venerdì, marzo 23, 2007

Europa: cinquant'anni di delusioni!

Sono ancora in corso le celebrazioni in Campidoglio per i cinquant'anni del Trattato di Roma. Ho ascoltato per radio una buona parte dei discorsi che vi si tengono. Stando io qui a casa mia non ho vincoli diplomatici di linguaggio. Posso semplicemente scrivere le mie impressioni. I discorsi mi paiono tutti di circostanza e privi di effettivo significato politico. Commento a memoria alcuni passi. Mi ha deluso l'on. Colombo con i suoi continui riferimenti ai grandi padri. Di grandi io non ne vedo. Di Altiero Spinelli, di cui si tenta di costruire il mito, ho un ricordo diretto da quando nel 1976 ascoltavo alcune sue lezioni presso l’Istituto Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri, a Palazzetto Venezia. L’unica cosa che ricordo di quella sua Lezione fu un suo giudizio impietoso sui politici italiani di allora. Pienamente condivisibile ancora oggi, ma senza che ciò faccia di lui un “grande”. Non ricordo del resto che lui si atteggiasse a quel garnde personaggio che adesso di lui si vuol fare. Dava invece la sensazione di un simpatico ed arzillo vecchietto. Il suo manifesto di Ventotene mi pare alquanto mitizzato. A stento mi riuscii una volta di leggerlo e deve ora trovarsi sepolto in qualche parte della mia biblioteca. Per pensare l’Europa non bisognava aspettare Spinelli, Colorni e altri. A suo modo e con diversi strumenti ci aveva pensato Napoleone Bonaparte, ma l’Inghilterra già allora non era d'accordo.
Per non parlare poi di quelli che volevano tentare l'impresa con la spada del diavolo. Diversa l’impressione suscitata allora in me dall’On. Colombo, che era stato chiamare pure a farci qualche lezione. Già allora aveva un che di supponente e qualche collega si serviva della sua figura per celiare un altro collega di corso. Ricordo la sua gamba nervosa sotto il tavolo: oscillava come una corda pizzicata. Non ricordo null’altro della sua lezione, ma doveva trattarsi di qualche disciplina comunitaria. Adesso proprio Colombo polemizza con un grande quotidiano, non citato, dove sarebbe apparso un titolo sui Cinquant’anni di delusione chiamata Europa. In cinquant'anni l'on. colombo ha goduto tutti i vantaggi del potere e delle lucrose cariche ricoperte, ma alla mia generazione non ha consegnato nulla di politicamente tangibile. Di quei corsi di Lezioni ricordo l’euroscettico prof. Palomba che avvertiva: «Non fatevi illusioni. I ricchi diventerranno più ricchi ed i poveri più poveri». In tedesco caro nel senso di costoso si dice teuer, per cui addirittura i tedeschi hanno battezzato l’introduzione dell’euro con teuro per indicare l’inflazione seguita alla nuova moneta. Ier sera con amici ho pagato 35 euro (70.000 lire!) per non mangiare quasi niente: non me lo potrò permettere spesso. Non credo di vivere abbastanza per vedere un’Europa diversa da un mero fatto decorativo e tale per cui potermi “sono un europeo” allo stesso modo in cui mi è capitato di sentire qualche volta statunitensi dichiararsi tali con un certo orgoglio e senso di superiorità. Stando alla filosofia di Pannella il massimo delle nostre aspirazioni politiche potrà essere l’annessione agli Usa se non addirittura allo Stato d’Israele. Il principale vantaggio di questi cinquant'anni sarebbe la pace fra i popoli europei. Così parrebbe se si escludono i recenti orrori delle guerre balcaniche. Non credo però che ciò sia vero e che ciò sia un merito di politici “superstiti” come Colombo e Andreotti. In realtà, non vi sono state più guerre perché l'Europa ha perso la capacità di farsi la guerra senza aver mai conquistato la pace. Dal 1945 in poi l'Europa si è trovata divisa nel condominio delle potenze occupanti. La Germania era addirittura occupata in quattro zone. La Nato ed il patto di Varsavia era la forma giuridica di spartizione e occupazione del continente europeo: questa la verità. Quale guerra gli Europei potevano più farsi. Non si è fatto abbastanza, ma si è fatto molto e molto resta da fare: questo il succo dei discorsi. A me pare che se non si è fatto l'essenziale che doveva esser fatto, cioè l’unità politica dei popoli europei, nulla è stato fatto. Basta un leggero soffio di vento della storia perché si dissolva nel nulla tutto quello che si crede di aver realizzato. In ultimo, ho notato l’assenza di senso dello Stato di quel grande statista che fu l’on. Colombo nel suo prono inchino agli alti prelati presenti in Campidoglio e da lui citati. Li ha accontentati nella loro richiesta di formale riconoscimento delle radici giudaico-cristiane, dopo che la cassaforte dei privilegi concordatari è già stata assicurata nel Trattato fortunatamente non approvato da francesi e olandesi. Come non ricordare tutte le guerre che in nome della religione hanno insanguinato le terre d’Europa? La mia Europa ha poco a che fare con quella del “padre” Colombo. Mi auguro che la religione, una religione più vera ed autentica di quella oggi in circolazione, sia un fatto meramente privato, del cui patrocinio i padri Colombi non si debbano far carico nei loro discorsi. E che dire infine del compromesso linguistico giudaico-cristiano con un trattino che unisce aggettivi che per duemila anni sono stati in contraddizione ed esclusione reciproca?! Potenza dell’Olocausto e della rieducazione democratica dei popoli europei! Bella Europa!

Le chiose di Antonio Tajani

Al tg2 delle 13 ho di nuovo visto la faccia di Antonio Tajani, che appare in tv con una certa frequenza. Si direbbe che abbia uno speciale contratto. La formula consiste in uno spot di qualche decina di secondo, dove l'europarlamentare che il piglio che gli è proprio dice la sua, o meglio dice la nostra, perché usa il "noi" e la scritta "Forza Italia”. Ne ha diritto. Ma anche io avendolo votato dovrfei pur aver diritto ad un pubblico commento, se dietro il “noi” di Tajani vengo incluso io stesso. È già capitato che in una pubblica assemblea mi sono dichiarato pentito del voto che gli ho dato, motivandone le ragioni. Da allora per tutta la durata del suo mandato, avendo purtroppo contribuito alla sua elezione, sento il dovere di tenerlo d'occhio in tutto ciò che dice anche ahimé a mio nome.

Orbene, nel rapido spot televisivo che non ho registrato, il Tajani Antonio dice due cose: si alla presenza italiana in Afghanistan; sì al finanziamento della missione. Il finanziamento della missione serve a cosa? Serve a garantire la sicurezza dei nostri soldati! Orbene, i militari dovrebbero in genere dare sicurezza agli altri. Invece, qui ci dobbiamo preoccupare di dare “noi” , con i nostri soldi, di dare sicurezza a loro. Lo stesso tg del 13 riporta più avanti la notizia di un signore rapinato in casa a Palermo e poi ucciso pure. Orbene, sarebbe meglio che i nostri militari con i nostri soldi dessero sicurezza ai cittadini che stanno nelle loro case. Evidentemente i soldi che abbondano per l'Afghanistan, dove non si capisce cosa i nostri militari stiano a fare, mancano invece per garantire la sicurezza della vita delle persone non già sulle strade, ma nelle case. Sarebbe bene che l'On. Tajani si esprimesse al riguardo. Come suo elettore, gliene dò mandato. No ho registrato il tg2 delle 13, ma al tg1 delle 13.30 compare di nuovo la faccia di Tajani, che mi pare dica una cosa diversa da quella di prima. Il servizio ha fatto prima vedere Berlusconi, il quale fa sapere che il si non è scontato. Appare subito dopo Tajani che chiosa. È tipico il suo ruolo di chiosatore dopo che ha parlato il papa, Berlusconi o qualcun altro. Potremmo anche fare a meno delle sue chiose. Il popolo italiano ha più intelliegenza di quanto lui non sia disposto ad attribuirgliene. In occasione della vicenda referendaria, durante una manifestazione proastensionismo organizzata da Stefano De Lillo, Antonio Tajani ebbe l’ardire di tacciare di ignoranza il popolo italiano, incapace a suo dire di comprendere la complessità dei quesiti, già ardui per lui stesso. Se il popolo italiano è il Sovrano, ciò da un punto di vista formale equivale ad un insulto, ad una lesa maestà. Vorrei vedere in altri contesti costituzionali che lo stesso insulto venisse fatto a Carlo Magno o a Giulio II. Come minimo il povero Tajani avrebbe rischiato la sua testa. All'Hotel Parco dei Principi non ha rischiato la sua testa, ma ha perso per sempre il mio voto. Democraticamente mi dichiarai “ignorante” per averlo io votato con leggerezza senza conoscere le sue qualità. Non posso purtroppo riprendermi il mio voto per tutta la durata del suo mandato. Ritengo però di avere il diritto di critica per tutta la durata di quel mandato, che serve non per rappresentare anche me, ma per poter a diritto essere criticato da me.

Colgo qui occasione quanto pertinente ed appropriata per narrare una delle “chiose” di Antonio Tajani. Lo faccio sempre con gli amici e sono grandi risate. Nel memorabile raduno all'Hotel Parco dei Principi durante la campagna astensionistica promossa dai fratelli De Lillo erano presenti tra big della politica professionale anche il nostro Tajani, come già detto. Oltre alla perla sulla “ignoranza” del popolo, di cui ho appena detto e che mi fece balzare dalla sedia dove in seconda fila, il nostro autorevole parlamentare disse dell'altro che ha dell’incredibile e dell’esilarante. La posizione ufficiale di Forza Italia era che in ordine al referendum dovesse esservi libertà di coscienza. Un modo per salvare capra e cavoli dal momento che in Forza Italia non tutti sono cattolici e clericali. Al momento della mia tessera in FI io non mi sono dichiarato tale e non rinnovo la mia tessere perché ritenga che FI sia un partito cattolico e clericale. Io avevo però ricevuto da Stefano De Lillo, allora Consigliere Regionale, una lettera con intestazione del logo di Forza Italia con cui mi si invitava prima ad un convegno di “studio” presso il Regina Apostolurum, una delle tante università pontificie, ed il giorno dopo ad una manifestazione di carattere marcatamente “politico”, dove rivedevo nello stesso tavolo qualche “studioso” del giorno prima. Il titolo del raduno all’Hotel Parco dei Principi era assai eloquente: “Non andate a votare” o qualcosa di simile con un bel loro di Forza Italia. L’ineffabile Tajani come chiosava l'evidente contraddizione con la raccomandazione di Berlusconi: la direttiva della libertà di coscienza era una cosa della Direzione nazionale di Foprza Italia, mentre l’opposta direttiva di “Non andare a votare” era una direttiva del Gruppo Consiliare di Forza Italia presso la Regione Lazio. Una evidente presa per i fondelli del popolo di Forza Italia, della cui intelligenza il chiosatore Antonio Tajani non dimostra di avere molta considerazione. A chi legge lascio piena libertà di commento del fatto che ho voluto qui narrare e che mando alla chiosa o alla smentita dell’on. Antonio Tajani.


Esempi di chiose alla Tajani:

1. Tajani e il diritto naturale. Sarebbe da chiedere ad Antonio Tajani se sa cosa è il diritto naturale, i cui svolgimenti millenari non hanno affatto l’univocità che lui pensa, seguendo l’Alto Magistero. Risponde all’ordine impartito ai “legislatori e politici cattolici”.

2. Tajani e la famiglia. Tajani non poteva mancare a manifestazioni del genere, dove il parrocchiano cancella il cittadino. È noto l’insegnamento dell’Alto Magistero che non attribuisce valore autonomo a istituzioni come Stato e simili. Servono solo in quanto garantiscano privilegi alla Chiesa. Della famiglia importa assai poco a tutti i convenuti. È solo un pretesto per altre cose.

Il bailamme continua

Sulla base delle informazioni di cui disponiamo ci facciamo una nostra rappresentazione del mondo. Siamo di certo condizionati dalla natura, dalla quantità e dalla qualità delle informazioni disponibili. Il problema preliminare è il vaglio critico delle informazioni che a noi sono concesse. Ciò premesso a mo’ di cautela e basandomi sulla comoda e gratuita rassegna stampa quotidiana di radio radicale oltre alle informazioni disponibili in internet, mi sembra di trovare oggi conferma ad un mio giudizio ieri espresso e che potrebbe sembrare eccessivo e non abbastanza argomentato. A me piace ogni tanto esprimermi in una forma esasperata fino al grottesco e paradossale. In questo modo cerco di ottenere una maggiore evidenza intorno a d un concetto essenziale.

Ho detto che l’articolo unico e fondamentale della nostra costituzione è il vincolo di soggezione e vassallaggio verso il nostro vincitore del 1945. La retorica di stato ha sempre nascosto questa amara verità parlando di Liberazione, Alleanza, Resistenza e simili baggianate. Per oltre vent’anni il fascismo si era retto con largo consenso di oltre il 90 per cento degli italiani, i quali con la caduta del regime si sono scoperti tutti antifascisti. Come la maggioranza degli italiani di oggi, sono nato dopo la guerra e non ho avuto memoria, esperienza e responsabilità alcuna negli accadimenti politici europei dal 1914 al 1945, che a differenza di quanto insegnano i libri di storia e contro i libri ufficiali di storia mi sforzo di rappresentarmi concettualmente come un tutto unitario: la moderna Guerra dei Trent'Anni finita con il declino degli Stati europei (Francia e Inghilterra compresi) e l’irrompere sulla scena come potenza mondiale ed egemone degli USA, originatesi dall'occupazione violenta delle terre scoperte dal navigatore Colombo.

La vicenda Afghanistan e la liberazione del giornalista Mastrogiacomo, che senza gloria alcuna ha solo riportato a casa la sua “pellaccia”. La nostra solidarietà intorno a lui non ha nulla di eroico. Non produce aggregazione politica. Non è epopea. È solo una manifestazione dell'italico motto secondo cui per prima cosa viene la salute e poi il resto. Dopo la salute ci sono i soldi e la famiglia, che oggi non si sa più bene cosa sia. Sul mito della famiglia campa un'istituzione, la Chiesa cattolica con il suo variegato indotto, che in fatto di soldi costi non poco a tutti i contribuenti e mina con la sua stessa esistenza l’idea stessa di Stato e unità politica.

La rappresentanza politica parlamentare si sta sfaldando di fronte ad uno starnuto che viene da Oltreoceano. Maggioranza e opposizione fanno a gara per dimostrare chi è più fedele alleato. Manca qualsiasi sussulto di dignità nazionale. Cosa siano queste benedette “missioni di pace” condotte da soldati armati di tutto punto in territori stranieri, dove stanno con le armi in pugno per non sparare. Essendo stati noi un grande popolo guerriero, non mi faccio soverchie illusioni di quali possono essere gli esiti di uno scontro fra militari italiani e guerriglieri talebani, che hanno già sconfitto inglesi e russi. Intanto, per loro esigenze militari gli Usa fanno capire che i fucili italiani devono sparare le loro cartucce. La penosa formula dell'articolo 11 della costituzione, secondo cui l'Italia ripudia la guerra, rivela qui la sua inconsistenza concettuale e politica. In senso proprio, da che esiste il mondo degli uomini, tutti gli Stati finora esistiti non hanno mai voluto la guerra per la guerra. La guerra è morte e distruzione. Nessuno vuole la morte e la distruzione. Ma la morte e la distruzione esiste su questo mondo, come esistono gli egoismi umani e tutte le altre belle qualità proprie del bipede Uomo.

La cosiddetta Casa delle Libertà si sta preparando a scalzare la maggioranza del momento sulla base di un titolo di maggiore fedeltà all’Alleato americano. Non diventano per questo più chiare le ragioni per le quali dobbiamo stare nello scacchiere mediorientale. Evidentemente dobbiamo annetterlo alle terre dell’Impero. Mi ha impressionato la visita in America della Merkel, dove ha proposto l’idea degli Stati Uniti d'America e d'Europa, progetto caro a Marco Pannella. Nel mio vocabolario si tratta di una sostanziale annessione territoriale dell’Europa agli Usa. Non mi preoccupo qui delle miserabili formule dei giuristi positivisti che tranquillamente accettano l'idea che un bombardamento distruttivo quale mai si è visto nella storia sia l’equivalente dei razzi lacrimogeni delle “operazioni di polizia”. Questa scienza giuridica imbastardita non ci è di nessuna utilità e non merita nessuna considerazione, anche se proliferano le cattedre dalla quali si insegnano simili aberrazioni. Lo spettacolo che offrono i nostri politici che siedono in parlamento è il colmo dell’indecenza. Non si deve distinguere fra destra, centro, sinistra, sopra, sotto: sono tutti omologhi. Le loro contrapposizioni sono apparenti. Si tratta di una stessa oligarchia che amministra nel suo principale interesse le risorse pubbliche di tutti quei cittadini che non possono sottrarre all'avidità governativa i loro magri guadagni, spesso insufficienti per poter vivere.

È da chiedersi quanto il sistema potrà reggere e durare nel tempo. I progressi della medicina non hanno ancora sconfitto il cancro, ma consentono di sopravvivere più che per il passato. Credo che si possa paragonare il nostro ceto politico ad un cancro che ci divora giorno per giorno. Non resta che sperare nello Stellone d’Italia, a meno che i cittadini non sappiano uscire dal loro torpore e cercare nuove forme di aggregazione politica e nuova rappresentanza o meglio fin dove possibile forme di democrazia diretta.

giovedì, marzo 22, 2007

Lo scoppio delle contraddizioni

Dalla Rassegna Stampa di radio radicale, che ho ascoltato per due volte, trovo una conflagrazione di contraddizioni che hanno radici nel tempo. I miei criteri di analisi mi consentono una sufficiente chiarezza. Si tratta però di criteri non ammessi dalle posizioni ufficiali e dominanti. I miei punti di vista sono già stati espressi nei miei articoli precedenti e vengono ogni volta riformulati su casi specifici quando se ne presenta l’occasione ed io trovo il tempo e la voglia di lanciare un grido nel ciberspazio, dove bene che vada trovo quattro lettori. L’esprimersi è un bisogno della mente e del pensiero. Il plauso è un aspetto diverso, secondario, ininfluente.

Il già ministro Martino, figlio di un fu ministro, ha parlato di onore, intendendo il mantenimento di un vincolo di vassallaggio contratto con la sconfitta bellica del 1945. Il nostro paese di onore non ne ha mai avuto perché non sa e non può sapere cosa sia l’onore. Perché la categoria concettuale dell’onore sia possibile altro dovrebbe essere il sistema politico ed il complesso delle sue istituzioni. Un episodio reale vale qui la pena di essere raccontato. Un alto funzionario di un paese europeo stava per essere gratificato di un’alta onorificenza al termine di una vita di servizio. Il personaggio, nobile di alto lignaggio, che non aveva peli sulla lingua rifiutò l’onorificenza, tacciando di “maiale” chi gliela voleva conferire. Il suo argomento: tu che sei stato un disertore e che per le vicende fortunose della politica politicante sei salito ai vertici dello Stato, pretendi di dare proprio tu a me una onorificenza? A me che stavo sul campo di battaglia pronto ad affrontare la morte, mentre tu scappavi? No! Da te non può venire nessun onore, ma solo disonore ed infamia. In forme diverse il rifiuto si ripeté in un’altro caso a me noto e non riportato nei libri di storia: non mi si deve nessuna onorificenza, giacché in tutta la mia vita di servizio non ho fatto altro che il mio dovere. Si voleva opporre lo stesso sostanziale rifiuto, ma senza la motivazione suina. Non credo che il già ministro della difesa e degli esteri Martino, noto liberoscambista, sappia cosa sia l’onore e perciò ne parli a sproposito. Meglio se parla della teoria del libero scambio, ma lasci stare l’onore. Non è materia sua. Io me lo ricordo personalmente come brillante assistente di economia internazionale, ma non come maestro di etica politica: non andavo da lui a lezione per quest’altra materia. Mi correggo. Ho il pessimo difetto di riuscire polemico anche quando non lo voglio. Mi correggo dicendo che il ministro Martino (nome comune a molti miei parenti) ha una sua peculiare concezione dell'onore che non corrisponde alla mia: ormai, in questo nostro paese diviso, non ci si può trovare concordi neppure sul significato di tanti termini ricorrenti nel lessico politico: onore, pace, guerra, nemico, amico, uguaglianza, libertà, democrazia, ecc. Peggio di così non potevamo stare!

Le contraddizioni che scoppiano sono numerose e l’una collegata all’altra, producendo una conflagrazione che penso eserciterà ulteriori effetti sugli eventi politici-istituzionali in corso. Provo una rapida e schematica elencazione: perdita del senso dell’unità politica e dell’identità politica; estinzione del popolo italiano; incapacità di distinguere fra amico e nemico; disfatta del 1945 gabellata come liberazione; vassallaggio come articolo unico e fondamentale della costituzione italiana; guerra di invasione e colonizzazione del Medio Oriente, cui si vuol riservare la stessa “liberazione” inflitta all’Europa; Israele come avamposto militare degli Usa; oligarchia dei sistemi “democratici” europei; Stati fantocci come il regime di Kabul e quello di Bagdad; il problema dell’Atomica in possesso di Israele; mancanza di sovranità interna ed esterna dello Stato italiano. E qui mi fermo, ma l’elencazione è meramente esemplificativa. Va aggiunto a conclusione dell’elenco il principio logico: inter pacem et bellum nihil intermedium. Esiste o la guerra o la pace. Nulla esiste in mezzo. I nostri politici insediati nelle stanze del potere, niente altro che un ceto corporativo con propri particolari e tangibili interessi, ci ammanniscono assurdità concettuali come “missioni di pace” o amenità come le “egide” dell’Onu o degli Usa.

mercoledì, marzo 21, 2007

Il ritorno di Mastrogiacomo: un derby con sangue.

Se posso dire ciò che penso senza dovermi sottoporre agli ipocriti cerimoniali di Stato per la scampata pellaccia di un incosciente devo dire che non ho apprezzato le immagini del Mastrogiacomo che usciva raggiante dall’aereo presidenziale con le braccia alzate come in genere si usa per esprimere gioia dopo una competizione sportiva o uno spettacolo televisivo a quiz con lauti premi. Che il “giornalista” Mastrogiacomo non abbia valutato quanto sarebbe stata più opportuna una maggiore compostezza nell’esposizione della sua prima immagine ripresa dalle televisioni di regime, dopo lo scampato pericolo e la sua liberazione a caro prezzo, mi induce a pensare che non abbia appreso nulla durante i suoi quindici giorni di prigionia, dove è finito sgozzato il disgraziato che suppongo per qualche lira si era messo al suo servizio. Per non parlare degli altri di cui poco si sa e poco è detto. Almeno il ricordo fresco dello sgozzamento davanti ai suoi occhi di quel disgraziato avrebbe dovuto imprimere qualche segno di mestizia nei suoi muscoli facciali. Si è lasciato tutto alle spalle. È tornato dai suoi cari, le cui nudità del fondo schiena abbiamo potuto osservare in diretta televisiva. Eppure si tratta di un professionista della comunicazione mediatica: neppure il suo mestiere conosce bene!

Mi chiedo, andando in Afghanistan, non gratis ma con ricco stipendio, quale notizia pensava di poter portare a me quisque de populo? Ho bisogno di essere illuminato da lui su ciò che succede in luoghi dove non sono mai stato in vita mia e dove probabilmente non vi metterò mai piede, anche se i miei corrispondenti da luoghi per me inaccessibili ricevo inviti a recarmi ora in Nepal, Gerusalemme, etc. Nella mia presunzione credo che un Daniele Mastrogiacomo in nulla possa accrescere il patrimonio delle mie conoscenze. Poteva pertanto astenersi dal recarsi in luoghi pericolosi, coinvolgendo tutti noi con la sua sguaiata incoscienza. Non ho apprezzato le manifestazioni di una gioia egoista e cinica. Il mio pensiero va al morto sgozzato, di cui ignoro il nome ed il volto. Il mio pensiero va ai suoi parenti, non italiani ma appartenenti alla specie umana, che davanti all’ospedale emergency ne reclamano il corpo: le autorità italiane e i fantocci di Kabul neppure delle spoglie di un morto si son presi la pena. Quando si parla di civiltà e di pace io non credo di intendere con questi termini la stessa cosa di cui continuamente parlano i nostri politici ed i “loro” giornalisti.

Talebani si, Talebani no.

La politica interna e internazionale si va facendo sempre più ingarbugliata. Le parole escono dalla bocca di quanti hanno pubblica risonanza, ma ciò non significa che le cose siano più chiare e convincenti quanto più autorevoli sono le bocche che pronunciano verbo. Anzi capita più spesso il contrario: quanto più è la fonte tanto meno appare credibile. Il detto anarchico secondo cui i governi abitualmente mentono trova nella nostra epoca il suo più evidente inveramento.

Dei tanti problemi ingarbugliati ne isolo qui uno solo. Da quando gli uomini usano farsi la guerra, e cioè dalla notte dei tempi, gli uomini si uccidono a vicenda senza particolari regole da osservare. La principale uccidere anziché farsi uccidere. Con il tempo e l’incivilimento si è tentato di disciplinare la guerra più per reciproco interesse che non per bontà d’animo. La ragione dice che la più sicura garanzia della vita è la pace, ma se questa proprio non è possibile, allora diventa necessaria la guerra, che non è una partita di calcio, ma un evento la cui conclusione è la morte o la debellatio di uno dei contendenti.

Non per altezza di ingegno, ma soltanto per buon senso alleggerito dai paraocchi dell'ideologia e dei pregiudizi, un politico di governo (Fassino) ha detto che in un aspicabile tentativo di far pace, bisognerebbe invitare innanzitutto le parti che la guerra la fanno. Immaginate la celebrazione di un matrimonio dove compaiono tutti eccetto gli sposi. Fassino ha perciò detto che i principali soggetti della guerra (di invasione) sono i cosiddetti talebani, o meglio i senza nome che però hanno già sconfitto i russi e tutti quelli che in passato si sono avventurate in un territorio segnato dalla carta geografica con il nome di Afghanistan. Sono gli stessi, ovvero i discendenti, che ora tengono in scacco la superpotenza Usa che in base al trattato Nato ci hanno ambiguamente trascinato fin lì, armati di tutto punto, ma in missione di pace. Ho sentito ieri il rappresentante di emergency che è rimasto allibito di fronte alla cifra per il finanziamento puramente militare (cartucce, polvere da sparo e e su a salire) della “missione di pace”: con quei soldi potrebbe riempire la terra di ospedali per tutti i feriti di guerra, non importa di quale parte e bandiera!

La levata di scudi contro il povero Piero Fassino è stata quasi unanime. La pace sì, ma con i talebani non si parla. Non giova osservare che la guerra i talebani la fanno ed al momento dimostrano di essere i più forti, tenendo in scacco gli Usa e facendo fare agli italiani una pessima figura con la vicenda del giornalista di Repubblica, Mastrogiacomo, il cui nome mi era prima del tutto ignoto, ma non ricordo che mai abbia potuto illuminarmi su ciò che succede nel mondo. Per saperne di più e meglio di quanto lui possa raccontarmi su Repubblica, che non compro in edicola, mi basta mettermi in chat line con i miei corrispondenti di tutto il mondo, con i quali comunico oltre che in italiano in un passabile inglese, tedesco, francese, spagnolo. Il giornalismo tradizionale dei corrispondenti non ha più la stessa indispensabilità di un tempo. Anzi vi sono spesso fondati motivi per diffidarne, potendo ritenere che le loro notizie sono comunicate dai governi per loro interessi di propaganda di guerra. Quel giornalismo credo sia finito e non lo rimpiango. Da Sgrena a Mastrogiacomo l’unita italica etica che si è chiaramente delineata è la filosofia della pellaccia al di fuori di ogni altro contesto di solidarietà politica, concetto estraneo a governi che non hanno soggettività e dignità politica. Ma è altra materia. Adesso cerco di chiudere la mia riflessione sui talebani e di tornare poi al mio proprio lavoro.

Si dice che i talebani siano dei “terroristi” e con i terroristi non si tratta, anche se hanno il potere di darci la morte. Ci uccidono e non esistono. Rapiscono i nostri giornalisti di regime, ne ottengono il riscatto richiesto, ridicolizzano i quattromila militari armati di tutto punto e di stanza in “missione di pace”: non una pace con in mano crocefissi e ramoscelli di ulivo, ma le sofisticate armi moderne di distruzione. In quattromila non sono riusciti a proteggere un giornalista di regime, che non avrebbe riportato a casa la sua pelle senza la mediazione di un soggetto extragovernativo: emergency. Vale a dire un ospedale che se deve curare un talebano ferito non gli dice: no, tu no! Non esisti! E quindi sei già morto.

Ho sempre trovato ambiguo ed inconsistente il termine “terrorista”. Cosa significa terrorista? Chi è il terrorista? Sono tutti uguali i terroristi cui viene dato questo nome? I governi stesso possono essere terroristi e fare politica terrorista? Clemente Mastella è un terrorista quando minaccia di galera un innocuo ed inerme professore che armato magari solo di penne d'oca pensa di scrivere un libro su temi coperti da interessi di regime? Credo che il merito di Piero Fassino sia di aver posto interrogativi non già ai suoi colleghi di governo che sono parte interessata al nascondimento delle tante verità nascoste del nostro tempo ma ai più ingenui cittadini che vengono in tal modo raggiunti attraverso i grandi mezzi di diffusione. Si instilla nella loro testa un germe di dubbio e di riflessione che può fruttificare nel tempo.

In realtà, la politica della Superpotenza, che abilmente nella guerra dei Trent’Anni (1914-1945) ha definitivamente tolto dal gioco politico le piccole potenze europee, mira alla creazione di Stati fantocci, detti democratici, con i quali trattare. Pertanto, alla conferenza di pace dovrebbero partecipare tutti le potenze più o meno interessate (il governo fantoccio di Kabul, Pakistan, Iran, Russia...) i quali dovrebbero trovare il loro accordo nel mettersi contro il contendente assente, che per definizione non esiste, cioè i talebani. Dunque, non una conferenza di pace, ma una nuova allenza di guerra contro un nemico ignoto, inafferrabile, innominabile.

domenica, marzo 18, 2007

La "promozione globale della democrazia" come nuova forma dell'imperialismo

Una breve nota di commento a Daniele Capezzone che ha appena terminato la rassegna stampa domenicale di Radio Radicale. Di Capezzone apprezzo molte posizioni e mi dispiace il processo di emarginazione (mi pare) all’interno del partito radicale. Non apprezzo però la posizione filoisraeliana come se Israele con la forma di regime fosse di per sé un argomento per legittimare e giustificare un processo di occupazione ed invasione analogo a quello dei coloni americani sulle terre un tempo abitate dagli indiani. In uno stesso anno, il 1840, l'Inghilterra enunciava con Palmerston la teoria del focolare ebraico per demolire l'Impero Ottomano. All’Estremo Oriente si serviva della guerra dell’oppio per ottenere un'analogo risultato con l’Impero cinese. Ebrei ed oppio gli strumenti per ottenere un risultato politico, che ha avuto successo solo in Medio Oriente. Prima con gli inglesi poi con gli statunitensi a me pare di tutta evidenza una strategia imperiale che per essere accettata e autolegittimarsi si propone nella forma della “esportazione globale della democrazia”.

È un argomento debole per il fatto che è già problematica la nozione di democrazia. Lo stesso Pannella con l'abituale acume parla per l'Italia di “oligarchia” mascherata di democrazia. Un’ampio campo di analisi ed esemplificazione potrebbe qui farsi, ma il mio commento ha da essere breve, come ho esordito. E lo diventa dicendo che ad ogni popolo, ad ogni paese, deve essere lasciata la libertà di evolversi come meglio crede ed è mera presunzione il credere che la forma di regime dentro la quale noi oggi diversamente soffriamo oppressi dai moderni detentori del potere sia il massimo della felicità terrena. Ai popoli è lecita e necessaria la difesa quando viene attaccato dal suo vicino, ma il suo ingerirsi nell'altrui forma di governo è già un atto di guerra.

L’Occidente ha investito su Israele come grimaldello per scardinare tutta la civiltà mediorientale ed approfitta di una momentanea inferiorità tecnologica del mondo arabo. Ne vuole sfruttare il vantaggio finché ne ha il tempo. Ma come insegna la Cina questo gap è facilmente colmabile. Un disegno politico lungimirante che i nostri politici, vassalli e interessati soprattutto alle loro poltrone, non hanno e non possono avere indurebbe a costruire solide basi di pace con tutto il mondo arabo, abbandonando Israele al suo destino di invasore inviso ed inaccettato dalle popolazioni originarie delle terre occupate o assegnate da Inghilterra e Usa. Prevedendo nuove accuse di antisemitismo aggiungo: al destino che loro compete come a noi compete il nostro destino che è diverso dal loro. Esistono dei precedenti storici: l’unità geopolitica del mondo romano che per oltre mille anni aveva assicurato ordine, pace, civiltà, e che stando al giudizio di Mommsen fu dissolto proprio dall'elemento giudaico. Non sposo la tesi di Mommsen, ma penso che sia preferibile una politica di pace, di allenza e cooperazione con il mondo arabo e mediterraneo che non una politica di affiancamento agli Usa, che non si accontentano più della sola America ma vogliono il mondo intero da plasmare a loro immagine e somiglianza, quando loro conviene e da lasciare nel sottosviluppo e nella dittatura oppressiva, sempre quando loro ritorna utile.

sabato, marzo 17, 2007

Buttiglione: il laico è lui!

Stavo curando a questo computer il mio blog di lingua tedesca. Sapendo quanto amo Buttiglione, sono stato chiamato nell’altra stanza dove alla tivvù veniva servita al telespettatore un’altra intervista al “filosofo” Buttiglione. Per la verità, non mi aspetto novità o cose nuove da Rocco Buttiglione. Il percorso della sua vita e della sua carriera nonché del suo “pensiero” era segnato ancora prima che nascesse. È semplicemente disarmante: con chi ha il dono della Fede vi è poco da discutere. Mi ha fatto cascare le braccia la sua ennesima battuta: laicisti sono quelli che vorrebbero che i i vescovi stessero zitti, mentre un esempio “sano” di laico è proprio Buttiglione, che vuol essere preso sul serio in quanto cattolico. Dei cattolici non si può fare a meno nella nostra vita. Tutta l’umanità che è vissuta prima del cattolicesimo è stata orbata di un simile conforto e di una simile fortuna. Il buon Rocco non trae le non previste e gradite conseguenze dall’insegnamento del suo e ahimé anche mio maestro Augusto Del Noce, che aveva ben chiaro che l’assenza dell’ateismo moderno, o meglio del rifiuto del cattolicesimo, è proprio il rifiuto dell’idea del peccato. Questa idea persiste solo perché i vescovi (e Buttiglione) non hanno altro da dirci se non che siamo peccatori e che solo loro hanno il potere di “salvarci” con i loro sacramenti che ogni anno costano al contribuente italiano cifre astronomiche. Bontà sua, il buon Rocco quando mette “contro natura” gli omosessuali, li riscatta subito dopo dicendo che siam tutti peccatori, Rocco compreso, anzi Rocco è “più grande” peccatore, giacché Rocco non può essere che sempre “grande”. Ma caro Rocco, lasciati dire che l’idea del peccato e del peccatore è una tua incrostazione culturale in quanto “cattolico”: ci campi e pure bene! Non per discriminarti, ma se uno ritiene piuttosto antiquata ed assurda questa idea, potrai proporti quanto vuoi come cattolico, ma è difficile che tu possa apparire interessante se non per quei vescovi con i quali i “laicisti” hanno poco a che fare ed ai quali certo non vogliono impedire di parlare, ma dal cui invadente e onnipresente eloquio hanno pur il diritto di difendersi: vana speranza di poter essere lasciati in pace. La stessa distinzione fra laico e chierico è purtroppo il retaggio di una presenza fondamentalista e integrale del potere cattolico, per cui se non si era “preti” non si poteva essere altro che “laici”. Il vocabolario non lasciava margini. Tu caro Rocco, sei laico solo perché non hai la tonaca del prete, ma poco ci manca: la tonaca tu la porti nella tua testa. Penso alla tua bella pretesa di occuparti dei diritti civili degli omosessuali, dicendo che li consideravi “peccatori” e “contro natura” ma che potevano sentirsi garantiti dalla tua bontà d’animo e dalla tua cristiana magnanimità. Caro Rocco, stai tranquillo, non vi è nessun rischio che tu con la tua laicale e vescovile presenza possa scomparire dalla nostra vita: ci accompagnerai fino al capezzale e oltre!

venerdì, marzo 16, 2007

Sulla sorte di Daniele Mastrogiacomo

Ho appena ascoltato le notizie dei telegiornali meridiani. Tutti abbottonati. Nessun vuol parlare o commentare. Intanto si è saputo che è stato ucciso l’autista afghano di Mastrogiacomo. Bruttissimo segno che non lascia presagire nulla di buono. Si è anche saputo che è stata concessa dai talebani una tregua rispetto all’ultimatum. Sento dire che la richiesta dei talebani sarebbe il rilascio di un certo numero di prigionieri talebani. Dunque, qualcosa di diverso rispetto alla richiesta di un data per il ritiro delle truppe italiane. Se la liberazione dei loro compagni fosse la loro principale richiesta, potrebbe esservi una qualche speranza per il giornalista sequestrato. Ma si tratta appunto di sapere cosa vogliono. Il fatto che Mastrogiacomo non sia una spia, ma un giornalista esemplare e scrupoloso nel suo lavoro, a me non pare possa fare differenza da un punto di vista talebano. Per i media italiani un talebano è sempre e soltanto un talebano. Se lo scopo è di combattere una guerra mediatica in una situazione interna critica come quella italiana, credo che i talebani possono ancora condurre il loro gioco, se sono informati appena un poco informati sulle cose politiche italiane, sulla tenuta della maggioranza e sull’effettiva informazione dell’uomo della strada. Le persone da poter sequestrare sono potenzialmente innumerevoli. Ed ogni volta potranno rivolgersi direttamente al popolo italiano, cioè a quella gente che vota e manda in parlamento persone che decidono spesso all’oscuro e all’insaputa e a dispetto dei loro elettori: appunto quella cosa che chiamano democrazia. Anche io voglio astenermi da ulteriore commento.

giovedì, marzo 15, 2007

Chiarimenti di De Michelis a casa Santoro

Ho visto la trasmissione di Michele Santoro, appena terminata. Di interessante ho trovato una precisazione di De Michelis, già ministro degli esteri nel tempo che fu. De Michelis ha chiarito che le ragioni per cui le truppe italiane si trovano in Afghanistan discendono da un’interpretazione e applicazione del trattato Nato, non già dall’egida dell'Onu, secondo quanto ama dire D’Alema. La NATO è un’alleanza militare che scatta quando un suo membro è aggredito da un paese terzo. Dopo l'11 settembre si è considerato che gli Stati Uniti siano stati attaccati militarmente dall’Afghanistan, in quanto ospiterebbe i terroristi, cioè sarebbe uno dei famosi “stati canaglia” contro i quali è lecita una guerra preventiva. La tesi dell’obbligo discendente dal trattato contrasta con la tesi della missione umanitaria sotto l’egida dell’Onu, tanto cara a un D’Alema. In quanto italiani che pensano la politica sulla base di ciò che è dato loro sapere non possiamo non sentirci presi per i fondelli da maggioranza e opposizione. Questa è la democrazia di cui menano vanto i nostri politici: una presa per i fondelli.

A me sembra una bella forzatura del Trattato, istituito in un’epoca in cui erano gli Stati in quanto tali a poter fare una guerra. Nessuno può dire che armate talebane siano giunte in America per portarvi un'aggressione, mentre gli Usa con questo sistema possono fare la guerra a tutto il mondo e costringere i suoi alleati ad entrare essi pure in guerra. È facile dire che uno Stato ospiti questo o quel terrorista. Del resto, la sovranità nazionale è stata abbondamente calpestata dallo libero scorazzamento degli agenti CIA che operano come in una terra di nessuno. Sempre da Santoro, in chiusura di trasmissione, vi è stata la testimonianza di un infermiere napoletano accoltellato in una discoteca da un marines, inizialmente arrestato dalla polizia italiana, poi avocato dalla giurisdizione militare americana e quindi prosciolto. Ho appreso che di base americane ne esistono oltre cento in Italia. Se non erro, ho letto che ne esistono di note poco più di 700 nel mondo. Quindi un settimo si troverebbero solo in Italia.

Nel frattempo il telegiornale della notte ha diffuso un altro drammatico appello del giornalista rapito. La richiesta talebana è chiara e non lascia margine di trattativa alcuna: chiedono una data per il ritiro delle truppe italiane. Il governo italiano e neppure l’opposizione intendono ritirare le truppe. Se la logica ha una sua consequenzialità ed i fatti sono quelli da me riferiti, la sorte dell’italiano è segnata. D’Alema ha chiesto in pratica il silenzio stampa. Appunto, il giornalista Mastrogiacomo deve morire senza clamore e senza far notizia. Povera Italia, afflitta dai suoi governanti e dai suoi politici, uniti in una comune cupidigia di servilismo. Altro che bipartitismo e alternanza!

Note di costume. Il modello americano del credito al consumo?

Una volta tanto voglio trattare un tema leggero, lontano dalla tragicità delle guerre. Alla fine trarrò la morale della favola, che non è favola ma un piccolo fatto assolutamente veritiero. Evito di fare nomi e cognomi perché non voglio colpire le persone, ma fustigare pratiche commerciali scorrette. La storia rientra nel capitolo della tutela del consumatori. Esistono associazioni apposite volte allo scopo, ma è poca cosa di fronte ad una scorrettezza diffusa nel sistema commerciale italiano, dove il povero consumatore italiano paga le stesse cose e gli stessi servizi più cari che in altri paesi europei. Il fatto è abbastanza noto e se ne parla spesso. Bersani con il suo famoso decreto e le sue “liberalizzazioni” ha inteso incidere nel settore.

Il fatto dunque. Avevo un vecchio televisore Grundig acquistato circa venti anni fa. Ho deciso di sostituirlo per raggiunti limiti di età e funzionamento. La mia scelta già da diversi mesi si era orientato su un televisore Samsung da 26 pollici, cioè cinque pollici in più rispetto al mio vecchio glorioso Grundig. Questa settimana, di rientro dalla Calabria, dove ho portato il vecchio Grundig, mi decido per l’acquisto programmato. Con mio stupore trovo che ad un prezzo inferiore era appena uscito un Samsung da 27 pollici ad un costo per giunta inferiore. Il vecchio modello veniva offerto in un grosso negozio di viale Marconi ad un prezzo scontato ma pur sempre superiore al nuovo modello da 27 pollici, che aveva le stesse caratteristiche tecniche del 26” ma con un pollice in più. Dapprima indeciso tra i due modelli chiedo lumi al giovane commesso, addetto al reparto televisori. Mi diceva che il 26 pollici era più robusto e sarebbe durato di più nel tempo. La risoluzione, il suono e simili le stesse, ma la robustezza era maggiore. Io sono portato a credere che chi vende un prodotto abbia almeno una certa conoscenza di ciò che vende. Sbagliato. Intanto il primo problema era la corrispondenza in centimetri di un pollice. Per il giovane commesso era di un centimetro e mezzo. Io sapevo 2,54 cm, ma ho voluto dar credito al professionista della vendita. Ritorno a casa per guardare su una garzantina e leggo 2,54 cm. Ritorno dal commesso e gli riferisco il responso dell’Enciclopedia. Non ammette di essere incorso in un errore di ignoranza e in modo salomonico quasi fa intendere che sia sbagliata l’Enciclopedia o che esistano altre corrispondenze fra pollici e centimetri, per cui una volta è un centimetro e mezzo, altre due o tre o cinque. Se di ignoranza si tratta, ho verificato che è condivisa anche dal Capo, che non ha voluto rispondere a espressa eplicita domanda: a quanti centimetri corrisponde un pollice? Non sa rispondere e si sottrae alla domanda. Procedo all’acquisto, giudicando che il 26” era ormai un prodotto obsoleto che usciva di produzuione sostituito dal modello 27”. Avrei pagato i 15 euro chiesti perché il tutto mi venisse portato a casa. Considerato che non era previsto il montaggio e la messa in funzione dell’apparecchio, che dovevo aspettare un paio di giorni, che il peso dell’apparecchio era leggero, che dovevo appena girare l’angolo di Viale Marconi con via Blaserna, decido di portarmi io a casa l’apparecchio e di pagarmi con i 15 euro così risparmiati una cena sociale che avevo per la serata. E fin qui niente di eccezionale se non l’ignoranza del venditore che non sapeva o sapeva male la corrispondenza fra pollici e centimetri, oltre al suo tentativo di rifilarmi ad un prezzo maggiore un prodotto obsoleto.

Aiutandomi con il libretto di istruzioni risolvo vari problemi connessi al primo funzionamento dell’apparecchio. Torno più volte a chiedere lumi, ma i ragazzetti non ne sanno abbastanza e mi consigliano pure male. Compro da un negozio davanti una presa scart e risolvo il problema. Ritornando il giorno dopo trovo che anche il 27” pollici veniva ora offerto con lo sconto del 10 per cento. Come per scherzo chiedo al direttore commerciale se avvalendomi del diritto di recesso, diverso dalla garanzia, potessi restituire il prodotto, imballato, per poi ricomparlo subito dopo con il dieci per cento di sconto. Il direttore commerciale, dapprima nega questa teorica possibilità di restituire il prodotto avendo indietro i soldi spesi. Poi mi spiega che il dieci per cento di sconto è valido non per chi compra in contanti, ma per chi si avvale di un finziamento, cioè di credito al consumo. E qui vengo infine all’oggetto del mio discorso.

So per averlo sentito che in America è diffusissimo questo genere di credito. Anzi sarebbe collegato a questo fenomeno la recente caduta dei titoli di Wall Street. Intorno al fenomeno prospera una giungla di finanziarie e gli americani pare non si facciano scrupoli di comprare con soldi che non hanno cose alquanto futili come un televisore. Nella mia saggezza contadina non ho quasi mai voluto comprare alcunché a rate o a credito. Nè ho mai voluto contrarre mutui. Sapevo per esperienza che comprando in contanti avrei anche pagato di meno. Invece il grosso rivenditore di viale Marconi mi spiega che se voglio pagare il dieci per cento in meno mi devo avvalere dei servizi di una finanziaria, da me sempre evitate come la peste e gli usurai, forse con eccessivo pregiudizio. Manifesto il mio stupore e la mia protesta non è per qualche decina di euro, ma per una pratica commerciale che giudico assolutamente scorretta e lesiva per i consumatori. I miei sospetti vanno anche oltre, ma non li esterno se non con qualche brontolio generico ed incomprensibile.

Voglio cercare anche una controprova. Attraverso la strada e vado ad un negozio concorrente di fronte, meno grosso in esposizione di metri quadrati, ma a prima vista più serio. Lo stesso prodotto avrei potuto comprarlo in contanti a 675 euro anziché 699, ma soprattutto ottengo la risposta giusta. Sanno dirmi a quanti centimetri corrisponde un pollice e mi confermano che il modello a 26” è ormai obsoleto e fuori produzione. La mia stizza non è per la differenza di prezzo che avrei potuto risparmiare. So per esperienza che per spuntare il prezzo migliore devo confrontare le migliori offerte di almeno cinque o sei rivenditori. Questa volta non avevo voglia di girare ed avevo promesso in casa che avrei comprato in breve tempo un nuovo televisore. Il fatto increscioso è la pratica del credito al consumo, forse secondo un modello importato dall’America, ma a mio avviso pernicioso sul piano sociale. Un motivo di più per non essere incondizionati ed acritici ammiratori di tutto ciò che è americano.

Non so se il puntiglio mi durerà ancora domani mattina, inducendomi a restituire il prodotto, a pretendere la restituzione di 699 euro, quindi a riacquistare lo stesso prodotto a 675 euro nel negozio di fronte. Già altre volte, ad esempio per l’acquisto di una piccola Canon, ho notato una consistente differenza di prezzo e saggiamente ho acquistato altrove. Di certo, anche se dovessero offrire i loro prodotti ad un prezzo più basso (non c'è questo rischio!) non comprerò neppure una pila in un negozio, la cui pratica e perizia commerciale giudico scorretta a dir poco. Si parla in modo non infondato di una povertà diffusa seguita all’introduzione dell’euro. Pensando alla “finanziaria”, grazie ai cui artifici il negoziante offre il 10 per cento a meno lo stesso prodotto se pagato a rate anziché in contanti, temo le prevedibili degenerazioni del sistema ed il rischio sociale. Se non avessi avuto il contante per una spesa futile come un nuovo televisore, sarei andato avanti per altri venti anni con il mio vecchio Grundig. Adesso scopro che mi conviene indebitarmi. In realtà credo che un “sano” commercio avrebbe potuto ben vendermi in contanti al venti per cento in meno un prodotto che ha deciso di vendere solo a credito scontato al dieci per cento se comprato tramite una finanziaria. Questa è un’economia drogata sulla quale mi auguro che Bersani sappia rivolgere la sua attenzione.

Invio questo post alle varie Associazioni di consumatori con riserva di fornire più precise indicazioni e di fare ulteriore inchiesta… Ho appena terminato di parlare con il legale della grande catena di negozi di elettronica, da cui ho comprato il mio Samsung da 27". Gli ho spiegato in premessa che mia intenzione non è di fare una pubblicità negativa alla rete di vendita. Mi basterà individualmente non comprare più nulla nella rete in questione, tanto più che ho potuto verificare in altre occasioni come i prezzi non siano affatto i migliori del mercato. Mi sono fatto portatore di un interesse generale e chiedevo conferma di un fatto per me patologico e socialmente dannoso. Ho quindi ricevuto autorevole conferma del fatto che uno stesso identico prodotto nello stesso identico giorno sullo stesso identico scaffale viene a costare il 10 per cento in meno se acquistato a credito anziché in contanti. In pratica, chi acquista in contanti è penalizzato rispetto a chi acquista a credito. Le fiinanziarie (mi è stato fatto il nome della Findomestik) sono notoriamente delle istituzioni di beneficenza che hanno a cuore il benessere delle famiglie italiane e pertanto concedono i loro servizi perché gli italiani possano acquistare gli elettrodomestici di cui hanno bisogno nelle loro case. Resterebbe da approfondire come le finanziarie possano guadagnarci malgrado i loro servizi di beneficenza. Ma questa è altra storia. Il sistema pare sia alquanto diffuso. Non me ne ero accorto per il fatto di non servirmi abitualmente di finanziarie, di cui non voglio necessariamente pensar male. Scopro tuttavia di essere penalizzato in quanto consumatore che si concede il “lusso” di voler pagare in contanti e si ostina a non voler accedere al credito, se non in condizioni eccezionali non disponendo di propri contanti.

Per eventuali ulteriori approfondimenti di questo articolo rinvio al mio blog sulle questioni economiche, ancora assai poco sviluppato: Oikonomia. La risposta avuta dal Legale della grossa catena distributiva è stata: così fan tutti! Io sono rimasto ai tempi antichi della civiltà contadina. Vi è perciò molto da aggiornarsi sul mondo moderno e sulla sua economia.

La strategia mediatica della diversione

Solo qualche raro articolo di stampa richiama l’attenzione degli italiani sull’imminenza dell’entrata in guerra in cui sta precipitando la nostra unità geopolitica sintetizzata con il nome Italia: Battaglia tra italiani e talebani. Appena sentii la notizia del giornalista italiano rapito in Afghanistan e quella successiva dell’ultimatum con cui gli afghani chiedevano il ritiro delle nostre “truppe di pace”, mi sono fatto una mia rappresentazione degli eventi reali e mediatici che ne sarebbero seguiti. Intanto la notizia non doveva trovare risalto nell'apparato mediatico italiano, non perché ubbidisca ad un Goebbels che detta i più minuti dettagli di ciò che deve essere comunicato. Più efficace è la distribuzione policentrica e “democratica” con cui gli organi deputati alla “formazione” e all’espressione della cosiddetta opinione pubblica stabiliscono di volta in volta i superiori interessi di regime e di governo. L’autocensura è di gran lunga più efficace della censura. Chi lavora in un giornale della carta stampata sa da chi riceve il proprio stipendio, vuol fare carriera nella politica ed ha un suo partito di riferimento, nelle cui liste si trova spesso candidato dopo aver dismesso i panni del giornalista. Molti politici di primo piano hanno per loro titolo professionale la sola qualifica di “giornalista”.

Insomma, io mi sono immaginato che il giornalista di cui ieri ho potuto vedere il filmato non avrà la stessa attenzione riservata dall'allora governo Berlusconi alla giornalista Sgrena, che si era tra l’altro messa in pericolo lei stessa e cacciata nei guai in ostilità al governo Berlusconi. Ci rimise la pelle il funzionario Calipari. La sua vedova, credo per meriti vedovili, si trova ora in parlamento, con pensione assicurata per la sua vecchiaia. Nessuno mi toglie il sospetto che il governo abbia sganciata soldi ai rapitori della Sgrena: i governi mentono ordinariamente per ragioni di Stato. Dagli Alleati Usa siamo stati umiliati in tutti i modo possibili, ma ancora sono in molti (a destra, centro, sinistra) a professare la retorica della fedeltà, della democrazia, della liberazione, della pace, dell'Onu e della sua miracolosa “egida”, ecc. Il giornalista di “Repubblica” (mi auguro di sbagliare!) è destinato a morire facendo meno notizia possibile. Ed in effetti in questi giorni la diffusione del filmato che lo vede prigioniero è sommersa da altre notizie: storie vere, presunte, futili di vallette e deputati; Putin e Cecenia; notizie economiche; Brambilla all’assalto, ecc.

Richiamare l’attenzione sulla minaccia di morte al giornalista italiano di “Repubblica” pronunciata dai Talebani (che non credo scherzino) e sulla loro richiesta di ritiro delle nostre “truppe di pace” dal suolo afghano significa far acquistare consapevolezza del problema al cittadino italiano, cioè a quel povero cristo che ogni giorno è alle prese con i problemi del vivere quotidiano. Altre volte nella sua storia il popolo italiano si è trovato coinvolte in guerre di cui poi non sapeva spiegarsi l’origine, il come, il perché. Spesso le grandi guerre sorgono come gli incendi da una piccola scintilla. Dopo diventano imponenti ed ingovernabili. Le loro conseguenze saranno sentite dalle presente e dalle future generazioni.

A malapena il governo in carica si è salvato al Senato dal voto di fiducia proprio su questione di guerra in Afghanistan. Il finanziamento della “missione di pace” (Ipocrisia che ci governa!) sarà di nuovo oggetto di votazione e la tenuta del governo sarà nuovamente messa alla prova se nel frattempo avranno ucciso il giornalista e se altre uccisioni dello stesso genere e con la stella motivazione seguiranno. Il centro-destra non ha mai fatto mistero del suo filoamericanismo che significa disponibilità a seguire i governi americani in tutte le guerre che intendono fare nel mondo. Per la sinistra basta che ci sia l'egida dell’Onu. È fittizia la contrapposizione fra centro-destra e centro-sinistra: vige il comune interesse oligarchico e trattasi di un ceto politico abbastanza omologato e con differenziazioni marginali, che possono alimentare dibattiti televisivi ma che non offrono ai cittadini vere alternative nella conduzione del Paese, di un paese che naviga come un battello senza timoniere.

lunedì, marzo 12, 2007

L’Afghanistan

Io dubito che se si chiedesse ad un cittadino che passa sul marciapiedi cosa sia l'Afghanistan e cosa ci stiano lì a fare 2000 soldati italiani egli sappia dare una risposta. Potrebbe ripetere le banalità che amministra la televisione di stato: la famosa egida dell'Onu, la difesa della verginità delle donne afghane, la missione di pace, l'instaurazione di una democrazia che manca a noi stessi, e simili. Aspetto che scoppi una contraddizione nel sistema mediatico a seguito del rapimento del giornalista italiano. Sembra vi sia una congiura del silenzio. Se ne parla molto meno che della vicenda Sgrena. Mi sembra ovvio il motivo. I talebani hanno posto un ultimatum: lo uccideremo se entro sette giorni non ritirete le vostre truppe. Fare propaganda sul rapimento del giornalista, significa richiamare una maggiore attenzione sui motivi della presenza militare dei nostri soldati in Afghanistan e compromettere la nuova votazione in senato sul rifinanziamento della missione con rischi di caduta del governo appena miracolato. Dunque muoia il giornalista di Repubblica, possibilmente in silenzio!

POSTO SCRIPTUM - Mi ero immaginato le cose che sono poi successe, secondo quanto ora si apprende.
Links:
– Mi ero immaginato tutta la storia



I balletti della politica

Sento di un tentativo di recupero di Casini da parte di Berlusconi. Il mio breve commento è l'auspicio che all’interno della società possano prodursi movimenti politici, non violenti, che superino i vecchi partiti incapaci di pensare ad altri che alla spartizione di poteri, prebende, privilegi, nella loro comune convinzione che il “popolo” non esista. E può anche essere vero…

Santa Madre Mastella di Calcutta

Mentre ero in Calabria, dove non dispongo di connessione internet, ho assistito alla trasmissione di Michele Santoro con Clemente Mastella. Chi legge questi miei articoli sa bene che non ho nessuna simpatia per Santoro, ma questa volta la repulsione per Mastella vince di gran lunga la mia antipatia per Mastella, che ripeteva lo stesso disco. Confutava i dati di Tramaglia sulla pedofilia dei preti in America, dicendo che la sua chiesa era quella di Santa Madre Teresa di Calcutta, comodo paravento dove si può nascondere un'altra madre: Santa Madre Mastella di Calcutta. Abbastanza ipocrita l'ambiguità con cui per un verso si diceva a favore dell'una parte, ma negava di discriminare l'altra. La risposta che gli si doveva era a proposito della sua insistenza sul diritto naturale. Il diritto cosiddetto naturale è una parte del pensiero filosofico che in oltre due mila anni di svolgimento non ha mai avuto carattere unitario. Vi si trovano posizioni contrapposte e non ha senso appellarsi ad esso come se fosse il codice civile vigente. Eppure Mastella si è detto filosofo, non già giornalista di provenienza professionale. Mah! Non esprimo nessuna solidarietà per Mastella, ma piena esecrazione e mi fa specie che a sua difesa si sia mosso Sandro Bondi. In Forza Italia non esiste dibattito. Uno pensa di poter parlare per tutti senza neppure sentirli. Altro che quattrocentomila tessere. Mastella è l'uomo della legge infame sulla negazione della libertà di pensiero e sulla libertà di ricerca. Solidarietà a Mastella e Binetti? Dio ce ne scampi e ce ne liberi!

sabato, marzo 03, 2007

Fiamma Nirenstein: la propaganda in cattedra

[Avvertenza. Mi sono accorto di un pasticcio. Pur scrivendo di getto l'intero testo, ho scritto in due diversi post. Parte del testo dedicato a Fiamma è stato scritto di seguito al post sul “velo islamico”. Appena me ne sono accorto, l'ho ritagliato e messo in aggiunta a questo post. Non ho tempo per rivedere il tutto, ma avverto che il testo deve considerarsi del tutto provvisorio e bisognoso di attenta rilettura. Ma anche con questa avvertenza considerata la specificità dell'editoria in progress dei blogs credo che possa utilmente venir licenziato, essendo motivi di urgenza]

Approfitto di una pausa pubblicitaria del programma Matrix per riaccendere il computer che avevo appena spento. Forte è infatti l'impulso a prendere posizione nel contesto di una trasmissione dedicata al libro di Ariel Toaf sulle “Pasque di sangue”. La prima notizia del libro ed anche di cosa fossero le ”Pasque di sangue” l’ho avuta mentre mi trovavo a cena con Giano Accame e altri amici. La mia ignoranza sull’argomento e Giano stava riferendo sulla recensione di Sergio Luzzatto che era apparsa proprio quel giorno sul Corriere della Sera. Lui l’aveva letta e ne parlava molto bene. Io non leggo abitualmente i giornali ed attingo in altro modo le notizie di cui ho bisogno. Può essere una forma di autodifesa considerando che più che una fonte di informazione sono in buona parte una fonte di manipolazione. E non esagero. Faccio un esempio. Mi ha sorpreso ieri sera dopo la trasmissione Matrix risentire subito appena avrei dovuto mettermi a dormire la stessa voce di Fiamma Nirenstein in una trasmissione notturna di Radio Radicale nel contesto di non so quale convegno, dove pressoché tutti gli oratori (Carlo Panella, un certo Israel, ed altri tutti che scrivono sul quotidiano di Giuliano Ferrara che io ho ribattezzato Il Volantino, quando per ben due volte si fece promotore di una manifestazione davanti all’Ambasciata dell’Iran in Roma. Sentii lo stesso Ferrara nella sua trasmissione televisiva rivendicare cpme un titolo di merito questa iniziativa di “informazione militante” ovvero di “corretta” informazione”. E mi ha pure sorpreso, come se mi capitasse di scoprire i collegamenti di una trama, che nella trasmissione notturna che ahimè mi ha rovinato tutto il sonno della notte proprio Fiamma Nirenstein elogiasse i grandi meriti di «Informazione corretta», diretta da un certo Pezzana o Cesana, il cui nome ricordo bene o male solo perché parecchi anni addietro dirigeva in Radio Radicale una trasmissione omosessuale, dove per non so quale motivo attaccava in modo pesante ed incivile il mio amico Giano Accame. Glielo riferii all'epoca e lui mi fece un quadro del personaggio. Lo stesso individuo è ora a capo di “Informazione corretta”, della cui esistenza mi sono accorto per aver creato un link sul mio post dedicato alla Leggenda dell’Olocausto. Naturalmente venivo subito bollato come un criminale antisemita e si creava un orientamento, una “informazione corretta” per lettori uno più coglione dell’altro che mi rovesciava insulti di cui non mi capacitavo. Scoprii la tresca perché fu un lettore a spiegarmi come ero stato messo alla gogna e mi aveva fornito il cappello di presentazione sulla quale quanti avevano la pulsione atavica e bestiale di scagliarsi addosso a qualcuno potevano trovare un bersaglio. Appena mi accorsi della manovra reagì come un Calabrese del Seicento ed anche adesso non dimentico i miei diffamatori. Fiamma Nirenstein ha salutato come collegata a una stessa rete di informazione militante la grande opera civile e meritoria di Informazione corretta. Il nome di Pezzana o Cesana l'ho sentito più volte e tutte queste iniziative sono fra loro collegate in un “sistema” dell'informazione. Nirenstein ha dato un'importanza assoluta all'informazione come strumento di guerra. Mi trova perfettamente d’accordo e mi fa pensare ad un documento che metterò in rete su questa pagina appena l'avrò ritrovato nel mio archivio. Spiego brevemente di cosa si tratta e lo spiego ora perché quel documento mi appare quanto mai pertinente a citarlo proprio ora. Ero a Monaco di Baviera, dove facevo ricerche presso l'Institut für die Zeitgeschichte, un'organizzazione già per suo conto orientata ed io mi trovavo in un'altra “fossa dei leoni”. Visionavo microfilm di parecchi documenti nazisti. Uno in particolare attrasse la mia attenzione perché si ripeteva spesso in altri contesti e gruppi di documenti. Non era un documento lungo. Era una sorta di velina, di circolare, di direttiva o avvertenza che martellava con il seguente messaggio: Das ist eine ideologsche Krieg o qualcosa di molto simile. Vale a dire: questa è una guerra ideologica. Quello che capivo e capisco ancor più era che la guerra non la si combatteva solo con le armi materiali (cannoni, bombe, ecc.) ma soprattutto con l’informazione, cioè con il qualificare e giustificare in un certo modo anziché in un altro un determinato episodio. Si formò nella mia mente l'idea che se Goebbels da Berlino o dal luogo dove aveva i uoi microfoni in qualità di ministro della propaganda presentava le cose in un certo modo ed insieme alle singole cose ed ai singoli eventi tutta una concezione della storia dell'uomo e della Germania in particolare, nelle altre capitali belligeranti (Washington, Londra, Mosca) i suoi nemici non facevano diversamente. Quando le bombe alleate e portatrici di libertà in Europa fecero tacere per sempre i microfoni di Goebbels, i microfoni di Washington, Londra, Gerusalemme con gli innumerevoli suoi organi e propaggini (qui ne citiamo solo due: Il Foglio e Informazione corretta) non hanno mai smesso di trasmettere fino ad oggi. Numeroso e qualificato è il personale impiegato in questa guerra di propaganda che non ha mai fine. In questo sistema Fiamma Nirenstein occupa una posizione dirigente e si coccola in mezzo ad ambasciatori e personaggi di vertice, di primo livello. La vanità, l’arroganza. la sicumerà con cui ieri sera a Matrix mi lasciavano di stucco e mi indignavano. Al sicuro, dalla Svizzera, parlava una storico vero, cioè Sergio Luzzatto, ed il suo tono era umile e dimesso. Da quest'altra parte la spavalderia della Nirenstein che pretendeva di insegnare allo storico vero cosa fosse la Verità: ce l'aveva lei in un Foglio. Rivelatore un lapsus della Nirenstein, quando anziché dire Medio Evo, cioè l'ambito temporale e neutro in cui si colloca il libro di Ariel Toaf, diceva spesso Medio Oriente. La Nirenstein pensava di aver ragione perché dalla sua bocca sparava bombette a grappolo. Se non ricordo male in uso dall’esercito israeliano e molto adatte per l'infanzia palestinese. Nella sua sintecità mi è parso degno di Tacito il giudizio che infine lo storico vero Sergio Luzzatto ha pronunciato sulla Nirenstein stando al sicuro in Ginevra, dove abita, benché professore di storia moderna a Torino: o imprecisa o falsa o in malefede. Io correggerei la disgiuntiva o con la congiunzione e. Sarebbe fatica vana ed incompresa spiegare a Fiamma Nirenstein, fonte prediletta di informazione sul Medio Oriente da parte di Radio Radicale, spiegare la differenza fra la Storia e la Propaganda. Per Fiamma la Propaganda israeliana è semplicemente la Storia e la Verità assoluta con la V maiuscola. Mi ha dato conferma della partigianeria e della faziosità dell'antipaticissima (si può dire almeno questo?) signora di nome battesimale Fiamma (come i fuochi di guerra sempre accessi) e di cognome non di origine italiana (Nirenstein), quando a usato per radio in registrazione notturna la parola “assassini”, intendendo che questi soggetti starebbero dall'altra parte e supponendo che da quest'altra, dal sua parte, stiano degli stinchi di santo tutti morigerati di Dio, dell'unico Dio che regna sulla terra e che ha un riguardo tutto speciale per Fiamma Nirenstein ed il suo Popolo Eletto. Non so se Fiamma Nirenstein che parla in corrente italiano, anche se gli escono le parole in inglese, sia una cittadina italiana. Mi auguro di no. Ma se lo fosse e come concittadina volesse trascinarmi in guerra a fianco di Israele e contro tutto il mondo arabo rispondo forte “No!”, sperando che sentano quelli di Informazione corretta e quelli del Foglio.

Ma veniamo alla trasmissione di Matrix di ieri notte 2/3 marzo e della casuale o preordinata trasmissione notturna di radio radicale che insieme combinate mi hanno tolto letteralmente il sonno che spero di recuperare questa notte perché domani mi attende un lungo viaggio im macchina di circa dieci ore. Avrei voluto scrivere solo un commento di poche parole, ma i pensieri e le associazioni di idee vengono e si combinano da sole. Della trasmissione di Matrix ho già detto abbastanza, forse l'essenziale, ossia un essenziale che consisteva nella contrapposizione fra le ragioni e le sensibilità proprie della Propaganda di regime e di guerra (Fiamma Nirenstein) e le oneste e distaccate ragioni di uno storico vero (Segio Luzzatto). Ciò che aiuta a riflettere o fornisce informazioni essenziali non è l'insieme del battibeccho, ma piccoli particolari almeno per me (e per chi altro?) illuminanti. Intanto ho appreso qualche cosa che non sapevo. Sergio Luzzatto è stato fra i firmatari del manifesto dei 150 storici contro il disegno di legge governativo presentato al Consiglio dei Ministri da Clemente Mastella e dal Cosniglio stesso approvato. Non so in quale fase si trovi questo disegno di legge, ma quanto è successo basta a contemplare la possibilità di dover chiedere asilo politico proprio nell'antidemocratico Iran. Non vi è infatti ombra di dubbio che il reato ipotizzato è un reato di opinione, precisamente un reato politico di opinione. E poiché lo stesso reato, grande all'influenza ebraica che la vince sui deboli e imbelli governi europei, è punito in altri paesi d'Europa. occorrerà andarsi a rifugiare in paesi come l’Iran, la Cina, Cuba. Ho sempre vissuto in Italia, non ho mai messo piede in Medio Oriente e se non mi decido a chiudere la mia bocca per lasciar parlare solo quelli di Informazione corretta, il Foglio o la Fiamma, bisogna che peggiorando la situazione bisogni che contempli seriamente la possibilità di finire altrove i miei giorni, ma non senza prima aver combattuto. Col la sua viltà Galilei ci ha lasciato una pesante eredità. Non rimprovero ad Irving o a Toaf la mancanza di coraggio nel sostenere le loro idee frutto di un onesto lavoro di ricerca, non importa se giunto a conclusione giuste o erronei. Non esiste del resto nessun giudice che possa qui dire cosa è giusto e cosa è sbagliato. Non perdono e non ammiro Ariel Toaf per aver ritirato il suo libro che comunque leggerò, divulgandone e discutendone qui le sue tesi, ma ancor meno assolvo quelli che lo hanno costretto alla ritrattazione. Non si accorgono gli stolti che hanno operato allo stesso modo in cui operavano gli Inquisitori medievali che estorcevano con la tortura quelle confessioni che le tante Fiamme di guerra ritengono invalide e tali da non dover essere in assoluto considerate. Se dipendesse da loro, i documenti relativi sarebbe già stati dati alle fiamme. E non dubito che numerosi documenti di storia contemporanea siano stati bruciati, se appena contrastanti con gli obiettivi di una guerra ideologica che non è ancora terminata, ma che anzi si è fatta ognor più capillare. È parso di capire che Ariel Toaf sia stato maggiormente contestato dalla comunità ebraici di Roma che non da quella di Gerusalemme, nella cui università ha potuto trattare in seminari nel corso di sei anni gli argomenti che sono poi confluiti nel libro pubblicato presso il Mulino. A questo proposito devo dire che trovo quanto mai... stupide e filistee la argomentazioni di quel distinto, pacato e sereno signore (di nome Corrado Augias, se non erro) che era presente alla trasmissione Matrix e che ha detto di non aver letto, pur possedendolo, il libro di Toaf. Mi chiedevo cosa ci stesse a fare in una trasmissione dove appunto si doveva parlare di quel libro. Ho poi capito che in realtà stava lì per far propaganda ad un suo libro di successo (ma me ne sbatto dei “successi”: leggo quel ritengo e mi serve leggere, non i “successi”) sul Cristo. Avrebbe fatto certamente più figura se fosse stato zitto ed avesse detto: sono qui la la reclame successiva. Decisamente filistea la sua tesi che il libro avesse dovuto essere pubblicato presso un'editrice universitaria, come se “il Mulino” fosse la carta stampata con cui si incartano le pizze. Nelle università il problema è esattamente l'opposto di quello immaginato da Augias, che credo nella vita faccia il giornalista. Il problema è quello di uscire fuori dalla pareti asfittiche delle università ed offrire alla società il frutto di lunghe e faticose ricerche, il cui scopo e l'onesta ricerca della verità, non la ricerca del successo che magari interessa a quel distinto signore (Augias come le famose stalle), il cui nome mi pare di aver letto sulle colonne dell'Espresso, un rotocalco che vive di scandali e di scoop, a volte azzeccati altre volte meno. Il guaio delle università consiste proprie nel non riuscire a comunicare con la società, lasciando libero il campo per un verso agli Augias e per l'altro alle Fiamme.

È anche vero che la Propaganda di regime cerca anche di insediare suoi uomini nelle cattedre universitarie. Ed infatti ier notte una delle voce era di un altro Ordinario di storia, addirittura alla Sapienza, ma per fortuna non nella mia Facoltà. Non faccio il nome per ovvi motivi. Tutte le posizioni che possono essere trasformate in avamposti ideologici vanno conquistate. Ha ben visto Giano Accame, quando dice che ormai gli ebrei hanno abbondato l'uso del denaro come mezzo di potere e si sono invece lanciati alla conquista della “sovrastruttura ideologica”, dove occupano già buone e ramificate posizioni. Per fortuna, credo che qui vi sia ancora una linea di resistenza. Ed io qui mi colloco. Ho potuto apprendere che mentre Luzzatto è stato tra i 150 storici firmatari del manifesto per la libertà di ricerca, la Nirenstein è fra quelle che vi si oppongono e costituisce probabilmente l'humus culturale al quale ha attinto quel grande uomo di cultura che è Clemente Mastella. Anche io ho la mia “lista nera”, dove andrò a scrivere in rilievo il nome di Fiamma Nirenstein. Avrò almeno il diritto di conoscere il nome dei “nemici” della mia libertà di pensiero. Non perché mi sogni lontamente di fare altro contro la Nirenstein oltre all'esprimergli pubblicamnete la mia disistima e netta dissociazione dalle sue finalità politiche. Dimenticavo una sua petulante stupidaggine detta nella trasmissione Matrix. Allo storico Toaf non sarebbe stato fatto nessun torto in quanto non è stata comminata nessuna sanzione, non è stato fatto nessun processo. Ci mancava pure questo, anche se dati i tempi possiamo aspettarcelo. Un processo è stato fatto del resto a David Irving, che è stato in carcere, ed in Italia se vi saranno uomini di coraggio dovranno scontare il loro coraggio con anni di carcere da tre a dodici, se ben ricordo. La gravità del fatto non viene meno perché a Toaf non è stato ancora inflitto il carcere o non sia stata comminata una specifica sanzione penale. Un’autentica stupidata!

Sto trascivendo una successione disordinata di pensiero via via che mi vengono alla mente. Fatto ciò, non tornerò sull'argomento Fiamma Nirenstein, che spero di chiudere per sempre. Accennavo prima alle attenzione nei miei confronti da parte di quelli di Informazione corretta, la cui natura ed i cui scopi mi rivela proprio la Nirenstein. La prima mossa era stata di mettermi alla gogna, indirizzando sulla mia pagina i Lettori di quella informazione davvero “corretta” (aggettivo della cui unilateralità, faziosità, ottusità ed idiozia non riesco a capacitarmi). Appena accortomi dell'operazione ho reagito dal mio sito. Ho isolato alcuni dei commenti che mi erano giunto e li ho vivisezionati squartandoli in ogni loro singolo componente anatomico. Dall'analisi critica veniva fuori l'assenza della loro logicità e di qualsiasi fondamento. Avendo per fortuna qualche cognizione di diritto penale e costituzionale, non mi è stato e non mi è difficile muovermi. Al tempo stesso, per scoraggiare le pulsioni di quanti amano lanciare il sasso e nascondere la mano ho azionato la modalità che prevede la registrazione di quanti vogliono lasciare commenti ai miei posti. Ho gridato a squarciagola che non ho nessuna remora nell'ospitare opinioni radicalmente contrapposte alle mie, ma non posso ammettere l'insulto, l'offesa, la calunnia, la diffamazione. Agli argomenti si deve essere capace di rispondere con altri argomenti. Altrimenti si tace. Io stesso rivedo continuamente ciò che scrivo e pratico una sola forma di autocensura: quando mi accorgo che senza dolo esco fuori dall'argomentazione razionale e oggettiva e tocco in qualche modo la persona, riscrivo gli stessi testi per far meglio risaltare l'argomento e salvare la persona, fosse pure quella di Fiamma Nirenstein, della quale con tutto il rispetto possibile devo pur poter dire di non condividere nulla e di non avere nessuna stima della persona. Se non si può essere a seconda dei casi positivi e negativi nei giudizi, allora diventa impossibile l'esercizio del pensiero. E del resto qui non faccio che esercitare con maggiore legittimitò lo stesso diritto che la Fiamma manifesta contro Toaf, approvandone la riduzione al silenzio, ed a favore di Mastella, plaudendo alla legge libertida. La stessa Fiamma Nirenstein annuncia al mondo un suo libro (son tutti eguali i libri in quanto composti di carta su cui si stampano caratteri) dal titolo istruttivo: Israele siamo noi. Quel “noi” lascia già indovinare il contenuto del libro, che il lettore intelligente potrà risparmiarsi di comprare e leggere. Ovviamente la Fiamma non può giuridicamente arrogarsi il diritto di includere anche me nel suo “noi”, anche se da lei ci si puà aspettare questo e altro. In ogni caso, non mi sogno neppure di impedire a Fiamma Nirenstein di scrivere, pubblicare e presentare altri cento libri simili a quello annunciati.

Ma torniamo ai piani di guerra dell’Informazione corretta. Dopo la mia pronta reazione, consistente in uno squartamento dei commenti che mi arrivano e che poi non sono più arrivati, intendo dire consistenti nell'analisi logico linguistico storico filosofico giuridica di ogni virgola del commento a me giungeva, le manovre sono state altre. Poiché il questo blog di carattere politico io dichiaro di essere: elettore di Forza Italia, tesserato di Porza Italia, fondatore e presidente di un club calabrese di Forza, coordinatore provinciale dei Clubs di FI in Reggio Calabria, benché redidente in Roma e fondatore di un altro Club virtuale di elettori di Forza Italia, al quale chi intende aderire può qui iscriversi cliccando su «Club Tiberino» quei galantuomini di Informazione corretta hanno pensato di “farmi le scarpe” dentro Forza Italia, come se io con Forza Italia ci campassi in qualche modo: eccetto la tessera che pago io a Forza Italia puntualmente ogni anno, non esiste altro movimento di denaro diretto o indiretto, o ricchezza di forma non monetaria, che segua il cammino inverso: da Forza Italia alle mie tasche. Credo che Informazione corretta, di cui vedo una struttura, non si regga senza finanza. Per non parlare de Il Foglio. Per non parlare della stessa Fiamma Nirenstein che con le fiamme di guerra che ardono eterne in Medio Oriente campa letteralmente, nel senso che la sua pur lecita professione viene da quella parte. Stolti dunque i miei detrattori. Non ho i servizi segreti a mia disposizione, ma qualcosa ho potuto ricostruire. Dapprima il contatto è avvenuto con un sito dal nome Ragionpolitica.it, che si fregia del logo di Forza Italia e pure contiene iscritto “Dipartimento Formazione”. Io dico ministero della propaganda e simili. Non ho simpatia per nessun genere di propaganda che considero assai negativamente. La propaganda per sua natura è il contrario della Verità, che quando è davvero tale non è mai di parte. Trattandosi di un foglio ufficiale di partito, avvalendomi e dichiarando le mie qualifiche di partito, mi sarei aspettato di poter pubblicare qualcosa su quel foglio di partito, le cui elezioni politiche e amministrative avevo contribuito in misura non esigua a far vincere. Mi sono presto accorto di una chiusura e all'epoca non avevo ancora scoperto la possibilità di poter costruire un mio proprio sito dove non solo avrei potuto esprimere le mie opinioni, ma criticare civilmente tutte quelle che non condividevo, ad incominciare da quello che leggevo in Ragionpolitica.it, nominalmente diretto da Baget Bozzo, con il quale ho avuto qualche scambio epistolare. Il mio contrasto con Ragionpolitica.it raggiunge il massimo in un diverbio epistolare con un suo redattore (a pagamento?) che pretendeva di parlare a me di Augusto Del Noce, di cui lui devo aver letto qualche libro stampato. Non sono riuscito a nascondere un certo mio disappunto perché io di Del Noce sono stato allievo fedelissimo, nel senso che non mi sono rimasti ignoti i più segreti recessi del suo pensiero che vanno bel al di la delle carte stampate lette dal Redattore citazionista di Ragionpolitica.it Dopo anni di mestiere ho impararato a diffidare di quanti citano questo o quel libro, magari molti libri di cui per forza qualcuno non si è potuto leggere, ma sono incapaci di pensare con la loro propria testa e soprattutto di far capire agli altri cosa intendono dire e dove vogliono andare a parare. In quello che scrivo cerco di fare meno citazioni possibile. Lo faccio quando il non farlo sarebbe in sostanza una forma di plagio, perché farei miei propri pensieri e teorie altrui. E chiudo con questo Innominato Redattore, la cui posizione all'interno del Partito se ne ha una io ignoro. Non mi interessa questo aspetto, ma ho dovuto lanciargli diffide formali rimaste in forma di corrispondenza privato per aver egli messe in dubbio pubblicamente le qualifiche di partito da me dichiarate, quasi che il mio fosse un millantato credito. Si aprirebbero qui vie giudiziare che non amo percorrere, soprattutto se ho ragione da vendere. E chiuso dunque con l'Innominato.

Un altro passaggio livello più alto. Non mi è nota la dinamica precisa. Ma ci furono telefonate ad alto livello. Quando ne ebbi notizia andai ad acchiappare senza soggezione alcuna: io non prendo una lira che sia una lira da nessuno e campo del mio onestissimo lavoro di ricercatore non di cellule staminali di concetti filosofico-giuridici e perciò posso stare alla pari con Berlusconi, che plaudo e critico quando ritengo di dover fare l’una e l’altra cosa. Stanato l’Alto Papavero è venuto fuori. È stato da me sfidato in materia di diritti di libertà di manifestazione del pensiero, di diritti e doveri discendenti dall'art. 49 della costituzione. di costruzione e struttura democratica di un partito, di diritti di opinione all'interno di un qualsiasi partito operante nell'ambito della costituzione italiana, oltre naturalmente che sui testi da me effettivamente scritti e di cui mi assumo la responsabilità, testi che l’Alto Papavero si è ben guardato dal leggere come ho potuto desumere da incongruenze desunte dalla stessa corrispondenza: io scrivevo di pere e lui pensava che si trattasse di limoni. Nel nostro democratico paese esistono una categorie di persone che si chiamano “pezzi grossi”. I pezzi grossi praticano alti pezzi grossi. Se qualcuno vuol parlare con un pezzo grosso, devo farsi introdurre da un altro pezzo grosso o meglio da uno an cora più grosso. La realtà della militanza politica di base è fatta in modo tale che il pezzo grosso di partito apprezza il militante di base solo al momento della raccolta dei voti, poi è come se non esistesse più. Se poi capita che l'oscuro militante, ma nel mio caso un semplice cittadino che vuol dire pubblicamente la sua in materi di stato, diritto, politica interna ed internazionale, se capita che l’oscuro militante acquista una sia pur minima visibilità pubblica, allora il pezzo grosso di partito si accorge di lui. In pratico, sul Monte Olimpo dove è scritta e mandata nel Ciberspazio Informazione corretta che deve essere ammessa quando si parla di Israele e della sua politica ci sè accorto di un mio post intitolato “La leggenda dell'Olocausto”, essendo un testo alquanto lungo e per niente terminato, un testo perennemente in progress che si alimenta di informazioni via via raccolte, credo che il testo non sia stato neppure letto nella sua interessa. Sarà bastato solo il titolo provocatorio per far scattare tutti i movimenti, la cui meccanico posso solo in piccola parte ricostruire oggettivamente e per il resto posso intuire. All'Alto Papavero ho rimproverato la sola più elementare e corretta che poteva e doveva fare: rivolgersi direttamente a me. Cosa che i Papaveri normalmente non fanno perché sono troppo alti e fanno fatica a piegare il collo. Bah! Ho voluto diffondermi nel narrare questa piccola storia inconfutabile nella sequenza dei fatti narrati per dare una dimostrazione di che cosa sia quella Informazione corretta, le cui lodi sperticate ho sentito fare dalla Fiamma Nirenstein questa notte.

Mi avvio alla conclusione con alcune notazioni importanti. Le cose che ho ascoltato questa notte, perdendo il mio sonno, sono di elevato livello concettuali, fatta eccezione dell'intervento di Fiamma Nirenstein, assai rozzo nel suo contenuto piattamente ideologico. Invece tutti gli altri interventi i cui nomi ascoltati durante il dormiveglia posso ricordare male mi hanno dato l’impressione di un vero e proprio laboratorio di guerra. Non a caso la voce del conduttore, facendosi essa carico di trarre le conclusione delle diverse e articolate analisi, ha detto: dunque, guerra all’Iran? Nessuno ha smentito perché l'eliminazione dell'Iran e nel cuore nel pensiero di tutti. Una notazione devo fare per il discorso di Carlo Panella, di cui riconosco la profondità di pensiero ma che mi vede diametralmente contrapposto. A meno che non riservino anche a lui il trattamento inferto ad Ariel Toaff ha ribaltato le analisi riguardo a Hitler, nazismo e Shoa. Non sarebbe stata l’opera di un pazzo, di un folle, ma avrebbe espresso sul piano della storia il pensiero del tempo in ordine alla annosa e millenaria questione ebraica. Se così è, e mi riservo ulteriore riflessione, allora viene meno tutto l'armamentario della crimilazzazione e della giuridicizzazione del crimine seguito all’Olocausto e a Norimberga. Poiché il pensiero non nasce dal nulla, ma nasce da altro pensiero e l’un pensiero si nega inscindibilmente al suo opposto, la cui dinamica è stata in qualche modo descritta da Hegel, cadono da ogni processo di responsabilizzazione tutte le guerre e le tragedie di crudeltà e disumanità connesse alle guerre, che non ci stanchiamo di deprecare ma che accompagnano sempre la nostra storia. Si vive nella pretesa che l'ultima guerra sia l'ultima, ma poi il giorno dopo ne sorge un'altra peggiore della precedente. Il linguaggio con cui si descrivono gli eventi della storia non è immune dalle schegge che balzano dai bombardamenti materiali. Anzi proprio sul linguaggio (»Questa è una guerra ideologica«) sono stati caricati i mezzi più virulenti di guerra e distruzione. Non basta distruggere fisicamente le città ed ucciderne in tutto o in parte gli abitant. Bisogna svuotare loro il cervello. Bisogna privarli di ogni autonoma capacità di pensare e di parlare, a meno che non sia quella stabilita come «corretta» e sola ammesso nella presunzione di un esclusivo e unilaterale possesso della verità, giustizia, libertà, eticità, democrazia e simili baggianate ormai privi di senso e di contenuto che non sia ideologico e funzionale alla guerra condotta parallelamente con le armi tradizionali). Non so quanto Carlo Panella si rende conto di questo possibile ribaltamento della sua analisi. Non mi pare che si sia dissociata dalla conclusione: “dunque, guerra all'Iran”. Qui mi fermo per sopraggiunta stanchezza. Questo testo è stato composto di getto come reazione indignata alle parole di Fiamma Nirenstein. Lo stesso testo sarà in altra occasione da me riletto e rivisto allo scopo: a) di apportare le necessarie correzioni formali-linguistiche che ne consentano l'intellegibilità; b) di emendarli di tutte le frasi o espressioni che mi siano sfuggite dalla penna e che possono essere lesive delle persone citate secondo il vigente ordinamento giuridico. Se ve ne sono, queste parti verranno da me immediatamente emendate da chiunque si ritenga leso sottoq uesto aspetto. La mia intenzione è di manifestare un parere dottrinale o almeno un'opinione su temi difficili, non di offendere sul piano strettamente personale chicchessia. Spero che in questo paese sia ancora possibile pensare. Restano fuori numerosi altri spunti che saranno sviluppati in altra occasione. È ora di pranzo e devo preparare il mio bagaglio per la partenza di domani. Vado in luogo dove non dispongo di connessione internet e dove in ogni caso avrei altro da fare. Saluto i mei quattro lettori e rimando i miei ideali colloqui con loro fino al giorno del mio rientro in Roma.

venerdì, marzo 02, 2007

Si son levate il velo!

Eccolo il vento della Libertà che adesso soffia a Bagdad. La televisione italiana di Stato ha appena dato la notizia che a Badgad il velo ora è facoltativo. Ed infatti il “ninistro iraqueno per le pari opportunità” (commovente doppione italiano dell’analogo ministero) continua a metterselo, per libera scelta, non per obbligo o costrizione, come era – se ho ben capito – ai tempi di Saddam. Peccato che questa conquista di libertà sia costata un'infinità di morti e distruzioni ed una guerra civile di cui ancora non si vede la fine. Temo che per continuare a portare quel velo, se è proprio proibito dalla religione e dai governi arabi, le armi americane dovranno restare di stanza in Iraq ancora per lungo. Ma la libertà non ha prezzo e sul velo delle donne islamiche si reggono i destini del mondo.

Prodi ossia lo Squallore al governo dell’Italia, disgraziato paese

Nei miei 57 anni di esistenza ho perso il conto di tutte le successioni di governo. Di Romano Prodi, scialba figura assolutamente priva di appeal e di carisma, mi chiedo perché lo abbiano voluto quelli della sua stessa parte politica. La spiegazione che trovo è la seguente: avevano bisogno di un re travicello che consentisse ad ognuno di curare il suo orto, di fare la sua propria politica, di condurre i suoi giochi in attesa di un diverso equilibrio che dia loro un maggior peso nel pollaio. Il modo in cui si è svolta la crisi, malamente ricomposta, anzi per nulla ricomposta ma solo rinviata, dovrebbe confermare la mia analisi, che non è dettata da partigianeria. Se l’Italia, un disgraziato paese che va alla deriva, avesse un buon governo non mi preoccuperei del colore della sua bandiera. E se sono severo nel giudizio su Prodi non sono tenero verso la parte politica che ho votato. E se ho scelto una parte per la quale votare è solo perché rifiuto con consapevolezza e determinazione la via dell’eversione violenta. In questo momento il problema specifico si chiama Prodi e non è esaltante il momento che stiamo vivendo, malgrado il trionfalismo rituale da una parte ed il remar contro dall’altra. Un esempio concreto? Trovo stucchevole il solo appello all’evasione fiscale come se fosse la situazione miracolosa che consentirebbe di moltiplicare pani e pesci. Probabilmente, se tutti pagassero le tasse e le tasse venissero perfino raddoppiate ad ognuno, noi vivremmo gli stessi problemi e le stesse situazioni in dimensione amplificata. Vorrei proclamare non la lotta all'evasione, ma il diritto di ognuno di poterle egualmente evadere, assumendosene i rischi. Invece, la stragrande maggioranza dei cittadini è costretto ad una virtù forzata, ad una sorta di cintura di castità. Vi era stato un referendum con il quale si toglieva agli uffici e ai datori di lavoro il prelievo alla fonte del carico fiscale e contributivo. Avremmo pagato ognuno le tasse allo stesso modo in cui paghiamo già le bollette di luce, acqua, gas, telefono, televisione, ici, mondezza e simili. Il governo, un governo Ladro che trafuga nottetempo i soldi dai risparmi, non si è fidato dei suoi cittadini, allo stesso modo in cui i cittadini non si fidano dei governi che più o meno ingloriosamente si succedono l'uno all'altro: questa è la splendida democrazia italiana, fulgido esempio divenuto oggetto di esportazione in Iraq ed Afghanistan e forse presto anche in Iran.

Registro dunque il momento storico e passo ad altro, affidandomi allo Stellone d’Italia, unica nostra speranza in una notte buia con una nave affidata ad una ciurma di ubriachi e tossicodipendenti. Ho appena finito di sentire Fini, che parla di “crisi di sistema”, ed ahimé dice il vero, ma non so se si rende conto che la crisi di sistema tocca anche lui. Adesso ha appena iniziato a parlare Berlusconi. Interruzioni. Bella la battuta sugli elefanti di Annibale. Disponibilità sulla legge elettorale. Ma santo Iddio, questa pessima legge elettorale che tu adesso vuoi cambiare, sei stata tu a volerla, accettando i ricatti di Follini, che adesso ti ha dato il calcio dell’asino! Il pregio di Berlusconi consiste nell'essere l'Unico che può aggregare un vasto consenso politico. Lo può in virtù della sua ricchezza che lo pone fuori dalla politica. Tutti gli altri, ad incominciare dal successore designato, Fini, non sarebbero nulla al di fuori della politica, Lui resterebbe Berlusconi l’uomo più ricco d’Italia che non ha bisogno di arricchirsi con la politica e che avrebbe potuto arricchirsi di più se avesse fatto come Agnelli, che ha affittato tutti i partiti che voleva ed è stato pure nominato Senatore a vita per aver socializzato le perdite delle sue aziende e privatizzato i profitti, ma soprattutto ha avuto il grande merito di non aver tolto ai politici il loro mestiere scendendo direttamente in campo, come ha invece fatto Berlusconi, colpa che i politici italiani non intendono perdonargli. Commette spesso delle gaffe, che provocano le reazioni dei politici ma suscitano la simpatia degli italiani. Credo che siano delle gaffe ad arte. Dopo questa apparente sviolinata, colgo l'occasione per dire che la mia tessera a Forza Italia non corrisponde a nessun interesse materiale. Senza peli sulla lingua dico tutto quel che ho da dire dentro il partito e non risparmio dalle mie critiche neppure Berlusconi, quando è il caso. Starò in Forza Italia finché con procedura di legge non ne verrò espulso, ma fino ad allora dirò senza remore tutto quello che penso e me ne infischio se l’on. Tajani, da me votato, dice l’opposto di quel che penso: è lui che dovrebbe rappresentare me, non viceversa! Mi rivolgo all’on. Antonio Palmieri, con cui abbiamo avuto una privata corrispondenza. Credo che possa ben capire, se legge queste righe.

Dopo Berlusconi parla Fassino e lo scontro è vivace. Rinfaccia a Berlusconi di non essere il leader della Casa delle Libertà. Pensa forse a Follini ed a Casini. Caro Berlusconi, buttali fuori! Te lo avevo detto. Ma un momento... adesso Fassino ha ragione: la dizione "Casa delle Libertà" non corrisponde ad un’effettiva religione della libertà. Penso ai tanti baciapile presenti in Forza Italia per convenienza e non perché autenticamente liberali. Si tratta di una zavorra di cui occorrerebbe liberarsi. Si potrebbe costituire un unico partito della Libertà aggregando anche i Liberali dell’altro schieramento e dall'altra parte si potrebbe contrapporre il partito della Conservazione, con a capo il cardinale Ruini, novello cardinal Ruffo, già capo del partito Sanfedista, nel quale si è riconosciuto un Mantovano. Io stesso posso confermare e attestare che al nome di Casa delle Libertà non corrisponde una prassi effettiva di libertà e democrazia. Non saranno le brambillate e le utriate a risolvere il deficit di libertà e democrazia esistente all’interno della Casa delle Libertà. Ma fatte queste critiche resto dalla parte di Berlusconi leader indiscusso del centrodestra, ancora in buona salute, e non dalla parte di Fassino, residuo fallimentare del comunismo e di Prodi, uomo dell’Iri e delle sedute spiritiche.