giovedì, febbraio 01, 2007

Nella fossa dei leoni

[Sto elaborando il testo in tempo reale: chi legge in questo momento vede un testo che si modifica ad ogni mia rilettura. Deve quindi rileggere anche lui lo stesso testo per le ultime modifiche. Il principio vale per tutti i miei testi in questo blog, testi che possono essere modificati e migliorati anche a mesi di distanza. Le riflessioni non possono essere scritte in una sola seduta di lavoro. Queste parentesi quadrate verranno tolte quando riterrò compiuto l'articolo, almeno in una prima approssimazione. Sto penando ad esempio ad una citazione di Mommsen, fatta in un intervento, sull'elemento ebraico come causa di dissolvimento dell'impero romano.]

Un episodio occorsomi proprio ier sera credo valga la pena di esser raccontato. Non ho né virtù né ambizioni letterarie, ma ci provo in quanto si tratta di un fatto rivelatore di un fenomeno diffuso sul quale i benpensanti preferiscono chiudere gli occhi. Con la scusa e con il pretesto della Shoa e con l’istituzione di giornate speciali per speciali memorie si è creata un’area di privilegio in cui una minoranza gode di crescenti privilegi a scapito di una maggioranza intimorita e colpevolizzata che si trova sempre più privata dei suoi diritti politici, soprattutto della sua “identità politica”, espressione che uso nell’accezione tecnica schmittiana che viene fuori dal “concetto del politico”, giustamente definito da Gianfranco Miglio una “scoperta copernicana” nell’ambito della scienza politica. Molti però vivono ancora in epoca tolemaica e di Copernico non hanno mai sentito parlare. La posta in gioco è grande e di essa i nostri politici, dediti principalmente alla depredazione delle risorse pubbliche su cui hanno finalmente messo le mani, probabilmente neppure si rendono conto. In pratica si sta svendendo quel concetto di patria che è stato ereditato dal Risorgimento e che era ancora vivo nei fratelli Rosselli, ebrei alquanto atipici e inattuali a giudicare dalla recezione odierna della ambienti ebraici. Si tratta della spoliticizzazione dei popoli europei, in particolare quello tedesco, per il quale il processo sembra ormai giunto allo stadio terminale. Se poi i nostri politici, che fanno leggi indegne del nome di legge, si rendono conto di quel che fanno, allora sono degli autentici criminali, ladroni diventati direttori di banca e custodi del pubblico erario. Ma veniamo al piccolo ma significativo fatto che voglio qui raccontare.

Per puro caso accettando l’invito di un vecchio amico che presentava un suo libro al »Centro ebraico italiano«, ubicato nel cuore di Trastevere di fonte all’isola Tiberina e non molto distante dalla mia abitazione, mi sono trovato in altro mondo, per me surreale, di cui non sospettavo l’esistenza e di cui non riesco a capacitarmi. Ho già detto fino alla paranoia che non mi interessa e non mi riguarda la questione del negazionismo e del cosiddetto Olocausto. Sono nato, vissuto e cresciuto in un ambiente culturale, assai marginalizzato ma che fortunatamente non ha conosciuto nelle forme abilualmente descritte gli orrori della guerra che per trent’anni hanno dilaniato nel secolo appena trascorso il continente europea. Mi sono fatto una raffigurazione mentale, contestabile quanto si vuole, per cui le tragedie inevitabili di una guerra giunta ai suoi gradi estremi di intensità, viene ancora oggi usata in modo strumentale per fondare un regime di privilegio e sopraffazione a discapito di terzi innocenti ed estranei. Certi stupide accuse e denigrazioni che mi sono state mosse da quelli della Informazione corretta (sic) sono quanto mai infondate sul piano dei fatti, della mia storia personale e delle mie posizioni attuali. In questo tempi di illibertà e censura è sempre bene gettare le mani avanti quando si tratta materia ebraica.

L’incontro al quale ho casualmente partecipato aveva per titolo: La famiglia Rosselli: ebraismo e italianità ed era un dibattito sul libro di Simone Visciola e Giuseppe Limone, apparso con titolo: I Rosselli: eresia creativa, eredità originale. L’incontro è stato introdotto da Alain Elkan, un nome ben noto in quel di Torino, dove è forse più alta che altrove l’intolleranza e dove proprio in questi un professore di liceo, Renato Pallavidini, al quale va la mia solidarietà di docente universitario, è fatto oggetto di inammissibili, inaccettabili e ignobili attacchi alla sua libertà di pensiero e di insegnamento. Si sentiva infatti nell’aria che Elkan era un nome “attrattivo”, forse troppo importante per il luogo. Infatti il personaggio per suoi impegni e motivi non è rimasto tutto il tempo, ma a un certo punto è andato via lasciando il microfono da conduttore ad una signora, di cui non ho afferrato il nome. La qualità della sua conduzione mi è però subito saltata agli occhi. Mentre non avevo nulla da obiettare ad Elkan, ma anzi ascoltavo con interesse le cose che diceva, la signora invece introduceva chiaramente sue opinabili opzioni politiche in materia di sionismo. Sembrava quasi di assistere ad una manifestazione di propaganda sionista, alla quale avrei potuto oppormi, ma considerata la mia estraneità al luogo giudicai prudente non esternare le mie opinione opinioni politiche. Non mi vergogno di professare la mia ignoranza, dicendo che non ho particolari e approfondite e specialistiche conoscenze in materia di sionismo, ma dal contesto dato mi è parso di capire che lo si intenda come una forma di integralismo ebraico, ossia una variante di quell’integralismo che già non accetto in versione cattolica. Nell’invito a stampa figuravano anche i nomi di Francesco Saverio Festa, che conoscevo e che mi conosceva senza esserci mai visti l’un l’altro. Vi era anche scritto il nome di Anna Maria Nassisi, che non ho individuato fisicamente e non saprei dire se era la conduttrice succeduta ad Alain Elkan.

Ciò che mi ha reso immediamente interessante i fratelli Rosselli, suscitando uno specifico interesse e proposito di lettura, è il loro dichiararsi innanzitutto italiani e solo dopo degli ebrei. Gli oratori sono stati espliciti su questo che nell’economia dell’incontro non è stato per nulla un elemento marginale ed episodici. Anzi direi che sia stato il punto centrale della manifestazione, come già del resto traspare dal titolo. Allo stesso modo in cui ognuno di noi è in senso politico innanzitutto italiano e poi anche calabrese, sardo, siciliano, lombardo, di religione cattolica, valdese, evangelica, greco romana antica, di nessuna religione, massone, ateo, e cosi via. Essere innanzitutto italiano significa poter essere chiamato alle armi per il sacro dovere di difendere la patria anche con il sacrificio della propria vita. Significa essere passibili del reato di alto tradimento e di tradimento della patria. Vale a dire che è possibile una sola (non due) identità politica per la quale si può e si deve combattere. In senso politico non possono esserci più identità: non si può combattere contemporaneamente dalla parte di ognuno dei due fronti contrapposti: o si spara da una parte o si spara dall’altra. La cosa può sembrare quanto mai inattuale, ma il principio costituzionale sussiste e non è stato ancora abrogato. Quando ciò avverrà sarà anche cessata schmittianamente la nostra esistenza politica. Di sfuggita osservo che se non vi è più patria (vedi), Giorgio Napolitano avrebbe potuto risparmiarsi il suo discorso, non avendo per destinatari italiani della cui unità nazionale potersi dire rappresentante. Avrebbe parlato soltanto alle sontuose pareti del Quirinale e alle sole persone ivi riunite a titolo di esclusivo privilegio.

I fratelli Rosselli si erano dunque professati innanzitutto degli italiani. Solo in subordine erano anche ebrei. L’essere ebreo non era in contraddizione con l’essere italiano, o meglio ancora l’essere italiano non era per i Rosselli un accessorio trascurabile dell’essere ebreo. Per questi aspetti, ai quali finora non avevo pensato, trovo i Rosselli di grande interesse. Se li si dovesse considerare solo degli ebrei, potrebbero interessare le comunità ebraiche, ma non vi sarebbe nessun motivo specifico per cui debba interessarmene anche io, spostando i miei limitati tempi di lettura e di studio da altri temi e soggetti proprio sui fratelli Rosselli. Sarebbe per me una perdita di tempo senza costrutto.

Nel corso della serata si è però agitato il problema se questa posizione dei Rosselli sia ancora oggi attuale. Con la nascita discussa e discutibile dello Stato di Israele sono presenti in molti paesi, ma soprattutto negli USA, comunità ebraiche, perfettamente integrate, che esercitano un pesantissimo condizionamento sulla politica estera degli Stati in cui risiedono. Esiste più o meno occulta una sorta di lobby che detta la politica estera. Non saprei immaginare la sopravvivenza politica e militare dello Stato di Israele senza il sostegno USA, che ha peraltro sui specifici interessi imperiali in Medio Oriente. Addirittura lo Stato di Israele dispone di un arsenale atomico, forse superiore a quello di Inghilterra e Francia. A nessun altro Stato è consentito possedere armamenti nucleari, ma ad Israele (che io sappia) nessuno ha mai chiesto conto dei suoi arsenali. La stampa quotidiana, in larga parte filoisraeliana, tace su questo punto. Ma è un silenzio eloquente.

Insomma, due sono le cose per quanto riguarda i Rosselli. O si tratta di personaggi anacronistici ed inattuali, due poveri disgraziati morti ammazzati in circostanze di cui non si è mai certi in un’epoca in cui la storiografia è diventata una sezione del ministero della propaganda. Ogni regime che giunge al potere si costruisce la sua storia che termina appunto con la sua apoteosi e fissa la sua politica culturale, le sue giornate della memoria, a cosa si deve credere ed a cosa non si deve credere. La professione autonoma dello storico è finita. Deve stare attento a ciò che scrive, se non vuol finire in galera. Oppure si tratta con i Rosselli di un sistema di pensiero politico, non banalmente condizionato (come si è detto) dal fatto di essere vissuti e morti prima della fondazione mitica della Shoa. Si è insinuato che se fossero vissuti ancora per un poco di anni, sarebbero stati certamente dei sionisti sfegatati, sostenitori dello stato di Israele e della sua politica. Dalle cose sentite da Simone Visciola e da Giuseppe Limone, ma anche dallo stesso Elkan e da Francesco Saverio Festa, a me non è parso così. Mi sembra che si tratti di un pensiero interessante e forse fecondo nel presente contesto storico-politico-culturale. Credo che sulla base del pensiero dei fratelli Rosselli possa instaurarsi un pacifico e fecondo interscambio fra italiani ed ebrei. Le leggi razziali in Italia sono state una sciagura della politica nella fase finale del regime fascista, ma non hanno coinvolto il popolo e la cultura italiana. Ma con la legittimazione dell’integralismo sionista, incautamente suscitato dal politico di lungo corso Giorgio Napolitano (che io non avrei voluto come presidente della Repubblica ed ora capisco perché. Andreotti era meglio!), tornano ad innalzarsi le mura del ghetto, dove però questa volta dentro il ghetto si trovano non gli ebrei ma gli italiani. A me interessa ovviamente la prima interpretazione dei Rosselli, l’unica lecita, non la seconda auspicata dai sionisti e mai esistita. Gli ebrei stessi devono del resto decidere cosa farne dei Rosselli. Se per loro sono morti e basta, essi restano di proprietà degli italiani. Se invece sono vivi ancora, essi sono un legame forte fra italiani ed ebrei ed una base possibile di convivenza e discussione.

A fronte del loro dichiararsi senza se e senza ma italiani ho voluto io intervenire non per parlare dei Rosselli, di cui so poco o nulla, ma per riferire di una testimonianza risalente a non molti anni addietro. Avrei prudentemente taciuto le mie opinioni politiche ma mi sarei limitato ad una oggettiva testimonianza pertinente allo svolgimento di un discorso da altri avviato. Ecco il fatto. Frequentavo spesso il Goethe Institut di Roma, con sede prima in via del Corso e poi in via Savoia. Disponendo l’istituto di una buona biblioteca, me ne sono ampiamente servito ma ho anche partecipato a numerosi convegni che vi si tenevano. Avendo io tradotto in italiano i principali libri di Carl Schmitt, mi era venuta l’idea di suggerire all’allora Direttore del Goethe Institut di organizzare un convegno proprio sul tedesco Carl Schmitt, un notevolissimo pensatore politico e giurista tedesco. Non credo che questa affermazione mi possa venire contestata. Ebbene, l’esperienza fu per me istruttiva perché mi fu rivelata la vera natura di un istituto come il Goethe Institut. Da giovane pensavo di istruirmi ascoltando con pazienza in lingua tedesca conferenze ostiche di ognore oratori spesso d’Oltralpi. Più non capivo e più mi accanivo a voler capire. L’insuccesso (ripetuto anche in altre occasioni)


Vi è ampiamente di che allarmarsi. Qui non si tratta di antisemitismo, ormai un termine di comodo e di facciata per nascondere autentici attacchi alla libertà di ognuno. L’infelice discorso del presidente Napolitano ha dato la stura al più aggressivo sionismo. Gli emarginati e discriminati di un remoto ed ormai mitico passato sono diventati i privilegiati di oggi, che reclamano a titolo di risarcimento peppetuo reclamano diritti e protezioni di gran lunga maggiori a quelli consentiti a cittadini ed non cittadini. Ho trovato agghiacciante la teorizzazione della doppia cittadinanza e della doppia patria, dove chiaramente la cittadinanza e la patria secondaria e residuale è quella italiana. Quanto mai sofistico e truffaldino l’esempio del filippino che vivendo in Italia avrebbe diritto a trasferire non solo la sua famiglia, ma la sua patria, facendo dell’Italia una propaggine delle Filippine. E di questo passo possiamo metterci il Senegal, l’Albania, la Cina e così via. Si sa che l’Italia è stata nei secoli terra d’invasione e nel nostro sangue scorre di tutto. Dobbiamo dunque tirare le somme e rendere l’Italia a tutti gli effetti quella che una volta si chiamava una mera espressione geografico.

Al signore anziano, di cui ignoro il nome ma secondo io non avrei capito quello che lui ha capito e che è metro di giudizio per ogni cosa, ho risposto di essere “povero”, disponendo io di una sola patria e di una sola identità, cioè quella italiana. Lui ne ha due. Il Mayer da me citato ne ha una sola avendo rinnegato quella tedesca, di cui però non rinnega i diritti e i privilegi.

Insomma, tutto questo è allucinante e viviamo in una specie di incubo. Per ridestarci è giocoforma reclamare la nostra libertà, la nostra patria, la nostra identità. Il discorso di Napolitano è stata quanto mai politicamente sbagliato. Ha prodotto dei guasti, le cui conseguenze saranno innanzitutto sotterranea avendo egli dato il via ad una sorta di terrorismo ideologico, per cui in questo paese i suoi cittadini non potranno più esprimere ciò che pensano. Lo diranno chiaro e forte quando saranno certe che le istituzioni siano effettivamente rappresentative del loro essere politico. Siamo stati invasi dagli alieni che hanno occupato tutti i vertici dello Stato e delle istituzioni. Di un colpo solo siamo stati ridotti alla clandestinità ed all’emarginazione.

Nessun commento: