martedì, febbraio 20, 2007

In Forza Italia contro il Concordato

[in fase di editing: testo provvisorio]

Ho spiegato proprio ieri al mio Vice l’importanza dello scrupoloso rinnovo della tessera in Forza Italia o in qualsiasi altro partito. Si tratta di operare all’interno delle garanzie dell’art. 49 della costituzione. Si tratta di un articolo che non ha mai avuto una legge di attuazione; esso tuttavia conferisce già adesso ai cittadini il diritto di concorrere alla formazione della politica nazionale all’interno di partiti. A questi è richiesta struttura democratica che nei fatti non esiste. Tra le numerose analisi che si stanno facendo sul nuovo terrorismo credo ne manchi una: se a ogni cittadino fosse concretamente garantito il diritto sancito dall’art. 49, a nessuno verrebbe in mente di cercare la via violenta dell’eversione.

La premessa serve per contrastare la facile e prevedibile obiezione che da Forza Italia non è rappresentata la mia individuale posizione di opposizione al Concordato e all'evidente e intollerabile aggressione dell’episcopato italiano alla società italiana, che non si riconosce nelle posizioni cattoliche, che anche quando esistono possono vincolare solo i “fedeli”, non i “cittadini”. L’essere cittadino di uno Stato non può essere subordinato all’essere fedele di una pseduoreligione come quella cattolica. Se siamo due in barca ed il mio vicino “cattolico osservante" pretendesse di raggiungere prima il Creatore, io gli risponderei “Vai pure tu avanti! Io ho ancora qualcosa da fare su questa terra. Verrò dopo, quando sarà proprio necessario”. L’immagine mi serve per dire che si va profilando una sempre più marcata differenza e contrapposizione fra l’essere “cattolico osservante” e l’essere cittadini dello Stato italiano: non si può servire due padroni.

Di certo se la posizione di Forza Italia è desunta da qualche dichiarazione al telegiornale fatta da Antonio Tajani, magari dopo che abbia già parlato un qualche prelato, si può ben pensare che io sia un isolato in Forza Italia e posso anche essere deriso e insultato, come è avvenuto e come non dimentico. Ma Antonio Tajani è stato votato anche da me e proprio perché votato anche da me ho potuto pubblicamente sconfessarlo come suo elettore, dichiarandomi deluso (termine eufemistico) dal suo operato. La sconfessione è avvenuta in pubblico ed è stata da me raccontata per iscritto e non perdo mai occasione per ricordare la circostanza, verificatasi all'Hotel Parco dei Principi, dove i fratelli De Lillo in violazione della direttiva di partito che dava “libertà di coscienza” in materia di referendum sulla fecondazione assistita. Su carta intestata della rappresentanza di Forza Italia presso il Consiglio Regionale del Lazio invitava ad una manifestazione per l’astensione. L'On. Tajani spiegava che una cosa era il simbolo regionale di Forza Italia ed altra cosa il simbolo nazionale. Vi lascio immaginare il resto e chiudo la lunga digressione. Si dice poi che il mandato elettorale è senza vincolo: una volta eletto l'On. Tajani puà fare quel che vuole in barba a chi l’ha votato, che è anonimo e non ha strumenti. Il sistema costituzionale purtroppo non prevede una revoca da parte degli elettori in corso di mandato.

Se invece dei leaders alla Tajani, padroni dell'apparato, si vanno invece ad interrogare ciascuno dei nove milioni di elettori di FI, incautamente invocati con me dall'On. Antonio Palmieri, sono certo di non essere il solo a ritenere che la politica sia una cosa ed il cattolicesimo militante e prono agli ordini dell'episcopato sia altra cosa. Non è possibile una convivenza di fatto all’interno di una stesso fatto. Anche io mi dichiaro contrario alle “convivenze di fatto”, ma a queste convivenze di fatto, dove il cittadino rispettoso dell'altrui Fede (?!) finisce per essere prevaricato (altro eufemismo). Proprio alla manifestazione delilliana all’Hotel Parco dei Principi avevo usato che l’on. Zappalà l’avvio di una strisciante guerra civile. Se ne stupì e scrollò le spalle come se avessi detto un’enormità. Intanto, sono sbucate di nuovo le brigate rosse, che pensavo ormai estinte. Ma non era a questo tipo di guerra civile che pensavo, ossia a una forma necessariamente cruenta. Pensavo invece ad una grave esacerbazione degli animi da parte da quanti si sentono coartati nella loro coscienza e nella loro libertà intellettuale e morale, costretti a piegarsi ad una morale cattolica la cui superiorità è presunta da uno stuolo di politici che per primi disattendono quella moralità alla quale vorrebbero costringere altri in cambio dei voti che hanno ottenuto dalla Sacrestie d'Italia e che mai avrebbero dai cittadini che potessero conoscere i loro animi, la loro cultura, la loro onestà.

Sono dunque aperte le ostilità. Guerra alla guerra! In Forza Italia io propongo una visione della società con una netta distinzione fra il ruolo dei cittadini e quello dei cattolici osservanti episcopiani e ostili allo Stato italiano e alle sue leggi. Ho trovato del tutto fuori luogo che il coordinatore regionale per il Lazio, Giro, abbia del tutto gratuitamente sentito il bisogno di professarsi cattolico. Ho già scritto che la cosa non mi riguarda: non diventerò cattolico perché lo è lui. Sottoscrivendo una tessera di Forza Italia non mi sono impegnato in tal senso e non ammetto che Giro risponda all’episcopato anziché agli iscritti di FI. Sollevo dubbi di legittima suspicione. Rivolgo adesso a lui pubblicamente la domanda se il suo essere cattolico significa una dichiarazione di ostilità contro lo Stato italiano e la società italiana, intendo quella società non si riconosce nelle prediche papali e che vive secondo principi propri, che non sono peccaminosi ma sono altri (e direi anche superiori) rispetto a quelli ottusi di una fede ottusa che non sa trarre dalla propria coscienza i motivi profondi un’autentica religiosità che non ha nulla a che fare con l’arrogante monopolio cattolico in materia di religione. Di fronte a questione così serie non mi interessa essere maggioranza o minoranza: nessuna minoranza accetterebbe mai di essere scannata dalla maggioranza in virtù del principio numerico di maggioranza. Su questa materia verrebbe meno il dettato dell’art. 49 della costituzione se i cittadini italiani venissero trasformati in sudditi papalini. Il questo caso verrebbero meno le fondamenta, già fragili, sulle quali è stata edificata la Repubblica in sostituzione di un Regno che in materia di rapporti Stato-Chiesa aveva saputo essere di gran lunga più liberale di fascisti (Mussolini), comunisti (Togliatti), socialisti (Craxi), ex-radicali (Rutelli) e di quanti hanno più a cuore il loro personale potere e privilegio che non la libertà dei cittadini.

lunedì, febbraio 19, 2007

Sullo “spazio pubblico” in materia di religione

Tra gli argomenti dei papisti alla Giuliano Ferrara ricorre l'argomento secondo cui la religione, in ispecie il cattolicesimo, avrebbe diritto a rivestire una funzione "pubblica". Si intende dire che il cattolicesimo non dovrebbe accontentarsi di uno spazio privato, dove ognuno esercita – se lo vuole – il culto che meglio crede. In quanto attività meramente privata di soggetti privati sarebbe cosa che potrebbe lecitamente interessare a taluni ed altrettanto lecitamente non interessare ad altri. E sarebbe una situazione ritengo normale che potrebbe porre al riparo dai cruenti conflitti religiosi che sono stati assai numerosi nella storia. Svolgerò altrove la mia argomentazione secondo cui il cattolicesimo non è una religione, ma un disegno di potere sulla società.

Non per nulla si pretende un esplicito diritto al ruolo pubblico. Cosa significa ciò? In concretto che papa, cardinal Ruini, vescovi ecc., avrebbero il pieno diritto a far sentire la loro voce, la loro dottrina, il loro incitamento e forse anche la loro istigazione in ogni luogo esterno alle chiese dove si esercita il culto.

Ammesso e non concesso ciò, mi chiedo cosa ancora possa significare. Chi sono i destinatari di simili esternazioni? Gli stessi cattolici in quanto cattolici, o i cattolici in quanto cittadini, o perfino i cittadini per nulla cattolici? Ma poi ancora mi chiedo: E se io cittadino mi trovo mio malgrado destinatario dell'esternazione pubblica quale può essere lecitamente il mio atteggiamento? Devo restare un destinatario passivo dell'esternazione pubblica di un Ruini o di Buttiglione e simili o mi è lecito rispondere pubblicamente al mittente? Me ne sono concessi gli strumenti? Non corrò il rischio di incorrere in sanzione per il solo fatto di respingere la persuasione subliminale?

È certo che non ho nessuna intenzione di ritornare ai tempi funesti delle guerre di religione o semplicemente alle stagioni dell'anticlericalismo. Non mi piace essere contro nessuno. Preferisco rapportarmi in positivo con il maggior numero possibile di concittadini. Ma se l'aggressione di una messaggistica sempre più invadente e fastidiosa finisce per urtare ed offendere la mia diversa sensibilità religiosa, la mia diversa moralità che non intende far proseliti, se insomma sono “provocato” cosa e chi può escludere il mio diritto ad una difesa legittima?

Il quesito è idealmente rivolto ai tanti Pera e a quanti come me votano o hanno la tessera di Forza Italia. Nelle “radici cristiane” dell'Occidente l'evangelizzazione violoenta dei popoli è stata la norma. Vogliamo ritornare a quel passato? Non mi si obietti che allora era diversa la forma della violenza. E ci mancherebbe pure che anche oggi fosse la stessa. Ma resta violenza la reiterazione di una propaganda che non consente contradditorio alcuno. È violenza bella e buona e per giunta esercitata con finanziamento dei cittadini contribuenti. Tutto ciò non può essere e non può andare. Per chi lo vuole apro sul tema una discussione.

venerdì, febbraio 16, 2007

La vecchia cultura delle nuove brigate rosse

Le informazioni sono radiofoniche e non così accurate come sarebbe necessarie. Ma qui si tratta di riflessione estemporanee, cioè fatte all’istante e senza quella lunga preparazione che una prestazione intellettuale normalmente richiede. Confido che ciò comprendano i miei Quattro lettori, ma con ciò non intendo svalutare le riflessioni estemporanee. È la forma di pensiero concessa al comune cittadino.

Sento dalla voce di quello stinco di santo che è Marco Taradash che tra il materiale sequestrato ai “temibili” nuovi terroristici vi sarebbero volantini ed elaborati che inneggiano alla vecchia cultura marxista-leninista con presa violenta del potere e instaurazione di un ceto burocratico rivoluzionario dal puro sangue operaio. È chiaro che nessun pericolo può venire da questa parte alla classe politica che di fatto regge e continuerà a reggere questo paese per molti a venire. Le nuove brigate rosse non costituiscono né un pericolo militare né un pericolo ideologico. Anzi sono l’occasione per un suo consolidamento antidemocratico.

Altra cosa è la carenza di legittimazione che io ritengo presente e di cui può farsi una lunga lista. Non ho la sfera di cristallo e non so dove andremo a finire e cosa ci aspetterà. Un popolo non ha vita eterna e può morire di consunzione. Tra le forme di “ribellione” possibile non è per nulla necessaria la violenza. Basterebbe lo sciopero fiscale per far subito crollare qualsiasi governo. Il regime ne ha avuto paura quando si è trattato di votare per il sostituto d'imposta, ossia sulla facoltà concessa ad ogni cittadino di pagare le tasse dovute allo stesso modo e negli tempi con cui paga già le bollette di luce, gas, telefono. I cittadini avrebbero avuto in mano un'arma formidabile, non violenta, che avrebbe potuto fiaccare qualsiasi governo e castigarlo dall’insana abitudine di aumentare i balzelli, magari per finanziare i costi della politica.

È questa la strada efficace per una sana e salutare ribellione ad un potere sempre più sfacciato e dispotico. Dalle nuove brigate rosse non verrà nessuna liberazione, anche se la loro esistenza è un segno del profondo malessere che scuote tutti i settori della società italiana.


giovedì, febbraio 15, 2007

Le "Pasque di sangue” un’impostura cattolica?

Pensieri e riflessioni sempre ci assalgono in ogni momento della nostra vita quotidiana. Non sempre e non a tutti è dato o riesce possibile segnarli sulla carta. Molto spesso noi stessi non ci pensiamo più, assillati da nuovi pensieri e nuove preoccupazioni. Di certo non intendo appassionarmi al dibattito suscitato da un libro sulle "Pasque di sangue", dove si accusavano gli ebrei del Quattrocento di compiere sacrifici di bimbi cristiani. Cosa macabra quanto assurdo, ma vero o falso di questo si è parlato e su questa accusa sono stati imbastiti processi e ci sono stati tanti morti. Più o meno qualcosa di simile ai processi alle streghe. Non intendo proprio per nulla entrare nel merito di queste scabrose vicende della storia remota. Si trattava solo di una premessa a quanto sto per dire, dopo aver ascoltato in macchina per strada l'intervista ad un illustre personaggio sul libro dell'ebreo Toaff, che veniva intanto accusato di aver scelto un titolo infelice: “Pasque di sangue”, lasciando forse credere che ci fosse qualcosa di vero nei numerosi processi imbastiti dalla autorità cattoliche dell'epoca.

Ascoltavo non già interessato al merito del libro, alla sua verità o falsità, o meglio mi ha interessato la scontata falsità dell'accusa e del fatto. Così intendeva l'autorevole intervistato che prendeva le distanze dal libro di Toaff senza averlo neppure letto, neppure sfogliato. Io non sono tra quelli che ritiene che il libro di migliaia e migliaia di pagine debba essere necessariamente letto per intero. Può essere sufficiente averne letto una parte per acquisire sufficienti elementi di giudizio. Ma è difficile giudicare un libro senza neppure averne letto una riga e per giunta concedere un’intervista per parlare di un libro che non si è per nulla letto. Ma neppure questo è l’oggetto del mio interesse. Quale dunque?

L’intervistato considerava assolutamente acclarato che si fosse trattato di una montatura cattolica come forma di un antisemitismo del Quattrocento. Si noti: antisemitismo “cattolico” nel “Quattrocento”, cioè in pieno Umanesimo. Tutta la retorica sull’»Olocausto«, che non ritengo sia stata una “montatura”, sembra però volerci far credere che l’antisemitismo sia stata un’inedita peculiarità nazista. Sappiamo che non è così. Peggio dei nazisti e certamente per molto più tempo (millenni a fronte di pochi anni di aberrazione) hanno fatto i cattolici capi (dal papa in giù), gregari e “fedeli”. Il termine “nazista” è diventato sinonimo di male assoluto ed ognuno che ne tratti deve prima fare i debiti scongiuri. Per una considerazione storica del fenomeno dovranno passare chissà quanti anni ancora, un tempo certamente non concesso alla nostra generazione.

La conclusione alla quale mi affretto è che nessuno pensa di imputare alla chiesa cattolica le stesse “colpe” attribuite ai nazisti: due pesi due misure! È vero che qualche pontefice dopo quattro secoli si è “scusato” per aver arrostito Giordano Bruno ed aver processato Galileo. Ma mi sembra una vera e propria presa in giro. Chi commette di queste cose semplicemente non dovrebbe più pretendere di aver credito e addirittura di esercitare un “magistero morale” e di stabilire la condotta di vita altrui. A Galileo e a tanti altri in condizioni analoghe e peggiori queste scuse tardive di secoli ormai non servono più e chi oggi vive e si sente leso dai poteri e dalle ingerenze cattoliche non può aspettare alcune secoli per avere delle scuse, ammesso che queste possano esserci e che a lui possano interessare.

Altre riflessioni derivate e secondarie poterei fare, ma a tarda sera vi rinuncio. Mi basta ricordare la favola del lupo e dell’agnello, dove qui il ruolo del lupo è esercitato dalla gerarchia cattolica. Vuole sempre avere ragione anche quando ha torto marcio. È infatti “infallibile”!

Da Stalin a Ratzinger

Con il fermo proposito di non impiegare la mattinata in una lunga chiosa all’incredibile Giuliano mi limito ad un’espressione sintetica con la quale penso di poter racchiudere tutta l’evoluzione intellettuale ed esistenziale di Giuliano Ferrara, beninteso per quanto a me nota: da Stalin a Ratzinger! Credo che ognuno, appena un poco informato delle stesse cose che io so e che sono di pubblico dominio, possa svolgere i passaggi logici di illustrazione di questo mio sintetico asserto.

Ciò posto e finché in questo paese, stretto in una morsa fra Ratzinger e Mastella, sarà ancora possibile esprimere un’opinione senza sentir bussare alla porta i carabinieri o perfino sfondarla, dico che fra liberalismo e cattolicesimo vi è incompatibilità e contraddizione. In Italia si parla di cattolicesimo “liberale” per il fatto che prima la messa si diceva in latino e nessuno o quasi capiva quel che si diceva, poi si è passati a dirla in italiana. Questa è l’accezione che del liberalismo si ha in Italia e trova concordi in questa definizione molti cosiddetti “laici”, che sono tali solo perché non sono preti. Del resto la stessa nozione di laico sarebbe inutile ed assurda se con avesse un necessario riferimento al formidabile apparato organizzatorio della chiesa cattolica, che si avvale di una vera e propria ideologia chiamata “fede”, imposta ai suoi fedeli con una “professione” necessariamente inclusa nella sua liturgia, un autentico lavaggio del cervello istituzionalizzato.

Trovo diffamatoria e miserabile la distinzione abituale e ricorrente fra “credente” e “non credente”, come se la religione si dovesse limitare ai miserabili e ostici formulari della teologia cattolica ovverosia di uno stuolo di veri e propri “intellettuali organici” di un riuscito progetto totalizzante di potere sulle società scampate alle rovine del mondo antico. A ciò si è giunti dopo che l’apparato di potere cattolico ha distrutto ed estirpato ogni forma di spontanea religiosità, che da sempre ha accompagnato la mente umana. Karl Marx con il suo rigoroso e coerente ateismo quale critica insuperabile e insuperata all’edificio dogmatico del cattolicesimo ne ha tuttavia rafforzato un potere che si basa molto più sul potere di parlamentari, giudici e carabinieri che non sulla forza di una Fede assurda e truffaldina o di una pseudofilosofia ancella della Fede cattolica. La religione è diventata adesione o non adesione a quella lontana conclusione di una lite confessionale, che si concluse con il sigillo imperiale a Nicea nell’anno 325, se non vado errato. Da lì a non molti anni venivano chiusi, per decreto imperiale, i misteri celebrati ad Eleusi, che rappresentavano una tradizione ultramillenaria di una ben diversa religiosità, della quale si erano nutriti le massime intelligenze della Grecia antica e della Roma repubblicana ed imperiale. Da allora “non credente” nel formulario cattolico è divenuto sinonimo infamante di anima persa, peccatore e quanto altro. L’antica religione è stata bollata come “pagana” e tutti gli uomini sono stati gratificati della dignità di peccatori, nozione quella di “peccato” assolutamente essenziale per il messaggio salvifico amministrato da una burocrazia celibataria che risparmia per sé gli oneri del matrimonio e della famiglia ma li impone ai suoi fedeli. Senza l’accettazione preliminare della nozione di peccato (essenza della Fede) resterebbero disoccupati tutti i papi della storia e i loro efficientissimi eserciti.

La distinzione fra credenti e non credenti è una desolante condizione spirituale lasciata agli uomini di un Occidente impoverito dopo che il violento proselitismo cattolico ha semplicemente falciato tutte le altre religioni concorrenti o meglio tutte le altre possibili forme cultuali e liturgiche delle esigenze religiose di ognuno. A questo punto non il diritto alla “sfera pubblica” ed alla “funzione sociale” della chiesa cattolica occorre rivendicare: il suo ruolo pubblico e laa sua pervasività ha già raggiunto il massimo grado di tollerabilità. Andare oltre significa estendere quei poteri che il papa aveva sullo Stato pontificio e che con la breccia di Porta Pia non sono stati limitati, ma addirittura oggi ampliati a dismisura. Le varie distinzioni degli intellettuali cattolici “organici” al potere della chiesa su tutta la società oltre che sugli stessi “fedeli”, uomini privati di ogni spontanea capacità religiosa e trasformati in succubi di moderni sciamani, mal nascondono una sostanziale illibertà derivante proprio dal riconoscimento pubblico della cosiddetta “funzione sociale” della chiesa cattolica.

Pertanto, quanti si ritengono sinceramente religiosi e amanti della libertà senza limiti che non discendano dall’eguale altrui diritto alla stessa sua libertà è ora che dicano “basta! Silete theologi in munere alieno!” agli odierni oppressori che mentre ci stringono ai polsi e alle caviglie le loro catene ci parlano di “libertà” e “religione”: al danno e all’oppressione in aggiunta anche la beffa! Il conflitto è purtroppo un dato eliminabile della nostra società. Quanto più si pretende di eliminarlo e di nasconderlo, tanto più lo si interiorizza fino a farlo implodere in forme e momenti che non trovano stampa, ossia che non trovano “comunicatori” capaci e disposti di spiegarne e divulgarne in forma verbale e discorsiva i motivi profondi da cui la ribellione nasce e la sua “legittimità”. In questa opera di repressione e compressione della coscienza proibita la chiesa cattolica, orpello della più bieca tirannia, si è sempre distinta ed ha offerto i suoi servigi a quanti avevano il potere della spada ma non disponevano dei giusti apparati per il dominio e l’asservimento delle coscienze.

martedì, febbraio 13, 2007

Epifani orecchiante di Carl Schmitt

L’ultima di pochi minuti fa, al telegiornale del 20. Una perla troppo bella per non raccoglierla. Intervistando proprio Epifani per avere lumi su ciò che ahimé succede, malgrado Epifani e forse proprio perché in Italia ci sono tanti Epifani. Quale la perla? Perché quel che succede non succeda quali i rimedi? Per Epifani occorre usare un linguaggio dove la coppia amico-nemico non ci sia più. Magari proibendola con un altro bel decreto Mastella e perfino epurandola dai vocabolari e dai testi di ogni genere. Come se bastasse non pronunciare il nome del diavolo perché il diavolo e con esso il male non ci sia più. Sappiamo invece che il male tanto più esiste quanto meno se ne vuol riconoscere l'esistenza. Sappiamo come morì don Ferrante. Se non fossimo in una situazione tragica, il ragionamento di Epifani sarebbe perfettamente assimilabile a quello di don Ferrante, che “non accettava” l'idea della peste allo stesso modo in cui Epifani non si capacità che dei sindacalisti suoi dipendenti abbiano ridato vita alla ribellione armata delle brigate rosse o simili.

Il nemico esiste in modo oggettivo e per cause oggettive. Per combatterlo occorre innanzitutto conoscerlo e riconoscerne le ragioni, se ne ha. Senza avere le profonde conoscenze di Epifani, io ritengo che il fenomeno trae origine da una crescente carenza di legittimazione cui occorre rimediare allargando gli spazi reali di democrazia e di eguaglianza possibile. Invece la tendenza mi sembra che sia quella di reprimere il fenomeno restringendo ancora i margini della democrazia e l'ineguaglianza sostanziale, quando sarebbe possibile migliorare le condizioni di vita della gente. La finanziaria di Prodi qualche causa, a mio avviso, come spiegazione del fenomeno potrebbe fornirla. Il terrorismo, quarda caso, risorge nell’anno della finanziaria di Prodi. È inutile aspettarsi da Epifani e compagnia una spiegazione che in qualche modo faccia ricadere su loro stessi la crescente lacerazione sociale. Basta orecchiare qualcosa sulla teoria dell'amico-nemico e dire sciocchezze al telegiornale delle 20. Da questo ceto dirigente vi è poco da sperare e non mi aspetto neppure lumi per capire ciò che succede. Anzi diffido delle loro spiegazioni.

Riflessioni estemporanee di prima mattina su chiesa, terrorismo, revisionismo storico

Inizio con una battuta scherzosa letta ier sera. Un bloggista ha scritto che dopo essersi dato ai blogs la sua vita è cambiata. Ma perché? È ingrassato. Prima era uso a far ginnastica la mattina, poi ha rinunciato a questa sana abitudine per mettersi a scrivere. E gli effetti non sono mancati. Confermo che anche a me è successo la stessa cosa, ma la colpa non è tutta dei blogs. Venendo ora al serio, anzi al tragico, vorrei qui appuntare tre argomenti di cui confido non mancherà occasione ed estro per un maggiore approfondimento:

1. Perché non possiamo non essere servili. – La rassegna stampa di questa mattina mi ha portato le dichiarazioni di Leopoldo Elia sulle ingerenze vaticane con buona pace di Buttiglione, che forse farò bene a cancellare dal mio vocabolario e dalle mie citazioni per non correre il rischio di essere troppo acrimonioso, tanto più che esisteva una vecchia conoscenza. Dico Leopoldo Elia per intendere un reazionario cattolico ed anche un professore ordinario di cui mi è capitato di non apprezzare le sue posizioni in materia universitaria. Non mi sarei aspettato da lui che giudicasse eccessiva e inusitata l’ingerenza della chiesa nell'autonomia dello Stato italiano e delle sue leggi. Evidentemente ha prevalso il lui il costituzionalista. Chi in effetti ha un minimo senso di ciò che è una costituzione in senso proprio trova inammissibili le esternazioni di papa Ratzinger e del cardinale Ruini. Hanno passato il segno anche per un Leopoldo Elia. Per Buttiglione, Mastella, Casini, Pera, etc. il problema non si pone: non sono costituzionalisti. Se Leopoldo Elia, suo malgrado, non si fosse pronunciato come si è pronunciato avrebbe perso ogni credito come costituzionalista per essere un comune ideologo e propagandista vaticano. Un problema a monte di tutto questo è il modo in cui nel nostro sistema “democratico” si raccolgono i voti. Molti parlamentari li raccolgono (o pensano di raccoglierli) nelle sacrestie, non presso il popolo italiano, inteso come fatto di cittadini, non di “fedeli". Anche se si sciacquano la bocca con la parola “democrazia”, costoro sono fondamentalmente antidemocratici e servili verso tutti quei poteri che essi avvertono come forti in politica interna (il papa, gli ebrei) o in politica estera (gli USA). Sto aspettando al varco il prof. Diliberto. Chi è? Tutti lo conoscono come un ritardato del comunismo. Ma è anche un ordinario rosso e trasversale nella potente lobby di Giurisprudenza in Roma, di cui fa parte lo stesso Elia, la più conservatrice facoltà d’Italia, madre di ogni ostacolo e di ogni astuzia contro l’introduzione della democrazia nelle strutture universitarie: per chi vuole rinvio alla documentazione raccolta nel mio blog sulla politica universitaria. Di Diliberto rimane nella mia memoria il livore con cui diede dello “sguattero” a Berlusconi, presidente del consiglio, per essersi accodato agli Usa nella guerra all'Iraq. Provai un senso di pena per gli “sguatteri” che teoricamente avrebbero dovuto esseri rappresentati dal “comunista” Diliberto, araldo della “povera gente”. L’opportunità della scelta politica di Berlusconi era per me a quell’epoca e in quella circostanza un aspetto secondario. Berlusconi fu “servile” verso gli Usa come lo sono stati tutti i capi di governo italiani dal 1945 in poi e come lo è adesso D’Alema per l'Afgahnistan. Mi aspetto di vedere Diliberto dare dello “sguattero” a D’Alema con lo stesso livore con cui si accanì contro Berlusconi, che in una trasmissioni televisiva portò come esempio della sua politica filoamericana l’aver venduto più vino italiano negli Usa. Caro Silvio, ti ho votato e continuerò a farlo, ma questo non mi impedisce di criticarti. Non sono un tuo “servo”. Insomma, il servilismo in politica interna (verso il papa) e in politica estera (verso gli Usa) si trova nel DNA di una classe politica formatasi non nell'ideologia del Risorgimento che era arrivato al principio “libera chiesa in libero Stato”, ma nell’avvilimento della disfatta bellica e nell’ingordigia di prendere il potere con i suoi vantaggi dalle mani del vincitore che aveva calpestato il sacro suolo della patria e che essi per nascondere la loro miseria hanno chiamato il Liberatore. A chi non vuole aprire gli occhi per conoscere le cose per quel che sono ricordo fatti del giorno che vengo alla luce poco alla volta e per caso: l’oleodotto segreto, l'arresto in suolo italiano di chiunque entri nei piani della Cia, il cinismo con cui è stato ammazzato Calipari, e così via. Non si tratta di essere americani, ma di sapersi guardare allo specchio.

2. Il ritorno degli anni di piombo. L’altra notizia che è giunta alle mie orecchie e che mi ha colto di sopresa, anche se da un punto di vista puramente teorico il fatto mi riesce prevedibile ed in espansione. Il tema è spinoso e temo qualche attacco da avversari e detrattori in malafede. Penso in primisi a quelli della “Informazione corretta”: quanto mi fa ridere il “corretto”! Non poteva essere scelto un titolo più stupido per una testata. Cerco di essere breve, anche se la tastiera va da sola. È stato scoperto qualcosa di piuttosto esteso e ramificato e si sono prevenuti attentati in preparazione. Non ho seguito nei dettagli l'operazione ancora in corso. Quello che invece è saltato subito alla mia attenzione e riflessione, che verrà ulteriormente verificata nei prossimi giorni se la stampa di “regime” erogerà altre notizie, sono due aspetti della vicenda:

a) il trionfalismo delle forze dell’ordine e dei vari apparati. Hanno detto autocompiacendosi: vedete quanto siamo bravi ed efficienti! »Caspita!«, ho pensato! E com’è che con ndrangheta, mafia, camorra, criminalità diffusa non siete altrettanto bravi? Nella mia vita, in una mezza dozzina di casi, ho sempre denunciato i reati di cui io o la mia famiglia siamo stati vittima. Sapevo già al momento della denuncia che i tutori della nostra tranquillità e sicurezza di cittadini non avrebbero mai scoperto nulla. Di fronte ad altri che neppure si recavano in caserma per denunciare i reati di cui erano vittime io invece ritenevo che fosse importante fornire statistiche dei reati rimasti impuniti e di cui ad ogni inaugurazione dell’Anno giudiziario si dà notizia. La bravura dei nostri carabinieri è tale che di recente era stato dichiarato in “arresto” per aver fotografato la cima di una montagna da una finestra di Scilla! Ho raccontato altrove l'episodio. Forse le cose cambiano, quando si tratta di proteggere non i comuni cittadini, ma i potenti di regime, Berlusconi compreso. Tra scorte, auto blu, piantonamenti e chissà cos'altro non si lesinano quei mezzi che altrove mancano: penso al mio disgraziatissimo paese di nascita, che si chiama Seminara! Di Amato poi ricordo il “furto” legale di Stato con cui nottetempo attinse dai conto correnti degli italiani per sanare i suoi conti. La ndrangheta non avrebbe saputo e potuto fare di meglio. Il detto “governo ladro“ ha trovato il suo “inveramento” con Giuliano Amato, ora ministro della Polizia.

b) La carenza di legittimazione. Seguendo i miei maestri io valuto il fondamento di legittimità di ogni regime non dalle sue dichiarazioni o dalla sua propaganda, ma dalla maggiore o minore rispondenza della relazione protezione-obbedienza. Noi prestiamo obbedienza ai governi in carica non per timore dei suoi mezzi coercitivi e dei suoi apparati repressivi, del tutto vani e risibili a fronte di una disobbedienza generale o maggioritaria. Al contrario noi prestiamo obbedienza a chi detiene il potere (non importa come si chiama: la forma e il nome muta nella storia) perché riteniamo che il suo potere sia legittimo. Ed è legittimo non per grazia di Dio e benedizione del Papa, ma perché fornisce ai cittadini una protezione e sicurezza più o meno sufficiente. Se viene meno a questo compito, nessuno è così stolto dal prestare fedeltà ad un governo che non è tale. La disobbedienza più essere aperta al punto da cacciare in malo modo il carabiniere in divisa che esercita le sue funzioni in nome dello Stato (l’esempio non è del tutto teorico) oppure nascosto se si ha motivo di temere o non si ha la forza di contrastare gli apparati coercitivi dello Stato. La perdita di legittimazione si verifica innanzitutto nella testa dei cittadini, quanto non hanno più stima per i governanti o fiducia nelle effettive ragioni del loro operare, sentite non come finalizzate al bene, all’utile, alla sicurezza dei cittadini tenuti all’obbedienza e puniti se questa obbedienza non prestano, ma come volte all’utile privato di chi gestisce la cosa pubblica. Spero di aver dimostrato che il risorgente “terrorismo” ha la sua vera e profonda causa in una carenza di legittimazione del regime. Se il nostro fosse il migliore dei governi possibili, solo dei matti penserebbero di opporglisi. Dico: solo dei matti. Poche persone isolate che non potrebbero mai trovare seguito. Invece, il ministro ci va dicendo (forse per dimostrare la sua bravura repressiva) che il fenomeno è esteso e radicato. Personalmente, ho fatto una scelta “legalitaria” prendendo la tessera del partito di maggioranza relativa e facendo una lotta al suo interno per rendere effettiva quella democrazia, di cui molto si chiacchiera, ma di cui il nostro paese è largamente privo. Conclusione per gli stupidi, gli avversari politici, i delatori: il cosiddetto terrorismo si combatte efficacemente allargando gli spazi reali di democrazia, non prendendo per i fondelli la gente e rivoltando il senso delle parole.

3. Foibe contro Olocausto. Il presidente Giorgio Napolitano ha pensato nella sua infinita saggezza e scaltrezza politica di dare un colpo al cerchio ed uno alla botte, restando così in posizione centrale a rappresentare tutti gli italiani. Per come viene determinato nel nostro sistema costituzionale il nostro presidente della repubblica la sua pretesa rappresentanza di tutti gli italiani è più una petizione di principio che non una situazione di fatto. Nelle condizioni date io avrei visto meglio un Andreotti. Invece, la scacchistica parlamentare ci ha dato un ex-comunista, il cui curriculum e la cui storia è tutta in una cultura politica che non è valutata diversamente da ciò che sono stati nazismo e fascismo. Quest'ultimo era probabilmente il meno peggio dei tre e nascevano tutti come reazione alla crisi della liberaldemocrazia di fine Ottocento. Diceva un mio vecchio maestro di diritto costituzionale: avevano visto il problema, ma hanno sbagliato nei metodi, nelle soluzioni escogitate e nei risultati ottenuti. Ragion per cui siamo ritornati alla crisi di sistema di fine Ottocento, ma non possiamo praticare di nuovo la stessa strada, anche in ragione di servitù militari e politiche cui siamo costretti per effetto della disfatta bellica.

Cosa ha dunque fatto Napolitano nella sua infinità saggezza e scaltrezza politica? Pochi giorni addietro in occasione della ricorrenza della memoria ebraica e filoisraeliana ha tentato di delegittimare ogni lecita e ammissibile critica alla politica israeliana equiparando antisionismo e antisemitismo. Come ha dire: da oggi le comunità ebraiche hanno in questo paese non già pari diritti agli altri cittadini, ma superiori diritti. È calato il timore e il terrore su ogni incauta manifestazione di opinione, la cui liceità è affidata alla discrezione di un delatore di turno, sempre presente, ed alla delibazione di un pubblico ministero, di un gip, di un magistrato giudicante, con concorso non gratuito di avvocati dell'una e dell’altra parte ed il probabile lavoro (non gratuiti) di medici e psichiatri nella prevedibile lunga durata dell'iter giudiziario. Ben lo sappiamo: l’Italia è la patria del diritto! E sul diritto campano tutti i soggetti citati. È chiaro che quel cittadino, la cui principale incombenza è di sbarcare il lunario, lascerà a pochi perditempo il lusso e il rischio di proferire opinioni politiche e giudizi di carattere storico. Un capolavoro di libertà e democrazia. Ho già detto che Napolitano può ascrivere a suo merito la nascita di una nuova e ben diversa forma di antisemitismo, quando si pensava ormai di aver lasciato al museo degli orrori immani tragedie della nostra storia.

Il tribunale di Norimberga, un monstrum giuridico, ha voluto continuare la guerra con altri mezzi. Ha prodotto il “mito” ovvero la “colpa” dell’Olocausto per mentenere in una forma perpetua di soggezione politica i popoli europei sconfitti, e fra gli sconfitti io colloco anche quegli europei che si sentono vincitori per essersi alleati a chi comunque avrebbe vinto, anche senza di loro. Anche gli inglesi hanno perso nella misura in cui hanno definitivamente affossato l’odiata Europa. Possono sopravvivere come protesi politica degli Usa alle porte del continente europeo. La tesi sull'uso strumentale dell’Olocausto non concerne l’antisemitismo, il negazionismo, il revisionismo, ecc. Esso ha il preciso scopo di rendere politicamente inetti e privi di soggettività e identità politica i popoli sconfitti con le armi e soggiogati politicamnete e militarmente. In passato, ai tempi belli degli eroi che combattevano lealmente, le guerre si concludevano con trattati di pace e subito dopo ci si poteva abbracciare e persino sposare. Grazie a Norimberga si è fusa la vecchia figura del “nemico” che aveva perfino una sua sacralità con l’abietto “criminale”. Si è ottenuto, grazie ai vincitori di Norimberga, il grande progresso civile di aver eternizzato la guerra.

Ahimé la tastiera è andata avanti da sola. Dovevano essere poche parole. Sono diventate già troppe senza essere né sufficienti né adeguate. Cerco di trarre le conclusioni logiche del discorso. Chi siedeva fra i giudici a Norimberga? Anche Stalin. Al suo nome non sono associati gli stessi “crimini” ed altri ancora peggiori di quelli imputati ai nazisti? I sovietici non si erano alleati ai tedeschi con il patto Ribbentrop-Molotov per la spartizione della Polonia appena pochi anni prima? Lavora qui da me una persona polacca, non giovanissima Le ho appena se chiesto se anche loro sono stati “liberati” dalle truppe sovietiche. La stessa retorica posta a fondamento dell’educazione occidentale nelle scuole e nei nei mass-media del dopoguerra.

Il ricordo delle foibe per tanti anni cancellato dalla memoria e precluso alle cerimonie ufficiali affonda le sue radici negli stessi orrori e e nelle stesse tragedie della guerra civile europea (la moderna guerra dei trent’anni: 1914-1945). I vincitori che si autolegittimavano ponendosi dalla parte della giustizia, dell’eticità, della libertà commisero allora e dopo di allora gli stessi “crimini” (se non peggiori; leggi: Hiroshima) che avevano trasformato in “ideologia” per la mortificazione e la soggezione morale e spirituale dei vinti. Si vince definitamente un nemico non per averlo sconfitto in una singola battaglia, ma quando lo si è per sempre privato di ogni futura capacità politica di organizzazione e di azione autonoma. Non sto facendo dell’antiamericanismo o anticomunismo. Sto soltanto guardando una realtà storica senza il paraocchi dell’ideologia di regime: le mie eventuali opzioni politiche qui non c'entrano! In Italia, abbiamo avuto una destra che non ha potuto dimenticare l’Istria. Il buon Palmieri, ministro della propaganda di FI, ha rivendicato nel suo ultimo bollettino, da me qui pubblicato, a merito del governo Berlusconi l’aver istituito il giorno del ricordo (Foibe) a quello più consolidato e di maggior successo e sfruttamento politico della Memoria (Olocausto ). Si è trattato in realtà di una minima concessione alla cultura dell’alleato di destra con cui Berlusconi ha potuto reggere per cinque anni al governo. La politica, specialmente quella dei nostri governi dalle risicate e mutevoli maggioranze, non è una costruzione geometrica prodotta da una mente divina. È il costante esercizio di un tiro alla fine. La contradditorietà delle leggi e la loro elusione ad opera degli stessi che le hanno prodotte è un fenomeno normale, sotto gli occhi di tutti e fonte di delegittimazione dei governi che si succedono in apparente alternanza ma in sostanziale continuità ed omologazione. Le essenze filosofiche hanno tuttavia una loro dinamica e ciò che è contradditorio finisce con il palesarsi ed entrare in conflitto. Appunto Foibe contro Olocausto.

sabato, febbraio 10, 2007

Sui Pacs dice la sua (e soltanto la sua) il ministro della propaganda di Forza Italia, on. Antonio Palmieri

Ecco qui di seguito uno dei tanti “comunicati” che mi giungono dall’On. Palmieri, che detiene la dottrina di Forza Italia, a nome di nove milioni di elettori di Forza Italia che hanno il grande pregio di non parlare mai e di lasciare che lo stesso on. Palmieri attribuisca alle loro volontà e al loro pensiero le più arbitrarie e opinabili posizioni. I comunicati del ministro della propaganda si distinguono per la loro genericità e mancanza di approfondimenti. Non è possibile mai replicare agli “ordini” o "inviti" di scuderia perché la forma dell’invio non ammette possibilità di replica. La normale destinazione delle “veline” è il cestino o l’archiviazione a futura memoria. Caro Palmieri, se dobbiamo stare in uno stesso partito, ti devi abituare all'idea che tu sei On. in parlamento, ma quando parli di politica sei alla pari con l’ultimo degli iscritti. Ti ho già scritto che ti avrei messo sotto osservazione in senso politico. I tuoi “comunicati” mi sembrano un materiale oggettivo, pubblico, di inconfutabile attribuzione. Su di esso potrò basarmi per le mie analisi delle “tue” posizioni politiche all’interno del partito. Utilizzerò di tanto in tanto il materiale in archivio, non cestinato. Non devi intendere la mia critica come distruttiva e antipartito. Stare in uno stesso partito non significa annuire ogni volta che parla un Dirigente. Si chiami esso pure Palmieri, Pera, Tajani, Baget Bozzo, De Lillo.... e quanti altri ne vuoi. La loro candidatura non l'ho decisa io o altri fra i nove milioni di elettori che incautamente citi. L'elettore puà soltanto andare o non andare a votare, ma non ha deciso lui i nomi che si trova in lista sulla scheda. Spesso si tratta di un voto alla cieca. Bella democrazia! Insomma, sono molte le cose che non vanno e che bisogna discutere. E le discuteremo! Per adesso, mi preme sottolineare agli avversari o “nemici” interni a FI (e diamine se ce ne sono!) che in un partito ci si iscrive innanzitutto per discutere. Non per vendersi l'anima e il cervello all'On. Tizio o Caio. Né mi puoi ribattere: se non ti sta bene, te ne puoi andare! Non lo puoi assolutamente dire questo, innanzitutto perché è anticostituzionale (art. 49 che attribuisce un “diritto” al cittadino, non alla segreteria dei partiti) ed in secondo luogo perché negando al cittadino un diritto costituzionale verresti a legittimare il ritorno alla lotta armata e agli anni di piombo, stagione recente e dolorosa che non voglio qui ricordare oltre. Se ora esprimo la mia critica costruttiva e finalizzata ad una riforma democratica del partito (unitario), non puoi ipoteticamente obiettarmi di farlo "fuori" degli organi di partito. Se ti vai ad informare dai “ragazzi" di Ragionpolitica.it, troverai nei loro archivi la censura sui miei testi. Ragion per cui mi sono costituito un organo di espressione tutto mio. Di strada da fare insieme ne abbiamo molta. Buon fine settimana a te!

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Rendere Forza Italia sempre più forte, «perché rappresenta il vero, grande baluardo della libertà e del rinnovamento morale e civile dell’Italia», come dice Silvio Berlusconi nella sua lettera aperta agli italiani per sollecitarli ad aderire a Forza Italia

Se già non l’hai fatto, aderisci o rinnova la tua adesione a Forza Italia e convinci anche altre persone a seguire il tuo esempio. Più siamo, più forti saremo e potremo incalzare il governo Prodi non solo in Parlamento ma in tutto il paese e, soprattutto, impegnandoci per vincere le elezioni amministrative del prossimo maggio.

Ieri il governo Prodi ha partorito il DICO, versione all’italiana della legge sui pacs. Si tratta di un intervento del governo in una materia dalla quale dovrebbe stare fuori, per lasciarla al dibattito parlamentare. Come molti esponenti azzurri hanno detto, si tratta di un compromesso al ribasso, ambiguo, utile per rinsaldare momentaneamente l’Unione e rimandare la resa dei conti più in là.

Infine, non dimenticare che domani, il 10 febbraio, è la Giornata del Ricordo, in memoria delle vittime italiane uccise nelle foibe dai comunisti. Solo grazie a una legge voluta dal nostro governo tre anni fa, finalmente questa pagina vergognosa è stata rimossa dall’oblio.

Grazie per l’attenzione. Buon fine settimana,


on. Antonio Palmieri
responsabile comunicazione elettorale e internet Forza Italia

L’indirizzo mailing-list@forza-italia.it viene utilizzato dal sistema di spedizione della news-letter. Noi non possiamo in alcun modo leggere l’eventuale posta spedita a questo indirizzo. Ti ricordiamo che se vuoi cancellarti dalla Mailing-list, puoi inviare un messaggio vuoto a: CancellamiDaContatto@forza-italia.it

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Note di commento a margine del documento inviatomi come Mailing-List dall’On. Palmieri:

Poiché «Noi (= Palmieri) non possiamo in alcun modo leggere l’eventuale posta spedita a questo indirizzo», d’ora in poi la mia risposta ed il mio commento alle spedizioni del Ministro della Propaganda sarà fatto in modo pubblico su questo mio Blog. Ed analogo utilizzo farò di tutti i messaggi archiviati e non cestinati: una pubblica disamina del loro contenuto che considero “proprio” dell'on. Palmieri e non del partito di cui rivendico come un diritto costituzionale ex art. 49 cost. la tessera sottoscritta. All’On. Palmieri ricordo che sono sempre pronto ad un pubblico dibattito sui temi della politica e mi permetto di insegnargli che la politica è la sfera della pubblicità. Politica è ciò che si svolge sulla piazza del paese (l’agorà degli antichi) ed è noto a tutti i cittadini, i quali possono darne un giudizio di approvazione o disapprovazione. La sagrestia è la negazione della politica. Pertanto, caro Palmieri, riguardo al tema del giorno, per informarti sulla posizione degli italiani, devi uscire in piazza. Non devi andare in sacrestia per sapere sulle posizioni politiche di "nove milioni di elettori” di Forza Italia, che dici di rappresentare. Intanto fra quei nove milioni ci sono pure io, che la penso un poco diversamente da te. E come facciamo a sapere come la pensano gli altri 9 milioni meno 1? Non basta un voto anonimo e cumulativo ad ogni morte di papa. Intanto ci sei te! E siamo a due meno. Poi mettiamoci un Marcello Pera e siamo a meno tre. Mettiamoci pure la numerosa famiglia dei De Lillo (dieci fratelli di cui uno prete?): se da costoro ci dobbiamo aspettare il “rinnovamento morale e civile”, ci vuole ancora qualche migliaio di anni, ossia molto pochi nella storia della chiesa. E così via. Resta un numeroso elettorato, la cui rappresentanza politica è mera finzione e di cui ci si può arrogare la volontà facendo credere tutto e il contrario di tutto in merito al suo contenuto e alla sua espressione. In Forza Italia “mai” ho potuto assistere a dibattiti e ad assemblee che non siano battimani a favore di chi ha affittato la sala o si veste di onorevole autorevolezza. Il colmo dell’ottusità politica lo trovo in quanti trionfalisticamente sostengono che il truffaldino astensionismo del 75 per cento equivalga ad un pronunciamneto positivo dei si. Più corretto sarebbe ritenere che i 75 abbiano inteso delegare la loro volontà ai 25 che si sono assunti l’onere della decisione e pertanto ben farebbero gli onn. come Palmieri ha considerare seriamente il 25 per cento dei voti espressi. Insomma, vale il principio pirandelliano: “uno, centomila, nessuno”, per esprimere il concetto che la volontà dei più è insondabile ed in pratica vale zero. Mi auguro che il progetto berlusconiano del partito unitario, di cui sono entusiasta, sia l’occasione per una profonda e radicale democratizzazione interna al partito. Se ciò non avverrà, il passaggio dal multipartitismo al bipartitismo non sarà un progresso democratico, ma una gravissima caduta indietro verso un regime dispotico, un sistema bipartico di spartizione del potere che sarà più tirannico e tremendo di quello hitleriano e staliniano. Altro che spauracchio del comunismo. Rischiamo di andare verso qualcosa di peggio.

E chiudo con una riflessione finale, che mi pare qui ben collocata. Assisto anche io ad una caduta verticale della squadra intorno a Prodi, uomo a cui non ho mai potuto dare il minimo credito e la cui ascesa al potere non mi spiego se non come quella del re Travicello, di cui altri hanno bisogno. Non so quanto tempo reggerà. Sono però preoccupato alla vista degli uomini che si apprestano a ritornare sulle poltrone insidiate. Una Moratti di nuovo all’Università? All'On. Mauro (responsabile del partito per l’università) dissi testualmente: che alle prossime elezioni FI vinca o perda per me docente universitario non incluso nella “potente lobby dei professori ordinari” non sarebbe cambiato nulla. Con questo sistema sistema politica in mano alle lobby trasversali (economiche, confessionali, accademiche...)
distribuite in tutti i partiti io vengo sempre e soltanto a perdere. Ai miei quattro lettori voglio ricordare la metafora manzoniana dei polli di Renzo che si beccavano fra di loro pur dovendo tutti finire in cucina! Ne usciremo fuori tutti (di destra, di centro, di sinistra) solo se riformeremo i modi della politica ed avremo imparato a confrontarci civilmente e laicamente (= la religione solo in chiesa e per chi la pratica!) sui temi della cosa pubblica e dell'interesse pubblica, deponendo il pessimo costume di vivere la politica con lo stesso spirito con cui si va allo stadio.

Nuove stupidaggini di Pera che attacca Berlusconi

Non ho voglia oggi di scrivere su questo Blog, occupandomi per giunta di Marcello Pera che parla di valori (dei “suoi” valori) e osa perfino attaccare Berlusconi, che con il buon senso si barcamena come può per tenere insieme la baracca. Per davvero non ho voglia di intervenire sul tema. Mi limito a ribadire alcune mie posizioni appena accennate ed in una forma drastica, per farne risaltare meglio la sostanza etica e concettuale.

Gli omosessuali? È questo il problema? È un problema la loro esistenza? Sono due e solo due le vie possibili: discriminarli fino alla loro persecuzione ed estinzione per costrizione delle loro pulsioni sessuali difformi (in quanto “peccato contro natura” salvo perdono post mortem e post purgatorio) oppure eliminandoli fisicamente mediante uccisione (rogo, gassificazione, prigione a vita, ecc.) o emarginazione sociale. Se qualche storico se ne vuole assumere l’onere, potrebbe essere istruttivo ripercorrere nel tempo il ruolo avuto nella società da parte degli omosessuali ovvero nella storia dei costumi sessuali. Sappiamo tutti per sommi capi che a un certo punto con l'irruzione del cristianesimo nella storia sono mutati una serie di istituti giuridici. Sono le famose “radici cristiane” sulle quali i suoi fautori meglio farebbero a stendere un velo pietoso. Se ne scoprirebbero di belle. Penso ad alcune rare ed erudite letture dove gli antichi “pagani” (= termine oltraggioso coniato dai cristiani trionfanti) seppellivano i loro dei di marmo per sottrarli alla furia iconoclasta dei cristiani. I costumi sessuali delle popolazioni precristiane erano liberi e senza la macchia del “peccato” (nuova categoria etico-concettuale introdotta dalla civiltà cristiana) con la quale verranno marchiate. Anche qui la ricostruzione storica può essere utile, istruttiva e illuminante. Il nostro progresso di moderni cristiani consiste nella trovata del “peccato”, dal quale occorre venir redenti con la somministrazione di appositi sacramenti ad opera di una casta sacerdotale che evita per per se gli oneri e la gabbia della famiglia e del matrimonio, ma la impone al loro “gregge”.

Se invece si reputa che un omosessuale non deve essere discriminato e ucciso, ma se ne debba riconoscere la piena dignità e parità di diritti ex art. 3 cost., allora se ne dev0no riconoscere i diritti che egli stesso reclama a tutela della sua condizione. Chi non è omosessuale, non può entrare nella testa di un omosessuale fino ad esplicitarne le domande giuridiche. I diritti non sono mai “concessi” ma sono sempre “conquistati”. La produzione di diritto è riconoscimento di una “domanda” di diritti che proviene da una società in continua trasformazione. Non solo. La stessa conoscenza di diritti è possibile nel momento in cui qualcuno reclama quei diritti. Diversamente il diritto neppure esiste: nessuno se ne accorge. In concreto, la migliore disciplina che si potrà dare alla materia su cui tanto si discute in questi giorni è quella rappresentata da una franca e chiara domanda proveniente dai settori di società interessati. Questo processo di produzione del diritto è però oscurati dalle strida delle gerarchie ecclesiastiche che se tanto amano il matrimonio farebbero bene innanzitutto a praticarlo loro stessi anziché “peccare” in abiette e ipocrite pratiche pedofile, che la magistratura americana ha ampiamente scoperto e punito. In realtà trattasi di carità “pelosa”, dove non stanno a cuore né la famiglia con padre, madre e figli, ma un equilibrio di potere, una forma di società da cui preti e politici di sacrestia traggono potere e legittimazione. A quanti si riempiono la bocca con la parola “famiglia” e “matrimonio” (che nessuno tocca) basterebbero chiedere di rivoltare il proverbio secondo cui “i panni sporchi si lavano in famiglia”, istituendo “lavatoi pubblici” di quanto succede “dentro” le famiglie e dentro il matrimonio. Sarebbe una rivoluzione culturale che darebbe a tutti una maggiore senso della dignità e della verità.

L'altra sera a “Porta a Porta” ho dovuto subire l'ennesima offesa al mio buon senso. Perfino la Bindi si è dimostrata più avanzata e progressista del “sociale” e “destro” Alemanno, che ormai è troppo calato dentro i suoi panni di deputato ma che non riesco a pensare se non nei panni di “ragazzo” del Movimento Sociale, quando lo vidi per la prima volta. Da allora è salito come livello di reddito, ma non di intelligenza. Con la Bindi ha pure dato prova di ignoranza in una materia che come nostro Legislatore (!) aveva il dovere di conoscere. E che dire di Buttiglione di cui ricordo gli esordi delnociani e la cui carriera e ascesa politica non sarebbe mai stata né pensabile né possibile fuori dalle sacrestie. Aspettare una “verità” da Buttiglione è come chiedere al vinaio se è buono il vino che vende. Se avessi potuto ribattergli da questa parte dello schermo televisivo quando invocava la nostra sgangherata costituzione per la difesa del “matrimonio” (che nessuno minaccia a gloria di tutti i preti che “non” si vogliono sposare), gli avrei fatto leggere l'art. 3 della stessa costituzione che fissa il principio di eguaglianza e che è più importante di tutti gli altri messi insieme. Dalla costituzione “in senso formale” si trova fuori tutto quello che riguarda il complesso dei privilegi della chiesa e del cattolicesimo. Lo stesso art. 3 a ben vedere “libera” la religione dal cattolicesimo e dalle tante Ruine d’Italia.

A quelle mente “eccellente” di Pera occorrebbe obiettare che religione e cattolicesimo non sono termini equivalenti. Grazie ai suoi apporti “confessionali” e “papisti” i due termini sono diventati contradditori e antitetici. Chi vuole oggi rivendicare un suo diritto alla religione lo può fare solo in una posizione contro i tanti Pera, Ferrara, Buttiglione.... fino a Ratzinger e Ruini. Per chiudere questa mia sfuriata di prima mattina osservo che in Forza Italia deve esservi piena libertà di coscienza in materia di etica e di religione. Con i fratelli De Lillo e con i loro trascorsi referendari ho ancora un conto aperto che non sono disposto a chiudere fino a quando uscirò sulla piazza politica. Nel momento in cui ricevo da Berlusconi una Lettera circolare per la Federazione dei partiti del centro-destra gli ricordo il principio cavouriano e liberale della “libera chiesa in libero Stato”. Caro Silvio, non puoi pensare di dirti liberale e poter parlare di Libertà solo perché ormai di liberali e di libertà non ve ne è più in questo paese e nessuno può contraddirti. A Marcello digli di farsi prete e di andarsene in Africa ad evangelizzare quelli a cui la Chiesa proibisce l’uso del preservativo.

mercoledì, febbraio 07, 2007

Appello di Berlusconi per la costituzione del Partito unitario

Ho ricevuto nella mia qualità di Presidente di Club e di Coordinatore provinciale dei Clubs di Reggio Calabria una lettera circolare di Silvio Berlusconi che pubblico qui di seguito. La prospettiva del partito unitario mi ha attratto fin dal momento della costituzione di questo blog di militanza politica.

Al suo solito Berlusconi ha messo in movimento un apparato industriale per il raggiungimento dell'obiettivo. Intendo riferirmi al “numero verde” a cui ho telefonato per dare le mie coordinate e in attesa di essere contattato da un responsabile regionale. Non ho potuto parlare in senso politico con il “numero verde” ed è inutile tentare di farlo. Sono stato però ieri sera a cena con vecchi amici, tutti maturi negli anni, a cui ho chiesto di ritornar giovani, trovando il gusto dell’impegno politico nella prospettiva del partito unitario di centro-destra.

Questo Blog pertanto è gia tecnicamente predisposto per la loro collaborazione. Quando lo vorranno, avendone il tempo e la voglia, scriveranno dei loro propri articoli su temi che sceglieranno loro liberamente. Pur avendo io costituito il blog ed assumendomi l’onere della gestione tecnica, non sono assolutamente il loro direttore. Hanno la piena titolarità ed autonomia delle loro opinioni. Può perfino darsi che su molti temi ci troveremo in dissenso. Sarà una bella occasione per consolidare la nostra amicizia discutendo le nostre opinioni politiche.

Ad esempio, sul piano redazionale, mi hanno già detto ieri che sono troppo lungo con i miei testi. Faccio tesoro delle loro critiche. Annuncio però che il problema della lunghezza dei testi di ogni singolo articolo potrà presto essere risolto con l’introduzione tecnica dei links interni, che ho già sperimentato ma finora peno successo. Risolto il problema tecnico, ognuno potrà dare ai suoi testi la dimensione che ritiene opportuna e adatta all’argomento. Potrà anche essere scritto un libro e certamente quel lungo saggio che non si può pubblicare in un quotidiano. Basterà semplicemente dividerlo in capitoli e paragrafi, unendoli nella forma dell'ipertesto che è comunissima in internet. Il potente soft messo gratuitamente a disposizione dalla Google consente queste cose e altro.









Il Presidente
Roma, gennaio 2007

Caro Presidente, cari amici tutti dei Club Forza Italia,

mi rivolgo a Voi innanzitutto con un sentimento di profonda gratitudine. So bene quanto avete fatto con generoso entusiasmo in tutti questi tredici anni per il successo delle nostre iniziative!
Nei primi mesi del 1994 è stata proprio la valanga delle Vostre appassionate adesioni al mio invito a scendere in campo a dare forza e convinzione al nostro sogno! Siamo riusciti allora a creare dal nulla in pochissimo tempo un robusto e credibile fronte liberale, restituendo così finalmente rappresentanza e voce politica ai milioni di italiani moderati e riformisti. Abbiamo evitato che agli italiani venisse imposto un regime dominato dalla sinistra.

La Vostra coraggiosa azione di presenza tra i cittadini, di testimonianza nelle nostre, di sostegno e di supporto nelle competizioni elettorali è continuata generosa in tutti questi anni. Nelle Vostre fila si sono formati politicamente tanti amici ora impegnati nella vita dei Partito o eletti nelle pubbliche Amministrazioni. E soprattutto siete stati capaci di mantenere sempre viva la fiamma dello “spirito del 1994”.

Vi scrivo per chiederVi ora uno sforzo ulteriore e generoso. Dobbiamo assolutamente consolidare e rafforzare lo schieramento liberale. Vedete bene quello che sta succedendo al governo del Paese: una coalizione politica al potere per una manciata di voti sta opprimendo i cittadini con un incredibile appesantimento fiscale in nome della falsa necessità di far quadrare i conti dello Stato, con lo scopo vero di procurarsi le prebende per le proprie clientele e garantirsi, quindi, il loro supporto elettorale. Il rischio per la nostra libertà economica, e non solo, è tornato ad essere grave.

Preoccupati della serietà della situazione, dopo il formidabile successo della manifestazione del 2 dicembre a Roma contro la Legge Finanziaria, abbiamo lanciato l’iniziativa di una Federazione tra i partiti del centro-destra. L’iniziativa sta riscuotendo un convinto e generale apprezzamento. Sono fiducioso che il nostro approdo sarà la formazione di un unico grande Partito di centrodestra, ispirato nella propria azione ai principi e ai valori del Partito Popolare Europeo: il Partito della Libertà.

A questo riguardo ritengo indispensabile un’azione coordinata, presente su tutto il territorio nazionale e svolta da migliaia e migliaia di Circoli della Libertà, che dovranno essere aperti a tutti i cittadini moderati e riformisti senza vincoli di tessere di partito. Faccio quindi appello a Voi, Presidenti, Dirigenti e Membri dei Club Forza Italia, perché Vi adoperiate per promuovere sul Vostro territorio i Circoli della Libertà.

Il coordinamento dei Circoli sarà assicurato dall’Associazione Nazionale “Circolo della Libertà”, presieduta dalla dott.ssa Michela Vittoria Brambilla, Presidente dei Giovani Imprenditori di Confcommercio. A questa Associazione hanno aderito le reti dei Circoli che fanno capo all’On. Ferdinando Adornato, al Presidente Raffaele Costa e al Sen. Marcello Dell’Utri.

Confido in una Vostra risposta pronta e generosa e Vi rinnovo il mio sentito ringraziamento.

Cordialmente

Silvio Berlusconi

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Ai Presidenti dei Club Forza Italia
Loro Sedi

domenica, febbraio 04, 2007

Le parole del papa

Il bello della rete e dei blogs in particolare è che si possono subito mettere in rete i propri pensieri. Potrebbere essere frustrante non poter esprimere il proprio pensiero. Che nessuno poi legga quello che io adesso scrivo è meno importante rispetto alla possibilità che invece lo legga. Insomma, la bottiglia con dentro il messaggio, lanciata nel mare e affidate alle onde. Quale dunque il messaggio che lancio nel ciberspazio?

A quest'ora sento nell'altra stanza le parole del papa, puntuali come la morte. Si pronuncia oggi sui pacs, sull'eutanasia, sulla famiglia, ecc. Si dice che ha tutto il diritto di esternare. E non voglio certo io negarglielo questo diritto. Ma la vita è un percorso assai difficile. A fatica ho appreso ad affrontare situazioni anche molto difficili ed a trovare la soluzione che mi sembra più giusta. La fonte della mia condotta non è mai stata la parola del papa. Anzi la trovo spesso fuorviante. Ciò che mi irrita non è il suo buon diritto di dire e insegnare quel che vuole. Mi infastidisce la continua intrusione dentro la mia abitazione ed in ogni altra pubblica circostanza. Gli italiani sono considerati autentici imbecilli che non sanno regolare ogni minimo atto della lor vita se non è il papa a dire loro cosa devono o non devono fare. Almeno così pensano i nostri governanti, che non sono capaci da tutelare e salvaguardare la dignità e la quiete dei cittadini. Non se ne può più! Chi vuole ascoltare le parole del papa potrebbe recarsi la domenica nella capiente piazza di san Pietro e sentirlo parlare alla finestra oppure con i mezzi oggi disponibile potrebbe farsi recapitare a domicilio bollettini e ordini del giorno quotidiani e perfino orari, ma affliggere indistintamente un’intera popolazione in ogni pubblica occasione è cosa che sembra fatta apposta per suscitare sentimenti anticattolici e anticlericali. Si badi bene: non ho detto antireligiosi. Proprio grazie all'azione pastorale dei papi ho appreso a distinguere fra religione e cattolicesimo, cose per me me perfino antitetiche. Mi dichiaro autenticamnete religioso, ma non cattolico e papista. Sostengo che si debba avere il massimo rispetto per ciò che la tradizione ci ha consegnato, ma dentro i limiti di una giusta ricezione di un messaggio evangelico e pastorale ormai ben noto. Ad insistere oltre il messaggio diventa fastidioso spam, dal quale le leggi civili dovrebbero offrire adeguata protezione.

Post Scriptum. Non vorrei dare l'impressione di irriverenza verso la figura del Papa, del Sommo Pontefice, del Santo Padre. Sono sicuro che con il testo scritto sopra di getto, che però conservo solo con la riserva di migliorare la forma, e in un momento di stizza molti bacchettoni all'internod Forza Italia, penseranno di aver colto contro la linea politica di Forza Italia, che sarebbe fatta di fanatica fedeltà al papa e alla Religione tout cour identificata con la figura sacrale del papa e con il cattolicesimo. Voglio dire la mia fino in fondo, con pacatezza d'animo e con pieno rispetto per i miei avversari. Quando il papa ed il sacro collegio parlano di famiglia, di eutanasia e simili, non credo che a loro importi dei soggetti interessati più di quanto possa interessare a me e a ogni altro. Si tratta a mio avviso di una carità pelosa in difesa di specifici interessi di bottega.

La vita di ognuno di noi è fatta di momenti necessari che hanno una loro intrinseca sacralità che richiede una qualche forma cultuale di riconoscimento della loro importanza. Basti pensare alla nascita, alla morte, anche all'unione intima con un altro essere, che è in genere una donna. Attraverso il progressivo storico affermarsi del cattolicesimo come unica religione ammessa, dopo aver estirpate le altre con la violenza e sopraffazione (ad esempio, ad opera dell'evangelizzazione forzata del pio Carlo Magno, per non parlare poi di ciò che è stato fatto in America e nelle Colonie), è rimasto alla chiesa cattolica il monopolio della celebrazione di nascita, matrimonio e morte. Anche il “non credente” (insulsa espressione che nasconde una ben più profonda realtà) è costretto a ricorrere ai servizi del prete, che potrebbe perfino negarglieli (vedi caso Welby).

Se la gente trova forme cultuali al di fuori di quelli monopolizzati dalla chiesa cattolica, si verrebbe ad incrinare un sistema millenario di potere e di controllo delle coscienze, anche con consistenti ricadute materiali (8 per mille e molto altro ancora). Le sante parole del papa non sono del tutto gratuite, perché difendono interessi ben precisi. Se si incrinano i fondamenti materiali (non spirituali) dell’egemonia della chiesa, la forza dello Spirito potrebbe volatizzarsi in poco tempo. Tanto più parlano di Trascendenza quanto più si tengono attaccati all'Immanenza, cioè al Potere e alla Roba. Il buon senso dice che se a te Cattolico Apostolico Romano non è tolto nulla, potresti pure lasciare in pace il tuo Prossimo, risparmiandogli un amore quanto mai interessato e “peloso”. Non sono preparato sulla casistica della nuova domanda di diritti, non rientro in alcun modo nelle categorie interessate, ma ritengo che a chiarire la concreta disciplina dei diritti rivendicati debba valere innazitutto l’esplicitazione di quanti ne fanno domanda. Sulla questione degli omosessuali per me la questione si risolve in sede logica e astratta. Se non si ritiene di doverli fisicamente eliminare o fortemente discriminare in quanto natura degenerata (cosa successa in un passato ancora recente), ma si ritene invece che abbiano pieno diritto ad esistere in assolutà parità di diritti e di dignità, bisogna trarre la logica conseguenza che se ne deve accogliere la domanda di diritti. Ciò che dal la tradizione cattolica è stato ritenuto turpe e peccaminoso, non lo è sempre stato nella storia. La natura si vendica infliggendo alla chiesa cattolica americana la piaga dei numerosi casi di violenza sessuali nei confronti di bambini ai quali sono stati condannati tanti preti. Non sono uno specialista di queste cronache, non mi interessano, non li studio, ma sono ormai cose di pubblico dominio. E dunque basta con l'ipocrisia e salvaguardiamo gli autentici valori della religiosità, che non è fatta di adesione ad un articolato da codice civile, ma da profondo e sentimento che non bisogna mortificare con gli strumenti coercitivi del potere temporale di Cesare, di Costantino, di Teodosio, di Carlo Magno..... e giù giù fino ai Prodi, Pera, Buttiglione e tutti i papisti più papisti del papa.

sabato, febbraio 03, 2007

Due parole sui fatti di Catania

Se ne parla dappertutto con orrore e raccapriccio. Tanta insensatezza lascia sgomenti. È incomprensibile e non si può spiegare che non si può comprendere. Non ho nulla da aggiungere a quanto già si dice. Le violenze negli stadi sono per me ancora più assurde perché ho sempre trovato terribilmente noioso il gioco del calcio e non mi è quasi mai riuscito ad assistere per intero ad una partita di calcio. Guardando dall'esterno mi è però parso di notare una stretta analogia fra il gioco del calcio ed il modo in cui la gente vive la politica e si raggruppa intorno ai partiti. La stessa faziosità e mancanza di spirito critico. Giustamente tutti condanniamo la violenza catanese, ma sarebbe illuminante spostare il cannocchiale dallo stadio di Catania all'organizzazione mediatica della politica.

Le stupidaggini di Pera, 3.

Avevo appena terminato di scrivere quanto sopra, quando Radio Radicale ha iniziato a trasmettere una registrazione su un dibattito a Napoli nell’ambito delle iniziative di Forza Italia, di cui ho la tessera dal 2002. Una sequela di assurdità da cui dissento interamente. Non mi riconosco in nessuna delle affermazioni di Marcello Pera. Ed è anche arduo confutare tante sciocchezze ed assurdità in una volta sola. Mi riservo di continuare la serie sulle “stupidaggini di Pera”, su cui avevo già scritto. Ecco, ad esempio, le stupidaggini di Pera sono un bell'esempio di quella cupidigia di servilismo di cui ho appena parlato. Mi chiedo se Pera, ammesso che aquisti sempre più potere dentro il partito, pensi di potermi imporre per statuto le cose di cui va dicendo. “Chiudo” sta dicendo, mentre parla del nuovo partito. Chiudo anche io dicendo che bisogna stare fermi con il nuovo partito su posizioni all'antitesi di quelle espresse da Marcella Pera, che mentre parla di “civiltà” intende invece la più illiberale e oscurantista delle libertà.

Eccolo che parla del rapporto con l’America come se fosse la cosa più importante. No caro Silvio, su questo punto non ti seguo. Figurati quel che conto io! Puoi stare tranquillo! Però su questo discorso ti potrei fare io una lezione al posto di Antonio Martino, che ti ha rifilato le cose che ha me diceva nel 1973. Se sei disposto ad ascoltarla, chiamami che ti faccio una lezione privata. Gratis! Sta parlando di una riforma importante importante della scuola. Per fortuna non ha detto università. Ma è anche vero che su questo la sinistra sta finendo di sfasciare. In realtà, sull’università detta legge una lobby che si fa beffa di ogni governo.

E dopo Pera viene Sandro Bondi, già notorio comunista. Sentiamo e commentiamo in tempo reale. Sta facendo una critica al governo in carica. Al momento non mi interessa. Avevo detto all'on. Mario Mauro, che anche con la Moratti all’università io avevo già perso e che in ogni caso vincesse o perdesse FI alle elezioni, io avrei perso in entrambi i casi. Avevo visto Bondi proprio ad una manifestazione sulla scuola, dove però non si parlava di università. Mi aveva allora concesso un colloquio, che non si concretizzò mai. Se la riunione di Napoli doveva avere per oggetto la riorganizzazione di Forza Italia, il coordinatore nazionale non sta affrontando il tema. Il paese – contrariamente a quello che sta dicendo Bondi – non è diviso in due, ma in oltre cinquanta milioni di persone. Sto adesso realizzando che se il partito unitario da questa parte e quello democratico dall'altra non saranno accompagnati da una legge di attuazione dell'art. 49 della costituzione, si sarà realizzato il più dispotico dei fascismi, un duopolio che si spartisce tutte le risorse del paese e chiama ciò democrazia. Si avvia alla conclusione senza aver detto nulla sul tema che resta occupato dalle sole sciocchezze di Marcello Pera. Questo è il livello del dibattito di Forza Italia. Non parlano mai, ma quando parlano le sparano tanto più grosse quanto più stanno in alto! Proprio alla fine sta parlando il mite Bondi della “crisi dei partiti”, citando Micciché, ma non sta dicendo nulla di apprezzabile e di suo. “Ci siamo impantanati”: testuali parole.

Circa Pera dice Bondi che avrebbe tante cose da dire, ma non le dice. Eccolo, finalmente! Libertà di coscienza! Libertà di coscienza sulle questioni etiche e morali. Ma questo non significa indifferenza. Le posizioni diverse ci sono e devono poter convivere in un partito. Ben detto! Due volte ben detto! Pera dirà pure le sue stupidaggini, ma io potrò e dovrò oppormi. Non mi interessa di cacciare Pera da Forza Italia, ma di poterci stare io avendo opinioni lontano le mille miglia da quelle di Pera.

Parla ora Martino, ma parlerà come economista. Dice di aver trascorso la maggior parte della sua vita a Napoli come docente. Avendo qualche anno io meno di lui, lo ricordo come assistente dell'ambasciatore Giretti all'università di Roma La Sapienza. Esattamente a Scienze Politiche e alla cattedra di Economia Internazionale. Faceva lezioni sul libero scambio e sull'allocazione ottimale delle risorse. Sta facendo una lezione su una materia che i suoi colleghi gli contestano. Sorvolo su questi argomenti che mi ricordano i seminari con lui trattati. Spero che risponda a Pera e parli infine di diritti e di politica. «Dobbiamo ridurre l'invadenza della politica nella nostra vita per poter crescere». Sta parlando di economia, ma io penso a Marcello Pera e all'invadenza della chiesa. Parla di fiscalità ed io penso all’otto per mille. Mi pare che Martino mantenga lo stesso schematismo di quando era giovane, figlio di un padre ministro, di cui avrà ereditato la carica. Non occorre vivere in una monarchia per avere una ereditarietà delle cariche di potere.

Entra Berlusconi. Applausi al re riconosciuto e amato da tutti, l'inventore di Forza Italia in un periodo in cui i partiti inquisiti per corruzione erano allo sfascio e allo sbando. Se non ci fosse stato lui, i comunisti sarebbe giunti al potere con l’aiuto dei giudici. Il discorso si trasforma in dialogo pubblico tra il prof. Martino e il presidente Berlusconi. Sta facendo una lezione privata a Berlusconi. Martino mi ha deluso non avendo detto nulla di liberale. Ha soltanto fatto una lezione di economia internazionale, la stessa che sentivo intorno al 1973. Ora parla Berlusconi. Lo ascolta e lo aspetto al varco sulle stupidaggini di Pera. L’economia è importante, ma ora mi interessano le libertà dei cittadini, insidiate da Pera. Si parla del progetto Ponte di Messina, di cui ero entusiasta come originario dello Stretto e che la sinistra ha accantonato, perché altre sarebbero le priorità. Anche Berlusconi sta criticando Prodi, pensando di ritornare presto lui al governo. Se ci ritornasse sulle posizioni di Pera, preferirei che perdesse ancora una volta le elezioni, anche se avrà comunque il mio voto. Un voto per perdere!

... Sta parlando del partito unitario, dove si vota per maggioranza. Mi pare che stia sconfessando Pera senza neppure citarlo. Grande maestria di un politico navigato senza dare a vederlo. Cattolici, laici, moderati. Non dice che laico significa cattolico, come ha invece detto Pera. Rappresentare chiunque. Siamo il primo partito italiano perché coesistono tutte queste componenti. Ha la mania dei sondaggi. Il 33 per cento! Bella questa! La prima università del pensiero liberale. Non ne sapevo nulla. Cosa sarà mai. Se però ci sono le università cattoliche, possono esserci anche le università liberali. Solo che io pensavo che tutte le università pubbliche italiane dovrebbero essere università liberali. Non pare che Berlusconi voglia chiedere le porte ai laici per lasciare il campo al solo Pera, che potrebbe al massimo aggregare i chierichetti di Ragionpolitica.it Libertà di pensiero e della sua espressione, anche libertà di culto. Ci mancherebbe! Il guaio, caro Silvio, che la libertà di culto sta minacciando la libertà di pensiero e della sua espressione. Le due libertà stanno confliggendo.

Filologicamente Berlusconi non ha neppure ascoltato Marcello Pera, perché è venuto quando stava parlando Bondi. Quindi il discorso di Marcello Pera lui proprio non lo ha sentito. E quindi non lo cita neppure, ma mi pare che lo abbia smentito in quello che ha detto. Non dovrei aver paura che Marcello Pera sia tutta Forza Italia. Termina con un “siamo la forza della libertà!”. Il convegno si è svolto ieri ma io lo ascolta adesso in registrazione e solo in parte. Se riesco ad averne la registrazione, svolgerò altri commenti e analisi, parola per parola.

Alleanza o sudditanza? Riflessione sui rapporti Italia-Usa. L’italica cupidigia di servilismo.

Non ho ancora terminato di scrivere il precedente post sulla “Fossa dei leoni” che sorge prepotente il bisogno di dire la mia su uno scampolo di trasmissione, condotta dal Fedele sempre fedele e incrollabile nella sua fede. Non ho visto tutta la trasmissione, ma solo una parte. Elemento centrale è stata una registrazione del discorso fatto da Berlusconi, allora presidente del Consiglio, in America alla camera dei rappresentanti. Indubbiamente un bel discorso, non di pura retorica o circostanza. Aveva un chiaro contenuto di politica estera. Non mancava di propaganda e di zone d'ombra, quando parla di “male” o di terrorismo, dando per scontato che la democrazia e la libertà stiano tutti da una parte (la nostra) e dall'altra parte ci sia solo negatività. Caro Silvio, non credo sia proprio così. Tu però te la sei cavata molto bene in quella circostanza e nelle condizioni date non potevare fare e dire di meglio.

Tuttavia, se chiamando le cose con il loro nome, devo e posso dire francamente come io cittadino comune e qualunque vedo e sento le cose, devo ammettere che noi siamo sudditi, non alleati degli USA. In quella circostanza Berlusconi dava la cifra di 40.000 soldati italiani sparsi per il mondo. A fare che? Alla favola dell’ONU e delle sue imprese proprio non ci credo. Nel vocabolario della lingua italiana alla parola ONU è quasi sempre associata la sua famosa “egida”, magari pronunciata con la bocca di D’Alema. A me pare piuttosto una parola per nascondere l’inconsistenza e la nullità politica degli sconfitti del 1945, che per sempre hanno dovuto rinunciare alla loro libera determinazione politica. L’amara realtà politica della debellatio è stata risolta con una riforma del vocabolario della lingua italiana. Si è chiamata alleanza quelle che a tutti gli effetti è una sudditanza. Nel linguaggio diplomatico odierno non è possibile dire che l’Italia è suddita degli Usa allo stesso modo in cui l’India era un suddito di Sua Maesta Imperiale la Regina Vittoria. Il linguaggio delle cancellerie non consente le espressioni che erano state formalizzate e che si trovavano nei documenti ufficiali del secolo ormai trascorso. Ma non si cambia la realtà stravolgendo il significato delle parole.

Intanto si è alleati fra soggetti di eguale o quasi eguale potenza. Un’alleanza fra un leone, un asino, una gallina, un topo, una pulce, ecc., non ha molto senso ed è cosa piuttosto ridicola. Se mi si chiede cosa si sarebbe dovuto fare nel 1945 a guerra persa, rispondo che non lo so. Quello che però non capisco è perché il governo italiano o i governi europei si debbano associare ad un chiaro disegno imperiale nel Medio Oriente. Che si stia lì per portare i diritti umani, insieme con le bombe, è una di quelle favole con cui i governi si propongono di ingannare i loro popoli. Forse una spiegazione la si può trovare nelle relazioni segrete fra gli Stati. In questo caso può darsi che dal grande alleato Usa sia stato imposto alla nostra Italietta di dare un segno di simbolica presenza in Iraq quanto bastasse per nascondere il disegno imperiale Usa-israeliano. Non vi è dubbio che la nostra presenza sia stata e sia sempre militarmente insignificante, ma certamente costosa come spreco di scarse risorse che si fanno mancare altrove. Fa parte del sistema della Bugia e della Menzogna. Altra possibilità è che tutti i governanti italiani (non solo Berlusconi) si regolino come in ultimo fece lo stesso Mussolini. Aveva scommesso sulla vittoria di Hitler e pensava di poter vincere insieme con lui pur non avendo la stessa forza e lo stesso peso militare. Persa la scommessa e con essa perse se stesso e l'Italia intera. Berlusconi avrà subito pensato che la seconda guerra in Iraq sarebbe stata una passeggiata come la prima condotta Bush padre, che probabilmente ebbe più giudizio del figlio a non voler andare oltre. Anche Berlusconi, come Mussolini, ha perso la sua scommessa. La guerra in Iraq è un’autentica fogna senza via di uscita. Da cittadino che lo ha votato e che ha la tessera del partito da lui fondato, dico al caro Silvio che sarebbe meglio ritirarsi da tutti i fronti e lasciare che gli Usa si facciano le loro guerre. Sarebbe poi auspicabile non l'ampliamente delle basi Usa in Italia, ma il loro completo smantellamento. Perché mai il nostro alleato dovrebbe tenere le sue truppe in stanza permanente sul nostro territorio? Le tenga sul suo territorio. Se dovremo combattere insieme contro un comune nemico, potremo farlo, ma per nostra libera determinazione, non per imposizione del nostro Alleato.

Forse l’ipotesi più probabile è che si tratti di quella “cupidigia di servilismo”, di cui aveva parlato Vittorio Emanuele Orlando. I Trattati ed il diritto ci consentirebbe di star fuori da una guerra sporca, ma l’italica cupidigia di servilismo ha voluto offrire al Potente un aiuto di cui non ha bisogno per condurre a fine i suoi disegni. Ma infine: si è alleati contro chi? Le parola alleanza e alleato hanno senso se si è contro qualcuno. Chi sono i nostri nemici? Quei disgraziati che si imbottiscono di bombe e si ammazzano innanzitutto loro stessi per dirci che non ne vogliono sapere di quella pretesa Libertà che noi andremmo a portar loro? Nostri nemici sono i nemici di Israele? Nostri nemici sono tutti gli Arabi? tutto il mondo mediterraneo? Il 98,8 per cento di una vasta area? Le domande sono retoriche e la risposta ovvia per la gente comune. Non lo è per i nostri governanti che sono nostri governanti innanzitutto perché piacciono al nostro Alleato. Se non gli piacciono, verranno sostituiti da una nuova guerra di liberazione che insedierà nuovo di zecca un nuovo governo che conosce il significato delle parole libertà, democrazia, diritti umani. Il nuovo governo iraqueno è una manifestazione concreta della dottrina americana della libertà e della democrazia.

Avevo appena terminato di scrivere quanto sopra, quando Radio Radicale ha iniziato a trasmettere una registrazione su un dibattito a Napoli nell’ambito delle iniziative di Forza Italia, di cui ho la tessera dal 2002. Una sequela di assurdità da cui dissento interamente. Non mi riconosco in nessuna delle affermazioni di Marcello Pera. Ed è anche arduo confutare tante sciocchezze ed assurdità in una volta sola. Mi riservo di continuare la serie sulle “stupidaggini di Pera”, su cui avevo già scritto. Ecco, ad esempio, le stupidaggini di Pera sono un bell'esempio di quella cupidigia di servilismo di cui ho appena parlato. Mi chiedo se Pera, ammesso che aquisti sempre più potere dentro il partito, pensi di potermi imporre per statuto le cose di cui va dicendo. “Chiudo” sta dicendo, mentre parla del nuovo partito. Chiudo anche io dicendo che bisogna stare fermi con il nuovo partito su posizioni all'antitesi di quelle espresse da Marcella Pera, che mentre parla di “civiltà” intende invece la più illiberale e oscurantista delle libertà.

E dopo Pera viene Sandro Bondi, già notorio comunista. Sentiamo e commentiamo in tempo reale. Sta facendo una critica al governo in carica. Al momento non mi interessa. Avevo detto all'on. Mario Mauro, che anche con la Moratti all’università io avevo già perso e che in ogni caso vincesse o perdesse FI alle elezioni, io avrei perso in entrambi i casi. Avevo visto Bondi proprio ad una manifestazione sulla scuola, dove però non si parlava di università. Mi aveva allora concesso un colloquio, che non si concretizzò mai. Se la riunione di Napoli doveva avere per oggetto la riorganizzazione di Forza Italia, il coordinatore nazionale non sta affrontando il tema. Il paese – contrariamente a quello che sta dicendo Bondi – non è diviso in due, ma in oltre cinquanta milioni di persone. Sto adesso realizzando che se il partito unitario da questa parte e quello democratico dall'altra non saranno accompagnati da una legge di attuazione dell'art. 49 della costituzione, si sarà realizzato il più dispotico dei fascismi, un duopolio che si spartisce tutte le risorse del paese e chiama ciò democrazia. Si avvia alla conclusione senza aver detto nulla sul tema che resta occupato dalle sole sciocchezze di Marcello Pera. Questo è il livello del dibattito di Forza Italia. Non parlano mai, ma quando parlano le sparano tanto più grosse quanto più stanno in alto! Proprio alla fine sta parlando il mite Bondi della “crisi dei partiti”, citando Micciché, ma non sta dicendo nulla di apprezzabile e di suo. “Ci siamo impantanati”: testuali parole.

giovedì, febbraio 01, 2007

Nella fossa dei leoni

[Sto elaborando il testo in tempo reale: chi legge in questo momento vede un testo che si modifica ad ogni mia rilettura. Deve quindi rileggere anche lui lo stesso testo per le ultime modifiche. Il principio vale per tutti i miei testi in questo blog, testi che possono essere modificati e migliorati anche a mesi di distanza. Le riflessioni non possono essere scritte in una sola seduta di lavoro. Queste parentesi quadrate verranno tolte quando riterrò compiuto l'articolo, almeno in una prima approssimazione. Sto penando ad esempio ad una citazione di Mommsen, fatta in un intervento, sull'elemento ebraico come causa di dissolvimento dell'impero romano.]

Un episodio occorsomi proprio ier sera credo valga la pena di esser raccontato. Non ho né virtù né ambizioni letterarie, ma ci provo in quanto si tratta di un fatto rivelatore di un fenomeno diffuso sul quale i benpensanti preferiscono chiudere gli occhi. Con la scusa e con il pretesto della Shoa e con l’istituzione di giornate speciali per speciali memorie si è creata un’area di privilegio in cui una minoranza gode di crescenti privilegi a scapito di una maggioranza intimorita e colpevolizzata che si trova sempre più privata dei suoi diritti politici, soprattutto della sua “identità politica”, espressione che uso nell’accezione tecnica schmittiana che viene fuori dal “concetto del politico”, giustamente definito da Gianfranco Miglio una “scoperta copernicana” nell’ambito della scienza politica. Molti però vivono ancora in epoca tolemaica e di Copernico non hanno mai sentito parlare. La posta in gioco è grande e di essa i nostri politici, dediti principalmente alla depredazione delle risorse pubbliche su cui hanno finalmente messo le mani, probabilmente neppure si rendono conto. In pratica si sta svendendo quel concetto di patria che è stato ereditato dal Risorgimento e che era ancora vivo nei fratelli Rosselli, ebrei alquanto atipici e inattuali a giudicare dalla recezione odierna della ambienti ebraici. Si tratta della spoliticizzazione dei popoli europei, in particolare quello tedesco, per il quale il processo sembra ormai giunto allo stadio terminale. Se poi i nostri politici, che fanno leggi indegne del nome di legge, si rendono conto di quel che fanno, allora sono degli autentici criminali, ladroni diventati direttori di banca e custodi del pubblico erario. Ma veniamo al piccolo ma significativo fatto che voglio qui raccontare.

Per puro caso accettando l’invito di un vecchio amico che presentava un suo libro al »Centro ebraico italiano«, ubicato nel cuore di Trastevere di fonte all’isola Tiberina e non molto distante dalla mia abitazione, mi sono trovato in altro mondo, per me surreale, di cui non sospettavo l’esistenza e di cui non riesco a capacitarmi. Ho già detto fino alla paranoia che non mi interessa e non mi riguarda la questione del negazionismo e del cosiddetto Olocausto. Sono nato, vissuto e cresciuto in un ambiente culturale, assai marginalizzato ma che fortunatamente non ha conosciuto nelle forme abilualmente descritte gli orrori della guerra che per trent’anni hanno dilaniato nel secolo appena trascorso il continente europea. Mi sono fatto una raffigurazione mentale, contestabile quanto si vuole, per cui le tragedie inevitabili di una guerra giunta ai suoi gradi estremi di intensità, viene ancora oggi usata in modo strumentale per fondare un regime di privilegio e sopraffazione a discapito di terzi innocenti ed estranei. Certi stupide accuse e denigrazioni che mi sono state mosse da quelli della Informazione corretta (sic) sono quanto mai infondate sul piano dei fatti, della mia storia personale e delle mie posizioni attuali. In questo tempi di illibertà e censura è sempre bene gettare le mani avanti quando si tratta materia ebraica.

L’incontro al quale ho casualmente partecipato aveva per titolo: La famiglia Rosselli: ebraismo e italianità ed era un dibattito sul libro di Simone Visciola e Giuseppe Limone, apparso con titolo: I Rosselli: eresia creativa, eredità originale. L’incontro è stato introdotto da Alain Elkan, un nome ben noto in quel di Torino, dove è forse più alta che altrove l’intolleranza e dove proprio in questi un professore di liceo, Renato Pallavidini, al quale va la mia solidarietà di docente universitario, è fatto oggetto di inammissibili, inaccettabili e ignobili attacchi alla sua libertà di pensiero e di insegnamento. Si sentiva infatti nell’aria che Elkan era un nome “attrattivo”, forse troppo importante per il luogo. Infatti il personaggio per suoi impegni e motivi non è rimasto tutto il tempo, ma a un certo punto è andato via lasciando il microfono da conduttore ad una signora, di cui non ho afferrato il nome. La qualità della sua conduzione mi è però subito saltata agli occhi. Mentre non avevo nulla da obiettare ad Elkan, ma anzi ascoltavo con interesse le cose che diceva, la signora invece introduceva chiaramente sue opinabili opzioni politiche in materia di sionismo. Sembrava quasi di assistere ad una manifestazione di propaganda sionista, alla quale avrei potuto oppormi, ma considerata la mia estraneità al luogo giudicai prudente non esternare le mie opinione opinioni politiche. Non mi vergogno di professare la mia ignoranza, dicendo che non ho particolari e approfondite e specialistiche conoscenze in materia di sionismo, ma dal contesto dato mi è parso di capire che lo si intenda come una forma di integralismo ebraico, ossia una variante di quell’integralismo che già non accetto in versione cattolica. Nell’invito a stampa figuravano anche i nomi di Francesco Saverio Festa, che conoscevo e che mi conosceva senza esserci mai visti l’un l’altro. Vi era anche scritto il nome di Anna Maria Nassisi, che non ho individuato fisicamente e non saprei dire se era la conduttrice succeduta ad Alain Elkan.

Ciò che mi ha reso immediamente interessante i fratelli Rosselli, suscitando uno specifico interesse e proposito di lettura, è il loro dichiararsi innanzitutto italiani e solo dopo degli ebrei. Gli oratori sono stati espliciti su questo che nell’economia dell’incontro non è stato per nulla un elemento marginale ed episodici. Anzi direi che sia stato il punto centrale della manifestazione, come già del resto traspare dal titolo. Allo stesso modo in cui ognuno di noi è in senso politico innanzitutto italiano e poi anche calabrese, sardo, siciliano, lombardo, di religione cattolica, valdese, evangelica, greco romana antica, di nessuna religione, massone, ateo, e cosi via. Essere innanzitutto italiano significa poter essere chiamato alle armi per il sacro dovere di difendere la patria anche con il sacrificio della propria vita. Significa essere passibili del reato di alto tradimento e di tradimento della patria. Vale a dire che è possibile una sola (non due) identità politica per la quale si può e si deve combattere. In senso politico non possono esserci più identità: non si può combattere contemporaneamente dalla parte di ognuno dei due fronti contrapposti: o si spara da una parte o si spara dall’altra. La cosa può sembrare quanto mai inattuale, ma il principio costituzionale sussiste e non è stato ancora abrogato. Quando ciò avverrà sarà anche cessata schmittianamente la nostra esistenza politica. Di sfuggita osservo che se non vi è più patria (vedi), Giorgio Napolitano avrebbe potuto risparmiarsi il suo discorso, non avendo per destinatari italiani della cui unità nazionale potersi dire rappresentante. Avrebbe parlato soltanto alle sontuose pareti del Quirinale e alle sole persone ivi riunite a titolo di esclusivo privilegio.

I fratelli Rosselli si erano dunque professati innanzitutto degli italiani. Solo in subordine erano anche ebrei. L’essere ebreo non era in contraddizione con l’essere italiano, o meglio ancora l’essere italiano non era per i Rosselli un accessorio trascurabile dell’essere ebreo. Per questi aspetti, ai quali finora non avevo pensato, trovo i Rosselli di grande interesse. Se li si dovesse considerare solo degli ebrei, potrebbero interessare le comunità ebraiche, ma non vi sarebbe nessun motivo specifico per cui debba interessarmene anche io, spostando i miei limitati tempi di lettura e di studio da altri temi e soggetti proprio sui fratelli Rosselli. Sarebbe per me una perdita di tempo senza costrutto.

Nel corso della serata si è però agitato il problema se questa posizione dei Rosselli sia ancora oggi attuale. Con la nascita discussa e discutibile dello Stato di Israele sono presenti in molti paesi, ma soprattutto negli USA, comunità ebraiche, perfettamente integrate, che esercitano un pesantissimo condizionamento sulla politica estera degli Stati in cui risiedono. Esiste più o meno occulta una sorta di lobby che detta la politica estera. Non saprei immaginare la sopravvivenza politica e militare dello Stato di Israele senza il sostegno USA, che ha peraltro sui specifici interessi imperiali in Medio Oriente. Addirittura lo Stato di Israele dispone di un arsenale atomico, forse superiore a quello di Inghilterra e Francia. A nessun altro Stato è consentito possedere armamenti nucleari, ma ad Israele (che io sappia) nessuno ha mai chiesto conto dei suoi arsenali. La stampa quotidiana, in larga parte filoisraeliana, tace su questo punto. Ma è un silenzio eloquente.

Insomma, due sono le cose per quanto riguarda i Rosselli. O si tratta di personaggi anacronistici ed inattuali, due poveri disgraziati morti ammazzati in circostanze di cui non si è mai certi in un’epoca in cui la storiografia è diventata una sezione del ministero della propaganda. Ogni regime che giunge al potere si costruisce la sua storia che termina appunto con la sua apoteosi e fissa la sua politica culturale, le sue giornate della memoria, a cosa si deve credere ed a cosa non si deve credere. La professione autonoma dello storico è finita. Deve stare attento a ciò che scrive, se non vuol finire in galera. Oppure si tratta con i Rosselli di un sistema di pensiero politico, non banalmente condizionato (come si è detto) dal fatto di essere vissuti e morti prima della fondazione mitica della Shoa. Si è insinuato che se fossero vissuti ancora per un poco di anni, sarebbero stati certamente dei sionisti sfegatati, sostenitori dello stato di Israele e della sua politica. Dalle cose sentite da Simone Visciola e da Giuseppe Limone, ma anche dallo stesso Elkan e da Francesco Saverio Festa, a me non è parso così. Mi sembra che si tratti di un pensiero interessante e forse fecondo nel presente contesto storico-politico-culturale. Credo che sulla base del pensiero dei fratelli Rosselli possa instaurarsi un pacifico e fecondo interscambio fra italiani ed ebrei. Le leggi razziali in Italia sono state una sciagura della politica nella fase finale del regime fascista, ma non hanno coinvolto il popolo e la cultura italiana. Ma con la legittimazione dell’integralismo sionista, incautamente suscitato dal politico di lungo corso Giorgio Napolitano (che io non avrei voluto come presidente della Repubblica ed ora capisco perché. Andreotti era meglio!), tornano ad innalzarsi le mura del ghetto, dove però questa volta dentro il ghetto si trovano non gli ebrei ma gli italiani. A me interessa ovviamente la prima interpretazione dei Rosselli, l’unica lecita, non la seconda auspicata dai sionisti e mai esistita. Gli ebrei stessi devono del resto decidere cosa farne dei Rosselli. Se per loro sono morti e basta, essi restano di proprietà degli italiani. Se invece sono vivi ancora, essi sono un legame forte fra italiani ed ebrei ed una base possibile di convivenza e discussione.

A fronte del loro dichiararsi senza se e senza ma italiani ho voluto io intervenire non per parlare dei Rosselli, di cui so poco o nulla, ma per riferire di una testimonianza risalente a non molti anni addietro. Avrei prudentemente taciuto le mie opinioni politiche ma mi sarei limitato ad una oggettiva testimonianza pertinente allo svolgimento di un discorso da altri avviato. Ecco il fatto. Frequentavo spesso il Goethe Institut di Roma, con sede prima in via del Corso e poi in via Savoia. Disponendo l’istituto di una buona biblioteca, me ne sono ampiamente servito ma ho anche partecipato a numerosi convegni che vi si tenevano. Avendo io tradotto in italiano i principali libri di Carl Schmitt, mi era venuta l’idea di suggerire all’allora Direttore del Goethe Institut di organizzare un convegno proprio sul tedesco Carl Schmitt, un notevolissimo pensatore politico e giurista tedesco. Non credo che questa affermazione mi possa venire contestata. Ebbene, l’esperienza fu per me istruttiva perché mi fu rivelata la vera natura di un istituto come il Goethe Institut. Da giovane pensavo di istruirmi ascoltando con pazienza in lingua tedesca conferenze ostiche di ognore oratori spesso d’Oltralpi. Più non capivo e più mi accanivo a voler capire. L’insuccesso (ripetuto anche in altre occasioni)


Vi è ampiamente di che allarmarsi. Qui non si tratta di antisemitismo, ormai un termine di comodo e di facciata per nascondere autentici attacchi alla libertà di ognuno. L’infelice discorso del presidente Napolitano ha dato la stura al più aggressivo sionismo. Gli emarginati e discriminati di un remoto ed ormai mitico passato sono diventati i privilegiati di oggi, che reclamano a titolo di risarcimento peppetuo reclamano diritti e protezioni di gran lunga maggiori a quelli consentiti a cittadini ed non cittadini. Ho trovato agghiacciante la teorizzazione della doppia cittadinanza e della doppia patria, dove chiaramente la cittadinanza e la patria secondaria e residuale è quella italiana. Quanto mai sofistico e truffaldino l’esempio del filippino che vivendo in Italia avrebbe diritto a trasferire non solo la sua famiglia, ma la sua patria, facendo dell’Italia una propaggine delle Filippine. E di questo passo possiamo metterci il Senegal, l’Albania, la Cina e così via. Si sa che l’Italia è stata nei secoli terra d’invasione e nel nostro sangue scorre di tutto. Dobbiamo dunque tirare le somme e rendere l’Italia a tutti gli effetti quella che una volta si chiamava una mera espressione geografico.

Al signore anziano, di cui ignoro il nome ma secondo io non avrei capito quello che lui ha capito e che è metro di giudizio per ogni cosa, ho risposto di essere “povero”, disponendo io di una sola patria e di una sola identità, cioè quella italiana. Lui ne ha due. Il Mayer da me citato ne ha una sola avendo rinnegato quella tedesca, di cui però non rinnega i diritti e i privilegi.

Insomma, tutto questo è allucinante e viviamo in una specie di incubo. Per ridestarci è giocoforma reclamare la nostra libertà, la nostra patria, la nostra identità. Il discorso di Napolitano è stata quanto mai politicamente sbagliato. Ha prodotto dei guasti, le cui conseguenze saranno innanzitutto sotterranea avendo egli dato il via ad una sorta di terrorismo ideologico, per cui in questo paese i suoi cittadini non potranno più esprimere ciò che pensano. Lo diranno chiaro e forte quando saranno certe che le istituzioni siano effettivamente rappresentative del loro essere politico. Siamo stati invasi dagli alieni che hanno occupato tutti i vertici dello Stato e delle istituzioni. Di un colpo solo siamo stati ridotti alla clandestinità ed all’emarginazione.