sabato, gennaio 16, 2010

Teodoro Klitsche de la Grange: Feticismo documentale e patriottismo costituzionale



FETICISMO DOCUMENTALE
E PATRIOTTISMO COSTITUZIONALE

1. Il successo di una formula. – La fortunata espressione “patriottismo costituzionale”, diffusa e sostenuta da Jürgen Habermas, è recentemente spesso ripetuta – al di la della cerchia degli specialisti – da personaggi (in ispecie politici, ma non solo), tra i quali assume significati come
“Ci unisce e ci incoraggia in questo sforzo la grande, vitale risorsa della Costituzione repubblicana. Non c’è terreno comune migliore di quello di un autentico, profondo, operante patriottismo costituzionale. È, questa, la nuova, moderna forma di patriottismo nella quale far vivere il patto che ci lega: il nostro patto di unità nazionale nella libertà e nella democrazia” [1] .
Per quanto l’espressione citata, come tutte quelle estrapolate da discorsi più vasti, potrebbe non rendere esattamente il pensiero del nostro Presidente, è – a confrontarla con altri interventi e dichiarazioni – chiaramente “rappresentativa” di caratteri essenziali del “patriottismo costituzionale”.

Infatti mentre il patriottismo è riferito a una comunità di popolo legata da vincoli storici, religiosi, etnici, in quello costituzionale è “il patriottismo di un popolo che si ritiene unito non dai vincoli tradizionali e tipici della nazione, ma da quei principi e valori (ad esempio il valore della persona e il metodo democratico, ricordati dallo stesso presidente Napolitano) che sono fissati in un patto costituzionale” [2].

Resta il fatto che oggigiorno nel senso comune, la Costituzione è un patto, o più precisamente un patto scritto; e che quindi la lealtà e la fedeltà dei cittadini dovrebbe essere rivolta a un atto (patto), o a un documento. Cioè un “pezzo di carta” su cui ironizzava Lassalle [3].


Il patriottismo costituzionale, malgrado le critiche preventive (e realistiche) di Lassalle, si presenta come (l’unica) forma d’integrazione possibile in una società contemporanea. L’ “inclusione dell’altro” (titolo di un lavoro di Habermas) non è né un’assimilazione né chiusura verso l’esterno, ma consiste in una convinta adesione ai principi universalistici della Costituzione, di guisa da consentire la compresenza, all’interno della società, di una pluralità di visioni del mondo e relative “tavole di valori”. Sarebbe, in altri termini (l’unico) modo possibile per esorcizzare i conflitti derivanti dalle differenze culturali, etniche (ed economiche), verosimilmente in crescita in un mondo globalizzato connotato dell’aumento esponenziale dei movimenti migratori. E così la risoluzione, in relazione a tutti i conflitti (intracomunitari) possibili, di quella “lotta mortale senza possibilità di conciliazione, come tra «Dio» e il «demonio», che Max Weber attribuiva ai contrasti tra “valori”. Lo scioglimento dell’enigma irrisolto della storia, che Marx riteneva essere il comunismo, così diventa, nell’attuale momento storico e in relazione ad esso, il carattere (e pregio) del “patriottismo costituzionale”.

2. Corollari del “patriottismo costituzionale”. – Questa concezione lascia irrisolti, perché non chiariti, due elementi fondamentali, ambedue riconducibili all’aggettivo “costituzionale” e al termine da cui deriva, cioè costituzione. Se a questo si da un significato ovvero un altro, cambia completamente il concetto, derivato, di patriottismo costituzionale.

Se per costituzione si intende, secondo la nota concezione kelseniana, ciò che è connotato dall’essere modificabile solo a seguito di un particolare procedimento di revisione previamente stabilito, ne consegue che il patriottismo costituzionale sarebbe ciò che riassume la lealtà e l’osservanza nei confronti di un complesso di norme coordinate. Per cui “patriota costituzionale” e quel che più preoccupa, “non-patriota costituzionale” (con quel che ne può conseguire negli ordinamenti positivi, dalla fucilazione in giù) è chi ritiene costituzionali tanto l’art. 1 o 2 della Costituzione vigente (sulla forma di Stato e di governo) che l’art. 16 (sul diritto c.d. di locomozione) o l’art. 44 (sul diritto all’abitazione) e così via.

Se di converso il concetto di costituzione è svincolato dal criterio procedurale-formalistico kelseniano, per accedere ad una visione sostanziale della Costituzione, per cui il documento relativo (la Costituzione formale) è fatta di disposizioni realmente costituzionali (le decisioni fondamentali sulla forma dell’unità politica) e d’altro, cioè le leggi costituzionali, si rifugge da conseguenze un po’ bizzarre, perché costituzione sono solo le decisioni fondamentali e non l’insieme delle norme connotate da rigidità.

L’altro problema è se la costituzione vada identificata con l’atto così denominato o piuttosto questo (e neppure integralmente) ne faccia parte; e, prima di questo se una comunità esiste perché ha una costituzione o ha una costituzione perché esiste. Com’è noto tale problema se l’era posto (tra gli altri) Santi Romano: e la soluzione del grande giurista era che
“Qualunque sia il suo governo e qualunque sia il giudizio che se ne potrà dare dal punto di vista politico, esso non può non avere una costituzione e questa non può non essere giuridica, perché costituzione significa niente altro che ordinamento costituzionale. Uno Stato «non costituito» in un modo o in un altro, bene o male, non può avere neppure un principio di esistenza, come non esiste un individuo senza almeno le parti principali del suo corpo” [4].
Per cui “esistente” e “giuridicamente ordinato” sono (salvo una distinzione) coevi: simul stabunt et simul cadent.

La distinzione da fare a tale proposito è quella in cui l’istituzione è generata con la sua costituzione (o scompare con quella) o quando la costituzione è generata (o abolita) senza che abbia inizio o cessi l’esistenza dell’istituzione. Questo è il caso più frequente. Solo in Italia, dal 1861 in poi, è capitato (almeno) tre volte [5].

Né sfugge alla “costante” dell’esistente che precede il normativo, il caso – non molto frequente – della costituzione come “trattato” tra più Stati (istituzioni), dato che è l’esistenza precedente (e l’accordo) di questi a costituire il presupposto del nuovo Stato. Anche in tal caso, il rapporto tra esistenza dell’istituzione e vigenza della costituzione si manifesta asimmetrico: mentre la nascita o la fine della prima comporta quella della seconda, le vicende di questa non sono decisive per quella [6].

In questo senso è l’esistenza di un potere costituente (l’attore) ad assicurare l’ordinamento pur nella variazione degli atti (decisioni) costituzionali.

A lato di ciò si trova l’aspirazione, tipica dell’età moderna, che perché una costituzione sia tale occorre poterla mettere in tasca (Thomas Paine). In altre parole che sia scritta; in effetti le moderne costituzioni scritte hanno il loro antecedente, come scrive Jellinek, nei patti e nelle Carte redatti nelle colonie inglesi in America; in particolare è ricordata quella sottoscritta tra i coloni del Connecticut, quelle redatte da William Penn, o il convenant dei Padri Pellegrini convenuto sulla Mayflower [7].

Tale identità (costituzione = documento scritto e “statuito”) è affatto sconosciuta alle concezioni non moderne, e, in parte, anche a quelle successive alla Rivoluzione francese. Basti all’uopo, per le prime, ricordare l’opinione di Cicerone sulla costituzione romana “nostra autem re publica non unius esse ingenio, sed multorum, nec una hominis vita, sed aliquot constituta saeculis et aetatibus” [8].

Per le seconde, tra i primi a formularla dopo la rivoluzione francese, quella di de Bonald che “la costituzione di un popolo è il modo della sua esistenza”: onde scriverla non è necessario perché una costituzione vi sia. Il che è stato condiviso da gran parte della dottrina del diritto successiva (da Hauriou a Santi Romano e Carl Schmitt); tuttavia nell’opinione corrente, alimentata assiduamente, un fatto così evidente ossia che le unità politiche erano e sono costituite, e spesso assai ben costituite, prima che fossero inventate le costituzioni scritte (e lo saranno dopo), è (forse volutamente) trascurata. Di guisa che, se fosse fatto un sondaggio sul quesito, se le costituzioni debbano essere scritte, riporterebbe una schiacciante maggioranza affermativa, e l’opinione contraria sarebbe probabilmente considerata una diavoleria di qualche astuto manipolatore. Ovvero questa tesi, così contraria alla realtà storica, ha la consistenza (e la non ragionevolezza) di un idola tribus (e anche fori).

3. Da quando le costituzioni sono (per lo più) scritte, ha progredito la teoria che, per fare una costituzione non serve avere qualcosa in comune: dalla lingua, alla religione alla cultura, e così via. Ma sia sufficiente essere animati da buona volontà, e, preferibilmente da (qualche) interesse condiviso, per raggiungere un accordo soddisfacente e durevole.

La scrittura e la statuizione dei documenti costituzionali sarebbe in altri termini non la conseguenza, ma il succedaneo di quegli elementi identitari sopra (parzialmente) ricordati. A conforto di ciò si possono portare due circostanze: la prima che Costituzioni scritte – cioè (solo) quella degli Stati Uniti d’America – sono in vigore da oltre due secoli. Cui può replicarsi che il successo di quella statunitense è rara avis, perché di solito quelle europee scritte, e le più longeve, al massimo superano la sessantina. E più che altro che ciò prova la saggezza delle scelte dei costituenti americani (il “contenuto”), più che la forma scritta e statuita della costituzione.

La seconda che, prevalendo nel mondo contemporaneo il modello “società” rispetto a quello “comunità”, scrivere le costituzioni sarebbe un segno – e una conseguenza di questo “ethos” moderno.

Pur se questa tesi ha molto di vero, è debole però sul momento “genetico” e sulle cause. Infatti non risolve il problema se, continuando con l’esempio della Costituzione americana, la costituzione (e la conseguente durata), fosse dovuta al fatto che i padri costituenti (e la stragrande maggioranza della popolazione allora) fossero Wasp, cioè bianchi (i neri non votavano) anglosassoni e protestanti (per lo più fedeli di una particolare forma del protestantesimo) per cui raggiungere un accordo tra persone accomunate da lingua, razza, religione, teoria e prassi giuridica fosse, per così dire, estremamente facilitato da questa comune identità. Ma se, di converso, fossero stati di tre o quattro etnie diverse (e bilanciate), di altrettante religioni, parlanti lingue diverse, nessuno è in grado di affermare che si sarebbe raggiunto un accordo e più ancora che la durata di quello sarebbe stato di oltre due secoli. Piuttosto l’esperienza storica dimostra che – gli ultimi casi sono stati quelli della Iugoslavia, dell’Unione sovietica e della Cecoslovacchia – il tutto sarebbe andato presto in frantumi [9].

E, peraltro, finché quegli Stati non si sono dissolti ciò che li ha tenuti insieme non è stato un consenso a un accordo tra volontà arbitrarie (e razionali) - cui può ricondursi un patto stilato in un documento - ma la dittatura sovrana del partito comunista. È stato il potere illimitato di questo a sopperire all’inesistenza – o alla debolezza – dei legami comunitari tra etnie e popoli diversi per lingua, religione, storia, costumi: se all’espressione della volontà popolare fosse stato riservato uno spazio se non uguale non troppo lontano da quello riconosciuto in Stati non totalitari, probabilmente si sarebbero dissolti molto prima.

Per cui appare chiaro che l’unità delle volontà – o del consenso – nel costituire e conservare un’esistenza comunitaria è il presupposto necessario perché possa essere tradotto in una costituzione scritta, statuita e durevole.

In altri termini è il contesto (cioè la comunità) dove si decide di darsi una costituzione scritta, a determinare se questa avrà il carattere della costituzione “weberiana”, cioè “la possibilità effettiva di disposizione a obbedire… nei confronti della forza di imposizione delle autorità di governo sussistenti”. Se è vero, come precisa Weber che “il concetto di «costituzione» qui impiegato è uguale a quello usato da Lassalle. Esso non coincide con il concetto di una costituzione «scritta» e in genere di costituzione in senso giuridico” [10],
è parimenti vero che una costituzione avente alte difficoltà a farsi accettare nel gruppo sociale – la quale cioè non procuri consenso e obbedienza ai governanti, è del tutto inutile come costituzione anche “giuridica”, giacché il diritto non prescinde dal problema della efficacia dell’ordinamento, che anzi ne è una caratteristica intrinseca e peculiare.

Il problema specifico che si pone è la possibilità che l’istituzione politica si fondi solo su una convenzione (chè se si fonda anche su una convenzione, la questione non si pone) sia nella forma del patto che del “rescritto”, o che occorra dell’altro (e prevalente). Dato che la politica (e il diritto) attengono alla vita “pratica”, e che, come sopra cennato è assai difficile che una “pattuizione” possa avere vigenza durevole se non poggia su una certa identità (e su un presupposto tasso d’omogeneità), la soluzione non può che essere negativa. Per pensare possibile il contrario, sarebbe necessario addurre qualche esempio storico. Ma dato che non se ne vedono, non resta che considerarlo un mero auspicio.

A ciò occorre aggiungere che se è vero che il carattere dell’atto costituente (pattizio, scritto, deliberato) ha un’importanza nel contesto di un ethos collettivo, è ancor più vero che la costituzione è “la soluzione del problema seguente: dati la popolazione, i costumi, la religione, la posizione geografica, le relazioni politiche, le ricchezze, la buona e cattiva qualità di una determinata nazione, trovare le leggi adatte?” [11].

E quei dati, oltre a esulare dalla costituzione statuita, tuttavia determinano in modo cogente il “contenuto” il successo della costituzione. Con la conseguenza che o questa è congrua a quelli o diventa incongrua, perché inutile a costituire un regime politico stabile e cioè inutile al (di essa) scopo tipico e peculiare.

4. Ma è proprio vero che, nell’ambito dell’ethos moderno, la “statuizione” della costituzione ne esaurisce il carattere fondamentale?

A leggere i primi documenti costituzionali e le concezioni che li hanno ispirati, risulta che accanto – e prima – della forma dell’atto (e del documento) “costituzione”, è la novità del potere costituente (del popolo) a costituirne il connotato fondamentale, non meno importante della scrittura e statuizione dell’atto.

Le opere di Sieyès e il preambolo della Costituzione degli Stati Uniti [12]ne
ne sono testimonianze evidenti. E, parimenti, la concezione del potere costituente è la secolarizzazione della teologia politica cristiana, in particolare di quella tomista del diritto divino provvidenziale, che riserva alla decisione della comunità la scelta della forma di organizzazione del potere [13].

La decisione costituente si fondava cioè sul potere costituente di una Nazione consapevole della propria esistenza storica e politica; nella quale esistenza rientrano (gran parte di) quelle determinanti che ne costituiscono l’identità.

Onde la costituzione non è un atto deliberato per un qualsiasi popolo e Stato: ma peculiare a quel popolo (e a quello Stato). Come scriveva efficacemente de Maistre, criticando la Costituzione francese del 1795 (quella “direttoriale”, durata quattro anni), questa era fatta per l’uomo, ma aggiungeva subito dopo “non esiste uomo nel mondo. Ho visto, nella mia vita, francesi, italiani, russi…” stigmatizzando così l’illusione delle costituzioni fatte a tavolino (e al lume dell’ideologia). Il carattere storico-identitario ( come risulta – tra l’altro - dal concetto di Nazione formulato da Sieyès) non è meno presente nel pensiero borghese di quanto lo sia in quello contro-rivoluzionario.

Nel suo “stato nascente” il pensiero borghese è un pensiero forte, presupponendo una comunità consapevole della propria unità ed omogeneità come dei diritti conseguenti derivati non dal diritto positivo, ma da quello naturale [14].

Nelle odierne condizioni di (decadenza e) travisamento del pensiero borghese, è stato espunto tutto quel che lo rendeva forte: non l’unità (e l’omogeneità) presupposta, non il diritto naturale, non il potere costituente, non il diritto (naturale) a modellare la forma politica. È rimasto solo ciò che vi era di meno incisivo e decisivo: il carattere scritto (e statuito) della costituzione. Peraltro interpretata di guisa da limitare ed annacquare i connotati forti della concezione borghese-rivoluzionaria. Ne è un esempio (tra gli altri) la sistematica dimenticanza del potere costituente, e (ad esso collegata) l’interpretazione della costituzione come atto immodificabile (di fatto soggetto all’applicazione ed interpretazione dei poteri costituiti), e al “patto costituzionale” come compromesso tra partiti e “famiglie” politiche: Aleggia su tutto il tacito (?) conferimento di un qualche carattere “sacro” al patto/atto/documento, quasi un reflusso della secolarizzazione.

Tuttavia, oltre all’incapacità di una concezione del genere di rappresentare la realtà, v’è un problema: fino a quando riesce a contenere quella, che è di natura mutevole, essendo qualcosa d’organico (e reale) e non di meccanico (e ideale)?

Come sopra ricordato, mentre la comunità è sempre in movimento [15] il sistema normativo (intendendo con ciò l’ordinamento giuridico come concepito da un normativista) è in se, come sosteneva Hauriou, statico (e “trascendente”). Col rischio di indirizzare il proprio patriottismo a un oggetto obsoleto e non (corrispondente) cioè che esiste realmente [16]; e con la conseguenza d’innescare un conflitto tra legittimità e legalità [17].

Perché la legittimità concerne un rapporto tra uomo ed uomo (il potere weberiano); è stata invocata per il rapporto tra uomo ed istituzione (Stato, regime politico, governo), ma è (almeno) inconsueto scomodarla per il rapporto tra uomo ed atto (norma); e per il patriottismo (che appare, nell’uso dell’espressione, qualcosa di non lontano dalla legittimità) vale lo stesso discorso. Nel senso che se è vero che una Costituzione condivisa concorre a creare consenso al potere dei governanti, appare difficile che possa sostituire e surrogare ogni altra componente della legittimità. Lo stesso per il patriottismo: se la costituzione, ancor più nel senso di costituzione formale, potesse sostituire la devozione alla comunità (Nazione, Patria), nella sua conformazione (e retaggio) storico ed ideale, ne conseguirebbe che non avremmo più italiani, francesi, inglesi, tedeschi, ma parlamentaristi, semi-presidenzialisti, monarchico-parlamentaristi, federal-cancellieristi e così via.

Manca ai costituzional-patrioti l’accortezza di Socrate, il quale nella Presopopea delle leggi (nel Critone) le fa accompagnare dall’insieme delle città (kai to koinon tes poleos)[18]; anzi quelli isolano ancora di più la costituzione formale, privandola anche del seguito ossia del resto della legislazione [19].

Al contrario di Renan che, quando elenca i principali fattori che fanno una nazione (razza, lingua, religione, comunanza d’interessi, territorio) esclude che possono essere presi esclusivamente ed (isolatamente) sufficienti.

5. Ai costituzional-patrioti, a quanto pare, sembra basti un documento (peraltro neanche citato tra i fattori di Renan, neppure nel genus diritto o leggi), per surrogare tutti quei fattori.

A leggere gli ultimi contributi apparsi sulla stampa in rete infatti ci si chiede, dubitando, se ci siano forze politiche disposte a “sottoscrivere l’art. 33 comma 3° della Costituzione (il diritto d’istituire scuole)…o l’art. 11 (il rifiuto della guerra),… o l’art. 32 comma 2° (divieto di trattamenti sanitari obbligatori) E si potrebbe continuare a lungo con questo elenco [20]”.

Elenco composto, evidentemente, dall’insieme delle disposizioni costituzionali indistintamente. Dalla sovranità quindi al diritto all’abitazione, dalla scelta della forma democratica a quella di non subire trattamenti sanitari, dalla funzione legislativa allo sviluppo dell’artigianato. Tutte equiparate e parimenti “costituzionali” (perché rigide).

Più sorvegliati e condivisibili altri interventi. Ad esempio quello di Barbara Spinelli sulla “Stampa” dove dopo aver sostenuto “per alcuni le istituzioni e le costituzioni hanno una forza così potente – la forza del Decalogo - da sostituire identità controverse come la nazione o l’identità etnica” si legge: “Non sono Habermas e le sinistre ad avere inventato il concetto, non a caso tedesco, di patriottismo costituzionale: Lo coniò negli anni 70 un conservatore, Dolf Sternberger … Per Sternberger, il patriottismo costituzionale era l’unica identità possibile per un paese ridotto a mezza nazione dal nazionalismo etnico, la dittatura e la guerra. Una condizione che si diffonde, con la mondializzazione: tutte le nazioni hanno, nel globo, sovranità dimezzate”. O quello di Gianfranco Fini che ha rilevato “L’esperienza drammatica del secolo scorso ci ha insegnato che la base più solida del sentimento nazionale risiede nel valore del patriottismo costituzionale, quindi in quei principi di libertà, democrazia, uguaglianza e rispetto della persona che mettono al riparo i popoli……alla base del sentimento nazionale non può esservi l’appartenenza etnica ma la volontà politica di condividere un destino e un progetto, non c’è nulla di più solido e profondo se non l’identificazione nei valori sanciti dalla Carta Costituzionale” [21].

Dove il richiamo nel primo caso non è quello meramente cartolare a documenti e norme, ma all’istituzione; e nel secondo, del pari, ai principi e i valori (cioè – prevalentemente - alle decisioni fondamentali sulla forma politica), alla comunanza di destino e alla volontà. Tutti elementi decisivi e non riducibili alla costituzione formale.

E questo, il legame con qualcosa di concretamente esistente e comune (comunitario) e non normativo risulta da tanti scritti. Di cui ricordiamo due. L’uno di Machiavelli “la patria è ben difesa in qualunque modo la si difende, o con ignominia o con gloria […] dove si dilibera al tutto della salute della patria, non vi debbe cedere alcuna considerazione né di giusto né d’ingiusto, né di piatoso né di crudele, né di laudabile né d’ignominioso; anzi, posto ogni altro rispetto, seguire al tutto quel partito che le salvi la vita, e mantenghile la libertà” [22].

Se il Segretario fiorentino avesse avuto una concezione da costituzional-patriota (oltre a dimenticarsi di citare la costituzione), non avrebbe liquidato il giusto e l’ingiusto, il laudabile e l’ignominioso. L’altro di Marx laddove descrive il patriottismo delle armate rivoluzionarie francesi “il patriottismo era la forma ideale del sentimento di proprietà” [23]; per cui collegava il patriottismo ad una forma concreta di produzione, cioè alla realtà.

E si potrebbe continuare a lungo.

6. Per cui chiedersi se è possibile che si configuri un patriottismo costituzionale quale momento fondativo (ed esclusivo) dell’esistenza politica, occorre rispondere in primo luogo, che cosa s’intende per costituzione.

Sicuramente appare bizzarro, dato che “la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino” (art. 52 della Costituzione), che si chieda al buon cittadino di morire per difendere l’art. 45, II comma della nostra costituzione (la legge provvede alla tutela e allo sviluppo dell’artigianato), anche perché gli stessi artigiani sarebbero sicuramente assai restii a farlo.

E quindi è indispensabile identificare la Costituzione col suo nucleo essenziale (dalla forma democratica alla sovranità alla libertà).

Dall’altra anche in tal caso il patriottismo costituzionale appare come una sineddoche politica, e perciò anche se non bizzarro, parziale: perché ad essere oggetto di quel sentimento, di quella volontà unificante appare assai più adatta la totalità dell’esistenza nazionale: comprensiva della storia, dei costumi, della geografia, della religione, della lingua.

Teodoro Klitsche de la Grange


[1] V. dichiarazione del Presidente on.le Napolitano citata da articolo sulla “Stampa” del 24/01/2008 del prof. Marcello Pera. Torna al testo.

[2] V. articolo di Marcello Pera cit. Torna al testo.

[3] v. Überverfassungswesen trad. it. di Clemente Forte in Behemoth n. 20.
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[4] Diritto costituzionale generale, Milano 1947, p. 3.
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[5] Questa constatazione va chiarita con le tesi di Santi Romano e di Hauriou. Secondo il primo anche nei periodi di transizione politica, prima di una regolamentazione compiuta, c’è sempre un diritto costituzionale, anche se rudimentale “il diritto è immanente a qualsiasi assetto politico, e l’unica negazione, logicamente e storicamente, possibile del diritto costituzionale sarebbe l’anarchia” (op. cit. p. 4). Ad avviso del secondo il governo di fatto può beneficare non della giustificazione giuridica, ma di quella “teologica” che si applica ad ogni forma (espèce) di potere… “è un modo di asserire (traduire) il carattere naturale e necessario del potere, l’impossibilità per gruppi umani di sussistere senza un governo, di legare la necessità del potere a quello dello Stato sociale…” (v. Précis de droit consitutionnel, Paris, 1929, p. 29).
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[6] L’apparente contraddittorietà tra l’affermazione di Santi Romano che ogni Stato non ha ma è una costituzione e l’ “asimmetria” è risolta dal fatto che l’essenza della costituzione è un potere che esercita con successo (ottenendo un certo grado d’obbedienza) il comando in una comunità, così dando forma (ed azione) politica alla stessa. Per cui il potere (obbedito) è il nucleo essenziale di ogni ordine costituito.
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[7] V. G. Jellinek, Allgemeine Staatslehere (III libro) trad. it. Dottrina generale del diritto dello Stato, Milano 1949, p. 100 ss.
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[8] De re publica, II, 1.
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[9] Si noti che tutti i casi citati le costituzioni hanno in comune di essere frutto non solo di guerre – come capita per lo più a tutte le costituzioni – ma di un particolare contesto politico internazionale e interno.
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[10] V. Max Weber, Wirtshaft und Gesellshaft, trad it. Milano 1980, pp. 48-49.
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[11] J. de Maistre, Considérations sur la France, trad. it. Roma 1985, p. 47. In ciò è evidente che de Maistre si ricollega a Montesquieu.
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[12] “Noi popolo degli Stati Uniti, allo scopo di ancor più perfezionare la nostra unione, di garantire la giustizia, di assicurare la tranquillità all’interno, di provvedere alla comune difesa, di promuovere il benessere generale e di salvaguardare per noi stessi e per i nostri posteri il dono della libertà, decretiamo e stabiliamo questa Costituzione degli Stati Uniti d’America”.
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[13] La quale concezione è condivisa da parte della dottrina protestante come contestata da altra parte dei teologi cattolici e protestanti. Per una trattazione più diffusa ci sia consentito rinviare a quanto scritto in Diritto divino provvidenziale e dottrina dello Stato borghese in Behemoth n. 41, p. 5 ss.
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[14] v. ad esempio J.E. Sieyès, Qu’est-ce-que le tiers Etat? “La Nazione esiste prima di ogni cosa, essa è l’origine di tutto. La sua volontà è sempre conforme alla legge, essa è la legge stessa. Prima di essa e al di sopra di essa non c’è che il diritto naturale. Se vogliamo farci un’idea esatta dell’ordine delle leggi positive che possono emanare solo dalla sua volontà, troviamo al primo posto le leggi costituzionali, esse si dividono in due parti… Queste leggi sono dette fondamentali, non nel senso che possano divenire indipendenti dalla volontà nazionale, ma in quanto i corpi che esistono ed agiscono in virtù di esse, non possono modificarle. In ogni sua parte la Costituzione non è opera del potere costituito, ma del potere costituente… Una nazione si costituisce solo in virtù di un diritto naturale. Un governo, al contrario, è frutto solo del diritto positivo. La Nazione è tutto quel che può essere per il solo fatto di esistere” trad. it. Milano 1993, pp. 256-257.
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[15] Scriveva Haurion che “l’ordine sociale si presenta come il movimento lento ed uniforme di un insieme ordinato. “ Précis de droit constitutionnel, Paris 1929 p. 62. v. precedentemente nello stesso volume, la critica al sistema “trascendent et statique du professeur Hans Kelsen”.
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[16] Come scriveva Renan “L’esistenza di una ragione (mi si perdoni la metafora) è un plebiscito di tutti i giorni, come l’esistenza dell’individuo è un’affermazione perpetua di vita” mentre qua il “plebiscito” dovrebbe essere rivolto non all’esistente ma al normativo e non a ciò che esiste oggi, ma a ciò che era statuito oltre sessant’anni fa.
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[17] Si potrebbe dubitare più che la legittimità possa riguardare non un rapporto tra uomini, ma tra uomini e norme (documenti).
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[18] Non vogliamo entrare sui significati del termine nomos e sulla esattezza della sua traduzione col latino lex.
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[19] Cosa che a Socrate non succedeva, tant’è che le leggi comprendono, com’è naturale nella libertà degli antichi, tutto l’ambito della vita del cittadino, dal matrimonio all’educazione.
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[20] V. E. carnevali. Le parole di Brunetta e l’assalto alla Costituzione - micromega -on-line.
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[21] V. Il futuro della libertà, in Area, dicembre 2009 p. 34.
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[22] Discorsi, III, 41.
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[23] Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, Roma 1977, p. 218.
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domenica, dicembre 13, 2009

Solidarietà con polpetta avvelenata: commenti e analisi sulle dichiarazioni fatte.



Mi giunge, in questi minuti, la notizia di un’aggressione a Silvio Berlusconi, a Milano. Ma insieme con la notizia dell’aggressione, mi giungono altresì un certo numero di dichiarazioni di solidarietà. Dichiarazioni che avrei preferito non sentire e che, francamente, mi sembrano più gravi della stessa aggressione. Anzi, esse stesse potrebbero essere istigatrici di nuove aggressioni. L’uomo Berlusconi mi ricorda, per alcuni aspetti, Aldo Moro. Era quanto mai facile avvicinarlo e, quindi, un qualsiasi malintenzionato poteva avere facile gioco nei suoi confronti. Ricordo, per contrasto, il famoso giorno – se non erro – del 2 dicembre. Quando fu organizzata la grande giornata di Forza Italia o Popolo della Libertà, con appuntamento nazionale a San Giovanni in Laterano: la storica piazza di tutte le maggiori manifestazioni che si tengono in Roma, capace di contenere ogni folla possibile, prendendo la piazza stessa e la sua prosecuzione in via Carlo Felice. Ebbene, tra la folla – per forza di cose – dovevano mescolarsi anche i maggiori politici nazionali, dovendo marciare gomito a gomito con comuni cittadini. Essi però erano ben attorniati da guardie del corpo ed era praticamente impossibile avvicinarsi per salutarli o stringere loro la mano, o perfino chiedere un autografo, per chi ha di questi hobbies.

Diverso il modo di offrirsi al pubblico da parte di Berlusconi: come un agnello. Non è la prima volta che viene aggredito da qualche scalmanato che sempre può trovarsi in mezzo a milioni di persone. Credo che Berlusconi si esponga consapevolmente a questi rischi. Non ricordiamo, noi, la figura del Papa dentro una cabina di vetro blindata? Ma ha senso questo essere con il popolo che si dice di rappresentare? Certi rischi, mi appaiono inevitabili. Ciò che, però, mi ha subito colpito, è il tenore di alcune delle solidarietà. Per riassumere: “Ti dò la mia solidarietà, ma quel che ti succede te lo sei meritato... “. Altre dichiarazioni, poi, trasudano sfacciata ipocrisia. Io trovo che chi non si sente di condannare, con sincerità, ogni forma di violenza e di essere, senza riserve, solidale con la vittima, farebbe meglio a tacere ed a risparmiarci lo spettacolo penoso della sua doppiezza, la sua “polpetta avvelenata”.

La violenza mediatica, il razzismo implicito, la menzogna, l’inganno, la manipolazione… sono gli ordinari e quotidiani ingredienti della nostra scena politica. Per Berlusconi, al di là di singole questioni politiche, io penso sempre allo schema teorico dell’Uno, del Molti e del Popolo. L’Uno è la figura del Capo, della guida e del leader capace di decidere e risolvere i nostri problemi a cui tutti pensiamo quando siamo nei nostri guai privati (lavoro, casa, carovita, ingiustizie...). I Molti, sono le oligarchie, gli ottimati, i nobili, le ristrette fasce che si trovano in posizioni di privilegio, spesso a scapito e sulle spalle del Popolo: vale a dire, tutti noi poveri disgraziati che sentiamo di non aver nessun potere, anche se ci dicono che siamo il Popolo sovrano, ma un sovrano che, in pratica, non conta nulla e che viene portato ‘pro forma’ a votare, per non decidere mai nulla. Se non dobbiamo farci illusioni, se non ce la sentiamo di credere ancora a Babbo Natale, è facile, però, fare quattro conti: meglio essere comandati da Uno solo, piuttosto che oppressi da una moltitudine. A sua volta, l’Uno dovrebbe comprendere che la sua forza è il Popolo, non i Molti che vorrebbero “fargli le scarpe”. Staremo, comunque, a vedere come evolve il dramma.

Rincorrendo le notizie in tempo reale, leggo:
«…Secondo fonti investigative, l'uomo sarebbe in cura da 10 anni, per problemi mentali al Policlinico di Milano».
E penso, rapportando il tutto ai miei problemi, al “dente che mi duole” e che fa il paio con quello rotto a Berlusconi. I “matti” veri, cioè – le persone infelici che hanno bisogno di essere curate, ma anche custodite – se possono rappresentare un pericolo per il prossimo ignaro, da anni, ormai, sono in libera circolazione, per le nostre strade e credo che tutti ne abbiamo incontrato qualcuno che, magari, non ci ha aggredito fisicamente, ma ci ha offesi e insultati. I “savi”, la cui gravissima colpa è di dire quel che pensano, senza nessuna forma di violenza per nessuno, e lo dicono senza ipocrisia e infingimenti, ebbene, questi ultimi vengono messi in galera. Nella sola Germania sono almeno 15.000 ogni anno. In Austria, il caso più noto è quello dello storico Irving, ma per un notorio Irving, ce ne sono migliaia e migliaia che sono del tutto sconosciuti e ignoti ai più che non sanno quanto di marcio vi sia nel regno di Danimarca di shakespeariana memoria.

E leggo ancora, dove si tira fuori, faziosamente, l’immagine del “pifferaio”, già usata per Hitler:
“E poi l'attacco di Bersani al premier: «Non abbiamo niente da guadagnare da un modello di democrazia populista dove c'è un miliardario che suona il piffero e tutti i poveracci che gli vanno dietro». Appunto! Il popolo è fatto di “poveracci”.
Ma questi poveracci sanno che molti politici, senza né arte né parte, erano non meno “poveracci” (con le “pezze…”) ed hanno fatto fortuna proprio con la politica che, per loro, è stata una “manna”, un “affare”. Insomma, la loro sistemazione! Tuttora, la politica – per gran parte dei politici di professione – è un modo per arricchirsi e per fare fortuna, per sé e per i propri familiari. Ecco, allora, che tanto vale la pena fidarsi di Berlusconi che ha del suo e non ha bisogno di uno lauto stipendio da parlamentare, con pensione vitalizia, in alcuni casi, concessa per un solo giorno di seduta. Cosa significhi “populismo”, lo si capisce chiaramente dal brano citato. Costoro hanno paura del popolo, non vogliono il popolo. Le istituzioni? Ma quali istituzioni? Qui è tutto da rifare. E chi può rifare tutto se non ‘Uno’, fuori dal solito giro?

Quanto mai triste e deprimente la notizia di gruppi Facebook che si dividono fra fan di Tartaglia ed altri in solidarietà a Berlusconi. Pur essendo anche io un utente di Facebook, non ho nessuna simpatia per questo network e ne faccio raro uso. Credo che non favorisca l’assunzione di responsabilità, sempre necessaria quando si scrive. Naturalmente, non intendo dire che uno non debba poter esprimere liberamente il suo pensiero, ma è altra cosa inneggiare alla violenza fisica contro persone determinate. Al di là del fatto in sé, temo per la Rete che vorrei libera ed al riparo da interventi censori. Temo l’azione di gruppi deliberatamente provocatori. Credo però che i maggiori responsabili del clima di “odio” siano i main stream, i grandi quotidiani, le reti televisive che incitano il grande pubblico e fanno poi fare il lavoro sporco a giovani immaturi o a persone politicamente sprovvedute, alle quali hanno in pratica armato la mano. I gruppo che nascono spontaneamente nella rete e non sono insufflati dai main stream non superano in diffusione le poche centinaia di unità e non hanno impatto devastante: si neutralizzano all’interno della rete stessa. Anche questi deplorevoli aspetti sono pericoli che incombono sulla nostra democrazia.

Se fin qui può essere apparso che la mia critica penda da una parte, aggiorno dicendo che non mi sento affatto più tranquillo nel vedere al solito demenziale talk show come gli “amici” di Berlusconi pensino di poter trarre profitto dall’evento per un nuovo giro di vite alle nostre libertà, già gravemente compromesse. Gli arbitri a cui abbiamo già assistito non ci fanno presagire nulla di buono. Davvero, mi sembra che il regime diventi sempre più regime e mi chiedo quali possono essere le nostre difese, se ve ne siano ancora di possibili, se dobbiamo ridurci alla clandestinità solo per poterci scambiare liberamente le nostre vedute sulla situazione politica del nostro paese e sulla sulla situazione internazionale.

sabato, dicembre 05, 2009

Quale «libertà di espressione»? Riflessioni in margine alla manifestazione anti-Berlusconi.

Sto seguendo sulle agenzie con grande scetticismo la manifestazione odierna contro Berlusconi. indetta in nome – pare – della libertà d’informazione. Ma non perché la libertà di espressione e di pensiero sia a me meno cara che a loro. Tutt’altro! Credo, invece, che la libertà di espressione non abbia nulla a che fare con la “libertà” dei grandi mezzi di comunicazione: quella, in particolare, di tentare quotidianamente di farci credere quello loro stessi vorrebbero che noi cittadini si debba assolutamente e remissivamente credere. Pretendono di essere loro la “pubblica opinione” e di poter fare o disfare i governi a loro piacimento. Non sono neppure un difensore aprioristico di ogni governo in carica. Ritengo che il nostro sia un vero e proprio regime bipartisan, dove un elettore ha poco da scegliere.

Di certo vi è in questa manifestazione una grande confusione dove le vittime maggiori sono gli sprovveduti in buona fede. Se è davvero spontanea, vi è chi tenta di cavalcarla. La manipolazione è il dato saliente della fase attuale. Contro Berlusconi, caduto in disgrazia a Washington, è stato, prima, tirato in ballo lo “scandalo” delle escort; ora, lo si vuole mafioso. Non credo a tutto questo ed è altro il mio giudizio politico. Vedremo quale seguito odierno avrà la manifestazione antiberlusconiana, una manifestazione “ad personam”, cioè contro una singola persona, benché potente, che si tenta di demonizzare e criminalizzare in ogni modo. Non mancheranno a Berlusconi i mezzi per promuovere una contromanifestazione in suo favore.

Non sono soddisfatto del governo attuale, di ogni suo componente, di ogni politica che viene perseguita. È però ingenuo aspettarsi nella disgregazione in atto della società politica e civile, italiana ed europea, linee di tendenza chiare ed univoche. Ognuno di noi dovrebbe essere capace di guardare all’insieme e di trascurare i dettagli, di vedere tutto il bosco anziché il singolo albero. Solo così credo che un cittadino, non legato a lobbies e corporazioni, ma autentica espressione del popolo italiano nella sua interezza, possa districarsi in una situazione che deliberatamente viene resa sempre più ingarbugliata proprio da quei grandi quotidiani che rivendicano per sé la libertà di manipolazione e diffamazione, spacciata per “libertà di stampa”, di “espressione”, di “informazione” e simili baggianate, di cui per la verità non so valutare il numero di vittime in buona fede.

Ritengo che il consenso che si è creato intorno alla figura di Berlusconi difficilmente possa sopravvivergli. Non vedo proprio una direzione di Fini o di altri. Sono in molti a pensare al dopo Berlusconi, ritenendo per allora di aver recuperato piena libertà di movimento e di iniziativa politica. Considerando le attuali leggi elettorali e non poche altre leggi liberticide, prevedo che vi saranno – come già si vede – non pochi fermenti all’interno della società civile. Mi auguro con tutto il cuore che non insorgano fenomeni di violenza politica, ma il popolo italiano se vuole salvarsi non può più affidarsi ad occhi chiusi all’attuale ceto politico. Leggo che la manifestazione antiberlusconiana che si sta ancora svolgendo, mentre scrivo, ha adottato l’insegna delle rivoluzioni “colorate” dell’ex blocco sovietico: il segnale non poteva essere più inquietante. Le ambiguità richiedono tempi fisiologici per sciogliersi. È da chiedersi però se il paese possa permettersi tutto questo e quali saranno i costi per una ripresa politica e morale al tempo stesso.

Essendo la manifestazione in corso decisamente una manifestazione “contro” una singola persona, logica vuole che debba a breve seguire una contromanifestazione a favore di quella stessa persona oppure produca un consenso ancora maggiore intorno a Berlusconi. Non una manifestazione del PdL, dove sono presenti parecchi leader che aspirano alla successione del Capo, ma una manifestazione indetta dal Capo che chiama a raccolta i suoi sostenitori, che stando ai suoi sondaggi sarebbero sopra la soglia del 60 per cento. Non credo che la manifestazione di San Giovanni nasca tutta dalla Rete. Credo invece che vi siano gli stessi registi che hanno operato in altre situazioni, ad esempio le rivoluzioni “colorate”. La Rete nella sua frammentarietà non è capace di una simile organizzazione. Gli striscioni, i cartelli, i costi materiali e quanto altro da chi sono stati forniti? Non da Facebook!

A Roma di manifestazioni ne ho viste tante, di ogni genere e di ogni colore. Quella odierna volta a chiedere le dimissioni di Berlusconi mi sembra debole nelle sue motivazioni più che nel numero dei partecipanti. Anzi direi che con motivazioni deboli una manifestazione è tanto più debole quanto più alto è il numero dei manifestanti: un rapporto inversamente proporzionale che però ben descrive lo smarrimento e la mancanza di prospettive. Dimissioni chieste da chi ed in nome di chi? E quali le prospettive? Chi dovrebbe succedere a Berlusconi? Fini? Di Pietro? Franceschini? La Bindi? Sono loro i salvatori che aspettiamo? Chi sarà il Messia? Non ho nessuna preconcetta ostilità contro i manifestanti, ma non vedo decisamente la loro proposta politica, l’alternativa. I temi dei loro slogans mi sembrano copiati dai giornali. Penso invece che un Berlusconi, liberato dai suoi colonnelli, possa essere ancora l’alternativa. Occorre però una politica ancora più forte e pronunciata da parte sua. Vale il teorema di Machiavelli dell’Uno, dei Molti e del Popolo. Per il Popolo è meglio essere comandato da Uno piuttosto che essere oppresso da molti. Lo chiamano “populismo”. Sarà…

venerdì, novembre 06, 2009

Teodoro Klitsche de la Grange: «Tutta colpa di Teodosio?»

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TUTTA COLPA DI TEODOSIO?

La sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sul crocifisso nelle aule scolastiche pone dei problemi i quali, più che giuridici, vanno alla profondità del politico.

Per esempio quando la Corte afferma la propria concezione della libertà negativa, la quale, secondo il Giudice “non è limitata all’assenza di servizi religiosi o d’insegnamento religioso. Si estende alle pratiche o ai simboli esprimenti, in particolare o in generale, una credenza, religiosa od atea”. Fino ad oggi, la concezione generale (e prevalente) è che per la tutela della “libertà negativa” fosse sufficiente l’astensione dello Stato (e anche di altri soggetti) da ogni intromissione (nel senso di lesione, diminuzione, conculcamento) nella sfera della libertà personale (e soggettiva), la cosiddetta “sfera giuridica” del cittadino, la cui libertà e proprietà è tutelata dagli ordinamenti nazionali e (anche) da trattati internazionali.

Un esempio di violazione di tale concezione tradizionale della libertà (e degli attentati alla medesima) ce la offre Teodosio, il quale, dopo aver emanato l’editto di Tessalonica (sul cristianesimo come religione ufficiale dell’Impero) e visto che non era tanto rispettato, decise, qualche anno dopo, di sanzionarlo con delle robuste pene. Per cui colpì l’esternazione del culto pagano con sanzioni niente male: dalla pena di morte in giù, fino a multe pesantissime (quindici libbre d’oro). Con che cominciava l’imposizione del cristianesimo attraverso la compressione della libertà negativa (in particolare di culto) dei pagani. E da Teodosio in poi è stato in grande prevalenza ritenuto che, per aversi attentato alla libertà “negativa” occorresse – quanto meno – una interferenza nella “sfera giuridica” del destinatario. Cioè un comando, accompagnato da una sanzione tesa a farlo osservare, incidente nella suddetta sfera: se non con pene alla Teodosio, almeno con multe, sequestri, confische (che Teodosio, ai tempi del quale non era stato istituito il CSM né la particolare responsabilità dei giudici, aggravava per i giudici negligenti a far osservare la volontà imperiale).

Questa era la concezione, tra gli altri, di Isaiah Berlin per cui la libertà negativa della persona umana è la non interferenza dall’esterno, o libertà dalla costrizione altrui.

Per argomentare la di essa concezione innovativa rispetto alla tradizionale, la Corte ha dovuto arrampicarsi sugli specchi: perché appendere un crocifisso in un ufficio pubblico (non privato) non intacca la sfera personale (“privata”) né sanziona in alcun modo, il mancato ossequio – o l’aperta contestazione – del simbolo esibito. E per ciò ha scelto quello, particolarmente levigato (e contestabile) della psicologia; onde il crocifisso “può essere emotivamente perturbante per alunni d’altre religioni o che non professino alcuna religione…”.

Poi la Corte rafforza la propria argomentazione allegando la neutralità dello Stato: “lo Stato è obbligato alla neutralità confessionale dell’educazione pubblica… la Corte non vede come l’esposizione… d’un simbolo che è ragionevole associare al cattolicesimo (perché? Cristo non è morto e risorto per tutti gli uomini, anche protestanti e ortodossi?) potrebbe servire al pluralismo educativo, essenziale alla preservazione di una “società democratica” come concepita dalla Convenzione”.

Tuttavia alla concezione tradizionale (della libertà come assenza d’ingerenza) non si sottrae neanche la Convenzione europea; la quale all’art. 9 dispone “Ogni persona ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo e la libertà di manifestare la propria religione o credo individualmente o collettivamente, sia in pubblico che in privato, mediante il culto, l’insegnamento, le pratiche e l’osservanza dei riti.

La libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo può essere oggetto di quelle sole restrizioni…” e all’art. 2 del protocollo addizionale n. 1 “Il diritto all’istruzione non può essere rifiutato a nessuno. Lo Stato, nell’esercizio delle funzioni che assume nel campo dell’educazione e dell’insegnamento, deve rispettare il diritto dei genitori di assicurare tale educazione e tale insegnamento secondo le loro convinzioni religiose e filosofiche”; ma anche se è chiaro che, stante la norma, non si potrebbe imporre un’ora di catechismo a uno studente musulmano o buddista, non si comprende come l’esposizione di un simbolo possa essere considerato lesivo della libertà negativa (che per essere violata richiede una costrizione o un’ingerenza).

Anche perché nel caso, trattandosi di spazio “pubblico”, si è esteso a questo il carattere (e il limite) di difesa della sfera privata, connaturale alla libertà negativa, con ciò mutandone il connotato peculiare: dalla difesa di ciò che è mio alla determinazione di ciò che non è mio, ma di tutti (pubblico). E relativamente al quale è più che dubbio – anzi secondo il diritto italiano vigente, escluso – che possa parlarsi di diritto soggettivo, ma a tutto concedere, d’interesse legittimo (se non di interesse semplice).

V’è un’altra questione che pone la Corte, strettamente connessa alla prima. Ripetutamente la Corte afferma che tali “restrizioni sono incompatibili con il dovere dello Stato di rispettare la neutralità nell’esercizio della funzione pubblica… questo diritto negativo merita una protezione particolare se è lo Stato che esprime una fede… Il dovere di neutralità e imparzialità dello Stato è incompatibile con un qualsivoglia potere di apprezzamento da parte di questo relativamente alla legittimità delle convinzioni religiose o delle modalità d’espressione di quelle”… Per la Corte, queste considerazioni portano all’obbligazione, per lo Stato, d’astenersi dall’imporre, anche indirettamente, delle fedi, nei luoghi ove le persone dipendono da esso, o nei posti dove sono particolarmente vulnerabili.

Anche queste affermazioni destano perplessità; se infatti le neutralità dello Stato non è riconducibile né ad un’ingerenza della sfera privata, né al diniego di una prestazione dovuta a tutti (come quella all’istruzione, prevista dall’art. 2 del protocollo addizionale alla convenzione), ma all’esposizione di un simbolo il concetto di “neutralità interna”, analizzato con precise distinzioni da Schmitt, ne assume altre, impreviste ed imprevedibili. Se infatti è configurabile nella norma dell’art. 2 del protocollo una forma di “neutralità nel senso di parità, cioè di identica ammissione di tutti i gruppi… al godimento dei vantaggi o della altre prestazioni statali”, onde potrebbe essere legittima la pretesa di studenti islamici, ortodossi ed ebrei all’insegnamento, nell’ora apposita, della dottrina religiosa di appartenenza; non appare esserlo la pretesa di togliere i simboli delle credenze o appartenenze degli altri. Simboli che, nell’ordinamento politico, hanno una notevole importanza: ad esempio la bandiera, la cui forma e colori è prescritta dall’art. 12 della Costituzione italiana vigente e ricorda l’unità italiana raggiunta nel Risorgimento. E che i nostalgici del Regno delle due Sicilie o dello Stato pontificio non considerano un progresso: senza perciò che né la Repubblica abbia il diritto a perseguitarne le convinzioni né che i medesimi abbiano quello ad una bandiera “neutrale”.

Più in generale se come scriveva Smend, lo Stato è “una realtà soltanto in quanto realizzazione di senso” (nella quale la simbolizzazione ha un rilevante ruolo d’integrazione, come “rappresentazione particolarmente efficace ed elastica di un contenuto di valore”), l’identificazione dei cittadini in un insieme di valori (e di voleri) è uno dei momenti essenziali dell’integrazione (cioè nella “produzione dinamica”) dell’unità politica. Togliere dallo spazio pubblico quei simboli – quanto meno – di valori integranti, significa indebolire l’unità politica la quale non è (se non in parte) esprimibile in termini giuridici e statici (come il patriottismo costituzionale ridotto al feticismo documentale della costituzione scritta), ma è un processo di costruzione dinamica e politicamente concreta; quello che Renan, riferendosi alla nazione, chiamava “il plebiscito di tutti i giorni”.

Ma se bandiamo i simboli identitari della civiltà che è il prius (e il genus) di quella attuale, e alla quale dobbiamo proprio la separazione tra temporale e spirituale (“rendete a Dio ciò che è di Dio, a Cesare ciò che è di Cesare”), il risultato è l’indebolimento e la dissoluzione degli Stati in altrettanti condomini abitati da apolidi/agnostici, indifferenti a qualsiasi stimolo che non quello dell’interesse personale. Il che è molto peggio di quello che appare da questa sentenza che, in se, apparentemente, è un progresso nella scristianizzazione, mentre è gravida di altre, più estese, conseguenze.

Teodoro Klitsche de la Grange

venerdì, giugno 19, 2009

Caro Silvio, cosa fai? Ascolta, se puoi!

Da molto tempo trascuro questo, che in ordine di tempo è il 1° dei miei 29 blogs via via creato. È piuttosto impegnativo distruibuirsi fra 20 blogs tematici, di cui ogni tratta cose abbastanza diverse o molto diverse dagli altri. Tuttavia, per questo mio blog l’interesse non è mai venuto meno, ché altrimento lo avrei cancellato. Mi propongo invece di ristrutturalo radicalmente, facendo teso delle mie maggiori abilità informatico.

Torno quindi, adesso, rapidamente su quello che è l’oggetto proprio di questo blog destinato al dibattito fra la militanza prima di Forza Italia e ora del PdL. Gli organi di partito sviluppano certamente una loro attività in rete, ma una comunicazione di tipo verticale, non orizzontale nè interattivo. Ho così di recente aderito in Facebook “Forza, Silvio”. Ma ti mandano delle veline! Dei dispacci! Fai questo, fai quello! Se appena uno si mette in mette di scrivere a quelli che mandano i dispacci, la cosa funzione: è solo un’erogazione di ordini ai destinatari, quelli che ricevono non hanno la minima possibilità di rispondere a quelli che spediscono. Un vero e proprio esercito di ascari! Questa è la considerazione che la dirigenza prima di FI, ora del PdL hanno del loro elettorato e soprattutto dei loro militanti, che sono più cari ai dirigenti quanto più battono le mani a comando senza poter mai fare la domande.

Ciò premesso, che è una lamentala inascaltata della base vera, non quella fatta di clientes, torno a quello che è l’oggetto di questo post. Sto leggendo un libro di 1200 pagine dove sto apprendendo molte cose. Non dico il libro perché non vorrei che mi scambiassero per qualche venditore di libri. Ma fra le cose che apprendo e della cui verità non dubito, leggo a proposito di Afghanistan e non che, ad esempio: «...Le truppe britanniche si erano macchiate di crimini di guerra…» (p. 888). Il contesto è quello attuale dell’Afghanistan!

E allora:

O Silvio, per dio, che ti salta in mente di promettere a Obama che manderai altri 600 militari italiani in Afghanistan? Cosa pensa di fare in questo modo? Di riuscire a vendere più bottiglie di vino in America, come ti sei lasciato scappare di dire a proposito del macello iracheno!

Ti sono un tue fedele elettori e mi riescono perfino simpatiche le tue innumerevoli gaffes, come quella dell’«abbonzatura» di Obama. O che: forse pensi di farti perdonare quella “carineria” mandato non tanto al macello 600 militari italiani, quanto alla vergogna! Mi auguro di cuore che non succeda loro niente. Uno di questi sarà probabilmente addirittura un mio studente! Figurati se non mi sta a cuore la loro vita e il loro bene. Di certo però, leggendo quel che apprendo nel non citato libro e altrove, i nostri soldati perdono in dignità per il solo fatto di essere mandati in Afghanistan, come non hanno bella figura per il solo fatto di essere stati mandati in Iraq.

Se mi chiamassi Noemi sono certo che non solo leggeresti questa mia bottiglia nel ciberspazio, ma subito riceverei una tua telefonata. Ahimé non ho le virtù di Noemi ma sottolineo fermamente che per nessuna ragione di questo mondo scambierei la mia persona con costei che ci ha già fatto sapere che papy Silvio la potrà certamente mettere in parlamento e lei ha perfino già pronto il suo programma, un programma semplice semplice, che tutti possono capire: aboliamo le tasse o qualcosa di simile.

Che Dio salvi l’Italia!

venerdì, gennaio 09, 2009

Loro pensano sempre alle elezioni!

Incomincia un’altra farsa elettorale.
Votiamo e siamo per questo il popolo più felice della terra, appunto il Popolo delle Libertà Negate!

* * *

Con la speranza che la pausa natalizia ti abbia consentito di rigenerare spirito e corpo,
riprendiamo il nostro consueto Contatto. Domani alle 17 alla Fiera Campionaria di Cagliari e in diretta sulla Tv della Libertà (canale 920 di SKY) potrai seguire Berlusconi che presenta il nostro Ugo Cappellacci, che tra poco più di un mese contenderà a Renato Soru la presidenza della regione Sardegna.

Sono elezioni importanti e difficili, che stiamo già seguendo su
www.ilpopolodellaliberta.it e che costituiscono una sorta di anteprima delle numerose elezioni amministrative e delle elezioni europee del prossimo 7 giugno. Le novità sono già tante. Alcune le puoi vedere non solo nel sito nazionale ma anche su www.governoberluscnoi.it. La cosa certa è che ci attendono mesi "interessanti". Prepariamoci a fare la nostra parte.Buona continuazione 2009.

on. Antonio Palmieri
responsabile comunicazione elettorale e internet Forza Italia/PDL

Ti ricordiamo che se vuoi cancellarti dalla Mailing-list, puoi inviare un messaggio vuoto
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cancellami@versoilpopolodellaliberta.it

Sotto la statua di Pasquino. Notizie che il TG ed i principali Media non danno: a) Su Gianni Alemanno


Ho più volte dichiarato di essere stato un elettore di Gianni Alemanno. Se me ne pento, non è che a votare Rutelli mi sarei sentito meglio a quest’ora. Rutelli o Alemanno, questo passa il convento della cosiddetta democrazia. Ciò di cui faccio fatica a convincere i miei avversari, denigratori e detrattori, è che anziché piangere e cospargermi il capo di cenere, mi trovo nella migliore condizione possibile per poter criticare Gianni Alemanno, nella misura in cui riesco a seguire quello che fa o non fa. Per esempio, molto mi ha sconcertato vederlo una serata di gala ebraico-romano dove sembra si raccogliessero fondi per gli insediamenti “illegali” in Cisgiordania, quasi che gli altri fossero “legali”, o la strana idea, subito accolta da Gianni, di concedere la cittadinanza “onoraria” al soldatino Shalit ed in questo modo “disonare” agli occhi di oltre un miliardo di persone tutta la cittadinanza romana di tre milioni di persone, di cui parrebbe 400.000 di origine calabrese, miei connazionali. Non ho un servizio che mi aggiorni di tutte le prodezze di Gianni, che intascato il voto mio e di tanti altri, manda a dire da buon politico: Fessi che siete, per adesso vi ho fregato. Poi si vedrà come fregarvi ancora. Ma noi accettiamo sportivamente la fregatura. Del resto, con questo sistema elettorale si evolve verso una situazione in cui anche il 90 per cento degli elettori, sia alle amministrative sia alle politiche, possono pure starsene a casa. A decidere basterà il 10 per cento. Ma si badi bene non il 10 per cento dei migliori, di cui Rousseau diceva che se erano cittadini “virtuosi” avevano bene il diritto di contare più degli altri 90 non virtruosi. Qui è esattamente l’opposto è il 10 per cento dei peggiori che andrà a votare mentre il 90 per cento dei virtuosi, se ne stanno a casa impotenti e disgustati. Per giunta, con il diritto al rimborso approvato subito dopo il referendum abrogativo del finanziamento pubblico dei partiti si è disposto che le tasse si prelevano anche sulla testa di quelli che non vanno a votare. Quindi, la cuccagna per i politici di mestiere si presenta così: maggiori entrate e minore spese quanto più la gente si disaffezione dal voto. Alle campagne elettorali, anche senza apparati partitici, ormai inutili ed estinti, basterà pagare un poco di veline più o meno succintemente vestite che distribuiscano pacchetti pubblicitari o inviti a pranzo e cena, per agevolare la campagna elettorale. Queste mi appaiono le tendenze della magnifica democrazia nostrana che è diventata un prodotto da esportazione fin nei deserti mediorentali. In questo post raccogliere Notizie significative dal mio punto di vista riguardanti qui Gianni Alemanno, ma poi aprendo altre schede per altri esponenti della mia area di militanza politica dove mi piace più criticare che non applaudire. Le cose che vanno bene, vanno bene, se vanno bene e non vi è nulla da dire. Su quelle che invece vanno male, si deve poter discorrere.

Versione 1.0
Status: 9.1.09
Sommario: 1. Striscioni contro Alemanno. – 2. Pacifici denuncia. – 3. A chi si deve la vigliaccata? –

1. Striscioni contro Alemanno. – Evidentemente il corso sionista di Gianni non piace ad alcuni. Non so cosa sia il movimento “Militia” e ne leggo ora per la prima volta il nome e mi limiti qui a riportare i trafiletti che trovo senza nessun commento, un commento che potrebbe essere prematuro. Prima occorre conoscere i fatti, sia pure con beneficio d’inventario e poi formarsi un autonomo giudizio.

L’UNIONE SARDA.it > L’Unione 24 Ore
ARCHIVIO
Gaza: Roma, striscioni contro Alemanno
Ancora striscioni firmati dal movimento di estrema destra Militia nella capitale. Nel primo, sequestrato dalla polizia, era stata tracciata la scritta contro il sindaco di Roma, “Alemanno sionista boia”. Nello stesso striscione, lungo oltre 4 metri nella zona di Ponte Lanciani, anche insulti contro il presidente della comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici. Nell’altro striscione, invece, era stata tracciata la scritta: «Hamas fino alla vittoria». Il sindaco della capitale e il presidente della comunità ebraica di Roma proprio ieri avevano fatto insieme “una passeggiata” per i negozi del Ghetto in risposta ad una proposta, poi ritrattata, di un sindacato autonomo di non fare acquisti nei negozi gestiti da commercianti ebrei.
La stessa notizia è data da Roma Città con qualche particolare in più, ma subito autocensurato. Eccone il testo:
Due striscioni firmati Militia e lunghi circa 4 metri sono stati rimossi questa notte dai poliziotti a Ponte Lanciani. Secondo quanto comunicato dalla polizia su uno striscione c'era scritto “Hamas fino alla vittoria”, mentre sull’altro “Alemanno sionista boia, Pacifici la tua tro...”.
Sempre con riguardo allo stesso episodio leggiamo da Iris press un intervento di Marrazzo, che se ricordiamo bene era un velinaro passato alla politica. Ecco il testo:
(IRIS) - ROMA, 9 GEN - «Esprimo la mia vicinanza e solidarietà al sindaco Alemanno e al presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, per gli striscioni apparsi stanotte a Ponte Lanciani. Sappiano gli autori di questa inutile bravata che non abbasseremo la guardia sui temi della tolleranza e della salvaguardia di principi sanciti dalla nostra Costituzione». Cosí il presidente della regione Lazio Piero Marrazzo in una nota, che prosegue: «Per il semplice motivo che questo porterebbe all'imbarbarimento della società italiana ed al prevalere di logiche antidemocratiche già sconfitte dalla storia. Simili attacchi personali non sortiranno nessun effetto, se non quello di spingere inesorabilmente ai margini della storia i pochi individui che si ostinano a coltivare il vuoto delle idee riempito da intolleranza e odio. Colgo l'occasione per ringraziare le forze dell'ordine, prontamente intervenute per rimuovere questi vergognosi striscioni».
Molto si è discusso e si discute ancora sulla santificazione si o no di Pio XII. Sappiamo come gli ebrei romani e non ritengono di avere giurisdizione sulla faccenda. I nostri politici per effetto della nostra votazione, apponendo una croce nel segreto di una cabina elettorale, santi lo sono già per effetto del nostro voto. Vi è da riflettere, ed ho posto giusto ieri l’argomento come tema di dibattito, di cosa significa il pronunciamente televisivo e mediatico di un miracolato dal nosto potente voto. Il quesito è: quando poniamo un Alemanno, ma potrebbe essere chiunque altro: Gasparri, Fini, Cicchitto, parla nel senso che apre bocca e pronuncia giudizi e valutazioni, quello che dice è il nostro pensiero? A cosa propriamente si dovrenne limitare un eletto? A firmare le carte bisognose di firme. Ma almeno il nostro pensiero, quello di ognuno di noi, non delegato e non delegabile, può restare nostro senza che un Alemanno o altri possano dire a nome nostro quello che neppure lontanamente pensiamo. Non ho nulla a che fare con i ragazzi di “Militia”, ma mi dispiace vederli concionati da un Marrazzo. Ma in fondo la “democrazia” non è altro che un modo più furbo e forse più ipocrita di fare quello che i gestori del potere hanno sempre fatto. Resto del parere che i criteri di legittimità hobbesiani del rapporto protezione-obbedienza siano eticamente più sani della truffa elettorale di un consenso chimerico che si traduce in una pernacchia da parte dell’eletto verso il suo elettorato, appena carpito il voto. Quel grande uomo che era Totò ce lo aveva detto.

Beh, anche io sono a favore di Hamas ed ho partecipato non alla manifestazione di “Militia”, ma a quella del 3 gennaio che partiva da piazza della Repubblica. Vi erano molte bandiere rosse, ma io manifestavo in solidarietà per Gaza ed i palestinesi, non per altri.

2. Pacifici denuncia. – Merita distinto paragrafo la notizia riportata da Repubblica sugli striscioni contro Alemanno. Si impone all’evidenza il complesso di autorità di cui si sente investito Riccardo Pacifici. Dalle sue rampogno non si salva proprio nessuno, neppure il papa, che in Roma diventa il rappresentante di uno stato estero (!). Poveri insegnanti e nelle università e nelle scuole medio-superiori. Se appena sgarrano di una virgola, si alza la voce possente di Riccardo Pacifici, il quale chiede se il tale insegnante può continuare ad insegnare. Meno male che io adesso che scrivo sto qui a casa mia, protetto da una porta blindata, ma non mi stupirei se leggendo queste mie righe Riccardo chiedesse al presidente della Repubblica o magari a Gianni se posso continuare a stare a casa mia, pagando beninteso tutte le tasse dovute al comune. Ma chi è Riccardo e da cosa discende tanto incredibile potere? In Roma esiste una comunità ebraica di 10 o 15 mila persone. Quanto per intenderci a fronte di 400.000 calabresi che ad ogni tornata elettorale sono tempestati di lettere in virtù della calabresità desunta dal luogo di nascita e facilmente ricavabile dall’anagrafe comunale. Gli ebrei romani hanno una loro propria organizzazione in quanto ebrei. Noi calabresi purtroppo non l’abbiamo, ma io ho lanciato l’idea presso i miei compaesani. Bisogna imparare da Riccardo che con un migliaio di voti tiene in pugno Gianni. Dico mille o poco più perché a votare fra gli aventi diritto saranno circa il 30 per cento. Di questi solo una parte vota per Riccardo, che credo si sia guadagnato consensi per una faccenda di pensioni su cui ho visto apparizioni televisice scandalistiche a Striscia la notizia con Riccardo scalmanato ed un Mastello che diceva di aver trovato una parte di fondi sul suo ministero, dove Report nello stesso tempo faceva vedere il pignoramento di macchine copiatrici per sentenze di condanna da parte della Corte europea. Quando ne avrò finalmente il tempo, mi riservo di studiare la questione sotto il profilo tecnico-giuridico perché non posso smettere di pensare di come alla mia povera madre in una situazione analoga la pensione fu tolta. Chiusa la parentesi, credo che su questo consenso abbia vinto le sue elezioni interne alla comunità ebraica. La sua leadership si distingue poi per uno sfegatato sionismo, che a noi altri qualche problema ce lo pone. Noi stiamo dalla parte di Hamas e dei palestinesi e non degli israeliani massacratori. Per farlo capire a Gianni non bastano neppure gli striscioni di Militia. Questi ragazzi o elettori delusi vengono qui criminalizzati e fatti passare per barbari la cui cittadinanza italiana è impropria. Ci si deve aspettare che venga loro inflitto un trattamento analogo a quello riservato ad Hamas e ai palestinesi. Ragazzi, se mi leggete, state in campana. Qui è guerra aperta, nel senso del Manifesto degli oltre 1000 intellettuali che con Angelo d’Orsi ci fanno sapere che in passato la propaganda era un “strumento” della guerra. Adesso è invece la guerra stessa. Un salto qualitativo che forse la dottrina non ha ancora adeguatamente studiato. È da aggiungere poi al segreto dell’influenza di Riccardo il potere dei commercianti romani, di cui non esistono certo statistiche ad hoc, ma si stima che sia largamente in mano alla comunità ebraica, che si estende ad esempio fino al commercio dei souvenirs religiosi cattolici in piazza san Pietro. Sono verità queste che vanno verificate, studiate. Il trafiletto di Repubblica riferisce lo stesso episodio sopra riportato ma con una particolare evidenza data a Pacifici. Seguono poi numerosi Commenti dei lettori che forse può essere istruttive leggere e a loro commentare. Non sappiamo. Ci accingiamo a farlo. Se non tutti, perché troppo numerosi, riporteremo quelli che ci paiono più significati. Non sappiamo se i commenti sono stati moderati o sono automatici. Lo scopriremo subito lasciandone in ultimo uno noi stessi. La questione del boicottaggio al commercio ebraico deve aver toccato una parte sensibile. Non sappiamo nulla al riguardo. Di quale sindacato si tratti ed in cosa consista l’illecito. Ma seguiremo il caso nei suoi sviluppi fin dove possibile. Intanto mi chiedo: sono tenuto ad andare a fare acquisti negli stessi negozi che Gianni ha esorcizzato e santificato con la sua presenza? Non so quali sono. Ma a leggi vigenti non credo di esserne tenuto. Ma siccome in questa materia di questi tempi non se ne può sapere mai abbastanza chiederò a qualche consigliere comunale, ai vigili urbani o ai competenti Uffici se esiste un simile obbligo.

Pacifici: “Denunceremo quel sindacato”
Nella notte spuntano striscioni di Milizia
contro Alemanno: “Sionista boia, e pacifici...”

[qui è censurata dal titolo tutta la parola che manca, ma da Roma Città si leggono le prime tre lettere. Bisognerebbe studiare con il vocabolario le combinazioni possibile, ma la nostra curiosità non arriva a tanto]
A conclusione dell'incontro del presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, con la comunità ebraica di Roma, al quale hanno partecipato il presidente dell’Ucei, Renzo Gattegna, il presidente della comunità ebraica Riccardo Pacifici, e il capo rabbino Riccardo Di Segni, Pacifici ha annunciato che la Comunità ebraica di Roma denuncerà il sindacato che ha proposto il boicottaggio dei negozi degli ebrei.
[E se non ricorda manco il nome con chi se la vuol prendere? Con gli Innominati o con i Fanstasmi? Vorrei poi sapere da lui se da parte del Consumatore questo è libero di andare a spendere i suoi soldi dove vuole o deve andare obbligatoriamente nei luoghi da lui raccomandati, magari con uno speciale bollino. Quella cosa che a scuola si studia come “certezza del diritto” qui diventa assai labile. Ma siano nell’epoca alemanna: i barbari non solo sono entrati in Roma, ma hanno preso stabile possesso delle istituzione e le libertà dei cittadini, anche quella elementari di stabilirfe dove spendere il proprio sempre più striminzito denaro, sono a rischio.]
Una proposta di boicottaggio che Gattegna ha tacciato come «un tentativo folle di discriminazione portato avanti da una associazione di cui non ricordo neanche il nome». "Così come hanno fatto Cgil, Cisl e Uil denunceremo il sindacato ricorrendo alla legge Mancino per l'istigazione all'odio razziale - spiega Pacifici - anche la comunità ebraica di Roma non si risparmierà e farà la stessa azione".
[Eccolo dunque il busillis! La legge Mancino! Buona a tutti gli usi. Anche per decidere dove andare a comprarsi le mutande! Naturalmente, la stessa legge non vale se si tratta di colpire il commercio musulmano o addirittura di proibire la preghiera musulmano in una pubblica piazza. Quel grande uomo religioso dal volto luciferino che risponde al nome di Ignazio La Russa ha chiesto una messa riparatoria da parte cristiana. Magari a celebrarla saranno lui e lo stesso Alemanno. A partecipare alla funzione, facendo la parte dei fedeli, saranno magari gli stessi membri della comunità ebraica romana o milanese. Ormai di tutto ci si può aspettare in un paese allo sbando.]
Intanto questa notte due striscioni firmati Militia, lunghi circa 4 metri, sono stati trovati e rimossi dagli agenti della polizia di Stato a Ponte Lanciani. Secondo quanto si apprende, su uno striscione c'era scritto "Hamas fino alla vittoria", mentre sull'altro "Alemanno sionista boia, Pacifici la tua tro...". I due striscioni sono stati notati dagli agenti della polizia di Stato del reparto volanti in servizio di controllo del territorio intorno all'una. Indagini sono in corso per risalire agli autori.
[In un paese devastato da secoli con mafia, ndrangheta, camorra, Sacra Corona Unita, organizzazioni storiche, accanto ad altre recenti non organizzate, i nostri inquirenti non hanno di meglio da fare che reprimere le “pasquinate”. E poi ci lamentiamo che in Italia non vengono scoperti i reati. Lo credo bene. Passano il tempo ad occuparsi del non reati. Quando lo trovano il tempo per occuparsi della nostra sicurezza. Dobbiamo imparare a pensarci da soli. Sempre che poi non veniamo perseguiti per esercizio arbitrario di autodifesa.]
I commenti alla notizia sono 53 alla data del 9 gennaio ore 15:37. Li leggiamo prima di decidere quali e quanti pubblicare, o se magari non conviene riassumerli. Speriamo la lettura sia almeno divertente. La parte in tondo è il commento che si trova sulla Repubblica. Non so se ci sono problemi giuridici nel riportarli. Per prudenza evito il nome degli autori. A richiesta degli aventi diritto non ho nessuna difficoltà a rimuovere il contenuto che si può leggere nel link sopra e qui ripetuto. I miei commenti ai commenti sono in corsivo.
1.
I fatti
E' così difficile avere chiarezza sui FATTI nudi e crudi??? Qualcuno - me compreso ieri - ha visto sul sito della Flaica un invito al "boicottaggio dei PRODOTTI ISRAELIANI"; altri invece parlano di un (precedente?) comunicato che invitava al "boicottaggio degli acquisti nei..
2.
Il codice a barre 729

Ogni prodotto ha un codice a barre. I prodotti israeliani hanno un codice che inizia per 729. Boicottare l’economia israeliana è l’unico modo che abbiamo per farli smettere. Nessuno ha mai fatto cenno ai negozi ebraici romani.
3.
Hamas

Guardate il filmato “la tregua”, tanto per sapere come sono andate le cose, a causa di chi si è arrivati a questo punto, come e perché è nato Hamas... tanto per sapere.
4.
Ricatto e prepotenza
La comunità ebraica si comporta in modo prepotente denunciando la gente per i motivi più futili e usando la shoa e l’antisemitismo come armi di ricatto.
Non c’è da stupirsi che si schierino apertamente a favore dei crimini dello Stato di Israele.
5.
Che crimine è?

«I due striscioni sono stati notati dagli agenti della polizia di Stato del reparto volanti in servizio di controllo del territorio intorno all’una. Indagini sono in corso per risalire agli autori».
Indagini? Che crimine è appendere degli innocenti striscioni?
6.
Un caso montato ad arte?
«BOICOTTAGGIO DEI prodotti ISRAELIANI DEL COMMERCIO A ROMA, (molto diffusi nei negozi di abbigliamento a Roma in un pò tutte le principali vie di Shopping ) IN SEGNO DI PROTESTA E SDEGNO CONTRO QUESTO MASSACRO RICOSCIUTO E CONDANNATO, ormai all'unanimità DALL'INTERO PANORAMA POLITICO INTERNAZIONALE».
Questo invece è stato pubblicato su repubblica.it:
«BOICOTTAGGIO degli acquisti nei negozi DEL COMMERCIO A ROMA che si rifanno alla Comunità Israelitica romana (molto diffusa nei negozi d´abbigliamento) in segno di protesta e sdegno contro questo massacro condannato da tutti».
Qualcuno dia delle spiegazioni: quali dei due è quello vero? se fosse il primo, allora il caso sarebbe stato montato ad arte, se fosse il secondo allora chi lo ha scritto si assumerebbe tutte le responsabilità di quanto dichiarato.
Il primo è firmato e ha un recapito telefonico al link
http://www.forumpalestina.org/news/2009/Gennaio09/07-01-09SaldiRossoSangue.htm
6.
Il boicottaggio è legittimo
È fin troppo ovvio che una cosa è l’antisemitismo (da aborrire) ed un’altra è il dissenso nei confronti dell’attuale governo dello stato israeliano.
Altrimenti qualunque comportamento tenuto da chi discende dalle vittime o dai superstiti della Shoah diventerebbe legittimo ed insindacabile, come, ad esempio, se si volesse dare una patente di impunità a tutti quelli che sono parenti di vittime della mafia. Ciò non è possibile perchè ciascuno risponde delle proprie azioni, sia in campo penale che sul piano morale.
Quindi il bersaglio corretto di un boicottaggio sono, ad esempio, i prodotti israeliani. Una sorta di embargo per far rendere conto a chi governa Israele che la comunità mondiale dissente sulle violenze che l'esercito israeliano ha attuato ed attua ancora a Gaza.

Trovo fin qui di una grande maturità i commenti. Non ho più tempo per gli altri. Ma intanto è venuto fuori una verità diversa da quella data dai media, perfino in confutazione della stessa “Repubblica”, dove evidentemente non si sono accorti del commento che riportava il testo originario apparso su Forum Palestina e quanto invece è stato diffuso. Siamo davvero ad una guerra della propaganda, dove ci si deve aspettare di tutto e dove occorre prendere tutte le precauzioni possibile su ciò che si legge.
Ho mandato un mio commento in contradditorio con un commento. Fino a quando non lo vedro, se lo vedrò, non posso stabilire come funziona la moderazione. Non essendo apparso automaticamente devo desumermene che i commenti vengono filtrati. E questo non è un male, ma poi si tratta di vedere quali commenti passano e quali no. Il tutto comunque richiede non poco tempo.

3. A chi si deve la vigliaccata? – Con l’andare degli anni io divento sempre più sospettoso e sempre meno propenso a credere alla buona fede, soprattutto di persone la cui prava volontà ho già avuto modo di verificare. Andando al link si trova il vero testo del sindacato in questione, che avrebbe fatto una campagna per il boicottagio dei prodotti israeliani, non dei negozi ebrei di Roma, per i quali comunque io mi riservo piena libertà come consumatore. Vorrei vedere chi adesso Riccardo pensa di denunciare in base alla legge Mancino. A meno che non ritenga che la legge Mancino sia una legge della Knesset. Di fatto lo è, ma non ancora nella forma legale per poter essere applicata da eventuali giudici. È da chiedersi se Pacifici non sia a sua volta denunciabile per calunnia.

4. Ultim’ora. – Sembrerebbe ed accentuo il sembrerebbe perché potrebbe trattarsi di un falso creato ad arte. Cosa di cui non mi stupisco e di cui ritengo capaci i nostri “amici”. Ho visto un testo dove si parla di “negozi israelitici a Roma” o simile espressione. Poi ho letto un articolo di Guzzanti dove si corre addirittura alla “Notte dei Cristalli”. Orbene, è un conto se decido di non entrare in un negozio sapendo che è un negozio ebraico, dove con i miei soldi viene poi finanziata l’aggressione militare a Gaza ed altre cose che sappiamo. Come sappiamo, per avercelo detto loro, che gli ebrei romani sono accessi sostenitori di Israele. Altro conto è rompere a sassate le vetrine degli stessi negozi. Il sindacato in questione non ha invitato mai a rompere le vetrine. Resta poi la questione sulla distinzione fra una bozza ed un testo ufficiale, sempre che vi sia stato una bozza precedente che è la copia pubblicata dai ragazzi del Focolare che devono essere stati gli artefici del vittimismo tipico di quella propaganda con la quale si è abusato della buona fede della gente. Se denuncia vi sarà da parte di Pacifici o controdenuncia da parte del sindacato, seguiremo il caso. Io mi pongo però il problema: sono libero di spendere dove mi pare i miei soldi. Mi hanno appena portato a casa due maglioni. Non so in quale negozio siano stati comprati, ma ho guardato il codice a barre: per fortuna non compare il numero 729. D’ora in poi in ogni mio acquista guarderò sempre il codice a barre ed il numero 729 è facile da ricordare. Quanto poi ai negozianti, si vedrà. Di certo non ho mai rotto vetrine in vita mia. Non credo che incomincerò a farlo proprio adesso. La morale della favola resta l’estrema propensione alla delazione e alla repressione di qualsiasi movimento di massa. È più forte di me anche se l’espressione è volgare: siamo un popolo di… Per una lotta di Liberazione bisogna impegnare tutte le nostre energie. I palestinesi con il loro eroismo di fronte alle massime potenze mondiali ci sono di monito ed esempio.

5. Il mio intervento. – Navigando in rete, sono venuto a conoscenza oggi stesso della montatura a proposito del boicottaggio dei commercianti ebrei della capitale. Il santore Guzzanti, noto sionista in parlamento nelle fila del mio stesso partito, ha evocato addirittura la Notte dei Cristalli. Trovo ciò di una grande faziosita ed irresponsabilità, decisamente impropria i chi riveste la sua resposabilità. Poiché non mi sento un pupazzo di nessuno, ma un libero cittadino che ha liberamente e dignitosamente deciso di iscriversi un partito, mi dissocio nettamente dagli appartenenti al mio stesso partito, dal quale uscire, ritenendo che semmai ad uscirne debbano essere altri che considerano il partito come una “cosa loro”. Mi auguro che qualche evento eccezionale – Mani pulite o no so cosa – conducano in tanto fervore di riforme anche alla legge applicativa dell’art. 49 della costituzione. Ancora oggi il cittadino che decide di far politica e non vuole essere cliente di nessuno non ha nessun quadro normativo di riferimento. Fanno leggi stupide e dannose, come la legge Mancino o la legge Colombo sulla sua Memoria, ma non fanne le leggi essenziali per l’esercizio dei diritti politici. L’ultima legge elettorale è una sorta di regressione al fascismo. Un ex-parlamentare di lungo corso, non più rieletto ed ora tornato in Facoltà, ha ironizzato sul grave deficit di democrazia, ipotizzando che fra poco aboliranno anche il voto dei cittadini, essendo già diventato inutile e arrogandosi degli eletti neppure singolarmente votati di fare le più stravaganti e partigiane dichiarazioni attribuendole ad un popolo del tutto ignaro e reso così responsabili delle peggiori infamie.
Ecco il testo della mia dichiarazione che si trova sul sito Liberaroma:
Sono un militante e dirigente di centro destra nonché elettore di taluni Eletti che hanno fatto dichiarazioni, per le quali non sono stato né consultato né io ho loro conferito autorizzazioni di sorta a parlare a nome mio in quanto uti universus. Non ritengo che con il voto da me concesso io abbia inteso alienare la mia autonoma capacità di pensare e giudicare secondo scienza e coscienza in fatti di prevalente natura etica, morale, religiosa. Poiché il genocidio in atto nel “campo di concentramento” di Gaza – così definito dal cardinale Renato Raffaele Martino e dopo innumerevoli condanne ad Israele da parte dell’ONU – supera ogni considerazione di natura opportunistica e clientelare propria dei rapporti fra rappresentanti politici eletti e potenti gruppi commerciali, mi dissocio nettamente dai rappresentanti pur da me votati. Essi semplicemente non hanno titolo a rilasciare le dichiarazioni di cui ho appreso solo da organi di stampa che con la loro informazione sono essi stessi parte in causa nella guerra che si combatte nella Striscia di Gaza. Il loro compito e le loro funzioni si limitano all’esercizio del diritto di voto nelle assemblee e negli organi dove sono stati eletti e delegati, sperando che sappiano ben svolgere le funzioni amministrative a loro demandate.
Secondo la migliore dottrina giuridica, ognuno di noi in quanto elettore di rappresentanti ai quali non è concesso di revocare voto e mandato, non aliena tuttavia la sua quota di sovranità per effetto del voto espresso, ma il popolo resta in ogni momento titolare della sua sovranità. Nei momenti eccezionali come quello che stiamo vivendo la sovranità ritorna al popolo che si esprime fuori dai collegi elettorali, cioè nelle piazze in pubbliche manifestazioni e attraverso i suoi intellettuali e portavoce espressi sul campo.
In pubbliche manifestazioni in Italia e in tutti i paesi del mondo i popoli della terra hanno manifestato ferma e netta condanna per la strage di Gaza imputabile al governo di Israele. In alcuni casi sono state perfino interrotte le relazioni diplomatiche con lo stato di Israele. Il popolo italiano nell’art. 11 della sua costituzione ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie. Data la evidente sproporzione di mezzi offensivi, non vi è dubbio che in Gaza vi sia stata deliberata e criminale aggressione contro un popolo inerme, già cacciato dalle sue case e dai suoi villaggi e tenuto in inaudite condizione carcerarie. È ferma la mia condanna di una simile situazione, facendo ricorso a tutti i mezzi che mi sono concessi, compreso il boicottaggio delle merci israeliane e dei gruppi sociali ed economici che in Roma sostengono la criminale aggressione.
È ipocrita ed offensivo dell’intelligenza del popolo italiano terrorizzare i cittadini per il solo accenno di un boicottaggio commerciale, peraltro difficile da organizzare, quando la popolazione di Gaza si trova sotto embargo economico da oltre 18 mesi, in una grave emergenza umanitaria, della quali sono responsabili rappresentanti tutti eletti con liste bloccate e senza nessuna possibilità di scelta dei singoli candidati, che in taluni casi rappresentano il governo israeliano anziché il popolo italiano.

Per ulteriori svolgimenti, rielaborazioni e aggiornamenti rinvio alla pagina del mio blog:

- La stanchezza per la continua tensione in me prodotta nel seguire continuamente fin dal suo inizio la strage di Gaza non mi consente una migliore formulazione del testo qui reso. Per la stesura definitiva mi riservo sul mio blog di intervenire in ogni momento. Il presente testo deve intendersi come bozza.
Nel sito si trovano altri interventi, fra cui quello di Kelebek che raccoglie le dichairazioni che ho tenuto presenti.

(segue)