domenica, aprile 22, 2007

Altra resa dei conti con Emanuele Ottolenghi

Versione 1.3

Di ritorno dalla solita Libreria Feltrinelli sotto casa ho infine acquistato il libro di Emanuele Ottolenghi, Autodafé, di cui ho già una sufficiente per aver partecipato alla sua presentazione al “Caffé Letterario” di via Ostiense. Erano Relatori, meglio Imbonitori, fra gli altri gli onn. Fini e Polito. Non ritenni allora di comprare il libro, ma mi ero riservato di farlo se ne avessi ravvisito la necessità. Così è ora, perché mi sono accorto che il libro fa parte di una strategia mediatica volta al coinvolgimento dell’Italia nell’escalation della guerra arabo-israeliana. Le guerre si preparano anche e non in modo marginale in un’attività propagandistica. Nel caso della guerra contro l’Iraq ci è stata propinata la bugia di Stato degli inesistenti armamenti di Saddam. Scoperta la bugia ed ammessa dagli stessi governi, non è stato costituito nessun Tribunale internazionale per processare i governi di acclarata menzogna. Qualcosa di analogo si va preparando per l’Iran, agitando lo spettro di un’atomica che Israele possiede da decenni senza che nessun governo abbia da ridire. Ottolenghi, Nirenstein, Panella, la squadra dei Corretti Informatori si muovono in questo piano di guerra. Di ognuno di essi mi occupo in distinte Sezioni. Se ne individuerò altri, aprirò apposite sezioni. Noi cittadini qualunque siamo oggetto della politica di lobbies ciniche e prive di scrupoli. Attraverso l’uso massiccio dei media le nostre menti vengono sottoposte ad una persuasione subliminale. In questo modo si trascinano i popoli alla guerra e li si gira e rigira a secondo di strategie elaborate a tavolino. Grazie ad un mezzo nuovo e rivoluzionario, Internet, io mi sono proposto di contrastare questi disegni, che non sono frutto della mia immaginazione, ma che invece vedo confermate da un chiaro intreccio ed una dichiarata concertazione, per cui non è fantastico parlare di un partito della guerra ebraico-interventista.




EMANUELE OTTOLENGHI

AUTODAFÈ
L’Europa, gli ebrei e l’antisemitismo
Prefazione di Magdi Allam
(Torino, Lindau, gennaio 2007, pp. 377)


Critica in progress della recente letteratura
filoisraeliana ed interventista
condotta da
Antonio Caracciolo



Sommario: Sez. I. Nirenstein: Israele siamo noi. – 1. «Sfido chiunque a dimostrare». – 2. «Israele è uno Stato del tutto legittimo». – 3. «Parlo dunque di noi». – 4. «scimmiottamenti della sinistra europea buonista». – 5. «il terrorismo liberticida e fascista». – 6. «la bomba atomica dell’Iran». – 7. «lo staterello di merda». – 8. «gli errori del passato». – 9. »mia nonna Rosina». – 10. «Non è estremamente interessante tutto questo?». – Sez. II. Panella: Fascismo islamico . – 1. «Abbiamo paura dell’Islam?». – 2. «nel 1933 in Germania a milioni votarono Hitler». – Sez. III. Ottolenghi: Autodafé. – 1. Magdi Allam. – 2. L’occasione. – 3. La sindrome della Kaparah. – 4. Ottolenghi storico del medioevo. – 5. Sez. IV. Informazione Corretta. – 1. Siamo tutti in pericolo. –

Letture correlate: OdifreddiLosurdo – Canfora.

(Indice-Sommario in progress)

1.
«Magdi Allam»

Non mi sembra affatto difficile da criticare, “meticolosamente” criticare la Prefazione di Magdi Allam. Intanto cerchiamo di sapere qualcosa di lui. Chi introduce un libro spende la sua autorità a favore di quel libro. Deve cioè essere una persona autorevole per scrivere una Prefazione. Altrimenti si potrebbe chiedere al proprio portiere o al proprio barbiere di scriverci una bella Prefazione, che incrementi le vendite e orienti positivamente chi si accinge alla lettura del libro. Cerchiamo dunque di capire quale sia l’autorità di cui gode Magdi Allam e poi ci soffermeremo sui suoi argomenti. Una scheda su di lui la si può trovare in Wikipedia ed io stesso ho potuto più volte vedere le interviste televisive che spesso gli vengono fatte in qualità di “esperto”. Ma non ne resto convinto ed ho sempre trovato piuttosto fragili e di parte le sue dichiarazioni. Dal “Manifesto” attraverso “Repubblica” fino al “Corriere della Sera”, dove è editorialista e vicedirettore. Credo che sia questa la sua “autorevolezza”, ma che per me non è tale: con queste cariche sarebbe come dire “ministro della propaganda”. Circa gli attentati che avrebbe subito secondo quanto leggo nella scheda ha tutta quanta la mia solidarietà: uno cosa è criticarlo anche aspramente, altra cosa attentare alla sua incolumità. Sono un convinto assertore della non-violenza e vorrei che tutti i dibattiti possano svolgersi pacificamente. L’Italia non è un paese ufficialmente in guerra e ad ognuno dovrebbe essere garantita libertà di opinione ed incolumità personale. Vorrei essere tanto più chiaro su questo punto quanto più distanti possono essere le mie opinioni da quelle di Magdi Allam, la cui importanza ritengo vada individuata non già nella robustezza concettuale di ciò che afferma ma nella posizione che di fatto occupa al Corriere della Sera ed all’interno del sistema mediatico italiano, di cui molto si avvantaggia la lobby ebraico-interventista, se posso chiamarla così. Intanto, la posizione occupata da Magdi Allam frutta agli autori di libri una buona pubblicità. Come editore so bene a mia volta cosa ciò significa. Insomma, per Madgi Allam questo penso: la sua provenienza araba, il fatto di aver studiato in Italia, la sua facilità di poter accedere alle fonti arabe ne hanno agevolato grandemente la carriera giornalistica. Le sue opinioni corrispondono in buona parte a ciò che le forze politiche prevalenti desiderano ascoltare come espressione dell’opinione pubblica, ossia dell’opinione pubblicata in giornali come “La Repubblica” ed ancor più sul “Corriere della Sera”. Per quanto mi riguarda, ho appreso da tempo a distinguere fra opinione pubblica ed opinione pubblicata. Per poter esprimere le proprie opinioni bisogna avere la proprietà di un giornale o poterne disporre. Con i blogs, piccola cosa in sé, ciò non è più vero: ognuno può esprimere opinioni e valutazioni diverse da quelle di grandi quotidiano come il “Corriere della Sera”, di cui Magdi Allam è appunto “editorialista” e “vicedirettore”. Et de hoc satis!

2.
L’occasione

Passato dal Prefatore all’Autore cosa ti vado a leggere? Forse figlio o consanguineo della Ottolenghi che in internet ho trovato menzionata insieme ad altra superstite dell’Olocausto ho trovato insignito della più alta onorificenza della Repubblica, Emanuele dice di aver tratto occasione per scrivere il suo libro per aver partecipato da spettatore ad un episodio svoltosi «nell’estate del 2001, in un’aula afosa della London School of Economics». Se quella fu la ‘“genesi”, il libro ha avuto una gestazione di sei anni. Sarebbe come a dire che se anche per me l’occasione della presentazione del libro di Ottolenghi in via Ostiense alla presenza degli onn. Fini e Polito dovesse indurmi a scrivere un anti-Ottolenghi, dovrei impiegare ben sei anni a tale scopo. Manco per sogno! Già non volevo neppure comprare il libro! Figuriamoci poi ad andare oltre il tempo necessario alla sua diligente lettura, alla quale mi sobbarco allo stesso modo in cui una volta in Germania giudicai istruttivo la visita ad un museo della tortura. Mi limiterò soltanto a queste note estemporanee in costanza di lettura della fatica letteraria del giovane Emanuele, per lui certamente remunerativa. Ho appena terminato di leggere ben altro libro, per il quale non mi lamento del tempo impiegato. Mi riferisco al libro di ben altro ebreo che non Emanuele Ottolenghi, cioè Norman G. Finkelstein, autore de L’Industria dell’Olocausto, che nell’appendice del febbraio 2004 termina con parole indirizzate alle élite ebrache americane: «Lasciarle crogiolare nelle loro convinzioni non è la risposta: vanno fermate». Ed è proprio ciò che anche noi dobbiamo fare con le comunità ebraiche italiane, che pensano di poter sopraffare tutti gli italiani, come è avvenuto nell’assalto squadristico di Teramo.

Gli avversari di Ottolenghi sono del resto proprio quegli ebrei che come Finkelstein non ne vogliono sapere di identificare il loro essere ebrei con la realtà dello stato e della politica di Israele. Questi sono per gli Industriali dell’Olocausto i peggiori nemici, sui quali non possono rivolgere i fulmini della giustizia penale da loro asservita, potendo solo imputare loro come “oscenità” quelle stesse cose che per un non ebreo costituiscono manifestazione di “antisemitismo”. Gli avversari di Emanuele erano in quell’occasione «un gruppo di intellettuali ebrei londinesi, guidati da un produttore di nome Michael Kustow» (p. 9) che avevano organizzato la proiezione di un film documentario, seguita da un dibattito. La loro colpa consisteva quella sera nel «proclamarsi ebrei e poi, in nome della loro peculiare definizione d’ebraismo, a denunciare Israele e affermare la loro ostilità profonda nei suoi confronti non per le sue politiche ma per il suo stesso esistere». Così racconta Emanuele che però dice: «non ho espresso parola e, uscito dopo più di quattro ore di film e ripetuti atti di autodenuncia e mea culpa pubblici, non ho più smesso di pensare alla serata appena trascorsa» (p. 10-11). Ed ecco la sua vendetta dopo tanti anni: il Libro! Fu timidezza, viltà la sua?

Mi piace ricordare la mia analoga situazione alla presentazione del libro di Ottolenghi. Ne esiste la registrazione nell’archivio di radio radicale, dove venne pure registrato il mio intervento. Ne darò il link, appena fatta la ricerca. Non ebbi io la stessa timidezza di Emanuele. Ero solo in mezzo ad una netta maggioranza di ebrei romani con tipico copricapo. Anche io potevo essere scambiato per un ebreo o per un simpatizzante. Quanto fu concesso al pubblico la parola, fui il primo ad alzare la mano e così esordii: «Sono capitato nel posto sbagliato. Non ho mai sentito tanti pregiudizi in una volta. Ma mi cavo di impaccio con una domanda rigorosa…». E così via. Non ripeto qui cose raccontate altrove. Mi soffermo invece su un dato generale tratto dal libro di Finkelstein, che non vedo neppure citato nell’indice dei nomi degli autori trattati e discussi nel testo, mentre alla lettera F trovo un Frattini Franco, una grande mente ed una grande autorità. Nel raccontare come la maggior parte dei soldi estorti alla Svizzera, alla Germania, all’Austria non finirono a risarcire le vittime, ma nelle tasche degli avvocati e delle organizzazioni ebraiche, il cui compito consiste nel produrre quella pubblicistica a cui in buona parte si richiamano i firmatari di Appelli e manifestazioni filoisraeliani. Ignoro se il libro di Ottolenghi sia stato finanziato, ma rientra comunque in una siffatta pubblicistica di nessun valore scientifico (Magdi Allam dice che il libro è uno “studio meticoloso”: studio di che?!) come dimostra il fatto stesso che non abbia discusso criticamente un contributo essenziale sul tema come quello di Finkelstein, già uscito quando nell’estate 2001 il giovane Ottolenghi si trovava a Londra. Cosa dunque ci racconterà nelle pagine che seguono? Vediamo!


3.
La sindrome della Kaparah

La chiave di lettura dei profondi contenuti del libro di Emanuele Ottolenghi, costato tanti anni di studio e di risentimento antikustoviana, sembra la si colga nella Premessa. L’avvio sui sondaggi è di una superficialità che mette a dura prova la pazienza del lettora, cosa di cui si accorge l’autore stesso: «Non sembra necessario né utile tediare a questo punto il lettore…». Il fastidio è ciò che prova invece il lettore che si chiede cosa voglia dimostrare l’Autore di un simile libro, che in realtà si colloca in una letteratura di fiancheggiamento in Italia della politica israeliana. In questi momento si sta consumando la guerra civile palestinese, con Gaza che si separa dalla Cisgiordania e Israele che si chiede se può o non può «ridurre alla sete i palestinesi». Sono 380 pagine di banalità che tentano di dare consistenza alle tesi iniziali della premessa. Tra queste vi è la “sindrome della Kaparah”. Cosa è? Nella religione ebraica la Kaparah è l’espiazione della colpa, concetto presente nell’ebraismo e passato pure nel cristianesimo, che con il Messia avrebbe portato la Redenzione. Il “peccato” è concetto centrale del cristianesimo come dell’ebraismo. Giustamente, Augusto Del Noce ha individuato la vera radice dell’ateismo moderno proprio nel rifiuto dello status naturae lapsae, il peccato. Se non vi è peccato, non vi è nessun bisogno di un Redentore che ci redima e la religiosità può assumere altre forme. Ma vediamo questi concetti come si muovono nella testa di Emanuele Ottolenghi.

Egli dice in sintesi: fino ad oggi gli ebrei sono stati ossessionati dal senso di colpa, dal loro bisogno di farsi perdonare, dalla necessità di abiurare la loro fede e identità, ecc. Basta con il senso di colpa. Non siamo colpevoli di nulla. È l’ora della riscossa e del riscatto, che ha un nome: Israele! Pertanto, tutti gli Ebrei che siano tali devono stare dalla parte dello Stato di israele, qualunque cosa esso faccia. Il nuovo ebraismo si chiama Israele, cioè uno stato sorto nel turbinio politico che sappiamo e che costituisce un fattore permanente di conflittualità con il mondo arabo, con tutto il mondo arabo. Emanuele prosegue poi con un tono non meno irritante e fazioso, quando ad esempio trattandosi di territori “occupati” da Israele, egli invece corregge con territori “contesi”. Il linguaggio di Emanuele è di una faziosità davvero unica: insultante, offensivo, delegittimante tutte le volte che si riferisce ai palestinesi ed agli arabi, apologetico e sacralizzante tutte le volte che parla di Israele e della sua politica.

Ma la verità sulla colpa è un’altra. La dico con parole non mie, ma di Carl Schmitt che nei suoi diari usciti postumi scriveva in data 16 novembre 1947: «Vivere della colpa altrui è il modo più basso di vivere a spese degli altri». Schmitt prosegue con un’altra frase profestica che ben si adatta agli industriali dell’Olocausto: «Vivere di ammende e tangenti è il modo più ignobile di fare bottino». E di bottino ne hanno fatto tanto, ma non basta mai. Vogliono vivere in eterno di rendita sulle colpe altrui, non sulle proprie. La verità è esattamente il contrario di ciò che Emanuele si raffigura. L’immensa retorica sull’Olocausto, o meglio la religio holocaustica, è volta alla distruzione politica e culturale di ogni identità europea. Con una parte dei soldi del bottino gli Olocaustici hanno creato un formidabile apparato di lobbing, di cui il libro dello stesso Emanule è un’espressione. Egli stesso cita nei “Ringraziamenti” l’elenco di queste istituzioni industriali, ai cui finanziamenti è probabile abbia attinto, o per lo meno ha ricevuto tutti quegli appoggi che in genere sono necessari per far decollare una carta stampata in forma di libro. Quindi, la verità della colpa è esattamente all’incontrario di come Emanuele la mette. Non se ne può più di monumenti alla memoria, di piazze e monumenti tutti monomaniacamente volti a trasmettere, ad educare, ad ottundere le nuove generazioni con una particolarissima e perniciosissima ideologia. Ma ecco che esprimere una simile insofferenza diventa una manifestazione di antisemitismo, secondo l’ideologia industriale! Contro la malafede altrui ben altro che le parole ci vogliono, anche se quella delle parole è una guerra che non bisogna mai stancarsi di combattere. Già lo facevano le scimmie, quando ancora non conoscevano il linguaggio. Basta gridare più forte. Esattamente quello che tentano di fare gli Ottolenghi, Nirenstein, Panella, Magdi Alla, i Corretti Informatori. Sono loro gli “spettri” che si aggirano per l’Europa, insieme ai loro compagni d’oltre Atlantico. Hanno stremato l’Europa succhiandone i denari e non sono ancora sazi. Vogliono adesso spingere tutti i popoli d’Europa in guerra contro tutto il mondo arabo. Se recalcitrano, ecco che tornano ad essere Antisemiti, cioè i Reprobi della storia. I moderni ebrei hanno avuto il fiuto imprenditoriale di trasformare una tragedia in un affare economico e politico. Naturalmente, l’affare deve essere mantenuto redditizio con la produzione di una particolare propaganda, con la costruzione di un’appropriate e funzionale ideologia, che deve ricreare ad ogni pie’ sospinto l’antisemita anche quando non ve ne è traccia. Se manca l’antisemita, cessano gli introiti e molti che sull’antisemitimo campano rischiano di restare disoccupati.

4.
Ottolenghi storico del medioevo

Un altro esempio infelice Emanuele Ottolenghi lo trae dal titolo stesso che ha scelto per il suo libro: Autodafé. Cosa è un autodafé? Lo si può leggere in Wikipedia. Qui basta dire che si tratta di un istituto di storia medievale, di cui si occupa sul serio l’Ariel Toaff, autore ebreo di un libro, Pasque di sangue, assolutamente non gradito dalla comunità ebraica italiana, tanto da indurre il suo autore a ritirare il libro dal commercio. A sostituirlo come storico ufficiale del medioevo la comunità ebraica romana fa ora scendere in campo Emanuele Ottolenghi, appunto con il suo Autodafé, dove è possibile essere guidato nei meandri della storia medievale con mano sicura e soprattutto sicura dottrina da un Emanuele Ottolenghi. Fino a pagina 53 non ci si allontana di molto dall’anno 2000 dell’Era Volgare, come anche l’ebreo Ottolenghi dice in pieno accordo con il non cristiano Giorgio Odifreddi.

Naturalmente, il titolo del libro è falso ed arbitrario quanto tutto il suo contenuto. Curiosamente l’Autore non si accorge, o forse si illude che ad accorgersene non siano i lettori, che il libro è intriso di fondamentalismo ebraico. Il fondamentalismo lo si rimprovera ai musulmani per disarmare la loro volontà di resistenza ad una colonizzazione violenta e sistematica del loro territorio, ma uno stesso fondamentalismo religioso è alla base della dottrina di autolegittimazione della conquista violenta delle terre abitate ed occupate dalle popolazioni palestinesi oggi ridotte allo stato di profughi e destinati a fare la fine dei nativi d’America, se i fattori in gioco non fossero diversi.

A ben vedere Israele non può invocare motivi diversi da quelli di ordine religioso. Già nel Vetero Testamento (per i cristiani) o la Torah (per gli Ebrei che non ammettono nessun Nuovo Testamento), la terra abitata da altri (Cananei...) fu Promessa agli Eletti con licenza di uccidere e sterminare quanti già vi abitavano. Questa la sublime religione di cui si nutrono gli Eletti. Se le cose stanno così, e temo che stiano proprio così, non vedo cosa vi sia da stupirsi se nel corso dei millenni gli Ebrei non si siano guadagnate la simpatia dei loro vicini. Ed in effetti, come lo stesso Ariel Toaff avverte nella sua Prefazione, gli ebrei non sanno concepire la loro storia se non come storia dell’antisemitismo, come come storia di tutti quelli che nel corso di almeno tremila anni ce l’hanno avuto con loro. La simbologia della Pasqua ebraica ha alle sue origini l’angelo sterminatore, che passava ad uccidere ogni primogenito degli egiziani, risparmiando le sole case degli Ebrei. Questa la religione di Emanuele Ottolenghi! Se la tenga bene stretta e ce la risparmi a noi poveri e fieri miscredenti, anzi “idolatri” secondo la terminologia teologica ebraica.

Confermo qui ciò che ho detto ad un giornalista alcuni giorni fa. Oggi non esiste nessun antisemitismo in circolazione anche perché la società si è ampiamente secolarizzata. Un ebreo non è in alcun modo “invidiato” per la sua pretesa superiorità religiosa o morale. La sua religiosità non è in alcun modo attrattiva e non vi è il rischio che faccia proseliti. Che io sappia, non ne ne ha mai fatti. Se l’antisemitismo del passato ha avuto una matrice cristiana e cattolica, oggi corrono rischio di esistenza lo stesso cristianesimo e cattolicesimo. Anche io vado in Chiesa, quando serve, ma so bene cosa penso, mentre il prete recita le sue formule. Quindi, non può esservi un antisemtismo di matrice religiosa. Meno che mai un antisemitismo di matrice razziale. Nel mondo globalizzato le razze si mescolano come mai è prima avvenuto nella storia umana. Per trovare forme recenti, post belliche di razzismo, bisogna andare negli Stati Uniti, dove Martin Luther King non era un acchiappatore di farfalle. Il razzismo era e probabilmente lo è ancora fortemente radicato in quella che Pannella chiama “la più grande democrazia del mondo”, dove a votare va un’infima minoranza. I più giudicano il loro voto una cosa priva di importanza nella distribuzione di un potere, che si trova in buona parte nelle mani di una lobby ebraica: rinvio alla lettura di Norman G. Finkelstein. L’unico antisemitismo che esiste è quello che torna utile agli Industriali dell’Olocausto ed alle loro Filiali italiane.

5.
Stupidi sondaggi

Esiste una strana associazione, che si intitola: ADL, cioè Anti-Defamation League. Che roba è? Un’Associazione ben fornita di mezzi finanziari il cui scopo è all’incirca di andare a leggere le scritte sui muri, fogne comprese, in tutto il mondo dove vi siano scritte contro gli ebrei, l’ebraismo, Israele. Stabilito in modo insindacabile e senza contraddittorio cosa sia antisemitismo, si procede quindi con stupidi sondaggi in tutto il mondo per monitorare l’antisemitismo esistente nel mondo e quindi invitare i rispettivi governi ad adottare le opportune misure repressive. Infatti, come nota Emanuele: …l’antisemitismo ha perso la sua rispettabilità sociale ed è stigmatizzato (oltre che punito come reato)… , ed è quindi rischioso lasciarsi andare a scatti d’ira. Si pone il classico dilemma se l’antisemitismo ha perso la sua “rispettabilità sociale” perché è “punito come reato” o se è “punito come reato” perché ha perso la sua “rispettabilità sociale”. Fatto sta che se un Polentone mi offende chiamandomi “terrone” non esiste un reato di “antimeridionalismo” e così via. Da emarginati gli ebrei sono diventati nelle nostre società dei veri e propri privilegiati, godendo di protezioni e diritti di cui altri non godono affatto. E parlo perfino di quegli zingari che morirono nei Lager insieme con gli Ebrei. Non esiste in Berlino una piazza monumentale dedicata allo Zingaro Trucidato, o all’Omosessuale Cremato, e così via. In realtà, non vi è chi non si accorga che gli ebrei sono passati da una remota discriminazione subita insieme a molti altri ad un regime di privilegio per loro soltanto. Se ad uno vengono in mente queste cose, è facile che venga tacciato di antisemitismo.

Insomma, fino a pagina 53 del libro mi tocca sorbirmi gli stupidi ed insulsi sondaggi della Lega Antidiffamazione, che non dimostrano nulla e che sono del tutto arbitrari. La Lega non ci dà una definizione di cosa sia questo benedetto antisemitismo, ma va in giro a fare domande, sondaggi, uno più stupido dell’altro. Sarebbe a dire come se Einstein anziché elaborare la sua teoria della relatività e quindi a sforzarsi per spiegarcela, andasse in giro a fare sondaggi sulla relatività, su come la gente percepisce la relatività, se sa cosa è la relatività, se ritiene che siano meno o più importante della concezione tolemaica dell’universo, e così via. Questo è l’esordio del libro di Emanuele Ottolenghi, di cui finora si è potuto capire solo il livore contro l’ebreo Kustow e gli altri ebrei londinesi e non filoisraeliani, riuniti in Londa in un’afosa estate. Sarà duro arrivare all’ultima pagina, ma berrò tutto il calice!

(segue)

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