venerdì, febbraio 10, 2006

Contro il Concordato


A Roma è ancora in corso un convegno per l'abolizione del Concordato con la Chiesa cattolica. Si svolge al piccolo Teatro Traiano, che si trova esattamente dietro la casa di Berlusconi. Ho voluto recarmici anche io in segno di condivisione dell'obiettivo, pur essendo iscritto e militante in Forza Italia. Ho fatto alcune foto che purtroppo non possono essere inserite in questo post. Mi correggo: è possibile. Poi sono ritornato a casa. In questo momento sta ancora parlando Boselli (che ho fotografato e si è lasciato fotografare) e lo sto ascoltando attraverso Radio Radicale. Tratta l'argomento del finanziamento pubblico alla scuola privata: la sua tesi (condivisibile) è che i finanziamenti pubblici debbano andare solamente alla scuola pubblica. La Chiesa cattolica in effetti gode di numerosi e ignoti privilegi fiscali. Non solo l'8 per mille, ma una pletora di agevolazioni ogni genere a livello comunalie, provinciale, regionale oltre che statale. Sono state dette molte cose interessanti che meriterebbere distinte riflessioni. Alcune anche noiose e non condivisibili. Il titolo esatto del convegno è il seguente: "Libere chiese in libero Stato. La Rosa nel Pugno per il superamento del Concordato". Interessante ad esempio quanto ho potuto sentire da Luciano Pellicani (nella foto a destra) sulla libertà religiosa negli USA e sulla naturale separazione fra Stato e Chiesa. Negli USA esistono oltre trenta confessioni religiose. La laicità della Stato è in questo caso una necessità, non un principio. Sta ora parlando Pannella sui problemi elettorali. Ricorda le vicende referendarie e lamenta in fatto che Rutelli abbia deciso di candidare nella sua lista una signora rappresenta il "Movimento per la vita", che aveva assunto la nota posizione astensionista chiesa dalla Chiesa. Parla anche di problemi di informazione e comunicazione. Ed è esattamente questo anche il nostro tema.

Libertà di stampa e lesione della dignità di un terzo

Le reazioni alla sciagurate vignette non accennano a placarsi. Le considerazioni che possono farsi sono di vario genere. Intanto pare che i francesi in maggioranza non abbiano giudicato positivamente l'iniziativa editoriale del giornaletto danese e siano seriamente preoccupati per quel che ne può derivare anche in Francia. Continuando a riflettere sul tema a me non pare che sia condivisibile la posizione di quanti pongono in primo piano la libertà di stampa. Un argomento che trovo falso ed ingannevole sotto vari punti di vista. Provo ad esemplificare: 1°) libertà di pensiero, sua manifestazione, pubblicazione e divulgazione non può significare diritto all'impunità nell'offendere e dileggiare un altro che perlomeno dovrebbe avere lo stesso diritto: sarebbe il preludio alla guerra civile ed esterna; 2°) il nostro sistema di diritti vale per noi stessi in quanto consociati e consezienti su un sistema di regole condivise. A chi appartiene ad un altro sistema giuridico non si possono imporre i nostri parametri di giudizio e valutazione. 3°) Mi vado convincendo che l'attacco sia partito da Occidente, sapendo magari che l'Oriente avrebbe reagito. Mi chiedo a quali occulte manovre stanno per soggiacere i cittadini europei, intellettualmente fragili quanto presuntuosamente liberi di manifestare opinioni che sono spesso la sedimentazione di messaggi sublimilani e indotti da un sistema mediatico in mano di pochi. 4°) Tutta questa libertà di cui noi godremmo io non la vedo. Infatti, anche nei nostri paesi i nostri vignettisti ed i loro padroni ci pensano due volte quando si tratta di attaccare un potere forte che può immediatamente reagire, magari comprando la testata e licenziando i dipendenti. Per non parlare poi della Gerarchia cattolica in paesi come l'Italia. A destra e a sinistra tutti i partiti, infischiandosi di un rapporto diretto con gli elettori, si contendono il serbatoio di voti cattolici che si attribuiscono al sistema delle parrocchie ed alla propaganda vaticana. Svendono a gara la laicità della Stato. E' semplicemnte vergognoso. 5°) E' auspicabile che in Europa crescano di numero le comunità musulmane. Bisogna perciò imparare a rispettarne i valori religiosi allo stesso modo ed allo stesso titolo con cui si rispettano i valori cristiani e cattolici. Sarà questo il più potente fattore per rafforzare la laicità dello Stato, che salvaguardando la sua funzione si troverà costretto ad essere agnostico e neutrale per poter mantenere la pace religiosa dei suoi cittadini. 6°) I vignettisti (ridono solo loro) probabilmente volevano scatenare una guerra. Se amano la libertà, dovrebbero innanzitutto sapere cosa è e dove cercarla.

mercoledì, febbraio 08, 2006

Le vignette danesi ed il concetto del politico

Stanno trasmettendo la nota trasmissione televisiva "L'infedele", dove molti esperti parlano delle reazioni arabe seguite alla pubblicazione e ripubblicazione delle vignette blasfeme. Anche se ho sentito qualche commento che si avvicina alla realtà, non mi pare che si giunga ad una piena comprensione di ciò che è accaduto e che sta crescendo in intensità. Si tratta di una esemplificazione del concetto schmittiano del politico, che dimostra anche qui la sua scientificità, ossia la sua capacità di spiegare compiutamente il fenomeno. Una graziosa signora da Beirut riferisce che quanti hanno assaltato le ambasciate non erano in fondo per davvero turbati dalle vignette blasfeme. Altri erano i motivi ed i moventi. Ed allora? Perché avrebbero fatto ciò che hanno fatto? La graziosa signora non offre una spiegazione, ma senza rendersene conto ha rivelato l'esistenza di un motivo più profondo e radicato. Considera i dimostranti come degli imbecilli manovrati da tiranni che non ne vogliono sapere di lasciarsi governare al modo occidentale. Sarebbe stato meno grave se i dimostranti fossero stati veramente offesi nel loro senso religioso: ne avrebbero avuto motivo. Lo spegnimento dei furori religiosi sarebbe stato possibile con rimedi religiosi: sarebbero bastate le parole appropriate di una capo religioso autorevole. Il sospetto è che vi sia dell'altro e che si tratti di altro che temo non si comprenderà in tempo utile.

Il concetto del politico, ossia la contrapposizione amico-nemico, può assumere molteplici forme. In questo momento la veste religiosa è particolarmente efficace ed aggregante, ma a determinare questo campo di scontro gli occidentali vi concorrono più dei musulmani stessi. L'occasione per fare scattare la contrapposizione avrebbe potuto essere qualunque altro. E' piuttosto stupido rimproverare ai musulmani di essersela presa per poco. Acuto è stato il rabbino quando ha detto che non possiamo stabilire noi quello che gli altri devono avvertire come per loro offensivo: il nostro è etnocentrismo ed eurocentrismo. Una bella presunzione ancora più irritante delle stesse vignette. Ha poi anche detto, indipendentemente dai fatti danesi, che nel mondo arabo sta crescendo l'antisemitismo. Ciò dovrebbe far riflettere. Qui si insinua il politico. L'asserita legittimità dello Stato d'Israele è gratuita. Penso a come giorni addietro l'ateo devoto Ferrara ha tentato faziosamente di incastrare il suo ospite palestinese, che ha dimostrata molta più dignità ed intelligenza di quanta Ferrara gliene volesse far apparire. Caro Ferrara, l'ONU non poteva prendere nessuna decisione a danno di terzi. L'ONU non è Dio, cristiano o musulmano. Inoltre, l'ONU è ormai alla fine del suo percorso: ha perso gran parte della sua credibilità ed autorevolezza, se mai ne ha avuta. Dio è morto!

Non dovrebbero preoccuparci le vignette in sé, ma ciò che queste rivelano. E cioè rivelano indubbiamente l'esistenza di una diffusa inimicizia ed ostilità non più verso gli USA, ma ora verso i paesi europei, dove una popolazione resa stupida dai suoi governanti sembra cascare dalle nuvole. Chiediamoci: cosa possiamo aver fatto per suscitare tanto odio ostile? Ce lo meritiamo? Lo vogliamo? Ci conviene? Dalla risposta a queste domande viene fuori la storia di un secolo di quella parte del mondo. Il nostro ruolo. Le nostre complicità. I nostri silenzi. Certo, se l'interpretazione resta quella di comodo degli ideologi di regime, ci capiremo poco. Ma se andiamo oltre e reinterpretiamo i fatti in modo crudo e realistico vengono fuori, a mio avviso, tanti buoni motivi dalla parte degli arabi per odiarci ed assai pochi buoni motivi da parte nostra. Da quanto sta succedendo potremmo imparare molto, mutando la nostra politica estera e riuscendo a parlare con una sola voce. E qui mi fermo. Torno a sentire le "stronzate" dell'Infedele. Per questa sera basta.

La questione del Concordato: le corbellerie di Lorenzo Cesa

Ho appena sentito una dichiarazione televisiva dell'alleato Cesa. E poco mi importa se il il Presidente Berlusconi sembra dargli ragione: lo capisco. Deve conservare l'alleanza. Gli alleati dell'UDC danno per scontato che da questa parte tutti siano d'accordo per il mantenimento del concordato e dell'8 per mille, mentre soltanto dall'altra parte vi sarebbe chi è contrario. Io mi sento più laico dei sinistri. La questione della laicità dello Stato è cosa che non può essere sacrificata per qualche manciata di voti, che si pensa di guadagnare da una parte, mentre si perdono in maggior misura dall'altra. Se l'astuzia gesuitica ha inventato di sana pianta la distinzione fra laico e laicista, si può rispondere distinguendo con maggior fondamento fra cattolicesimo e cristianesimo. Ricordando, ad esempio, il ben diverso atteggiamento dei Valdesi sull'8 per mille? I Valdesi non sono cristiani?

In pratica, tesserandomi ad un partito del centro destra, in specie Forza Italia, è per un Cesa come se avessi firmato un contratto della luce o del gas, dove l'utente deve soltanto accettare un contratto già scritto e deciso da altri. Ovviamente non è così. I partiti sono democratici e devono esserlo per dettato costituzionale in quanto i principi del loro programma politico siano imputabili ad un processo collettivo di formazione della volontà di tutti gli iscritti. Poiché non tutti possono essere d'accordo all'unanimità su tutte le questioni, vi dovrà essere una maggioranza ed una minoranza. Si sta in una stessa organizzazione partitica in quanto si accetti la decisione per maggioranza ed in quanto alle minoranze sia in ogni caso riconosciuto il diritto al mantenimento delle sue posizioni, che in un futuro prossimo o remoto potrebbero divenire maggioranza. I nostri deputati purtroppo li vediamo al momento in cui ci vengono a chiedere il voto, ma poi sfuggono completamente al nostro controllo ed è come se avessimo firmato una cambiale in bianco: capita spesso che facciano e dicano esattamente il contrario di ciò che noi pensiamo e vorremmo che facessero.

La democrazia interna ai partiti è tutta da costruire. A mio avviso, è questa la priorità della politica: altrimenti, la democrazia è solo una burla, una presa in giro. Decidono per tutti e su tutto pochi notabili. Non sono direttamente coinvolto nelle elezioni prossime per fortuna: non sono candidato a nulla. Vado insegnando da anni che per me la politica è in primo luogo il coinvolgimento dei cittadini in ogni mese dell'anno. Il momento elettorale è soltanto un momento della politica. La militanza politica dovrebbe essere orientata non al galoppinaggio a favore di questo o quel candidato, ma a coinvolgere i cittadini rendendoli sempre più consapevoli dei problemi del paese: solo così il momento elettorale può acquistare senso. Sappiamo che fino ad oggi non è mai stato così, regnando una grande confusione che produce nei cittadini una crescente disaffezione dalla partecipazione politica ed elettorale. Il momento elettorale è oggi un gioco del lotto, dove non si vince mai nulla e si perde soltanto.

I rappresentanti che vediamo sfilare ai salotti televisivi non ci aiutano a crescere. Sono interessati alle loro candidature e ai vantaggi personali che ne possono ricavare. Una situazione che noi tutti iscritti conosciamo bene. Dobbiamo avere il coraggio di gridarla ai quattro venti e smetterla di mugugnare timorosi ed impotenti. Siamo fortissimi: parlo di iscritti che pagano con convinzione la loro tessera sapendo di dar vita ad un'associazione sancita dall'art. 49 della costituzione. Non meritano nessuna considerazione i clienti che si fanno pagare la tessera da altri per poi determinare le cariche congressuali. Il fenomeno esiste, è noto, l'ho denunciato fin dal primo momento che ne sono venuto a conoscenza. Beninteso senza andare dalla magistratura, ma dicendo con garbo che così non si doveva fare. Noi iscritti veri dobbiamo soltanto uscire allo scoperto, sapendoci organizzare e soprattutto discutendo approfonditamente su ogni questione che possa formare programma di governo nazionale, regionale, comunale, circondariale.

Quindi grido forte e chiaro tutte le volte che sento i nostri capi proferire le loro "stronzate", attribuendole a noi che invece c'entriamo: E' appena uscito un serissimo libro di filosofia intitolato appunto "Stronzate. Un saggio filosofico", dove si analizzano tutte le sciocchezze che hanno larga diffusione e di fronte alle quali bisogna imparare a difendersi, beninteso civilmente e in modo nonviolento. E chiudo dicendo al navigatore che legge queste righe che io accetto di essere contestato, di misurarmi ai voti, di accettare la decisione di maggioranza. Ma vorrei che il momento assembleare, autentico, ci fosse. Mi è capitato di vedere decisioni orchestrate da chi aveva i soldi per affittare sale in lussuosi alberghi. Riuniamoci sotto gli alberi, o nello spazio virtuale della rete, se non abbiamo i soldi per affittare una sala, ma non lasciamoci comprare per un piatto di lenticchie.

Quote rosa e sistema democratico

Il tema delle "quote rosa" mi interessa poco e poco mi appassiona. Ma molto se ne parla in questi giorni ed è giusto dare un'opinione su un argomento che ha valenza politica. Intanto cosa si intende per "quote rosa"? Si dice che le donne non sono sufficientemente rappresentate nei posti di comando e in altre posizioni appetibili. Ed allora per riparare ad una simile ingiustizia si dovrebbe applicare per legge il principio della lottizzazione, che è in genere una degenerazione del metodo democratico. Questa volte si spartisce non in base al colore del partito o altri criteri, ma in base al sesso. Dico subito che non ho nulla contro le donne in quanto tali e che per me potrebbero occupare tutte le cariche dello stato al cento per cento se fossero oggettivamente capaci di adempiere al ruolo meglio degli uomini. Mi trovo una volta tanto pienamente d'accordo con un testo pubblicato in Ragionpolitica.it e dovuto alla penna di Valeria Pelli (vedi link), alla quale vorrei pervenisse direttamente questo mio testo di commento al suo.

La mia attenzione è rivolta altrove. Il dibattito sulle quote rosa è solo un caso dell'ampio sistema di vizi, proprio della nostra glorificata democrazia a fronte della vituperata assenza di democrazia che distinguerebbe altri sistemi politici. In realtà, tutto il nostro sistema è caratterizzato da una contrapposizione fra elettorato passivo ed elettorato attivo: in pratica i due elettorati non coincidono ed il sistema è bloccato. Potrebbero essere fatte numerose esemplificazioni. Anzi, è bene analizzare caso per caso. Mi propongo di tornarci sopra con il tempo dedicando singoli post ad ogni situazione individuata ed enucleata. Intanto, ne anticipo sommariamente una. Nell'università italiana vige un sistema feudale. Qualche anno fa nelle patrie aule di Montecitorio è passato alla storia degli annali universitari lo "scippo Dalla Chiesa". Di cosa si tratta? Stava per diventare legge un provvedimento che stabiliva che i ricercatori universitari potessero far parte dei consigli di facoltà e quindi votare le delibere di facoltà, eleggendo oltre al direttore di dipartimento e al rettore (come già avveniva, avendo conquistato con strenua lotta il relativo diritto) anche il preside di facoltà. A tutte queste cariche, meramente amministrative ed assolutamente prive di valenza scientifica, l'elettorato passivo compete per legge ai soli professori ordinari. Si stabiliva anche che all'ambita carica di preside (che ha solo compiti amministrativi e non scientifici, come del resto ogni altra carica universitaria) potesse venir votato perfino un professore Associato. In parlamento siedono molti professori ordinari distribuiti in tutti i partiti ma uniti in un solo partito quando si tratta di difendere posizioni corporative. Lo "scippo", orchestrato da ben individuate potentissime lobby, ebbe successo grazie ad una raccolta di firme trasverali che avocando il provvedimento all'aula raggiunse l'obiettivo di affossare il provvedimento che nella sua essenza dava corpo ad un principio elementare di democrazia.

Insomma, se appena usciamo dai fumi delle "stronzate" televisive, che ci intontiscono quotidianamente, possiamo vedere che la nostra democrazia è più di facciata che non di sostanza. Dietro la facciata si immagini non una tecnocrazia con un programma di governo del paese, ma un intreccio anarchico di interessi e privilegi. Meglio sarebbe parlare di regime a fronte di tanti altri regimi esistenti oggi nel mondo ed esistiti nel corso della storia: nulla di nuovo sotto il sole pur nel variare delle forme e dei nomi. Mi scuso, ma non posso affinare meglio la rilfessione odierna. Spero che sia chiaro il senso generale del discorso che avrei voluto fare con maggiori approfondimenti e dettagli e sul quale potrò sempre ritornare, anche riscrivendo e perfezionando questo stesso questo stesso testo, che può essere considerato una semplice bozza di lavoro, alla quale chi legge può contribuire con i suoi commenti.

martedì, febbraio 07, 2006

Radici del cattolicesimo: la violenza.

Vengo dal mio medico, Andrea, al quale ho portato i risultati dell'ispezione grastroendoscopica. Per fortuna non vi è la temuta ulcera allo stomaco e pertanto i fastidi che avvertivo sono da attribuire a una causa nervosa. Andrea mi ha però detto che data la sintomatologia l'ulcera potrebbe venire. Mi ha consigliato pertanto di scaricare in qualche modo la tensione nervosa. Non trovando giusto scaricare sui familiari innocenti, o addirittura sugli studenti, internet con la sua impersonalità pare un oggetto ideale. Premesso quindi che non sono un anticattolico (penso al "cattolico" Tajani, paladino della Fede e baluardo di Santa Madre Chiesa) ) e che don Antonio, parroco del mio paese, sa quanto gli voglio bene, passo a narrare l'assunto contenuto nel titolo del post.

Ho già detto in più luoghi che il cattolicesimo, cosa ben diversa dal cristianesimo, nasce con lo sfacelo dell'Impero romano. Lentamente, l'autorità e le funzioni che erano proprie della burocrazia romana passano al clero cattolico. Il culmine di questo passaggio si ha con i decreti imperiali di Teodosio che proclamano il cristianesimo religione ufficiale dell'Impero e proibiscono gli antichi culti pagani, che io mi immagino come adorazione dei fiumi, degli alberi, della natura. Trovo stupenda e magnifica questa forma di religiosità in un'epoca in cui noi la natura la stiamo distruggendo dopo averla depredata e con essa ottusi ed egoisti come siamo finiremo per distruggere noi stessi.

L'operazione di estirpazione dell'antica religione fu violenta. Le fonti sono piuttosto rare e sempre indirette. Nelle agiografie quando si narrano le imprese meritorie dei santi si valutano come senz'altro positivi e meritori tutti gli atti violenti volti alla distruzione degli antichi templi. Se quegli agiografi avessero potuto sospettare che le loro parole avrebbero potuto essere oggi valutate come prove incriminanti, avrebbero fatto sparire anche queste prove dei loro atti, come hanno cancellato tutto quello che dell'antica cultura non tornava utile alla nuova religione ed alla nuova (in)cultura.

Ecco dunque un passo agiografico, riferentesi a Cesario, vescovo di Arles dal 500 circa al 543, il quale così si esprime:

« Abbiamo sentito che alcuni di voi FANNO OFFERTE AGLI ALBERI, PREGANO LE FONTI e praticano diaboliche forme di vaticinio. A causa di tutto ciò il nostro cuore è così pieno di tristezza (poveretto!) da non poter essere consolato. E ciò che è peggio, VI SONO GENTI MISERANDE E DISGRAZIATE (disgraziato lui!) che non solo si rifiutano DI DISTRUGGERE gli altari delle divinità pagane, ma non si vergognano né temono di ricostruire quelli già abbatttuti. Per di più (ma guarda un po'), se qualcuno che tiene Dio nei suoi pensieri vuol bruciare la legna di tali templi, o fare a pezzi e distruggere questi diabolici altari (chissà quante autentiche opere d'arte sono andate perdute per sempre!), diventano furiosi e reagiscono con fanatismo esasperato. Si spingono sino a colpire coloro che, per amore di Dio (quale?), stanno cercando di abbattere quegli idoli malvagi (lo dice lui che sono malvagi), e forse non esitano neppure a pianificare la loro morte. Cosa stanno facendo quelle genti miserevoli e disgraziate? (A li mortacci tua! Si direbbe oggi a Roma) Stanno fuggendo la luce per correre verso la tenebre, rifiutano Dio e abbracciano il Demonio. Rifuggono la vita e s'incamminano verso la morte, ripudiando Dio commettono empietà. Perché dunque queste persone miserande vengono in chiesa? (perchè?!) Perché ricevono il sacramento del battesimo... se in seguito intendono tornare alla profanazione adorando tali idoli? (Forse non erano tanto convinti della conversione forzata cui erano stati costretti) ».

ll brano potete trovarlo nell'interessante ed istruttivo libro di Richard Fletcher, intitolato: "La Conversione dell'Europa dal paganesimo al cristianesimo. 371-1386 d.C.", edito da Corbaccio in traduzione italiana nel 2000. Di pagine 657. L'edizione originale inglese è del 1997. Non ho tempo di controllare l'edizione inglese, ma spero che la traduzione italiana non sia stata purgata in qualche sua parte. So di casi dove ciò accade. Tanta è la libertà di cui disponiamo. Il libro è comunque molto interessante e sarebbe bene ne avessero cognizione quanti insistono sulle radici cristiane dell'Europa. Non è escluso che possa darvi in seguito qualche altro illuminante estratto. Non ho motivo di supporre che sia stata molto diversa la storia dell'evangelizzazione in America o in altre parti del mondo, al seguito degli eserciti spagnoli e di altri condottieri della fede cattolica. Un relativista non pensa mai di imporre alcunché a chicchessia. Aggiungo che non ci si avvale soltanto della violenza. L'astuzia, ad esempio, è un altro metodo. Ho pronto il brano per un aaltro post. A prossimamente!

Stampa e regime: la reazione araba

Nella rassegna stampa quotidiana di Radio Radicale (oggi mattina del 7 febbraio) le cosa è messa nei termini che seguono. Le vignette? Beh, in effetti erano "inopportune": nessuno difende l'insulto e l'irrisione spacciandole per libertà di stampa, che però non esiste quando un quisque de populo vorrebbe far sentire la sua voce: soprattutto in Italia la stampa è una corporazione fra le altre. Il termine "inopportuno" è a mio avviso un eufemismo ipocrita e cretino. Ad una cosa inopportuna non si doveva rispondere – si argomenta – con delle reazioni come quelle che ci sono state e che forse i vignettisti danesi e italiani non avevano previsto. Questo ultimo aspetto, che non è trattato, direi che è assai importante, perché se chi ha fatto e pubblicato o ripubblicato le vignette cretine erano in grado di prevedere le reazioni che sarebbero seguite (e chi pubblica un testo dovrebbe fare uno sforzo di previsione) e se ne sono infischiati, allora non si tratta più di "inopportunità", ma di provocazione irresponsabile e disegno criminale, cui vanno addebitate moralmente le reazioni che vi sono state. I servizi segreti degli Stati si servono di operazioni del genere per manipolare la cosiddetta opinione pubblica. A decenni di distanza noi non sappiamo nulla delle "stragi di stato", la cui efferatezza sfugge a qualsiasi comprensione dell'umano buon senso. In ultimo i democratici Bush e Blair proprio tramite stampa ci hanno ammannito l'esistenza di armi inesistenti per farci digerire una guerra che loro insieme alle loro cricche avevano già deciso, aspettando l'occasione propizia per scatenarla. Se ci lamentiamo che dietro le reazioni arabe di questi giorni ci siano le "manine" dei governi, le nostre più sofisticate manine sono proprio quelle dei cosiddetti organi della libera stampa. E quindi, non prendiamoci in giro e non lasciamoci prendere per i fondelli. Se vogliono, Feltri e Paragone, mi telefonino ovvero telefonino al quisque de populo. Dirò loro come la penso e poi potranno parlare anche a mio nome. Ma finché ciò non avverrà, loro (e tutti gli altri loro onorevoli colleghi) non esprimono la mia opinione, non avendoli mai delegato in tal senso. Portino loro soltanto le conseguenze delle loro azioni e delle loro opinioni.

Tuttavia, per quanto riguarda la posizione da me espressa preciso a chiare lettere che non faccio e non mi sogno di fare nessuna apologia/giustificazione degli assalti alle ambasciate o peggio ancora dell'omicidio del sacerdote italiano in Turchia, sul quale mi pare si stia imbastendo una nuova strumentalizzazione senza aver rispetto neppure per i morti. Si noti che il mio primo post sull'argomento (Maramaldo, eroe nazionale) è immediatamente successivo alla notizia della ripubblicazione delle vignette ad opera di Feltri e Paragone, ma precedente le notizie sulle tragiche reazioni arabe: sono stato più tempestivo delle agenzie e degli eventi! Grazie, Blogger, tu offri al popolo della rete una nuova possibilità di informazione di gran lunga superiore a quella pelosamente elargita dai Feltri e dai Paragone! Fare gratuita e stupida condanna di un fatto emotivo e collettivo sarebbe come fare la condanna di un temporale o di una calamità tellurica: le vignette danesi hanno avuto per risposta il furor di popolo nei paesi arabi! Tutto il nostro sistema giuridico, il cosiddetto stato di diritto inclusa la libertà di stampa, ha origine da un fatto violento e legittimante: la rivoluzione francese! L'unica condanna che mi sento di fare senza riserve è quella ai vignettisti che ci vorrebbero far entrare in guerra e che hanno dato esca alle reazioni che ci sono state. Non mi piace essere manipolato da provocatori di professione.

A fronte della "inopportunità" di Tizio non si possono dettare le modalità di reazione di Caio perché le sue reazioni dipendono dalla situazione in cui si trova. Ad uno che sta morendo, magari di notte, non si può chiedere di non disturbarbare il condominio, rantolando di notte. E magari pretendere da lui che muoia dopo le 10 del mattino, in orario condominiale. Il Medio Oriente è un territorio devastato da un secolo di guerre ed occupazioni originate da appetiti petroliferi. Le forme di governo in questi paesi sono degli optional decisi dalle potenze straniere a seconda dei loro interessi. In Europa, ad Ovest ed Est, siamo già stati violentati in tal senso e ci siamo assuefatti alla perdita di sovranità. Ci secca evidentemente che gli arabi vogliano conservare una dignità alla quale noi abbiamo per sempre rinunciato. La democrazia in Iraq è una favola a cui non credono neppure i bambini: una carta falsa e truccata dietro la quale Bush tenta malamente di nascondere la sua strategia imperiale. Gli USA non lanciano confetti dal cielo. Sono pure militarmente vigliacchi in quanto combattono ad armi impari.

Gli Italiani sono in Iraq, come è noto, in missione di pace: altra cretinata dei tempi moderni questa idea della missione di pace in un luogo dove si combatte una guerra aperta e feroce! Durante i momenti di ozio, poi, come ha pubblicato l'Espresso (vedi apposito post: Fango sui morti di Nassirya), si svolge pure un lucroso commercio di reperti archeologici. Erano pure in missione di pace quando, ancora piemontesi, erano stati mandati in Crimea da Cavour, per morire in qualche migliaio e così consentire ai piemontesi di sedere al tavolo della pace accanto ai potenti veri. Con queste furbizie è stata fatta l'unità (o piuttosto la disunità) d'Italia ed in ultimo Mussolini entrò in guerra pensando che la guerra l'avrebbero vinta i tedeschi e lui avrebbe partecipato agli utili dell'impresa bellica. Mi dispiace dirlo, ma credo che i nostri governanti abbiamo fatto anche adesso lo stesso calcolo. Gli Israelian poi stanno lì perché un nuovo dio, l'ONU, ha loro confermato l'antico diritto alla terra promessa. Ecc. ecc. La prima guerra mondiale scoppiò a seguito di un attentato che era evidentemente un casus belli, quando già erano presenti tutti i presupposti perché quella sciagurata guerra scoppiasse.

Una nota infine agli amici radicali. Dalla rassegna stampa che ascolto ogni giorno trapela la loro faziosità, l'americanismo sfegatato, la posizione pro Israele, che io considero uno Stato privo di legittimità e fondato unicamente sulle forza delle armi americane, o per meglio dire la loro unica fonte di legittimità è la forza delle loro armi fintantoché tutti gli arabi uniti non avranno a loro volta la forza di ributtarli in mare. Su queste basi non si costruisce nessuna pace e la guerra si tramuta in odio eterno che persiste anche quando le armi cessano di crepitare e regna la pace dei cimiteri. Gli spunti qui sono tanti e cercherò, anche a beneficio dei miei studenti stranieri di "Classe di italiano" di snocciolarli poco alla volta in post autonomi, quando se ne presenterà l'occasione e ne avrò il tempo e la voglia.

lunedì, febbraio 06, 2006

Islamismo e cattolicesimo

LETTERA APERTA
pubblicata in:
http://clubtiberino.blogspot.com/
come pubblico commento a:
http://www.ragionpolitica.it/testo.
4680.vignettisti_danesi_lasciati_soli_dall_europa.html
"I vignettisti danesi lasciati soli in Europa"

Caro Stefano,

Ho incominciato male la mia giornata. Mi sono messo a leggere il tuo articolo, che ho letto e riletto per capire dove vuoi andare a parare. Avrei voluto occuparmi di altro, ma ancora una volta sono caduto nella trappola della distrazione occasionale trascurando il lavoro serio. Riporto una tua frase di apertura:

«...l'islamismo dimostra ancora una volta di voler imporre la propria legge e i propri metodi ovunque nel mondo».

Potresti sostituire la parola "islamismo" con "cattolicesimo" ed il senso sarebbe storicamente più appropriato. Il cattolicesimo (che distinguo dal termine cristianesimo, con maggior fondamento della distinzione fra laico e laicista) nasce come atto impositivo dell'imperatore Teodosio, che ne ha fatto la religione ufficiale dell'Impero mettendo al bando la religione tradizionale dei romani e dei greci. Da allora il Cattolicesimo è cresciuto, si è sviluppato e consolidato all'ombra e per mezzo di un potere statale, che per molti secoli ha esercitato in nome proprio: la falsa donazione di Costantino! Credo proprio che senza questo apparato difficilmente avrebbe potuto durare nei secoli: la Gerarchia ecclesiastica dimostra ancora oggi questa natura del cattolicesimo reclamando sempre maggiori e più invadenti ed invasivi privilegi dallo Stato. Non una religione, dunque, ma un formidabile apparato di potere che ha poco da invidiare all'Islam e ad ogni altra religione. Di fatti sanguinosi e liberticidi è cosparsa tutta la storia del cattolicesimo. Di prepotenze ne subiamo ogni giorno con una sistematica invasione della sfera pubblica: come cittadino non ne posso più della presenza cattolica nella televisione di Stato e di regime, il cui canone sono obbligato a pagare. Non mi devo dilungare dove basta un minimo di cultura storica ed una sufficiente libertà di spirito per interpretare i fatti nudi e crudi. Il termine “liberale” non può essere messo accanto a “cattolico”, come appare in un manifesto di Ragionpolitica.it, cui riservo un commento a parte. Probabilmente, vi è maggior tolleranza nell'Islam per le altre confessioni religiose di quanta non ve ne sia stata nel cattolicesimo, che nasce come religione di Stato e non riesce ad essere altro che religione di Stato.

Leggo ancora nel tuo articolo quanto dici a proposito del "premier liberale danese", la cui colpa sarebbe di aver difeso la libertà di stampa, dissociando la sua responsabilità di premier liberale da quella del giornale, che egli biasima. Tu scrivi per Danimarca e Norvegia:

«... I due premier, insomma, sentono di dover chiedere scusa a nome personale, invece di far capire a chiare lettere che minacciare dei vignettisti per un disegno umoristico è un atto di barbarie che noi europei non possiamo tollerare».

E che volevi che facessero? Se avessero dovuto applicare come par condicio la legislazione concordataria cattolico-fascista del 29, nata a protezione della chiesa cattolica, avrebbero dovuto incriminare il giornale ed i vignettisti per aver offeso i simboli di una religione, che guarda caso questa volta non era quella cattolica. Volevi che dichiarassero guerra all'Islam? E del pari cosa volevi che facessero i regimi arabi? Che ti dicessero: «bravi! Continuate così!»


E prosegui: «E in Europa? Gli intellettuali tacciono». Ma di quali intellettuali parli? Credi che siano tutti dei baciapile? Credi che dipendano tutti da Ratzinger o che siano degli atei devoti alla Ferrara o dei filosofi alla Pera? Per fortuna non è come tu pensi e ti auguri che sia. Io sono solidale con i musulmani che in questo caso sono vittime. Chiedo scusa come cittadino italiano nella misura in cui posso essere responsabile per gli atti e le opinioni di miei concittadini.

Il tuo mi sembra un articolo fazioso. Mi conferma nell'impressione che in Ragionpolitica.it un manipolo di ratzingeriani sfegatati voglia tentar di far passare una ben individuata linea politica clericale come linea di Forza Italia. Dissento e mi oppongo. Sono ben altri i pilastri su cui ritengo debba poggiare Forza Italia ed il partito nuovo ed unico di cui Berlusconi ha parlato.

Antonio

PS 1 - Ho impiegato ahimé la mia mattinata a comporre questo testo. Gli interventi che ho mandato al "liberale" Ragionpolitica.it vedo al momento, come al solito, che non sono passati, mentre passano quelli "in linea". Meno male che esiste Blogger! Le mie personali opinioni sono per l'appunto opinioni e quindi opinabili. Lo so bene e ci mancherebbe altro che non fosse così. Non essendo dogmaticamente prevenuto, non avendo il dono della vistra fede, ammetto persino che il mio contradditore possa aver ragione e quindi che io illuminato dalle altrui argomentazioni possa ricredermi. Ma i ragazzi ratzingeriani-forzisti di Ragionpolitica.it semplicemente silenziano chi è di diverso avviso e poi come fa Stefano osannano alla libertà di pensiero e di stampa: la loro! Viva l'Italia!

PS 2 - Ho ricevuto una risposta privata alla lettera aperta. Ho risposto pure privatamente. Se il mio corrispondente è d'accordo, pubblicherò in un nuovo post o nei commenti la nostra corrispondenza.

venerdì, febbraio 03, 2006

Maramaldo, eroe nazionale.

Mi giunge la notizia del licenziamento del direttore di un importante organo di stampa francese per aver pubblicato caricature di Allah e dunque per aver offeso il senso islamico di religiosità. In Italia le stesse vignette sono state ripubblicate in gesto di sfida da Libero e dalla Padania. Ho subito scritto una lettera a tgcom, il cui testo si può leggere più sotto. La riflessione ulteriore che abbozzo qui è la seguente: esistono forme diverse ed innumerevoli di religiosità umana. Spirito satirico e senso religioso poco si conciliano l’un l’altro. Ironia e satira parlano al cervello ed alla parte razionale dell’uomo. Il senso religioso tocca il cuore umano e le profondità insondabili dell’animo. Non trovo giusto e sensato offendere il senso religioso di chicchessia. Naturalmente, è altra cosa denunciare la strumentalizzazione che spesso si fa del senso religioso. E non so se è questo il caso. Ma ciò che mi pare “bacchettone” e vigliacco è il fatto che né il direttore di Libero né quello della Padania né altri avrebbero avuto di simili sussulti libertari se appena si fosse trattato del Papa e della gerarchia cattolica.

Lettera a tg-com:

1ª) Non ho visto le vignette e poco mi interessano. Ma una domanda mi sorge spontanea: i direttori della Padania e di Libero sarebbero egualmente disposti a pubblicare testi e vignette satiriche contro il Papa e le istituzioni ecclesiastiche cattoliche? Non credo. Personalmente, come laico e cittadino, non ne posso più di vedermi ogni sera il Papa affacciato dalla sua finestra. Se venissero resi pubblici i miei spontanei commenti, altro che vignette satiriche contro la religiosità musulmana! Ma i nostri giornalisti bacchettoni sono capaci di colpire chi non si può difendere: forti con i deboli e deboli con i forti, secondo la migliore tradizione italica.

2ª) Dubito che Gianluigi Paragone sappia:
a) cosa sia la libertà;
b) cosa sia la democrazia;
c) in cosa si distingua la democrazia occidentale dall'idea di democrazia in generale.
O meglio per non apparire io presuntuoso e saccente: Gianluigi ha una sua personale idea di a, b e c. Se la tenga cara e tutta per sé!


AGGIORNAMENTO:

Avevo scritto di getto quanto sopra appena sentita la notizia. Non sospettavo le reazioni che ne sono seguite. A me laico incallito non sarebbe venuto in mente di molestare chicchessia nei suoi valori religiosi, quali che siano. L'ipocrisia di cui si parla

in Ragionpolitica.it, "organo" telematico di Forza Italia (vedi:

http://www.ragionpolitica.it/testo.4680.vignettisti_danesi_lasciati_soli_dall_europa.html

che commento integralmente in apposito blog come Lettera aperta all'autore dell'articolo)

io la vedo da un'altra parte e in un altro senso. I musulmani vengono fatti passare da una stampa "libera" e interessata come l'altro, il diverso, lo straniero. L'operazione mediatica imbastita, spacciata come libertà di stampa, non è diversa dall'azione delle autorità arabe che portano le loro masse sulle piazze o davanti alle ambasciate. Con una differenza importante: le autorità arabe dimostrano di essere più rappresentative degli organi della pubblica (meglio pubblicata) opinione, perchè io non scenderei mai in piazza per una chiamata di Feltri o Paragone: non ho mai comprato i loro giornali e per me potrebbero pure chiudere baracca. Il calcolo vigliacco mi pare il seguente: se si irride sui valori religiosi e/o politici musulmani, tanto di guadagnato. Non costa nulla e viene così asssestato un colpo a chi si vuol dipingere come il nemico, facendo un piacere al cattolico nostrano che rivendica le sue radici cristiane. In ciò vedo una pericolosa strumentalizzazione ed un tentativo di portare allo "scontro di civiltà". Se gli autori delle vignette e quanti le hanno pubblicate (anche in Italia) non erano in grado di prevedere le reazioni che ne sono venute (Paragone pare aspiri al martirio: "che ci provino.."), sono degli incoscienti ed ignoranti, se è stata una provocazione consapevole, si sono assunti una ben pesante responsabilità che non è coperta dalla mia solidarietà e dalla quale nel mio piccolo mi dissocio apertamente. Che tutto questo debba essere difeso in nome della libertà di stampa e di espressione mi sembra cosa ipocrita, perché io qui di libertà ne vedo poca. La libertà di pensiero e di espressione (ma io comune cittadino non dispongo dei mezzi di Feltri o di Paragone: si pensi all'ordine dei giornalisti e alla relativa vicenda referendaria per l'abolizione dell'ordine e per poter consentire ad ogni cittadino di essere direttore di una testata) è certamente un valore importante e fondamentale del nostro sistema costituzionale, ma ciò non significa non portare il peso delle proprie opinioni e un diritto all'impunità o all'offesa gratuitra. Di certo non mi lascerò arruolare in una nuova crociata della cristianità contro l'islam: cristiani e musulmani mi sono egualmente indifferenti ed sono per egualmente legittimati nell'esercizio del loro culto in quanto non molestino la mia libertà di pensare come meglio credo anche in materia di religiosità, magari praticando, ove ancora esista, uno degli antichi riti pagani estirpati da Teodosio per lasciare spazio solo al nascente cattolicesimo. I fatti che succedono mi confermano nella mia posizione favorevole all'ingresso della Turchia nell'Unione europea e ad un assetto politeista dell'Europa lasciando spazio a tutte le forme di religiosità. Se avremo una consistente popolazione musulmana in Europa, impareremo ad essere più tolleranti e rispettosi dei valori religiosi di ognuno.

mercoledì, febbraio 01, 2006

Berlusconi nella fossa dei leoni

Ho assistito ieri notte, finché il sonno non ha prevalso, alla trasmissione "Porta a porta" con Silvio Berlusconi. Senza che ciò sia una presa di posizione e senza che a me ne torni nulla, mi azzardo a dichiarare la mia simpatia e solidarietà verso l'uomo a fronte dei meno simpatici suoi avversari. Simpatia e solidarietà che va all'uomo e non ai suoi alleati infidi. Al di là del fatto impressionistico e soggettivo, vorrei però tentare qualche riflessione. Do valore ad alcune espressioni in sé poco citabili: "le pezze al culo" per indicare uno o più uomini politici che, magari lecitamente, con la politica hanno costruito la loro fortuna personale "(entrano con le pezze al culo a Palazzo Chigi ed escono miliardari"). La citazione non è di Berlusconi, ma è da lui ripresa da altri che l'hanno pronunciata nel corso di una polemica interna alla sinistra.

La ricchezza è ciò a cui gli uomini normalmente tendono: non dico la ricerca del lavoro, per poter campare, ma proprio la ricerca della ricchezza, per sollevarsi sopra gli altri, magari umiliandoli. Non tutti ne sono capaci o ne hanno la volontà e le attitudini, ma questo è certamente uno dei valori principali della nostra società. Per conseguire la ricchezza ed il potere che spesso ne deriva si fa di tutto, sconfinando facilmente nell'illecito o nel turpe. Ebbene, umanamente preferisco un uomo come Berlusconi che era ricco prima di entrare a Palazzo Chigi piuttosto di un uomo che vi è entrato con le pezze al culo per uscirne ricco o certamente più dotato di mezzi di fortuna di quanti ne dispongano i suoi elettori o clienti. Berlusconi avrebbe potuto regolarsi come un Agnelli: esercitare un'influenza indiretta e più o meno discreta attraverso una folta schiera di comparse. Ha invece voluto scendere in campo in prima persona. Qualche maligno ha insinuato che era una scelta obbligata. Non saprei e non sono versato nella minuta conoscenza dei fatti. Ma ci credo poco. Ed allora come si spiega tanta ostilità verso l'uomo. Ha governato male? I suoi avversari sapranno fare di meglio? Ne dubito.

Politicamente parlando, avendo fatto una scelta di campo, ciò che temo maggiormente sono gli alleati e non gli avversari palesi. Costoro possono anche vincere le elezioni, ma poi dovranno misurarsi con i problemi e credo che saranno bravi nell'esercitare la sola arte dell'inganno. Non ho mai visto nessun governante recitare il mea culpa e credo anche che molti fatti economici e politici sfuggono al controllo degli uomini che dovrebbero governarli o pretendono di esserne capaci.

Di recente sono rimasto molto indignato dalla campagna referendaria e lamento da anni la mancanza di democrazia interna non solo in Forza Italia, ma in tutto il sistema dei partiti. Non mi piace la deriva clericale del Polo. Per dare, nel mio piccolo, una salutare frustata avevo già deciso di astenermi dal voto. Non ho mai pensato di votare l'Unione (ed avrei potuto farlo conservando la mia tessera di FI), perché non ritengo maggiormente credibili i campioni della Sinistra. Grazie a Tajani, che me ne ha dato l'occasione, vado teorizzando una distinzione di ruoli ed una perfetta autonomia fra cittadino elettore e cittadino militante in un partito. Come iscritto ad un partito ho il diritto/dovere di concorrere alla formazione della linea politica del partito. Ma se ciò non mi è consentito o non mi riesce, sono libero come cittadino di votare per l'altro schieramento se ritengo che questo schieramento realizzi meglio il cosiddetto bene comune o interesse pubblico. Resto fedele al partito, finché non mi cacciano, per una questione di coerenza ed onestà: non vado cercando l'utile personale, ma voglio confrontarmi su idee di governo.

Insomma, il quadro è alquanto confuso, ma lo starne fuori non è sempre una soluzione o una posizione dignitosa. L'augurio che rivolgo a Berlusconi, lanciandolo attraverso la rete, è che egli impegni per il futuro una buona parte delle sue energie e delle sue risorse per costruire le forme della partecipazione democratica dei cittadini, rendendoli però sempre più consapevoli e responsabili. Altrimenti si cadrebbe nel male antico della demagogia. Non è inconsueto per i rappresentanti politici far apparire al loro elettorato bianco il nero e nero il bianco. Perché ciò non sia più consentito occorre creare nuovi istituti di partecipazione politica. I tempi lo consentono ed un uomo come Berlusconi potrebbe essere l'uomo giusto.

martedì, gennaio 24, 2006

Democrazia: procedura o sostanza?

(testo non definitivo ancora in elaborazione: vi ritorno sopra ogni tanto: il tema è difficile e cerco di non essere banale: abbiate pazienza! Potete però intervenire sul testo in progress). E' alquanto diffusa l'idea secondo cui la democrazia consiste nella sola procedura con cui si costituisce la rappresentanza politica. Esilarante Rutelli, che parla eufemisticamente di ricchezze e diversità culturali della sua parte politica, termini che il bravo intervistatore traduce come liti interne ancor prima della conquista del potere. La critica che faccio qui a Rutelli e Fassino vale anche per la parte politica nella quale ho scelto di militare: non sto facendo campagna elettorale. Non mi piace fare campagna elettorale e ritengo periodi frustranti quelli vedono i cittadini artificiosamente contrapposti l'un l'altro. Magari all'interno di una stessa famiglia. Il cittadino, libero di spirito e provvisto di cervello, che si chiede dove vanno a parare le chiacchiere televisive o che cosa infine ne venga a lui in tasca, non trova risposte. Chi di governi ne ha visti succedere tanti è portato ad essere fatalista ed a credere che in fondo a governarci è la Provvidenza. E' ormai diffusa la convinzione il potere venga ricercato per se stesso e per i vantaggi che possono ricavarsene. L'idea del potere come funzione, come servizio o assunzione di responsabilità pubblica è un paravento per gli ingenui.

La riforma elettorale è procedura. La si cambia continuamente e non credo che il cittadino ci capisca veramente qualcosa. La procedura e la forma è in genere in funzione di ciò che si vuole ottenere. Ma le procedure sono fatte per essere interpretate, contestate, violate. Nelle passate elezioni i Radicali, soliti guastafeste, hanno denunciato la diffusa illegalità nella raccolta delle firme per la presentazione delle liste. Non potendo negare l'evidenza, i partiti hanno reagito depenalizzando l'illecito ed abolendo la raccolta stessa delle firme con la sola eccezione dei radicali, che sono invece tenuti a raccoglierle. Quanto per punirli! Procedura vuol dire possibilità di broglio e vi è perfino il sospetto che la nascita della repubblica sia dovuta ad un broglio che ha penalizzato i sostenitori della monarchia. Ai brogli ci si abitua ed in tal modo diventano essi stessi la regola, la nuova regola, ovvero la regola che viola la forma ma è riconosciuta come valida e vigente. Siamo alle radici della immoralità diffusa come fondamento di un sistema politico.

Nella storia si oppone talvolta alla democrazia della regola una democrazia della sostanza. Cosa significa? Al povero cristo che a stento riesce a sbarcare il lunario ed a combinare il pranzo con la cena può significare poco o nulla l'avere in mano una o molte e perfino moltissime schede elettorali variopinte. Può invece interessare trovare garantite condizioni normali di esistenza, che possono anche evolvere nel tempo con l'accrescimento delle esigenze. In questo caso interessa dunque la sostanza e non la forma o la procedura che le rende possibile. Se la sostanza è salva, la forma può essere imperfetta, la procedura sanata. Non sto dicendo che forma e procedura non sono importanti. Sto dicendo che una forma senza sostanza è un fanstasma, una vuota apparenza di democrazia. Hobbes esprimeva mirabilmente tutto ciò dicendo che a fondamento della democrazia è la protezione che il sovrano riesce a dare al cittadino. La relazione protezione-obbedienza è la formula per poter misura la legittimità di un governo in ogni luogo ed in ogni tempo.

La storia del XX secolo ha conosciuto i cosiddetti totalitarismi che sono finiti in tragedia. Metto subito le mani avanti: non sono un nostalgico e credo che ciò che ha fallito possa essere restaurato. Errare humanum est, diabolicum perseverare. Intendo mettere in evidenza un aspetto che ignorano quanti si crogiolano nelle varie gironate della memoria. L'esigenza da cui nacquero i regimi totalitari non erano non erano necessariamente cattive. Essi potevano ben esprimere un'esigenza di democrazia esistenziale e sostanziale che la democrazie delle regole e della procedura non è neppure in grado di concepire. La gente semplice voleva risposte e condizioni accettabili di esistenza, anche valori e cose in cui credere. Il credere in qualcosa dà in genere un senso di sicurezza e di stabilità. Sorel aveva teorizzato il mito come motore della storia. Avere consapevolezza di questa possibile genesi dei totalitarismi significa comprendere le esigenze profonde della gente comune, che possiamo chiamare popolo quando la gente si trasforma in soggetto politico. Diversamente la democrazie delle regole sganziate da ogni sostanza è soltanto una forma di oppressione non meno esecrabile dei cosiddetti totalitarismo. Il popolo intesa come unità sulla "specie e la forma dell'esistenza politica" è concetto antitetico a quello di gente che passa per la strada e che può essere smistata e fatta sfollare da un vigile.

Qui concludo perché la riflessione è pesante, tocca i massimi sistemi e non può essere svolta tutta in una sola volta. Mi colloco in un'area politica ben precisa, ma sono convinto che "è tutto da rifare". Non ho fiducia nel regime attuale dei partiti e nelle loro liturgie. Avendo ormai una certa età, non credo che si tratti di aspettare questo o quel governo, questa o quella tornata elettorale, che l'uno sia migliore dell'altro. Ai giovani che noi siano già vecchi trasmetto la percezione della necessità di rifondare in modo "sostanziale" tutti gli istituti del vivere civile. Con una limitazione importante: la nonviolenza, il rispetto dell'altro quanto più ci riesce odioso: l'altro vive in noi e muore con noi. Se ciò non accade, vuol dire che il passato non ci ha insegnato nulla e l'essere umano è una specie in via di estinzione.

domenica, gennaio 22, 2006

Commento e confutazione a Ratzinger

NOTA DOTTRINALE
(17 gennaio 2003)
dell’allora cardinale Ratzinger, pubblicata nel sito "Amici di Ratzinger", segnalata da Totustuus, da cui riporto integralmente e testualmente:

R. - Nel documento distinguiamo soprattutto tra pluralismo e relativismo. 
Il pluralismo in politica è una cosa naturale, ovvia perché per tante questioni politiche non c’è una risposta già fatta, già evidente, ma ci sono diverse possibilità di reagire alle diverse sfide della situazione attuale. 
Quindi il pluralismo è una cosa normale in politica. Il relativismo invece afferma che non c’è nessuna verità etica e morale obbligatoria, vincolante per la coscienza del cristiano.
 Se ci incamminiamo su questa strada pensando che il pluralismo sia la stessa cosa che il relativismo perdiamo proprio i fondamenti dell’umanità e anche i fondamenti della democrazia che è basata sul consenso di un minimo di etica quale condizione per la verità, per l’umanità e per la condizione democratica. In questo senso distinguiamo anche tra laicità e laicismo. 
Laicità vuol dire la giusta autonomia dello Stato, della sfera politica. 
Non spetta alla gerarchia della Chiesa indicare ai politici che cosa fare. 
Sono i laici, con la loro coscienza illuminata, che hanno la responsabilità di trovare la strade giusta. Ecco, decisiva è la ragione giusta, pratica che si orienta ai grandi valori determinanti per l’essere umano. 
Il laicismo, invece, è un’idea per la quale i contenuti morali della fede cristiana non dovrebbero entrare in politica, sarebbero da escludere e si creerebbero due mondi che non si possono toccare. 
Invece i grandi valori etici, messi in luce dalla fede cristiana, sono d’orientamento anche in politica e questo orientamento vincolante per una coscienza illuminata non toglie niente alla libertà del politico. 
Al contrario, osservare i fondamenti dell’umanesimo è anche difendere la libertà umana.


COMMENTO E CONFUTAZIONE

Il relativismo non afferma ciò che dice il cardinale Ratzinger, ma al contrario che esistono tante verità quanti sono gli uomini ed ognuna di esse vincola diversamente gli uomini. Possono anche esserci verità condivise da una pluralità di uomini che sono diverse o perfino opposte alle verità di altre pluralità di uomini. Padre di ogni relativismo fu il filosofo Protagora che disse: “l’uomo è misura di tutte le cose: di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono”. Ciò che importa (ed è compito dello Stato fare che così sia) è che la diversa e contrapposta visione della verità, specialmente in campo religioso, non sia causa di guerra e di morte fra gli uomini. Vi sono state numerose guerre motivate da cause religiose. Lo Stato moderno e laico nasce in quanto si dichiara agnostico in materia religiosa e non fa sua nessuna religione, ma lascia ad ogni cittadino di professare la sua fede religiosa. Ratzinger invece considera relativismo tutto ciò che non è dottrina cattolica, dichiarata tale dalla Sacra Congregazione (già Sant’Uffizio) da lui presieduta. Chi non si riconosce nelle posizioni ufficiali dell’Episcopato sarebbe un relativista. Ma non è così. Relativista è chi non considera il proprio di vista assoluto ed ammette come possibili tutti gli altri punti di vista, che ovviamente vincolano solo chi li condivide. Egualmente arbitraria, da un punto di vista storico e filosofico, è la distinzione fra laicità e laicismo. Ai cattolici e ai cristiani nessuno impedisce di improntare la loro condotta secondo i valori e la fede che professano, ma un eguale diritto è riconosciuto ad ogni altra confessione religiosa ed anche a chi non professa nessuna fede religiosa. L’unico limite è che nessuna confessione religiosa diventi propria dello Stato, in nessuna sua manifestazione, e quindi venga in tal modo imposta ad altri cittadini. Questo si chiama principio della laicità dello Stato. Il laicismo semplicemente non esiste ed una mera invenzione verbale.

Purtroppo, molti politici per puro servilismo hanno assunto il punto di vista espresso dal cardinale Ratzinger come un programma politico. Sperano in tal modo di ottenere consensi elettorali. Fanno un grave torto alla religione in quanto dottrina codificata e resa pubblica dalla Congregazione della Fede o alla religiosità di quanti professandosi cattolici hanno posizioni distinte dalla Gerarchia ecclesiastica ed un torto ancora più grave allo Stato italiano, al cui servizio dovrebbero essere. Un vero e proprio atto di guerra è da lor commesso verso quanti o appartengono ad altra confessione religiosa tra le innumerevoli possibili o non professano nessuna religione.

Ai nostri giorni i conflitti di religione sono anacronistici. Perciò sono irresponsabili e criminali tutti i politici, che per biechi ed ignobili interessi elettorali, svendono la laicita dello Stato e creano i presupposti di una guerra civile latente fra i cittadini che associandosi ad altre cause di ordine economico e sociale possono sfociare in una guerra cruenta.

Nel Lazio alcuni politici di Forza Italia, ritenendo che il territorio sia ancora Stato Pontificio, si sono dimostrati proni ad ogni direttiva che venga dal Vaticano. La campagna per l’astensionismo – certamente non sorretta dalla Fede ma dal calcolo politico – è stato l’esempio recente forse più clamoroso. Adesso, subdolamente, preparano l’attacco ad altri istituti della laicità. Contro di loro e paradossalmente a difesa di ogni forma di religiosità (anche di quella pagana greco-romana) è lecita la lotta politica interna alla stessa Forza Italia.

Lorenzo Cesa insorge sulla storia della DC

In un lungo testa a testa con Rutelli è stato dato da Berlusconi come acquisito il fatto che le Partecipazioni Statali fossero il canale con cui la DC si autofinzanziava. Do per nota storia e cronaca, sui quali potrei dire adesso delle inesattezze. Ciò che interessa ai miei fini è la reazione odierna di Lorenzo Cesa, che sentendosi erede del cessato partito non accetta note di infamia sulla vecchia DC, interpretando le parole di Berlusconi come ammissione di quell'infamia. Intanto le note di infamie sono state scritte da giudici in sentenze pronunciate in nome del popolo italiano: Cesa dovrebbe citare quei giudici per diffamazione! Con tutte le riserve che sappiamo, qualcosa è successo e nessuno può oggi dire sensatamente che le persone coinvolte erano tutte immacolate e che si trattava di fandonie o di una caccia alle streghe. A meno che il furto e la rapina non vengano posti come stile e regola di vita per ognuno: presso alcune popolazioni rom sembra che esista questo principio del furto come base della vita sociale! Non è questa perciò un'eventualità irrealistica, considerando la diffusa mancanza di pudore e la mancanza di sdegno fra quanti accettano senza reagire ciò che vedono o di cui sanno. Le stesse cose sto sentendo (a Radio Radicale) dalla voce di un noto banchiere che si lamenta della mancanza di "sanzione reputazionale" all'interno del sistema produttivo: chi ruba e froda altri non perde la sua onorabilità e non viene espulso dal mercato. Viene forse addirittura ammirato (beninteso: non da me, che sono ancora all'antica).

Se dunque i maggiori partiti sono scomparsi ed altri si trasformano continuamente cambiando nome, ma non vizi, un motivo ci sarà pure. Bettino Craxi non si è difeso negando il fatto e gli addebiti, ma dicendo che il sistema di finanziamento incriminato era universalmente diffuso (con la sola eccezione dei Radicali) ed era praticato anche da quelli che giudici complici o hanno scientemente risparmiato o sono furbescamente sfuggiti ai loro strumenti investigativi e repressivi. Se dunque ora si vogliono ricostituire partiti che si erano sciolti psotto il peso degli scandali che li aveva travolti, giustizia vuole che sia consentito anche al partito fascista fascista di potersi ricostituire ed ai Savoia di avviare un procedimento per frode elettorale e con sentenza giudiziaria riottenere il regno perduto... Una volta ho sentito dire a proposito del referendum istituzionale del 1948: se broglio elettorale vi è stato, benedetta sia quella truffa! E dunque. se l'ipotesi fosse vera (ed il dubbio in ogni caso è sempre esistito), la nostra sarebbe una repubblica nata non dalla Resistenza, ma dalla truffa! Chi semina, raccoglie! Paradosso a parte, amnistia o no, furbizia o meno, siamo tutti in grado di avere un giudizio politico sulla nostra recente storia e di assumerci in quanto cittadini le necessarie responsabilità.

Ho visto Lorenzo Cesa in alcune pubbliche manifestazioni. Non mi sono piaciut i suoi discorsi, come in genere non mi piace l'UDC ed i suoi uomini (forse con la sola eccezione di D'Onofrio, mio collega di Facoltà, e qualcun altro). In quanto iscritto a FI mi dispiace di trovarmeli come alleati, ma non è colpa mia. A loro avrei preferito i Radicali, che sono stati cacciati dal Polo proprio dagli UDC. Non potevano stare insieme nella stessa barca, che temo stia per affondare anche grazie agli UDC, che pensano di ereditare le spoglie di Forza Italia. Ripeto alla noia che l'errore fondamentale di Berlusconi è stato quello di non aver saputo strutturare il partito, dandogli una forte base popolare ed un radicamento territoriale. I Clubs potevano essere lo strumento. Berlusconi ha preferito fidarsi di alleati che ora ad ogni occasione gli danno il calcio dell'asino e non vedono l'ora di toglierlo dal gioco, per ritornare al notabilato della prima repubblica. I revivals non hanno e non possono avere altro senso. Ma le potenzialità di Berlusconi non sono finite e non dipendono dal successo elettorale. La sua immensa ricchezza lo mette al riparo dalla ricerca della ricchezza per mezzo della politica. I suoi avversari esterni ed interni hanno tentato più volte di privarlo di quel formidabile strumento senza il quale in Italia non si canta messa. Può usare con saggezza e parsimonia lo strumento di cui dispone per formare un nuovo tipo di cittadino, consapevole dei suoi diritti, non corruttibile, non disposto a farsi abbindolare, capace di pretendere e generare un nuovo ceto politico. La strada del partito unico credo contenga questa intuizione e non a caso le resistenze e le ritrosie vengono soprattutto dagli alleati. Ma non basterebbe un partito unico fatto al vertice e non alla base.

Le agenzie di stampa riportano una replica da parte della dirigenza di FI: ""Siamo fra i primi a rispettare la storia e i valori della Dc ai cui elettori Fi deve oltre il 60% della sua consistenza elettorale". Vorrei dire pubblicamente (in questo blog consegnato alla Rete) che io mi sono iscritto a FI senza mai essere stato un DC e non mi sarei iscritto se avessi inteso FI semplicemente come un mascheramento della vecchia DC o un ritrovo di transfughi sfuggiti alle bufere giudiziarie. Per me Forza Italia è ed è tuttora un partito nuovo che consente a gente nuova un nuovo tipo di impegno politico: il discorso naturallmente è in itinere ed è ancora da vedere se prevarrà il vecchio o il nuovo. Con ciò naturalmente non intendo criminalizzare i vecchi elettori della DC, che erano tanti e fra i quali ho non pochi amici di cui ho massimo rispetto. Intendo dire che esiste qualcosa che si chiama "definitivamente trascorso", "giriamo pagina", "vita nuova" e simili. Tutta la nostra capacità politica si gioca nel saper costruire un soggetto politico nuovo, una diversa e più incisiva forma di partecipazione politica dei cittadini e degli iscritti in particolare. Guardando al passato e cercando di resuscitarlo, non si ottiene nulla di buono. Le elezioni non mi preoccupano. Si può anche perdere, ed è meglio perdere, se questo può significare un profondo ripensamento del modo di fare politica e la nascita di una nuova eticità, autenticamente laica e liberale, capace di rendere i cittadini soggetti della politica.

Pensando ad Aldo Moro, di cui sono stato studente e la cui figura in un certo senso mi perseguita, è mia convinzione che quanti oggi si dichiarano eredi della DC e si contendono il nome ed i simboli sono di gran lunga peggiori. Non ho voluto essere un DC con Moro e meno che mai penserei di esserlo con Cesa o Rotondi, ma mi duole averli come alleati. Il mio augurio è che alle chiacchere sul partito unico, alle quali ho visto partecipare con scarsa convinzione lo stesso Cesa, seguano i fatti: non che restino solo chiacchiere. In politica di chiacchiere se ne fanno tante. Si fa un gran fracasso su una cosa, poi se ne tace del tutto per cedere il posto a nuove chiacchiere. Era così per i Clubs che sembrava dovessero resuscitare e dare nuova vita a Forza Italia, com'era stato all'inizio. Poi regnò il silenzio. Vi è stata l'estate scorsa la fiammata del partito unico, le cui ambiguità mi furono subito chiare. Una di queste ambiguità si chiamava proprio Lorenzo Cesa, che sembra essere uscito dal regno delle ombre.

Rutelli e l'art. 49 della Costituzione

Il gran Mare della Rete mi ha restituito una bottiglia con dentro la parola “populismo” (Google Alert: http://www.margheritacassano.it/Testi/Rutelli_190106.asp), questa volta uscita dalla bocca di Rutelli. La parola è di quelle che si sentono spesso ed il cui significato è sfuggente e forma oggetto di disputa fra gli studiosi. Ha generalmente un significato negativo e deteriore. Nessuno dice di essere populista, ma insulta l’avversario tacciandolo di populismo. Già una volta ho fatto le pulci ad un noto discorso di Rutelli, nel quale prendeva posizione sulla fecondazione assistita, citando incautamente un passo di Hobbes che io presi a commentare, per dimostrare che Hobbes veniva chiamato in causa del tutto a sproposito: Hobbes sostiene che sulla base del puro diritto naturale una madre ha diritto di vita e di morte sul figlio, potendolo abbandonare e non essendo questi capace di sopravvivere senza la madre. E’ stata per me una fatica inutile e del tutto improduttiva. Non intendo ripetere quell’esperienza telematica, proseguita all’esterno in sfibranti corrispondenze telematiche con dirigenti della Margherita ed all’interno con accese prese di posizioni pubbliche contro esponenti del mio stesso partito che avevano sposato la linea vaticana (i due De Lillo e Tajani). In una campagna elettorale non vincono gli argomenti o le ragioni, ma vincono gli innumerevoli ed insondabili meccanismi di condizionamento di un popolo bue, giallo rosso turchino o violetto che sia, cioè di un elettorato che ha in mano una scheda da vendere al migliore offerente o da buttare da qualche parte. Non intendo quindi fare di nuovo le pulci al discorso di Rutelli, che può vantare ben altri interlocutori che non lo scrivente.

Traggo invece spunto, non polemico, per delle riflessioni ad uso personale, tratte da alcune parole che distacco dal testo e dal contesto dell’intervento pronunciato dal presidente della Margherita al Centro di formazione politica di Milano. Mi compiaccio di trovare citato da Rutelli l’art. 49 della Costituzione: non conosco altri politici che abbiano citato questo fondamentale articolo. Lode sia a Rutelli! E lo dico da suo modesto avversario. Ciò che si trova scritto nell’art. 49 è infatti la ragione per la quale a cinquanta lune suonate mi sono deciso ad uscire dalle angustie della vita privata per impegnarmi in politica (io in Forza Italia, non nel DS o nella vecchia sinistra per me meritevole di scomparire), vincendo la ripugnanza che la prassi politica mi ha sempre ispirato (turandomi il naso). Non ripeto qui cose che ho già detto altrove. Dico invece (proprio a Rutelli) che tutti i partiti politici esistenti sono incompatibili con quell’articolo 49 da lui incautamente, o almeno con quello che il suo tenore letterale lascia intendere: le costituzioni sono spesso bugiarde e demagogiche o populiste! Il popolo, ossia chi non ha potere, è una vittima indifesa. E’ viziato il rapporto della rappresentanza politica: tema scientifico su cui si scrivono libri astrusi che la gente comune non legge, libri che sono inutili proprio perché la gente comune non li può leggere. L’abolizione del sistema di finanziamento pubblico dei partiti significava dare ai cittadini il controllo sui partiti e dare un minimo di fondamento e di forza all’art. 49 della costituzione. Un referendum plebiscitario aveva sancito ciò. I partiti hanno ignorato la volontà dei cittadini, hanno cancellato il referendum e si sono quadruplicati i finanziamenti pubblici leciti, che si aggiungono a quelli illeciti che ogni tanto vengono allo scoperto (da destra a sinistra). Agli inizi del secolo scorso la democrazia liberalparlamentare era stata spazzata via dai cosiddetti totalitarismi, su cui oggi si rovesciano normalmente (e meritatamente) tonnellate di fango, ma senza chiedersi da quali ragioni essi erano potuti sorgere ed affermarsi ottenendo un larghissimo consenso. Oggi abbiamo tutti la consapevolezza che quella strada non può essere più percorsa, anche se grande è in molti l’insofferenza per l’attuale sistema dei partiti. Ne consegue una frustrazione politica non dico in tutti, ma almeno in un vasto strato di quanti non traggono le loro fonti materiali di sussistenza dal sistema attuale.

Una parola per Berlusconi, mio leader, ma non carismatico. Avrà i suoi limiti umani, non è un dio o un semidio! Ma lo preferisco all’altro che gli oppone, cioè a Prodi, che non riesco ad immaginare come figura autonoma. Mi sembra un uomo di paglia, prigioniero dei vecchi volponi della politica che possono congedarlo alla prima occasione. Ricordo ancora lo show televisivo con Bertinotti. Ma qui siamo nel campo dell’opinabile e non voglio contrappormi ad altri concittadini: de gustibus ne disputandum est! Ho già fatto sapere a quelli del mio partito (dove proprio ex art. 49 cost. faccio legittima opposizione interna per concorrere alla formazione della politica nazionale) che comunque vadano a finire queste elezioni io, personalmente ed individualmente, non avrò né vinto né perso nulla. La questione tocca in prima persona i professionisti (o mestieranti) della politica (Rutelli compreso). Noi cittadini, di destra e di sinistra, possiamo recitare soltanto la parte dei polli di Renzo che si beccavano tra di loro, pur essendo tutti destinati a finire arrosti. La ricchezza di Berlusconi non è stata mai per me causa di invidia. Trovo la sua ricchezza di imprenditore (con tutti gli arcana degli imprenditori) preferibile alla ricchezza di chi partendo con le “pezze al culo” ha cercato (e trovato) la sua fortuna proprio con la politica.

E qui mi fermo, lasciando aperto il discorso. Mi riservo di ritornare sul testo che trovo io stesso di lettura pesante.

venerdì, gennaio 20, 2006

Chi ha e chi non ha

La polemica che si sta sviluppando sui diritti degli omosessuali e delle coppie di fatto è viziata da equivoci ed ipocrisie. Premetto che non sono un omosessuale e la questione non mi coinvolge personalmente. Osservo però come i settori di osservanza ecclesiastica si sentano minacciati e passino alla controffensiva. Vedono – a loro dire – sminuito l'istituto del matrimonio e della famiglia fondata sul matrimonio. In realtà, si tratta di altro. Infatti, non viene tolto nulla a quanti sono esistenzialmente inquadrati nell'istituto tradizionale del matrimonio, religioso o civile. Si discute soltanto se si debbano concedere forme giuridiche di organizzazione a quanti le chiedono vivendo fuori degli istituti tradizionali. Il matrimonio e la famiglia sono a loro volta istituti storici, che hanno cioè avuto una loro origine ed una loro evoluzione nel corso del tempo e con il mutare della società. Non sono istituti eterni, perfetti ed immutabili. Anzi possono prestarsi a riflessioni critiche di non poco conto. La famiglia è il luogo dove si accumula la ricchezza ed è potenzialmente fonte di ogni ineguaglianza, considerando le diverse condizioni di partenza per chi si trova a nascere in una famiglia ricca o povera. L'abolizione della famiglia feudale e la creazione della famiglia borghese non ha migliorato granché la condizione degli individui. Inoltre, la filiazione numerosa è stata per qualche tempo intesa come una forma di assicurazione per la vecchiaia. Ha funzionato anche come peprpetuazione dei ruoli sociali, producendo servi per i padroni, operai per le fabbriche, soldati per gli eserciti, preti e monaci per la chiesa e i conventi. Ma ora i vecchi sono sempre più abbandonati dai figli e sono relegati negli ospizi. Al tempo stesso i figli (già in forma embrionale, a parere di taluni) diventano una fonte inesauribile di diritti ed obbligazioni a fronte di nessun dovere verso i genitori. Insomma, vi sarebbe molto da dire sulla realtà dei nostri giorni se su questa materia non vi fosse molta ipocrisia ed un velo di filisteismo.


Nel nostro caso nessuno vuole toccare matrimonio e famiglia: non si toglie nulla. Questi istituti ci sono e continuano ad esserci e se ne avvalgono quanti ritengono di farlo. Sono ancora molto solidi. Il problema è se si devono chiudere gli occhi davanti a fenomeni esistenziali nuovi. La tendenza dei padroni della politica è di discriminarli e criminalizzarli, sentendoli forse per la loro stessa esistenza come una contestazione critica ai modelli tradizionali della vita sociale. I politici hanno paura del nuovo e si arroccano sull'antico. Ma cosa significa propriamente che la società è fondata sulla famiglia? Si vuole tornare alla tassa sul celibato? Si vuole indicare al pubblico disprezzo le convivenze di fatto o in ogni caso dare loro una minore dignità? E se uno resta solo, dopo essere nato da un uomo ed una donna, e figli e parenti di lui non si curano? Ognuno sa quanto il fenomeno è diffuso. Si vuole precludere la ricerca di nuove forme di esistenza e nuovi modelli di felicità?

Funzione della politica dovrebbe essere quella di saper riconoscere le situazioni nuove, per regolamentarle e trarne il massimo di utile sociale complessivo. Questo non avviene perché i partiti politici – da destra a sinistra – hanno perso il contatto con la società, se mai lo hanno avuto. Guardano con invidia al modello organizzativo della chiesa cattolica ed al suo controllo sugli affiliati. Da Mussolini in poi vorrebbero imitarlo, non ci riescono e scendono a patti. Pensano che basti contrattare con la gerarchia ecclesiastica, che si erge a vindice del modo di vivere di ognuno. In Italia abbiamo avuto tre grandi sistemi di inquadramento della società: cattolicesimo, fascismo, comunismo. Spazi di libertà si sono creati quando è esistita una certa conflittualità e concorrenza fra queste forme di organizzazione della società. Il liberalismo, da Bruno e Galilei, non ha mai avuto forza propria in Italia. Quando però fascismo, cattolicesimo e comunismo (o post-comunismo) si accordano, gli spazi di libertà dei singoli scompaiono del tutto.

domenica, gennaio 15, 2006

Vivi e lascia vivere

La rassegna stampa della giornata conferma una tendenza chiaramente in atto. La Casa della Libertà si è consegnata nelle mani del Papa e della gerarchia cattolica in materia di diritti civili. Si tratta di sapere se tutto l'elettorato del Polo coincide con un elettorato vaticano e se quest'elettorato è la maggioranza del Paese, cioè dell'Italia. Io non lo credo e resto su posizioni "laiche". Credo che sia sbagliata la politica finora seguita dalla dirigenza dei partiti di centro-destra. Credo che sia giunta l'ora di una contestazione interna. Per quanto riguarda le manifestazioni di questi giorni indette da omosessuali e coppie di fatto credo che valga un motto della saggezza popolare: "Vivi e lascia vivere!", che potrebbe essere anche una massima di governo, se il nostro governo alla Giovanardi non ritenesse di dover rispondere più al papa che non al popolo italiano.

sabato, gennaio 14, 2006

Fango sui morti di Nassiriya

Nell'ultimo numero dell'Espresso, n. 2 del 19 gennaio, a p. 78-79 leggo cose che mi lasciano di stucco. Riporto testualmente: "...La Procura militare di Padova ha scoperto che nei container militari rientrati in Italia da Nassiriya potrebbe essere stato trasportato illegalmente di tutto: dalle armi da guerra sequestrate ai miliziani o ai terroristi di Al Qaeda fino ai reperti archeologici saccheggiati in Iraq..." e più avanti leggo ancora: "Durante la perquisizione nella casa di un maresciallo della Berghinz sono state trovate dieci tavolette che secondo i carabinieri del Nucleo di tutela dei beni archeologici dovrebbero essere di epoca babilonese". E non si tratta di un maresciallo esperto di scrittura cuneiforme, assetato di sapere, ma più banalmente: "In Europa e negli Stati Uniti quei reperti vengono pagati dai collezionisti anche 1800-2.000 euro l'uno". Ci si chiedeva come mai sul mercato circolassero reperti archeologici appena arrivati, quando ben si sa che in Iraq infuria la guerra e chiunque può essere rapito e ucciso. La risposta è stata trovata in casa del maresciallo italiano, un eroe andato a portare la pace: in cambio della pace aveva pensato anche di trovarsi un modo per arrotondare lo stipendio, non la modesta paga del soldato di leva, ma la paga del soldato professionista, come ai tempi delle soldatesche mercenarie e di ventura.

E pensare che ci siamo tutti commossi, quando sono stati massacrati i nostri soldati, i nostri ragazzi. Se non ho potuto entrare alla basilica di San Paolo, per rendere un sincero e sentito omaggio ai morti, è stato perché tutti i posti erano già occupati dalle autorità pubbliche e religiose, peggio che ad una prima della Scala. Su questi dati di fatto e su indagini giudiziarie in corso, ad ognuno sorge spontanea la domanda: ma cosa sono dunque andati a fare i nostri ragazzi? Solita obiezione: casi limitati imputabili a qualche mascalzone! Ma fosse stato pure uno solo il fango cade su tutti: sui morti e sui vivi! Ed anche se il disonesto ed infame - degno di fucilazioner per alto tradimento - fosse uno solo, si pone inquietante l'interrogativo: ma se non riescono a controllare neppure i militari di una caserma, come possiamo credere che i nostri governanti possano difenderci dagli attentati terroristici? La verità consiste dunque in un immenso sanguinoso ladrocinio: c'è chi va a rubare il petrolio, rubando alla grande; c'è chi si accontenta di qualche tavoletta da rivendere per qualche migliaio di euro! Tutti ladri, grandi e piccoli. Ed a noi raccontano fandonie: pace. liberta', democrazia.

Vinceremo! Dolce musica...

Ricevo dalla burocrazia di partito:
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Non siamo ancora entrati nel vivo della campagna elettorale e i sondaggi ci vedono quasi alla pari con l’Unione. Tutto questo predispone all’ottimismo Silvio Berlusconi "sicuro di vincere con ampio margine" (http://www.forza-italia.it/notizie/pol_7486.htm ) le elezioni del 9 aprile.
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Non mi piace questo modo calcistico di esprimersi. Quel che è certo è che io non vincerò nulla, come mai ho vinto o perso nulla ogni volta che sono andato a votare (non sempre allo stesso modo). A me non sono mai seguiti vantaggi personali dall'esito delle elezioni e quindi non capisco proprio cosa ci sia da vincere o da perdere quando rischiamo tutti di andare alla malora. Se poi qualcuno deve vincere, ciò significa che perde qualcun altro. Chi? il 49 per cento degli italiani che votano dall'altra parte? La cosa non mi fa stare allegro!

Ad ogni tornata le elezioni diventano sempre più una presa in giro degli elettori e sempre più si rivelano come un fatto privo di qualsiasi nesso di casualità fra nebulose speranze o enigmatiche promesse ed esiti conseguiti. Non nego che ristrette frange legate agli apparati possano conseguire vantaggi o perdite, ma di certo non la totalità degli elettori che si trovano spesso fra le mani un pezzo di carta di cui non sanno quale uso fare e che in ogni caso costa loro assai caro. Mi è perfino capitato di trovarmi deputati da me votati che facevano esattamente il contrario di quanto mi sarei lecitamente aspettato da loro (in tema di università o di laicità dello Stato). Potrei anche fare i loro nomi e narrare episodi divertenti, ma mi sembra di cattivo gusto personalizzare. Conosco la favoletta del divieto di mandato imperativo. Ma quando i nostri deputati non conseguono vantaggi personali (illeciti) dal modo in cui votano le leggi, dovrebbero almeno spiegare a chi li ha eletti la loro sapienza di legislatori. Ciò presuppone un'organizzazione democratica dei partiti che non esiste da nessuna parte. Chi volete poi che chieda per davvero loro conto? Si dice che l'elettore può punire il deputato non votandolo al prossimo mandato. Intanto, con il primo mandato, il deputato ha guadagnato in danaro e vantaggi quanto il normale elettore non guadagna in una intera vita di lavoro. Ha perfino diritto alla pensione, dopo pochi anni di rappresentanza. Poi non esistono strumenti con i quali l'elettore possa seguire e giudicare l'operato dell'eletto. Il "collegio blindato" esprime poi il massimo grado di ottundimento al quale si è potuto ridurre una vasta frangia di elettorato: l'ideologia calcistica ne è lo strumento. Non per nulla il calcio è uno sport tanto popolare. In pratica il controllo democratico non esiste e le elezioni sono una sorta di gioco del lotto (pure assai popolare), dove però a vincere è solo il sorteggiato e non chi ha giocato i numeri.

Stando così le cose l'astensione è una forma di intelligenza politica ed una risorsa critica della democrazia. E dunque, in assenza di un vasto e approfondito dibattito in Assemblee di partito, dal quale possano emergere candidature democratiche che esprimano un mandato fiduciario, affidiamoci ad un "Iddio ce la mandi buona! Ci protegga lo stellone d'Italia." Totò, con il suo "Votantonio!", aveva visto bene ed era stato profeta del degrado della vita politica e del sistema rappresentativo. In altri momenti storici, ahimé finiti in tragedia, la gente comune ha preferito sbarazzarsi di un sistema rappresentativo che non li rappresenta e che spesso ha il sapore della beffa. Quella strada non è più percorribile. Non bisogna però perdersi d'animo, ma diventare sempre più responsabili, tenendosi informati e non firmando a nessuno cambiali in bianco. Occorre mettersi in testa che la politica non è il momento elettorale, ma la capacità di stare ogni giorno almeno un poco sulla piazza del paese per scambiarsi informazioni ed opinioni con i propri concittadini.

lunedì, gennaio 09, 2006

La politica come sfera della pubblicità

Trovo nella rete e riporto testualmente come citazione un testo di Maurizio Passerin d'Entrèves: «...La tradizione di pensiero
politico con la quale la Arendt si identifica e' quella dell'umanesimo civico, rinvenibile negli scritti di Aristotele, Machiavelli, Montesquieu, Jefferson e Tocqueville. Secondo questa tradizione la politica trova la sua autentica espressione ogni volta che i cittadini si riuniscono in uno spazio pubblico per deliberare e decidere su questioni riguardanti l'intera collettivita'. Il valore dell'attivita' politica non risiede nel raggiungimento dell'accordo su una concezione condivisa del bene, ma nella possibilita' che offre a ciascun individuo di esercitare attivamente i suoi poteri e diritti di cittadinanza, di sviluppare le capacita' di giudizio politico, e di conseguire mediante l'azione collettiva un certo grado di efficacia e influenza politica...». Non ho un particolare interesse e venerazione per la Arendt (1906-1975), innocua scrittrice di successo nel panorama politico del secondo dopoguerra, ma le stesse cose sono state dette prima (almeno nel 1928) e meglio da ben altro pensatore e giurista che risponde al nome di Carl Schmitt (1888-1985), ancora pericoloso a venti anni dalla morte. Le conclusioni pratiche alle quali intendo approdare dopo due diverse citazioni dottrinali sono una conferma a quanto vado sostenendo nella mia prassi politica: smettiamola di appassionarci al ricorrente carnevale delle elezioni (chiunque vinca cambia poco) ed organizziamoci per fondare su nuove basi la partecipazione politica e soprattutto educhiamoci alla politica. Quanto si sta rivelando con Bancopoli non sta nella liceità o meno della pubblicazione di conversazioni innocenti o meno del politico Tizio con l'affarista Caio, ma nella prova provata della natura omogenea e consortile del ceto politico che ci governa e continuerà sempre ad opprimerci, determinando le nostre opportunità di esistenza e limitando di fatto la nostra sfera di libertà e la nostra dignità di cittadini che sotto diversi nomi ed in diverse forme poco si differenziano dai sudditi e clienti di passate e vituperate epoche.

giovedì, gennaio 05, 2006

La bestia feroce che incute timore

Mi azzardo a dire la mia sull'Iraq e dintorni. Sappiamo chi fosse Saddam e nessuno può parlarne bene. Tuttavia, se – come leggo oggi sull'autorevole "Le Figaro" – il destino prossimo dell'Iraq è la guerra civile endemica ed a Bush compete il premio Nobel per la guerra e la stupidità, allora vale la pena di ricordare ciò che Hobbes diceva del Leviatano, la cui ferocia aveva lo scopo di incutere timore ad ognuno e di costringerlo al rispetto della legge quale che fosse. In altri termini, può darsi che in una situazione come quella iraquena l'unico governo possibile fosse quello di Saddam. Dirlo è una bestemmia, lo so, e può darsi anche che sia teoricamente sbagliato. Ma che dal peggio si sia proceduto verso il meglio io non ne sono convinto e credo che il Cavaliere non avesse tutti i torti quando si è lasciato sfuggire che lui era contrario alla guerra e che a Bush lui glielo aveva detto invano. Noi italiani abbiamo poi fatto quello che abbiamo sempre fatto nel mutare dei governi, da Cavour in poi: andare in soccorso del contendente più forte e del vincitore presunto, per poi poterci sedere al tavolo della pace in veste pure di vincitori e lucrarne qualche vantaggio. Ma la mala sorte ci perseguita e non sempre le cose vanno come si era sperato.

mercoledì, gennaio 04, 2006

Sfasciume politico pendulo sul Mare degli Scandali

Alcune rapide riflessioni si impongono su quanto succede in questi giorni dopo la pubblicazione di intercettazioni telefoniche riguardanti noti politici della sinistra. E sono le seguenti: il sistema politico è fortemente omologato. Non esiste una parte sana ed una parte malata nel ceto politico che ci governa e ci affligge. Anche quando sembra in forte contrapposizione in realtà uno stesso ceto è unito e solidale nella gestione di un potere con clausola di alternanza, ma senza progresso qualitativo. Con FORZA ITALIA, sorta dalle ceneri di un terremoto giudiziario dal quale si era salvata una parte politica più furba ma non meno mariuola delle altre, avrebbe dovuto nascere qualcosa di diverso, un modo nuovo di fare politica e di rapportarsi con i cittadini, che avrebbero dovuto essere protagonisti nella storia di questo paese e non più clienti o tifosi dell'una o dell'altra parte politica. Ma quanto i partiti (di destra, di centro e di sinistra) amino il protagonismo dei cittadini lo si è visto e capito nel loro atteggiamento verso il referendum, unico istituto di democrazia diretta. Qualche illustre politico della nostra parte ha perfino teorizzato: i cittadini devono starsene a casa quando ci sono dei referendum, perché sono ignoranti e devono lasciar fare a noi. Il loro dovere civico consiste solo nell'andare a votare noi, confermandoci nei nostri lucrosi privilegi: di noi si possono fidare...