giovedì, luglio 19, 2007

Lettere a “La Stampa” sul «cosiddetto Olocausto» e sul cosiddetto negazionismo

Versione 3.1

(testo in progress: il testo viene da me continuamente migliorato. Pertanto, chi lo legge è pregato di considerare la permanente non definitività. Anche nella parte già redatta possono essere tolti aggettivi ed avverbi, sostituiti con altri, aggiunti, ecc. Per i mutamenti apportati può basarsi sulla numerazione della versione. L’ultima versione è quella sulla quale occorre basarsi per eventuali contestazioni mi si vogliano fare.)

Sommario: 1. Prologo. – 2. Mie lettere a “La Stampa”. - 2a. Prima lettera: negazionismo e libertà di pensiero. – 2b. Repliche del giornalista Marco Ventura. – 2c. Mia seconda lettera: né negazionista né antisemita. 2d. Le due lettere di Marino Badiale con indebita replica di Marco Ventura. – 2e. Giuristi “democratici” senza idea alcuna di cosa sia democrazia. – 3. Lettera a “La Stampa” di Emanuel Segre Sion. – 4. Lettera di Francesco Coppettotti in replica a Emanuel Segre Sion: “Io non ho mai negato gli orrori di Auschwitz!”. – 5. Mia terza lettera a “La Stampa” rimasta inedita: cosa ho fatto?. – 6. Sion Segre Amar: Ma non chiamatelo Olocausto!. – 7. Francesco Coppellotti: Olocausto e sfruttamento. – 8. Carl Schmitt: Amnistia o la forza di dimenticare. – 9. Lettera di Luigi Cortesi: “La rivista Giano non è negazionista. – 10. Lettera a Cortesi e a “La Stampa”: sulla mia tessera di Forza Italia. – 11. Il ruolo di “Informazione Corretta”. – 12. Lettera di Claudio Moffa: La disputa sul negazionismo. – 13.Gli arcana svelati di ”Informazione Corretta".

1.
Prologo


Benché finisca in -ismo il cosiddetto negazionismo non ha la stessa valenza scientifica di idealimo (dottrina e movimento filosofico da Hegel in poi, passando per il marx-ismo fino ai nostri Gentile e Croce con innumerevoli diramazioni), o di platoni-smo, o kanti-smo, positivi-smo, e simili. La storia della filosofia è tutto un succedersi di ismi, ma non basta attaccare il suffisso -ismo ad ogni cosa per farne una dottrina filosofica. Confrontato a questi -ismi ho sostenuto che il cosiddetto negazionismo non ha nessuna valenza scientifica o filosofica. Direbbe Benedetto Croce si tratta di uno “pseudoconcetto” forgiato con intenti pratici, e cioè specificamente rivolto a screditare, denigrare, diffamare quanti nell’immane tragedia che non solo ha distrutto l’Europa nel 1945 nelle sue fondamenta materiali, ma ha anche steso una cappa sopra le intelligenze, per cui nella patria dell’Illuminismo un tranquillo e pacifico cittadino non è più libero di pensare, se ciò si trova in contrasto con gli interessi e gli equilibri politici sorti dalle disfatte belliche che l’Europa ha subito nel 1945. Si badi bene: qui non si tratta di pronunciarsi sull’accertamento dei fatti materiali che potrebbero venir condotti con la stessa tecnica delle istruttorie processuali. Si tratta invece di una ben precisa ideologia con la quale si intende colpire sul piano morale persone, spesso innocue ed inoffensive, alle quali in fondo viene imputato un reato di pensiero. Sul piano della gravità morale siamo ai livelli più bassi immaginabili. Insomma, per chi vuole onestamente capire basta leggere libri come quelli di Tom Segev o di Norman G. Finkelstein per apprendere quali immensi interessi politici, ideologici, economici, finanziari si celino dietro. Per chi non vuol capire a rivolgersi loro è lo stesso che parlare con il muro.

Per quello che mi riguarda personalmente vado ripetendo che non sono né un negazionista nel senso che “nego” i fatti storicamente accertarti della seconda guerra mondiale né un “antisemita” allo stesso modo di come non sono contro nessun essere vivente umano, animale, vegetale. Trovo del tutto estranei questi termini se mi vengono attribuiti. Normalmente, basterebbe prendere atto di una smentita. Ma qui sembra che nessuna smentita possa essere fatti. Qualcuno ha programmato che io debba essere diffamato come “negazionista” ed “antisemita” e sembra una fatica di Sisifo scrivere ai giornali che continuano a pubblicare simili diffamazioni.

Evidentemente, ciò che ha imbestialito i miei detrattori è il non volermi essere unito al coro di quanti si stanno adoperando per introdurre anche in Italia leggi liberticide destinate a cancellare di fatto le protezioni degli art 21 e 33 della costituzione. Mi rimproverano il fatto che io definendo il cosiddetto negazionismo niente altro che una dottrina denigratoria e diffamatoria costruita per fini politici darei a mia volta dei diffamatori a quanti attaccano quegli autori che peraltro non si sono mai loro stessi definiti “negazionisti”. Gli “idealisti” non hanno mai rifiutato di riconoscersi come tali e non hanno mai considerato infamante esser definiti tali. Chiaramente non è la stessa cosa a sentirsi dire “negazionista” nell’accezione che correntemente è data al termine. Quindi, anche per questa ragione non può attribuirsi senso scientifico al “negazionismo” allo stesso modo in cui non se ne doveva attribuire al “razzismo” che era diventata materia insegnata nelle università.

A dimostrare il contenuto “denigratorio” e “diffamatorio” connesso all’uso det termine “negazionismo” sono propri quei detrattori che di concerto si sono dati la mano in una campagna, i cui autori ed obiettivi diventano via via sempre più manifesti. Vale la pena stenderne l”elenco:
1.
2.
3.

Seguono alcune delle principali mie lettere a “La Stampa”, quotidiano torinese dal quale è partita la caccia alle streghe. In altri miei articoli possono essere ricostruite nei dettagli le singole vicende, la tempistica, i soggetti. È venuto mentre scrivevo questo testo l’operaio addetto alla lettura del gas, non delle camere a gas, ma del normale gas domestico. Guardando la mia biblioteca, la mia scrivania ed i miei computers, mi ha chiesto che mestiere facessi. Ne ho approfittato per informarlo della guerra mediatica in corso e di quale fosse la sua opinione e posizione di semplice cittadino. Mi ha risposto che non ha nessun dubbio sul diritto alla libertà di pensiero e di opinione che indistintamente, lui compreso, deve essere riconosciuta a tutti.

Mi è di grande conforto constatare che una persona semplice abbia compreso ciò che i miei detrattori, la cui disonestà intellettuale è ormai certa al di la di ogni ragionevole dubbio, non vogliono saperne di comprendere. Io non mi colloco sul piano della fattualità, per cui è assolutamente inutile ed idiota che mi si dica di leggere quel libro anziché quell’altro. Io come filosofo del diritto mi pongo su piano del diritto per il quale ad ognuno deve essere riconosciuta piena libertà di pensiero e di parola, senza nessuna limitazione che di fatto ne preclude ed uccide (“assassinio del pensiero” come slogans mediatico da contrapporre all'«assassinio della memoria») l’esercizio. Non si può dire: certo, siamo tutti liberi di pensare, ma se tu ti azzardi a pensare e perfino dire questo, io ti criminalizzo, ti diffamo e ti mando pure in galera, se riesco ad introdurre leggi simili a quelle francese. Ogni persona prudente e non in vena di eroismi, preferirà semplicemente lasciar perdere e non esprimere il proprio pensiero. Ed è questo esattamente ciò che vogliono i mantellini e mantellini d’Italia, o forse meglio d’Israele.

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2.
Mie lettere a “La Stampa”
(di cui solo due e non integralmente pubblicate)

La saga del «cosiddetto Olocausto» ha la sua origine da Brunello Mantelli, a me del tutto sconosciuto fino al momento in cui mi è divenuto tristemente noto come un docente torinese che è stato l’animatore di una raccolta di firme indirizzate al Rettore dell’Università di Teramo e al Preside della locale Facoltà di Scienze Politiche affinché ponessero ostacoli ed impedimenti agli svolgimemti delle attività di cattedra del prof. Claudio Moffa e del Master in studio mediorientali da lui diretto. All’inizio di una corrisponde epistolare subito abortito il prof. Mantelli se ne usciva con: «Ad uno che scrive “cosiddetto Olocausto” io neppure rispondo...». Subito dopo gli rispondevo che quell’uno che scriveva «cosiddetto Olocausto» era anche un certo Sion Segre Amar, ben noto in Torino. Il giornalista Marco Ventura colse, in buona o in cattiva fede, colse soltanto un aspetto parziale di un episodio che ogni volta che ne capita racconto agli amici, che ne ridono di cuore ed alcuni perfino a creparelle. Nella sua intolleranza cieca e faziosa Brunello Mantelli non si accorgeva della sua ignoranza sostanziale, non colmabile con la lettura di qualche libro di parte, da lui assunto come una Bibbia da imporre ad altri mediante una nuova Santa Inquisizione, questa volta tutta ebraica. Non riporto la mia corrispondenza con Mantelli, perché di contenuto privato e quindi non pubblicabile senza il reciproco accordo. Ma non è necessario. Lasciando perdere il Mantelli, non può non insospettirmi il modo in cui Marco Ventura abbia riferito l’episodio del «cosiddetto Olocausto». Naturalente, rigettando io l’espressione dal sapore tutto religioso del termine “Olocausto” per cui dovevo necessariamente dire «cosiddetto Olocausto» (come pure altri che si sono imbattuti nella stessa difficoltà di carattere concettuale) non ho mai inteso dire o anche soltanto pensare che non siano mai esistiti campi di concentramenti, come quelli di Dacau, che ho visitato personalmente. Il problema non è il riconoscimento dei fatti e degli eventuali storicamente accaduti, accertabili con gli strumenti propri delle scienze storiche, ma la loro interpretazione, dove entra a pieno titolo la filosofia nelle sue varie branche. Anche partendo dagli stessi identici fatti, le interpretazioni possono essere diametralmente opposto o almeno differenziate. Nel clima di spasmodica follia olocaustica è inibita con il carcere e la violenza qualsiasi interpretazione che non sia stata preventivamente vagliata ed approvata dal governo israeliano. Le comunità ebraiche presenti nei vari paesi agiscono come potenti lobby interne agli Stati per creare un orientamente dell’opinione pubblica favorevole alla politica e propaganda israeliana. Ciò è naturalmente inaccettabile da parte di cittadini che si ritengono liberi e sovrani nei loro Stati, ma non ha proprio nulla a che fare con manifestazioni di antisemitismo, il cui spauracchio viene utilizzato dalle comunità ebraiche per ottenere privilegi e finanziamenti che non sono concessi agli altri cittadini. Proprio ieri, in una manifestazione sul Tevere, ho potuto cogliere una manifestazione di razzismo verso i calabresi. Se anziché di calabresi si fosse trattato di ebrei, i clamori sarebbero giunti fin sulla luna, ma trattandosi di calabresi è “feccia umana” che vale molto di meno di un solo ebreo.

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2a.
Mia lettera del 12 luglio,
pubblicata in forma ridotta su “La Stampa”
del 13 luglio 2007, p. 32 con titolo redazionale
Negazionismo e libertà di pensiero

Nelle mie due lettere pubblicate da “La Stampa” sono stati tagliati i miei riferimenti a Marino Badiale, con il quale ho tentato inutilmente di mettermi in contatto. Vorrei spiegare perché mi ha infastidito la presenza di Badiale, che assolutamente non conoscevo né di nome né per i suoi scritti. Marco Ventura, non da me invitato o essendone io a conoscenza, avrebbe dovuto fare un’intervista che si sperava obiettiva e chiarificatrice su quanto successo in Teramo. Ha invece aggiunto diffamazione, o almeno disinformazione, ad una campagna diffamatoria che non si spegnerà facilmente, tanta è la malafede che credo a me e ad altri toccherà rassegnarsi a convivere con la diffamazione, tipica del giornalismo nostrano, che ad esempio come un fogliaccio come “L’Opinione”, fantasma delle edicole e tutto a carico del contribuente. Racconto sempre ogni volta che se ne presenta l’occasione, il pianto di un galantuono, da me conosciuto in una sala d’attesa, il quale mi raccontava di una sua causa intentata per una diffamazione subita: gli era costata sette anni di strazi giudiziari. Vinta la causa e condannato il suo diffamatore, il galantuomo così commentava la sua esperienza: se mi fossi tenuto la diffamazione, avrei sofferto di meno. Per fortuna, oramai il discredito della stampa di regime e del suo ceto politico è tale per cui essere infangati su un giornale è quasi sempre ritenuto poco credibile da un lettore accorto, che per prima cosa vorrà sentire la versione della persona contro cui si getta del fango. Ed è quello che io mi riservo di fare con quelle persone che vogliono sapere cosa si cela dietro i fatti manipolati dalla stampa.

Dicevo dunque di Badiale. Non c’entrava assolutamente nulla con quella che avrebbe dovuto essere un’intervista sui fatti di Teramo. Facendo sue proprie elucubrazioni, Marco Ventura chiama in causa Marino Badiale, il quale vedendosi mescolato con quelli che nell’articolo di Ventura apparivano come un’accozzaglia di malfattori, dediti ai peggiori delitti di fronti ai quali i delitti di un Riina o Provenzano potevano impallidire, prendeva comprensibilmente le sue distanze. Mi è parso di cogliere nella prima lettera di Badiale un senso di sdegnato distacco. Dopodiché da parte mia una legittima difesa: ma a te chi ti conosce? Anche in questo si vede il dilettantismo giornalistico di Marco Ventura che viene a mescolare insieme persone l’une alle altre estranee, facendole per giunta litigare. Non contento di aver scritto un articolaccio Marco Ventura replicava sia alla mia lettera sia a quella di Badiale. Ma ecco il testo integrale della mia prima Lettera:

*

In merito all’articolo di Marco Ventura, "Alt ai negazionisti”, apparso su ”La Stampa” dell’11 luglio, gradirei una precisazione utile per quanti in ambito scientifico mi conoscono con un’immagine diversa da quella che si ricava dall’articolo. Sorvolo su termini poco graziosi come ricettacolo, livore, ecc., ma trovo erronea e distorcente per quello che mi riguarda la chiave di giudizio che viene data all’incauto lettore.

Pertanto: 1) Non mi riconosco nella qualifica di "negazionista” né tali si ritengono le persone che solo in seguito ai gravi fatti di Teramo ho conosciuto e con i quali ho sottoscritto un atto notarile; trovo anche filosoficamente e moralmente discutibile il concetto denigratoriamente costruito come “negazionismo”.

2) Sono stato ieri fra i firmatari dell’Atto costitutivo del nuovo Istituto di studi mediorientali e nell’atto notarile da me firmato non vi è nulla che abbia in nessun caso a che fare con il cosiddetto "negazionismo”.

3) Il mio ruolo in questa storia è quello di una presa di posizione pubblica e civile in difesa della libertà di pensiero e di ricerca, a mio giudizio gravemente violata da quanti hanno orchestrato e posto in essere i fatti teramani, terminati con la chiusura di un corso universitario, tipico evento in genere dei regimi totalitari.

4) Non ho mai letto il libro di Badiale e mi dispiace confessare la mia ignoranza per non averne mai prima sentito parlare.

Ai sensi di legge vi sarei grato della pubblicazione di questa breve precisazione, da me contenuta in poco spazio, a tutela della mia immagine pubblica di studioso.

Antonio Caracciolo
Filosofo del diritto
Dipartimento di Teoria dello Stato dell’Università di Roma La Sapienza

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*
Per quanto mi riguarda, tralasciando in rapporto Ventura-Badiale, il giornalista replicava in corsivo di seguito alla mia prima lettera con il testo che segue:

2b.
Repliche del giornalista Marco Ventura

La parte in corsivo è il testo della replica di Ventura. La parte in tondo e racchiusa fra parentesi quadre è il mio irrefrenabile commento parola per parola.

Il prof. Caracciolo, che esclude di essere negazionista nell’accezione «denigratoria» del termine (quale sarebbe quella buona?) [ma proprio per forza mi vuoi negazionista? e chi ti ha detto che ce ne sia una buona di accezione?], ha pubblicamente parlato di «cosiddetto Olocausto» [e sarebbe questa la prova del mio “negazionismo” e quando e dove e con chi ne avrei parlato pubblicamente? E se ne ho parlato pubblicamente o privatamente perché non riporti interamente il contesto ed il senso in cui ne ho parlato?], partecipa alla campagna in difesa del negazionista francese Faurisson [non hai capito proprio nulla! Io difendo anche la libertà di Ventura a poter dire tutte le castronerie che vuole senza per questo dover finire in galera! Io sono sceso in campo per la difesa della libertà di pensiero e di ricerca di chiunque, a prescindere dai contenuti di quel pensiero, della sua condivisibilità, della sua verità (?)], in casa Moffa ha contestato le troppe celebrazioni in ricordo della Shoa [evidentemente per te non sono ancora abbastanza, ma anche qui non hai capito un fico di quello che hai appena orecchiato di quanto da me detto in casa Moffa, luogo privatissimo e non pubblica piazza del mercato del pesce], in quanto «un eccesso di memoria acuisce le ferite invece di sanarle» [evidentemente ti fa comodo che quelle ferite restino sempre aperte, ma anche qui continui a non capire], e ha dichiarato [dove? In Casa Moffa? Ti ho anche detto che non ti rilasciavo nessuna intervista, quando ho capito che eri un giornalista! Ma la cosa non mi mette in crisi, se le cose da te scritte fossero state almeno riportate con intelligenza ed obiettività]: «Si dice che gli ebrei uccisi sono 6 milioni, ma come li hanno contati?». [E cosa trovi di scandaloso in queste mie parole? Se avevi la risposta alla mia domanda, perché non me l’hai data tu stesso. Avrei finalmente appreso qualcosa. In realtà, proprio questo pare sia il punto più fragile di tutta la costruzione. Nel contesto delle vicende teramane, in un’intervista a Radio radicale, un certo prof. Sabatini o Sabatucci – non ricordo il nome esatto – ha detto tutto il male che poteva dire, ha preso tutte le distanze e le cautele possibili, ma ha riconosciuto che proprio su questo punto le critiche dei “negazionisti” sono fondate, anche se poi non cambia nulla quando anziché sei milioni siano solo cinque milioni e mezzo le vittime accertate. Il problema è però che una persona di buon senso si insospettisce quando si manda in galera una persona per il solo fatto di aver contestato il numero delle vittime]. Il lettore giudichi da sé. [Appunto! solo che tu non hai dato nessun elemento di verità e di obiettività perché il lettore possa ben giudicare da se. Hai soltanto fornito gli elementi perché un lettore criticamente non avvertito possa accogliere una demonizzazione condotta a mezzo stampa, una moderna partita di caccia alle streghe. Se fosse anche in Italia in vigore la legge francese avresti fatto una vera e propria opera di delazione, altro che giornalismo!].

2c.
Mia lettera del 16 luglio,
pubblicata in forma ridotta su “La Stampa”
del 16 luglio 2007, p. 32 con titolo redazionale
Né antisemita né negazionista


Mi dispiace dover ritornare sull’articolo di Marco Ventura “Alt ai Negazionisti”, del 12 luglio, p. 37, seguito da sua replica a mia precedente lettera da voi pubblicata oggi 13 luglio 2007. Ai sensi di legge, torno concisamente a precisare:

1°) Torno ad insistere (= parte da voi tagliata) che nel contesto dato dall’articolo citato il nome e gli scritti di Badiale sono una libera illazione di Marco Ventura, ma non hanno nessuna relazione con la costituzione del neo Istituto di studi mediorientali, avente fra i suoi scopi non il “negazionismo”, ma la pace e l’amicizia fra e con i popoli del Medioriente.

2°) Non ho nessuna difficoltà a confermare le cose da me dette in privato, pur non avendo mai concesso un’intervista a Marco Ventura. Si tratta però di riportarle nel giusto contesto e significato senza stravolgerne interamente e forse deliberatamente il senso, che pure mi pare di aver spiegato a chi mi abbia ascoltato con attenzione e per intero.

3°) L’espressione «cosiddetto Olocausto», a me imputata in replica da Marco Ventura come principale prova di un “negazionismo” mio malgrado, è usata da me nello stesso senso in cui la usò su “La Stampa” del 3 maggio 1994 (p. 18) il noto storico ebreo Sion Segre Amar nel corso di una discussione sorta con il prof. Francesco Coppellotti. Concordo pienamente con lo storico ebreo, che per questo non è mai stato bollato – ch’io sappia – come “negazionista” e di riflesso “antisemita”.

4°) Ribadisco che a mio avviso il termine “negazionismo” non ha senso scientifico, ma è un concetto costruito a scopo denigratorio e diffamatorio. In tal senso ed in ogni altro senso respingo nettamente ogni qualificazione di “negazionista” che a me si voglia a forza attribuire. Se Marco Ventura vuol conoscere il contenuto delle teorie cosiddette negazioniste deve rivolgersi a quegli autori come Faurisson, ai quali vengono attribuite, ma che però non si vuol in alcun modo lasciar parlare, facendo ricorso alla violenza fisica e a leggi liberticide ed incostituzionali. Non sono né il portavoce né l’interprete autorizzato di Faurisson o di altri, che da cultore di filosofia del diritto vorrei potessero avvalersi del diritto di poter manifestare il proprio pensiero, quale esso sia e senza che esso in quanto pensiero possa venir criminalizzato.

5°) Nella cena Moffa il giornalista Ventura, da me inizialmente scambiato per un ospite, ha compreso assai malamente un discorso appena accennato sul diritto e l’obbligo all’oblìo come migliore terapia per la pacificazione degli animi dopo periodi di aspre e sanguinose guerre civili. Ciò è presente nella storia costituzionale inglese e fu citato da Carl Schmitt in un suo articolo del dopoguerra. Se lo desidera, posso concedere a Marco Ventura un’intervista sull’argomento. Altrettanto poco Ventura ha compreso la questione della conta dei morti, sulla quale non io mi interrogo, ma molti altri delle più opposte estrazioni.

Prego ai sensi di legge di precisare quanto sopra senza tagliare parti essenziali, in modo che il lettore possa ben giudicare senza manipolazioni.

Antonio Caracciolo
Dipartimento di Teoria dello Stato

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*

Speravo invano che la faccenda si potesse chiudere. Vengo informata nel Forum di “Civium Libertas” dell’intervento nella polemica di un figlio del defunto Sion Segre, probabilmente mobilitato da chi ha interesse a mantenere un clima di tensione. Infatti, se avesse ben letto il mio testo il Figlio non avrebbe avuto di che intervenire. Avendolo fatto, ha reso un cattivo servizio al padre morto ed a lui stesso ancora vivo. Il “senso” io l’ho ben compreso. A non averlo compreso è il figlio Emanuel, che suscitava l’ilarità del mio informatore telematico:
Sulla "Stampa" di oggi Emanuele Segre «diffida» (sic) Lei, prof. Caracciolo, dal chiamare in causa il suo eletto padre Sion Segre Amar per giustificare l'espressione “cosiddetto Olocausto”. L'impressione è che rivendichi il possesso dei diritti d'autore. Chissà quanto pensa di poter chiedere. (CM)
Ne riporto di seguito il testo per come mi è stato dettato. Non sono uscito a trovare una copia in edicola, ma ne pubblicherò l’immagine, appena mi giungerà da un amico, al quale ho chiesto fotocopia della lettera, pubblicata il 17 luglio. Credo che alla “Stampa” si siano regolati sul fatto che si trattava di un congiunto. Ciò che più lascia sconcertati è la minaccia del tutto gratuita azioni giudiziarie, secondo un malcostume tutto italiano che è anche una delle cause della crisi della giustizia e della certezza del diritto.

*

Come in un vero e proprio gioco di squadra, dove sarebbe terribilmente ingenuo aspettarsi dagli avversari “correttezza” ed onestà intellettuale, la mia citazione di Amar Segre Sion, dove inizialmente avevo preso in fallo l’ineffabile Brunello Mantelli, provoca anche il commento di Angelo Pezzana (o chi per lui), il quale pubblica su “Informazione Corretta” la seguente replica/obiezione alla mia lettera:
La STAMPA del 16 luglio 2007 riporta una lettera di Antonio Caracciolo sul negazionismo che fa riferimento all'articolo che, con la nostra critica, si può trovare a questo link. Caracciolo per giustificare l'espressione "cosiddetto Olocausto", da lui adoperata, chiama in causa Sion Segre Amar. Lo "storico ebreo" scrive Caracciolo "non è mai stato bollato – ch’io sappia – come «negazionista» e di riflesso «antisemita»" . Ma l'espressione "cosiddetto Olocausto" esprimeva soltanto le riserve di Segre Amar circa l'uso di una parola dalle risonanze religiose (l'"olocausto", nella Bibbia, è un sacrificio , nel quale la vittima viene totalmente consumata nel fuoco), non una messa in dubbio della storicità dello stermino nazista o della veridicità delle testimonianze dei sopravvissuti. Che è quanto fanno i negazionisti che Caracciolo ritiene siano ingiustamente "diffamati" da chi attribuisce alle loro farneticazioni il valore che hanno. Quello di falsificazioni della storia e di espressioni del pregiudizio antisemita.
Ma se ben si legge quello ho scritto, o almeno mi si consente l’interpretazione autentica del mio pensiero, io ho inteso usare l’espressione «cosiddetto Olocausto» proprio nello stesso senso adoperato da Amar Segre Sion, che a sua volta concorda per la valenza semantica di questo termine con il prof. Coppellotti. La storia era nata nell’invivibile Torino del 1994 era sorta a seguito di un’espressione, appunto «cosiddetto Olocausto», che il prof. Coppellotti aveva scritto in un giornalino scolastico di liceo. La frase era stata segnata con la matita blu dal preside. Era poi finita addirittura sul giornale cittadino “La Stampa” e ne era venuto un articolo (autorevole) appunto di Amar Segre Sion, che lamentava l’uso del termine religioso applicato al noto evento storico denominato anche con il termine “Auschwitz”, che io preferisco anche a quello di “Shoa”, non conoscendo l’ebraico ed ignorando l’esatta valenza semantica del termine. Linguisticamente non vedo neppure l’obbligatorietà dell’uso anche di questo secondo termine. Ad Auschwitz morirono anche parecchi zingari, che in tutte le celebrazioni fino ad oggi seguito appaiono decisamente come un’umanità inferiore. Altrimenti si potrebbe anche usare una terminologia o una concettuologia proveniente dalla loro cultura. Pertanto sia io sia Coppellotti sia Amar Sion padre ci siamo perfettamente trovati in linea nella critica del termine a valenza a religiosa. Nessuno dei tre ha mai detto o pensato che non siano esistiti i Lager nazisti, comunque li si voglia chiamare e li si voglia storicamente interpretare. Tutto ciò sarebbe perfettamente chiaro ad un lettore non prevenuto ed in malafede. Quanto alla natura, testo e contesto di questa malafede è cosa che tratto altrove. Qui basta aver rilevato ancora una volta la disonestà intellettuale dei nostri Amici.



2d.
Le due lettere di Marino Badiale
con replica “scorretta” di Marco Ventura


(da aggiungere)

2e.
Giuristi “democratici” senza idea alcuna di cosa sia la democrazia

(da aggiungere)

3.
Lettera a La Stampa
di
Emanuel Segre Amar
apparsa su La Stampa del 17 luglio 2007 con titolo

Il senso di Olocausto secondo Segre Amar

La Stampa del 3 maggio 1994 pubblicò un articolo di Sion Segre Amar che scriveva testualmente: "Non chiamatelo Olocausto. A quell'orrore si può dare il nome che si vuole, ma non se ne renderà mai il concetto." Per Dante, scriveva, olocausto significa l'offerta a Dio di tutto se stesso. La parola è fuorviante, nel suo significato sacrificale ed espiatorio, che nulla ha a che fare con Auschwitz e dintorni. E aggiungeva:"Io l'ho talvolta usata, quella parola, facendola però precedere dal correttivo: cosiddetto". Ma da quando lo storico revisionista Coppellotti cominciò ad esprimersi in tal modo per affermare che Auschwitz non è mai esistito, mio Padre preferì parlare per nomi geografici.
E' evidente ora il tentativo di Caracciolo (lettera sulla Stampa di ieri), e di altre persone che si occupano di storia del Novecento, di coinvolgere storici ebrei a difesa delle loro indifendibili posizioni negazioniste. Queste nulla hanno in comune con quanto spiegato da Segre Amar quando nasceva questa assurda interpretazione della Shoah. Con la presente diffido chiunque dal citare a sproposito il termine coniato da mio Padre "cosiddetto Olocausto" e faccio presente di aver già dato incarico a un legale di difenderne la memoria storica nei confronti di tutti coloro che citano a sproposito la Sua espressione.

Emanuel Segre Amar

Commento al Figlio in assenza del Padre

Non so se devo mettermi a suonare la tromba ed il trombone per far capire che io con il “negazionismo” non c’entro in nessun modo, non già perché io abiuri mie precedenti posizioni, intimorito dal clima di caccia alle sterghe e di dagli all’untore che ad arte è stato creato. Non costituisce mio ambito professionale la ricerca storica sui campi di concentramento. Sono altri che se ne occupano. Intervenendo con la sensibilità che è propria di ogni cultore di filosofia giuridica, trovo semplicemente incivile e barbarico che in alcuni paesi europei (e da taluni si vorrebbe anche in Italia) vengano inflitte sanzioni penali e perfino il carcere a chi (come Faurisson) ritiene, fondatamente o meno, di sostenere tesi, che in verità hanno il solo torto di essere contrari agli interessi politici di Israele e di quanti – tesi non mie, ma dell’ebreo Norman G. Finkelstein – sull’Olocausto (cosiddetto) hanno fondato una vera e propria industria, creando non poche fortune personali. Se leggo il libro di un altro ebreo, Tom Seghev, risulta evidente tutto l’interesse del neo Stato di Israele ad ottenere “riparazioni” belliche, come si gli ebrei vittime dello sterminio non fossero stati innanzitutto cittadini tedeschi, nel corso di una barbarie di cui ancora dobbiamo renderci conto. A capire la storia del Novecento personalmente ho assai poco fiducia nelle ricostruzioni ufficiali finanziate dai governi. Ma siamo, credo, sul piano di legittime opinioni, che mi auguro ognuno possa liberamente generare nella propria testa senza dover passare ad un apposito ufficio per ottenerne l’autorizzazione.

Trovo poi veramente puerile il fatto che per leggere un articolo di giornale io debba chiedere l’autorizzazione agli eredi, i soli autorizzati darne l’interpretazione. Mentre un certo Brunello Mantelli di Torino, raccoglitore di firme per far chiudere master universitari, mi poneva all’indice e fuori del consorzio umano per aver scritto o detto “cosiddetto Olocausto”, è stato per me facile gioco che una simile privazione di dignità umana avrebbe dovuta estenderla anche all’ebreo torinese Sion Segre Amar, che aveva appunto usato quella stessa espressione, per lui inaccettabile a causa della terminologia religiosa. Esattamente come anche io intendevo dire senza assolutamente significare che l’espressione “cosiddetto Olocausto” equivalesse al “negazionismo” circa l’esistenza dei campi di concentramento e di quanto altro la ricerca storica documentaria, più o meno controversa, abbia accertato o debba accertare. La posizione filosofica è di mera interpretazione di dati che altri mi procurano. Circa il cosidetto “negazionismo” ho detto che è un concetto costruito non già per accertare una superiore verità, ma per mandare in carcere persone come Faurisson, Irving, Zündel e chissà altri ancora se persone sensibili come me non si alzano per dire: basta! Di questa barbarie ci eravano liberati dopo l’ultimo processo ad una strega. Se ci sono persone interessate ai profitti politici ed economici del negazionismo, è del tutto lecito contrastarle sul piano politico.

La mia unica, filologicamente corretta citazione di Sion Segre Amar, non sottintende in nessun modo una mia ulteriore occupazione professionale sull’opera ed il pensiero dello storico ebreo, che per me non è certamente Tucidide e che lascio intero anche negli scritti, ahimé pubblici, ai gelosi eredi, che grottescamente minacciano azioni giudiziarie per chiunque osi leggerli e perfino interpretarli senza prima ottenerne debita autorizzazione dagli aventi diritto. Poiché ho spiegato che a mio avviso il termine “negazionista”, del tutto privo di senso scientifico, è in realtà un termine diffamatorio ed ove fossimo in un paese come la Francia o l’Austria addirittura un termine “delatorio”, dovrei essere io se mai a promuovere un‘azione giudiziaria contro quanti con ostinazione e pertinacia insistono nell’attribuirmi una qualificazione che non mi compete qualsiasi senso ad essa si voglia dare!

* * *

Ad esser stato chiamato da Emanuel pesantemente in causa a mo’ di argomento contro di me è stato l’ignaro professor Coppellotti che almeno per questo aspetto se ne stava tranquillo dal 1994. Devo a lui la conoscenza del «cosiddetto Olocausto». Io a Torino ho messo piede forse neppure una mezz’ora, giusto per cambiare il treno alla stazione per Pinerolo, dove era morto un mio zio. Ma dai racconti di incredibile intolleranza che sento credo che sia una città impossibile da vivere proprio per uno “spirito libero”. Già in quegli anni un professore di liceo, un bravo e valente professore che conosce bene la sua materia, non poteva insegnare in santa pace senza che qualche sua frase non venisse riportata in alto loco ed il povero docente non avesse fastidi da cui doversi difendere. In questo contesto per il «cosiddetto Olocausto» nacque una polemica con l’intervento autorevole – mi dicono – del citato Sion Segre Amar. Curiosamente, la contesa si chiudeva con il pieno accordo delle parti: l’espressione “Olocausto” riferita ad Auschwitz era infelice e da rifiutare proprio per la sua connotazione religiosa. Rifiutare l’uso del termine “Olocausto” non significava però negare il fatto, la cosa, che ne era sottintesa. Solo il fanatismo, l’idiozia, ma soprattutto la malafede odierna ha fatto risorgere una polemica, dove di nuovo il prof. Coppellotti veniva diffamato e se fossimo in Francia fatto oggetto di delazione per il “reato” di negazionismo, una fattispecie penale che gli autori di tanta cagnara desiderano introdurre anche in Italia. Il loro disegno politico è ormai chiaro. Finalmente, il prof. Coppellotti vede pubblicata la sua lettera di risposta, senza dover aspettare il direttore fino alle tre di notte, come era successo nel 1994.

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4.

Lettera di Francesco Coppellotti
in replica a Emanuel Segre Amar
apparsa su “La Stampa” del 20 luglio 2007, p. 34
con titolo redazionale
«Io non ho mai negato l’orrore di Auschwitz»

Dopo estenuanti tentativi con i quali il prof. Coppellotti persuadeva la redazione de “La Stampa” del fatto che il Figlio perpetuava dopo 13 anni la diffamazione nei suoi confronti già fatta dal Padre, riusciva ad ottenere la pubblicazione della lettera che segue. Evidentemente, con grande perizia filologica, il Figlio si era a appena curato di leggere l’articolo del Padre pubblicata in data 3 maggio 1994, ignorando che il prof. Coppellotti mandava una lettera che veniva pubblicata sullo stesso quotidiano in data 8 maggio. E per il Padre e per il Figlio il prof. Coppellotti sembra accontentarsi della pubblica di una sua lettera di rettifica anziché procedere per diffamazione a mezzo stampa. Curioso come la Correttissima Informazione, mentre ha dato risalto alla lettera del Figlio, abbia ignorato la smentita del diffamato. È appunto questa la tipica correttezza di marca tutta israeliana.

AC

All’attenzione del gentile Direttore de La Stampa
(rif.: rubrica lettere)
e
p. c. Al Comitato per la libertà di pensiero

Risposta ad Emanuel Segre Amar.

Dopo aver letto la lettera di Emanuel Segre Amar del 17 luglio 2007, figlio di Sion Segre Amar, con il quale ebbi una discussione sul Vostro giornale il 3 e l'8 maggio 1994, mi trovo costretto a intervenire, perché ancora una volta mi si attribuiscono posizioni che non sono mai state e non sono le mie. Già nella mia lettera dell’8 maggio 1994 “Olocausto e sfruttamento”, nella quale rispondevo a Sion Segre, avevo sostenuto che l’espressione «cosiddetto Olocausto"» (antonomasia introdotta nell’uso linguistico dalla stampa anglo-americana del 1942-43, come risulta tra l’altro dall’Oxford Dictionary) ha un valore denotativo e non connotativo e non intende assolutamente negare l’esistenza di Auschwitz. In nessuno dei miei scritti e dei miei interventi nella scuola e fuori della scuola, sui giornali e alla televisione, io ho mai negato l’esistenza di Auschwitz, ma ho al contrario sempre sostenuto, a differenza della Religio Holocaustica dominante, che di Auschwitz bisogna discutere come di tutti gli eventi storici senza farne un evento teologico, un tabù ed anche una «clava morale» (Martin Walser, La banalità del bene, 1998) contro il popolo tedesco. Sono al contrario, paradossalmente, proprio le posizioni alla Emanuel Segre Amar, che scambiano volutamente, per motivi politici e ideologici, la necessità di discutere su Auschwitz in modo storico-critico con la sua negazione, che finiscono per negare l'’esistenza di Auschwitz, perché impediscono di discutere di Auschwitz con gli strumenti della storiografia e trasformano Auschwitz nel mito fondante della Religio Holocaustica.

Con preghiera di pubblicazione integrale ai sensi di legge.

Prof. Francesco Coppellotti

Torino 18. 07. 2007

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5.
Mia terza lettera a “La Stampa” rimasta inedita:
cosa ho fatto?

Non ne avevo proprio voglia, ma sorge per me la necessità di scrivere una terza lettera poiché mi vedo minacciato di azione giudiziaria. Non sono un avvocato, ma per quel che ne capisco stento a trovarne i motivi. Tuttavia, poiché non posso ignorare la minaccia, è saggio da parte mia stendere una memoria difensiva e riconvenzionale da utilizzare nel caso in cui la minaccia si concretizzasse. Non amo frequentare le aule di giustizia, anche quando avrei ragione da vendere. Vado in giudizio solo se altri mi chiamano e quindi passo al contraccasso. Nel caso di specie credo che sia stata fatta parecchia diffamazione nei miei confronti. Se avessi al mio servizio un ufficio legale, darei anche io mandato ai miei legali per procedere contro vari organi di stampa. Ma seguendo io personalmente le mie cause, non ho nessuna voglia di girare per tribunali. Mi è sufficiente consegnare un cordiale passaporto di espatrio ai miei diffamatori e lasciarli andare con il loro dio. D’intesa con il giornalista de “La Stampa” manderò al Direttore del quotidiano torinese un plico con RR contenente le versioni originali da me spedite a “La stampa” e da questa accorciate. È possibile che da questa manipolazione sia sorta qualche incomprensione che possa aver fatto ritenere a Emanuel Segre Amar di avere motivi per procedere nei miei confronti. Per questo motivo raccogliere in uno stesso plico tutte le versioni da me spedite via email e le rimanderò con la posta ordinaria cartacea. Non ho ancora deciso se può essere opportuno mandare anche il cartaceo di questo articolo, peraltro non ancora concluso e per sua natura in costante progress.


LA STAMPA
All’attenzione del Direttore
Rif.: Rubrica Lettere

e p.c.

- Comitato per la libertà di pensiero

Premetto che le mie precedenti due lettere sono state da voi pubblicate in modo mutilo e quindi manipolate rispetto al loro contesto. Se veramente vi sarà un’azione legale, pare qui utile una ricostruzione dei fatti nella loro successione cronologica:

1°) In data 11 luglio 2007, p. 37 de “La Stampa”, il giornalista Marco Ventura pubblicava un articolo dove io insieme ad altre persone venivamo chiamati in causa e a me veniva attribuito mio malgrado la patente di “negazionista” e di riflesso quella di “antisemita”, qualificazioni respinte anche dalle altre persone che avevo conosciuto nella famosa “cena” in cui il giornalista Ventura aveva attinto le sue informazioni.
2°) Ritenevo doveroso da parte mia intervenire il più tempestivamente possibile mandandovi una prima lettera che da voi veniva pubblicata solo in parte.
3°) Quel che è peggio è che non solo non prendevate semplice atto della mia smentita alle attribuzioni a me fatte, ma di converso pubblicavate una replica dello stesso Ventura che insisteva nelle sue tesi per me infamanti, introducendo un’espressione a me attribuita e male interpretata. L’espressione è «cosiddetto Olocausto» esibita da Ventura come prova irrefutabile del mio essere "negazionista” e “antisemita”. Si tratta di un equilibrismo linguistico ancora più assurdo del famoso “parlar male di Garibaldi”. A mio avviso, da un punto strettamente linguistico l’espressione “cosiddetto Olocausto” è del tutto neutra e non può esservi attribuito alcun senso penalmente rilevante. Quanto alla mia interpretazione di cosa è negazionismo trattasi appunto di interpretazione analoga, per esempio, alla critica del concetto di eguaglianza fatta nel Settecento dal filososo calabrese mio conterraneo Francescantonio Grimaldi.
4°) Scrivo una seconda lettera dove rigetto tutti i punti a me addossati. Ma voi anche di questa seconda lettera pubblicate solo una parte, laddove intervengo in merito all’espressione «cosiddetto Olocausto».

Consideravo tuttavia chiusa questa incresciosa polemica, quando in data odierna vengo informato circa un intervento del figlio dello scomparso storico ebreo, il quale se intendo il senso del suo scritto mi verrebbe a contestare il diritto di citare ed interpretare un articolo del padre apparso sul vostro giornale nell’anno 1994. Al di là del merito delle esigue e fragili argomentazioni di Emanuel Segre trovo ciò allucinante. In questo Paese il diritto di citazione di opere a stampa è un normale procedimento scientifico per quanti scrivono libri ed articoli. Non si potrebbe scrivere nulla, se non fosse consentito citare ed interpretare scritti altrui.

Sul merito ho da dire che il Segre figlio non ha inteso ciò che suo padre ha scritto e sul quale per il solo punto specifico da me citato mi trovo in piena sintonia. Del resto, si tratta di cose normalissime da pensare, non certo della teoria della relatività. La non accettabilità della connotazione religiosa dell’evento Auschwitz era da sempre una mia normale acquisizione concettuale. Mi è stato di conforto apprendere in epoca recente le posizioni espresse autorevolmente da Sion Segre Amar sullo stesso oggetto, ma non è certo stato lui la fonte di ciò che pensavo autonomamente. Nella maggior parte della sua lettera il Figlio riporta assai malamente l’articolo del padre, il cui testo è a me ben noto ed è stato perfino da me integralmente pubblicato e commentato (con diritto di citazione scientifica, ma se il figlio lo desidera posso ben eliminarlo dai miei testi ed ignorarne l’esistenza). Inoltre Emanuel dimostra gravemente di ignorare il contenuto della lettera del prof. Francesco Coppellotti senza il cui ruolo l’articolo di suo padre non sarebbe stato scritto ed il suo contenuto resterebbe privo di senso. Al testo di Coppellotti dell’8 maggio 2007, apparso su “La Stampa”, seguivano infatti due righe del Padre con le quali si componeva la discussione, dove i due contendenti si trovano per lo meno d’accordo sull’uso infelice dell’espressione “Olocausto”, ormai divenuta canonica. Conosco questi due testi in quanto si trovano qui davanti a me e sono stati da me letti attentamente. Osservo che né allora né oggi il prof. Francesco Coppellotti – ch’io sappia – non ha mai dichiarato o accettato di essere qualificato come un negatore di Auschwitz. Quel che è più grave e mi indispone è però il fatto che Emanuel Segre Amar insista nel chiamarmi “negazionista”, qualificazione da me ripetamente respinta. Pur non amando le aule dei tribunali, sono propenso a credere che debbano rispondere lui ed altri in sede giudiziaria per questa ostinazione volta a diffamare quanti esercitano legittimamente il loro mestiere di filosofi della storia o del diritto.

Con viva preghiera di pubblicazione integrale ai sensi di legge.

Antonio Caracciolo
Filosofo del diritto

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6.

SION SEGRE AMAR
Così si tradisce lo sterminio
Ma non chiamatelo olocausto

Per aver usato l’espressione “cosiddetto Olocausto” , a causa della sua specifica accezione religiosa per me inaccettabile sul piano del linguaggio scientifico, mi son sentito dire: “Con uno che dice «cosiddetto Olocausto» io non parlo neppure…». Se così è, penso di essere io a guadagnarci non avendo nessun commercio umano con simili persone. E diffido la persona in questione dal minimo tentativo di contattarmi. È stato respinto il suo tentativo di accedere al gruppo “Civium Libertas. Comitato per la libertà di pensiero” in quanto le sue azioni e le sue gesta sono del tutto incompatibili con ogni idea di libertà. L’Ignorante ignorava che ad usare l’espressione «cosiddetto Olocausto» era stato il noto storico ebreo, di cui neppure il figlio (non sempre i figli sono all’altezza dei padri) comprende il testo. Nessuno mi può impedire, neppure il Figlio, di essere pienamente d’accordo sul punto specifico con il testo qui sotto integralmente riportato, al quale segue per necessaria connessione tematica la lettera di Francesco Coppellotti, a sua volta seguita da due righe dantesche di Sion Segre Amar con le quali nel 1994 si chiudeva una polemica, ora riaperta sullo stesso termine «cosiddetto Olocausto», assunto da Marco Ventura come “prova” di posizioni cosiddette negazioniste, nelle quali non mi sono mai riconosciuto e da me sempre respinte, non già perché non abbia una mia interpretazione della storia del Novecento, ma in quanto si tratta di attribuzioni fantastiche, assurde, denigratorie, diffamatorie.
AC

*


Non so chi sia quello sprovveduto che ha usato per la prima volta la parola olocausto per indicare il genocidio nazista di ebrei e zingari durante la seconda guerra mondiale. A quell’orrore si può dare il nome che si vuole, non se ne renderà mai il concetto. Anche padre Dante, quando - credo l’unica volta nel suo poema - parla di olocausto per significare l’offerta a Dio di tutto se stesso, lo fa con quella «favella ch’è una in tutti», cioè la favella eterna, il pensiero che non viene con parole, come bene intese Alessandro Momigliano.

Di un olocausto ebraico si è così parlato con leggerezza per anni, finché ci si è accorti che la parola è fuorviante, nel suo significato sacrificale ed espiatorio che nulla ha a che vedere con Auschwitz e dintorni, salvo che con essa si volesse sottintendere che chi ad Auschwitz è stato sacrificato lo fu per espiazione di quel supposto deicidio che ora perfino la Chiesa di Roma ha rinnegato. Io stesso l’ho talvolta usata, quella parola, seppure con riluttanza, facendola però precedere dal correttivo: cosiddetto. Ma da quando ho saputo che anche lo storico revisionista Coppellotti si esprime in quel modo per affermare che Auschwitz non è mai esistito, preferisco usare il semplice nome geografico di quella città, per sintetizzarne il funesto significato.

D’altra parte, se si vuole che quella memoria non venga cancellata, per dovere verso chi ne è stato vittima, e come impegno salvifico nei confronti delle generazioni future, di Auschwitz si deve pur parlare. Ma come, se la parola di per sé è incapace di rendere il concetto?

C'è chi ritiene che ad Auschwitz solo il silenzio si addica, e tutti sappiamo come il silenzio talvolta dica più delle parole. Ma col silenzio non si etema la memoria. C’è anche chi ha creduto di affidarsi al video, della televisione o del cinematografo, ma con risultati inadeguati, e spesso fuorvianti. Salvo in quei documentari girati al momento dell’entrata delle truppe alleate nei campi di sterminio, che hanno rivelato al mondo incredulo che ciò che sembrava impossibile era vero. Ma quegli spezzoni di film ora giacciono per lo più dimenticati in qualche cineteca, e un celebre regista per ricrearne la tenebrosa atmosfera per il film La lista di Schindler ha preferito ricorrere alla finzione scenica. E lo ha fatto con gusto americano, con quel finale, pur di intenso effetto emotivo, che lascia allo spettatore impreparato l’impressione, e forse la convinzione, che con un po’ di fortuna da quell’inferno si potesse salvare. Un Auschwitz caramellato che può offuscare l’opera di quegli eletti, come Primo Levi, Giuliana Tedeschi e Liana Millu che all’Auschwitz vero hanno avuto la forza di sopravvivere, per raccontare...

Altri, la quasi totalità dei perseguitati, compresi parenti miei, non ne hanno avuto la possibilità perché stroncati prima di essere incanalati al macello. Come Abraham Lewin, il combattente del ghetto di Varsavia che tenne un diario ritrovato dopo la guerra tra le macerie di quel monumento dell’orrore e dell’eroismo, e le cui pagine - queste sì legittraie e sacre - si interrompono bruscamente il 16 gennaio ’43, con la frase presaga: «Nelle vie oggi si sta svolgendo una ulteriore azione...» (A. L., Una coppa di lacrime, Il Saggiatore, 1993). E come Anna Frank, il cui diario pure è stato portato sulla scena, ma con quel rigore etico e religioso che la sacertà della vicenda imponeva.

C'è un altro aspetto del problema. Milioni di persone sono state trasportate per centinaia e centinaia di chilometri, e poi eliminate, in regioni a fitta concentrazione abitativa, e nessuno ha visto, nessuno ha saputo? In certi casi, come a Mauthausen, il campo di sterminio era vicino alla città, e i suoi abitanti cooperavano talvolta alle operazioni di morte. Di questa condizione, dei loro silenzi e della loro apatia, ha parlato sulla Stampa del 2 aprile Mirella Serri, recensendo il libro dell’americano Horwitz, All’ombra della morte (Marsilio).

Solo dunque la testimonianza dei sopravvissuti e le documentazioni storiche avrebbero legittimità nella letteratura su Auschwitz? No, c'è un’eccezione: la poesia. La poesia, che come la musica raggiunge direttamente l’anima attraverso vie misteriose e pure, si serve anch’essa della parola per esprimersi. E se Auschwitz almeno per noi italiani fino ad ora non ha trovato il suo cantore ebreo, il suo Bialik di Nella città del massacro evocativo del pogrom di Kishinev del 1903 (Il Melangolo, 1992), è uscita in questi giorni l’opera di un non ebreo italiano che attraverso la poesia, questa crociana «prima operazione della mente umana», come ricorda il prefatore M. Graziano Farri, «perpetua la commozione, così da rendere viva la concitazione della verità». Ed è, la poesia, «una messa in scena interiore in cui si attua la sopravvivenza dopo la morte, e in cui si salva in perpetuo il canto che muore».

Da Dante ai nostri giorni, ciò che non si può «significar per verba» si può dunque esprimere, oltreché col silenzio, solo con la musica e con la poesia, e chi non sia terrificato dall’argomento, dovrebbe leggere queste epiche trecento pagine di verità storiche su Auschwitz cantate, prima che il tempo e l’incoscienza dell’uomo le offuschino, da un non ebreo (Lorenzo Albertinelli, I Lager, Giuntina, 1994).

Sion Segre Amar

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7.
FRANCESCO COPPELLOTI
Lettera pubblicata
su “La Stampa”, domenica 8 maggio 1994

Olocausto e sfruttamento

Ho appena letto l’articolo «Ma non chiamatelo Olocausto – Così si tradisce lo sterminio», di Sion Segre Amar, pubblicato il 3 maggio su La Stampa. Constato che, secondo la sua autorevole opinione, 1) premettere l’aggettivo «cosiddetto» al termine «Olocausto» (antonomasia introdotta nell’uso linguistico dalla stampa angloamericana nel ’42-43, come risulta tra l’altro dall’Oxford Dictionary) non costituisce di per sé un’offesa alla memoria dello sterminio degli ebrei; 2) che Schindler’s List è un film di (discutibile) «gusto americano», «inadeguato» a rappresentare lo sterminio degli ebrei in Europa.

Ciò che non risulta affatto perspicuo è il motivo o la fonte da cui Sion Segre Amar ha tratto la convinzione che il sottoscritto, quando usa l’espressione “cosiddetto Olocausto”, intende negare addirittura l’esistenza di Auschwitz. Non da miei scritti sull’argomento, che compariranno in libreria solo tra qualche giorno (ho curato una raccolta di saggi noltiani intitolata Dramma dialettico o tragedia? per l’editore «Settimo sigillo»); non dagli articoli dei giornalisti che mi attribuiscono quell’intenzione e secondo i quali Schindler’s List è una lezione di storia indiscutibile, la parola «Olocausto» sacra e intoccabile. Presumo dunque che Lei abbia tratto questa Sua convinzione da un mio articolo pubblicato nel numero di Italia settimanale che conteneva anche le cosiddette e ormai famigerate «liste di proscrizione» (articolo che aveva per tema non lo sterminio, ma la vicenda di Oskar Schindler, così come è stata interpretata dal suo biografo Keneally e dal cineasta Spielberg) e precisamente dalle poche righe introduttive all’articolo, nelle quali esponevo le due concezioni generali dello sterminio e affermavo che la concezione detta «funzionalista» è inadeguata; ma quando sottolinea l’aspetto per cui Auschwitz fu anche e necessariamente «un gigantesco sistema di produzione», essa è «senz’altro più aderente alla verità storica» della concezione «intenzionalista», che tende a evidenziare in modo esclusivo, e quindi non scientifico, la volontà di sterminio dei nazionalsocialisti intesa come male assoluto.

Inoltre questa mia idea, espressa in termini sommari, poiché l’introduzione all’articolo fu tagliata per motivi di spazio, è tanto poco revisionista, che il principale fustigatore dei revisionisti Rassinier, Butz e Faurisson, lo storico ebreo-francese Pierre Vidal-Naquet, nel suo «libello» contro gli Assassini della memoria (Editori Riuniti 1993, ed. or. francese 1987) a p. 106 sg. scrive testualmente: «Majdanek e soprattutto Auschwitz, enormi i centri industriali, furono la prova vivente che lo sterminio poteva (io direi: “doveva”, a causa della concezione del mondo hitleriana) affiancarsi allo sfruttamento del lavoro forzato... Tra sfruttamento ed eliminazione vi fu tensione, mai rottura».

Ma, allora: unde malum?
Francesco Coppellotti, Torino

Risponde Sion Segre Amar:

Temer si dee di sole quelle cose
ch'anno potenza di fare altrui male;
de l'altre no, ché non son paurose

(Dante, Inferno, II, 88)

Questa chiusa dantesca di Sion Segre Amar mi sembra un modo troppo sbrigativo per trarsi d’impaccio dalle serie argomentazioni poste dal prof. Cappellotti, che si è trovato nel 1994 ad esser diffamato dal padre e nuovamente nel 2007 dal figlio. Mi auguro che presto il “Comitato per la libertà di pensiero” possa intervenire in casi simili con quella stessa efficacia con cui le comunità ebraiche mobilitano magistrature e politici per manifestazioni di antisemitismo spesso inesistenti e del tutto fantastiche.

* * *

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8.
CARL SCHMITT
Amnestie oder die Kraft des Vergessens

In casa Moffa, nell’ormai storica cena, avevo tentato di divulgare concetti ispirati dall’articolo di Carl Schmitt, che segue nell’originale tedesco ed in una traduzione italiana da me resa. Si tratta di un testo originariamente anonimo apparso nel novembre 1949 su “Crist und Welt”, varie volte ripubblicato e perfino plagiato. Qui è ripresa dall’edizione che ne ha fatto Piet Tommissen in “Dietsland-Europa” (Antwerpen), 4. Jg. Nr. 9 - Okt. 1959. Il contenuto di questo saggio, cui avevo appena accennato, veniva banalizzato da Marco Ventura come nella replica sopra riportata. Due anni prima, nel 1947, nel suo diario postumo Carl Schmitt scriveva una frase, della cui incisività e pregnanza, mi accorgo per le reazioni che suscita ogni volta che la cito in pubbliche conferenza ed in presenza di esponenti delle comunità ebraiche: «Vivere della colpa altrui è il modo più basso di vivere a spese degli altri. Vivere di ammende e tangenti è il modo più ignobile di fare bottino. Ma essi hanno vissuto sempre così…». In poche righe Carl Schmitt ha anticipato di oltre mezzo secolo il libro di Norman G. Finkelstein sull’«Industria dell’Olocausto». Perché una simile industria prosperi è necessaria una pubblicità ed una tensione continua, ma soprattutto occorre evitare anche con l’inflizione del carcere una seria riflessione storica del nostro passato, di quella memoria che si pretende “assassinata” se non corrisponde a quella clonata dai cervelli che hanno imposto i parametri di Norimberga. In realtà, se proprio si vogliono coniare slogans, si dovrebbe parlare non di «assassinio della memoria», ma di «assassinio del pensiero» di tutti gli Europei nati dopo il 1945. Questo testo di Schmitt è ancora di una straordinario attualità. Esso dimostra che dal 1945 in poi i vincitori hanno scelto la via dell’annientamento del vinto, ma non di un annientamento semplicemente fisico; esso punta alla distruzione dell’identità spirituale e politica del vinto in modo che egli non possa mai più risollevarsi. Nella nostra polemica abbiamo toccato un’inimicizia profonda che esisteva ancor prima che fossimo nati!

AC

* * *

Allmählich kommt es um zu Bewusstsein, dass “Krieg” heute etwas wesentliches anderes ist als zu den Zeiten unserer Grossväter. Die Aenderung geht sehr tief und hat etwas Beunruhigendes und Unheimliches. Der Krieg ist heute nicht mehr nur ein Zusammenstoss von zwei organisierten, gut disziplinierten Armeen. Er wird nicht nur mit militärischen Waffen geführt. Die Gegner unterminieren sich gegenseitig mit allen Mitteln. Dadurch verwandelt sich der Krieg in einen Bürgerkrieg, und auch der Kalte Krieg wird zum Kalter Bürgerkrieg.

Jedes europäische Volk weiss heute, was das bedeutet. Jeder kennt nicht nur eine, sondern mehrere fünfte Kolonnen. Die Entnazifizierung war Kalter Bürgerkrieg. Das Kennzeichnen dieses Bürgerkrieges besteht darin, den andern als Verbrecher, Mörder, Saboteur und Gangster zu behandeln. In einem schauerlichen Sinne ist der Bürgerkrieg ein gerechter Krieg, weil jede der Parteien unbedingt auf ihrem Rechte sitzt wie auf einer Beute. Jeder nimmt Rache im Namen des Rechts. Wie ist es möglich, aus diesem Zustand des Kalten Bürgerkrieges zu einem Frieden zu gelangen? Wie kann der Zirkel der tödlichen Rechthaberei durchbrochen werden? Wie kann der Kalte Bürgerkrieg ein Ende finden?

*


Der Kommunist hat eine einfache Antwort: durch Vernichtung des anderen. Mit diesem Entschluss zur Vernichtung ist er den anderen überlegen. “Ins Nicht mit ihm” heisst es in einem Stück von Bert Brecht. Das ist die eine, die unmenschliche Möglichkeit der Beendigung eines Bürgerkrieges. Wir können nicht an sie als an ein echtes Mittel zur Beendigung eines Bürgerkrieges glauben. – Dann aber gibt es nur noch ein einziges anderes Mittel, und wenn wir nicht die Kraft und die Ehrlichkeit finden, es anzuwenden, muss der Vernichtungsgedanke siegen. Dieses andere Mittel ist eben die Kraft des Vergessen.

*

Alle Bürgerkriege der Weltgeschichte, die nicht in der totalen Vernichtung der Gegenseite endeten, haben mit einer Amnestie geendet. Das Wort Amnestie bedeutet Vergessen, und nicht nur Vergessen, sondern auch das strenge Verbot, in der Vergangenheit herumzuwühlen und dort Anlass zu weiteren Racheakten und weiteren Entschädigungsansprüchen zu suchen. Dieses Wort Amnestie erscheint zum erstenmal in der menschlichen Sprache nach einem fürchterlichen dreissigjährigen Kriege, den Peloponesischen Krieg, nach einem Brüderkrieg dei griechischen Stämme und Städte (vierhundert Jahre vor Christi Geburt). Die englische Revolution Cromwells wurde im Jahre 1660 durch ein Entlastungs- und Vergessensgesetz, einen Indemnity and Oblivian Act beendet. In England gilt heute noch ein Gesetz aus dem Jahre 1495, das den Engländern, die seit Jahrhunderten keinen Bürgerkrieg mehr erlebt haben, anscheinend aus dem Gedächtnis geschwunden ist, das aber trotzdem noch gilt und einen Augenblick des Nachdenkens verdient: nach der Wiederherstellung normaler Zustände darf niemand wegen des Tatbestandes, dass er auf der falschen Seite stand, bestraft werden.

*

Amnestie bedeutet als mehr, als eine blosse Begnadigung wegen kleiner Vergehen. Sie muss mehr sein, als ein Akt des Mitleides, das man einem jahrelang Gequälten und Verfolgten schliesslich nicht mehr gut verweigern kann, Amnestie ist mehr als die Zigarette, die man dem Entrechteten anbietet, um sich selber seine Menschlichkeit zu beweisen. So billig ist der Kalte Bürgerkrieg nicht zu beenden.

*

Nachdem so viele Worte, Begriffe und Einrichtungen verfälscht und vergiftet worden sind, sollen wir darauf bedacht sein, wenigstens das Urwort des Friedens nicht zu vergessen. Die Amnestie ist mehr als eine Entlastung des staatlichen Verfolgungsapparates. Sie ist ein gegenseitiger Akt des Vergessens. Sie ist keine Begnadigung und kein Almosen. Wer Amnestie nimmt, muss sie auch geben, und wer sie gibt, muss wissen, dass er sie auch nimmt. Erhalten wir uns wenigstens diese Erinnerunge an einen Rest heiligen Rechtes rein, damit das letzte und einzige Mittel, den Kalten Bürgerkrieg auf eine menschliche Weise zu beenden, nicht in Vergessenheit gerät!

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Traduzione

Amnistia o la forza di dimenticare

A poco a poco viene a consapevolezza il fatto che “guerra” è oggi qualcosa di essenzialmente diverso che non ai tempi dei nostri nonni. Il cambiamento penetra assai in profondità ed ha qualcosa di inquietante e mostruoso. La guerra oggi non è più solo lo scontro di due eserciti organizzati, ben disciplinati. Essa è condotta non solo con armi militari. Gli avversari si distruggono reciprocamente con tutti i mezzi. In tal modo la guerra si trasforma in una guerra civile ed anche la Guerra Fredda diventa Guerra Civile Fredda.

Ogni popolo europeo oggi sa cosa ciò significa. Ognuno conosce non solo una, ma parecchie quinte colonne. La denazificazione fu guerra civile fredda. La caratteristica di questa guerra civile consiste nel trattare l’altro come criminale, assassino, sabotatore e gangster. In un senso orrendo la guerra civile è una guerra per il diritto poiché ognuna delle parti monta sul suo diritto come su un bottino. Ognuno si vendica in nome del diritto. Come è possibile da questa condizione di Guerra Civile Fredda giungere ad una pace? Come può essere rotto il circolo di chi ha la presunzione mortale di aver ragione? La Guerra Civile Fredda come può trovare una fine?

*

Il comunista ha una risposta semplice: con l’eliminazione dell’altro. Con questa decisione per l’eliminazione egli è superiore all’altro. “Nel no con lui” si dice in una commedia di Bert Brecht. Questa è l’una possibilità, la possibilità disumana di porre termine ad una guerra civile. Non possiamo credere ad essa come un giusto mezzo per porre termine ad una guerra civile. – Ma allora c’è un solo altro mezzo, e se non troviamo la forza e l’onestà di applicarlo, deve necessariamente vincere l’idea dell’annientamento. Questo altro mezzo è proprio la forza di dimenticare.

*

Tutte le guerre civili della storia universale, che non sono terminate con l’annientamento della parte avversa, hanno avuto fine con un’amnistia. La parola amnistia significa dimenticare, e non soltanto dimenticare, ma anche il rigido divieto di rivangare il passato e da lì cercare occasione per ulteriori atti di vendetta e ulteriori pretese di indennizzo. Questa parola amnistia appare per la prima volta nella lingua umana dopo una spaventosa guerra durata trent’anni, la guerra del Peloponneso, una guerra fratricida dei popoli e delle città greche (quattrocento anni prima della nascita di Cristo). La rivoluzione inglese di Cromwell terminò con una legge di indennizzo e di oblio, un Indemnity and Oblivian Act. In Inghilterra vige ancora oggi una legge dell’anno 1495, la quale agli inglesi, che da secoli non ha più vissuto nessuna guerra civile, è in apparenza scomparsa dalla memoria, ma che ciò malgrado vige ancora e merita un momento di riflessione: dopo il ristabilimento delle condizioni normali nessuno può essere punito per il fatto che stava dalla parte sbagliata.

*

Amnistia significa più che un mero condono per una piccola contravvenzione. Essa deve essere più che un atto di compassione, che infine non si può più ben rifiutare ad uno che per anni è stato tormentato e perseguitato, amnistia è più della sigaretta offerta a che è stato privato di ogni diritto per dimostrare a se stessi la sua umanità. La Guerra Civile Fredda non può finire così a buon mercato.

*

Dopo che sono state falsificate e avvelenate tante parole, concetti e istituti, noi dovremmo badare almeno a non dimenticare il senso originario della parla pace. L’amnistia è più che un alleggerimento dell’apparato repressivo dello Stato. Essa è un atto reciproco del dimenticare. Non è né una grazia né un’elemosina. Chi riceve l’amnistia, deve anche darla, e chi la dà deve sapere che anche egli la riceve. Conserviamoci puro almeno questo ricordo di un residuo di diritto sacro, affinché non cada nell’oblio l’ultimo ed il solo mezzo per porre termine alla Guerra Civile Fredda in un modo umano.

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9.
Lettera di Luigi Cortesi:
«La rivista Giano non è negazionista»
Lettera di Cortesi alla Stampa

Riporto qui direttamente da “Informazione Corretta” il testo che Luigi Cortesi, non avendo ancora a disposizione il testo originale che pubblicherò in formato immagine. È significativa la titolazione. Il titoletto originale su “La Stampa” dovrebbe essere: «La rivista Giano non è negazionista». Alla lettera di Luigi Cortesi viene stranamente aggiunta una replica dello stesso Ventura. Qui francamente non capisco la conduzione editoriale de “La Stampa”. Ma chi è questo Marco Ventura? Un giornalista, regolarmente e legalmente stipendiato da “La Stampa”, il cui compito dovrebbe essere quello di fornire ai Lettori una informazione non già “corretta”, termine quanto mai ambigua e grazie a Pezzana divenuto fosco, ma almeno informazione “obiettiva”. Sembrerebbe che Marco Ventura sia la somma autorità esistente in fatto di Storia e di Filosofia. Si arroga egli il diritto di bacchettare tutti quelli che da lui sono stati diffamati come “negazionisti” e che non ci vogliono stare ad accettare la diffamazione, che diventerà delazione ove la legge Mastella dovesse passare nella sua ispirazione originaria. In un serio giornalismo fatto da un giornale serio, quale La Stampa dovrebbe essere, il Ventura non dovrebbe avere alcun diritto di replica ed ultima parola. Ha scritto su un’intera pagina un articolo che a pieno titolo puà essere definito “spazzatura”, dove ha gettato fango a più non posso su argomenti che a stento riesce lui stesso a comprendere. Adesso risponde Luigi Cortesi ed a Ventura viene concesso replica, ossia come pretende I.C. la possibilità di “sbugiardare” Luigi Cortesi con l”argomento all’incirca del tipo seguente: in un bar d’Italia Luigi Cortesi prende un caffé la mattina; in quello stesso bar entro nel pomeriggio Claudio Moffa, che prende pure un caffé; ecco accertata giudizialmente la connessione “negazionista”: le questure d”Italia possono procedere alla caccia all’uomo. La titolazione evidenziata in grassetto di I. C. è quindi la seguente: «Il direttore della rivista Giano sburgiardato sul negazionismo». Normalmente, I. C. aggiunge alla rassegna stampa un suo fazioso commento. Questa volta si riconosce interamente nella replica di Ventura e non aggiunge nulla di suo.
AC


Ho letto con stupore sulla Stampa dell’11 luglio scorso quanto riguarda la rivista Giano da me diretta nell’articolo di Marco Ventura, «All’Università di Teramo. Alt ai negazionisti». Lo scritto è costruito e montato in modo tale da presentare Giano come parte di una «galassia negazionista» che spazia tra marxismo filocastrista, neofascismo, ambientalismo, ex dirigenti di Forza Italia, «avvocati d’assalto» e chi più ne ha più ne metta. Non mancano neppure - orrore - alcuni «critici da sinistra del Manifesto e di Liberazione».
Come direttore di Giano - rivista di «pace, ambiente, problemi globali» - non posso evitare l’indignazione per la leggerezza con la quale s’informano i lettori sulle discussioni che riguardano uno dei nodi più dolorosi della coscienza contemporanea.
Giano esce quadrimestralmente dal 1989 e bisogna non aver visto neppure uno dei suoi oltre 50 fascicoli finora usciti per includerlo nella «galassia negazionista». E quanto a me personalmente, valgono eventualmente i miei scritti, là dove io ho toccato i temi quali lo sterminio, l’antisemitismo, il razzismo in generale. Si renda conto il Ventura che negazionista ha un solo significato: esattamente quello del suo etimo.
Allo stesso modo devo chiarire che nessun contatto è mai avvenuto tra me e docenti dell’Università di Teramo in merito a ricerche e dibattiti dedicati al negazionismo o a temi da esso caratterizzati.

Luigi Cortesi

Prendo atto della precisazione di Luigi Cortesi, direttore di Giano. Ricordo che tra i 50 fascicoli di Giano citati da Cortesi, due sono dedicati alla Shoah: il n. 24 («Storicizzare l’”Olocausto”») e il n. 40 («Gli olocausti 1933-1945»). Nel primo si denuncia «il continuo abuso della Shoah messo in atto dalle autorità dello Stato d’Israele» e la «deriva reazionaria del sionismo, la sua saldatura con gli interessi imperialistici in Medio Oriente e con le tendenze della strategia globale statunitense» che avrebbero bisogno «di creare una cultura di legittimazione, che trova nel capitolo delle persecuzioni nazifasciste uno strumento “facile” e potente». Nel secondo si rivendica «una posizione di autonomia critica» su Auschwitz, nonché la trasversalità degli «Olocausti» («Quanti comunisti erano ebrei? E quanti ebrei erano comunisti? Quanti ebrei e comunisti tra i prigionieri di guerra sovietici? Quanti slavi?»), negando l’esclusività dell’Olocausto ebraico. Quanto all’assenza di rapporti con i docenti di Teramo, il professor Claudio Moffa è collaboratore di Giano con articoli sull’Africa e su temi come «Le categorie di “razza” e “differenza”» e «Dietro Clinton la lobby sionista». Le firme di Moffa e Cortesi si trovano in calce ad appelli «con il popolo iracheno che resiste», contro il processo a Saddam Hussein, ma anche «contro l’infame condanna» del negazionista francese Roger Garaudy
Marco Ventura

È sconcertante l’improntitudine del “giornalista” Ventura, il quale ha chiaramente simpatie ed opzioni politiche tutte sue: se le tenga, ma non può pretendere che esse siano il metro di ciò che è “corretto” e “non corretto”, “giusto” e “ingiusto”. Quanto poi al senso delle parole per chi legge è chiaro che Cortesi si riferisce all’inesistenza di relazioni in merito al progetto didattico del Master Mattei, non certo alle legittime possibilità di conoscenza che Moffa e Cortesi possono avere avuto nel corso della loro ultracinquantenaria esistenza. L’uno non si chiama Toto Riina e l’altro neppure si chiama Bernando Provenzano. Colgo l’occasione che neppure io ho mai partecipato alle iniziative teramane di Claudio Moffa, che ho conosciuto solo dopo il clamore suscitato dal caso teramano. Avrei quindi un motivo in più per rigettare tutte le illazioni di Ventura nei miei confronti. Comunque sia né Moffa né Cortesi né io dobbiamo rendere conto a Marco Ventura delle frequentazioni avute nel corso della nostra vista, a meno che lo stesso Ventura non divenga un agente di polizia giudiziaria al quale è demandato il diritto di porre simili questioni. Altra cosa che sconcerta il fanstasma che ossessiona la mente dello stesso Ventura. In merito a questo fantasma Luigi Cortesi, forse riprendendo una questione da me appena accennata nelle lettere pubblicate, spiega a Ventura, che continua a non capire, che il termine “negazionista” è solo quello che si desume dal suo etimo, ossia se non erro Cortesi concorda con me che il termine “negazionismo” non ha nessun senso tale da poter essere scientificamente considerato. Neppure i cosiddetti “negazionisti” senza diritto di replica (Faurisson, Irving + 100) a loro modo negano alcunché, ma in senso affermativo pongono tesi o criticano posizioni altrui. In un paese civile si ribatte con argomenti, non con il carcere e la violenza. Ciò avveniva ai tempi dell’Inquisizione e del processo alle streghe. Evidentemente quei tempi non sono passati e Ventura aspira alle funzioni di un moderno Inquisitore. Quanto al tema della legittimazione dello stato di Israele è faccenda distinta, che anche io ho trattato nel mio blog. È evidente per chi non abbia i paraocchi che esistono una connessione strumentale fra «cosiddetto Olocausto» e legittimazione dello Stato di Israele. Non si spiegherebbe altrimenti l’animosità della polemica. Ma anche qui si tratta di questione distinta: altro è la fondatezza o meno dell’assunto di Faurisson sulla inesistenza delle camere a gas quale mezzo tecnico del genocidio, altro è il concetto già negli anni 42-43 forgiato come “Olocausto” e posto alla base di infinite rivendicazioni anche di natura finanziari dallo Stato di Israele. Quanto mai istruttiva è la richiesta da parte di Israele per “riparazioni” di guerra della Germania verso Israele, quando Israele come Stato neppure esisteva durante la guerra mondiale. Una mostruosità giuridica, rilevabile da un qualsiasi studente di diritto, ma divulgata fra gli altri dal “negazionista” Garaudy, pure citato nella scomunica di Marco Ventura. Interessante aggiungere con l’occasione che lo “scomunicato” Garaudy afferma, dico “afferma” e dimostra con ampiezza di argomenti – non nega –, esattamente nell’ultimo capitolo del suo volume messo all’indice “I miti fondativi dello Stato d’Israele”, come l’esistenza e la prosperità economica di Israele dipenda dal mito dell’Olocausto. E ciò spiega la presente polemica. A molti senza siffatti pregiudizi, che nulla hanno a che fare con una seria ricostruzione storica dei fatti più tragici della seconda guerra mondiale, verrebbero a mancare le basi materiali della loro esistenza: l’olocausto è il loro pane quotidiano; a “negarne” la natura mitico-religiosa, si toglierebbe loro il pane. Una discussione critica è esattamente ciò che questi Signori non vogliono. Vogliono invece che tutti vivano nella confusione indistinta del “mito”. E vanno avanti su questa strada perversa e davvero demoniaca senza esclusione di mezzi e senza scrupoli.
AC

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10.
Mia lettera a Luigi Cortesi e a “La Stampa”:
La mia tessera a Forza Italia

Al Direttore
della rivista »Giano«
Luigi Cortesi,

E p. c.

– A “La Stampa”
– Al Comitato per la libertà di pensiero “Civium Libertas”

Leggo su “La Stampa” di oggi 26 luglio, o meglio sulla rassegna stampa di “Informazione Corretta”, che in questa storia ha un suo non irrilevante ruolo, una sua presa di posizione in merito allo sciagurato articolo di Marco Ventura, nel quale anche io mi sono trovato coinvolto.

Scopo di questa mia lettera è innanzitutto di segnalarle questo mio blog, dove vado raccogliendo tutti gli elementi di una polemica che non accenna a spegnersi e che sarà per me occasione atipica per riflettere su alcuni gravi capitoli di filosofia del diritto e della storia.

Potrà qui trovare anche qualche mio commento alla sua lettera di oggi e soprattutto alla scriteriata replica di Marco Ventura, che a questo punto si conferma essere lui il principale teorico del negazionismo. Ho già scritto nelle mie due lettere pubblicate su “La Stampa", che a mio avviso il cosiddetto negazionismo non è altro che un concetto privo di contenuto scientifico, ma costruito solo a scopo denigratorio e diffamatorio e posso ora anche aggiungere a scopo delatorio, se mai dovessero venire introdotte in Italia leggi altrove vigenti.

Ho cercato per quanto mi è stato possibile di ribattere alle infinite sciocchezze di Marco Ventura che nel suo articolo ha messo insieme persone e concetti fra loro disparati. Nelle mie lettere non mi è parso di dover dare rilievo alle affermazioni di Ventura circa la mia militanza in Forza Italia.

Poiché nella sua lettera vengo non nominativamente citato come “ex dirigente” di Forza Italia, posso precisarle che in realtà io conservo ancora quelle modeste cariche (non retribuite) alle quali sono stato eletto nella mia sede calabrese (come presidente di un Club e Coordinatore provinciale, restando tesserato in piena regola statutaria). Non ho voluto precisare ciò pubblicamente perché mi sono apparse cose minime e non vi era spazio sufficiente. Tuttavia, colgo ora occasione per osservare che non vi è stato da parte di Forza Italia (Berlusconi, Bondi o Cicchitto) nessun intervento sulla questione, cosa che sarebbe per me quanto mai gradita se ciò potesse richiamare l’attenzione dei massimi vertici di partito in merito ai contenuti degli artt. 21 e 33 della costituzione, gravemente vulnerati nella vicenda teramana, come potrei agevolmente dimostrare.

Antonio Caracciolo
Ricercatore di filosofia del diritto



11.
Il ruolo di “Informazione Corretta”.
Lettera a “La Stampa” ed al “Comitato per la libertà di pensiero”

Alla Direzione de “La Stampa”
Al Comitato per la libertà di pensiero

Loro indirizzi


In relazione al più volte richiamato articolo apparso su “La Stampa” in data 11 luglio e poi ripreso da altre testate, mi chiedo e chiedo se Marco Ventura anziché un giornalista de “La Stampa” non sia un giornalista di “Informazione Corretta”. Da mesi sto monitorando l’attività di “Informazione Corretta” e mi sono formato la convinzione che si tratta di un’organizzazione, certamente finanziata da qualcuno, per orientare la stampa italiana non solo acriticamente a favore di Israele ma per condizionare l’opinione pubblica italiana a favore di guerre contro Stati mediorientali, in particolare contro l’Iran. Certamente I.C. si avvale di una rete di giornalisti “amici” collocati nelle redazioni di vari giornali, ad esempio Fiamma Nirenstein dispone di una rubrica fissa settimanale su “Radio radicale”, dove la faziosità e le opzioni politiche della “giornalista” sono evidenti anche ai ciechi. Se questa “amicizia” vada al di là della semplice “corrispondenza di amorosi sensi” o si sostanzi anche in organici rapporti non mi è dato sapere, non avendo a mia disposizione un servizio di investigazioni private. Sono però fornito di immaginazione e sono abbastanza istruito in filologia per poter fare un’analisi comparata dei testi editi ed a tutti noti.

Le argomentazioni aprioristiche contro il cosiddetto “negazionismo”, fantastica teoria creata ad arte dagli stessi Inquisitori, che mettono all’indice le opere incriminate sulla base della propria sacrale autorità e voglion precludere ad ognuno la possibilità di potersi formare una propria autonoma opinione, ci riporta indietro nel tempo di parecchi secoli, quando si mettevano al rogo le streghe e si andava in caccia di libri proibiti come fossero pericolosi criminali. Mi giunge oggi notizia ansa (vedi allegato 2) che in Francia su denuncia della Unione degli studenti ebrei, sarebbe stata prima assaltata da “squadristi” e successivamente visitata dalla polizia che avrebbe rilevato la presenza di testi negazionisti, fra cui opere di Garaudy. Per questo “crimine” la libreria rischia di venir chiusa ed il suo proprietario penalmente perseguito.

E questa sarebbe la libertà di cui godiamo? E noi saremmo un paese democratico e liberale il cui modello debba essere esportato con le armi in paesi come l’Iraq, l’Afghanistan, la Siria, l’Iran? Ma io senza sapere cosa sia questo “negazionismo” e nulla avendoci a che fare, ma con ciò non ritengo di presentare una non dovuta certificazione antingegazionista, mi vergogno di questa democrazia e ritengo mutatis mutandis che sia stato restaurato un nuovo e peggiore totalitarismo, al quale si è dato il nome truffaldino di democrazia.

Vi allego il commento tipo di Informazione Corretta, applicato all’articolo di Ventura, che sospetto sia nei fatti più un giornalista di “Informazione Corretta” che non de ”La Stampa". I trafiletti di I. C. sono abitualmente un’incitazione rivolta agli iscritti alla loro Mailing List per lettere minatorie ed intimidatorie alle Direzioni dei giornali contro quegli articoli che non sono in linea con l’attività censoria di I. C., del cui finanziamento e collegamento politico nazionale ed internazionale sarei quanto curioso di poter sapere, ovvero contro singoli soggetti privati che hanno il grave torto di non pensarla secondo di dettami di “Informazione Corretta”.

Allego anche i commenti e le concertazioni pubblicate da “Informazione Corretta” in relazione alle lettere di protesta inviate alla redazione de “la Stampa” da parte di tutte le persone nominate da Ventura nel suo articolo e che per nulla si riconoscono nella rappresentazione per nulla giornalisticamente “obiettiva” che lui ne ha dato. Mettendo insieme l’azione concertata fra I. C. e giornalisti come Marco Ventura trovo conferma alla mia convinzione che il cosiddetto “negazionismo” è in realtà un artificio concettuale costruito ad arte da tipi come Marco Ventura e Angelo Pezzana, manovratore di I. C., allo scopo di diffamare e mandare in galera persone politicamente scomode e non in linea con gli interessi politici dello Stato di Israele.

Antonio Caracciolo
filosofo del diritto

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Allegato 1: commento tipo di I.C. con annesso il testo dell’articolo di Marco Ventura.

La STAMPA dell’11 luglio 2007 dà notizia della chiusura del master Mattei sul Medio Oriente, che ha ospitato il negazionista Faurisson, con un articolo che, avvalendosi sopratttutto delle dichiarazioni di Franco Cardini, presenta i negazionisti come storici seri con i quali sarebbe possibile, se solo lo si volesse un dibattito.
Si tratta, come minimo, di un errore. I negazionisti non sono storici, ma propagandisti antisemiti. Le loro tesi sono ampiamente confutate dalla storiografia seria, ma discutere con loro sarebbe inutile. Ignorano sistematicamente prove e testimonianze dei sopravvissuti, manipolano i fatti e le parole per sostenere una tesi precostituita. Sono falsari.
E' giusto che siano tenuti fuori dalle aule universitarie: non si tratta di un affronto alla libertà accademica, ma della tutela di minimi standard di correttezza scientifica.

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Obiezioni: a) la conferenza di Faurisson non si è tenuta né all’università né fuori, perché soffocata nella violenza. Pertanto è falso dire «ha ospitato»; b) la patente di storici “seri” chi è abilitata a darla? Forse Angelo Pezzana o Marco Ventura o Fiamma Nirenstein o il Tucidide di Merano? Se almeno vi fosse il senso del ridicolo e del pudore non si accadrebbe che perle simili possano essere presentati come “corretti” commenti. c) Ma chi è più propagandista dei Corretti Informatori? Lo fanno a pagamento o gratis? d) Se i corretti informatori non vogliono discutere «con loro», almeno lasciassero agli altri la libertà di discutere fra di loro su tutto ciò che loro aggrada, senza dover dipendere dal permesso inquisitorio di Informazione Corretta, di Brunello Mantelli e dei suoi 900 innominabili (forse già nella Mailing List della stessa Informazione Corretta). Questo è un paese dove la libertà (di diffamare) esiste per Pezzana, Mantelli, Ventura, mentre per tutti gli altri non esiste neppure il diritto di aprire bocca per dire io non sono quel tizio che tu hai dipinto in quel modo. e) per poter verificare la manipolazione e l’ignoranza dei testi attribuita ai cosiddetti negazionisti dovrei innanzitutto poterne conoscere le opere ed anche poterli sentire ed ascoltare di persona. A fare un giudizio preventivo pare si sia già preoccupati gli Inquisitori, che quindi si preoccupano santamente della salute delle anime degli incaute, che potrebbero cadere nelle insidie del demonio bugiardo e tentatore. Per la verità, di falsi a me noti conosco solo quelli operati ad esempio dalla citata Nirenstein, che inizia in epigrafe di un libro ad alta tiratura con una falsa ed inesistente citazione di Martin Luther King. Ciò è stato personalmente da me verificato e con una disinvolta capriola è stato ammesso perfino dalle stesse organizzazioni ebraiche. Al falso, o alla manipolazione che ad altri si pensa di poter attribuire si risponde con le armi della critica, non con le manette, la prigione, la violenza. Queste semmai inducono a sospettare che falsità e manipolazione stiano tutte nella bocca degli accusatori. f) Se la “correttezza” scientifica fosse la stessa praticata dai “corretti”, saremmo precipitati ad un livello di barbarie maggiore di tutti gli esempi storicamente accertati.

AC

Allegato 2:
(ANSA) - PARIGI, 27 LUG - Due librerie nel centro di Parigi rischiano di essere chiuse per ordine dell’autorità giudiziaria perché vendono libri che contengono tesi negazioniste. La prima è la Licorne bleue, una libreria specializzata in testi di storia, in rue Jules-Valles, nell’XI arrondissement, di solito chiusa e con appeso alla porta un biglietto del proprietario, Thierry Breschmann, che dice: «Si accettano solo visite su prenotazione». Proprio ieri in questa libreria una cinquantina di libri e riviste che le autorità sospettano contengano tesi negazioniste sono state poste sotto controllo giudiziario. Per due ore un commissario di polizia, un ufficiale giudiziario e Michael Prazan, uno storico specializzato in storia del negazionismo, hanno esaminato le opere sospette. "Vi abbiamo trovato tutta la mitologia antisemita, dal XIX secolo ai giorni nostri, nascosta nei cassetti della libreria", ha detto a Le Parisien Prazan. Tra i libri, il cui valore calcolato è di circa 1.500 euro, c’erano anche alcune copie della rivista »Les annales d’histoire revisionniste«, oltre ad opere di Roger Garaudy. E due giorni fa lo stesso provvedimento è stato applicato per un’altra libreria, la Librairie du Savoir, nel XIV arrondissement, la cui precedente sede nel V arrondissement, tra l’altro, era già stata chiusa. La libreria aveva poi riaperto nel XIV arrondissement. In entrambi i casi è stata l’Unione degli studenti ebrei di Francia (Uejf) ad avvisare il Procuratore della Repubblica. «Parigi detiene il triste primato di capitale europea delle librerie negazioniste. Dobbiamo combattere perché non sia più così», ha detto il presidente dell’Uejf, Raphael Haddad. (ANSA). (17:44)

Commento integrativo:
L'ANSA si limita pudicamente a dire che la Librairie du Savoir "era già stata chiusa". Non dice che era stata distrutta da alcuni delinquenti "miracolosamente scampati", i quali, penetrati armi in pugno nella libreria, avevano massacrato di botte il proprietario mentre uno di loro teneva a bada il giovane commesso puntandogli la pistola alla nuca. (CM)


Forse Marco Ventura, Angelo Pezzana, Brunello Mantelli agognano di esercitare in Italia il ruolo sopra espletato da Michael Prazan, davvero uno “storico serio” del calibro dei nostri Mantelli e Ventura. Mi informano che in Torino il Pezzana è pure proprietario di una grande libreria, modello parigino, con un ampio reparto di “Judaica”. Mi raccontano che un ignaro rappresentante di una editrice certamente non “judaica” era lì capitato per diffondere i suoi titoli. Si trovò cacciato in malo modo dallo stesso Pezzana, dal quale in quanto proprietario di libreria invano ci si aspetterebbe un gesto di solidarietà verso le due librerie parigine, l’una devastata e fatta chiudere con la violenza da evidenti non estimatori dei titoli in vendita, entrambi ora a rischio di chiusura in virtù di una legislazione che definire civile e liberale è cosa certamente impossibile per una mente ancora non devastata dalla “corretta” informazione, che indubbiamente è diffusa anche da “La Stampa”. Ma allora sorge una ovvia considerazione: i libri che possono sostenere tesi appena un poco diverse da quelle care alla cerchia (innominabile) che gravita intorno ai Pezzana, Ventura, Mantelli non possono venire pubblicati. Basti pensare al libro di Ariel Toaf, che sotto pressione dalla sua comunità, è stato costruito all’abiura ed al ritiro del libro dal commercio. Se lo sono, ciò accade alla macchia; se capitano nella libreria di Pezzana in Torino non solo non vengono messi nel circuito della vendita, ma il rappresentante rischia serio sul piano della incolumità fisica. Se poi si considerano il flusso di libri in uscita con ampio battage pubblicitario, come quelli di Nirenstein, Ottolenghi, Valori, Magdi Allam, Panella, libri che in fondo dicono tutti la stessa cosa, come se avessero tutti ricevuti la stessa circolare mandata da Gerusalemme, mentre gli altri libri vengono ostacolati nella pubblicazione, proibiti, sequestrati, è chiaro che restano sulla piazza solo libri a senso unico, di un certo tipo, che per gli “Informatori Corretti” sarebbero i soli libri “seri” destinati a formare le nostre menti, o meglio a plagiare le teste deboli. Goebbels non si sarebbe comportato diversamente e mi arrischio perfino a pensare che sarebbe stato capace di una maggiore liberalità ed apertura mentale di quella dei nostri Amici. Viviamo davvero brutti tempi. Ancora in molti non si accorgono che le nostre libertà sono in grave pericolo. Se non ce ne accorgeremo in tempo, reagendo in modo non violento e legittimo, ma fermo e deciso, alla dittatura mediatica-manipolatriche in atto, ci sveglieremo in un mondo ancora più brutto di quello che ci hanno insegnato a demonizzare.

Lettera di Claudio Moffa a “La Stampa”,
apparsa il 31 luglio 2007, a pag. 34
La disputa sul negazionismo

Due annotazioni rapide sulla risposta di Marco Ventura a Luigi Cortesi in cui per l’ennesima volta vengo citato maliziosamente: primo, il giornalista ricorda le mie pubblicazioni su Giano, e le firme mie e di Cortesi sotto alcuni appelli, fra cui quelli contro il processo a Saddam e contro la condanna a Garaudy. Ma per dire cosa? Per accusare Cortesi di essere un negazionista perché ospita un negazionista che negazionista non è? Parlare dell’esistenza della lobby ebraica negli Stati Uniti - dopo Walt, Meirsheimer e Soros - vuol dire essere negazionisti? Quanto agli appelli su Garaudy e Saddam, il primo - con 35 firme fra cui Cardini, Cazzaniga, Di Nolfo, Giarrizzo, Lombardi-Satriani, Losurdo, Pellicani e altri - venne anche pubblicato da La Stampa del 18 marzo 1998, e del secondo - 21 firme, fra cui Giulietto Chiesa, D’Orsi, Losurdo, Nino Marazzita, Matthiae, Scarcia - se ne è parlato senza anatemi al Festivalstoria di Torino lo scorso anno nel corso di un dibattito coordinato da Mimmo Càndito.

Anche nella Stampa si nascondono i negazionisti? O questo termine, nullo dal punto di vista scientifico tanto da non essere nemmeno citato dal Dizionario di storiografìa di Bruno Mondadori, è diventato il bollino maccartista da appiccicare a chiunque si dichiari come il sottoscritto - e come l’Istituto di studi sul Medio Oriente-Iemasvo da me presieduto: vedi il comunicato del 25 luglio - a favore della libertà di parola e di insegnamento anche per i «negazionisti»? Perché è questo il secondo punto da sottolineare: si può girare la questione come si vuole, ma se gli appelli hanno senso (i miei per Graf e Garaudy degli anni Novanta, quello dei 200 storici me compreso contro il ddl Mastella del gennaio scorso) all’occorrenza i «tecnici» del revisionismo olocaustico Faurisson e Mattogno vanno difesi concretamente.

Su questa strada ci sono segnali buoni: la disponibilità di Tranfaglia a un contraddittorio pubblico con lo studioso francese, le affermazioni limpide del postfascista filoisraeliano Giano Accame, e last but forse most, l’editoriale della Civiltà Cattolica a favore del libero confronto anche nelle università. Su questa strada bisogna continuare - la stessa indicata da Cofrancesco sul Corriere della Sera: «Moffa ha diritto di ospitare Faurisson, il Rettore di negargli l’aula magna» - e sarebbe il caso che la stampa veramente laica e progressista aiutasse questo sacrosanto progetto a difesa degli articoli 21 e 33 della Costituzione, invece di ostracizzare - addirittura preventivamente, come nel caso dello Iemasvo, demonizzato prima ancora che emettesse il primo vagito - chi lo persegue.
Claudio Moffa
Istituto “E. Mattei” di Alti Studi sul Vicino e Medio Oriente

Replica di Marco Ventura:

Nessuna malizia e nessun anatema. Le citazioni del prof. Moffa smentivano semplicemente l’assenza di rapporti tra lui e il direttore di Giano Luigi Cortesi come asserito quest’ultimo.
[M.V.]

Non capisco, francamente, a cosa replicano. In tutta questa storia Marco Ventura ha dimostrato di esser partito fin dall’inizio prevenuto e carico di pregiudizio antiscientifici e antidemocratici. Credo che in realtà abbia inteso fornire un “servizio” a Informazione Corretta più che a La Stampa. “Poverino”, non vi è nessuno che si sia riconosciuto nel suo mosaico e sono sicuro che anche Noam Chomsky interverrebbe se venisse a conoscenza dell’uso indebito che del suo nome si è fatto sul giornale torinese.
A. C.

13.
Gli arcana svelati di »Informazione Corretta«

Confesso una mia debolezza. Forse per bontà innata mi ostino a credere che anche nel nemico ci sia qualcosa di buono, un briciolo di intelligenza, di onestà intellettuale, un barlume di moralità o almeno di “correttezza”, quando della correttezza addirittura assume perfino il nome. Ma è solo una debolezza e devo imparare a vincere la mia ingenuità. Riporto qui integralmente il testo della mia “ennesima” lettere a “La Stampa”, dove soltanto due e pure monche sono state pubblicate.

*



Egregio Dottor Assalto,

Le avevo scritto fra l’altro che mi ero messo a monitorare il sito "Informazione Corretta". Non so di quante unità consista la sua Mailing-list, ma ho motivo di credere che la parte più consistente della famose 900 firme mantelliane che hanno provocato un evento mediatico, su cui poi si è basato Marco Ventura per il noto articolo, sia stata attinta da “Informazione Corretta” e da qui pilotata.

Vengo al punto di questa mia nuova lettera:

Trovo nella mailing-list di «Informazione Corretta» riportato il testo della lettera di Claudio Moffa da voi oggi pubblicato (e non potevate fare altrimenti), ma il testo di Moffa è preceduto da una “Presentazione” che lascio a lei giudicare, affidandomi oltre che alla sua sperimentata cortesia anche alla sua intelligenza. Noterà la finezza dell’ultima riga: ci si preoccupa su cosa la Stampa debba o non debba pubblicare allo stesso modo in cui ci si preoccupa di cosa le università italiane nella loro autonomia scientifica, didattica, organizzativa abbiano o non abbiano il diritto di fare.

Disputa infinita, e poco seria, sul negazionismo
Claudio Moffa voleva portare nelle aule universitarie i negatori delle camere a gas, ma sostiene di avere solo difeso la loro "libertà di opinione"

Testata: La Stampa
Data: 31 luglio 2007
Pagina: 34
Autore: Claudio Moffa - Marco Ventura
Titolo: «La disputa sul negazionismo»

Ennesima lettera di Claudio Moffa alla STAMPA.
Moffa pretende di non avere nulla a che fare con negazionisti, pur avendo voluto concedere una tribuna universitaria a uno dei loro più noti esponenti, Faurisson.
Sostiene che si tratti di una difesa della "libertà di espressione", come se essa implicasse l'apertura delle accademie ai propagatori delle tesi più assurde e delle mistificazioni più evidenti.
La scarsa serietà della polemica è tale che ci si chiede perché La STAMPA continui a pubblicare le lettere di Moffa.

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Si tratta di un testo decisamente IDIOTA, anche per il fatto che voi non avevate mai pubblicato prima nessuna lettera di Claudio Moffa. Quindi l’«ennesima» lettera di Claudio Moffa proprio non esiste.

Se dal dato di fatto si passa poi al merito della questione, trova la stessa ossessione maniacale dove come un disco i “Corretti Informatori” ripetono la stessa identica cosa. Uno scimpanzé avrebbe certamente dimostrato una maggiore attitudine al ragionamento.

Di tutta la discussione che ho seguito dall’inizio e vado pubblicando sul mio blog in tutti i suoi documenti, editi ed inediti, il dato più rilevante emerso è proprio l’inconsistenza scientifica del cosiddetto negazionismo, che nei fatti si dimostra qui ancora una volta come un concetto costruito a scopo denigratorio, diffamatorio, delatorio. Ne ha qui una prova inconfutabile. Non il master teramano andava chiuso ma il sito di “Informazione Corretta” come acclarata centrale di diffamazione.

Come conseguenza della sopra illuminata ed illuminante Presentazione alla lettera di Moffa, lei riceverà secondo le mie previsioni una serie di lettere da parte di lettori non certo propri della “Stampa”, ma imbeccati dall’Occulto Censore. Non posso saperne il numero. Se me lo dicesse lei, potendolo fare, mi farebbe una cortesia, aiutandomi a monitorare meglio "Informazione Corretta".

Ho perso qualche dato. Non ricordo, avendomelo lui detto, se anche Marco Ventura in un suo primo articolo sia stato fatto oggetto delle attenzioni di “Informazioni Corretta” che adotta eguali metodi per tutta la stampa italiana e manda lettere del genere sopra riportato in tutte le sedi dove può mandarle, specialmente ai Superiori. Forse penso male, ma ho il sospetto che il nostro Marco una volta “corretto” e messo sulla retta via, abbia poi pensato di conquistarsi le grazie dei Corretti Informatori, forse per ragioni di affinità. Per questo ho scritto che il suo articolo (Alt Negazionisti) mi appariva più adatto ad una testata digitale come “Informazione Corretta” (si sa ormai cosa è) che non ad una testata antica e prestigiosa come “La Stampa”.

Inserirò anche questa lettera nel mio blog, nella parte successiva alla replica, invero piuttosto vuota di Marco Ventura, che in quanto giornalista non ha certo riportato un’alta quotazione. Nessuno delle persone da lui intervistate o nominate, gli ha riconosciuto obiettività giornalistica. I soli suoi ammiratori solo i censori (per usare una parola gentile che non attizzi nuove polemiche) di «Informazione Corretta». Addirittura, se non ricordo male, all’inizio volevano che egli picchiasse ancora più sodo, ma poi si sono resi conto che di più non poteva fare e che aveva reso il migliore servizio che si potesse desiderare. Merita un premio: da parte di Informazione Corretta.

Antonio Caracciolo

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Credo che debbano essere attentamente studiate le varie lobbies che influenzano la politica e la stampa. Forse in Italia non siamo attrezzati per uno studio del genere, pure estremamente importanti per le sorti della nostra democrazia e delle nostre libertà.

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In seguito ad evidenti e ripetuti tentativi di introdurre anche in Italia leggi liberticide, che in pratica annullano la libertà di pensiero, si è costituita da Societas “Civium Libertas”.




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