martedì, aprile 22, 2008

“De profundis”: un analisi del voto fatta da Teodoro Klitsche de la Grange, candidato alla camera per il PLI

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Pubblico qui di seguito un'analisi del voto fatta da Teodoro Klische de la Grange, candidato nel mio collegio al n. 3 della lista del Partito Liberale Italiano. Una lunga amicizia ed una profonda stima mi lega all’avv. De La Grange. Non potevo non votarlo, pur conservando io la mia tessera di Forza Italia e militando nel popolo delle Libertà. Incontrando proprio sotto caso il consigliere Piergiorgio Benvenuti, per il quale ho votato alla provincia e voterò di nuovo al ballottaggio, ho spiegato la mia distinzione fra cittadino, elettore e militante di un partito, secondo cui un militante può non votare il candidato che altri hanno messo in lista, pur restando militante nello stesso partito. Per essere con lui più convincente e persuasivo ho spiegato che non potevo votare al Senato per Maurizio Gasparri (n. 2 dopo un Pera di nome e di fatto tale), il quale in pubbliche dichiarazioni affermava di voler licenziare i docenti della Sapienza che non avevano gradito la visita del papa e che si rifiutavano, in pratica, di andargli a baciare la pantofola, cosa che un Maurizio Gasparri è disponibilissimo a fare, pur di avere i voti dei cattolici, da lui espressamente chiesti dopo esserfi professato “cattolico”, ma senza esser per questo dare garanzia di essere un “buon cristiano”, almeno secondo quanto io pensi in materia di religione. «Come posso votare uno che dice di volermi licenziare?», ho riassunto al consigliere Benvenuti, che si è lasciato convincere, ridendo di cuore alla mia domanda. Con il consigliere Benvenuti, ma già anche con il consigliere uscente (al Comune) Pasquale De Luca, abbiamo già convenuto sulla necessità di aprire una nuova sede nel popoloso quartiere Marconi, dove il “Popolo della Libertà” possa fondersi (e non giustapporsi) in una nuova aggregazione politica. Purtroppo, i soldi necessari per le sedi zonali non vengono messi a disposizione dalle segreterie nazionali dei partiti, ma dai singoli consiglieri (De Luca o Benvenuti). Così proprio non va bene, anche perché sono infiniti i soldi del finanziamento pubblico preso dalle tasche degli elettori. Questi soldi devono ritornare agli elettori perché possano riunirsi nei loro quartieri e possano far politica in sedi proprie della politica, anziché nelle sacrestie delle parrocchie, dove politici privi di scrupoli e di dubbia moralità contano di raccogliere i loro voti. Se così non sarà, allora bisognerà ritornare ad un nuovo referendum per l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, che aveva già avuto il consenso di oltre il 90 per cento degli italiani. Il modo in cui tutti i partiti hanno eluso un pronunciamento popolare, mai così unanime, è una delle pagine più vergognose della cosiddetta democrazia italiana.

Antonio Caracciolo

Teodoro Klitsche de la Grange

DE PROFUNDIS

L’esito inaspettato delle elezioni politiche (assieme al successo della Lega Nord, quello veramente tale) e cioè l’uscita dal Parlamento dell’estrema sinistra, merita, a distanza di qualche giorno, una riflessione. Raggruppatasi sotto il comune denominatore dell’anticapitalismo più che del comunismo - la contesa sulla falce e martello sul simbolo era il riflesso di quell’ordine di priorità – e ondeggiante tra i richiami pre-elettorali a idola di un passato ingloriosamente defunto (la “proposta” di trasferire a Roma la salma di Lenin o l’esaltazione in Parlamento della Rivoluzione d’ottobre) e un più concreto – meno improponibile e, a tratti, condivisibile - antagonismo a tutte le innovazioni del capitalismo e dell’organizzazione e protezione sociale “post-moderna”, la sinistra radicale ha, con l’esclusione del Parlamento, in sostanza convalidato e consolidato il decesso del primo e la razionalità (perché realtà) delle seconde. E’ stata, ancora una volta, la convalida dell’ “eterogenesi dei fini” (o paradosso delle conseguenze): una campagna fatta a nome dell’antiglobalismo, di un ecologismo arruffone e di un pacifismo senza politica e quindi senza pace, ha dimostrato con quel risultato, che il consenso che certe posizioni ottengono è marginale: di poco superiore – sotto lo zero virgola - a quello conseguito della destra “dura e pura”.

E con ciò si può considerare finalmente avvenuto quanto ripetuto, a caldo, soprattutto dai leghisti: che anche in Italia è caduto il muro di Berlino, con l’uscita degli ultimi eredi “ortodossi” del “moderno principe” dalle aule parlamentari.

Tuttavia, tenuto conto di altri dati disponibili, la riflessione può essere approfondita.

In primo luogo: appare evidente la perdita generale di consenso, più accentuata al nord, in quella che era la culla storica del comunismo nostrano, nato nei consigli di fabbrica della Torino del primo dopoguerra; ancora più analisi dei dati elettorali dimostrerebbero che tra gli operai il consenso alla sinistra sarebbe inferiore a quello accordato al PDL ed alla Lega. Non è solo la riduzione quantitativa della “classe operaia” a generare la sfortuna elettorale della sinistra, ma il diverso orientamento politico della base “naturale”.

Questo dato – e risultato – appare coniugabile al “crollo” internazionale del comunismo. Vediamo come:

Politicamente il comunismo è una idea polemogena, raggruppante (e dividente) l’intera umanità in due schieramenti contrapposti: proletariato e borghesia, votati necessariamente alla “guerra civile mondiale” (Weltbürgerkrieg) che altrettanto necessariamente doveva concludersi con la vittoria del primo, l’eliminazione della seconda, l’edificazione della società comunista (e la conseguente fine della storia). Il tutto sarebbe derivato dall’essere il comunismo la “soluzione dell’enigma della storia”, costituita essenzialmente dalla consapevolezza che le “sovrastrutture” (politiche, istituzionali, religiose, mondiali) sono determinate dalla “struttura” economica.

In realtà la storia – e non solo del XX secolo – dimostra, al contrario, che non c’è alcun ambito del pensiero umano che possa condizionare in modo così decisivo (ed esclusivo) gli altri: anzi, probabilmente sono quelli “sovrastrutturali” – cioè le rappresentazioni del mondo costituite da visioni religiose, scientifiche, culturali in genere, a condizionare i “rapporti di produzione”. Ciò non toglie che, nel secolo breve, gli ideologi comunisti erano riusciti a indurre largamente la credenza, convalidata dalla divisione del mondo in blocchi di Stati contrapposti sotto le rispettive bandiere, che così fosse. Un “proletario” che combatteva contro i bianchi, i tedeschi o i giapponesi invasori era convinto che il nemico reale fosse l’imperialismo borghese: anzi lo “status” di questo era quello di “nemico assoluto”, l’ultimo da combattere per arrivare alla “fine della storia”, senza più guerre né potere (politico in primo luogo).

La situazione cambiò con la perdita d’intensità della distinzione amico-nemico fondata sulla lotta di classe; a differenza che nel comunismo statu nascenti, per cui il nemico contro cui condurre la guerra giusta era il capitalismo, in quello senescente la percezione del capitalismo come nemico di classe si era sbiadita tra i governanti e, probabilmente, svanita del tutto o quasi tra le masse dei governati. La credenza nel comunismo era così erosa nel pilastro fondamentale: la percezione-convinzione che il capitalismo fosse il nemico assoluto, da sconfiggere con la lotta di classe.

Al posto di questa le vecchie opposizioni “tradizionali” nella storia, fondate sull’identità etnica o religiosa o d’altro genere, soffocate o “relativizzate” dal conflitto di classe – un tempo percepito come decisivo – riprendevano esse il carattere decisivo di costituire i raggruppamenti amico-nemico. Così in luogo della grande guerra tra proletari e borghesi hanno ripreso vigore le identità e le contrapposizioni (antiche). Serbi contro croati, albanesi contro serbi, ceceni contro russi, (ed anche musulmani contro “crociati”) e così via. L’identità collettiva, fondata negli stati comunisti dal carattere “di classe” dell’istituzione statale, muta punto di riferimento e diviene (nuovamente) identità nazionale e/o religiosa e culturale. Il nemico “reale” che già Eschilo considerava il consolidatore (della pace e) della “polis”, perché relativizzava i conflitti interni, non è più percepito come tale. Il rapporto tra identità collettiva, opposizione fondamentale, e nemico sfuma progressivamente e finisce per travolgere (per collasso spontaneo) l’ordinamento che su quella opposizione si basava. Tale era il grado di esaurimento e di perdita di senso della contrapposizione di classe che, caso raro nella storia, il comunismo – come mi è capitato di scrivere mesi fa sull’ “Opinione” – è crollato senza che nessuno tentasse di tirare almeno qualche schioppettata in sua difesa. Ha avuto una storia quanto mai tragica ed una fine quanto mai tranquilla: ma l’una e l’altra erano tali in funzione dell’intensità della contrapposizione di classe.

Opposizione che era stata l’ideologia marxista a far lievitare, fino a farle attingere la dimensione pubblica (e politica). Se il “Manifesto” comincia con la celebre universalizzazione del conflitto di classe (“la storia di ogni società esistita fino ad oggi è storia di lotta di classi”), il “maestro” di Marx cioè Hegel aveva collocato i §§ 243 – 246 (su classi e conflitto di classe) dei “Grundlinien” nella sezione dell’opera in cui trattava della società civile, e non dello Stato, così considerandolo implicitamente qualcosa di “privato” e non “pubblico”. Il salto del quale dal privato al pubblico – e al politico – a costituito l’essenza (politica) del marxismo. La perdita di senso e d’intensità di tale opposizione l’ha ricondotta di converso ad una dimensione “privata” e non decisiva.

Il fatto quindi che gli operai di Sesto S. Giovanni votino in larga parte per i partiti di centro destra significa che ritengono più “decisiva” la soddisfazione di un altro genere di bisogni o la soluzione di problemi diversi da quelli derivanti della situazione di lavoro e dei rapporti di produzione.

Attenuatosi quello di classe altri conflitti assumono carattere politico, costitutivo dei raggruppamenti sociali in lotta. Il ripetere, da qualche anno, dell’esistenza della contrapposizione tra popolo delle “partite IVA” e dipendenti statali è avvertito come assai più “determinante” di quello; con l’altro – in parte coincidente – tra tassati e tassatori; o l’altro, meno avvertito dei precedenti, tra produttori ed intermediari finanziari. Lo stesso deperire del potere sindacale ha la stessa ragione: in una società che non avverte più come determinante il conflitto di classe, il sindacato diviene altrettanto inutile del partito classista. La stessa scriminante-radice, economica, del conflitto di classe è ridimensionata: come il marxismo si è sviluppato nel secolo del dominio borghese “classico” e dell’economia politica, così deperisce in un’epoca in cui la scriminante decisiva ha un fondamento diverso.

E con ciò riassume un carattere “privato” e politicamente relativo: e un partito che su quello si fondi è altrettanto politico di un circolo dopolavoristico, una bocciofila, o una biblioteca circolante.

Una cosa per cui non vale la pena di lottare né di rischiare: e proprio per questo finita nell’archivio della storia.

Teodoro Klitsche de la Grange


* * *

Mi associo alle condoglianze del comunismo bertinottiano o alla Diliberto, ma non con irriverenza, scherno, denigrazione. Nei miei anni giovanili ho in parte condiviso quelle idealità. Di Marx continuo a ritenere che sia molto più un liberale radicale che non un comunista staliniano o bertinottiano. Per la sinistra italiana, estromessa a sorpresa fuori dal parlamento, credo che occorra guardare non già alla loro specifica ideologia, da me mai elettoralmente condivisa, ma ai bisogni economici degli strati sociali più malmessi da essa rappresentati.
Come “partito del popolo” bisognerà farsi carico di ciò che che i “comunisti” alla Bertinotti non hanno saputo rappresentare. Se è vero che è crollato quella costruzione politica che era associata al comunismo, cioè l'URSS, è anche vero che un'altra forma politica rubricata con il nome “comunismo”, cioè la Cina ha invece dimostrato e dimostra una vitalità che non cessa di stupirci. Non intendo qui per nulla addentrami in un’analisi del cosmo cinese, ma esprimere solo una certa cautela da forme di entusiasmo verso un capitalismo inteso come una forza cieca alla ricerca dell’utile per l’utile senza alcun riguardo per le conseguenze, spesso tragiche, di una ricerca sfrenata del guadagno per il guadagno. È anche vero che milioni di persone muoiono di fame e la maggior parte dell’umanità soffre l'indigenza, mentre la ricchezza non sempre accompagnata da merito imprenditoriale si accumula in ristretti spazi ed il pianeta rischia di sparire per un'ingordigia che appare ingovernabile e superiore ad ogni legge formale e ad ogni principio etico. Se il paradiso in terra promesso dai comunisti non è stato per nulla raggiunto, temo che se quello in cui ci troviamo sia il solo paradiso possibile, allora avremmo poco di che gioire per la scomparsa di una sia pur fallace speranza offerta dai tardi epigoni di un comunismo che non credo sia mai esistito nelle intenzioni di un Karl Marx.

domenica, aprile 20, 2008

Commento a Palmieri, n. 1

Versione 1.0

In questa nuova fase del “Popolo delle Libertà”, nome che forse bisognerà ritoccare ancora una volta per il suo scarso senso logico-lessicale, anche io intendo dare un nuovo impulso a questo blog concepito per la militanza politica “dentro” Forza Italia. Ricordo cose da me già dette molte volte, e cioè che ogni cittadino ha il diritto di iscriversi ad un partito per concorrere alla formazione della politica nazionale. È mancata finora una legge di concreta attuazione delle linee guida dettate dall'art. 49 della costituzione. Ho finora considerato un fatto positivo ed auspicabile l'evoluzione verso il bipartismo. Se però questa evoluzione non sarà presto accompagnata da una legge di attuazione dell'art. 49 che introduca all'interno dei due maggiori partiti una vera e propria vita democratica, una possibilità estesa e ramificato di confronto e dibattito quotidiano, un controllo democratico degli eletti finora abituati abituati a vivere il loro status come un privilegio di casta, allora non l'evoluzione verso il bipartitismo non sarà stato un avanzamento della democrazia, ma un suo grave arretramento assai peggiore del proporzionalismo. Per questo obiettivo mi batterò nei limiti delle mie possibilità. Intanto, come prima iniziativa ripubblicherò le mailingi list che mi giungono regolarmente a firma dell'on. Palmieri. Ne ho sempre trovato il contenuto alquanto trionfalistico e propagandistico, in pratica di nessuna utilità per chi lo riceve, cioè per tutti gli iscritti. Farò ogni volta un commento critico al testo, sperando che il suo estensore lo legga e ne migliori la prossima volta il contenuto.

Contatto n. 12/2008

Per le singolari coincidenze della storia, oggi ricorre il sessantesimo anniversario della vittoria elettorale del 1948, giorno in cui la DC di De Gasperi, con il concorso dei partiti laici, sconfisse la sinistra socialista e comunista.

Quella fu una vittoria clamorosa, l’inizio di un cammino di libertà e di progresso che portò l’Italia in pochi decenni a diventare uno dei paesi più importanti del mondo. Dopo la nostra altrettanto clamorosa vittoria di lunedì, ora tocca noi la responsabilità di avviare un periodo di buon governo e di riforme che facciano ripartire l’Italia e la rimettano al posto che le spetta, in Europa e nel mondo.

Come il presidente Berlusconi ha ribadito più volte, siamo consapevoli del duro compito che ci aspetta. Lo svolgeremo mettendocela tutta, sapendo di poter continuare a contare sul supporto di persone come te. Questi sono ancora i giorni della soddisfazione per il risultato ottenuto insieme: per condividere on line il ringraziamento per il sostegno puoi usare la cartolina che trovi qui http://rialzatianchetu.forzaitalia.it/ .

Ora godiamoci questo primo fine settimana dopo la vittoria. Da lunedì si torna in pista...

Grazie per l'’attenzione.

on. Antonio Palmieri
responsabile comunicazione elettorale e internet Forza Italia/PDL

***

Non so quanto l'on. Palmieri conosca la storia. Io nel 1948 non ero ancora nato, ma ho un ricordo abbastanza nitido delle giostre elettorali dagli anni 60 in poi. Non farei nessun paragone con il 1948. Il voto del 2008 è un voto di disulusione, disincanto, disperazione. Non mi illudo che gli uomini eletti abbiano qualità taumaturgiche e siano a priori migliori di quelli che li hanno preceduti. Anzi, in un certo senso sono peggiori in quanto non sono stati eletti, ma messi in lista non si sa bene da chi. Se da questo modo di operare ne verrà del bene anziché del male, è cosa che resta da vedere. Posso dire che mai come oggi mi sento in vena di seguire l’attività del governo giorno per giorno, decisione per decisione. Se lo riterrà opportuno è necessario, vi sarà anche la mia opposizione interna di partito e dirò tutto quello che penso senza timore e rispetto per nessuno.

sabato, aprile 19, 2008

Ed altre voci già si sentono fuori dal parlamento!

Versione 1.0

Era prevedibile quale sarebbe stato il significato della candidatura Nirenstein non già “eletta”, ma “nominata” nel più antidemocratico dei parlamenti di questa repubblica. Dalla nota dell’agenzia filoisraeliana «Informazione Corretta» si apprendono cose interessanti alle quali rinvio e dal cui commento mi astengo, eccetto che per dire che alla “minaccia” della voce di Fiamma Nirenstein “che si farà sentire in parlamento” è facile opporre le voci che già si levano “fuori” dal parlamento. Tanto più che ne è rimasta fuori proprio quella parte che aveva un diretto contatto con gli umori ed i bisogni della gente. Non mi piace il linguaggio delle minacce, ma il momento che vive il nostro paese, afflitto da gravissimi problemi, è di estrema gravità. Mi auguro che il governo Berlusconi, che ha il grave torto di aver imbarcato anche una Fiamma Nirenstein, sia in grado fin dai primi mesi di dare i giusti segnali, che non saranno certo quelli di portare l’Italia in guerra per la bella faccia della «colona» israeliana, la cui protezione grava addirittura sul contribuente italiano anziché sulle finanze israeliane, come sarebbe stato giusto. Da calabrese posso finalmente capire con tutte queste scorte e questo spreco di risorse umane e di pubblico danaro perché molti territori della Calabria sono lasciati del tutto sguarniti e facile preda della criminalità, perché manchi addirittura la benzina per le macchina di pattugliamento del territorio. Spero che fra le tante cose da fare il governo Berlusconi si decida a togliere le scorte alle varie Nirenstein, Magdi Allam e simili e disponga gli uomini dove servono per la protezione dei cittadini.

giovedì, aprile 17, 2008

Chi di spada ferisce... Il ballottaggio a Roma

Versione 1.1
(status: 18.4.08)

Se Fiamma Nirenstein è stata nominata in parlamento, dove fare solamente azione di lobbying per Israele e per la limitazione della libertà di ricerca in campo storico, lo deve a Gianfranco Fini, che ha calcolato in questo modo di intercettare il voto ebraico, che a Roma – stando a Bordin – non è di grande consistenza numerica, ma gode – dice lui – di grande prestigio. Ed è da dargli ragione se per prestigio si intende i grandi favori che Veltroni ha fatto loro, fino a concedere la Lupa capitolina a Foxman, capo mondiale della ADL e redatore di “liste nere” su cui nessun garantista nostrano ha torto il naso. Verrebbe da chiedersi se adesso Fini attraverso Fiamma Nirensten, che dovrebbe ringraziarlo per la nomina parlamentare, riuscirà a presentare il conto alla “comunità ebraica” e se la comunità ebraica vorrà pagarlo, dopo aver ricevuto non pochi favori. A sentire Pacifici, sembrebbe che i vari Fini ed Alemmano possono ricevere solo insulti, pur avendo “pagato” i prezzi richiesti. Fini ed Alemanno dovranno scegliere se rifiutare i voti contaminati e scomunicati di Storace o sapranno dire agli ebrei romani che le loro pretese hanno un limiti e che i conti dovrannopagarli pure loro: vi abbiamo dato dei seggi in parlamento. Adesso così ci ripagate?

La vicenda è interessante, istruttiva, divertente. La seguiremo in questo stesso articolo con successivi aggiornamenti. Eccola Fiammetta Frankenstein che esce allo scoperto: non si sputa sul piatto sul quale si mangia, vorrei veder, ma con Pacifici? Ecco che qualcuno pensa di farne una biografia. Ovvero i nostri amici vogliono mangiare su tutti i piatti? Ah, ah! Che squallore la cosiddetta politica. La speranza è che donna Fiammetta si accontenti ad intascare i danari alla nostra bella faccia di gonzi e se ne stia nella alude dei peones. Se poi vorrà pure dettare la politica estera, allora bisognerà scendere in piazza.

Links:
1. Fiamma Nirenstein: una “colona” in Parlamento;

Politica

ELEZIONI/ FIAMMA NIRENSTEIN, UNA 'COLONA' IN PARLAMENTO (HAARETZ)

La neo-deputata del Pdl da dieci anni vive nel quartiere di Gilo

postato 8 ore fa da APCOM

Roma, 18 apr. (Apcom) - "La prima 'colona' a essere eletta in un Parlamento non israeliano": così il quotidiano israeliano Haaretz presenta Fiamma Nirenstein, la giornalista esperta di Medio Oriente eletta alla Camera dei Deputati con Il Popolo delle Libertà.

La giornalista - scrive Haaretz - vive da dieci anni nel quartiere di Gilo a Gerusalemme, uno dei più grandi del Paese. "Se ci atteniamo alle definizioni delle Nazioni Unite, che considera Gilo una colonia, si potrebbe dire che la Nirenstein è la prima colona a diventare membro di un parlamento non israeliano".

Al quotidiano israeliano la Nirenstein spiega di sentirsi israeliana sebbene non abbia mai richiesto la cittadinanza dello Stato ebraico. "Mi sento come se avessi fatto l'aliyah". E durante la campagna elettorale in Liguria, dove era candidata, la giornalista si è rivolta agli elettori italiani ricordando loro che Israele è in prima linea nella lotta contro il terrorismo internazionale. "Non ho parlato alla gente di problemi locali, ho detto invece loro che la cosa più importante per la loro identità italiana è quella di stare al fianco di Israele". Non a caso la Nirenstein ha intitolato il suo ultimo libro "Israele siamo noi", e il "noi" è ovviamente riferito agli italiani.

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RUTELLI CONDANNATOANNIBALE18-04-200813:49
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martedì, aprile 15, 2008

È l’ora della piazza

Versione 1.0

Mentre ascoltavo ieri, non fino a tardissima notte, i commenti degli uomini politici, eletti nel nuovo parlamento, nutrivo pensieri senza rappresentanza, ma molto rappresentativi, per ricalcare e rimarcare una distinzione del politologo Sartori. Come cittadino elettore, disilluso dopo aver visto molte stagioni come questa, cosa avrei potuto fare? Dare fuoco alle schede ed alle urne? Il popolo italiano è saggio, paziente, disilluso. Non vi era molta scelta e la decisione di andare a votare è stata disincata. Nessuno o quasi credo che dagli esiti elettorali si aspetti granche anche se chi ha assunto il timone non potrà sottrarsi al peso della respoansabilità. È parso di ascoltare il solito cicaleccio di una casta sicura di poter conservare i suoi privilegi. Berlusconi avrà il suo principale avversario nelle aspettative che non dovrà deludere. Il tanto insistere dei leghisti sul federalismo mi ha indotto a pensare all’Alitalia e a Malpensa: il loro fallimento economico verrà fatto pagare a tutti gli italiani, non ai soli lumbard. Per l'ex regno borbonico si ripeterà il disastro economico che più di cento anni fa drenò risorse dal sud al nord. Sono timori, non analisi economiche che non sarei capace di fare con la dovuta competenza. Vedremo.

Non credo che Veltroni avrebbe potuto fare di meglio e che sarebbe stato meglio di Berlusconi. Pur conservando la tessera di FI ovvero del Popolo delle Libertà non potevo assolutamente votare un Gasparri che pubbicamente minaccia di volermi licenziare come docente della Sapienza per l'inaudito reato di non aver voluto baciare la pantofola del papa. Teoricamente, Gasparri può fare il ministro dell’Università, come prima – con scarso risultato – lo è stato Mussi, succeduta a una Moratti, che all'università sembrava capitata per caso.

Non ho tempo per una lunga analisi del voto e del post-voto. Sarà il decorrere del tempo a dirci cosa ci siamo guadagnati. Per quello che mi riguarda credo che vi siano uno stimolo in più per costringere vasti strati sociali a quella democrazia contestativa che fu il 1968. Se è vero ciò che il maestro Sartori ha insegnato appena ieri per televisione, e cioè che la l'istituto della rappresentanza politica (=il parlamentare ed il governo eletto) se ne può infischiare della sua rappresentatività (= gli effettivi desideri e bisogni delle masse), è anche vero che una piazza di cittadini con gambe forti per reggere il corpo in lunghe sfilate cittadine e buoni polmoni per gridare potrà essere molto più un rappresentante rappresentativo di quanto non lo sia una casta di parlamentari autonominatasi al parlamento per percepirne emolumenti e vantaggi, ma ignara ed insensibile ai problemi ed alle esigenze del Paese e dei cittadini.

Con l'avanzare degli anni non è più lecito coltivare quelle stesse illusioni che si potevano nutrire 40 anni prima, nel mitico 1968, generoso ma sprovveduto e destinato alla sconfitta. Per quanto potrò sarò attento a ciò che emerge dalla società e pur militando, per quel poco che è possibile, dentro le strutture non democratiche dei partiti di regime, darò il mio contributo di cittadino che ancora conserva l’amor di patria.

domenica, aprile 13, 2008

A carte scoperte

Versione 1.1

Speravo vivamente di non trovare il mio certificato elettorale per non andare a votare, adducendo una ragione oggettiva. Ero poi uscito per fare un giro in bicicletta lungo la riva del Tevere, ma il servizio biciclette oggi ha chiuso prima del consueto. Sono così entrato al ritorno nella scuola dove sono iscritto per il voto. Sono entrato per leggere la lista dei candidati. Alcune sorprese. La prima mi è stata data dal nome di Ferdinando Adornato al n. 4 della Lista Casini. Con Adornato avevo avuto un diverbio pubblico, quando era in FI ed era a capo della Fondazione Liberal. Ci rimasi male per non aver avuto la parola, pur essendomi iscritto e dichiarando la mia qualifica di Coordinatore provinciale dei Clubs di RC. Non so se vi sia stato disguido, ma il fatto è stato grave. Di Adornato non avevo poi apprezzato i discorsi nel periodo in cui avrebbe dovuto costruirsi il partito unico e lui sembrava esser stato indicato come il teorico di tutta l'operazione. Avevo già notato in queste occasioni un cedimento clericale con sacrificio dei principi di laicità dello Stato. Vederlo ora nella lista di Casini offre una conferma ai miei sospetti e sono quanto mai lieto di non ritrovarmelo nelle liste del Popolo delle Libertà e dover combattere anche con lui.

Purtroppo, leggendo in elenco i nomi proprosti al mio voto nelle liste a scalare del Popolo delle Libertà sia alla Camera sia al Senato non ne trovo nell'ordine nessuno di mio gradimento. Posso io votare Pera al n. 1 e Gasparri al n. 2? Uno più... dell'altro! Mai e poi mai! Stesso discorso per la Camera, dove a Fini non posso perdonare di aver messo in lista la Nirenstein ed a Cicchitto le sue esternazioni sioniste. Quindi né alla Camera né al Senato voterò per il partito di cui resto iscritto. Diverso per il Comune di Roma, dove ho riferimenti di fiducia nei fratelli De Luca, mentre ho scarsa fiducia in Alemanno, un ragazzo cresciuto senza esser maturato.

Ho trovato al numero 3 della lista dei Liberali il mio amico Klitsche de la Grange. Non so se sarà eletto. Credo di no, ma in ogni caso non voglio fargli mancare il mio voto quale attestazione di fiducia. Per il Senato ho trovato al n. 1 il nome di Fernando Rossi, che ho imparato a conoscere a proposito di una comune battaglia per Gaza. A lui andrà il mio voto, a prescindere che venga eletto o meno. Dichiaro pubblicalmente quale sarà domani il mio voto. Ma dichiaro anche che ciò non significa un mio dissociarmi dal Popolo delle Libertà. Ho già distinti fra i diversi ruoli di cittadino, elettore e militante di partito. Mi auguro – e mi batterò per questo – che all'interno del Popolo delle libertà possa svilpparsi un vero, libero e democratico interno nel quale le candidature non siano calate dall'alto, ma siano il risultato di una profonda discussione interna nella quale si produce quella formazione della politica nazionale prevista dall'art. 49 della costituzione.

Se qualcuno all'interno del partito vorrà contestarmi le mie decisioni e la mia dichiarazione pubblica, faccia pure. Sono pronto al dibattito ed anche a lasciare il partito, se lo Statuto lo prevedesse. Ma se così fosse sarebbe chiaramente uno statuto antidemocratico in palese contrasto con l’art. 49 della costituzione.

Così parlo, prima del voto, e pubblicamente. In pratica distribuisco il mio voto in modo diverso alla Camera, al Senato, al Comune. Esempio concreto di pluralismo politico e di relativismo etico... Fatto! Avevo sbagliato a votare nella scheda del Municipio, mettendo il nome di un candidato alla Provincia. Mi sono fatto ridare la scheda e questa volta ho votato secondo le intenzioni. La scheda da me sbagliata è stata annullata con una mia scritta, ma anche con un timbro. Ho avuto a disposizione cinque schede per cinque diverse votazioni: Camera, Senato, Provincia di Roma, Comune di Roma, Municipio di Residenza. Ho votato per il “Popolo delle Libertà” solo alla Provincia, al Comune e al Municipio. Per il Senato e la Camera erano troppo indigesti i nomi a me proposti da chi ha formato le liste. In fondo, è come una nemesi: si è tolto agli elettori il voto di preferenza, ma volendo i singoli elettori possono votare lo stesso i nomi a prescindere dal simbolo in cui si trovano. Speriamo che la riforma elettorale cambi questo stato di cose. Altrimenti, potrà essere auspicabile un totale rimescolamento delle carte, dove ognuno si potrà regolare a seconda dei nomi e del loro numero ordinale in Lista quale sarà possibile leggere negli elenchi affissi nella propria sezione elettorale.