sabato, marzo 11, 2006

Religione e politica

Non so se il mio breve commento all'articolo di don Gianni Baget Bozzo con titolo redazionale "No all'islam nelle scuole" verrà considerato fra i "migliori commenti" e quindi meritevole di essere pubblicato in "Ragionpolitica.it". Sul momento di commenti non ve ne era nessuno. Senza i limiti in quel sito previsti svolgo qui alcuni estemporanei commenti a don Baget. Egli lamenta che il cardinale Martino abbia auspicato che si insegni nelle scuole non solo il cattolicesimo, ma anche l'Islam. Non mi propongo di entrare nei dettagli dell'argomentazione del cardinale Martino, che non conosco direttamente, ma le mie considerazioni sono diverse da quelle di don Baget.

Intanto a me pare che la mancata distinzione fra religione e politica ancor prima che nell'Islam sia esistita nello stesso cattolicesimo, che con Teodosio diventa religione di stato, proibendo e perseguitando ferocemente la vecchia religione greco-romana, sprezzantemente passata alla storia con il nome di "pagana", ma la cui ricchezza e profondità religiosa ben reggerebbe il confronto con gli odierni monoteismi, per loro natura intolleranti, come hanno mostrato nel corso dei secoli. Da allora il cattolicesimo non ha potuto vivere ed esistere senza una connessione costante con la politica e lo stato. Addirittura con la falsa donazione di Costantino il papato pretendeva di ereditare l'autorità che fu degli imperatori romani. L'odierno Concordato e le continue ingerenze della Gerarchia ecclesiastica nella vita civile e politica del nostro paese come possono accreditare nel cattolicesimo una pretesa distinzione fra religione e politica che sarebbe invece estranea all'islam? Il pensiero laico ha creato la separazione fra stato e chiesa, fissando per la religione e tutte le chiese uno spazio interamente privato. Ma su ciò insorgono gli astensionisti referendari ed i loro referenti politici (autentiche quinte colonne), rivendicando per la Chiesa una dimensione pubblica. Dire cattolicesimo significa dire stretta connessione con la politica, lo Stato, un regime.

Di religione nelle scuole, a mio avviso, non se ne dovrebbe insegnare affatto. Esistono a questo scopo le chiese, le parrocchie, le moschee, i templi. Se però si intende la religione, o meglio la religiosità, come un fatto culturale che ha accompagnato l'umanità nel corso della sua storia e che ancora oggi conserva un suo senso, adatto ai tempi, in tal caso non trovo sconveniente un corso affine alla storia della filosofia o delle letterature mondiali, dove si presenta con il maggior rigore possibile e la migliore competenza un excursus sulle manifestazioni dello spirito religioso. Quindi non solo cristianesimo in tutte le sue varianti, islam ed ebraismo, ma anche le religioni extraeuropee e soprattutto quelle religioni estirpate con violenza, ma che costituiscono le più profonde radici europee e mediterranee. Intendo il vituperato paganesimo, alle cui cerimonie parteciparei volentieri se fossero sopravvissute fino a noi.

Infine, caro don Baget, dissento da lei totalmente sulla connessione fra islamismo e terrorismo. Quest'ultimo nasce su un terreno esclusivamente politico. La forma religiosa, se esiste, è soltanto una forma occasionale. L'islamismo è associabile al terrorismo ne più né meno di quanto lo stessa cosa possa dirsi per il cattolicesimo. Le nostre analisi saranno sempre vane e fuorvianti fino a quanto non scopriremo le radici politiche del terrorismo. L'ostacolo maggiore ad una simile analisi non viene tanto dalla sua intrinseca difficoltà quanto dal fatto che i ceti politici dominanti preferiscono mascherare il fenomeno con una cornice religiosa. Mi sembra tuttavia che sia definitivamente tramontato il tempo delle guerre di religione, anche se vi è chi ha interesse a tentare di attizzarle. Alle comunità musulmane si deve in ogni caso il massimo rispetto in una logica geopolitica che contempli relazioni pacifiche e costruttive fra tutti i popoli che si affacciano sul Mediterraneo e che costituiscono il cosiddetto mondo antico.

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