dall'indecisione. Da iscritto a Forza Italia, avevo deciso di astenermi dal voto come reazione alle vicende referendarie e a determinati esponenti politici. Ma vedendo ieri Berlusconi battersi da solo dentro una gabbia mi sono deciso per un voto che darò personalmente a lui, mantenendo immutata la mia posizione interna a Forza Italia, espressa in molti documenti addirittura censurati o silenziati dagli organi di partito. Se anche mi dovessi ingannare su Berlusconi, in ogni caso Prodi e la sua composita brigata non mi ispira maggiore fiducia. Dichiaro pertanto pubblicamente il mio voto per Forza Italia nel suo complesso e non per i candidati in lista che non so ancora quali siano nel mio collegio. Spero che il mio stomaco non abbia a soffrirne troppo. Parteciperò alla campagna elettorale dal mio computer, prendendo posizione in rete e dalla rete. Aggiungo che se anche Forza Italia e la coalizione di centro-destra non dovesse vincere per me non sarà un disastro fintantoché Berlusconi non rinuncerà al suo tentativo di innovare radicalmente i modi e i contenuti della politica in Italia. Solo lui può tentare un'impresa del genere. Tutti gli altri costituiscono pur nell'apparente contrapposizione un'unica consorteria del potere, che con un patto di lottizzazione che chiamano democrazia spartisce tutto quello che si può spartire.
Post Scriptum - Nella lista dei candidati ho visto alcuni nomi che assolutamente non mi sento di votare. Troppo grande è l'offesa che mi hanno fatto perché io debba votarli e con il mio voto nel sistema in vigore correre il rischio che vengano perfino eletti. Che pasticcio questa legge elettorale! Non so più come regolarmi. Almeno mi fosse stato concessa la libertà di votare candidati graditi che ottenessero magari soltanto il mio voto senza venire eletti, ma così con il mio voto potrebbero venire eletti quelli che assolutamente non posso soffrire. Penso che in questi casi valga la distinzione fra il militante del partito che ha tutto il diritto di fare sì che i nomi a lui sgraditi non siano presenti nella lista dei candidati ed il cittadino elettore che è libero di regolarsi come meglio credere nell'interesse del paese. Se non vi fosse questa distinzione e libertà, non vi sarebbe democrazia. I dubbi comunque permangono e non mi è chiara la corretta decisione da prendere. Della decisione che alla fine andrò a prendere non farò tuttavia mistero perché ritengo che la politica sia la sfera della pubblicità e non avrebbe senso se, iscritti ad un partito, non si desse conto e ragione delle proprie posizioni.
Per quello che personalmente mi riguarda il confronto è stato utile e produttivo. Sono infatti uscito dall'indecisione. Da iscritto a Forza Italia, avevo deciso di astenermi dal voto come reazione alle vicende referendarie e a determinati esponenti politici. Ma vedendo ieri Berlusconi battersi da solo dentro una gabbia mi sono deciso per un voto che darò personalmente a lui, mantenendo immutata la mia posizione interna a Forza Italia, espressa in molti documenti addirittura censurati o silenziati dagli organi di partito. Se anche mi dovessi ingannare su Berlusconi, in ogni caso Prodi e la sua composita brigata non mi ispira maggiore fiducia. Dichiaro pertanto pubblicamente il mio voto per Forza Italia nel suo complesso e non per i candidati in lista che non so ancora quali siano nel mio collegio. Spero che il mio stomaco non abbia a soffrirne troppo. Parteciperò alla campagna elettorale dal mio computer, prendendo posizione in rete e dalla rete. Aggiungo che se anche Forza Italia e la coalizione di centro-destra non dovesse vincere per me non sarà un disastro fintantoché Berlusconi non rinuncerà al suo tentativo di innovare radicalmente i modi e i contenuti della politica in Italia. Solo lui può tentare un'impresa del genere. Tutti gli altri costituiscono pur nell'apparente contrapposizione un'unica consorteria del potere, che con un patto di lottizzazione che chiamano democrazia spartisce tutto quello che si può spartire.
Post Scriptum - Nella lista dei candidati ho visto alcuni nomi che assolutamente non mi sento di votare. Troppo grande è l'offesa che mi hanno fatto perché io debba votarli e con il mio voto nel sistema in vigore correre il rischio che vengano perfino eletti. Che pasticcio questa legge elettorale! Non so più come regolarmi. Almeno mi fosse stato concessa la libertà di votare candidati graditi che ottenessero magari soltanto il mio voto senza venire eletti, ma così con il mio voto potrebbero venire eletti quelli che assolutamente non posso soffrire. Penso che in questi casi valga la distinzione fra il militante del partito che ha tutto il diritto di fare sì che i nomi a lui sgraditi non siano presenti nella lista dei candidati ed il cittadino elettore che è libero di regolarsi come meglio credere nell'interesse del paese. Se non vi fosse questa distinzione e libertà, non vi sarebbe democrazia. I dubbi comunque permangono e non mi è chiara la corretta decisione da prendere. Della decisione che alla fine andrò a prendere non farò tuttavia mistero perché ritengo che la politica sia la sfera della pubblicità e non avrebbe senso se, iscritti ad un partito, non si desse conto e ragione delle proprie posizioni.
martedì, marzo 14, 2006
Attacchi a Petruccioli che bacchetta Lucia
Riporto da il Tempo del 14 marzo:
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Dichiarazioni, quelle di Petruccioli, che hanno scatenato le polemiche in questo clima pre-elettorale rovente e spesso molto poco politically correct.
A) «Mi spiace, e mi appare grave e sorprendente, che il Presidente della Rai Petruccioli abbia attaccato Lucia Annunziata, e apra e chiuda così la questione della trasmissione su RaiTre - ha detto Daniele Capezzone, esponente della Rosa nel Pugno - È vero, non c'è dubbio: le domande della Annunziata e le sue obiezioni sono state serrate (forse, anzi, senz'altro, più che con altri ospiti), ma ad esempio in tutti questi anni ai radicali invitati nell'una o nell'altra trasmissione è successo ben altro e ben di peggio. A meno che, anche per il presidente Petruccioli, le presenze tv di Berlusconi debbano assumere i connotati di un comizio autogestito».
B) «Il presidente della Rai ha sbagliato a esprimere commenti e critiche sul metodo di conduzione di Lucia Annunziata», ha sostenuto la senatrice Tana de Zulueta, candidata dei Verdi alla Camera dei Deputati. Che ha aggiunto: «Non è suo compito stigmatizzare i comportamenti dei giornalisti. Meglio avrebbe fatto, invece, a ricordare che nel resto d'Europa le domande rivolte a chi ha incarichi di governo sono sempre stringenti, difficili e pungenti. Le interviste ha spiegato la de Zulueta devono infatti aiutare l'opinione pubblica ad evidenziare i punti critici delle dichiarazioni, delle scelte e dei programmi dei vari candidati. Se non assolvono a tale compito, diventano dei semplici megafoni al servizio dei politici. Tra l'altro aggiunge l'esponente ambientalista quella di Berlusconi era una sceneggiata premeditata, con la quale il presidente del Consiglio è riuscito ancora una volta ad evitare di parlare di contenuti che interessano gli italiani».
C) «Ci piaceva di più il Petruccioli pre-presidenza Rai, una persona che sembrava battersi veramente per la libertà di stampa», ha sottolineato Antonio Di Pietro, leader di Italia dei valori. Le critiche del presidente Rai, afferma l'ex-pm, «ci fanno riflettere sul fatto che la garanzia della poltrona, di punto in bianco, lo abbia portato a essere molto più sensibile alle esigenze mediatiche del premier. Chissà cosa si saranno detti nel colloquio il giorno prima della nomina al vertice della Rai».
D) Opposta la reazione del centrodestra: «Se perfino il presidente della Rai ed ex senatore dei Ds, Claudio Petruccioli, bacchetta Lucia Annunziata per il modo in cui ha condotto l'intervista a Silvio Berlusconi, vuol dire proprio che stavolta, la "Badessa", non si è regolata, sebbene la sua faziosità fosse un dato oramai acquisito», è il commento del senatore Michele Bonatesta, componente della direzione nazionale di An e membro della commissione di Vigilanza sulla Rai.
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E così commento:
A) CAPEZZONE - Tu quoque? Mi dispiace che proprio Capezzone non noti come siamo fuori da un ambito giornalistico. Caro Capezzone, le domande non sono "serrate", ma semplicemente fuori luogo. Se fossimo stati in un osteria, Lucia avrebbe potuto avvicinarsi a Silvio ed approcciarlo con quel tono, ma in un servizio pubblico pagato da tutti noi per avere una corretta informazione ciò non è ammissibile. Cosa voleva Lucia Annunziata? Fare un servizio di informazione a beneficio dei telespettatori o condurre un attacco su commissione dei suoi compagni di partito? E quali le domande? Le hai analizzate una per una? Le domande erano una più stupida dell'altra. Pensava di provocare Berlusconi sui brogli elettorali. Ma non siete stati voi radicali a denunciare la sistematica illegalità nella raccolta delle firme? E perché Petruccioli non doveva attaccare Annunziata? Non è Petruccioli il presidente della RAI? Se non si esprime lui chi altro può farlo? Insomma, Berlusconi doveva essere messo alla berlina da una Lucia Annunziata? E questo che vuoi dire, Capezzone? E Berlusconi non doveva difendersi? Doveva lasciarsi insultare e dire grazie? E se Lucia avesse tirato una torta in faccia a Berlusconi questi cosa avrebbe dovuto fare? Chiedere il bis? Ma quale comizio? Se un capo di governo non può informare del suo operato chi deve farlo in sua vece, l'opposizione? Esistono i momenti della critica e Lucia non è stata certo benevola nei confronti di Silvio. La difesa per fortuna nel nostro sistema è ancora legittima. Ciò che è criticabile in Lucia Annunziata è il fatto che le sue non erano domande ma provocazioni su commissione. Berlusconi ha reagito egregiamente. Ha risposto a domande non pertinenti alla sua attività di governo e per giunta non ha potuto neppure rispondere perché l'intervistatrice neppure consentiva una risposta adeguata (quella sull'economia) da lei stessa posta. Insomma, Capezzone, adesso che ti sei legato al carro di Prodi hai perso il bene dell'intelletto?
B) TANA DE ZULUETA - Egregia Signora in verde, ma se un presidente della RAI non può lui stigmatizzare, a ragione o a torto, i comportamenti di un giornalista che non sa fare il suo lavoro, a che cosa serve un Presidente? A prendersi un lauto stipendio? Le domande di Lucia Annunziata non erano nè stringenti né difficili né pungenti. Erano soltanto sciocche. Ha dimostrato ignoranza dei temi trattati: giustamente Berlusconi ha potuto dirle che non capiva nulla di pubblicità commerciale ed ancor meno di economia. Nessuna delle domande poste da Lucia Annunziata erano farina del suo sacco, ma erano cose riprese da altri e frutto di orchestrazioni che devono ancora essere chiarite dalla magistratura. Non so quali esami Lucia Annunziata abbia fatto per entrare nella RAI, ma non mi pare di notare in lei nessuna formazione in materia economica, storica, filosofica. Non capisco sulla base di quale scienza possa fare domande che servano a chiarire agli italiani l'attività criticabile o meno di un presidente del consiglio. Si è soltanto dimostrata faziosa e di parte. Voleva soltanto mettere in cattiva luce presso il pubblico il presidente del consiglio. Ha persino parlato di regole del giornalismo. Ma di quale regole andava cianciando? Di quale deontologia dell'informazione si tratta? Chi le ha fissate queste regole? Bertinotti? Lucia non ha evidenziato nessun punto critico delle dichiarazioni di Berlusconi. Gli ha semplicemente impedito di rispondere a domande mal poste e prive di intelligenza. La premeditazione c'era, ma era tutta di Lucia Annunziata. Il megafono Lucia Annunziata lo ha fatto con Bertinotti: nessuna domanda difficile, stringente, pungente, ma solo di supporto alla campagna elettorale dell'on. Bertinotti, candidato alla presidenza della Camera e forse prossimo datore di lavoro di Lucia per una nuova presidenza al posto di Claudio Petruccioli. Ciò che interessa agli italiani non lo può stabilire Lucia: non ne ha titolo. Ha invece titolo un presidente del consiglio uscente a presentare un rendiconto sul mandato ricevuto dagli italiani: su questa materia Lucia avrebbe potuto e dovuto incalzarlo con domande difficili, stringenti, pungenti. Cosa che non ha fatto, essendo altre le sue preoccupazioni.
C) ANTONIO DI PIETRO - Caro Di pietro, mi eri tanto simpatico quando facevi il Pubblico Ministero. Guarda però che qui con la libertà di stampa proprio non c'azzecchi per nulla!
D) CENTRODESTRA - La reazione della destra si sta dimostrando inadeguata. Non sanno sfruttare l'occasione per dimostrare quanto sia carente tutto il sistema italiano dell'informazione. Non sanno trarre le conseguenze della domanda posta da Berlusconi: "E sarebbe questa la RAI da me controllata?". Da anni la sinistra italiana ed europea vanno dipingendo una situazione per cui sembrerebbe che Berlusconi sia il padrone e controllore di tutto il sistema mediatico italiano, mentre ciò non sono non è vero, ma è esattamente il contrario: è la sinistra gramsciana che controlla in modo capillare tutte le casematte dell'informazione. Su ciò la destra ha mancato una riforma che poteva fare: l'abolizione dell'ordine dei giornalisti e la liberalizzazione dell'informazione. Hanno perso quest'occasione quando erano al governo e adesso ne pagano le conseguenze.
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Dichiarazioni, quelle di Petruccioli, che hanno scatenato le polemiche in questo clima pre-elettorale rovente e spesso molto poco politically correct.
A) «Mi spiace, e mi appare grave e sorprendente, che il Presidente della Rai Petruccioli abbia attaccato Lucia Annunziata, e apra e chiuda così la questione della trasmissione su RaiTre - ha detto Daniele Capezzone, esponente della Rosa nel Pugno - È vero, non c'è dubbio: le domande della Annunziata e le sue obiezioni sono state serrate (forse, anzi, senz'altro, più che con altri ospiti), ma ad esempio in tutti questi anni ai radicali invitati nell'una o nell'altra trasmissione è successo ben altro e ben di peggio. A meno che, anche per il presidente Petruccioli, le presenze tv di Berlusconi debbano assumere i connotati di un comizio autogestito».
B) «Il presidente della Rai ha sbagliato a esprimere commenti e critiche sul metodo di conduzione di Lucia Annunziata», ha sostenuto la senatrice Tana de Zulueta, candidata dei Verdi alla Camera dei Deputati. Che ha aggiunto: «Non è suo compito stigmatizzare i comportamenti dei giornalisti. Meglio avrebbe fatto, invece, a ricordare che nel resto d'Europa le domande rivolte a chi ha incarichi di governo sono sempre stringenti, difficili e pungenti. Le interviste ha spiegato la de Zulueta devono infatti aiutare l'opinione pubblica ad evidenziare i punti critici delle dichiarazioni, delle scelte e dei programmi dei vari candidati. Se non assolvono a tale compito, diventano dei semplici megafoni al servizio dei politici. Tra l'altro aggiunge l'esponente ambientalista quella di Berlusconi era una sceneggiata premeditata, con la quale il presidente del Consiglio è riuscito ancora una volta ad evitare di parlare di contenuti che interessano gli italiani».
C) «Ci piaceva di più il Petruccioli pre-presidenza Rai, una persona che sembrava battersi veramente per la libertà di stampa», ha sottolineato Antonio Di Pietro, leader di Italia dei valori. Le critiche del presidente Rai, afferma l'ex-pm, «ci fanno riflettere sul fatto che la garanzia della poltrona, di punto in bianco, lo abbia portato a essere molto più sensibile alle esigenze mediatiche del premier. Chissà cosa si saranno detti nel colloquio il giorno prima della nomina al vertice della Rai».
D) Opposta la reazione del centrodestra: «Se perfino il presidente della Rai ed ex senatore dei Ds, Claudio Petruccioli, bacchetta Lucia Annunziata per il modo in cui ha condotto l'intervista a Silvio Berlusconi, vuol dire proprio che stavolta, la "Badessa", non si è regolata, sebbene la sua faziosità fosse un dato oramai acquisito», è il commento del senatore Michele Bonatesta, componente della direzione nazionale di An e membro della commissione di Vigilanza sulla Rai.
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E così commento:
A) CAPEZZONE - Tu quoque? Mi dispiace che proprio Capezzone non noti come siamo fuori da un ambito giornalistico. Caro Capezzone, le domande non sono "serrate", ma semplicemente fuori luogo. Se fossimo stati in un osteria, Lucia avrebbe potuto avvicinarsi a Silvio ed approcciarlo con quel tono, ma in un servizio pubblico pagato da tutti noi per avere una corretta informazione ciò non è ammissibile. Cosa voleva Lucia Annunziata? Fare un servizio di informazione a beneficio dei telespettatori o condurre un attacco su commissione dei suoi compagni di partito? E quali le domande? Le hai analizzate una per una? Le domande erano una più stupida dell'altra. Pensava di provocare Berlusconi sui brogli elettorali. Ma non siete stati voi radicali a denunciare la sistematica illegalità nella raccolta delle firme? E perché Petruccioli non doveva attaccare Annunziata? Non è Petruccioli il presidente della RAI? Se non si esprime lui chi altro può farlo? Insomma, Berlusconi doveva essere messo alla berlina da una Lucia Annunziata? E questo che vuoi dire, Capezzone? E Berlusconi non doveva difendersi? Doveva lasciarsi insultare e dire grazie? E se Lucia avesse tirato una torta in faccia a Berlusconi questi cosa avrebbe dovuto fare? Chiedere il bis? Ma quale comizio? Se un capo di governo non può informare del suo operato chi deve farlo in sua vece, l'opposizione? Esistono i momenti della critica e Lucia non è stata certo benevola nei confronti di Silvio. La difesa per fortuna nel nostro sistema è ancora legittima. Ciò che è criticabile in Lucia Annunziata è il fatto che le sue non erano domande ma provocazioni su commissione. Berlusconi ha reagito egregiamente. Ha risposto a domande non pertinenti alla sua attività di governo e per giunta non ha potuto neppure rispondere perché l'intervistatrice neppure consentiva una risposta adeguata (quella sull'economia) da lei stessa posta. Insomma, Capezzone, adesso che ti sei legato al carro di Prodi hai perso il bene dell'intelletto?
B) TANA DE ZULUETA - Egregia Signora in verde, ma se un presidente della RAI non può lui stigmatizzare, a ragione o a torto, i comportamenti di un giornalista che non sa fare il suo lavoro, a che cosa serve un Presidente? A prendersi un lauto stipendio? Le domande di Lucia Annunziata non erano nè stringenti né difficili né pungenti. Erano soltanto sciocche. Ha dimostrato ignoranza dei temi trattati: giustamente Berlusconi ha potuto dirle che non capiva nulla di pubblicità commerciale ed ancor meno di economia. Nessuna delle domande poste da Lucia Annunziata erano farina del suo sacco, ma erano cose riprese da altri e frutto di orchestrazioni che devono ancora essere chiarite dalla magistratura. Non so quali esami Lucia Annunziata abbia fatto per entrare nella RAI, ma non mi pare di notare in lei nessuna formazione in materia economica, storica, filosofica. Non capisco sulla base di quale scienza possa fare domande che servano a chiarire agli italiani l'attività criticabile o meno di un presidente del consiglio. Si è soltanto dimostrata faziosa e di parte. Voleva soltanto mettere in cattiva luce presso il pubblico il presidente del consiglio. Ha persino parlato di regole del giornalismo. Ma di quale regole andava cianciando? Di quale deontologia dell'informazione si tratta? Chi le ha fissate queste regole? Bertinotti? Lucia non ha evidenziato nessun punto critico delle dichiarazioni di Berlusconi. Gli ha semplicemente impedito di rispondere a domande mal poste e prive di intelligenza. La premeditazione c'era, ma era tutta di Lucia Annunziata. Il megafono Lucia Annunziata lo ha fatto con Bertinotti: nessuna domanda difficile, stringente, pungente, ma solo di supporto alla campagna elettorale dell'on. Bertinotti, candidato alla presidenza della Camera e forse prossimo datore di lavoro di Lucia per una nuova presidenza al posto di Claudio Petruccioli. Ciò che interessa agli italiani non lo può stabilire Lucia: non ne ha titolo. Ha invece titolo un presidente del consiglio uscente a presentare un rendiconto sul mandato ricevuto dagli italiani: su questa materia Lucia avrebbe potuto e dovuto incalzarlo con domande difficili, stringenti, pungenti. Cosa che non ha fatto, essendo altre le sue preoccupazioni.
C) ANTONIO DI PIETRO - Caro Di pietro, mi eri tanto simpatico quando facevi il Pubblico Ministero. Guarda però che qui con la libertà di stampa proprio non c'azzecchi per nulla!
D) CENTRODESTRA - La reazione della destra si sta dimostrando inadeguata. Non sanno sfruttare l'occasione per dimostrare quanto sia carente tutto il sistema italiano dell'informazione. Non sanno trarre le conseguenze della domanda posta da Berlusconi: "E sarebbe questa la RAI da me controllata?". Da anni la sinistra italiana ed europea vanno dipingendo una situazione per cui sembrerebbe che Berlusconi sia il padrone e controllore di tutto il sistema mediatico italiano, mentre ciò non sono non è vero, ma è esattamente il contrario: è la sinistra gramsciana che controlla in modo capillare tutte le casematte dell'informazione. Su ciò la destra ha mancato una riforma che poteva fare: l'abolizione dell'ordine dei giornalisti e la liberalizzazione dell'informazione. Hanno perso quest'occasione quando erano al governo e adesso ne pagano le conseguenze.
Berlusconi/Annunziata: parziale trascrizione del testo
Ho trovato in rete la seguente, parziale, trascrizione dello scontro fra Silvio Berslusconi e Lucia Annunziata. Avrebbe dovuto essere un'intervista, ma non è stato così. Non si tratta di giornalismo o di libertà di informazione, ma di qualcos'altro. Per comodità dei lettori del mio Blog riporto la trascrizione, che ripeto non è integrale. Chi vuole può vedere il filmato integrale cliccando sull'apposito titolo del post: "Silvio a Lucia: La RAI è controllata da me?".
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LDR Scrive "Annunziata: «Cominciamo dallo scandalo dei controlli dei candidati in Lazio (...). Lei teme brogli elettorali?».
Berlusconi: «Sì, assolutamente, perché rientrano nella professionalità e nella storia della sinistra (...)».
A: «Dopo cinque anni Presidente si ritrova a essere famoso nel mondo soprattutto per due cose: la sua grande amicizia con Bush ed essere il leader occidentale che rappresenta il più grande conflitto d'interessi della storia dei Paesi occidentali. Le conviene aver tenuto in piedi questo enorme conflitto d'interessi? ».
B: «(...) Credo che la partigianeria si veda dov'è: Rai3 è una macchina da guerra contro il presidente del Consiglio (...)Rai1 e Rai2 sono abbastanza equilibrate (...) Ma Rai1 ha mandato in onda Celentano che non ha fatto altro che ridicolizzarmi (...) c'è un conflitto di interessi in Italia che è gigantesco: è quello delle cooperative rosse che ottengono gli appalti dalle giunte rosse che fanno degli utili importanti e che non pagano le tasse, e che con questi utili sostengono i partiti rossi, e quando ci sono delle combine con organizzazioni criminali ed altre, hanno i magistrati rossi che insabbiano tutti i procedimenti contro di loro».
A: «(...) L'episodio più complicato in Rai è rimasto quello della cacciata di Santoro e di Biagi (...) Si è fatto la fama internazionale di mettere il bavaglio ai giornalisti. Le è convenuto?».
B: «La mia fama internazionale è molto diversa (...) Su Santoro e Biagi, non ho attaccato le persone, ma i loro comportamenti. Dissi allora, parlando in un gruppo ristretto di industriali in Romania (e questi giornalisti si infiltrarono in una conversazione privata) che avevano fatto un uso criminoso della televisione, in quanto nella televisione pubblica, nel periodo immediatamente precedente le elezioni, Biagi aveva fatto venire Benigni. Luttazzi e Santoro avevano fatto delle trasmissioni che avevano violato la verità (...) Non dicevo che se ne dovessero andare, dicevo che dovevano essere onesti nell'uso di un mezzo che è pagato da tutti (...) A Biagi è convenuto con il ricco contratto di molti miliardi di farsi mettere in pensione e a Santoro è convenuto perché ha avuto la ricompensa dalla sinistra di un posto(...)».
A: «Questo termine è offensivo, Presidente(...)».
B: «Lasci a Santoro di rispondere, non prenda lei le difese (...) Vorrei spiegare agli spettatori che devo fare un'intervista con una giornalista che ha dei forti pregiudizi e che è una espressione unica, organica alla sinistra. Vorrei che lei mi domandasse perché gli elettori devono votare per noi e non per la sinistra(...)».
A: «Presidente(...)».
B: «Lei è una violenta e mi sta cercando di non far dire le cose(...)».
A: «(...) Mi piacerebbe farle delle domande (...) Questa è un'intervista».
B: «Lei sta approfittando della mia educazione».
A: «Siamo tutti e due di buonissima educazione. Rimane il fatto che le domande qui in casa mia le faccio io(...)».
B: «Credevo che questa fosse la casa Rai degli italiani (...)».
A: «Quel piccolissimo pezzo che è mio (...) questa è una trasmissione fatta da me, avrà altri giornalisti». Segue scambio di battute su Confindustria.
B: «Lei mi fa la cortesia di lasciarmi rispondere, sennò mi alzo e me ne vado. Mi ha fatto una domanda, esigo che lei mi faccia rispondere».
A: «Che lei dica mi alzo e me ne vado è una cosa che lei non può dire».
B: «Allora io mi alzo e me ne vado, questo resterà come una macchia nella sua carriera professionale (...)».
A: «Presidente, ritiri il discorso mi alzo e me ne vado perché non è accettabile».
B: «Me ne vado se lei non mi lascia rispondere».
A: «Non lo faccia».
B: «Lei non può dire a me quello che faccio(...)Questo dimostra perché lei è di sinistra. Lei pensa di decidere anche per gli altri, mentre io sono un liberale, decido solo per me stesso. Allora io volevo dirle perché l'Italia(...)Allora signora arrivederci, se non mi fa parlare la saluto, complimenti. Lei ha illustrato bene come si comporta una persona che ha pregiudizi».
A: «Presidente».
B: «Dovrebbe avere un po' di vergogna per come si è comportata».
A: «Lei non sa trattare con i giornalisti».
B: «Arrivederci(...) E poi dicono che la Rai è controllata da me». "
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LDR Scrive "Annunziata: «Cominciamo dallo scandalo dei controlli dei candidati in Lazio (...). Lei teme brogli elettorali?».
Berlusconi: «Sì, assolutamente, perché rientrano nella professionalità e nella storia della sinistra (...)».
A: «Dopo cinque anni Presidente si ritrova a essere famoso nel mondo soprattutto per due cose: la sua grande amicizia con Bush ed essere il leader occidentale che rappresenta il più grande conflitto d'interessi della storia dei Paesi occidentali. Le conviene aver tenuto in piedi questo enorme conflitto d'interessi? ».
B: «(...) Credo che la partigianeria si veda dov'è: Rai3 è una macchina da guerra contro il presidente del Consiglio (...)Rai1 e Rai2 sono abbastanza equilibrate (...) Ma Rai1 ha mandato in onda Celentano che non ha fatto altro che ridicolizzarmi (...) c'è un conflitto di interessi in Italia che è gigantesco: è quello delle cooperative rosse che ottengono gli appalti dalle giunte rosse che fanno degli utili importanti e che non pagano le tasse, e che con questi utili sostengono i partiti rossi, e quando ci sono delle combine con organizzazioni criminali ed altre, hanno i magistrati rossi che insabbiano tutti i procedimenti contro di loro».
A: «(...) L'episodio più complicato in Rai è rimasto quello della cacciata di Santoro e di Biagi (...) Si è fatto la fama internazionale di mettere il bavaglio ai giornalisti. Le è convenuto?».
B: «La mia fama internazionale è molto diversa (...) Su Santoro e Biagi, non ho attaccato le persone, ma i loro comportamenti. Dissi allora, parlando in un gruppo ristretto di industriali in Romania (e questi giornalisti si infiltrarono in una conversazione privata) che avevano fatto un uso criminoso della televisione, in quanto nella televisione pubblica, nel periodo immediatamente precedente le elezioni, Biagi aveva fatto venire Benigni. Luttazzi e Santoro avevano fatto delle trasmissioni che avevano violato la verità (...) Non dicevo che se ne dovessero andare, dicevo che dovevano essere onesti nell'uso di un mezzo che è pagato da tutti (...) A Biagi è convenuto con il ricco contratto di molti miliardi di farsi mettere in pensione e a Santoro è convenuto perché ha avuto la ricompensa dalla sinistra di un posto(...)».
A: «Questo termine è offensivo, Presidente(...)».
B: «Lasci a Santoro di rispondere, non prenda lei le difese (...) Vorrei spiegare agli spettatori che devo fare un'intervista con una giornalista che ha dei forti pregiudizi e che è una espressione unica, organica alla sinistra. Vorrei che lei mi domandasse perché gli elettori devono votare per noi e non per la sinistra(...)».
A: «Presidente(...)».
B: «Lei è una violenta e mi sta cercando di non far dire le cose(...)».
A: «(...) Mi piacerebbe farle delle domande (...) Questa è un'intervista».
B: «Lei sta approfittando della mia educazione».
A: «Siamo tutti e due di buonissima educazione. Rimane il fatto che le domande qui in casa mia le faccio io(...)».
B: «Credevo che questa fosse la casa Rai degli italiani (...)».
A: «Quel piccolissimo pezzo che è mio (...) questa è una trasmissione fatta da me, avrà altri giornalisti». Segue scambio di battute su Confindustria.
B: «Lei mi fa la cortesia di lasciarmi rispondere, sennò mi alzo e me ne vado. Mi ha fatto una domanda, esigo che lei mi faccia rispondere».
A: «Che lei dica mi alzo e me ne vado è una cosa che lei non può dire».
B: «Allora io mi alzo e me ne vado, questo resterà come una macchia nella sua carriera professionale (...)».
A: «Presidente, ritiri il discorso mi alzo e me ne vado perché non è accettabile».
B: «Me ne vado se lei non mi lascia rispondere».
A: «Non lo faccia».
B: «Lei non può dire a me quello che faccio(...)Questo dimostra perché lei è di sinistra. Lei pensa di decidere anche per gli altri, mentre io sono un liberale, decido solo per me stesso. Allora io volevo dirle perché l'Italia(...)Allora signora arrivederci, se non mi fa parlare la saluto, complimenti. Lei ha illustrato bene come si comporta una persona che ha pregiudizi».
A: «Presidente».
B: «Dovrebbe avere un po' di vergogna per come si è comportata».
A: «Lei non sa trattare con i giornalisti».
B: «Arrivederci(...) E poi dicono che la Rai è controllata da me». "
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Petruccioli boccia l'Annunziata: ha sbagliato
Lucia ha un grande merito, suo malgrado. Ci consente una riflessione sulla cosiddetta informazione e libertà di stampa. Intendo una riflessione che può fare chi normalmente non presta attenzione a queste cose. A nessuno può essere sfuggito il fatto che Lucia Annunziata intendesse azzannare il suo ospite, il quale a sua volta non era tenuto a presentarsi con umiltà e con una supplica in mano. E' il capo del governo a cui i cittadini hanno conferito il più grande potere che il sistema consenta: egli esercita la maestà del potere sovrano che il popolo gli ha conferito con un mandato a durata limitata nel tempo ma non ancora scaduto. Viviamo in tempi di ipocrisia e invidia democratica, nella quale chi ha il potere deve nasconderlo e non farlo apparire. Ma non per questo l'ineguaglianza viene meno ed il povero D'Alema è semplicemente penoso quando si giustifica idealmente con l'operaio che l'ha innalzato sopra di sé, dicendo che la barca ha potuto comprarsela solo a rate, facendo sacrifici. Nella nostra società l'ineguaglianza fra gli uomini continua ad esservi come nel passato. Ma non voglio allungare il discorso su questo versante. Ciò mi serve per spiegare la posizione di Petruccioli, tacciata di "cerchiobottismo" da un suo compagno di partito (Falomi), ma invece consapevole di una necessaria distinzione di responsabilità. In altri termini, Berlusconi non era tenuto ad andare in atteggiamento di umiltà e contrizione davanti a Lucia Annunziata, mentre questa era tenuta ad una doverosa deferenza verso il suo intervistato, che guarda caso è ancora il capo del governo: o almeno avrebbe dovuto mostrare quella stessa deferenza che una Lucia estasiata in quella stessa "sede" ha riservato a Fausto Bertinotti, se non voleva essere tacciata di parzialità e disparità di trattamento.
E' parsa perciò una doverosa difesa d'ufficio quella di Petruccioli che ritiene inaccettabile l'attacco di Berlusconi a RAI Tre. In effetti, non vi è chi non abbia visto in questi anni lo schieramento politico della rete televisiva: la telekabul di Sergio Curzi. Berlusconi ha parlato della RAI come di una protesi del potere politico, che ha sistemato in lucrosi impieghi parenti e sostenitori politici. Ho visto ieri sera Bianca Berlinguer che intervistava Laruffa sull'incidente dell'Annunziata. Ho subito pensato: ma di chi è figlia Bianca? Non è per caso la figlia di Enrico Berlinguer? Di come si entra alla RAI ogni italiano ha una fondata opinione. Berlusconi ha potuto dire quello che tutti sanno e pensano. Almeno lui per questo non si prenderà quella facile querela che un potente del regime può comminare con facilità all'uomo della strada, che soffre solo per il fatto di doversi cercare un avvocato e dover entrare in un'aula di giustizia, sia pure per difendere la sua certa innocenza. Anzi, a mio avviso, uno dei motivi della popolarità di Berlusconi è proprio quella di poter dire di tanto in tanto cose che tutti pensano e sanno esser vere, ma che per conprensibile timore non ognuno si azzarda a dire. Petruccioli, da persona intelligente, mentre stigmatizza doverosamente l'atto di accusa di Berlusconi nei confronti della RAI e della stessa giornalista Lucia Annunziata fondatamente ritenuta come politicamente schierata e quindi in una veste impropria di giornalista, ritiene Berlusconi tuttavia non responsabile delle sue fondate opinioni, mentre resta pienamente censurabile la giornalista Lucia Annunziata che avrebbe disatteso i dettami deontologici di una professione, le cui "regole" crede di poter stabilire lei stessa. Quindi, caro Antonello (Falomi) – nostalgico ricordo dei tempi liceali –, se rifletti bene, vedi che non si è trattato di cerchiobottismo: nell'un caso Berlusconi poteva comportarsi come meglio credeva, non portandone la responsabilità, mentre nell'altro caso Lucia non poteva fare quello che voleva, ponendosi su un piano di parità e di sfida verso Silvio, che guarda caso è ancora il capo di governo di un paese da burla come l'Italia. Antonello, in tutti questi anni che sei stato al Parlamento, almeno un senso delle istituzioni avresti potuto fartelo. Invece, sei rimasto il fazioso di sempre, adesso mi pare collocato con Rifondazione comunista, se non sbaglio.
Un'ultima considerazione mi sembra si possa fare sull'osmosi professionale fra giornalisti e politici. Provate mentalmente a fare una lista di quanti professionalmente inquadrati come giornalisti (D'Alema, Fini, forse anche Rutelli e tanti altri) sono oggi leaders politici. Questo dimostra che la professione giornalistica non è mai stata intesa come un ruolo di terzietà, ma come preparazione ad una più vantaggiosa carriera: quella del politico. Lo stesso si può dire per il ruolo dei magistrati che ha un certo punto lasciano quella tonaca che dava loro apparenza di imparzialità e li si ritrova di botto in una posizione di parte nell'agone politico. Il problema serio è che l'Italia non dispone di un sistema di informazione, non di parte, che possa essere di garanzia per i cittadini, che opportunamente comprano poco i giornali. Questi per la maggior parte consistono in un flusso di notizie futili. Chi controlla i giornali lascia tutta la libertà su ciò che è futile, ma impone il silenzio su ciò che riguarda gli arcani del potere ovvero ammette che se ne parli nei termini e nei modi consentiti. Questa è la realta vera della libertà di informazione nel nostro paese. Se Berlusconi ritornerà al governo io mi auguro che l'incidente con Lucia gli serve per valutare l'opportunità dell'abolizione dell'ordine dei giornalisti, come un referendum voleva fare, per consentire una migliore informazione ai cittadini. Sono infatti certo che esistono in Italia molte persone che sono capaci di fare un migliore giornalismo di quello che è oggi monopolio di pochi garantiti, che rispondono non ai loro lettori ma a poteri forti ed occulti.
E' parsa perciò una doverosa difesa d'ufficio quella di Petruccioli che ritiene inaccettabile l'attacco di Berlusconi a RAI Tre. In effetti, non vi è chi non abbia visto in questi anni lo schieramento politico della rete televisiva: la telekabul di Sergio Curzi. Berlusconi ha parlato della RAI come di una protesi del potere politico, che ha sistemato in lucrosi impieghi parenti e sostenitori politici. Ho visto ieri sera Bianca Berlinguer che intervistava Laruffa sull'incidente dell'Annunziata. Ho subito pensato: ma di chi è figlia Bianca? Non è per caso la figlia di Enrico Berlinguer? Di come si entra alla RAI ogni italiano ha una fondata opinione. Berlusconi ha potuto dire quello che tutti sanno e pensano. Almeno lui per questo non si prenderà quella facile querela che un potente del regime può comminare con facilità all'uomo della strada, che soffre solo per il fatto di doversi cercare un avvocato e dover entrare in un'aula di giustizia, sia pure per difendere la sua certa innocenza. Anzi, a mio avviso, uno dei motivi della popolarità di Berlusconi è proprio quella di poter dire di tanto in tanto cose che tutti pensano e sanno esser vere, ma che per conprensibile timore non ognuno si azzarda a dire. Petruccioli, da persona intelligente, mentre stigmatizza doverosamente l'atto di accusa di Berlusconi nei confronti della RAI e della stessa giornalista Lucia Annunziata fondatamente ritenuta come politicamente schierata e quindi in una veste impropria di giornalista, ritiene Berlusconi tuttavia non responsabile delle sue fondate opinioni, mentre resta pienamente censurabile la giornalista Lucia Annunziata che avrebbe disatteso i dettami deontologici di una professione, le cui "regole" crede di poter stabilire lei stessa. Quindi, caro Antonello (Falomi) – nostalgico ricordo dei tempi liceali –, se rifletti bene, vedi che non si è trattato di cerchiobottismo: nell'un caso Berlusconi poteva comportarsi come meglio credeva, non portandone la responsabilità, mentre nell'altro caso Lucia non poteva fare quello che voleva, ponendosi su un piano di parità e di sfida verso Silvio, che guarda caso è ancora il capo di governo di un paese da burla come l'Italia. Antonello, in tutti questi anni che sei stato al Parlamento, almeno un senso delle istituzioni avresti potuto fartelo. Invece, sei rimasto il fazioso di sempre, adesso mi pare collocato con Rifondazione comunista, se non sbaglio.
Un'ultima considerazione mi sembra si possa fare sull'osmosi professionale fra giornalisti e politici. Provate mentalmente a fare una lista di quanti professionalmente inquadrati come giornalisti (D'Alema, Fini, forse anche Rutelli e tanti altri) sono oggi leaders politici. Questo dimostra che la professione giornalistica non è mai stata intesa come un ruolo di terzietà, ma come preparazione ad una più vantaggiosa carriera: quella del politico. Lo stesso si può dire per il ruolo dei magistrati che ha un certo punto lasciano quella tonaca che dava loro apparenza di imparzialità e li si ritrova di botto in una posizione di parte nell'agone politico. Il problema serio è che l'Italia non dispone di un sistema di informazione, non di parte, che possa essere di garanzia per i cittadini, che opportunamente comprano poco i giornali. Questi per la maggior parte consistono in un flusso di notizie futili. Chi controlla i giornali lascia tutta la libertà su ciò che è futile, ma impone il silenzio su ciò che riguarda gli arcani del potere ovvero ammette che se ne parli nei termini e nei modi consentiti. Questa è la realta vera della libertà di informazione nel nostro paese. Se Berlusconi ritornerà al governo io mi auguro che l'incidente con Lucia gli serve per valutare l'opportunità dell'abolizione dell'ordine dei giornalisti, come un referendum voleva fare, per consentire una migliore informazione ai cittadini. Sono infatti certo che esistono in Italia molte persone che sono capaci di fare un migliore giornalismo di quello che è oggi monopolio di pochi garantiti, che rispondono non ai loro lettori ma a poteri forti ed occulti.
lunedì, marzo 13, 2006
Di Pietro: su Silvio e Lucia ha detto la sua, cioè delle sciocchezze.
Come ex magistrato da Antonio Di Pietro ci si aspetterebbe che individuasse in Lucia un ruolo neutro, che la stessa Lucia Annunziata ammette di non avere, riconoscendosi espressione della sinistra nel corso della stessa trasmissione (minuto 11:40: "una giornalista di sinistra come me"). Di Pietro è poi ancora più realista del re, assolvendo Lucia da quelle censure che il presidente della Rai Claudio Petruccioli sente di poter fare a Lucia: doveva condurre a termine la trasmissione e non pretendere da Berlusconi scuse o sottomissioni. Il ruolo servente è quello del giornalista, che ha l'obbligo di rendere un'informazione al telespettatore, non di agire da quinta colonna di una parte politica contro l'altra. A un ex-magistrato come Di Pietro queste evidenze avrebbero dovuto saltare subito agli occhi. Deve aver dimenticato il mestiere. Anziché porre domande l'Annunziata muove addebiti gratuiti a Berlusconi e lo attacca perfino: l'influenza sulla RAI, la raccolta pubblicitaria, ciò che egli avrebbe dovuto fare o non fare, dichiarando di essere "a casa sua". Un ex-magistrato dovrebbe pur capire che una giornalista che faccia informazione non può chiedere e pretendere: perché non hai fatto di tutto per far rientrare alla RAI quel fior fiore di professionista che è Michele Santoro? Ed addirittura fa poi l'avvocato difensore di Michele, quando commenta la risposta di Berlusconi: "questo è offensivo!" Al che Berlusconi: "ma lasci che questo lo dica Santoro!" Caro Di Pietro, dove sta tutta questa professionalità che tu vedi in Lucia? La "genuflessione" di cui parli tu la pretendi da Silvio verso Lucia. Vuoi un presidente del consiglio con il cappello in mano che supplichi la benevolenza della padrona di casa. Se Antonio Di Pietro vuole contestare a Silvio Berlusconi le "cose belle e buone" che egli ritiene di aver fatto, lo deve fare lui in quanto ora politico, dopo essere stato magistrato. Non può pretendere che ad esercitare questo ruolo sia un giornalista, oltretutto un giornalista non di un foglio di partito, ma della RAI che paghiamo tutti. Lo stesso Di Pietro dimostra in tal modo la fondatezza dell'accusa mossa da Berlusconi a tutta RAI TRE, di essere organica alla Sinistra (con o senza Di Pietro).
Silvio a Lucia: "La Rai è controllata da me?"
Ho ascoltato Berlusconi negli ultimi tre minuti ieri sera, casualmente, al termine dell'intervista dell'Annunziata. Mi è molto piaciuto, Silvio. Annunziata l'ho invece sempre trovata indigesta e antipatica (ancora prima che esistesse Berlusconi): ieri me ne ha dato ulteriore conferma. Ricordo che perfino Pannella l'aveva una volta rintuzzata. Il cervello di Lucia (che è una giornalista iscritta all'Albo voluto da Mussolini) è portato alla semplicità del si, si, no, no. I problemi sono purtroppo spesso più complessi. In quell'occasione anche Marco Pannella perse la pazienza e sbottò: che "si si, no no", non siamo a scuola e tu non sei la maestrina che tira bacchettate! La stampa odierna si è divisa a seconda dell'orientamento elettorale e dello schieramento scelto: una bella dimostrazione del ruolo neutrale della libera stampa! Lo capisco e non me ne scandalizzo. Ognuno ha i suoi datori di lavoro. I politici di sinistra pestano nel mortaio e solidarizzano con Lucia Annunziata: diverso il caso ed il comportamento per l'analogo scontro Socci/Melandri di qualche anno fa: due pesi due misure. I politici di destra alla Casini sono opportunisti che prima hanno tessuto le lodi dell'Annunziata e poi ne scoprono la faziosità. E' inutile aspettarsi da loro un'equanimità di cui sono tutti incapaci ed a cui non hanno interesse. Ma credo che uno sforzo di oggettività uno spirito libero lo debba innanzitutto a se stesso prima ancora che a Berlusconi o all'Annunziata: altrimenti si danneggia se stessi senza favorire né l'uno nél'altro che restano inchiodati alle loro azioni. Cliccando sul titolo chi legge questo post può riascoltare il video di tutti i venti minuti dell'intervista, che solo nella parte finale termina con l'incidente di cui oggi parlano tutti i giornali, dandovi ampio rilievo, schierandosi ciascuno dalla propria parte politica. Per oltre la metà del tempo l'Annunziata ha forzato la situazione per non far parlare il presidente del Consiglio su temi che gli stavano a cuore, intrattenendolo invece su temi cari alla propaganda avversaria: un ruolo più adatto ad un giornalista dell'Unità o del Manifesto, non ad un organo (la RAI) pagato con il denaro pubblico. Ognuno può risalire alla fonte che io qui analizzo e commento ed alla quale rinvio, tenendo io conto di ogni suo contenuto da me ascoltato più volte.
Per quanto riguarda la mia analisi io non so dare torto a Berlusconi, neppure in piccola parte come fanno taluni. Così, ad esempio, Agazio Loiero stamattina a radio radicale, dove ha detto che difetto di Berlusconi è il monologo, pur riconoscendo all'Annunziata la responsabilità dell'incidente. Io mi chiedo però se un capo di governo, un presidente di regione, un sindaco non abbia il diritto/dovere di fare un resoconto del suo operato e di essere interpellato sugli aspetti essenziali del suo governo e non su aspetti marginali e strumentali o peggio ancora su cose di cui non si ha compiuta intelligenza e che si riportano di terza mano. Chi ascolta, se non è uno sciocco, deciderà lui se credergli o non credergli. Ma che egli non possa parlare mi sembra inaudito e inaccettabile. Porgli delle domande sciocche e minimali, come fa l'Annunziata, mi pare che sia un modo di mettergli il "bavaglio" alla bocca. Che Berlusconi si sappia ben difendere da queste manovre, sappia reagire smascherando, è un suo merito, una sua capacità, non un demerito. Quello del conflitto di interessi, su cui tanto ha insistito Lucia, mi pare una leggenda alla quale non ho mai prestato il minimo credito. Di Santoro, che non ho mai apprezzato per rigore e serietà professionale, ricordo gli sbeffeggiamenti continui del presidente del consiglio, che nulla lasciavano capire ed intendere se non la gratuità dell'insulto stesso. Se, nell'accezione più immediata del termine, conflitto di interesse abbia mai significato che la RAI potesse correre il rischio di tessere quotidianamente le lodi di Berlusconi, è cosa di cui io non mi sono mai accorto. Ho invece verificato il contrario. I D'Alema, i Bertinotti, l'altro di color verde, il Pecoraro Cane o come diavolo si chiama, li ho visti sempre "di casa", nella stessa casa comune di Lucia. Nient'altro che una leggenda quella del conflitto di interessi, alla quale crede chi ha interesse a credervi e a farlo passare per tale. Trovo poi sconcertante che Berlusconi – secondo Lucia – avrebbe dovuto mettere in cima ai suoi programmi di governo nientepopodimeno che quello di far rientrare i Santoro o i Biagi, che a quanto apprendo hanno trovato la loro convenienza miliardaria ad andarsene via. Una bella faccia tosta da giornalisti, che si credono l'ombelico del mondo, il sale della terra. Senza di loro gli italiani sono orfani e sventurati. Arrivo a capire che si possa lecitamente avversare Berlusconi, ma chi fa il giornalista dovrebbe offrire un servizio a chi ha interesse al massimo di verità ed oggettività possibile. Se non è capace di ciò, faccia un altro mestiere e consenta ad altri di fare meglio lo stesso mestiere: e dunque via quell'albo che non attesta nessuna professionalità ma solo un privilegio in un paese che di privilegi ne ha ancora troppi e che per il peso dei privilegi sta affondando.
Esiste poi un altro problema di carattere generale di cui Lucia non ha la benché minima consapevolezza. Facciamo conto che al posto di Berlusconi ci fosse stato Einstein, o Aristotele, o San Tommaso, o chi vi pare tra le intelligenze ritenute più eccelse nella storia dell'umanità, quale domande all'altezza del personaggio una Lucia Annunziata avrebbe potuto fare? A che ora ti alzi la mattina? Cosa hai mangiato a mezzogiorno? Invece, Lucia che è "a casa sua", una casa per la quale a ognuno di noi tocca pagare l'affitto, piaccia o non piaccia, essendo il pagamento del canone RAI un obbligo di legge, Lucia dunque pensa di essere al di sopra del personaggio, che non si chiama Benito Mussolini, ma che è pur sempre il capo del governo di un paese scalcinato come l'Italia. Questo paese è governato non metaforicamente dai giornalisti, che spesso lasciano il video per andare ad occupare scranni parlamentari, dopo aver fatto pubblicità alla loro faccia a scapito del canone pagato dagli italiani. Cara Lucia, guarda che tu non sei un capo di stato. Non credere di poterti innalzare al di sopra del posto che ti sei trovato alla Rai. Non conosco i fatti tuoi e non voglio conoscerli, ma non indurmi a sospettare male del mio prossimo.
Insomma, la faziosità e l'arroganza io la vedo tutta dalla parte dell'Annunziata che fin dal suo esordio vuol condurre la conversazione su temi strumentali, sui quali Silvio reagisce magistralmente chiarendo più volte quei "sensi" che Lucia neppure sospettava ("in che senso?") nel momento in cui credeva di allestire la trappola nella quale è rimasta impigliata: la sinistra è esperta da sempre nell'arte dei brogli, avendoli sempre praticati. Così Berlusconi ha risposto alla domanda insidiosa di Lucia Annunziata. Ricordo addirittura un Sinistro che in una trasmissione educativa di RAI3 disse una volta a proposito del sospetto broglio elettorale che istituì la repubblica: "benedetto quel broglio!" L'episodio è rimasto indelebilmente impresso nella mia mente ed io penso sempre alla Repubblica italiana come nata e fondata sull'imbroglio, a prescindere dal fatto che vi sia stato o meno. Mi chiedo se Berlusconi, poveretto, fosse stato per davvero il Mussolini, ovvero il dittatore che si pretende che sia, se una cosa del genere fosse stata lontanamente immaginabile. E se al posto di Berlusconi vi fosse stato Stalin o Hitler? Povera Lucia, le sue penne sarebbero volate ai quattro venti. E lei lo sa bene. Su ciò alimenta la sua arroganza: sa di non rischiare nulla e di potersi permettere tutto. Sa di poter osare perché il personaggio Berlusconi è del tutto innocuo. Gli hanno persino scaraventato in testa un treppiedi! E lui ha perdonato l'aggressore.
Questa campagna elettorale mi sembra tutta da ridere. La comicità del reale ha superato la comicità di tutti i Benigni e Celentano messi insieme. Berlusconi ha risposto in modo puntuale e intelligente ad una Lucia Annunziata, che per mia disgrazia in Rai (con soldi anche miei) ci sta da una vita, messa lì certo non da me, una Lucia Annunziata che ha dimostrato perfettamente la sua "organicità" ad una ben individuata parte politica. Il mestiere del giornalista dovrebbe essere impostato da un punto di vista neutrale: dovrebbe essere analogo al ruolo del giudice. Sappiamo purtroppo che non è così ed i giornalisti sono una corporazione fra le altre con proprie "regole" che sono di mera conservazione di un privilegio. Vi ricordate il referendum per l'abolizione dell'ordine dei giornalisti in modo da poter consentire a ognuno di noi che senta di averne le capacità di poter lui fare da giornalista? E qual è stata la reazione dei giornalisti? Non sono stati tutti compatti nel sabotare il referendum? Con quale arma? Semplicemente non informando sul referendum, come sarebbe stato loro dovere. Mi auguro che una delle prossime riforme sia l'abolizione dell'illiberale ordine dei giornalisti. Ed un'altra riforma l'abolizione del canone RAI, che oltre ai nostri soldi pretende per bocca dell'Annunziata anche gli introiti pubblicitari, quegli stessi introiti che Lucia contestava a Mediaset sulla base della sua bella faccia, cioè una faccia tale da meritare un'interruzione pubblicitaria!
Ogni volta che riascolto il video posso ridere come non mi capitava da anni, guardando trasmissioni televisive. Solo che i problemi ci sono, sono seri e non vi è nulla da ridere. La stoccata finale Berlusconi l'ha data con una domanda: "E questa sarebbe la RAI controllata da me?!”
Per quanto riguarda la mia analisi io non so dare torto a Berlusconi, neppure in piccola parte come fanno taluni. Così, ad esempio, Agazio Loiero stamattina a radio radicale, dove ha detto che difetto di Berlusconi è il monologo, pur riconoscendo all'Annunziata la responsabilità dell'incidente. Io mi chiedo però se un capo di governo, un presidente di regione, un sindaco non abbia il diritto/dovere di fare un resoconto del suo operato e di essere interpellato sugli aspetti essenziali del suo governo e non su aspetti marginali e strumentali o peggio ancora su cose di cui non si ha compiuta intelligenza e che si riportano di terza mano. Chi ascolta, se non è uno sciocco, deciderà lui se credergli o non credergli. Ma che egli non possa parlare mi sembra inaudito e inaccettabile. Porgli delle domande sciocche e minimali, come fa l'Annunziata, mi pare che sia un modo di mettergli il "bavaglio" alla bocca. Che Berlusconi si sappia ben difendere da queste manovre, sappia reagire smascherando, è un suo merito, una sua capacità, non un demerito. Quello del conflitto di interessi, su cui tanto ha insistito Lucia, mi pare una leggenda alla quale non ho mai prestato il minimo credito. Di Santoro, che non ho mai apprezzato per rigore e serietà professionale, ricordo gli sbeffeggiamenti continui del presidente del consiglio, che nulla lasciavano capire ed intendere se non la gratuità dell'insulto stesso. Se, nell'accezione più immediata del termine, conflitto di interesse abbia mai significato che la RAI potesse correre il rischio di tessere quotidianamente le lodi di Berlusconi, è cosa di cui io non mi sono mai accorto. Ho invece verificato il contrario. I D'Alema, i Bertinotti, l'altro di color verde, il Pecoraro Cane o come diavolo si chiama, li ho visti sempre "di casa", nella stessa casa comune di Lucia. Nient'altro che una leggenda quella del conflitto di interessi, alla quale crede chi ha interesse a credervi e a farlo passare per tale. Trovo poi sconcertante che Berlusconi – secondo Lucia – avrebbe dovuto mettere in cima ai suoi programmi di governo nientepopodimeno che quello di far rientrare i Santoro o i Biagi, che a quanto apprendo hanno trovato la loro convenienza miliardaria ad andarsene via. Una bella faccia tosta da giornalisti, che si credono l'ombelico del mondo, il sale della terra. Senza di loro gli italiani sono orfani e sventurati. Arrivo a capire che si possa lecitamente avversare Berlusconi, ma chi fa il giornalista dovrebbe offrire un servizio a chi ha interesse al massimo di verità ed oggettività possibile. Se non è capace di ciò, faccia un altro mestiere e consenta ad altri di fare meglio lo stesso mestiere: e dunque via quell'albo che non attesta nessuna professionalità ma solo un privilegio in un paese che di privilegi ne ha ancora troppi e che per il peso dei privilegi sta affondando.
Esiste poi un altro problema di carattere generale di cui Lucia non ha la benché minima consapevolezza. Facciamo conto che al posto di Berlusconi ci fosse stato Einstein, o Aristotele, o San Tommaso, o chi vi pare tra le intelligenze ritenute più eccelse nella storia dell'umanità, quale domande all'altezza del personaggio una Lucia Annunziata avrebbe potuto fare? A che ora ti alzi la mattina? Cosa hai mangiato a mezzogiorno? Invece, Lucia che è "a casa sua", una casa per la quale a ognuno di noi tocca pagare l'affitto, piaccia o non piaccia, essendo il pagamento del canone RAI un obbligo di legge, Lucia dunque pensa di essere al di sopra del personaggio, che non si chiama Benito Mussolini, ma che è pur sempre il capo del governo di un paese scalcinato come l'Italia. Questo paese è governato non metaforicamente dai giornalisti, che spesso lasciano il video per andare ad occupare scranni parlamentari, dopo aver fatto pubblicità alla loro faccia a scapito del canone pagato dagli italiani. Cara Lucia, guarda che tu non sei un capo di stato. Non credere di poterti innalzare al di sopra del posto che ti sei trovato alla Rai. Non conosco i fatti tuoi e non voglio conoscerli, ma non indurmi a sospettare male del mio prossimo.
Insomma, la faziosità e l'arroganza io la vedo tutta dalla parte dell'Annunziata che fin dal suo esordio vuol condurre la conversazione su temi strumentali, sui quali Silvio reagisce magistralmente chiarendo più volte quei "sensi" che Lucia neppure sospettava ("in che senso?") nel momento in cui credeva di allestire la trappola nella quale è rimasta impigliata: la sinistra è esperta da sempre nell'arte dei brogli, avendoli sempre praticati. Così Berlusconi ha risposto alla domanda insidiosa di Lucia Annunziata. Ricordo addirittura un Sinistro che in una trasmissione educativa di RAI3 disse una volta a proposito del sospetto broglio elettorale che istituì la repubblica: "benedetto quel broglio!" L'episodio è rimasto indelebilmente impresso nella mia mente ed io penso sempre alla Repubblica italiana come nata e fondata sull'imbroglio, a prescindere dal fatto che vi sia stato o meno. Mi chiedo se Berlusconi, poveretto, fosse stato per davvero il Mussolini, ovvero il dittatore che si pretende che sia, se una cosa del genere fosse stata lontanamente immaginabile. E se al posto di Berlusconi vi fosse stato Stalin o Hitler? Povera Lucia, le sue penne sarebbero volate ai quattro venti. E lei lo sa bene. Su ciò alimenta la sua arroganza: sa di non rischiare nulla e di potersi permettere tutto. Sa di poter osare perché il personaggio Berlusconi è del tutto innocuo. Gli hanno persino scaraventato in testa un treppiedi! E lui ha perdonato l'aggressore.
Questa campagna elettorale mi sembra tutta da ridere. La comicità del reale ha superato la comicità di tutti i Benigni e Celentano messi insieme. Berlusconi ha risposto in modo puntuale e intelligente ad una Lucia Annunziata, che per mia disgrazia in Rai (con soldi anche miei) ci sta da una vita, messa lì certo non da me, una Lucia Annunziata che ha dimostrato perfettamente la sua "organicità" ad una ben individuata parte politica. Il mestiere del giornalista dovrebbe essere impostato da un punto di vista neutrale: dovrebbe essere analogo al ruolo del giudice. Sappiamo purtroppo che non è così ed i giornalisti sono una corporazione fra le altre con proprie "regole" che sono di mera conservazione di un privilegio. Vi ricordate il referendum per l'abolizione dell'ordine dei giornalisti in modo da poter consentire a ognuno di noi che senta di averne le capacità di poter lui fare da giornalista? E qual è stata la reazione dei giornalisti? Non sono stati tutti compatti nel sabotare il referendum? Con quale arma? Semplicemente non informando sul referendum, come sarebbe stato loro dovere. Mi auguro che una delle prossime riforme sia l'abolizione dell'illiberale ordine dei giornalisti. Ed un'altra riforma l'abolizione del canone RAI, che oltre ai nostri soldi pretende per bocca dell'Annunziata anche gli introiti pubblicitari, quegli stessi introiti che Lucia contestava a Mediaset sulla base della sua bella faccia, cioè una faccia tale da meritare un'interruzione pubblicitaria!
Ogni volta che riascolto il video posso ridere come non mi capitava da anni, guardando trasmissioni televisive. Solo che i problemi ci sono, sono seri e non vi è nulla da ridere. La stoccata finale Berlusconi l'ha data con una domanda: "E questa sarebbe la RAI controllata da me?!”
domenica, marzo 12, 2006
La sconfitta referendaria
Caro Mario,
Ti mando in privato (ma pubblicamente) un breve commento al tuo articolo sulla legge n. 40:
http://www.ragionpolitica.it/testo.5067.
ecco_frutti_positivi_dell_applicazione_della_legge.html
----------------
Ma quale sconfitta?
di http://clubtiberino.blogspot.com/
Caro Mario,
ho capito poco o nulla del tuo discorso e di cosa vuoi dare ad intendere. In quanto al referendum non mi sento per nulla uno sconfitto: dovrebbero piuttosto sentirsi dei "furbetti" quelli che si sono rifugiati nell'astensione, piuttosto che accettare il voto. La vicenda referendaria rimarrà indelebile nella mia memoria: di nessun altro referendum potrò ricordarmi con altrettanta vividezza. Senza astio e senza rancore per nessuno, ma come esperienza altamente istruttiva dell'ingerenza ecclesiastica nella vita civile e politica di un paese. Sulle questioni "scientifico-embriologiche" so poco e ancor meno ne sanno quanti vogliono far figli, sulle questioni di libertà ne so invece quanto basta per assumere posizioni. Di embrione in quanto essere umano o persona faresti meglio a non parlare: la "scienza" qui c'entra poco. Sui temi etici tutti possiamo dire la nostra: la chiesa cattolica non è la depositaria dell'etica degli italiani! Etica e religione sono ambiti distinti che si elidono a vicenda se vengono mescolati insieme. Non avevo interessi personali sulla materia referendaria e non ne seguo gli sviluppi, ma non mi pare che siano cessati i motivi per fare viaggi all'estero da parte di quanti sono di diverso avviso dal tuo e vanno nella pur cattolicissima Spagna per quelle pratiche che non sono consentite dalla legge italiana. Aver criminalizzato questi concittadini non mi sembra che sia cosa di cui andare orgogliosi o scialar vanto, come mi pare tu stia facendo. Arriveremo al punto in cui ci si guarderà con odio, appena qualcuno sentirà limitata la sua libertà da assurdi ed incomprensibili credi religiosi altrui. Non mi sembra sia questa una strada politicamente percorribile per qualche miserabile manciata di voti confessionali. Perché di questo si tratta: di voti. L'ho sentito dire senza mezzi termini in riunioni di partito. A me non interessa vincere le elezioni sacrificando la libertà ed i diritti dei cittadini: preferisco perdere!
Detto ciò, dichiaro il più alto rispetto per il sentimento religioso, quando questo si mantiene nell'ambito che le è proprio, cioè la sfera della privatezza. Manifesto invece una massima disistima quando esso si mescola con motivi che gli sono estranei e pretende di acquisire potere e dominio su altri. Anzi, per essere più precisi, ritengo che in questi casi esso non esista affatto, sia soltanto un miserabile pretesto per perseguire interessi inconfessabili. I San Francesco hanno più volte salvato una Chiesa istituzione corrotta dedita a tutti gli intrallazzi della ricerca del potere. Ma ora di San Francesco non ve ne sono più e non possono esservene nelle condizioni della nostra civiltà. E qui mi fermo perché il discorso condurrebbe assai lontano.
---------------
Ho notato che TUTTI i miei commenti vengono oscurati nella liberale "Ragionpolitica". Non piango per questo, avrei ben altre cose su cui dover piangere, ma ne traggo motivo per una lotta politica interna a Forza Italia, dove vedo si sono annidati un bel po' di soggetti che con il liberalismo e la laicità hanno poco a che fare. Continuo in altre sedi la lotta e traggo spunto proprio dalle posizioni illiberali che trovo in Ragionpolitica.it per sviluppare i miei argomenti (in altra sede, che per fortuna esiste, avendola creata allo scopo). Confido di poter raccogliere una base di consenso fra gli iscritti a Forza Italia, ma anche se restassi una voce isolata non mi pento per essere uscito allo scoperto.
Ti mando in privato (ma pubblicamente) un breve commento al tuo articolo sulla legge n. 40:
http://www.ragionpolitica.it/testo.5067.
ecco_frutti_positivi_dell_applicazione_della_legge.html
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Ma quale sconfitta?
di http://clubtiberino.blogspot.com/
Caro Mario,
ho capito poco o nulla del tuo discorso e di cosa vuoi dare ad intendere. In quanto al referendum non mi sento per nulla uno sconfitto: dovrebbero piuttosto sentirsi dei "furbetti" quelli che si sono rifugiati nell'astensione, piuttosto che accettare il voto. La vicenda referendaria rimarrà indelebile nella mia memoria: di nessun altro referendum potrò ricordarmi con altrettanta vividezza. Senza astio e senza rancore per nessuno, ma come esperienza altamente istruttiva dell'ingerenza ecclesiastica nella vita civile e politica di un paese. Sulle questioni "scientifico-embriologiche" so poco e ancor meno ne sanno quanti vogliono far figli, sulle questioni di libertà ne so invece quanto basta per assumere posizioni. Di embrione in quanto essere umano o persona faresti meglio a non parlare: la "scienza" qui c'entra poco. Sui temi etici tutti possiamo dire la nostra: la chiesa cattolica non è la depositaria dell'etica degli italiani! Etica e religione sono ambiti distinti che si elidono a vicenda se vengono mescolati insieme. Non avevo interessi personali sulla materia referendaria e non ne seguo gli sviluppi, ma non mi pare che siano cessati i motivi per fare viaggi all'estero da parte di quanti sono di diverso avviso dal tuo e vanno nella pur cattolicissima Spagna per quelle pratiche che non sono consentite dalla legge italiana. Aver criminalizzato questi concittadini non mi sembra che sia cosa di cui andare orgogliosi o scialar vanto, come mi pare tu stia facendo. Arriveremo al punto in cui ci si guarderà con odio, appena qualcuno sentirà limitata la sua libertà da assurdi ed incomprensibili credi religiosi altrui. Non mi sembra sia questa una strada politicamente percorribile per qualche miserabile manciata di voti confessionali. Perché di questo si tratta: di voti. L'ho sentito dire senza mezzi termini in riunioni di partito. A me non interessa vincere le elezioni sacrificando la libertà ed i diritti dei cittadini: preferisco perdere!
Detto ciò, dichiaro il più alto rispetto per il sentimento religioso, quando questo si mantiene nell'ambito che le è proprio, cioè la sfera della privatezza. Manifesto invece una massima disistima quando esso si mescola con motivi che gli sono estranei e pretende di acquisire potere e dominio su altri. Anzi, per essere più precisi, ritengo che in questi casi esso non esista affatto, sia soltanto un miserabile pretesto per perseguire interessi inconfessabili. I San Francesco hanno più volte salvato una Chiesa istituzione corrotta dedita a tutti gli intrallazzi della ricerca del potere. Ma ora di San Francesco non ve ne sono più e non possono esservene nelle condizioni della nostra civiltà. E qui mi fermo perché il discorso condurrebbe assai lontano.
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Ho notato che TUTTI i miei commenti vengono oscurati nella liberale "Ragionpolitica". Non piango per questo, avrei ben altre cose su cui dover piangere, ma ne traggo motivo per una lotta politica interna a Forza Italia, dove vedo si sono annidati un bel po' di soggetti che con il liberalismo e la laicità hanno poco a che fare. Continuo in altre sedi la lotta e traggo spunto proprio dalle posizioni illiberali che trovo in Ragionpolitica.it per sviluppare i miei argomenti (in altra sede, che per fortuna esiste, avendola creata allo scopo). Confido di poter raccogliere una base di consenso fra gli iscritti a Forza Italia, ma anche se restassi una voce isolata non mi pento per essere uscito allo scoperto.
sabato, marzo 11, 2006
Religione e politica
Non so se il mio breve commento all'articolo di don Gianni Baget Bozzo con titolo redazionale "No all'islam nelle scuole" verrà considerato fra i "migliori commenti" e quindi meritevole di essere pubblicato in "Ragionpolitica.it". Sul momento di commenti non ve ne era nessuno. Senza i limiti in quel sito previsti svolgo qui alcuni estemporanei commenti a don Baget. Egli lamenta che il cardinale Martino abbia auspicato che si insegni nelle scuole non solo il cattolicesimo, ma anche l'Islam. Non mi propongo di entrare nei dettagli dell'argomentazione del cardinale Martino, che non conosco direttamente, ma le mie considerazioni sono diverse da quelle di don Baget.
Intanto a me pare che la mancata distinzione fra religione e politica ancor prima che nell'Islam sia esistita nello stesso cattolicesimo, che con Teodosio diventa religione di stato, proibendo e perseguitando ferocemente la vecchia religione greco-romana, sprezzantemente passata alla storia con il nome di "pagana", ma la cui ricchezza e profondità religiosa ben reggerebbe il confronto con gli odierni monoteismi, per loro natura intolleranti, come hanno mostrato nel corso dei secoli. Da allora il cattolicesimo non ha potuto vivere ed esistere senza una connessione costante con la politica e lo stato. Addirittura con la falsa donazione di Costantino il papato pretendeva di ereditare l'autorità che fu degli imperatori romani. L'odierno Concordato e le continue ingerenze della Gerarchia ecclesiastica nella vita civile e politica del nostro paese come possono accreditare nel cattolicesimo una pretesa distinzione fra religione e politica che sarebbe invece estranea all'islam? Il pensiero laico ha creato la separazione fra stato e chiesa, fissando per la religione e tutte le chiese uno spazio interamente privato. Ma su ciò insorgono gli astensionisti referendari ed i loro referenti politici (autentiche quinte colonne), rivendicando per la Chiesa una dimensione pubblica. Dire cattolicesimo significa dire stretta connessione con la politica, lo Stato, un regime.
Di religione nelle scuole, a mio avviso, non se ne dovrebbe insegnare affatto. Esistono a questo scopo le chiese, le parrocchie, le moschee, i templi. Se però si intende la religione, o meglio la religiosità, come un fatto culturale che ha accompagnato l'umanità nel corso della sua storia e che ancora oggi conserva un suo senso, adatto ai tempi, in tal caso non trovo sconveniente un corso affine alla storia della filosofia o delle letterature mondiali, dove si presenta con il maggior rigore possibile e la migliore competenza un excursus sulle manifestazioni dello spirito religioso. Quindi non solo cristianesimo in tutte le sue varianti, islam ed ebraismo, ma anche le religioni extraeuropee e soprattutto quelle religioni estirpate con violenza, ma che costituiscono le più profonde radici europee e mediterranee. Intendo il vituperato paganesimo, alle cui cerimonie parteciparei volentieri se fossero sopravvissute fino a noi.
Infine, caro don Baget, dissento da lei totalmente sulla connessione fra islamismo e terrorismo. Quest'ultimo nasce su un terreno esclusivamente politico. La forma religiosa, se esiste, è soltanto una forma occasionale. L'islamismo è associabile al terrorismo ne più né meno di quanto lo stessa cosa possa dirsi per il cattolicesimo. Le nostre analisi saranno sempre vane e fuorvianti fino a quanto non scopriremo le radici politiche del terrorismo. L'ostacolo maggiore ad una simile analisi non viene tanto dalla sua intrinseca difficoltà quanto dal fatto che i ceti politici dominanti preferiscono mascherare il fenomeno con una cornice religiosa. Mi sembra tuttavia che sia definitivamente tramontato il tempo delle guerre di religione, anche se vi è chi ha interesse a tentare di attizzarle. Alle comunità musulmane si deve in ogni caso il massimo rispetto in una logica geopolitica che contempli relazioni pacifiche e costruttive fra tutti i popoli che si affacciano sul Mediterraneo e che costituiscono il cosiddetto mondo antico.
Intanto a me pare che la mancata distinzione fra religione e politica ancor prima che nell'Islam sia esistita nello stesso cattolicesimo, che con Teodosio diventa religione di stato, proibendo e perseguitando ferocemente la vecchia religione greco-romana, sprezzantemente passata alla storia con il nome di "pagana", ma la cui ricchezza e profondità religiosa ben reggerebbe il confronto con gli odierni monoteismi, per loro natura intolleranti, come hanno mostrato nel corso dei secoli. Da allora il cattolicesimo non ha potuto vivere ed esistere senza una connessione costante con la politica e lo stato. Addirittura con la falsa donazione di Costantino il papato pretendeva di ereditare l'autorità che fu degli imperatori romani. L'odierno Concordato e le continue ingerenze della Gerarchia ecclesiastica nella vita civile e politica del nostro paese come possono accreditare nel cattolicesimo una pretesa distinzione fra religione e politica che sarebbe invece estranea all'islam? Il pensiero laico ha creato la separazione fra stato e chiesa, fissando per la religione e tutte le chiese uno spazio interamente privato. Ma su ciò insorgono gli astensionisti referendari ed i loro referenti politici (autentiche quinte colonne), rivendicando per la Chiesa una dimensione pubblica. Dire cattolicesimo significa dire stretta connessione con la politica, lo Stato, un regime.
Di religione nelle scuole, a mio avviso, non se ne dovrebbe insegnare affatto. Esistono a questo scopo le chiese, le parrocchie, le moschee, i templi. Se però si intende la religione, o meglio la religiosità, come un fatto culturale che ha accompagnato l'umanità nel corso della sua storia e che ancora oggi conserva un suo senso, adatto ai tempi, in tal caso non trovo sconveniente un corso affine alla storia della filosofia o delle letterature mondiali, dove si presenta con il maggior rigore possibile e la migliore competenza un excursus sulle manifestazioni dello spirito religioso. Quindi non solo cristianesimo in tutte le sue varianti, islam ed ebraismo, ma anche le religioni extraeuropee e soprattutto quelle religioni estirpate con violenza, ma che costituiscono le più profonde radici europee e mediterranee. Intendo il vituperato paganesimo, alle cui cerimonie parteciparei volentieri se fossero sopravvissute fino a noi.
Infine, caro don Baget, dissento da lei totalmente sulla connessione fra islamismo e terrorismo. Quest'ultimo nasce su un terreno esclusivamente politico. La forma religiosa, se esiste, è soltanto una forma occasionale. L'islamismo è associabile al terrorismo ne più né meno di quanto lo stessa cosa possa dirsi per il cattolicesimo. Le nostre analisi saranno sempre vane e fuorvianti fino a quanto non scopriremo le radici politiche del terrorismo. L'ostacolo maggiore ad una simile analisi non viene tanto dalla sua intrinseca difficoltà quanto dal fatto che i ceti politici dominanti preferiscono mascherare il fenomeno con una cornice religiosa. Mi sembra tuttavia che sia definitivamente tramontato il tempo delle guerre di religione, anche se vi è chi ha interesse a tentare di attizzarle. Alle comunità musulmane si deve in ogni caso il massimo rispetto in una logica geopolitica che contempli relazioni pacifiche e costruttive fra tutti i popoli che si affacciano sul Mediterraneo e che costituiscono il cosiddetto mondo antico.
Commenti alla “Ragion politica”, 1: Alle origini di una risata
Esiste un sito telematico con titolo “ragionpolitica.it” con logo di Forza Italia e con specificazione “Dipartimento formazione”. Non sono riuscito a capirne la reale natura e funzione, benché abbia chiesto più volte chiarimenti alla sede nazionale del partito in Via dell’Umiltà, ma senza ottenere né risposte né attenzione. Mi sarei aspettato che il foglio telematico fosse un organo di partito dove potevano trovare spazio quanti fra iscritti e dirigenti volessero esprimersi. Fatto sta che il foglio telematico, che continuo a ricevere, per quanto mi riguarda, si è mostrato illiberale. Se non vi è libertà di discussione e confronto in un partito che si professa liberale, non capisco dove altro possa esservene: è stato uno choc! Allievo diretto di Del Noce mi è toccato sorbirmi la saccenteria di un tale che aveva letto qualche libro del Maestro. Vi è stato un iniziale battibecco seguito da censura: chi pensa di avere del potere, infine lo usa. E’ la tentazione dell’anello di tolkiana memoria. I testi di “ragionpolitica.it” sono sistematicamente pubblicati senza contraddittorio e quindi “imposti” a quanti su di essi dovrebbero “formarsi”: metodo staliniano! Dei miei testi di allora ho conservato in parte copia e pensavo perfino di redigerne un volumetto a stampa: non ne vale né la pena né i costi. Ma è ora possibile, con qualche adattamento, una loro ripubblicazione nel mio blog “Fare politica in Forza Italia”. Il caso è nato nella rete ed è meglio resti nella rete, che è più democratica della struttura dei partiti.
Nel primo testo, nella forma di una lettera a Baget Bozzo, direttore di Ragionpolitica.it, lo spunto è tratto da un episodio della vicenda referendaria ultima sui temi della fecondazione assistita. Con i De Lillo, da me votati, è scoppiato netto il dissenso. Ho dovuto prendere posizione pubblica nelle manifestazioni da loro organizzate (sale di alberghi, tavolate, rinfreschi). In questi casi, quando si guastano le feste, si fa sempre la brutta figura degli esagitati. Ne ero consapevole, ma l’indignazione era troppo grande. Resto tuttora negli indirizzari dei De Lillo, ma mi guardo bene dall’accettare altri inviti a rinfreschi e pseudo convegni dove si può solo ascoltare ed applaudire. Ho chiesto invano la cancellazione dall’indirizzario dell’elettorato De Lillo, pur professando la mia appartenenza a Forza Italia, fino a presumibile espulsione.
1. Alle origini di una risata
di Antonio Caracciolo
Caro don Baget,
nello scrivere rapidamente le mie obiezioni in dieci punti – andati ora persi –, mi ero riservato di apportare all'occorrenza "rettifiche" e "integrazioni" a quanto da me detto. Sono lieto che sul suo testo si sia sviluppato un dibattito, ma non capisco perché in Ragionpolitica.it non trovano spazio i miei commenti su temi analoghi. Intendo ogni volta offrire al dibattito (non al "consenso") argomentazioni su cui mi aspetto di esser contraddetto, per poi eventualmente replicare: a differenza della carta stampata, la rete consente ciò senza aggravio di costi o particolari problemi redazionali. Colgo ora occasione per avvalermi della "riserva", chiarendo il contesto della risata polacca. (…)
Con una stessa lettera seguita da sollecitazione telefonica della segreteria dell’on. De Lillo su busta intestata del Gruppo Consiliare di FI presso la regione Lazio sono stato "invitato" a ben due convegni con un titolo che era già un programma: "Non andate a votare!".
Nel primo convegno (del secondo ahimé qui ed ora non riferisco, ma è stato più grave ed irritante del primo), che avrebbe dovuto essere quello "scientifico", hanno parlato vari relatori "esperti", che si sono però ben guardati dal concedere un minimo di parola a quanti avevano invitato. Tra i relatori c'era anche una a me sconosciuta collega alla quale io però io non ho potuto nulla obiettare, anche perché se ne è subito andata, dopo aver illuminato il pubblico con la sua dotta quanto opinabile relazione.
Ma quello che ha tenuto banco dall'inizio alla fine è stato il Rettore della neo università "Regina Apostolorum" (prof. Miranda, un prete spagnolo che non si accorgeva neppure quanto fossero diplomaticamente gravi le sue battute di spirito "straniere", nel corso di un'elezione politica in uno stato "sovrano", dove lui avrebbe dovuto saper stare da "ospite" riguardoso). Un relatore immagina, parlando lui soltanto ed infliggendo le sue vedute a chi invitato se ne sta seduto tacendo, di essere convincente e di avere pienamente ragione. Non immagina la sofferenza e la sopportazione di chi sta ad ascoltare educatamente fino alla fine.
Appunto: fino alla fine. Dopo infiniti sproloqui, il "prete" (tale è: absit iniura a verbo!) se ne era uscito con la patetica illusione (tutta sua) che la legislazione oggetto di tanta contesa (la l. n. 40) sia la più avanzata del mondo (insieme sento dire con quella del Costarica) e che possiamo fondatamente sperare che il resto del mondo abbia a seguirci. E' questa la cronaca parziale di un evento quanto mai deprimente, al quale mi espone la mia attitudine masochista a voler ascoltare quanti sarebbe più sensato evitare, cambiando strada e andando altrove e facendo più saggio uso del proprio tempo!
Dopo che la maggior parte del pubblico e perfino gli oratori, considerata l'ora tarda ed il posto lontano e fuori di mano, se ne erano già andati da un pezzo ed io solo sciocco rimasi nella fallace speranza che "alla fine" mi avrebbero consentito di dire due parole, me ne ritornai deluso a casa, dove mi aspettavano pazientemente.
Riferii dell'incontro e del modo improduttivo di aver trascorso il mio tempo. Quando raccontai della pretesa "vanguardia" mondiale (tutta nella testa del prof. Miranda) chi mi ascoltava proruppe in una fragorosa risata: si tratta di una badante polacca. Io non risi: ritengo che ci sia piuttosto di che allarmarsi, considerando l’assalto integralista alle istituzioni della vita civile.
Di questo mio allarme do contezza in tutte le sedi politiche che mi sono concesse, avendo io fatto una tessera a FI già dal 2000, in ottemperanza all'art. 49 della costituzione che impone la non violenza ma concede il diritto/dovere di dire la propria...
E' quello sto facendo civilmente anche in questa sede, ma con scarsa speranza e senza illusioni. Seguo il motto: "Fai quel che devi, accada quel che puo!"
Firmato:
Antonio Caracciolo
- Ricercatore di filosofia del diritto (Roma, La Sapienza)
- Presidente del Club di FI di Seminara (R.C)
- Coordinatore provinciale dei Clubs.
Nel primo testo, nella forma di una lettera a Baget Bozzo, direttore di Ragionpolitica.it, lo spunto è tratto da un episodio della vicenda referendaria ultima sui temi della fecondazione assistita. Con i De Lillo, da me votati, è scoppiato netto il dissenso. Ho dovuto prendere posizione pubblica nelle manifestazioni da loro organizzate (sale di alberghi, tavolate, rinfreschi). In questi casi, quando si guastano le feste, si fa sempre la brutta figura degli esagitati. Ne ero consapevole, ma l’indignazione era troppo grande. Resto tuttora negli indirizzari dei De Lillo, ma mi guardo bene dall’accettare altri inviti a rinfreschi e pseudo convegni dove si può solo ascoltare ed applaudire. Ho chiesto invano la cancellazione dall’indirizzario dell’elettorato De Lillo, pur professando la mia appartenenza a Forza Italia, fino a presumibile espulsione.
1. Alle origini di una risata
di Antonio Caracciolo
Caro don Baget,
nello scrivere rapidamente le mie obiezioni in dieci punti – andati ora persi –, mi ero riservato di apportare all'occorrenza "rettifiche" e "integrazioni" a quanto da me detto. Sono lieto che sul suo testo si sia sviluppato un dibattito, ma non capisco perché in Ragionpolitica.it non trovano spazio i miei commenti su temi analoghi. Intendo ogni volta offrire al dibattito (non al "consenso") argomentazioni su cui mi aspetto di esser contraddetto, per poi eventualmente replicare: a differenza della carta stampata, la rete consente ciò senza aggravio di costi o particolari problemi redazionali. Colgo ora occasione per avvalermi della "riserva", chiarendo il contesto della risata polacca. (…)
Con una stessa lettera seguita da sollecitazione telefonica della segreteria dell’on. De Lillo su busta intestata del Gruppo Consiliare di FI presso la regione Lazio sono stato "invitato" a ben due convegni con un titolo che era già un programma: "Non andate a votare!".
Nel primo convegno (del secondo ahimé qui ed ora non riferisco, ma è stato più grave ed irritante del primo), che avrebbe dovuto essere quello "scientifico", hanno parlato vari relatori "esperti", che si sono però ben guardati dal concedere un minimo di parola a quanti avevano invitato. Tra i relatori c'era anche una a me sconosciuta collega alla quale io però io non ho potuto nulla obiettare, anche perché se ne è subito andata, dopo aver illuminato il pubblico con la sua dotta quanto opinabile relazione.
Ma quello che ha tenuto banco dall'inizio alla fine è stato il Rettore della neo università "Regina Apostolorum" (prof. Miranda, un prete spagnolo che non si accorgeva neppure quanto fossero diplomaticamente gravi le sue battute di spirito "straniere", nel corso di un'elezione politica in uno stato "sovrano", dove lui avrebbe dovuto saper stare da "ospite" riguardoso). Un relatore immagina, parlando lui soltanto ed infliggendo le sue vedute a chi invitato se ne sta seduto tacendo, di essere convincente e di avere pienamente ragione. Non immagina la sofferenza e la sopportazione di chi sta ad ascoltare educatamente fino alla fine.
Appunto: fino alla fine. Dopo infiniti sproloqui, il "prete" (tale è: absit iniura a verbo!) se ne era uscito con la patetica illusione (tutta sua) che la legislazione oggetto di tanta contesa (la l. n. 40) sia la più avanzata del mondo (insieme sento dire con quella del Costarica) e che possiamo fondatamente sperare che il resto del mondo abbia a seguirci. E' questa la cronaca parziale di un evento quanto mai deprimente, al quale mi espone la mia attitudine masochista a voler ascoltare quanti sarebbe più sensato evitare, cambiando strada e andando altrove e facendo più saggio uso del proprio tempo!
Dopo che la maggior parte del pubblico e perfino gli oratori, considerata l'ora tarda ed il posto lontano e fuori di mano, se ne erano già andati da un pezzo ed io solo sciocco rimasi nella fallace speranza che "alla fine" mi avrebbero consentito di dire due parole, me ne ritornai deluso a casa, dove mi aspettavano pazientemente.
Riferii dell'incontro e del modo improduttivo di aver trascorso il mio tempo. Quando raccontai della pretesa "vanguardia" mondiale (tutta nella testa del prof. Miranda) chi mi ascoltava proruppe in una fragorosa risata: si tratta di una badante polacca. Io non risi: ritengo che ci sia piuttosto di che allarmarsi, considerando l’assalto integralista alle istituzioni della vita civile.
Di questo mio allarme do contezza in tutte le sedi politiche che mi sono concesse, avendo io fatto una tessera a FI già dal 2000, in ottemperanza all'art. 49 della costituzione che impone la non violenza ma concede il diritto/dovere di dire la propria...
E' quello sto facendo civilmente anche in questa sede, ma con scarsa speranza e senza illusioni. Seguo il motto: "Fai quel che devi, accada quel che puo!"
Firmato:
Antonio Caracciolo
- Ricercatore di filosofia del diritto (Roma, La Sapienza)
- Presidente del Club di FI di Seminara (R.C)
- Coordinatore provinciale dei Clubs.
venerdì, marzo 10, 2006
Sulla legge elettorale: una verità non detta
Sta diventando sempre più chiaro e noto ai più una caratteristica saliente, se non la sola vera caratteristica, della nuova legge elettorale: le liste sono bloccate. A decidere chi potrà essere eletto o no sono ristrette cerchie di persone all'interno delle segreterie dei partiti politici, che secondo l'art. 49 della costituzione dovrebbero avere statuto e struttura democratica. Così non è. Lo sanno tutti. Nessuno ha interesse a porvi rimedio. Solo un evento rivoluzionario potrebbe cambiare il sistema seguito da tutti i partiti, quegli stessi partiti che in apparenza divisi e antagonisti, si sono trovati tutti unanimentente concordi nell'aggirare il responso di oltre il 90 per cento dell'elettorato che si era espresso sul finanziamento pubblico dei partiti.
Ma veniamo al punto della nostra riflessione. Al sistema che consegna con l'ultima legge elettorale la scelta dei candidati ai vertici dei partiti, che in pratica – comè è stato detto – nominano il nuovo parlamento si oppone il vecchio sistema delle preferenze, che garantirebbe meglio il diritto degli elettori di scegliere e quindi sarebbe più democratico. La mia limitata esperienza mi dice che anche quello delle preferenze non era un sistema esente da pecche. Io ho visto una diffusa pratica del clientelismo, del voto di scambio, della corruzione, dell'acquisto e della vendita di voti, del tribalismo, ecc. Non ho mai avuto la sensazione che il momento elettorale (preferenze) fosse stato un momento democratico: lo squallore che lo ha sempre caratterizzato induceva a immaginare un sistema alternativo, autenticamente democratico, che consentisse un superamento della rappresentanza politica.
Uscendo da una Libreria Feltrinelli sotto casa non mi mortifica apprendere che sul problema da me appena accennato sono usciti di recente alcuni libri che ho subito ordinato per la Biblioteca del mio Dipartimento. Mi riferisco al libro di Pietro MEAGLIA: Il potere dell'elettore. Elezioni e disuguaglianza politica nel governo democratico. Da una rapida occhiata ho visto che l'autore distingue il fenomeno in tre momenti: prima dell'esercizio del voto, l'esercizio del voto, il voto dato ed espletato. L'elettore non conta nulla, assolutamente nulla, nel primo e nel terzo momento. Il libro di Cesare Salvi e di Massimo Villone: Il costo della democrazia, pare invece incentrato sul sistema di finanziamento dei partiti. Per la verità Cesare Salvi non mi è mai riuscito simpatico, ma può darsi che dopo aver letto con attenzione il suo libro (fra qualche mese) scopra di avere delle affinità di pensiero e di posizione politica.
Ma veniamo al punto della nostra riflessione. Al sistema che consegna con l'ultima legge elettorale la scelta dei candidati ai vertici dei partiti, che in pratica – comè è stato detto – nominano il nuovo parlamento si oppone il vecchio sistema delle preferenze, che garantirebbe meglio il diritto degli elettori di scegliere e quindi sarebbe più democratico. La mia limitata esperienza mi dice che anche quello delle preferenze non era un sistema esente da pecche. Io ho visto una diffusa pratica del clientelismo, del voto di scambio, della corruzione, dell'acquisto e della vendita di voti, del tribalismo, ecc. Non ho mai avuto la sensazione che il momento elettorale (preferenze) fosse stato un momento democratico: lo squallore che lo ha sempre caratterizzato induceva a immaginare un sistema alternativo, autenticamente democratico, che consentisse un superamento della rappresentanza politica.
Uscendo da una Libreria Feltrinelli sotto casa non mi mortifica apprendere che sul problema da me appena accennato sono usciti di recente alcuni libri che ho subito ordinato per la Biblioteca del mio Dipartimento. Mi riferisco al libro di Pietro MEAGLIA: Il potere dell'elettore. Elezioni e disuguaglianza politica nel governo democratico. Da una rapida occhiata ho visto che l'autore distingue il fenomeno in tre momenti: prima dell'esercizio del voto, l'esercizio del voto, il voto dato ed espletato. L'elettore non conta nulla, assolutamente nulla, nel primo e nel terzo momento. Il libro di Cesare Salvi e di Massimo Villone: Il costo della democrazia, pare invece incentrato sul sistema di finanziamento dei partiti. Per la verità Cesare Salvi non mi è mai riuscito simpatico, ma può darsi che dopo aver letto con attenzione il suo libro (fra qualche mese) scopra di avere delle affinità di pensiero e di posizione politica.
Le stupidaggini di Pera, 3: sulla reciprocità.
Non sappiamo se l'irritazione, non seguita da nessun atto lesivo verso terzi, possa essere considerata come una manifestazione fisiologica normale ed in quanto tale pienamente legittima. Di recente, il mio medico mi ha consigliato di non reprimere la manifestazione di un possibile disappunto. In questo modo posso prevenire l'ulcera. Ebbene, tutti gli interventi di Pera, teoricamente mio correligionario di partito, suscitano in me continue reazioni. Purtroppo, non esistono all'interno di Forza Italia momenti di dibattito, dove uno come me possa manifestare il suo netto dissenso da posizioni come quelle di Marcello Pera, che all'interno di Forza Italia conta certamente più di me.
La stupidaggine insita nella posizione periana sulla reciprocità è stata implicitamente rilevata persino dalla Gerarchia cattolica: più papista del papa il povero Pera! Il criterio della reciprocità è una prassi del diritto internazionale, di cui potrebbe essere interessante costruire la storia: materia per un'esercitazione o un seminario universitario. Per adesso, bastano alcune considerazioni sommarie di normale buon senso. Molti diritti (quelli, ad esempio, genericamente detti umani) non possono essere riconosciuti e garantiti su base di reciprocità. Guai se così fosse. Sarebbe un imbarbarimento ed un regresso della civiltà giuridica. Non è che io non uccido o uccido un musulmano che passa sotto il mio balcone in quanto uno stesso comportamento in un paese arabo tenga o non tenga un musulmano. Quindi, se devo riconoscere ad un musulmano una libertà di professione della sua religione, al pari di quanto già fruisce un cattolico, io non posso farlo e motivarlo sulla base di una reciprocità. Lo ha capito il cardinale Martino, che dimostra più ampie vedute dei suoi supporter devoti o meno, ma forse più interessati a raccogliere voti alla prossima apertura delle urne che non a votarsi immergendosi in esperienze mistiche ed autenticamente religiose: "non servono la Chiesa, ma si servono della Chiesa", diceva molti anni fa un altro cardinale, se ben ricordo.
L'irritazione che suscita in me Pera ha tuttavia un altro risvolto. La sua campagna su una presunta identità cristiana ne risveglia in me un'altra di identità: quella pagana. Naturalmente, sono stato battezzato, ma considero ciò una violenza subita quando ero indifeso e non potevo reagire consapevolmente e criticamente. Sarebbe utile puntare gli obiettivi sui tempi di Teodosio e della fondazione violenta del cattolicesimo ai danni della religione tradizionale greco-romana. Pera, quindi, parli per lui: io mi professo né cristiano né musulmano, ma pagano e rivendico il diritto alla mia identità repressa da millenni. La questione sollevata dell'ora di religione rende attuale la revisione del concordato, che del cattolicesimo - come ai tempi di Teodosio - ha fatto una religione di stato. Ciò detto, non intendo fare manifestazione di anticattolicesimo e anticristianesimo, ma solo ribadire che il sentimento religioso, il contenuto di una qualsivoglia fede religiosa, non può essere imposto con la violenza o con strumenti coercitivi o con un regime di privilegi. Il sentimento religioso – importante e degno di rispetto – deve essere autentico e non inquinato da fini ed interessi estranei.
Collocando all'interno di un insegnamento di storia delle religioni nelle scuole anche l'antica religione romana, detta dispregiativamente pagana, potrebbe trovare spazio e nuova vitalità una sensibilità religiosa che a mio avviso è molto più adatta ai nostri tempi, caratterizzati da una violenza sistematica sulla natura, oggetto principale della religiosità precristiana. Di un clero pagano e di un'istituzione ecclesiastica pagana è prematuro parlare, ma non ogni forma di religiosità deve manifestarsi attraverso l'istituzione di un clero e di una connessa economia. Una religione è tanto più libera e autentica quanto meno fa ricorso a forme istituzionali quali un clero ed una gerarchia ecclestiastica, che immancabilmente diventano forme di potere e di ingerenza nella vita politico-amministrativa.
La stupidaggine insita nella posizione periana sulla reciprocità è stata implicitamente rilevata persino dalla Gerarchia cattolica: più papista del papa il povero Pera! Il criterio della reciprocità è una prassi del diritto internazionale, di cui potrebbe essere interessante costruire la storia: materia per un'esercitazione o un seminario universitario. Per adesso, bastano alcune considerazioni sommarie di normale buon senso. Molti diritti (quelli, ad esempio, genericamente detti umani) non possono essere riconosciuti e garantiti su base di reciprocità. Guai se così fosse. Sarebbe un imbarbarimento ed un regresso della civiltà giuridica. Non è che io non uccido o uccido un musulmano che passa sotto il mio balcone in quanto uno stesso comportamento in un paese arabo tenga o non tenga un musulmano. Quindi, se devo riconoscere ad un musulmano una libertà di professione della sua religione, al pari di quanto già fruisce un cattolico, io non posso farlo e motivarlo sulla base di una reciprocità. Lo ha capito il cardinale Martino, che dimostra più ampie vedute dei suoi supporter devoti o meno, ma forse più interessati a raccogliere voti alla prossima apertura delle urne che non a votarsi immergendosi in esperienze mistiche ed autenticamente religiose: "non servono la Chiesa, ma si servono della Chiesa", diceva molti anni fa un altro cardinale, se ben ricordo.
L'irritazione che suscita in me Pera ha tuttavia un altro risvolto. La sua campagna su una presunta identità cristiana ne risveglia in me un'altra di identità: quella pagana. Naturalmente, sono stato battezzato, ma considero ciò una violenza subita quando ero indifeso e non potevo reagire consapevolmente e criticamente. Sarebbe utile puntare gli obiettivi sui tempi di Teodosio e della fondazione violenta del cattolicesimo ai danni della religione tradizionale greco-romana. Pera, quindi, parli per lui: io mi professo né cristiano né musulmano, ma pagano e rivendico il diritto alla mia identità repressa da millenni. La questione sollevata dell'ora di religione rende attuale la revisione del concordato, che del cattolicesimo - come ai tempi di Teodosio - ha fatto una religione di stato. Ciò detto, non intendo fare manifestazione di anticattolicesimo e anticristianesimo, ma solo ribadire che il sentimento religioso, il contenuto di una qualsivoglia fede religiosa, non può essere imposto con la violenza o con strumenti coercitivi o con un regime di privilegi. Il sentimento religioso – importante e degno di rispetto – deve essere autentico e non inquinato da fini ed interessi estranei.
Collocando all'interno di un insegnamento di storia delle religioni nelle scuole anche l'antica religione romana, detta dispregiativamente pagana, potrebbe trovare spazio e nuova vitalità una sensibilità religiosa che a mio avviso è molto più adatta ai nostri tempi, caratterizzati da una violenza sistematica sulla natura, oggetto principale della religiosità precristiana. Di un clero pagano e di un'istituzione ecclesiastica pagana è prematuro parlare, ma non ogni forma di religiosità deve manifestarsi attraverso l'istituzione di un clero e di una connessa economia. Una religione è tanto più libera e autentica quanto meno fa ricorso a forme istituzionali quali un clero ed una gerarchia ecclestiastica, che immancabilmente diventano forme di potere e di ingerenza nella vita politico-amministrativa.
giovedì, marzo 09, 2006
Nuove frontiere dell'ideologia: il termine populismo
Per decenni l'ideologia della Sinistra si è nutrita della contrapposizione fascismo - antifascismo. Oggi di fascismo non se ne vede più in giro e non vi chi in esso si identifichi apertamente al punto di farne una posizione politica attuale. Io ritengo che il fascismo, esperienza tragica e grande, sia qualcosa che appartiene alla storia e che debba essere trattato e considerato con la stessa serietà con cui si dovrebbe scrivere la storia, cioè avendo rispetto per la verità al di sopra e al di là delle parti. Basta con gli insulti e cerchiamo di capire perché i cosiddetti regimi totalitari hanno avuto l'indubbio consenso che hanno avuto. L'ordine dei giornalisti deve ringraziare Mussolini se ancora oggi conserva il monopolio del sistema dell'informazione. Ma non è questo il punto della nostra odierna riflessione.
Ieri sera, alla trasmissione di Gad Lernerr, L'Infedele (di sinistra, direi), ho finalmente compreso uno dei significati attribuito al termine "populismo", cioè non un significato intrinseco (come tavolo, strada, pane) ma il significato che vi si vuol attribuire da una parte interessata a forgiare un concetto polemico: sono quanto mai attento al significato dei termini della lingua italiana, ma il termine populismo mi sembra uno di quei concetti che possono essere definiti "in costruzione", come ad esempio quello di "laicista" in opposizione a laico. Don Gianni Baget Bozzo ha subito evidenziato l'uso strumentale del termine populismo e Paolo Flores d'Arcais si è subito dichiarato d'accordo sull'equivalenza populismo = fascismo, senza tuttavia comprenderne la fragilità concettuale. L'ideatore di questo significato o il suo divulgatore è stato ieri sera lo stesso Paolo Flores d'Arcais, che ricordo per aver organizzato all'inizio del mandato Berlusconi un convegno al Goethe Institut di Roma, dove veniva scomodato il diritto naturale per demonizzare il Presidente del Consiglio uscito dal sistema delle urne. La faziosità della manifestazione era evidente. Se ben ricordo, l'argomento contro Berlusconi era un preteso monopolio dei mezzi di informazione, mentre la realtà sta dimostrando il contrario: il monopolio dell'informazione, o lo strapotere, è a sinistra, non a destra. Trasmissioni come quelle di Lerner ne sono una prova. Ieri il nostro Paolo, intellettuale organico di gramsciana memoria e direttore del foraggiatissimo Micromega, si è rivelato per quello che è: un portatore d'acqua. Io posso essere critico e lo sono quanto mai nella parte politica in cui ho deciso di militare. Infatti, di fronte ai tanti Paoli di cui è piena l'Italia mi sono deciso ad impegnarmi in politica, per non trovarmi mio malgrado ad esser membro del partito degli ignavi di dantesca memoria. Non ho però mai rinunciato alla mia attitudine critica all'interno di Forza Italia e mi è abbastanza indifferente l'esito elettorale della competizione in corso: non mi vestirò a lutto se andrà a palazzo Chigi Paolo Prodi, non mi vestirò a festa se vi rimarrà Silvio Berlusconi. La mia vita cambierà poco o nulla nell'uno o nell'altro caso. Tuttavia, per aver votato come ho votato alle ultime elezioni scopro di essere stato un "populista" e un "fascista", stando agli insulti di un Paolo Flores d'Arcais.
E veniamo al punto. Il nostro Paolo può assumere le posizioni politiche che meglio crede, parteggiare per chi vuole. Non è in discussione un suo diritto o i suoi gusti: de gustibus ne disputandum est! Ma non può insultare chi è di diverso orientamento. Ieri sera si è dato del cretino a metà circa degli italiani. Alla faccia della democrazia! In termini costituzionali, se sovrano è il popolo, ieri sera si è consumato un crimine di lesa maestà e alto tradimento. Nel corso di una pubblica ed affollata manifestazione in occasione del referendum io non ho avuto esitazione ad insorgere contro un Tajani, da me eletto, per essersi egli incautamente azzardato a tirare fuori l'argomento del popolo ignorante perché i quesiti referendari erano troppo difficili da capire. Restando io in Forza Italia, finché non mi espelleranno, un Tajani ha trovato in me un suo fiero avversario interno e così anche i fratelli De Lillo ed altri ancora che si nascondono dietro le tonache dei preti, per catturare voti confessionali. La posizione espressa dal nostro Paolo Flores d'Arcais è assurda anche per un altro aspetto. Nel sistema dell'alternanza vi può essere avvicendamento in quanto vi sia spostamento di elettorato da una parte all'altra o viceversa. Ma non si può offendere chi si sposta da una parte all'altra, assolvendolo dalla patente di cretino o populista-fascista per aver votato in passato dall'altra parte.
Chiudo con una battuta. In un pensatore del settecento napoletano, che scrisse in materia di ineguaglianza tra gli uomini, si riporta un episodio immaginifico. Un savio, visitando un manicomio, chiese quanti fossero i matti ivi rinchiusi. Rispose un "matto", dicendo: qui dentro siamo in pochi, ma fuori ce ne sono molti!
Ieri sera, alla trasmissione di Gad Lernerr, L'Infedele (di sinistra, direi), ho finalmente compreso uno dei significati attribuito al termine "populismo", cioè non un significato intrinseco (come tavolo, strada, pane) ma il significato che vi si vuol attribuire da una parte interessata a forgiare un concetto polemico: sono quanto mai attento al significato dei termini della lingua italiana, ma il termine populismo mi sembra uno di quei concetti che possono essere definiti "in costruzione", come ad esempio quello di "laicista" in opposizione a laico. Don Gianni Baget Bozzo ha subito evidenziato l'uso strumentale del termine populismo e Paolo Flores d'Arcais si è subito dichiarato d'accordo sull'equivalenza populismo = fascismo, senza tuttavia comprenderne la fragilità concettuale. L'ideatore di questo significato o il suo divulgatore è stato ieri sera lo stesso Paolo Flores d'Arcais, che ricordo per aver organizzato all'inizio del mandato Berlusconi un convegno al Goethe Institut di Roma, dove veniva scomodato il diritto naturale per demonizzare il Presidente del Consiglio uscito dal sistema delle urne. La faziosità della manifestazione era evidente. Se ben ricordo, l'argomento contro Berlusconi era un preteso monopolio dei mezzi di informazione, mentre la realtà sta dimostrando il contrario: il monopolio dell'informazione, o lo strapotere, è a sinistra, non a destra. Trasmissioni come quelle di Lerner ne sono una prova. Ieri il nostro Paolo, intellettuale organico di gramsciana memoria e direttore del foraggiatissimo Micromega, si è rivelato per quello che è: un portatore d'acqua. Io posso essere critico e lo sono quanto mai nella parte politica in cui ho deciso di militare. Infatti, di fronte ai tanti Paoli di cui è piena l'Italia mi sono deciso ad impegnarmi in politica, per non trovarmi mio malgrado ad esser membro del partito degli ignavi di dantesca memoria. Non ho però mai rinunciato alla mia attitudine critica all'interno di Forza Italia e mi è abbastanza indifferente l'esito elettorale della competizione in corso: non mi vestirò a lutto se andrà a palazzo Chigi Paolo Prodi, non mi vestirò a festa se vi rimarrà Silvio Berlusconi. La mia vita cambierà poco o nulla nell'uno o nell'altro caso. Tuttavia, per aver votato come ho votato alle ultime elezioni scopro di essere stato un "populista" e un "fascista", stando agli insulti di un Paolo Flores d'Arcais.
E veniamo al punto. Il nostro Paolo può assumere le posizioni politiche che meglio crede, parteggiare per chi vuole. Non è in discussione un suo diritto o i suoi gusti: de gustibus ne disputandum est! Ma non può insultare chi è di diverso orientamento. Ieri sera si è dato del cretino a metà circa degli italiani. Alla faccia della democrazia! In termini costituzionali, se sovrano è il popolo, ieri sera si è consumato un crimine di lesa maestà e alto tradimento. Nel corso di una pubblica ed affollata manifestazione in occasione del referendum io non ho avuto esitazione ad insorgere contro un Tajani, da me eletto, per essersi egli incautamente azzardato a tirare fuori l'argomento del popolo ignorante perché i quesiti referendari erano troppo difficili da capire. Restando io in Forza Italia, finché non mi espelleranno, un Tajani ha trovato in me un suo fiero avversario interno e così anche i fratelli De Lillo ed altri ancora che si nascondono dietro le tonache dei preti, per catturare voti confessionali. La posizione espressa dal nostro Paolo Flores d'Arcais è assurda anche per un altro aspetto. Nel sistema dell'alternanza vi può essere avvicendamento in quanto vi sia spostamento di elettorato da una parte all'altra o viceversa. Ma non si può offendere chi si sposta da una parte all'altra, assolvendolo dalla patente di cretino o populista-fascista per aver votato in passato dall'altra parte.
Chiudo con una battuta. In un pensatore del settecento napoletano, che scrisse in materia di ineguaglianza tra gli uomini, si riporta un episodio immaginifico. Un savio, visitando un manicomio, chiese quanti fossero i matti ivi rinchiusi. Rispose un "matto", dicendo: qui dentro siamo in pochi, ma fuori ce ne sono molti!
mercoledì, marzo 08, 2006
Marco Taradash: non c'è più nelle liste di FI, Deo Gratias!
Apprendo dalla rassegna stampa di Massin Bordin in Radio Radicale la notizia che Marco Taradash è stato infine escluso dai collegi sicuri di Forza Italia. Dire che ne gioisco, è troppo. La gioia è sentimento più nobile che merita altre cause. Dire che me ne compiaccio, credo si possa, anche se non posso rivendicare nessun merito nella esclusione di Marco Taradash dalle liste di Forza Italia e me ne sono totalmente ignote le concrete ragioni.
Il mio astio e la mia ira per Marco Taradash è quella di un suo elettore deluso. Proprio per essermi divenuta familiare la sua voce attraverso la rassegna stampa di Radio Radicale, trovando una volta in lista il suo nome, lo avevo votato, essendomi tutti gli altri nomi pressoché sconosciuti ed essendo quella la minestra che il convento passava. Venne poi l'epoca dello "scippo Dalla Chiesa", con cui il Dalla Chiesa (figlio del generale trucidato dalla mafia e forse proprio per questa tragica notorietà messo in lista) fece una raccolta di firme per togliere alla competente Commissione della Camera un provvedimento che estendeva la democrazia nelle università. Veniva consentito ai Ricercatori la possibilità di far parte dei Consigli di Facoltà e di eleggere il Preside. Ai professori associati, se ben ricordo, era data la possibilità di venir eletti a Preside, toglendo così agli Ordinari il privilegio esclusivo dell'elettorato passivo. La potente lobby dei professori ordinari, che ha suoi rappresentanti in tutti i partiti e collegamenti trasversali in tutti gli organi, insorse contro una minaccia al suo sistema di privilegi. Si pensi che in una Facoltà come quella di Giurisprudenza di Roma (di cui fa parte pure il comunista Diliberto, ad esempio) contava circa 120 Ricercatori ed 80 Ordinari. Far votare i Ricercatori significava consentire ai ricercatori di poter scegliere quale Ordinario dovesse fare il preside. Di Associati non era il caso, perché alla Facoltà di Giurisprudenza di Roma non ve ne sono mai stati. La Facoltà di Giurisprudenza di Roma La Sapienza era un centro di potere e di pressione formidabile, ben noto a quanti negli anni si sono battuti e si battono per una democratizzazione delle università.
La costituzione parla di divieto di mandato imperativo. Ben lo sappiamo. Tradotto all'italiana ciò significa che il deputato una volta eletto se ne può tranquillamente infischiare di chi gli ha dato il voto. L'unica arma dell'elettore è non rieleggere più lo stesso deputato, ma per cinque anni se lo deve ormai sorbire, magari guastandosi il fegato. Or dunque, Dalla Chiesa (eletto grazie a papà) per attuare lo "scippo" (inedito nella storia parlamantare) aveva bisogno di un certo numero di firme per poter sottrarre alla Commissione un provvedimento che in mezz'ora sarebbe diventato finalmente legge. La motivazione dello scippo fu: avocazione all'aula perché ne discutesse l'Aula e non la Commissione. L'aula non ne ha mai discusso e l'intento di affossamento del provvedimento era chiaro anche ai ciechi. Vi furono anche dichiarazioni esplicite. Molti dei deputati che diedero la firma assai poco si intendevano di faccende universitarie, alcuni forse non avevano neppure mai conseguito una laurea.... Bassi accordi di potere o scambi di favori. Misteri della democrazia da esportare nei paesi arabi.
Feci molti tentativi per contattare ilo "mio" deputato eletto Marco Taradash. Fu un'impresa faticosa e penosa. Alla fine rinunciai a perseguitare Taradash perché non volevo rischiare qualche risvolto penale: lui era pur sempre un deputato (anche se con il mio voto di pentito) ed io un semplice cittadino. Quando finalmente per un istante riuscì con uno stratagemma ad avvicinarlo ed a chiedergli: "Perchè?", la risposta fu: perché ero d'accordo con Dalla Chiesa! - Commento: Io non avevo votato Dalla Chiesa! In realtà Taradash non ha mai saputo e capito nulla di università.... Questa è la democrazia: un ignorante può decidere su cose che neppure conosce e capisce.
Adesso, Taradash pretendeva un collegio sicuro per potersi continuare ad infischiare dei suoi incauti elettori. Per tornare su un piano elevato termino sul meccanismo di formazione delle candidature che sfuggono totalmente non solo al controllo dei cittadini elettori, ma passano sopra la testa dei cittadini iscritti ai partiti. Questi dovrebbero essere organizzati democraticamente per consentire ai cittadini di concorrere alla formazione della politica nazionale determinando programmi e candidati che quei programmi dovrebbero attuare. Così non è e lo sappiamo tutti molto bene. Nessuno fa niente per superare questo sistema che egli antipodi della tanto strombazzata democrazia che ci renderebbe superiori ai nostri vicini arabi e musulmani.
Il mio astio e la mia ira per Marco Taradash è quella di un suo elettore deluso. Proprio per essermi divenuta familiare la sua voce attraverso la rassegna stampa di Radio Radicale, trovando una volta in lista il suo nome, lo avevo votato, essendomi tutti gli altri nomi pressoché sconosciuti ed essendo quella la minestra che il convento passava. Venne poi l'epoca dello "scippo Dalla Chiesa", con cui il Dalla Chiesa (figlio del generale trucidato dalla mafia e forse proprio per questa tragica notorietà messo in lista) fece una raccolta di firme per togliere alla competente Commissione della Camera un provvedimento che estendeva la democrazia nelle università. Veniva consentito ai Ricercatori la possibilità di far parte dei Consigli di Facoltà e di eleggere il Preside. Ai professori associati, se ben ricordo, era data la possibilità di venir eletti a Preside, toglendo così agli Ordinari il privilegio esclusivo dell'elettorato passivo. La potente lobby dei professori ordinari, che ha suoi rappresentanti in tutti i partiti e collegamenti trasversali in tutti gli organi, insorse contro una minaccia al suo sistema di privilegi. Si pensi che in una Facoltà come quella di Giurisprudenza di Roma (di cui fa parte pure il comunista Diliberto, ad esempio) contava circa 120 Ricercatori ed 80 Ordinari. Far votare i Ricercatori significava consentire ai ricercatori di poter scegliere quale Ordinario dovesse fare il preside. Di Associati non era il caso, perché alla Facoltà di Giurisprudenza di Roma non ve ne sono mai stati. La Facoltà di Giurisprudenza di Roma La Sapienza era un centro di potere e di pressione formidabile, ben noto a quanti negli anni si sono battuti e si battono per una democratizzazione delle università.
La costituzione parla di divieto di mandato imperativo. Ben lo sappiamo. Tradotto all'italiana ciò significa che il deputato una volta eletto se ne può tranquillamente infischiare di chi gli ha dato il voto. L'unica arma dell'elettore è non rieleggere più lo stesso deputato, ma per cinque anni se lo deve ormai sorbire, magari guastandosi il fegato. Or dunque, Dalla Chiesa (eletto grazie a papà) per attuare lo "scippo" (inedito nella storia parlamantare) aveva bisogno di un certo numero di firme per poter sottrarre alla Commissione un provvedimento che in mezz'ora sarebbe diventato finalmente legge. La motivazione dello scippo fu: avocazione all'aula perché ne discutesse l'Aula e non la Commissione. L'aula non ne ha mai discusso e l'intento di affossamento del provvedimento era chiaro anche ai ciechi. Vi furono anche dichiarazioni esplicite. Molti dei deputati che diedero la firma assai poco si intendevano di faccende universitarie, alcuni forse non avevano neppure mai conseguito una laurea.... Bassi accordi di potere o scambi di favori. Misteri della democrazia da esportare nei paesi arabi.
Feci molti tentativi per contattare ilo "mio" deputato eletto Marco Taradash. Fu un'impresa faticosa e penosa. Alla fine rinunciai a perseguitare Taradash perché non volevo rischiare qualche risvolto penale: lui era pur sempre un deputato (anche se con il mio voto di pentito) ed io un semplice cittadino. Quando finalmente per un istante riuscì con uno stratagemma ad avvicinarlo ed a chiedergli: "Perchè?", la risposta fu: perché ero d'accordo con Dalla Chiesa! - Commento: Io non avevo votato Dalla Chiesa! In realtà Taradash non ha mai saputo e capito nulla di università.... Questa è la democrazia: un ignorante può decidere su cose che neppure conosce e capisce.
Adesso, Taradash pretendeva un collegio sicuro per potersi continuare ad infischiare dei suoi incauti elettori. Per tornare su un piano elevato termino sul meccanismo di formazione delle candidature che sfuggono totalmente non solo al controllo dei cittadini elettori, ma passano sopra la testa dei cittadini iscritti ai partiti. Questi dovrebbero essere organizzati democraticamente per consentire ai cittadini di concorrere alla formazione della politica nazionale determinando programmi e candidati che quei programmi dovrebbero attuare. Così non è e lo sappiamo tutti molto bene. Nessuno fa niente per superare questo sistema che egli antipodi della tanto strombazzata democrazia che ci renderebbe superiori ai nostri vicini arabi e musulmani.
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