domenica, luglio 23, 2006

L'embrione: un peccato da espiare

È passato del tempo dal forte scontro di coscienze che si è avuto con la vicenda referendaria. A differenza di altri referendum di cui si è sopito il dibattito e le contrapposizioni che si erano avute fra sostenitori del sì o del no, per quanto riguarda l'ultimo referendum è difficile dimenticare. Ed io non posso dimenticare, non perché mi bruci una sconfitta che in nulla mi colpisce, ma perché è stato posto allora per oggi e domani il problema della libertà di cui posso disporre in questo nostro paese, dove la gerarchia cattolica decide in materia di libertà dei cittadini. Il problema resta serio ed è comprensibile che gli animi restino in uno stato di forte apprensione. Hanno commesso un grave errore di valutazione quanti hanno inteso imporre le loro posizioni confessionali, ma direi soprattutto ha irritato ogni persona di matura coscienza ed onesta sensibilità la gerarchia cattolica che al convincimento per fede ha preferito il ricorso ai mezzi del potere temporale, intimando un ordine di scuderia ai suoi deputati e senatori, non importa in quali partiti distribuiti.

In un altro post ho sostenuto che in quanto ricercatore (ad ognuno il suo mestiere, anche in dignità se l'un mestiere vale l'altro) che in coscienza non posso sentirmi vincolato da una legge che ritengo ingiusta e fatta da chi non ha il diritto di comprimere la libertà dei cittadini. Un'autorità è legittima in quanto garantisce e protegge la vita e le libertà dei cittadina. Sulla vita torno subito. Le leggi hanno il loro valore di legge in quanto sono osservate con un atto di libertà dai cittadini, non come pura imposizione. Una legge non sentita come giusta in sé genera la sua elusione ed trasgressione: in Italia il fenomeno è diffuso, ma ciò non vuol dire che i cittadini sono criminali, ma che i legislatori improvvisati che siedono in parlamento non sanno neppure cosa una legge sia. La legge n. 40 è un esempio di legge prodotta da ignoranti.

Non sono un ricercatore di scienze mediche e biologiche, ma parto dall'assunto che le ricerche sulle cellule staminali siano l'ultima frontiere nella lotta eterna dell'uomo contro la morte e la malattia che lo sovrasta da quando ha acquisito coscienza di se stessa. Durante la morte dell'ultimo papa mi ero imbattuto in una vecchietta che era ingenuamente persuasa che il papa polacco stesse guardando sulla terra da una finestra più in alto di quella del suo studio con affaccio su Piazza San Pietro. Per chi crede che tutta l'arco dell'esistenza umana si svolge su questa terra e che dopo vi sia il nulla ed il silenzio, ogni speranza di vita è tutta posta nell'azione di contrasto della morte e della malattia attraverso il progresso della scienza e della medicina in particolare. La vita è un bene, il bene supremo al quale ognuno si sente legato. La vita è il presupposto per ogni agire. Di generazione in generazione si uniscono gli sforzi per combattere la morte e la malattia, prolungando il più possibile la vita e rendendelo vivibile combattendo la malattia. Nel romanzo di Brecht sulla Vita di Galilei, viene chieste alla frontiere la ragione dell'espatrio. Il giovane assistente di Galilei risponde: sono un fisico, cioè un ricercatore, un biologo.

Nella comparazione degli interessi non dovrebbero esserci dubbi in ordine al dibattito referendario dove stia il bene superiore da tutelare e privilegiare. Ho assistito al dibattito sulla punta di un ago, ossia sul fatto che un embrione, una cellula fecondata abbia consistenza microscopica, ma ciononstante per la posizione cattolica siamo già in presenza di un essere umano, soggetto di diritto e doveri (ma paga pure le tasse l'embrione?) come il concittadino che vediamo per strada. Si sostiene con grande acume logico che tutti siamo stati embrioni prima di essere quello che siamo. E alllora? L'embrione nasce forse per generazione spontanea? Avrei mai potuto esistere se non vi fosse stato prima mio padre (fornito dei suoi spermatozoi) e mia madre, e prima di loro i miei avi fino a risalire nella notte dei tempi al momento in cui l'uomo di distingueva dalla scimmia, e prima ancora di quando le diverse specie ancora indifferenziate esistevano nuotando nel brodo primordiale, ed ancora ancora prima. Trovo assolutamente sciocco un simile modo di argomentare.

Per venirne fuori ritengo che si debba riconoscere l'essere umano solo quando ne sono visibili i caratteri. Esiste poi il ruolo della madre che viene del tutto ignorata, quasi fosse un contenitore al cui interno debba svilupparsi incontrastato una specie di tumore maligno, una sorta di alien che rivendica i suoi diritti contro il contenitore ospite. Mi capita ogni tanto di ricordare la posizione di Hobbes circa i diritti della madre. Egli dice che la madre ha diritto di vita e di morte sul figlio, un diritto superiore perfino a quello del padre. Come mai? Perché? L'argomentazione more geometrico è la seguente: appena nato, il figlio non è in grado di provvedere a se stesso, a differenza ad esempio di talune specie animali. I piccoli di coccodrillo, usciti dall'uovo, vengono trasportati in bocca dalla madre che li getta in acqua. Da questo momento cessa qualsiasi contatto fra madre e figlio. Se il minuscolo coccodrillo, minacciato dalla sua stessa piccolezza, riesce a sopravvivere fino a diventare adulto e temibile, ha in premio la vita ed una posizione di tutto rispetto nel mondo animale. Se non riesce, muore. La madre della specie uomo si cura invece del figlio per parecchi anni e spesso per tutta la vita. Ma sul piano del diritto naturale (spesso a sproposito invocatato) è una sua libera scelta, non un obbligo che possa esserle imposto da un terzo estraneo.

Anche se i teologi sono capaci di sostenere tutto ed il contrario dei tutto a seconda della convenienza dei tempi, è costante una concezione della donna come mera fattrice di prole. Non è riconosciuta alcuna legittimità alla sessualità al di fuori dello scopo procreativo. "Partorirai con dolore!", è scritto da qualche parte. Ed il dolore è il fio da pagare per una colpa. L'embrione è esso stesso peccatore e per essere purgato del suo peccato originale deve aspettare la somministrazione del battesimo appena nato. Si entra nella società dei cristiani, nella Chiesa, in virtù del battesimo. Non esiste cristiano che non sia battezzato. Quindi, anche nel sistema giuridico della chiesa, il diritto canonico, il cristiano è tale in virtù di un fatto dichiarativo: «Io ti battezzo in nome, etc. etc.». Prima il cristiano in quanto tale e membro di diritto della chiesa non esiste: nella chiesa si entra per riconoscimento di natura umana e fatto dichiarativo e non si può più uscire dalla chiesa se non per condanna infamante (la scomunica), in passato seguita da morte fisica. Lo stesso ragionamente non dovrebbe valere per la società politica e l'embrione (visibile al microscopio) avrebbe già gli stessi diritti (non credo anche i doveri) del cittadino maggiore e capace di agire nonché di intendere e volere.

Ho sostenuto che la chiesa cattolica non è l'istituzione dell'amore reciproco, ma un vero e proprio ben articolato sistema di potere che ha i suoi punti strategici di forza in alcuni momenti essenziali della vita: nascita, matrimonio, morte. Questi momenti erano diversamente disciplinati nel periodo in cui era in auge la religione greco-romana. Debellata questa, il controllo di tutta la ritualità connessa ai momenti apicali della vita umana sono stati arrogatan dalla Chiesa cattolica e su questi si è costruito un ben collaudato sistema di potere. Mi rendo conto che con l'affermarsi di visioni diverse sui momenti della vita (nascita, unioni libere, patologia della morte) l'Istituzioni ecclesiastica si possa sentire minacciata alle basi del suo potere e mobiliti tutte le forze a sua disposizione.

Si sta profilando sul piano giuridico un fatto curioso. In tutte le votazioni in cui ad ognuno capita di partecipare si verificano di norma tre casi possibili: si vota a favore di qualcosa, oppure contro, oppure non si vota affatto: ci si astiene. Chi si astiene sa che lascia decidere gli altri, anzi vuole che siano gli altri a decidere. E ciò per i motivi più disparati: perché non ha nessun interesse all'oggetto della decisione, perché non ha capito il problema, perché è cosa che lo riguardi personalmente e vuole che siano gli altri a decidere su di lui, ecc. ecc. Ma non pensa mai che il suo astenersi equivalga ad un si o a un no: lui lascia che siano gli altri a decidere e si impegna ad accettarne l'esito, positivo o negativo che sia. Chi si astiene vale zero e non pregiudica la decisione degli altri. Orbene il deteriore gesuitismo ha partorito la nozione di astensismo attivo per cui il 75 per cento di astenuto, nel quale si sommano anche quelli che stavano a letto con la febbre a 40 o erano in punto di morte, per non dire poi dei brogli connessi alle liste degli aventi diritto, per non dire poi del broglio massimo del quorum (da abolire in un sistema democratico). Si ritiene che il 75 per cento di astenuti equivalga al 75 per ce di no. Assurdo ed inaccettabile. In realtà, il 25 per cento di voti espressi vale molto di più di una proposta di legge di iniziativa popolare. E' una valida indicazione per dire ad un parlamento che i quesiti referendari possono essere aboliti anche per intervento legislativo. Non sarebbe stato possibile se gli astensionisti fossero andati a votare e avesse prevalso il no. Hanno pensato di essere "furbi" (i preti sono sempre furbi: ne sanno una più del diavolo, dice un proverbio), e adesso rischiano di cadere nella stessa rete intessuta dalla loro furbizia.

(ancora da rivedere e correggere)

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