venerdì, maggio 23, 2008

Meglio aspettare

Ecco di seguito l’ultima Circolare Palmieri. L’on. Palmieri è il responsabile della comunicazione di Forza Italia con il quale ho già avuto un disgusto che non rendo pubblico. Ma lui sa e forse ancora ricorda. Già perche questi nostri uomini in parlamento, una volta eletti dimenticano abbastanza facilmente. Uno dei suoi compiti all'interno del partito è di mandare comunicazioni come quelle che seguono per mantenere in caldo la tifoseria. Ma è finito il tempo della politica come tifoseria, almeno lo spero, per il bene e la stima che ho dei miei concittadini. Non importa se e chi abbiano votato: tanto capitano sempre lì e se la prendono sempre in quel posto. L’immagine più autentica e rappresentativa degli italiani di questi momenti è quella di chi vediamo nei discount mentre osservando calcolando i prezzi delle merci esposte e fanno laboriosi e faticosi conteggi, per riuscire ad arrivare alla fine del mese mangiando senza essere costretti a diete forzate. Questo problema per fortuna non lo hanno i nostri parlamentari che numerosi quanto sfaccendati si affollano nelle due camere del parlamento, dove volendo fra gli infiniti privilegi hanno anche la possibilità di fare un pasto completo con qualche euro. Ma vediamo cosa ha da raccontarci l'on. Palmieri sul governo di papà Silvio:

Il governo Berlusconi è partito col botto, ma, soprattutto, mantenendo gli impegni assunti in campagna elettorale: a) primo consiglio dei ministri operativo a Napoli; b) abolizione dell'ICI, detassazione degli straordinari e intervento sui mutui come primi provvedimenti contro il carovita; c) forte intervento contro la criminalità e contro l'immigrazione clandestina, per ridare sicurezza alle nostre città; d) nuovo piano per l'emergenza rifiuti in Campania, con misure nuove e incisive. Questa è la "moralità del fare", cui spesso fa riferimento il nostro presidente: fare quello che si dice, mantenere gli impegni assunti con i cittadini.

Sul nostro sito, www.ilpopolodellaliberta.it , puoi dire la tua su questi primi provvedimenti in Spazio Azzurro e votare quale dei tre interventi contro il carovita preferisci. Si tratta senza dubbio di un ottimo inizio, superiore a quanto fatto nel 1994 e nel 2001, frutto dell'esperienza maturata in tutti questi anni e della conoscenza dei problemi e del funzionamento della macchina dello Stato. Se il buon giorno si vede dal mattino, questo primo consiglio dei ministri è stato sicuramente un "buon giorno". Si deve continuare così ma per portare a buon fine quanto cominciato serve il sostegno costante della nostra gente e una costante attività di buona comunicazione.
Ci lavoreremo, insieme...
Grazie per l'attenzione. Buona fine settimana,

on. Antonio Palmieri
responsabile comunicazione elettorale e internet Forza Italia /PDL

Il mio breve commento: meglio aspettare prima di prosternarsi in ringraziamenti. È ancora presto per giudicare, anche se la speranza di quanti hanno votato è che il governo (un governo quale che sia) potesse dimostrarsi capace di diradare le nuvole buie ben visibili all’orizzonte. Ed i provvedimenti da prendere sono migliaia di migliaia. Molti “affari” si consumano al riparo dalle luci del riflettore. Alcune tizie, madonne e madonnette, messe lì in lista e collocate in buona posizione per essere elette, già dimostrano di fottersene del popolo bue che le ha nominate per bocca di papà Fini. Loro manco si preoccupano del popolo italiano, ma già apertamente e sfacciatamente fanno gli interessi di uno stato estero che ce li ha pure collocate nel nostro parlamento, pagate con i nostri soldi. Se questo è il mattino…

PS - Temo che sulle discariche il decisionismo possa essere cieco. Non basta dare segni di energia. Bisogna che le decisioni siano giuste e producano gli effetti benefici e desiderati. Non sono un cieco ammiratore e sostenitore della parte che ho votato. Il guaio è che ormai l’omogeneità è tale per cui l’uno non è migliore dell’altro, ma se mai vi è una gara al peggio. Del resto, cosa possiamo fare? Imbracciare il fucile? È ciò che ho assolutamente escluso fin dall’inizio di questa avventura. Chi mi ha seguito lo sa. Per chi è giusto di passaggio non ho cosa fargli. Passi pure oltre.

venerdì, maggio 16, 2008

I presunti liberali del Popolo delle Libertà in riunione domani a Montesilvano

Versione 1.0

Apprendo casualmente che domani Marco Taradash, Diaconale ed altri in odor di liberalismo si riuniranno in Montesilvano. Taradash ha avuto per questo il permesso di poter anticipare la lettura della rassegna stampa al venerdi anzichè al sabato. Essendomi ormai formato una ben precisa opinione di Marco Taradash – da me una volta disgraziatamente votato – e di Arturo Diaconale, ahimé direttore de “l’Opinione”, non mi aspetto molto da simili riunioni. Mi chiedo se questi liberali porranno all’ordine del giorno, ad esempio, l’abolizione dei fondi pubblici con i quali Diaconale stampa un foglio fantasma come l’Opinione, dove un giorno si e l’altro pure non fa altro che sostenere le ragioni di Israele, l’oppressione del popolo palestinese, la guerra all’Iran. Il bello di poter avere una tessera in uno stesso grande partito è di poter dissentire con gli stessi camerati di partito nella misura in cui si è a conoscenza delle loro mosse. Certo, adesso che siamo al governo si tratta di andare all’assalto della diligenza. Agli altri diranno che si occupano di liberalismo con i soldi degli altri. Di Della Vedova, dall’aria accademica di un Pierino, ricordo il giro di tacchi quando gli posi una domanda sul finanziamento pubblico alla chiesa cattolica, cioè l’8 per mille. Ricordo anche la sua partecipazione tibetana. Meglio parlare in astratto di riforme e mai toccarne seriamente una, oppure colpire nell'area di minore o nessuna resistenza. Eccolo il liberalismo made in Italy. Con tanta presenza, cioè Taradash, non dovrebbe mancare la solita registrazione di radio radicale. Se vi sarà, ne seguirò da lontano ed in differita i lavori.

lunedì, maggio 12, 2008

I consigli di Giano Accame alla nuova destra

Versione 1.1

Facendo cosa gradita, pubblico in questo blog dedicato al dibattito all’interno del Popolo delle Libertà un intervista dell’amico Giano Accame, uscita sul “Corriere della Sera” dello scorso lunedi 5 maggio. Mi auguro che i “consigli” di Giano possano stimolare un sano e democratico contraddittorio nell’elaborazione di linee politiche che sembrano più l’arbitrio di singole persone paracadutate al governo del paese che non il risultato di quella formazione della politica nazionale che dovrebbe scaturire dalla partecipazione dei cittadini nella vita interna dei partiti secondo il dettato dell'art. 49 della costituzione. Personalmente, mi auguro che il nuovo governo dia attuazione a questo articolo con una legge apposita che precisi meglio e disciplini in forma attuativa la vita democratica dei partiti e con riguardo al loro statuto e con riguarda ai diritti di partecipazione degli iscritti, ad esempio nella scelta dei candidati alle elezioni. Intanto, questa mattina dalla rassegna stampa di Bordin ho ascoltato di una polemica fra Antonio Martino e l'attuale ministri degli esteri Franco Frattini. Almeno vi è dibattito. Se mi fosse concesso, ed almeno mi concedo questo diritto qui nel mio blog, ho da muovere forti contestazioni sia a Frattini che a Martino. Ma ecco, quale proposta di dibattito, il testo dell'intervista di Giano Accame, al quale farò seguire mie eventuali osservazioni.

Antonio Caracciolo



Il «decalogo» Consigli alla nuova destra
Accame: salvate i centri sociali e Gianni Borgna

ROMA - Giano Accame,
80 anni tra tre mesi, sedicenne di Salò dell’estrema ora, ex direttore de Il Secolo, storico («Una storia della Repubblica»), insomma un vero Grande Vecchio della destra italiana. Parla proprio nelle ore in cui Gianni Alemanno partecipa al seminario dell’ Aquila sui futuri quadri del Pdl. Domanda: cosa deve fare la destra 2008 al potere per evitare i luoghi comuni dell’antica destra?

«Primo consiglio. Non mettersi a tagliare teste di sinistra solo perché sono di sinistra. Errore fatale. E ovvio». Qualche nome da salvare. «Sicuramente a Roma Gianni Borgna, ora all’Auditorium». Perché? Non è stato assessore di Rutelli e di Veltroni? «Sì. Ma ha voluto il primo convegno su Emilio Gentile organizzato nella stessa sala in cui pronunciò il discorso per la resistenza agli angloamericani che gli costò la vita. Poi ha murato, su mio suggerimento, una targa a piazza Adriana sul palazzo di Marinetti promuovendo un convegno. Quando Rutelli commise l’errore di progettare via Bottai...» Un errore la via dedicata a Bottai? Lo dice proprio lei? «Bottai è odiato dagli ebrei per lo zelo con cui applicò le leggi razziali nelle scuole. È antipatico ai fascisti per via del voto contro Mussolini il 25 luglio... comunque Borgna intelligentemente propose un convegno su Bottai. Va salvato». Continuiamo con i suggerimenti.

«Includere e non escludere. La lotta di classe tende a escludere. Invece una vera destra sociale e nazionale deve includere. Dobbiamo aprirci alla collaborazione intellettuale con l’area dell’opposizione. Utilizzerei il docente di Estetica Duccio Trombadori, la studiosa di sinistra del Futurismo Claudia Salaris, un pittore di sinistrissima come Pablo Echaurren che si è confrontato con Evola e Pound».

E se al terzo posto mettessimo la Rai? «Bene. Adesso non stiamo lì a epurare. Certo, mettere un piede alla Rai, magari qualcosa di più... Ma non manderei mai a casa un Floris, così misurato e corretto. In quanto a Santoro, solo meno urli nella sua arena. Ricorrerei a un dirigente di sinistra come Renato Parascandolo, che a Rai Educational ebbe il coraggio di chiedermi i ritratti delle intelligenze scomode del ' 900. Erano tempi assai diversi da questi».


In quanto alle radici, diciamo al saluto romano e dintorni? «In uno slogan: non vergognarsi delle proprie radici ma non ancorarsi al passato né vivere di ricordi o nostalgie. Ora la politica si fa nei supermercati. Il saluto romano? Trovo ridicolo che sessant’anni dopo sia reato un gesto simile... sono reperti da consegnare alla storia. Aggiungo che non vergognarsi delle proprie radici significa, per esempio ancora a Roma, occuparsi subito della sorte del Foro Italico, straordinario capolavoro di un ventiquattrenne Luigi Moretti su commissione coraggiosa di Renato Ricci dell’Opera Balilla».

Un quinto suggerimento? «Archiviamo il piccone. È vero, l’Ara Pacis di Meier è orrenda, pare un finto reperto di archeologia industriale. Alemanno ha già spiegato il senso delle sue parole. Occorre un dibattito, senza buttar via soldi pubblici per distruggere ciò che è già costato così tanto e inutilmente allo Stato».

La sicurezza? E siamo a sei consigli. «Occuparsi della sicurezza, subito, ma senza infrangere la soglia della compassione. Sennò ci ritroviamo come in Francia, con le Chiese occupate dai sans papier e con le attrici progressiste in piazza. Tutto molto controproducente, mi pare» Non dirà che lo stesso si debba fare con i centri sociali? «E invece sì, eccoci a un altro contributo... Non sono solo luoghi di violenza e di droga. Questa democrazia decadente ha spazzato via le sedi di partito. Nella folla solitaria di oggi, i Centri sociali funzionano da aggregazione comunitaria. Sono camere di sfogo e di possibile controllo. Quindi mi sembrerebbe inutile chiuderli così, senza motivo».

L’Europa, altro «nemico» della destra? «Averci un buon rapporto. Ma meglio quando riconoscerà le specificità nazionali. Per esempio il nostro modello, fondato dai tempi di Giolitti sull’economia mista pubblico-privata. Cioè stare in Europa difendendo il diritto della politica di intervenire nello sviluppo nazionale. Francamente questa Europa ultraliberista non mi piace. Mi sento un po’ più italiano che ligure e molto più italiano che europeo».

Adesso parliamo di ambiente... «Non demonizziamo l’ecologia. Sogno un grande progetto per Roma solare. Che bella sarebbe una capitale alimentata solo dai raggi del calore naturale. In fondo, siamo in linea con la nostra tradizione ... “Sole che sorgi libero e giocondo”!».

Mettiamo in archivio anche la caccia al comunista? «Ma certo, che sì. Ma anche perché non ce ne sono più in circolazione. Il vuoto lasciato dagli opposti estremismi, visto con i miei occhi di ottantenne, è impressionante...».

Le dieci cose da evitare: 1° Non tagliare teste solo perché di sinistra. A Roma salvare Borgna. 2° Aprirsi alla collaborazione intellettuale. Sì a Trombadori e Salaris. 3° No a epurazioni in Rai. Floris resti. Santoro? Meno urli. 4° Non vergognarsi delle radici ma senza ancorarsi. Il saluto romano? Reperto. 5° Archiviare il piccone. L’Ara Pacis è orrenda. Ma non sprechiamo soldi pubblici. 6° Occuparsi della sicurezza ma senza infrangere la soglia della compassione. 7° I centri sociali non sono droga e violenza: servono anche ad aggregare. 8° Un buon rapporto con l' Europa anche se quella ultraliberista non ci piace. 9° Non demonizzare l’ecologia. Sogno un progetto per Roma solare. 10° In archivio la caccia al comunista. Anche perché non ce ne sono più

Conti Paolo







sabato, maggio 10, 2008

Chi è il nostro nemico in Medio Oriente? Israele o i palestinesi ed il mondo arabo? Tertium non datur!

Versione 1.0

La bandiera israeliana bruciata da manifestanti il primo maggio in Torino è una classica dichiarazione di inimicizia che si tenta di declassare a ragazzata del 0,00 per cento. Intanto dico subito che mi riconosco in questo 0,00 per cento fra fra l'altro ha fatto vincere Alemanno in Roma. Il voto mi è stato caldamente richiesto, anche con lettera circolare di Alemanno. Un Alemanno che ho visto in TV mentre con Berlusconi si ritagliava una fetta di torta del 60° anniversario di Israele. A me quella torta sarebbe andata di traverso se avessi immaginato il sangue nel quale era impastata. E se come dice il Presidente Berlusconi, a cui non mi pento di dare il mio suffraggio anche quando dissento da lui, io sarei lo 0,00 per cento di quelli che non stanno dalla parte di Israele, io sono lieto ed orgoglioso di essere parte di questo 0,00 per cento. Non mi sento sulla coscienza la “pulizia etnica” del popolo palestinese. Non ho del malanimo né verso Berlusconi né verso Alemanno, costretti a mangiare una fetta di torta al sangue. Nella loro condizione e posizione non credo possano fare altro. Non sono liberi e devono mentire se non a se stessi certamente al popolo che pensano di rappresentare.

Per una volta tanto Berlusconi non ha voluto tener conto degli amati sondaggi, per quel che valgono e sui quali in ogni caso non ho mai basato le mie riflessioni e le mie posizioni. Se il concetto di “ostilità” associato agli ebrei evoca, come penso, il conflitto israeliano-palestinese, allora non di uno 0,00 per cento si tratta, ma di un italiano su tre. Ecco i dati di Mannheimer, per come a me giunti e attinti dalla Rete:

Mannheimer: un italiano su tre è "ostile" agli ebrei.
L'81% agli zingari


Per il 42% degli italiani gli ebrei sono «simpatici», il 32% ritiene invece il contrario e un 26% non si pronuncia. Sono alcuni dei dati che emergono da un sondaggio realizzato dall'Ispo di Renato Mannheimer - su un campione rappresentativo di mille soggetti - che sarà presentato oggi nel corso di "OyOyOy" Festival di cultura ebraica al debutto nella sinagoga di Casale Monferrato.

Un italiano su tre è dunque - rivela il sondaggio - "ostile" agli Ebrei: il picco è tra i maschi, tra le persone tra i 50 e i 60 anni, tra i lavoratori autonomi, tra i residenti al centro specie nei comuni medio-grandi. Ma le più accentuate variazioni dell«antipatia» verso gli Ebrei - sottolinea il sondaggio dell'istituto - si rilevano in relazione all'orientamento politico: i più esplicitamente sfavorevoli sono tra coloro che si dichiarano di sinistra e laici.
Un dato piuttosto «allarmante» del sondaggio è quello che indica un 23% di popolazione nazionale d'accordo con l'affermazione che «gli Ebrei non sono Italiani fino in fondo», di fronte ad un 33% che invece non concorda e ad un'ampia percentuale di neutrali (44%).

Infine, il sondaggio rileva che solo l'11% della popolazione riesce a stimare con relativa precisione il numero degli ebrei in Italia, il 56% invece non riesce a dare una risposta. Per Mannheimer sulla base della più recenti studi, si possono distinguere almeno tre «tipi» di antisemitismo: quello «classico« (10%), di natura più religiosa, quello «moderno« (11%), di carattere più xenofobo e quello «contingente» (11%), spesso connesso al giudizio su Israele. L'11% appartiene invece alla categoria degli "antisemiti puri". «Non siamo preoccupati tanto per l'antisemitismo che può emergere da questi dati - commenta Antonio Monaco, presidente dell'associazione organizzatrice di "Oyoyoy" - ma dal fatto che gli ebrei vengano percepiti come una etnia a se stante, quando invece proprio il nostro Festival vuole identificare nella cultura ebraica una delle radici culturali del nostro paese, in grado di dialogare con le idee proposte da altre religioni e visioni etiche».

E ancora l'altra categoria che, secondo Manheimer, è considerata dagli italiani «poco/per nulla simpatica» è quella degli zingari. Almeno così dichiara l'81% di un campione rappresentativo di mille soggetti interrogati dall'Ispo…


Caspita! Non mi pare, caro Silvio, che proprio si tratti di uno 0,00 per cento ed è davvero strano che proprio tu in questo caso non tenga conto dei sondaggi, per giunta di parte ebraica. Ma non è su questi dati statistici che voglio basarmi. Il mio terreno vuol essere quello della riflessione politico filosofico alla ricerca delle “essenze filosofiche" e della loro dinamica nel tempo e nella psiche. Qui le statistiche e le percentuali dicono poco o nulla.

Per fortuna l’oltraggio che il Lumbard Bossi ha fatto bandiera italiana ha prodotto una di quelle leggi ad personam che ha depenalizzato il vilipendio alla bandiera di uno stato riconosciuto. Una eterogenesi dei fini che sottrae alla galera quei ragazzi che hanno bruciato due bandiere israeliane ed uno americana. La pena è stata sostituita con una multa, la cui entità potrà essere contabilizzata per futuri bruciamenti di bandiera quale forma simbolica forte di espressione del proprio pensiero politico. Al limite, se l'onere finanziario non è eccessivo un italiano su tre potrà bruciare la sua bandiera israeliana versando allo stato italiano l’ammontare della multa e creando così una nuova provvidenziale entrata tributaria, magari per sopperire alle immondizie napoletane.

Qui mi fermo, accennando soltanto alla riflessione indicata nel titolo ed evocata dal concetto schmittiano di inimicizia. Come italiano, ad una sola nazionalità e fedeltà, ossia come soggetto eminentemente e consapevolemente politico, non come bestiame elettorale condotto in quei recinti che sono le gabine, ritengo di poter operare la mia scelta di “amico” e “nemico”, fatte salve le dinamiche che possono condurre un quisque de populo a diventare la legittima ed autentica espressione di un diffuso sentire politico, cioè schmittianamente caratterizzato dalla contrapposizione di amico e nemico. E riconosco in Israele il mio “nemico”, un nemico verso il quale non si deve necessariamente nutrire “odio”, secondo la propaganda psicologica dei servizi del Mossad che tendono ad antropomorfizzare la legittimita opposizione al sionismo per far scattare le sanzioni penali sull’antisemitismo. Una tipica astuzia di guerra interna, forse congeniale alle quinte colonne presenti negli Stati. No, caro Fini, l’inimicizia nel senso politico non è associata all’odio. Sono concetti distinti.

Basta guardare alla freddezza, alla lucidità, alla scientificità, al “cinismo” (Altro che “bellezza”!) con cui da un secolo a questa parte il “popolo eletto” conduce il suo piano di sterminio e di pulizia etnica degli indigeni palestinesi per rendersi conto che di odio qui non è il caso parlare. O meglio se ne può parlare in quanto specifica tecnica psicologica da parte del Mossad (si veda lo strano libro di Udo Ulfkotte, che informe su queste tecniche) per produrre ad arte reazioni psicologiche di questo genere per poi fare scattare contromisure già programmate. I nazisti erano ancora dei dilettanti e non sono mai giunti a questo livello di sofisticazione, allo stesso modo in cui non sono giunti all’atomica.

Caro Silvio ricordo perfettamente una tua infelice battuta televisiva. Era quando, dopo la tua decisione di entrare in guerra a fianco degli USA contro l’Iraq, dicesti che per effetto di questa decisione di politica estera il nostro prestigio nel mondo era salito e la cosa si era misurata in un aumento del nostro vino proprio negli Usa. La nostra politica estera non è diversa da quella dei tempi di Cavour, quando il conte Benso valutò che si potevano sacrificare in Crimea qualche migliaio di morti per poi poter sedere al tavolo della pace accanto alle grandi potenze che avrebbero vinto loro per noi una guerra che da soli non avremmo vinto e che oltretutto neppure ci riguardava. Così credo abbia fatto Mussolini confidando che Hitler avrebbe vinto lui per noi la guerra. E così hai fatto pure tu, mio simpatico Silvio, ritenendo che la guerra in Iraq sarebbe stata una passeggiata di qualche settimana. Avremmo lucrato i vantaggi di una facile vittoria, magari in barili di petrolio gratis, indispensabili per il nostro fabbisogno energetico.

Ed invece no! Il diavolo ci ha messo la colla e quella guerra vergognosa ed infame è stata persa dagli Usa e noi abbiamo dovuto scappare con la coda fra le gambe senza esserne usciti fuori del tutti. Ma chi era che spingeva a questa guerra infame che è costata infiniti lutti? Il tuo ospite d”onore in Torino! Possibile che tu non te ne accorga? Il tuo ospite che è il vero focolaio di guerra in tutta l’area mediorientale! Basta, per favore con la fregnaccia dell’unica democrazia del Medio Oriente. Peraltro una democrazia su base razzista e che pratica l’apartheid! Del resto, la democrazia è ormai diventato un concetto chimerico privo di senso. È perfino dubbio che la nostra sia una democrazia. E se proprio a qualcuno sta tanto a cuore la democrazia, sarebbe meglio che si preoccupasse di instaurarla prima a casa nostra ed agli altri offrisse tutt’al più l’esempio ammirabile delle nostre istituzioni politiche. L’immagine più autentica della nostra democrazia – tue parole, o Silvio, giusto alla vigilia delle elezioni – è data dalle immondizie napoletane che hanno fatto il giro del mondo e che rimarrano per sei miliardi di persone la nostra bandiera nazionale.

Mi dispiace e non approvo che tu ti sia scelto come ministro quel fazioso di Franco Frattini. Mi è diventato antipatico ed indigesto quando lo vidi rimproverare una giornalista che aveva usato il termine “resistenza” irachena anziché avallare l’insulto delegittimante di “terrorismo”. Un uomo così, a mio avviso, non è neppure intelligente ed ignora i fondamenti della politica, cioè della scienza politica non certo l’arte dell’intrallazzo e della carriera nella quale è certamente abilissimo. Ma un uomo così è per noi un pericolo. Costui ci potrebbe portare ad una guerra contro l’Iran, verso cui tende con tutti i mezzi e con ogni arte della menzogna e con pressioni lobbistiche di ogni genere proprio Israele e la sua lobby dislocata in Italia. Caro Silvio, ci porterai in guerra? È questo che hai promesso ai tuoi ospiti alla Fiera di Torino?

È vero! Hai vinto le elezioni, direi, non tanto per tuo merito, quanto per demerito dei tuoi avversari e per una confusione generale dell'elettorato che non sapeva quali pesci pigliare. Fra questi vi ero anche io che senza avere i tuoi sondaggi e le tue statistiche mi sono limitato a percepire gli umori della gente e soprattutto ho sondato il mio animo di cittadino dalle molte lune, che ha visto ormai tante farse elettorali. Nella scheda il cittadino può mettere solo un segno di croce, simbolo di tante cose ma anche di analfabetismo. Nella croce non è contenuta nessuna dichiarazione, nessun programma, nessuna indicazione: nulla di nulla. Chi “vince” si frega le mani – come l’osceno Gasparri – convinto di aver riscosso una cambiale in bianco e di poter fare ogni cosa per almeno cinque anni ed in barba a quei coglioni che lo hanno votato, anche che non lo hanno neppure votato, perché si tratta di una lista preconfezionata da prendere turra o lasciare tutta. Un simile metodo elettorale è stato rifiutato dal Congo in quanto giudicato antidemocratico.

Per chiedere tornando a Torino. La bandiera israeliana bruciata – il cui reato è stato depenalizzato grazie a Bossi che aveva già vilipeso la bandiera italiana, cosa che tornerà a fare – significa una dichiarazione politica di inimicizia alla stato di Israele, alla quale mi associo interamente. Certamente, solo tu potrai dare il giusto peso politico ad una simile dichiarazione. Solo se tu lo vorrai, se ne potranno trarre tutte le conseguenze. Ma intanto puoi certamente registrare il messaggio che a te giunge dallo 0,00 per cento del popolo italiano, se così è; o di un italiano su tre, come io invece sono propenso a credere. Capisco che se io fossi nei panni tuoi, agirei probabilmente in modo diverso da come ora penso e dico, costretto da condizionamenti che io forse neppure immagino. Ma credo di ti possa almeno chiedere di non adagiarti del tutto in quella “cupidigia di servilismo” che un vecchio padre liberale della patria, Vittorio Emanuele Orlando, rimproverò a quanti si affettarono a firmare un trattato di pace disonorevole. Quella servitù ci pesa ancora oggi con 115 basi militari (non 113, come ha detto Beppe) Usa non a difesa di una libertà, che abbiamo perso forse per sempre, ma a garanzia del nostro perpetuo vassallaggio.

Ancora un’aggiunta estemporanea. Due parole sulle stupidaggini quotidiane di madonna Fiammetta Nirenstein che con mio grande disappunto è stata messa in lista nel “Popolo delle Libertà”. Dice costei che se si dovessero ritoccare le fronterie degli stati nati dalla carcassa dell'Impero ottomano, a farne le spese non sarebbe la sola Israele, ma anche gli altri stati arabi. Costei ammette implicitamente quello che per altro verso dice di negare. E cioè che la fondazione dello stato di Israele è un processo coloniale, sulla base di una “pulizia etnica” che sono i mentalmente disonesti possono negare. Ma il suo ragionamento non regge anche per il resto non regge considerando che in ogni caso Israele resta un corpo estraneo al mondo arabo-musulmano che troverà, avendone il pieno diritto, quegli equilibri che meglio corrisponderanno ai suoi interessi. In questo senso – e senza bisogno di immaginarne altri – Israele è destinato a scomparire in un contesto geopolitico dove continua ad esistere solo per il sostegno americano (leggi petrolio) e dei suoi servili alleati europei. Già da adesso, se il servaggio verso gli Usa non fosse più forte, le ragioni del nostro interesse spingono a sviluppare relazioni di pace con un Oriente a noi Vicino piuttosto che appoggiare lo 0,2 per cento (Israele) contro il 98,8 per cento di quell’area geopolitica che detesta il germe cancerogeno che ha attaccato per lo 0,2 per cento il suo corpo e minaccia di estendersi grazie all'aiuto ed all’alleanza degli USA e di vari vassalli fra cui anche il nostro paese. Da un ministro come Franco Frattini non mi aspetto certo prova di lungimiranza e saggezza politica. Come sempre nella nostra storia, saranno probabilmente i guai e le disgrazie cui andremo fatalmente incontro ad indicarci la strada da seguire. Mai guida di un paese fu più cieca. Saranno i prossimi cento giorni a dirci cosa protremo aspettarci dal nuovo governo Berlusconi.

martedì, maggio 06, 2008

Sciacallaggio televisivo di stato

Versione 1.2

Mi è rimasto poco tempo e con la mia prosa non intendo presentarmi per un premio letterario. Voglio però rapidamente esprimere pensieri che mi sono venuti in testa dopo aver assistito ier sera alla trasmissione televisiva di Bruno Vespa con i neo presidenti delle Fini e Schifani ospiti d'onore. Non credo che un vecchio volpone come Vespa non sapesse cosa faceva: l’avere accostato insieme due notizie prive di relazione l'una con l’altra è stato un modo per collegarle di fatto. Ed il bello che sia il conduttore che si suoi ospiti hanno riconosciuto che le due cose non ci azzeccavano l’una con l’altra. Ed allora perché le avete cucinato insieme: l’omicidio teppistico di Verona e la protesta alla Fiera del libro di Torino? Questo si chiama sciacallaggio televisivo di stato che non ha neppure rispetto per la vittima innocente di Verona. Fini si è lasciato sfuggire che in fondo i fatti di Torino sono più gravi di quelli di Verona. È oltremodo significativo come l’accostamento tra Verona e Torino sia piaciuto ad un Giorgio Israel, ideologo sionista di «Informazione Corretta», che subito vi ha inzuppato il pane con l’aplomb che lo distingue. Non so in quali studi venga registrata la trasmissione “Porta a Porta” ma rilancio dicendo che i fatti di “Porta a Porta”, cioè lo sciacallaggio televisivo di stato, sono più gravi di quelli di Verona. Non vado oltre, ma invito chi legge a considerare la gravità oggettiva di un giornalismo distorto e la gravità oggettiva di un omicidio teppistico di gruppo. Quanto succede a Torino, se siamo ancora in democrazia – come sembrano credere i due presidenti delle camere, la seconda e la terza carica di stato – è ancora un diritto costituzionale di protesta, che avrà pure bruciato dei pezzi di stoffa (delle bandiere), ma non delle persone in carne ed ossa. Nella civiltà dei media, dove diventa estremamente difficile apparire, magari in una esclusiva trasmissione come quella di “Porta a Porta” – da Vespa sfacciatamente negata ad un Pannella e sempre sfacciatamente offerta ad un Bertinotti, proprio nel momento in cui spariva da parlamento – il fatto di bruciare simbolicamente delle bandiere è un modo riuscito di imporsi all’attenzione.

Mi sono imbattuto una volta in Gianfranco Fini ed ho potuto sottoporlo alle mie domande, dove non mi è parso che se la sia cavata bene nel rispondere. Ieri sera ha furfugliato ancora ancora peggio sulle stesse questioni. E si badi: qui parla uno che è passato da una stima incondizionato (e documentabile) verso di lui ad una crescente delusione; uno che raccoglieva le adesione per il Popolo delle Libertà, mentre lui ancora irrideva al progetto di Berlusconi e della sola Forza Italia. Caro Fini, se ti giunge attraverso il ciberspazio questo mio testo, esprimo l'augurio che dopo l'infausta avventura vinicola in Iraq gli italiani non si trovino coinvolti in una nuova, disastrosa, sciagurata guerra in Iran. Confido nel buon senso di Berlusconi.

Vi sarebbe molto da dire, ma mi risparmio gli stessi concetti per altri contesti. Non ho seguito tutta la trasmissione di “Porta a Porta” fino alla fine. Ad un certo punto mi sono annoiato ed ho deciso di spegnere il televisore ed andarmene a dormire. Questa mattina però mi è giunta notizia di un sondaggio del Mannheimer, abituale consulente di Vespa. Non so se il sondaggio è stato dato nel corso della stessa trasmissione. Poco importa. Quel che invece importa e proprio in relazione a quanto Fini diceva sul carattere “minoritario” di certe opinioni e posizioni che la realtà è proprio diversa, se dobbiamo credere ai sondaggi. Intanto vorrei reagire con stizza a simpatico Gianfranco, l’uomo dell’«ovviamente», suo tipico intercalare. Ad esempio, io qui esprimo chiaramente delle mie opinioni personali, certamente discutibili ed anzi offerte alla discussione ed alla contestazione. Nel momento in cui io (e credo ogni altro essere normalmente e realmente pensante) elaboro e formulo le mie opinioni mi preoccupo che siano fondate sul piano logico, su dati documentali, sul rispetto del principio di verità e di quanto altro occorra perché un’opinione abbia il massimo ed il meglio che possa e debba avere. Di certo nessuno che non sia un aspirante alla Casta, un opportunista allo stato puro, si preoccupa che la sia opinione sia "minoritaria” o “maggioritaria”. Oltre ad essere questa una caratteristica del tutto estraneo al normale processo mentale, è anche un fatto necessariamente ignoto. Come posso sapere se la mia opinione è condivisa o non condivisa da un numero di altre persone se prima non la comunico loro? Ed una volta fatto ciò le mie profonde ed oneste convinzioni, rigorosamente formulate e fondate, verrebbero o dovrebbero mutare in ragione della loro maggiore o minore altrui condivisione? Se ognuno di noi sacrificasse in questo modo le sue convinzioni ed opinione, credo che precipiteremmo dallo stadio di un civile consorzio umano al puro stadio animale del branco. Ed in effetti, da un punto di vista politica e grazie all'opera oppressiva e diseducativa della Casta, credo che le attuali aggregazioni politiche siano più simili al branco animale che non al consorzio civile. Il mio augurio ed il mio obiettivo, ad incominciare proprio dal Popolo delle Libertà cui ho aderito e di cui faccio organicamente parte, è che l'aggregazione politica, ogni aggregazione politica sia luogo di civile confronto delle opinioni nel pieno ed incondizionali rispetto degli uni per gli altri. Insomma, Fini ha sparato una delle sue “ovvietà” prive di pensiero.

E per chiudere venendo al merito delle idee che sarebbero minoritarie. Se è vero secondo Mannheimer che un italiano su tre è «ostile» agli ebrei, con tutto ciò che questo significa non riguardo ad un inesistente antisemitismo, ma con riguardo alla politica verso lo stato di israele ed il conflitto arabo-israeliano, ciò vuol dire che si tratta di un partito numericamente non meno consistente dello stesso “Popolo delle Libertà”, forse il primo partito italiani. E si badi ancora: quanti di noi si sono infine decisi a votare in una situazione che lasciava assai scarsi, o inesistenti margini di scelta, hanno potuto solo mettere una croce su un simbolo. Ma nulla di nulla che in qualche modo esplicitasse le nostre idee, i nostri sentimenti, la nostra capacità di distinguere i diversi problemi nel quali quotidianamente ci imbattiamo. I nostri irresponsabili e spavaldi (Gasparri) politici, riconfermati nel loro ruolo castale, hanno pensato di intascare una cambiale in bianco. Ad esempio, per indicare uno sgradevole personaggio del mio partito, Gasparri, che non ho potuto infine votare, magari turando naso, orecchie e occhi, è convinto – insieme a tanti altri – che qualsiasi oscena fesseria esca dalla sua bocca, per ciò stesso sia la voce del popolo italiano, o almeno del Popolo della Libertà! Non è così! E lo mando a dire ai Fini, Gasparri, Quagliarello, Lupi, De Lillo, Palmieri e tanti altri.

Se Fini e Schifani fossero intelligenti, come credo che siano, più Schifani che non Fini, credo che farebbero bene ad alzare le loro antenne e capire, ad esempio, che le bandiere bruciate di Israele (semplici pezzi di stoffa di poco valore) nel contesto della Fiera del Libro in Torino, dove si tende colpevolmente ed inammissibilmente ad eludere il fatto che nel 1948 (e dopo) si è consumata una pulizia etnica del popolo palestinese. Il nostro presidente Napolitano - prima carica dello Stato – sembra essersene accorto nel momento in cui considera legittima la critica alla stato di Israele e non la bolla perciò di “antisemitismo” come il n. 3 (Fini) ancora si attarda a credere. Oltretutto, se Fini fosse meglio informato dovrebbe parlare piuttosto di antiebraismo, essendo veri “semiti” proprio i palestinesi, soggetti allo sterminio da parte degli “ebrei d’Europa”. Altra bufala sfuggita dalla bocca di Gianfanco: Israele, unica democrazia del Medio Oriente – povera democrazia, del cui nome chimerico si fa ogni scempio –sarebbe un “pezzo di Occidente in Medio Oriente”. O bello, questo! Ma che ci fa l’Occidente in Oriente? Non dovrebbe stare l’Occidente in Occidente e l’Oriente in Oriente? Dunque, è un disegno imperiale tutto il progetto connesso allo stato di israele, un “avamposto militare” dell'imperialismo Usa allo stesso modo in cui in Italia siamo occupati da 113 basi militari Usa, che secondo quel t. di c. che è Sgarbi starebbereo a difendere la “nostra libertà”, una “nostra libertà” che noi stessi non saremmo capaci di difendere. Un popolo che non sa difendere la sua libertà ha cessato di essere un popolo nel senso schmittiano del termine: un senso che Fini, parlando a vanvera di amico/nemico, non ha dato prova di comprendere.

È scaduto il tempo. Riprenderò le riflessioni ad una prossima occasione. Chiedo venia per probabili refusi ed errori di lingua che correggerà appena avrò tempo per rivedere questo mio testo estemporaneo.

sabato, maggio 03, 2008

Lettere al “Corriere della Sera” ed al “Giornale”

Versione 1.0

La solita «Informazione Corretta» è in piena agitazione con l'avvicinarsi della data dell'8 maggio e connesse manifestazioni. La faziosità fatta di vuota e reiterata verbosità è sempre la stessa. Hanno aggiunto alla loro congrega le prese di posizioni di Mantovano e Quagliarello, che per quanto mi riguarda possono lucrare i vantaggi del loro scranno parlamentare guadagnato con la più antidemocratica consultazione elettorale del dopoguerra. Non hanno il diritto di parlare a nome dei militanti e degli elettori, anche per la assoluta impossibilità di ogni delega specifica alle loro arbitrarie dichiarazioni. Se vogliono un consiglio di partito, si vadano a leggere l'ultimo libro di Ilan Pappe, disponibile ora anche in traduzione italiana, ed apprenderanno da un ebreo, di certo non antisemita, che nel 1948 si è consumata in Palestina un vero e proprio genocidio, una pulizia etnica. Mantovano di mestiere, quando non fa il deputato, è un pubblico ministero. Vada con i ferri del mestiere, se non ha dimenticato il suo mestiere, e faccia una bella inchiesta sul genocidio del 1948. Candidature ed avvenute nomime in parlamento come quelle di Fiamma Nirenstein sono in senso politico assolutamente inaccettabili.

Data l'urgenza nello sviluppo degli eventi ho ritenuto di mandare a “Il Giornale” e al “Corriere della Sera” la seguente lettera, che mi riservo di sviluppare nell'argomentazione e nella documentazione se si darà il caso.

Antonio Caracciolo
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Allegato:

Mi sono iscritto al "Popolo delle Libertà" ex art. 49 cost, secondo il quale l'iscrizione ad un partito è un diritto del cittadino, non una graziosa concessione di Quagliarello e Mantovano.

Costoro hanno certamente tutto il diritto di lucrare i vantaggi del loro seggio parlamentare, ma non significa che siano i “padroni” dei loro elettori o che li rappresentino in tutto e per tutto.

Pertanto come militante ed elettore del centro-destra sconfesso del tutto sia Mantovano sia Quagliarello. La loro presa di posizione ha carattere personale e non mi impegna per nulla. Al riguardo ho opinione diverse che sono state da me ampiamente argomentate in centinaia di articoli, che i due succitati onorevoli ben si guardano dal leggere, benché siano stati inviati ai loro indirizzi: questa è la loro rappresentanza degli elettori.

Antonio Caracciolo
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Allegato:

Sì alle bandiere che bruciano, s' al corteo del 10 maggio dei centri sociali, proibita solo la bandiera di Israele. La protesta del PdL, nella cronaca di Vera Schiavazzi dal CORRIERE della SERA. Se ci giungerà notizia di altre proteste, da latre forze politiche, le pubblicheremo. Per ora, silenzio assoluto.

TORINO — Tutte le manifestazioni saranno vietate nel giorno dell'inaugurazione della kermesse libraria. Ma chi vuole sostenere la scelta di Israele non demorde, ed è quindi prevedibile che le bandiere bianche e azzurre si vedranno lo stesso: il tam tam dei promotori incoraggia a sventolarle davanti alle biglietterie. Ieri, il prefetto Padoin ha precisato che non è vietata «la bandiera in quanto tale», ma le sue parole, dopo quelle del Questore Berrettoni («Nessuna manifestazione, nessun presidio, ragioni di ordine pubblico»), sono state oggetto di una lettera di protesta di due esponenti del Pdl, Mantovano e Quagliarello al ministro dell'Interno Amato: «Torino è stata al centro di manifestazioni antisemite ed è quindi sacrosanto che si colga l'occasione della Fiera per ribadire il no ad ogni censura verso uno Stato libero. Confidiamo che Amato voglia intervenire per chiarire l'eccesso di zelo di un funzionario». Nessun divieto per ora, alla manifestazione nazionale dei centri sociali e di Free Palestine contro la Fiera prevista per il 10 maggio.

Per inviare al Corriere della Sera e al Giornale la propria opinione, cliccare sulle e-amil sottostanti.

giovedì, maggio 01, 2008

Il discorso inaugurale di Gianfranco Fini alla Camera dei deputati

Versione 1.0

Non ho seguito la diretta del discorso di Gianfranco Fini al suo insediamento come presidente della Camera dei Deputati, terza carica dello stato. Per un politico abile come Fini è abituale esercizio fare un'affermazione e subito limitarla con il suo contrario, salvo poi risolvere l'antitesi sul piano della prassi. Così in tema di laicità e difesa dell'identità cristiana. Riporto un brano tratto da una sintesi di stampa:
Ed un «deferente omaggio » lo rivolge anche a Benedetto XVI, «guida spirituale della larghissima maggioranza del popolo italiano ed indiscussa autorità morale per il mondo intero». A questo punto, l’emozione è già esaurita. Fini si è sciolto. Legge il discorso (cosa rara per lui che ha sempre fatto interventi “a braccio“) con voce ferma. Ed affronta di slancio uno dei passaggi più delicati dell’intervento: quello sulla Chiesa. «La laicità delle istituzioni - spiega - è principio irrinunciabile della nostra come di ogni moderna democrazia parlamentare. Ed è proprio nel nome di tale principio che il Parlamento deve saper riconoscere il ruolo della religione cristiana nella difesa della identità culturale della nostra Patria».
Che vuol dire? L'omaggio al papa è irrituale ed avrebbe potuto risparmiarselo, a meno che egli non si sente un ministro dello stato pontificio ovvero non abbia inteso mandare un messaggio all'elettorato cattolico. Ma i non cattolici come devono prenderla? Deve sentirsi minacciati? Adesso per voi arriveranno le purghe e gli aspersori al posto dei manganelli? Per quanto mi rigiarda l'autorità morale del pontefice non è per nulla “indiscussa”. Negli Usa, dove i preti pedofili condannati non sono i "quattro” delinquenti che non dovevano diventare preti – come ha detto monsignori Fisichella in una travagliata trasmissione televisiva con Santoro – ma più di «quattromila» che preti sono tuttora e che sono stati condannati, riducendo al dissesto le finanze delle diocesi americane. Fini incomincia con una bugia.

Ma ciò che inquieta è altro. Cosa vuol dire l’identità cristiana della nostra patria? Che la si imporrà con ogni mezzo anche là dove non esiste? Continueremo con quel processo violento di imposizione della «Fede» che cancellò la preesistente identità religiosa greco-romana, a mio avviso superiore per sensibilità religiosa e sostanza culturale ed identitaria a quella oggi cristiano-cattolica, in pratica anticamera e forma dell'ateismo secolarizzato. Non credo che Gianfranco Fini arrivi a comprendere queste cose. Le sue preoccupazioni sono pragmatiche. Lui ragiona, come già a suo tempo Mussolini, nel modo elementare per cui è saggia regola allearsi con i poteri forti, magari a discapito dei diritti di libertà dei cittadini, che non hanno voce e rappresentanza se non sono capaci di nuocere.

Personalmente, all'età di 18 anni compilai un vero e proprio atto di abiura dal cattolicesimo e dal cristianesimo dopo aver letto Feuerbach. Quella mia abiura di diciottenne vale ancora in età matura. Non ne ho mai però fatto enfasi e ciò non mi ha impedito di avere rapporti civili e cordiali con preti e cattolici dichiarantesi tali, con maggiore o minore superficialità. Mi trovo ora invece costretto a professare la mia identità non-cristiana e soprattutto non-cattolica ogni volta che mi viene surrettiziamente imposta e presupposta un'identità cristiana nella quale sempre meno mi riconosco via via che aumentà l'età ed insieme con l'età le mie conoscenze di un mondo che fu soppianto con la violenza proprio dal cattolicesimo. Già ier sera, al termine di un convegno su Donoso Cortés, ho voluto precisare senza esserne richiesto che io mi colloco “Extra Ecclesiam…”, anche se il mio interlocutore respingeva il motto di san Cipriano che proseguiva “…nulla Salus”. Allarmante, tuttavia, la notizia di qualche giorno fa secondo cui ai musulmani sarebbe stata negata l'edificazione di una loro moschea. Non so quali tempi ci attendono con il nuovo governo, di cui sono stato elettore, e spero che fra i tanti mali che affliggono gli italiani non vi debbano essere compresi anche le nuove guerre di religione o nuove lotte per la libertà di coscienza. Non credo che Gianfranco Fini abbia cognizione di cosa laicità sia, ma forse lo sa ed è cosa di cui nulla gli importa. Ritiene “ovviamente” che non si traduca in voti paragonabili a quelli delle sacrestie.

venerdì, aprile 25, 2008

Libera informazione in libero Stato. Con Beppe Grillo e contro Maurizio Gasparri

Versione 1.1

Non ho finora stabilito nessun rapporto organico con la Rete del Grillo, ossia con l’organizzazione mediatica creata da Beppe Grillo si direbbe con molto successo. Me lo fa credere il riso sguaiato ed irresponsabile di Maurizio Gasparri, che io pur dello stesso partito non ho votato, non potendolo votare per il pessimo concetto che ne ho sempre avuto sotto tutti gli aspetti e pur avendolo dalla mia parte politica. E qui mi fermo perché usciremmo dalla critica legittima all’insulto illeggittima, come lui ben sa, irridendo perfino. L’irresponsabile provoca all’inverosimile: della vostra critica costituzionale me ne sbatto, sembra dire, mentre gli insulti non me li potete fare perché sono incostituzionali ed illegali e come tali soggetti a sanzione. Quindi chi intende operare strettamente sul piano della legalità e della non violenza, si può ben rodere il fegato, mentre io scialo e sguazzo con altri cinque anni di legislatura, dove potrò godere alla faccia vostra i frutti del regime, di un regime che già spalma 300 milioni di nuovi debiti per l’Alitalia sulla spesa quotidiana di quegli italiani che non giungono neppure alla terza settimana. Stupisce tanta arroganza in un personaggio che ricopre importanti cariche pubbliche. Caro Silvio, non abbiamo ancora incominciato in senso formale, ma sul piano sostanziale già si vedono le avvisaglie. Per quanto mi riguarda io l’aereo in vita mia l’ho preso pochissime volte e l'Alitalia mai. Viaggio in treno. E quindi per me l'Alitalia proprio non c'entra. Credo che il Lumbard Bossi voglia far pagare Malpensa a tutti gli italiani, fino ed oltre la Calabria.

Ma torniamo a Beppe Grillo ed alla giornata odierna, Dovrebbe esservi qui vicino casa, in Roma, un banchetto per le firme dei tre referendum. Questa mattina ho sentito gli invidiosi dei Radicali osservare che per motivi tecnico-giuridici questa raccolta potrà essere inutile. Loro sono bravi, avendone fatti tanti. Ma anche se così fosse, io ci andrò lo stesso. Non solo. Alla prossima raccolta mi siederò io stesso ad un banchetto per la raccolta delle firme. Ad altri grillini di zona proporrò l'acquisto in comune di attrezzature (tenda, tavolo, sedie) da utilizzare numerose volte per scardinare le cattive leggi dalle quali siamo oppressi. Di certo bisogna incominciare con la liberazione dell'informazione, tutta di regime.

Ieri sera mi sono virtualmente unito alla marcia: con il numero di posto in marcia 96.070:

Vday

Ed ho pure lasciato un messaggio, comunicando quale mezzo di intervento nel ciberspazio i miei 24 blogs, di cui alcuni dedicati alla “libertà dei cittadini” ed alla militanza politica costituzionale e nonviolenta (tranquillo, Maurizio!) ed assolutamente trasversale sotto il profilo partitico e religioso: il blog è compatibile con tutti i partiti politici, in parlamento e fuori del parlamento, e con tutte le fedi religiose: cattolici, musulmani, ebrei ad identità non olocaustica, buddisti, non praticanti nessun culto religioso ed uomini e donne della più diversa e disparatà sensibilità religiosa, ahimé assorbita dal totalitarismo cattolico che ha indotto molti a ritenere che religione è o il papa ed il suo apparato di potere oppure non si ha nessuna religione di nessun tipo.

La lotta di liberazione dell'informazione e della ricerca storica è la madre di tutte le lotte e di tutte le battaglie. Non dovremo mai stancarci di combatterla fino alla vittoria, che è certa nella misura in cui si diffonde la nostra consapevolezza e la nostra voglia di libertà. Non è trionfalismo, ma certezza matematica del risultato. La libera informazione, la libera assuzione delle notizie e la libera circolazione delle idee e dei dati storici e scientifici ci permetterà di acquisire una diversa consapevolezza di noi stessi. Potremo dirigere le nostre azioni per scopi che sono nostri e non per consentire ai tanti Maurizi d'Italia di arricchirsi e scialare alle nostre spalle. Oggi si celebra il 25 aprile e la cosidetta Liberazione? Ma quale liberazione? Quando mai siamo stati veramente liberi? È sempre stata una presa per il... Ed ora è tempo di dire a questi signori: V.... E senza violenza alcuna! Ma usando gli strumenti che ci sono concessi. In primis i referendum abrogativi di pessime leggi. I radicali che hanno incominciato hanno ormai gettato la maschera: sono partecipi del regime che ritengono di criticare e di contestare. Ne vivono interamente e come nel caso del conflitto medio-orientali sono dalla parte dei carnefici.

Post scriptum
in gloria di Maurizio Gasparri
Vday

Ben sapendo che probabilmente le firme apposte per i tre referendum indetti da Beppe grillo sarebbero state invalidate non solo questa mattina ho messo la mia firma, ma nel pomeriggio rispondendo ad un appello per rimpiazzare tavolinari stanchi, mi sono messo al loro posto per raccogliere firme di pugliesi. Ho raccolto circa un centinaio di firme senza mai staccare gli occhi dai moduli. Alcuni non volevano firmare i referendum sull'abolizione delle agevolazioni all'editoria o per l'abolizione dell'albo dei giornalisti, ma assolutamente tutti stati concordi nel voler abolire le legge legata al nome di Maurizio Gasparri allo stesso modo in cui io in negativo non ne ho voluto sapere di votare per il Popolo della Libertà alla Camera per il solo fatto di aver visto il nome di Gasparri al n. 2 della Lista.

Tornando a casa ho trovato il televisore acceso su Otto e mezzo. Parlavano del V2, ma in termini assolutamente ostili. Per quanto mi riguarda non ho nessuna difficoltà a firmare nuovamente i referendum se le firme raccolte non sono valide in ragione del calendario. Da costituzionalista trovo strano che si voglia sindacare una manifestazione di popolo con una stupida legge procedurale sui termini. La manifestazione proprio per il giorno in cui è stata indetta ha per me un grande significato politico ed è su questo significato politico che ho voluto firmare. Ed allo stesso modo interpreto tutta la portata dell'evento che mi auguro cresca sempre più fino a dilagare e sommergere il vecchio ceto politico, afflitto da cecità ed inguaribile parassitismo.

Secondo Post Scriptum

Leggo vagamente che qualcuno avrebbe minacciato Maurizio Gasparri e che per questo lui presenterebbe querele non ho capito verso chi. Naturalmente, non posso legittimare nessuna azione illegale verso nessuno. Ma se ricordo qualcosa dai miei studi di diritti penale esiste l'attenuante della provocazione per chi compie determinati reati. La vittima, o persona offesa dal reato, può essere essa stessa provocatrice ed istigatrice del reato. Le dichiarazioni pubbliche di Gasparri, che tutti abbiamo potuto ascoltare, la sua sguaiataggine indegna di uno che è stato ministro della Repubblica, la sua totale mancanza di tatto e sensibilità, sono certamente fatti per irritare l'opinione pubblica e per provocare gesti insani ed illegali che in quanto tali devono essere certamente condannati e lo sono anche da me in questo blog e nella diffusione che esso può avere.

martedì, aprile 22, 2008

“De profundis”: un analisi del voto fatta da Teodoro Klitsche de la Grange, candidato alla camera per il PLI

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Pubblico qui di seguito un'analisi del voto fatta da Teodoro Klische de la Grange, candidato nel mio collegio al n. 3 della lista del Partito Liberale Italiano. Una lunga amicizia ed una profonda stima mi lega all’avv. De La Grange. Non potevo non votarlo, pur conservando io la mia tessera di Forza Italia e militando nel popolo delle Libertà. Incontrando proprio sotto caso il consigliere Piergiorgio Benvenuti, per il quale ho votato alla provincia e voterò di nuovo al ballottaggio, ho spiegato la mia distinzione fra cittadino, elettore e militante di un partito, secondo cui un militante può non votare il candidato che altri hanno messo in lista, pur restando militante nello stesso partito. Per essere con lui più convincente e persuasivo ho spiegato che non potevo votare al Senato per Maurizio Gasparri (n. 2 dopo un Pera di nome e di fatto tale), il quale in pubbliche dichiarazioni affermava di voler licenziare i docenti della Sapienza che non avevano gradito la visita del papa e che si rifiutavano, in pratica, di andargli a baciare la pantofola, cosa che un Maurizio Gasparri è disponibilissimo a fare, pur di avere i voti dei cattolici, da lui espressamente chiesti dopo esserfi professato “cattolico”, ma senza esser per questo dare garanzia di essere un “buon cristiano”, almeno secondo quanto io pensi in materia di religione. «Come posso votare uno che dice di volermi licenziare?», ho riassunto al consigliere Benvenuti, che si è lasciato convincere, ridendo di cuore alla mia domanda. Con il consigliere Benvenuti, ma già anche con il consigliere uscente (al Comune) Pasquale De Luca, abbiamo già convenuto sulla necessità di aprire una nuova sede nel popoloso quartiere Marconi, dove il “Popolo della Libertà” possa fondersi (e non giustapporsi) in una nuova aggregazione politica. Purtroppo, i soldi necessari per le sedi zonali non vengono messi a disposizione dalle segreterie nazionali dei partiti, ma dai singoli consiglieri (De Luca o Benvenuti). Così proprio non va bene, anche perché sono infiniti i soldi del finanziamento pubblico preso dalle tasche degli elettori. Questi soldi devono ritornare agli elettori perché possano riunirsi nei loro quartieri e possano far politica in sedi proprie della politica, anziché nelle sacrestie delle parrocchie, dove politici privi di scrupoli e di dubbia moralità contano di raccogliere i loro voti. Se così non sarà, allora bisognerà ritornare ad un nuovo referendum per l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, che aveva già avuto il consenso di oltre il 90 per cento degli italiani. Il modo in cui tutti i partiti hanno eluso un pronunciamento popolare, mai così unanime, è una delle pagine più vergognose della cosiddetta democrazia italiana.

Antonio Caracciolo

Teodoro Klitsche de la Grange

DE PROFUNDIS

L’esito inaspettato delle elezioni politiche (assieme al successo della Lega Nord, quello veramente tale) e cioè l’uscita dal Parlamento dell’estrema sinistra, merita, a distanza di qualche giorno, una riflessione. Raggruppatasi sotto il comune denominatore dell’anticapitalismo più che del comunismo - la contesa sulla falce e martello sul simbolo era il riflesso di quell’ordine di priorità – e ondeggiante tra i richiami pre-elettorali a idola di un passato ingloriosamente defunto (la “proposta” di trasferire a Roma la salma di Lenin o l’esaltazione in Parlamento della Rivoluzione d’ottobre) e un più concreto – meno improponibile e, a tratti, condivisibile - antagonismo a tutte le innovazioni del capitalismo e dell’organizzazione e protezione sociale “post-moderna”, la sinistra radicale ha, con l’esclusione del Parlamento, in sostanza convalidato e consolidato il decesso del primo e la razionalità (perché realtà) delle seconde. E’ stata, ancora una volta, la convalida dell’ “eterogenesi dei fini” (o paradosso delle conseguenze): una campagna fatta a nome dell’antiglobalismo, di un ecologismo arruffone e di un pacifismo senza politica e quindi senza pace, ha dimostrato con quel risultato, che il consenso che certe posizioni ottengono è marginale: di poco superiore – sotto lo zero virgola - a quello conseguito della destra “dura e pura”.

E con ciò si può considerare finalmente avvenuto quanto ripetuto, a caldo, soprattutto dai leghisti: che anche in Italia è caduto il muro di Berlino, con l’uscita degli ultimi eredi “ortodossi” del “moderno principe” dalle aule parlamentari.

Tuttavia, tenuto conto di altri dati disponibili, la riflessione può essere approfondita.

In primo luogo: appare evidente la perdita generale di consenso, più accentuata al nord, in quella che era la culla storica del comunismo nostrano, nato nei consigli di fabbrica della Torino del primo dopoguerra; ancora più analisi dei dati elettorali dimostrerebbero che tra gli operai il consenso alla sinistra sarebbe inferiore a quello accordato al PDL ed alla Lega. Non è solo la riduzione quantitativa della “classe operaia” a generare la sfortuna elettorale della sinistra, ma il diverso orientamento politico della base “naturale”.

Questo dato – e risultato – appare coniugabile al “crollo” internazionale del comunismo. Vediamo come:

Politicamente il comunismo è una idea polemogena, raggruppante (e dividente) l’intera umanità in due schieramenti contrapposti: proletariato e borghesia, votati necessariamente alla “guerra civile mondiale” (Weltbürgerkrieg) che altrettanto necessariamente doveva concludersi con la vittoria del primo, l’eliminazione della seconda, l’edificazione della società comunista (e la conseguente fine della storia). Il tutto sarebbe derivato dall’essere il comunismo la “soluzione dell’enigma della storia”, costituita essenzialmente dalla consapevolezza che le “sovrastrutture” (politiche, istituzionali, religiose, mondiali) sono determinate dalla “struttura” economica.

In realtà la storia – e non solo del XX secolo – dimostra, al contrario, che non c’è alcun ambito del pensiero umano che possa condizionare in modo così decisivo (ed esclusivo) gli altri: anzi, probabilmente sono quelli “sovrastrutturali” – cioè le rappresentazioni del mondo costituite da visioni religiose, scientifiche, culturali in genere, a condizionare i “rapporti di produzione”. Ciò non toglie che, nel secolo breve, gli ideologi comunisti erano riusciti a indurre largamente la credenza, convalidata dalla divisione del mondo in blocchi di Stati contrapposti sotto le rispettive bandiere, che così fosse. Un “proletario” che combatteva contro i bianchi, i tedeschi o i giapponesi invasori era convinto che il nemico reale fosse l’imperialismo borghese: anzi lo “status” di questo era quello di “nemico assoluto”, l’ultimo da combattere per arrivare alla “fine della storia”, senza più guerre né potere (politico in primo luogo).

La situazione cambiò con la perdita d’intensità della distinzione amico-nemico fondata sulla lotta di classe; a differenza che nel comunismo statu nascenti, per cui il nemico contro cui condurre la guerra giusta era il capitalismo, in quello senescente la percezione del capitalismo come nemico di classe si era sbiadita tra i governanti e, probabilmente, svanita del tutto o quasi tra le masse dei governati. La credenza nel comunismo era così erosa nel pilastro fondamentale: la percezione-convinzione che il capitalismo fosse il nemico assoluto, da sconfiggere con la lotta di classe.

Al posto di questa le vecchie opposizioni “tradizionali” nella storia, fondate sull’identità etnica o religiosa o d’altro genere, soffocate o “relativizzate” dal conflitto di classe – un tempo percepito come decisivo – riprendevano esse il carattere decisivo di costituire i raggruppamenti amico-nemico. Così in luogo della grande guerra tra proletari e borghesi hanno ripreso vigore le identità e le contrapposizioni (antiche). Serbi contro croati, albanesi contro serbi, ceceni contro russi, (ed anche musulmani contro “crociati”) e così via. L’identità collettiva, fondata negli stati comunisti dal carattere “di classe” dell’istituzione statale, muta punto di riferimento e diviene (nuovamente) identità nazionale e/o religiosa e culturale. Il nemico “reale” che già Eschilo considerava il consolidatore (della pace e) della “polis”, perché relativizzava i conflitti interni, non è più percepito come tale. Il rapporto tra identità collettiva, opposizione fondamentale, e nemico sfuma progressivamente e finisce per travolgere (per collasso spontaneo) l’ordinamento che su quella opposizione si basava. Tale era il grado di esaurimento e di perdita di senso della contrapposizione di classe che, caso raro nella storia, il comunismo – come mi è capitato di scrivere mesi fa sull’ “Opinione” – è crollato senza che nessuno tentasse di tirare almeno qualche schioppettata in sua difesa. Ha avuto una storia quanto mai tragica ed una fine quanto mai tranquilla: ma l’una e l’altra erano tali in funzione dell’intensità della contrapposizione di classe.

Opposizione che era stata l’ideologia marxista a far lievitare, fino a farle attingere la dimensione pubblica (e politica). Se il “Manifesto” comincia con la celebre universalizzazione del conflitto di classe (“la storia di ogni società esistita fino ad oggi è storia di lotta di classi”), il “maestro” di Marx cioè Hegel aveva collocato i §§ 243 – 246 (su classi e conflitto di classe) dei “Grundlinien” nella sezione dell’opera in cui trattava della società civile, e non dello Stato, così considerandolo implicitamente qualcosa di “privato” e non “pubblico”. Il salto del quale dal privato al pubblico – e al politico – a costituito l’essenza (politica) del marxismo. La perdita di senso e d’intensità di tale opposizione l’ha ricondotta di converso ad una dimensione “privata” e non decisiva.

Il fatto quindi che gli operai di Sesto S. Giovanni votino in larga parte per i partiti di centro destra significa che ritengono più “decisiva” la soddisfazione di un altro genere di bisogni o la soluzione di problemi diversi da quelli derivanti della situazione di lavoro e dei rapporti di produzione.

Attenuatosi quello di classe altri conflitti assumono carattere politico, costitutivo dei raggruppamenti sociali in lotta. Il ripetere, da qualche anno, dell’esistenza della contrapposizione tra popolo delle “partite IVA” e dipendenti statali è avvertito come assai più “determinante” di quello; con l’altro – in parte coincidente – tra tassati e tassatori; o l’altro, meno avvertito dei precedenti, tra produttori ed intermediari finanziari. Lo stesso deperire del potere sindacale ha la stessa ragione: in una società che non avverte più come determinante il conflitto di classe, il sindacato diviene altrettanto inutile del partito classista. La stessa scriminante-radice, economica, del conflitto di classe è ridimensionata: come il marxismo si è sviluppato nel secolo del dominio borghese “classico” e dell’economia politica, così deperisce in un’epoca in cui la scriminante decisiva ha un fondamento diverso.

E con ciò riassume un carattere “privato” e politicamente relativo: e un partito che su quello si fondi è altrettanto politico di un circolo dopolavoristico, una bocciofila, o una biblioteca circolante.

Una cosa per cui non vale la pena di lottare né di rischiare: e proprio per questo finita nell’archivio della storia.

Teodoro Klitsche de la Grange


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Mi associo alle condoglianze del comunismo bertinottiano o alla Diliberto, ma non con irriverenza, scherno, denigrazione. Nei miei anni giovanili ho in parte condiviso quelle idealità. Di Marx continuo a ritenere che sia molto più un liberale radicale che non un comunista staliniano o bertinottiano. Per la sinistra italiana, estromessa a sorpresa fuori dal parlamento, credo che occorra guardare non già alla loro specifica ideologia, da me mai elettoralmente condivisa, ma ai bisogni economici degli strati sociali più malmessi da essa rappresentati.
Come “partito del popolo” bisognerà farsi carico di ciò che che i “comunisti” alla Bertinotti non hanno saputo rappresentare. Se è vero che è crollato quella costruzione politica che era associata al comunismo, cioè l'URSS, è anche vero che un'altra forma politica rubricata con il nome “comunismo”, cioè la Cina ha invece dimostrato e dimostra una vitalità che non cessa di stupirci. Non intendo qui per nulla addentrami in un’analisi del cosmo cinese, ma esprimere solo una certa cautela da forme di entusiasmo verso un capitalismo inteso come una forza cieca alla ricerca dell’utile per l’utile senza alcun riguardo per le conseguenze, spesso tragiche, di una ricerca sfrenata del guadagno per il guadagno. È anche vero che milioni di persone muoiono di fame e la maggior parte dell’umanità soffre l'indigenza, mentre la ricchezza non sempre accompagnata da merito imprenditoriale si accumula in ristretti spazi ed il pianeta rischia di sparire per un'ingordigia che appare ingovernabile e superiore ad ogni legge formale e ad ogni principio etico. Se il paradiso in terra promesso dai comunisti non è stato per nulla raggiunto, temo che se quello in cui ci troviamo sia il solo paradiso possibile, allora avremmo poco di che gioire per la scomparsa di una sia pur fallace speranza offerta dai tardi epigoni di un comunismo che non credo sia mai esistito nelle intenzioni di un Karl Marx.

domenica, aprile 20, 2008

Commento a Palmieri, n. 1

Versione 1.0

In questa nuova fase del “Popolo delle Libertà”, nome che forse bisognerà ritoccare ancora una volta per il suo scarso senso logico-lessicale, anche io intendo dare un nuovo impulso a questo blog concepito per la militanza politica “dentro” Forza Italia. Ricordo cose da me già dette molte volte, e cioè che ogni cittadino ha il diritto di iscriversi ad un partito per concorrere alla formazione della politica nazionale. È mancata finora una legge di concreta attuazione delle linee guida dettate dall'art. 49 della costituzione. Ho finora considerato un fatto positivo ed auspicabile l'evoluzione verso il bipartismo. Se però questa evoluzione non sarà presto accompagnata da una legge di attuazione dell'art. 49 che introduca all'interno dei due maggiori partiti una vera e propria vita democratica, una possibilità estesa e ramificato di confronto e dibattito quotidiano, un controllo democratico degli eletti finora abituati abituati a vivere il loro status come un privilegio di casta, allora non l'evoluzione verso il bipartitismo non sarà stato un avanzamento della democrazia, ma un suo grave arretramento assai peggiore del proporzionalismo. Per questo obiettivo mi batterò nei limiti delle mie possibilità. Intanto, come prima iniziativa ripubblicherò le mailingi list che mi giungono regolarmente a firma dell'on. Palmieri. Ne ho sempre trovato il contenuto alquanto trionfalistico e propagandistico, in pratica di nessuna utilità per chi lo riceve, cioè per tutti gli iscritti. Farò ogni volta un commento critico al testo, sperando che il suo estensore lo legga e ne migliori la prossima volta il contenuto.

Contatto n. 12/2008

Per le singolari coincidenze della storia, oggi ricorre il sessantesimo anniversario della vittoria elettorale del 1948, giorno in cui la DC di De Gasperi, con il concorso dei partiti laici, sconfisse la sinistra socialista e comunista.

Quella fu una vittoria clamorosa, l’inizio di un cammino di libertà e di progresso che portò l’Italia in pochi decenni a diventare uno dei paesi più importanti del mondo. Dopo la nostra altrettanto clamorosa vittoria di lunedì, ora tocca noi la responsabilità di avviare un periodo di buon governo e di riforme che facciano ripartire l’Italia e la rimettano al posto che le spetta, in Europa e nel mondo.

Come il presidente Berlusconi ha ribadito più volte, siamo consapevoli del duro compito che ci aspetta. Lo svolgeremo mettendocela tutta, sapendo di poter continuare a contare sul supporto di persone come te. Questi sono ancora i giorni della soddisfazione per il risultato ottenuto insieme: per condividere on line il ringraziamento per il sostegno puoi usare la cartolina che trovi qui http://rialzatianchetu.forzaitalia.it/ .

Ora godiamoci questo primo fine settimana dopo la vittoria. Da lunedì si torna in pista...

Grazie per l'’attenzione.

on. Antonio Palmieri
responsabile comunicazione elettorale e internet Forza Italia/PDL

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Non so quanto l'on. Palmieri conosca la storia. Io nel 1948 non ero ancora nato, ma ho un ricordo abbastanza nitido delle giostre elettorali dagli anni 60 in poi. Non farei nessun paragone con il 1948. Il voto del 2008 è un voto di disulusione, disincanto, disperazione. Non mi illudo che gli uomini eletti abbiano qualità taumaturgiche e siano a priori migliori di quelli che li hanno preceduti. Anzi, in un certo senso sono peggiori in quanto non sono stati eletti, ma messi in lista non si sa bene da chi. Se da questo modo di operare ne verrà del bene anziché del male, è cosa che resta da vedere. Posso dire che mai come oggi mi sento in vena di seguire l’attività del governo giorno per giorno, decisione per decisione. Se lo riterrà opportuno è necessario, vi sarà anche la mia opposizione interna di partito e dirò tutto quello che penso senza timore e rispetto per nessuno.

sabato, aprile 19, 2008

Ed altre voci già si sentono fuori dal parlamento!

Versione 1.0

Era prevedibile quale sarebbe stato il significato della candidatura Nirenstein non già “eletta”, ma “nominata” nel più antidemocratico dei parlamenti di questa repubblica. Dalla nota dell’agenzia filoisraeliana «Informazione Corretta» si apprendono cose interessanti alle quali rinvio e dal cui commento mi astengo, eccetto che per dire che alla “minaccia” della voce di Fiamma Nirenstein “che si farà sentire in parlamento” è facile opporre le voci che già si levano “fuori” dal parlamento. Tanto più che ne è rimasta fuori proprio quella parte che aveva un diretto contatto con gli umori ed i bisogni della gente. Non mi piace il linguaggio delle minacce, ma il momento che vive il nostro paese, afflitto da gravissimi problemi, è di estrema gravità. Mi auguro che il governo Berlusconi, che ha il grave torto di aver imbarcato anche una Fiamma Nirenstein, sia in grado fin dai primi mesi di dare i giusti segnali, che non saranno certo quelli di portare l’Italia in guerra per la bella faccia della «colona» israeliana, la cui protezione grava addirittura sul contribuente italiano anziché sulle finanze israeliane, come sarebbe stato giusto. Da calabrese posso finalmente capire con tutte queste scorte e questo spreco di risorse umane e di pubblico danaro perché molti territori della Calabria sono lasciati del tutto sguarniti e facile preda della criminalità, perché manchi addirittura la benzina per le macchina di pattugliamento del territorio. Spero che fra le tante cose da fare il governo Berlusconi si decida a togliere le scorte alle varie Nirenstein, Magdi Allam e simili e disponga gli uomini dove servono per la protezione dei cittadini.

giovedì, aprile 17, 2008

Chi di spada ferisce... Il ballottaggio a Roma

Versione 1.1
(status: 18.4.08)

Se Fiamma Nirenstein è stata nominata in parlamento, dove fare solamente azione di lobbying per Israele e per la limitazione della libertà di ricerca in campo storico, lo deve a Gianfranco Fini, che ha calcolato in questo modo di intercettare il voto ebraico, che a Roma – stando a Bordin – non è di grande consistenza numerica, ma gode – dice lui – di grande prestigio. Ed è da dargli ragione se per prestigio si intende i grandi favori che Veltroni ha fatto loro, fino a concedere la Lupa capitolina a Foxman, capo mondiale della ADL e redatore di “liste nere” su cui nessun garantista nostrano ha torto il naso. Verrebbe da chiedersi se adesso Fini attraverso Fiamma Nirensten, che dovrebbe ringraziarlo per la nomina parlamentare, riuscirà a presentare il conto alla “comunità ebraica” e se la comunità ebraica vorrà pagarlo, dopo aver ricevuto non pochi favori. A sentire Pacifici, sembrebbe che i vari Fini ed Alemmano possono ricevere solo insulti, pur avendo “pagato” i prezzi richiesti. Fini ed Alemanno dovranno scegliere se rifiutare i voti contaminati e scomunicati di Storace o sapranno dire agli ebrei romani che le loro pretese hanno un limiti e che i conti dovrannopagarli pure loro: vi abbiamo dato dei seggi in parlamento. Adesso così ci ripagate?

La vicenda è interessante, istruttiva, divertente. La seguiremo in questo stesso articolo con successivi aggiornamenti. Eccola Fiammetta Frankenstein che esce allo scoperto: non si sputa sul piatto sul quale si mangia, vorrei veder, ma con Pacifici? Ecco che qualcuno pensa di farne una biografia. Ovvero i nostri amici vogliono mangiare su tutti i piatti? Ah, ah! Che squallore la cosiddetta politica. La speranza è che donna Fiammetta si accontenti ad intascare i danari alla nostra bella faccia di gonzi e se ne stia nella alude dei peones. Se poi vorrà pure dettare la politica estera, allora bisognerà scendere in piazza.

Links:
1. Fiamma Nirenstein: una “colona” in Parlamento;

Politica

ELEZIONI/ FIAMMA NIRENSTEIN, UNA 'COLONA' IN PARLAMENTO (HAARETZ)

La neo-deputata del Pdl da dieci anni vive nel quartiere di Gilo

postato 8 ore fa da APCOM

Roma, 18 apr. (Apcom) - "La prima 'colona' a essere eletta in un Parlamento non israeliano": così il quotidiano israeliano Haaretz presenta Fiamma Nirenstein, la giornalista esperta di Medio Oriente eletta alla Camera dei Deputati con Il Popolo delle Libertà.

La giornalista - scrive Haaretz - vive da dieci anni nel quartiere di Gilo a Gerusalemme, uno dei più grandi del Paese. "Se ci atteniamo alle definizioni delle Nazioni Unite, che considera Gilo una colonia, si potrebbe dire che la Nirenstein è la prima colona a diventare membro di un parlamento non israeliano".

Al quotidiano israeliano la Nirenstein spiega di sentirsi israeliana sebbene non abbia mai richiesto la cittadinanza dello Stato ebraico. "Mi sento come se avessi fatto l'aliyah". E durante la campagna elettorale in Liguria, dove era candidata, la giornalista si è rivolta agli elettori italiani ricordando loro che Israele è in prima linea nella lotta contro il terrorismo internazionale. "Non ho parlato alla gente di problemi locali, ho detto invece loro che la cosa più importante per la loro identità italiana è quella di stare al fianco di Israele". Non a caso la Nirenstein ha intitolato il suo ultimo libro "Israele siamo noi", e il "noi" è ovviamente riferito agli italiani.

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RUTELLI CONDANNATOANNIBALE18-04-200813:49
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