Se devo esprimere un'opinione, assolutamente libera, sulla presenza italiana in Iraq e in Afghanistan, ritengo che non si tratti di "missione di pace" (!), ma di piena partecipazione ad una guerra nella quale ci ha spinto un alleato molto più potente di noi: gli USA, che avrebbero potuto farsi da soli una guerra tutta loro. Di ONU non mette conto parlare: nessuno può seriamente attribuirgli del credito. Faccio fatica a capire l'utilità di questa politica estera, che avrà certamente un costo ed anche ingente. Sentiamo dire ogni giorno che mancano i soldi per questo o per quest'altro, ad esempio per l'università. Buttiamo però dei soldi in Iraq e in Afghanistan. Ho sentito dire una volta a Berlusconi che con la partecipazione alla guerra iraquena abbiamo venduto più vino negli USA.
Stiamo anche assistendo ad un allargamento del conflitto alla Siria e soprattutto all'Iran. Mi chiedo se manderemo soldati anche in Iran per portare la pace e la democrazia. Mi chiedo quale resistenza sapremo offrire se le nostre piazze, i nostri mercati, i nostri monumenti saranno fatti oggetto della stessa attenzione delle Torri Gemelle.
Non abbiamo vera autentica democrazia in casa nostra e pretendiamo di portarla in casa altrui: una carità pelosa. In passato, nell'immediato dopoguerra, la classe politica che prese il potere dopo la disfatta fu gratificata da Vittorio Emanuele Orlando di "cupidigia di servilismo". Cambiano i governi, ma resta lo stesso servilismo di allora. L'intervento di Berlusconi mi è parso deludente e inadeguato. Mi sarei aspettato di più da un leader. Ma non gliene faccio colpa. Per essere un leader più forte e rappresentativo avrebbe avuto bisogno di quel partito unico, radicato e capace di organizzare un dibattito ed un pensiero collettivo che rispecchiasse il pensiero della società italiana. Così non è ed ogni deputato fa esercizio di retorica, annaspa nel buio e non rappresenta altri che se stesso. Il paese resta fuori dalle stanze del potere ed è insondabile. Si sveglierà forse tragicamente e chiederà conto a chi pensava di governare in suo nome.
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