giovedì, marzo 15, 2007

La strategia mediatica della diversione

Solo qualche raro articolo di stampa richiama l’attenzione degli italiani sull’imminenza dell’entrata in guerra in cui sta precipitando la nostra unità geopolitica sintetizzata con il nome Italia: Battaglia tra italiani e talebani. Appena sentii la notizia del giornalista italiano rapito in Afghanistan e quella successiva dell’ultimatum con cui gli afghani chiedevano il ritiro delle nostre “truppe di pace”, mi sono fatto una mia rappresentazione degli eventi reali e mediatici che ne sarebbero seguiti. Intanto la notizia non doveva trovare risalto nell'apparato mediatico italiano, non perché ubbidisca ad un Goebbels che detta i più minuti dettagli di ciò che deve essere comunicato. Più efficace è la distribuzione policentrica e “democratica” con cui gli organi deputati alla “formazione” e all’espressione della cosiddetta opinione pubblica stabiliscono di volta in volta i superiori interessi di regime e di governo. L’autocensura è di gran lunga più efficace della censura. Chi lavora in un giornale della carta stampata sa da chi riceve il proprio stipendio, vuol fare carriera nella politica ed ha un suo partito di riferimento, nelle cui liste si trova spesso candidato dopo aver dismesso i panni del giornalista. Molti politici di primo piano hanno per loro titolo professionale la sola qualifica di “giornalista”.

Insomma, io mi sono immaginato che il giornalista di cui ieri ho potuto vedere il filmato non avrà la stessa attenzione riservata dall'allora governo Berlusconi alla giornalista Sgrena, che si era tra l’altro messa in pericolo lei stessa e cacciata nei guai in ostilità al governo Berlusconi. Ci rimise la pelle il funzionario Calipari. La sua vedova, credo per meriti vedovili, si trova ora in parlamento, con pensione assicurata per la sua vecchiaia. Nessuno mi toglie il sospetto che il governo abbia sganciata soldi ai rapitori della Sgrena: i governi mentono ordinariamente per ragioni di Stato. Dagli Alleati Usa siamo stati umiliati in tutti i modo possibili, ma ancora sono in molti (a destra, centro, sinistra) a professare la retorica della fedeltà, della democrazia, della liberazione, della pace, dell'Onu e della sua miracolosa “egida”, ecc. Il giornalista di “Repubblica” (mi auguro di sbagliare!) è destinato a morire facendo meno notizia possibile. Ed in effetti in questi giorni la diffusione del filmato che lo vede prigioniero è sommersa da altre notizie: storie vere, presunte, futili di vallette e deputati; Putin e Cecenia; notizie economiche; Brambilla all’assalto, ecc.

Richiamare l’attenzione sulla minaccia di morte al giornalista italiano di “Repubblica” pronunciata dai Talebani (che non credo scherzino) e sulla loro richiesta di ritiro delle nostre “truppe di pace” dal suolo afghano significa far acquistare consapevolezza del problema al cittadino italiano, cioè a quel povero cristo che ogni giorno è alle prese con i problemi del vivere quotidiano. Altre volte nella sua storia il popolo italiano si è trovato coinvolte in guerre di cui poi non sapeva spiegarsi l’origine, il come, il perché. Spesso le grandi guerre sorgono come gli incendi da una piccola scintilla. Dopo diventano imponenti ed ingovernabili. Le loro conseguenze saranno sentite dalle presente e dalle future generazioni.

A malapena il governo in carica si è salvato al Senato dal voto di fiducia proprio su questione di guerra in Afghanistan. Il finanziamento della “missione di pace” (Ipocrisia che ci governa!) sarà di nuovo oggetto di votazione e la tenuta del governo sarà nuovamente messa alla prova se nel frattempo avranno ucciso il giornalista e se altre uccisioni dello stesso genere e con la stella motivazione seguiranno. Il centro-destra non ha mai fatto mistero del suo filoamericanismo che significa disponibilità a seguire i governi americani in tutte le guerre che intendono fare nel mondo. Per la sinistra basta che ci sia l'egida dell’Onu. È fittizia la contrapposizione fra centro-destra e centro-sinistra: vige il comune interesse oligarchico e trattasi di un ceto politico abbastanza omologato e con differenziazioni marginali, che possono alimentare dibattiti televisivi ma che non offrono ai cittadini vere alternative nella conduzione del Paese, di un paese che naviga come un battello senza timoniere.

lunedì, marzo 12, 2007

L’Afghanistan

Io dubito che se si chiedesse ad un cittadino che passa sul marciapiedi cosa sia l'Afghanistan e cosa ci stiano lì a fare 2000 soldati italiani egli sappia dare una risposta. Potrebbe ripetere le banalità che amministra la televisione di stato: la famosa egida dell'Onu, la difesa della verginità delle donne afghane, la missione di pace, l'instaurazione di una democrazia che manca a noi stessi, e simili. Aspetto che scoppi una contraddizione nel sistema mediatico a seguito del rapimento del giornalista italiano. Sembra vi sia una congiura del silenzio. Se ne parla molto meno che della vicenda Sgrena. Mi sembra ovvio il motivo. I talebani hanno posto un ultimatum: lo uccideremo se entro sette giorni non ritirete le vostre truppe. Fare propaganda sul rapimento del giornalista, significa richiamare una maggiore attenzione sui motivi della presenza militare dei nostri soldati in Afghanistan e compromettere la nuova votazione in senato sul rifinanziamento della missione con rischi di caduta del governo appena miracolato. Dunque muoia il giornalista di Repubblica, possibilmente in silenzio!

POSTO SCRIPTUM - Mi ero immaginato le cose che sono poi successe, secondo quanto ora si apprende.
Links:
– Mi ero immaginato tutta la storia



I balletti della politica

Sento di un tentativo di recupero di Casini da parte di Berlusconi. Il mio breve commento è l'auspicio che all’interno della società possano prodursi movimenti politici, non violenti, che superino i vecchi partiti incapaci di pensare ad altri che alla spartizione di poteri, prebende, privilegi, nella loro comune convinzione che il “popolo” non esista. E può anche essere vero…

Santa Madre Mastella di Calcutta

Mentre ero in Calabria, dove non dispongo di connessione internet, ho assistito alla trasmissione di Michele Santoro con Clemente Mastella. Chi legge questi miei articoli sa bene che non ho nessuna simpatia per Santoro, ma questa volta la repulsione per Mastella vince di gran lunga la mia antipatia per Mastella, che ripeteva lo stesso disco. Confutava i dati di Tramaglia sulla pedofilia dei preti in America, dicendo che la sua chiesa era quella di Santa Madre Teresa di Calcutta, comodo paravento dove si può nascondere un'altra madre: Santa Madre Mastella di Calcutta. Abbastanza ipocrita l'ambiguità con cui per un verso si diceva a favore dell'una parte, ma negava di discriminare l'altra. La risposta che gli si doveva era a proposito della sua insistenza sul diritto naturale. Il diritto cosiddetto naturale è una parte del pensiero filosofico che in oltre due mila anni di svolgimento non ha mai avuto carattere unitario. Vi si trovano posizioni contrapposte e non ha senso appellarsi ad esso come se fosse il codice civile vigente. Eppure Mastella si è detto filosofo, non già giornalista di provenienza professionale. Mah! Non esprimo nessuna solidarietà per Mastella, ma piena esecrazione e mi fa specie che a sua difesa si sia mosso Sandro Bondi. In Forza Italia non esiste dibattito. Uno pensa di poter parlare per tutti senza neppure sentirli. Altro che quattrocentomila tessere. Mastella è l'uomo della legge infame sulla negazione della libertà di pensiero e sulla libertà di ricerca. Solidarietà a Mastella e Binetti? Dio ce ne scampi e ce ne liberi!

sabato, marzo 03, 2007

Fiamma Nirenstein: la propaganda in cattedra

[Avvertenza. Mi sono accorto di un pasticcio. Pur scrivendo di getto l'intero testo, ho scritto in due diversi post. Parte del testo dedicato a Fiamma è stato scritto di seguito al post sul “velo islamico”. Appena me ne sono accorto, l'ho ritagliato e messo in aggiunta a questo post. Non ho tempo per rivedere il tutto, ma avverto che il testo deve considerarsi del tutto provvisorio e bisognoso di attenta rilettura. Ma anche con questa avvertenza considerata la specificità dell'editoria in progress dei blogs credo che possa utilmente venir licenziato, essendo motivi di urgenza]

Approfitto di una pausa pubblicitaria del programma Matrix per riaccendere il computer che avevo appena spento. Forte è infatti l'impulso a prendere posizione nel contesto di una trasmissione dedicata al libro di Ariel Toaf sulle “Pasque di sangue”. La prima notizia del libro ed anche di cosa fossero le ”Pasque di sangue” l’ho avuta mentre mi trovavo a cena con Giano Accame e altri amici. La mia ignoranza sull’argomento e Giano stava riferendo sulla recensione di Sergio Luzzatto che era apparsa proprio quel giorno sul Corriere della Sera. Lui l’aveva letta e ne parlava molto bene. Io non leggo abitualmente i giornali ed attingo in altro modo le notizie di cui ho bisogno. Può essere una forma di autodifesa considerando che più che una fonte di informazione sono in buona parte una fonte di manipolazione. E non esagero. Faccio un esempio. Mi ha sorpreso ieri sera dopo la trasmissione Matrix risentire subito appena avrei dovuto mettermi a dormire la stessa voce di Fiamma Nirenstein in una trasmissione notturna di Radio Radicale nel contesto di non so quale convegno, dove pressoché tutti gli oratori (Carlo Panella, un certo Israel, ed altri tutti che scrivono sul quotidiano di Giuliano Ferrara che io ho ribattezzato Il Volantino, quando per ben due volte si fece promotore di una manifestazione davanti all’Ambasciata dell’Iran in Roma. Sentii lo stesso Ferrara nella sua trasmissione televisiva rivendicare cpme un titolo di merito questa iniziativa di “informazione militante” ovvero di “corretta” informazione”. E mi ha pure sorpreso, come se mi capitasse di scoprire i collegamenti di una trama, che nella trasmissione notturna che ahimè mi ha rovinato tutto il sonno della notte proprio Fiamma Nirenstein elogiasse i grandi meriti di «Informazione corretta», diretta da un certo Pezzana o Cesana, il cui nome ricordo bene o male solo perché parecchi anni addietro dirigeva in Radio Radicale una trasmissione omosessuale, dove per non so quale motivo attaccava in modo pesante ed incivile il mio amico Giano Accame. Glielo riferii all'epoca e lui mi fece un quadro del personaggio. Lo stesso individuo è ora a capo di “Informazione corretta”, della cui esistenza mi sono accorto per aver creato un link sul mio post dedicato alla Leggenda dell’Olocausto. Naturalmente venivo subito bollato come un criminale antisemita e si creava un orientamento, una “informazione corretta” per lettori uno più coglione dell’altro che mi rovesciava insulti di cui non mi capacitavo. Scoprii la tresca perché fu un lettore a spiegarmi come ero stato messo alla gogna e mi aveva fornito il cappello di presentazione sulla quale quanti avevano la pulsione atavica e bestiale di scagliarsi addosso a qualcuno potevano trovare un bersaglio. Appena mi accorsi della manovra reagì come un Calabrese del Seicento ed anche adesso non dimentico i miei diffamatori. Fiamma Nirenstein ha salutato come collegata a una stessa rete di informazione militante la grande opera civile e meritoria di Informazione corretta. Il nome di Pezzana o Cesana l'ho sentito più volte e tutte queste iniziative sono fra loro collegate in un “sistema” dell'informazione. Nirenstein ha dato un'importanza assoluta all'informazione come strumento di guerra. Mi trova perfettamente d’accordo e mi fa pensare ad un documento che metterò in rete su questa pagina appena l'avrò ritrovato nel mio archivio. Spiego brevemente di cosa si tratta e lo spiego ora perché quel documento mi appare quanto mai pertinente a citarlo proprio ora. Ero a Monaco di Baviera, dove facevo ricerche presso l'Institut für die Zeitgeschichte, un'organizzazione già per suo conto orientata ed io mi trovavo in un'altra “fossa dei leoni”. Visionavo microfilm di parecchi documenti nazisti. Uno in particolare attrasse la mia attenzione perché si ripeteva spesso in altri contesti e gruppi di documenti. Non era un documento lungo. Era una sorta di velina, di circolare, di direttiva o avvertenza che martellava con il seguente messaggio: Das ist eine ideologsche Krieg o qualcosa di molto simile. Vale a dire: questa è una guerra ideologica. Quello che capivo e capisco ancor più era che la guerra non la si combatteva solo con le armi materiali (cannoni, bombe, ecc.) ma soprattutto con l’informazione, cioè con il qualificare e giustificare in un certo modo anziché in un altro un determinato episodio. Si formò nella mia mente l'idea che se Goebbels da Berlino o dal luogo dove aveva i uoi microfoni in qualità di ministro della propaganda presentava le cose in un certo modo ed insieme alle singole cose ed ai singoli eventi tutta una concezione della storia dell'uomo e della Germania in particolare, nelle altre capitali belligeranti (Washington, Londra, Mosca) i suoi nemici non facevano diversamente. Quando le bombe alleate e portatrici di libertà in Europa fecero tacere per sempre i microfoni di Goebbels, i microfoni di Washington, Londra, Gerusalemme con gli innumerevoli suoi organi e propaggini (qui ne citiamo solo due: Il Foglio e Informazione corretta) non hanno mai smesso di trasmettere fino ad oggi. Numeroso e qualificato è il personale impiegato in questa guerra di propaganda che non ha mai fine. In questo sistema Fiamma Nirenstein occupa una posizione dirigente e si coccola in mezzo ad ambasciatori e personaggi di vertice, di primo livello. La vanità, l’arroganza. la sicumerà con cui ieri sera a Matrix mi lasciavano di stucco e mi indignavano. Al sicuro, dalla Svizzera, parlava una storico vero, cioè Sergio Luzzatto, ed il suo tono era umile e dimesso. Da quest'altra parte la spavalderia della Nirenstein che pretendeva di insegnare allo storico vero cosa fosse la Verità: ce l'aveva lei in un Foglio. Rivelatore un lapsus della Nirenstein, quando anziché dire Medio Evo, cioè l'ambito temporale e neutro in cui si colloca il libro di Ariel Toaf, diceva spesso Medio Oriente. La Nirenstein pensava di aver ragione perché dalla sua bocca sparava bombette a grappolo. Se non ricordo male in uso dall’esercito israeliano e molto adatte per l'infanzia palestinese. Nella sua sintecità mi è parso degno di Tacito il giudizio che infine lo storico vero Sergio Luzzatto ha pronunciato sulla Nirenstein stando al sicuro in Ginevra, dove abita, benché professore di storia moderna a Torino: o imprecisa o falsa o in malefede. Io correggerei la disgiuntiva o con la congiunzione e. Sarebbe fatica vana ed incompresa spiegare a Fiamma Nirenstein, fonte prediletta di informazione sul Medio Oriente da parte di Radio Radicale, spiegare la differenza fra la Storia e la Propaganda. Per Fiamma la Propaganda israeliana è semplicemente la Storia e la Verità assoluta con la V maiuscola. Mi ha dato conferma della partigianeria e della faziosità dell'antipaticissima (si può dire almeno questo?) signora di nome battesimale Fiamma (come i fuochi di guerra sempre accessi) e di cognome non di origine italiana (Nirenstein), quando a usato per radio in registrazione notturna la parola “assassini”, intendendo che questi soggetti starebbero dall'altra parte e supponendo che da quest'altra, dal sua parte, stiano degli stinchi di santo tutti morigerati di Dio, dell'unico Dio che regna sulla terra e che ha un riguardo tutto speciale per Fiamma Nirenstein ed il suo Popolo Eletto. Non so se Fiamma Nirenstein che parla in corrente italiano, anche se gli escono le parole in inglese, sia una cittadina italiana. Mi auguro di no. Ma se lo fosse e come concittadina volesse trascinarmi in guerra a fianco di Israele e contro tutto il mondo arabo rispondo forte “No!”, sperando che sentano quelli di Informazione corretta e quelli del Foglio.

Ma veniamo alla trasmissione di Matrix di ieri notte 2/3 marzo e della casuale o preordinata trasmissione notturna di radio radicale che insieme combinate mi hanno tolto letteralmente il sonno che spero di recuperare questa notte perché domani mi attende un lungo viaggio im macchina di circa dieci ore. Avrei voluto scrivere solo un commento di poche parole, ma i pensieri e le associazioni di idee vengono e si combinano da sole. Della trasmissione di Matrix ho già detto abbastanza, forse l'essenziale, ossia un essenziale che consisteva nella contrapposizione fra le ragioni e le sensibilità proprie della Propaganda di regime e di guerra (Fiamma Nirenstein) e le oneste e distaccate ragioni di uno storico vero (Segio Luzzatto). Ciò che aiuta a riflettere o fornisce informazioni essenziali non è l'insieme del battibeccho, ma piccoli particolari almeno per me (e per chi altro?) illuminanti. Intanto ho appreso qualche cosa che non sapevo. Sergio Luzzatto è stato fra i firmatari del manifesto dei 150 storici contro il disegno di legge governativo presentato al Consiglio dei Ministri da Clemente Mastella e dal Cosniglio stesso approvato. Non so in quale fase si trovi questo disegno di legge, ma quanto è successo basta a contemplare la possibilità di dover chiedere asilo politico proprio nell'antidemocratico Iran. Non vi è infatti ombra di dubbio che il reato ipotizzato è un reato di opinione, precisamente un reato politico di opinione. E poiché lo stesso reato, grande all'influenza ebraica che la vince sui deboli e imbelli governi europei, è punito in altri paesi d'Europa. occorrerà andarsi a rifugiare in paesi come l’Iran, la Cina, Cuba. Ho sempre vissuto in Italia, non ho mai messo piede in Medio Oriente e se non mi decido a chiudere la mia bocca per lasciar parlare solo quelli di Informazione corretta, il Foglio o la Fiamma, bisogna che peggiorando la situazione bisogni che contempli seriamente la possibilità di finire altrove i miei giorni, ma non senza prima aver combattuto. Col la sua viltà Galilei ci ha lasciato una pesante eredità. Non rimprovero ad Irving o a Toaf la mancanza di coraggio nel sostenere le loro idee frutto di un onesto lavoro di ricerca, non importa se giunto a conclusione giuste o erronei. Non esiste del resto nessun giudice che possa qui dire cosa è giusto e cosa è sbagliato. Non perdono e non ammiro Ariel Toaf per aver ritirato il suo libro che comunque leggerò, divulgandone e discutendone qui le sue tesi, ma ancor meno assolvo quelli che lo hanno costretto alla ritrattazione. Non si accorgono gli stolti che hanno operato allo stesso modo in cui operavano gli Inquisitori medievali che estorcevano con la tortura quelle confessioni che le tante Fiamme di guerra ritengono invalide e tali da non dover essere in assoluto considerate. Se dipendesse da loro, i documenti relativi sarebbe già stati dati alle fiamme. E non dubito che numerosi documenti di storia contemporanea siano stati bruciati, se appena contrastanti con gli obiettivi di una guerra ideologica che non è ancora terminata, ma che anzi si è fatta ognor più capillare. È parso di capire che Ariel Toaf sia stato maggiormente contestato dalla comunità ebraici di Roma che non da quella di Gerusalemme, nella cui università ha potuto trattare in seminari nel corso di sei anni gli argomenti che sono poi confluiti nel libro pubblicato presso il Mulino. A questo proposito devo dire che trovo quanto mai... stupide e filistee la argomentazioni di quel distinto, pacato e sereno signore (di nome Corrado Augias, se non erro) che era presente alla trasmissione Matrix e che ha detto di non aver letto, pur possedendolo, il libro di Toaf. Mi chiedevo cosa ci stesse a fare in una trasmissione dove appunto si doveva parlare di quel libro. Ho poi capito che in realtà stava lì per far propaganda ad un suo libro di successo (ma me ne sbatto dei “successi”: leggo quel ritengo e mi serve leggere, non i “successi”) sul Cristo. Avrebbe fatto certamente più figura se fosse stato zitto ed avesse detto: sono qui la la reclame successiva. Decisamente filistea la sua tesi che il libro avesse dovuto essere pubblicato presso un'editrice universitaria, come se “il Mulino” fosse la carta stampata con cui si incartano le pizze. Nelle università il problema è esattamente l'opposto di quello immaginato da Augias, che credo nella vita faccia il giornalista. Il problema è quello di uscire fuori dalla pareti asfittiche delle università ed offrire alla società il frutto di lunghe e faticose ricerche, il cui scopo e l'onesta ricerca della verità, non la ricerca del successo che magari interessa a quel distinto signore (Augias come le famose stalle), il cui nome mi pare di aver letto sulle colonne dell'Espresso, un rotocalco che vive di scandali e di scoop, a volte azzeccati altre volte meno. Il guaio delle università consiste proprie nel non riuscire a comunicare con la società, lasciando libero il campo per un verso agli Augias e per l'altro alle Fiamme.

È anche vero che la Propaganda di regime cerca anche di insediare suoi uomini nelle cattedre universitarie. Ed infatti ier notte una delle voce era di un altro Ordinario di storia, addirittura alla Sapienza, ma per fortuna non nella mia Facoltà. Non faccio il nome per ovvi motivi. Tutte le posizioni che possono essere trasformate in avamposti ideologici vanno conquistate. Ha ben visto Giano Accame, quando dice che ormai gli ebrei hanno abbondato l'uso del denaro come mezzo di potere e si sono invece lanciati alla conquista della “sovrastruttura ideologica”, dove occupano già buone e ramificate posizioni. Per fortuna, credo che qui vi sia ancora una linea di resistenza. Ed io qui mi colloco. Ho potuto apprendere che mentre Luzzatto è stato tra i 150 storici firmatari del manifesto per la libertà di ricerca, la Nirenstein è fra quelle che vi si oppongono e costituisce probabilmente l'humus culturale al quale ha attinto quel grande uomo di cultura che è Clemente Mastella. Anche io ho la mia “lista nera”, dove andrò a scrivere in rilievo il nome di Fiamma Nirenstein. Avrò almeno il diritto di conoscere il nome dei “nemici” della mia libertà di pensiero. Non perché mi sogni lontamente di fare altro contro la Nirenstein oltre all'esprimergli pubblicamnete la mia disistima e netta dissociazione dalle sue finalità politiche. Dimenticavo una sua petulante stupidaggine detta nella trasmissione Matrix. Allo storico Toaf non sarebbe stato fatto nessun torto in quanto non è stata comminata nessuna sanzione, non è stato fatto nessun processo. Ci mancava pure questo, anche se dati i tempi possiamo aspettarcelo. Un processo è stato fatto del resto a David Irving, che è stato in carcere, ed in Italia se vi saranno uomini di coraggio dovranno scontare il loro coraggio con anni di carcere da tre a dodici, se ben ricordo. La gravità del fatto non viene meno perché a Toaf non è stato ancora inflitto il carcere o non sia stata comminata una specifica sanzione penale. Un’autentica stupidata!

Sto trascivendo una successione disordinata di pensiero via via che mi vengono alla mente. Fatto ciò, non tornerò sull'argomento Fiamma Nirenstein, che spero di chiudere per sempre. Accennavo prima alle attenzione nei miei confronti da parte di quelli di Informazione corretta, la cui natura ed i cui scopi mi rivela proprio la Nirenstein. La prima mossa era stata di mettermi alla gogna, indirizzando sulla mia pagina i Lettori di quella informazione davvero “corretta” (aggettivo della cui unilateralità, faziosità, ottusità ed idiozia non riesco a capacitarmi). Appena accortomi dell'operazione ho reagito dal mio sito. Ho isolato alcuni dei commenti che mi erano giunto e li ho vivisezionati squartandoli in ogni loro singolo componente anatomico. Dall'analisi critica veniva fuori l'assenza della loro logicità e di qualsiasi fondamento. Avendo per fortuna qualche cognizione di diritto penale e costituzionale, non mi è stato e non mi è difficile muovermi. Al tempo stesso, per scoraggiare le pulsioni di quanti amano lanciare il sasso e nascondere la mano ho azionato la modalità che prevede la registrazione di quanti vogliono lasciare commenti ai miei posti. Ho gridato a squarciagola che non ho nessuna remora nell'ospitare opinioni radicalmente contrapposte alle mie, ma non posso ammettere l'insulto, l'offesa, la calunnia, la diffamazione. Agli argomenti si deve essere capace di rispondere con altri argomenti. Altrimenti si tace. Io stesso rivedo continuamente ciò che scrivo e pratico una sola forma di autocensura: quando mi accorgo che senza dolo esco fuori dall'argomentazione razionale e oggettiva e tocco in qualche modo la persona, riscrivo gli stessi testi per far meglio risaltare l'argomento e salvare la persona, fosse pure quella di Fiamma Nirenstein, della quale con tutto il rispetto possibile devo pur poter dire di non condividere nulla e di non avere nessuna stima della persona. Se non si può essere a seconda dei casi positivi e negativi nei giudizi, allora diventa impossibile l'esercizio del pensiero. E del resto qui non faccio che esercitare con maggiore legittimitò lo stesso diritto che la Fiamma manifesta contro Toaf, approvandone la riduzione al silenzio, ed a favore di Mastella, plaudendo alla legge libertida. La stessa Fiamma Nirenstein annuncia al mondo un suo libro (son tutti eguali i libri in quanto composti di carta su cui si stampano caratteri) dal titolo istruttivo: Israele siamo noi. Quel “noi” lascia già indovinare il contenuto del libro, che il lettore intelligente potrà risparmiarsi di comprare e leggere. Ovviamente la Fiamma non può giuridicamente arrogarsi il diritto di includere anche me nel suo “noi”, anche se da lei ci si puà aspettare questo e altro. In ogni caso, non mi sogno neppure di impedire a Fiamma Nirenstein di scrivere, pubblicare e presentare altri cento libri simili a quello annunciati.

Ma torniamo ai piani di guerra dell’Informazione corretta. Dopo la mia pronta reazione, consistente in uno squartamento dei commenti che mi arrivano e che poi non sono più arrivati, intendo dire consistenti nell'analisi logico linguistico storico filosofico giuridica di ogni virgola del commento a me giungeva, le manovre sono state altre. Poiché il questo blog di carattere politico io dichiaro di essere: elettore di Forza Italia, tesserato di Porza Italia, fondatore e presidente di un club calabrese di Forza, coordinatore provinciale dei Clubs di FI in Reggio Calabria, benché redidente in Roma e fondatore di un altro Club virtuale di elettori di Forza Italia, al quale chi intende aderire può qui iscriversi cliccando su «Club Tiberino» quei galantuomini di Informazione corretta hanno pensato di “farmi le scarpe” dentro Forza Italia, come se io con Forza Italia ci campassi in qualche modo: eccetto la tessera che pago io a Forza Italia puntualmente ogni anno, non esiste altro movimento di denaro diretto o indiretto, o ricchezza di forma non monetaria, che segua il cammino inverso: da Forza Italia alle mie tasche. Credo che Informazione corretta, di cui vedo una struttura, non si regga senza finanza. Per non parlare de Il Foglio. Per non parlare della stessa Fiamma Nirenstein che con le fiamme di guerra che ardono eterne in Medio Oriente campa letteralmente, nel senso che la sua pur lecita professione viene da quella parte. Stolti dunque i miei detrattori. Non ho i servizi segreti a mia disposizione, ma qualcosa ho potuto ricostruire. Dapprima il contatto è avvenuto con un sito dal nome Ragionpolitica.it, che si fregia del logo di Forza Italia e pure contiene iscritto “Dipartimento Formazione”. Io dico ministero della propaganda e simili. Non ho simpatia per nessun genere di propaganda che considero assai negativamente. La propaganda per sua natura è il contrario della Verità, che quando è davvero tale non è mai di parte. Trattandosi di un foglio ufficiale di partito, avvalendomi e dichiarando le mie qualifiche di partito, mi sarei aspettato di poter pubblicare qualcosa su quel foglio di partito, le cui elezioni politiche e amministrative avevo contribuito in misura non esigua a far vincere. Mi sono presto accorto di una chiusura e all'epoca non avevo ancora scoperto la possibilità di poter costruire un mio proprio sito dove non solo avrei potuto esprimere le mie opinioni, ma criticare civilmente tutte quelle che non condividevo, ad incominciare da quello che leggevo in Ragionpolitica.it, nominalmente diretto da Baget Bozzo, con il quale ho avuto qualche scambio epistolare. Il mio contrasto con Ragionpolitica.it raggiunge il massimo in un diverbio epistolare con un suo redattore (a pagamento?) che pretendeva di parlare a me di Augusto Del Noce, di cui lui devo aver letto qualche libro stampato. Non sono riuscito a nascondere un certo mio disappunto perché io di Del Noce sono stato allievo fedelissimo, nel senso che non mi sono rimasti ignoti i più segreti recessi del suo pensiero che vanno bel al di la delle carte stampate lette dal Redattore citazionista di Ragionpolitica.it Dopo anni di mestiere ho impararato a diffidare di quanti citano questo o quel libro, magari molti libri di cui per forza qualcuno non si è potuto leggere, ma sono incapaci di pensare con la loro propria testa e soprattutto di far capire agli altri cosa intendono dire e dove vogliono andare a parare. In quello che scrivo cerco di fare meno citazioni possibile. Lo faccio quando il non farlo sarebbe in sostanza una forma di plagio, perché farei miei propri pensieri e teorie altrui. E chiudo con questo Innominato Redattore, la cui posizione all'interno del Partito se ne ha una io ignoro. Non mi interessa questo aspetto, ma ho dovuto lanciargli diffide formali rimaste in forma di corrispondenza privato per aver egli messe in dubbio pubblicamente le qualifiche di partito da me dichiarate, quasi che il mio fosse un millantato credito. Si aprirebbero qui vie giudiziare che non amo percorrere, soprattutto se ho ragione da vendere. E chiuso dunque con l'Innominato.

Un altro passaggio livello più alto. Non mi è nota la dinamica precisa. Ma ci furono telefonate ad alto livello. Quando ne ebbi notizia andai ad acchiappare senza soggezione alcuna: io non prendo una lira che sia una lira da nessuno e campo del mio onestissimo lavoro di ricercatore non di cellule staminali di concetti filosofico-giuridici e perciò posso stare alla pari con Berlusconi, che plaudo e critico quando ritengo di dover fare l’una e l’altra cosa. Stanato l’Alto Papavero è venuto fuori. È stato da me sfidato in materia di diritti di libertà di manifestazione del pensiero, di diritti e doveri discendenti dall'art. 49 della costituzione. di costruzione e struttura democratica di un partito, di diritti di opinione all'interno di un qualsiasi partito operante nell'ambito della costituzione italiana, oltre naturalmente che sui testi da me effettivamente scritti e di cui mi assumo la responsabilità, testi che l’Alto Papavero si è ben guardato dal leggere come ho potuto desumere da incongruenze desunte dalla stessa corrispondenza: io scrivevo di pere e lui pensava che si trattasse di limoni. Nel nostro democratico paese esistono una categorie di persone che si chiamano “pezzi grossi”. I pezzi grossi praticano alti pezzi grossi. Se qualcuno vuol parlare con un pezzo grosso, devo farsi introdurre da un altro pezzo grosso o meglio da uno an cora più grosso. La realtà della militanza politica di base è fatta in modo tale che il pezzo grosso di partito apprezza il militante di base solo al momento della raccolta dei voti, poi è come se non esistesse più. Se poi capita che l'oscuro militante, ma nel mio caso un semplice cittadino che vuol dire pubblicamente la sua in materi di stato, diritto, politica interna ed internazionale, se capita che l’oscuro militante acquista una sia pur minima visibilità pubblica, allora il pezzo grosso di partito si accorge di lui. In pratico, sul Monte Olimpo dove è scritta e mandata nel Ciberspazio Informazione corretta che deve essere ammessa quando si parla di Israele e della sua politica ci sè accorto di un mio post intitolato “La leggenda dell'Olocausto”, essendo un testo alquanto lungo e per niente terminato, un testo perennemente in progress che si alimenta di informazioni via via raccolte, credo che il testo non sia stato neppure letto nella sua interessa. Sarà bastato solo il titolo provocatorio per far scattare tutti i movimenti, la cui meccanico posso solo in piccola parte ricostruire oggettivamente e per il resto posso intuire. All'Alto Papavero ho rimproverato la sola più elementare e corretta che poteva e doveva fare: rivolgersi direttamente a me. Cosa che i Papaveri normalmente non fanno perché sono troppo alti e fanno fatica a piegare il collo. Bah! Ho voluto diffondermi nel narrare questa piccola storia inconfutabile nella sequenza dei fatti narrati per dare una dimostrazione di che cosa sia quella Informazione corretta, le cui lodi sperticate ho sentito fare dalla Fiamma Nirenstein questa notte.

Mi avvio alla conclusione con alcune notazioni importanti. Le cose che ho ascoltato questa notte, perdendo il mio sonno, sono di elevato livello concettuali, fatta eccezione dell'intervento di Fiamma Nirenstein, assai rozzo nel suo contenuto piattamente ideologico. Invece tutti gli altri interventi i cui nomi ascoltati durante il dormiveglia posso ricordare male mi hanno dato l’impressione di un vero e proprio laboratorio di guerra. Non a caso la voce del conduttore, facendosi essa carico di trarre le conclusione delle diverse e articolate analisi, ha detto: dunque, guerra all’Iran? Nessuno ha smentito perché l'eliminazione dell'Iran e nel cuore nel pensiero di tutti. Una notazione devo fare per il discorso di Carlo Panella, di cui riconosco la profondità di pensiero ma che mi vede diametralmente contrapposto. A meno che non riservino anche a lui il trattamento inferto ad Ariel Toaff ha ribaltato le analisi riguardo a Hitler, nazismo e Shoa. Non sarebbe stata l’opera di un pazzo, di un folle, ma avrebbe espresso sul piano della storia il pensiero del tempo in ordine alla annosa e millenaria questione ebraica. Se così è, e mi riservo ulteriore riflessione, allora viene meno tutto l'armamentario della crimilazzazione e della giuridicizzazione del crimine seguito all’Olocausto e a Norimberga. Poiché il pensiero non nasce dal nulla, ma nasce da altro pensiero e l’un pensiero si nega inscindibilmente al suo opposto, la cui dinamica è stata in qualche modo descritta da Hegel, cadono da ogni processo di responsabilizzazione tutte le guerre e le tragedie di crudeltà e disumanità connesse alle guerre, che non ci stanchiamo di deprecare ma che accompagnano sempre la nostra storia. Si vive nella pretesa che l'ultima guerra sia l'ultima, ma poi il giorno dopo ne sorge un'altra peggiore della precedente. Il linguaggio con cui si descrivono gli eventi della storia non è immune dalle schegge che balzano dai bombardamenti materiali. Anzi proprio sul linguaggio (»Questa è una guerra ideologica«) sono stati caricati i mezzi più virulenti di guerra e distruzione. Non basta distruggere fisicamente le città ed ucciderne in tutto o in parte gli abitant. Bisogna svuotare loro il cervello. Bisogna privarli di ogni autonoma capacità di pensare e di parlare, a meno che non sia quella stabilita come «corretta» e sola ammesso nella presunzione di un esclusivo e unilaterale possesso della verità, giustizia, libertà, eticità, democrazia e simili baggianate ormai privi di senso e di contenuto che non sia ideologico e funzionale alla guerra condotta parallelamente con le armi tradizionali). Non so quanto Carlo Panella si rende conto di questo possibile ribaltamento della sua analisi. Non mi pare che si sia dissociata dalla conclusione: “dunque, guerra all'Iran”. Qui mi fermo per sopraggiunta stanchezza. Questo testo è stato composto di getto come reazione indignata alle parole di Fiamma Nirenstein. Lo stesso testo sarà in altra occasione da me riletto e rivisto allo scopo: a) di apportare le necessarie correzioni formali-linguistiche che ne consentano l'intellegibilità; b) di emendarli di tutte le frasi o espressioni che mi siano sfuggite dalla penna e che possono essere lesive delle persone citate secondo il vigente ordinamento giuridico. Se ve ne sono, queste parti verranno da me immediatamente emendate da chiunque si ritenga leso sottoq uesto aspetto. La mia intenzione è di manifestare un parere dottrinale o almeno un'opinione su temi difficili, non di offendere sul piano strettamente personale chicchessia. Spero che in questo paese sia ancora possibile pensare. Restano fuori numerosi altri spunti che saranno sviluppati in altra occasione. È ora di pranzo e devo preparare il mio bagaglio per la partenza di domani. Vado in luogo dove non dispongo di connessione internet e dove in ogni caso avrei altro da fare. Saluto i mei quattro lettori e rimando i miei ideali colloqui con loro fino al giorno del mio rientro in Roma.

venerdì, marzo 02, 2007

Si son levate il velo!

Eccolo il vento della Libertà che adesso soffia a Bagdad. La televisione italiana di Stato ha appena dato la notizia che a Badgad il velo ora è facoltativo. Ed infatti il “ninistro iraqueno per le pari opportunità” (commovente doppione italiano dell’analogo ministero) continua a metterselo, per libera scelta, non per obbligo o costrizione, come era – se ho ben capito – ai tempi di Saddam. Peccato che questa conquista di libertà sia costata un'infinità di morti e distruzioni ed una guerra civile di cui ancora non si vede la fine. Temo che per continuare a portare quel velo, se è proprio proibito dalla religione e dai governi arabi, le armi americane dovranno restare di stanza in Iraq ancora per lungo. Ma la libertà non ha prezzo e sul velo delle donne islamiche si reggono i destini del mondo.

Prodi ossia lo Squallore al governo dell’Italia, disgraziato paese

Nei miei 57 anni di esistenza ho perso il conto di tutte le successioni di governo. Di Romano Prodi, scialba figura assolutamente priva di appeal e di carisma, mi chiedo perché lo abbiano voluto quelli della sua stessa parte politica. La spiegazione che trovo è la seguente: avevano bisogno di un re travicello che consentisse ad ognuno di curare il suo orto, di fare la sua propria politica, di condurre i suoi giochi in attesa di un diverso equilibrio che dia loro un maggior peso nel pollaio. Il modo in cui si è svolta la crisi, malamente ricomposta, anzi per nulla ricomposta ma solo rinviata, dovrebbe confermare la mia analisi, che non è dettata da partigianeria. Se l’Italia, un disgraziato paese che va alla deriva, avesse un buon governo non mi preoccuperei del colore della sua bandiera. E se sono severo nel giudizio su Prodi non sono tenero verso la parte politica che ho votato. E se ho scelto una parte per la quale votare è solo perché rifiuto con consapevolezza e determinazione la via dell’eversione violenta. In questo momento il problema specifico si chiama Prodi e non è esaltante il momento che stiamo vivendo, malgrado il trionfalismo rituale da una parte ed il remar contro dall’altra. Un esempio concreto? Trovo stucchevole il solo appello all’evasione fiscale come se fosse la situazione miracolosa che consentirebbe di moltiplicare pani e pesci. Probabilmente, se tutti pagassero le tasse e le tasse venissero perfino raddoppiate ad ognuno, noi vivremmo gli stessi problemi e le stesse situazioni in dimensione amplificata. Vorrei proclamare non la lotta all'evasione, ma il diritto di ognuno di poterle egualmente evadere, assumendosene i rischi. Invece, la stragrande maggioranza dei cittadini è costretto ad una virtù forzata, ad una sorta di cintura di castità. Vi era stato un referendum con il quale si toglieva agli uffici e ai datori di lavoro il prelievo alla fonte del carico fiscale e contributivo. Avremmo pagato ognuno le tasse allo stesso modo in cui paghiamo già le bollette di luce, acqua, gas, telefono, televisione, ici, mondezza e simili. Il governo, un governo Ladro che trafuga nottetempo i soldi dai risparmi, non si è fidato dei suoi cittadini, allo stesso modo in cui i cittadini non si fidano dei governi che più o meno ingloriosamente si succedono l'uno all'altro: questa è la splendida democrazia italiana, fulgido esempio divenuto oggetto di esportazione in Iraq ed Afghanistan e forse presto anche in Iran.

Registro dunque il momento storico e passo ad altro, affidandomi allo Stellone d’Italia, unica nostra speranza in una notte buia con una nave affidata ad una ciurma di ubriachi e tossicodipendenti. Ho appena finito di sentire Fini, che parla di “crisi di sistema”, ed ahimé dice il vero, ma non so se si rende conto che la crisi di sistema tocca anche lui. Adesso ha appena iniziato a parlare Berlusconi. Interruzioni. Bella la battuta sugli elefanti di Annibale. Disponibilità sulla legge elettorale. Ma santo Iddio, questa pessima legge elettorale che tu adesso vuoi cambiare, sei stata tu a volerla, accettando i ricatti di Follini, che adesso ti ha dato il calcio dell’asino! Il pregio di Berlusconi consiste nell'essere l'Unico che può aggregare un vasto consenso politico. Lo può in virtù della sua ricchezza che lo pone fuori dalla politica. Tutti gli altri, ad incominciare dal successore designato, Fini, non sarebbero nulla al di fuori della politica, Lui resterebbe Berlusconi l’uomo più ricco d’Italia che non ha bisogno di arricchirsi con la politica e che avrebbe potuto arricchirsi di più se avesse fatto come Agnelli, che ha affittato tutti i partiti che voleva ed è stato pure nominato Senatore a vita per aver socializzato le perdite delle sue aziende e privatizzato i profitti, ma soprattutto ha avuto il grande merito di non aver tolto ai politici il loro mestiere scendendo direttamente in campo, come ha invece fatto Berlusconi, colpa che i politici italiani non intendono perdonargli. Commette spesso delle gaffe, che provocano le reazioni dei politici ma suscitano la simpatia degli italiani. Credo che siano delle gaffe ad arte. Dopo questa apparente sviolinata, colgo l'occasione per dire che la mia tessera a Forza Italia non corrisponde a nessun interesse materiale. Senza peli sulla lingua dico tutto quel che ho da dire dentro il partito e non risparmio dalle mie critiche neppure Berlusconi, quando è il caso. Starò in Forza Italia finché con procedura di legge non ne verrò espulso, ma fino ad allora dirò senza remore tutto quello che penso e me ne infischio se l’on. Tajani, da me votato, dice l’opposto di quel che penso: è lui che dovrebbe rappresentare me, non viceversa! Mi rivolgo all’on. Antonio Palmieri, con cui abbiamo avuto una privata corrispondenza. Credo che possa ben capire, se legge queste righe.

Dopo Berlusconi parla Fassino e lo scontro è vivace. Rinfaccia a Berlusconi di non essere il leader della Casa delle Libertà. Pensa forse a Follini ed a Casini. Caro Berlusconi, buttali fuori! Te lo avevo detto. Ma un momento... adesso Fassino ha ragione: la dizione "Casa delle Libertà" non corrisponde ad un’effettiva religione della libertà. Penso ai tanti baciapile presenti in Forza Italia per convenienza e non perché autenticamente liberali. Si tratta di una zavorra di cui occorrerebbe liberarsi. Si potrebbe costituire un unico partito della Libertà aggregando anche i Liberali dell’altro schieramento e dall'altra parte si potrebbe contrapporre il partito della Conservazione, con a capo il cardinale Ruini, novello cardinal Ruffo, già capo del partito Sanfedista, nel quale si è riconosciuto un Mantovano. Io stesso posso confermare e attestare che al nome di Casa delle Libertà non corrisponde una prassi effettiva di libertà e democrazia. Non saranno le brambillate e le utriate a risolvere il deficit di libertà e democrazia esistente all’interno della Casa delle Libertà. Ma fatte queste critiche resto dalla parte di Berlusconi leader indiscusso del centrodestra, ancora in buona salute, e non dalla parte di Fassino, residuo fallimentare del comunismo e di Prodi, uomo dell’Iri e delle sedute spiritiche.

mercoledì, febbraio 28, 2007

Legalità contro legittimità

Devo dire che l'altra sera al “Caffé Letterario” in occasione della presentazione del libro di Emanuele Ottolenghi non mi sentivo di fare una lezione universitaria al sen. Antonio Polito sulla distinzione fra legalità e legittimità, che mi sembrava sfuggisse del tutto al suo bagaglio culturale. Del resto, non è neppure una distinzione del tutto pacifica. Oltre 20 anni fa si era svolta nei locali del Parlamento una ben altra presentazione di libri. Erano usciti presso l'editore Giuffrè i volumi iniziali della collana ”Arcana imperii”, diretta da Gian Franco Miglio. Questi volumi erano dedicati ai suoi progetti di riforma della costituzione di cui allora ed anche oggi molto si parlava e si parla. (segue)

Giano Accame: alle origini del sionismo

Avevo annunciato ai miei Lettori l’ingresso in questo Blog di un gruppo di miei amici, a cui avevo accennato il progetto, ricevendone l'adesione. Fatte le normali procedure di “invito”, da allora non ho voluto assillarli. Non è mancata da parte loro l'adesione, ma si tratta semplicemente di non familiarità con il mezzo informatico. Mancherò per qualche tempo da Roma, ma al mio ritorno con molto piacere insegnerò loro le semplici tecniche. Con l'occasione rendo pubblico ai miei Lettori che questo Blog da individuale diventerà collettivo e data la grande professionalità giornalistica dei miei amici io credo che questo Blog possa perfino diventare un giornale telematico. In periodiche cene di lavoro discuteremo i temi che confluiranno in questo Blog. Avverto che le nostre idee non è detto che coincidano, anzi normalmente ciò non avviene allo stesso modo in cui non esistono due cervelli identici. Sarà una bella occasione per discutere fra amici e in un ambiente amico. Ad esempio, non sapendolo io, mi ha detto Giano Accame di essere stato lui il primo intellettuale di destra ad avere posizioni filoisraeliane. Non lo sapevo e sono veramente curioso di apprenderne gli argomenti. Può benessimo darsi che io mi ritrovi d'accordo con Giano, anche se appena ieri mi sono dichiarato filoarabo. L'amico Giano mi ha mandato oggi stesso l'articolo qui di seguito che metto io in rete in attesa che sia capace di farlo lui stesso. Il titolo (Alle origini del sionismo) l'ho messo io stesso, perché il testo che Giano mi ha mandato ne è privo. Il testo inoltre è redatto come se fosse un articolo di giornale. Anzi è un articolo di giornale e va benissimo. Avevo tuttavia spiegato a Giano che non intendevo gravarlo di particolari oneri di lavoro. Se lo vuole i suoi articoli possono essere più leggeri e meno impegnativi per lui. Non è questo in nessun modo una critica alla qualità dell’articolo (eccellente), ma solo un modo di dirgli che la tecnica del blog è molto meno faticosa di quella richiesta da un testo preparato per la carta stampata. Intanto saluto l’ingresso di Giano Accame, che senza tema di smentita presento come uno dei più importanti intellettuali della cultura del centro-destra.

Antonio Caracciolo


GIANO ACCAME

Alle origini del sionismo


Tra gli ispiratori del sionismo raramente, accanto a Theodor Herzl, a Max Nordau, a Martin Buber, al poeta di tipo carducciano Chaim Nachman Bialik o a Nathan Birnbaum, che ne mise in uso per primo la parola (dal monte Sion, la collinetta su cui si era formato - come a Roma il Palatino – l’insediamento più antico di Gerusalemme), vengono indicati i padri del Risorgimento. Eppure il mito di Garibaldi, evocato da Jabotinskij nei suoi saggi, e la predicazione mazziniana di “Dio e Popolo”, che tanta influenza ebbe nell’Europa centrale e slava incubatrice del sionismo, hanno certamente contribuito a rendere credibile anche tra gli ebrei, dopo secoli di Diaspora, un movimento laico-patriottico con forti venature religiose per il ritorno nella Terra dei Padri, in Erez Israel. Ancor più degli altri semiti con cui condividono le basi del linguaggio (è un luogo comune ricordare che pace è shalom in ebraico e in arabo salam, da cui vengono i salamelecchi), gli ebrei hanno conservato un fondo tendenzialmente nomade, che li spinge a vagare, ma coltivando al tempo stesso la nostalgia del ritorno. Questo radicato nomadismo può spiegare, tra l’altro, il contrasto che si trascina da migliaia d’anni nella valutazione tanto differente di due storie tanto somiglianti: nella vicenda ebraica, intrisa di senso del peccato, la condanna priva d’attenuanti per il fratricidio commesso dal contadino Caino ai danni del pastore Abele; al contrario, nella storia romana, la divinizzazione di Romolo che, impegnato come Caino nel progetto evolutivo di una civiltà stanziale, uccise Remo perché beffeggiava il solco di Roma nascente, ribellandosi anche lui ai paletti di confino in nome di una tradizione da pastore, come Abele. Sono contrasti arrivati sino a noi nei film western, dove si riproducono conflitti sanguinosi prima tra i pellerossa, cacciatori nomadi, e i coloni anglosassoni, poi risse tra i farmers e i cow-boys, che con le mandrie vaganti ne abbattevano i recinti e ne devastavano le coltivazioni.

L’idea di un Risorgimento ebraico, di una nazione dispersa dai romani, ma ancor prima dalla propria irrequietezza, e tenuta unita da un patto esclusivo d’Alleanza col suo Dio (i nostri “fratelli maggiori” in monoteismo si sono scarsamente dedicati al proselitismo, rimanendo così pochi milioni, mentre cristiani e musulmani si contano a miliardi) che in Palestina ritrova la terra, era naturalmente destinata a scontrarsi con delle difficoltà: la terra promessa nel frattempo era abitata da altra gente, come ai tempi di Mosé, quando il ritorno dall’Egitto implicò una dura riconquista affidata alla bravura militare di Giosué e alle indicazioni di un Dio che raccomandava di sterminare senza esitazioni chi vi si opponeva. Per i sionisti, politicamente formati nelle concezioni nazionali e coloniali allora correnti in Europa, il problema pareva più facile e umano: non era necessario sterminare gli arabi della Palestina; sarebbe bastato comprare una parte delle loro terre e associarli in un processo di civilizzazione meno prepotente di quello che stavano praticando diversi paesi occidentali (la Francia in Tunisia, in Algeria e nel Marocco diviso con la Spagna; l’Italia in Libia; la Gran Bretagna in Egitto e con il mandato in Palestina) per inserire nella modernità quelli che Marx definiva con punte di disprezzo. Non era immaginabile che degli ebrei occidentalizzati dovessero preoccuparsi degli arabi più degli altri popoli europei. La convenienza a una pacifica collaborazione ha fra vari argomenti un’immagine visiva nel confine che li separa oltre il lago di Tiberiade, segnato da due colori: il verde degli alberi e delle coltivazioni in Israele e subito al di là il giallastro dei terreni incolti. Così gli arabi hanno desertizzato anche la Libia, un tempo granaio dell’Impero romano, che i coloni italiani chiamati da Italo Balbo stavano riportando alle antiche fioriture. All’estensione del verde dovrebbe corrispondere una comune estensione di benessere. Ma la storia è intrisa di passioni, orgogli, risentimenti, di feroci spinte irrazionali, e non s’accontenta di miglioramenti materiali: i palestinesi non ci stanno. Anche i sionisti stanno realizzando, del resto, un ripudio patriottico dei calcoli economici, perché ogni dollaro versato a Israele dagli ebrei statunitensi potrebbe essere investito molto più vantaggiosamente, anziché in quelle terre aride e contese, in altre parti del mondo.

Nel periodo tra le due guerre alcune fasi acute di contrasto tra i sionisti immigrati e i palestinesi, che costarono in tutto due o trecento morti, cioè piccoli salassi nel vasto orrore del secolo XX, vennero risolte a sparatorie paesane o di quartiere e bastonate. Ricordo d’aver pensato già nel 1962 che prima o poi sugli israeliani sarebbero piombate accuse di fascismo, vedendo nel museo dell’Haganà (la formazione paramilitare dei sionisti moderati, socialdemocratici) a Tel Aviv una gigantografia con ebrei che agitavano bastoni da un camion molto simile ai 18BL dei nostri squadristi. Ma una mezza idea che gli israeliani per diversi aspetti fossero “dei nostri” me l’ero fatta sin dall’immediato dopoguerra leggendo su di loro un libro di Arthur Koestler, Ladri nella notte, stranamente mai più ristampato. L’autore di Buio a mezzogiorno era diventato in Palestina capo ufficio stampa del movimento sionista revisionista d’ultradestra Irgun Zvei Leumi allora capeggiato dal suo fondatore Vladimir Jabotinskij, accusato di fascismo, e che avrà come eredi politici il terrorista e Premio Nobel per la Pace Menachem Begin (di cui non a caso le memorie in Italia sono state pubblicate dall’editore Ciarrapico, amico di Almirante), poi il generale Sharon sino agli attuali governanti della destra israeliana. Per noi giovani missini non era difficile trovare nel libro di Koestler forti affinità di passione nazionale: ne parlavo con Fabio De Felice, uno dei più animosi attivisti e dirigenti giovanili missini degli anni Cinquanta. Un residuo d’animosità contro i vincitori inglesi ci rese simpatici gli attivisti della destra sionista quando a Roma (una notte e senza vittime) fecero saltare in aria spianandola l’ambasciata britannica; e quando nel luglio del 1946 con un attentato guidato da Menachem Begin fecero crollare a Gerusalemme un’ala del King David Hotel, sede del comando inglese, uccidendovi una novantina di ufficiali e membri del personale britannico. Il terrorismo è l’arma dei deboli e allora i deboli erano loro.

Converrà a questo punto ricordare che tra fine Ottocento e primo Novecento tre sogni di restaurazione di passati gloriosi si agitavano nel Mediterraneo. Il sogno mazziniano della Terza Roma, la Roma del Popolo dopo quella dei Cesari e dei Papi, che, cantato dai poeti (Carducci, Pascoli, d’Annunzio, Marinetti), assecondato dal liberale Giolitti con la conquista della Libia e dell’Egeo, ebbe la sua illusoria realizzazione con l’Impero mussoliniano durato appena cinque anni (ma nemmeno l’Impero di Napoleone durò molto più d’una decina d’anni) e tramontato con la disastrosa sconfitta dell’8 settembre 1943. La democrazia ellenica aveva a sua volta sognato col poeta Kostis Palamas e il leader liberaldemocratico Eleuterio Venizelos la Megali Idea, la Grande Idea di strappare ai turchi Istanbul, l’antica Costantinopoli, per ricostituirvi l’Impero di Bisanzio. I greci pensarono di profittare dopo la prima guerra mondiale del crollo dell’Impero ottomano, ma si trovarono di fronte l’imprevista reazione di un militare modernizzatore, Mustafa Kemal Ataturk, che non solo non permise loro di impadronirsi d’Istanbul, ma cacciò fuori da Smirne e dall’Asia minore una popolazione ellenica che vi abitava da tremila anni. Battuti i greci nei primi anni Venti, spazzato via il sogno italiano del Mare Nostro e della Quarta sponda in Libia a metà degli anni Quaranta, è rimasto in piedi tra crescenti complicazioni solo il sogno di restaurazione dello splendido Regno di Salomone oggi in concorrenza con le confuse aspirazioni di un rinnovato Grande Califfato.

Nel frattempo, infatti, mentre nasceva lo Stato d’Israele, gli europei abbandonavano la fascia meridionale del Mediterraneo per un processo di decolonizzazione che si compiva all’inizio degli anni Sessanta con la vittoria della rivolta antifrancese in Algeria. Il mondo arabo imboccava un secolo dopo di noi il suo processo risorgimentale (il nome del partito Baath, sociale e nazionale, è la versione araba di Risorgimento); e gli israeliani si trovarono da soli lì nel mezzo a fronteggiarlo con l’appoggio a partire dal 1968 degli Stati Uniti, che ancora nel 1956 avevano minacciato un intervento contro un’alleanza israeliano-anglo-francese sorta per reagire alla nazionalizzazione egiziana del canale di Suez. Inizialmente la presenza di circa 750.000 profughi palestinesi sembrò un falso problema in un’Europa dove la Germania aveva assorbito dodici milioni di profughi dall’Est (e almeno due milioni erano morti nella fuga); dove i francesi avevano risistemato in patria oltre un milione di profughi dall’Algeria; noi i profughi dall’Istria, dalla Dalmazia, dalla Libia e così via. Pareva assurdo che l’ampio mondo arabo-islamico arricchito dal petrolio non riuscisse ad assorbire i diseredati dall’espansionismo ebraico e li concentrasse per decenni in campi profughi a incubarvi odio e sete di rivincita. I rapporti di forza mostravano la netta superiorità numerica degli arabi, ma giunti nel giugno 1967 alla guerra dei sei giorni si comprese che la sorprendente superiorità del giovane ebreo Davide contro il gigante filisteo Golia era uno degli archetipi junghiani non solo sopravvissuto ma rafforzato nella modernità. Da quella campagna, cui assistetti come inviato del Borghese, ricordo con ammirato stupore l’ultimo giorno quando, dopo aver sfondato i giordani oltre Gerusalemme e gli egiziani sul fronte di El Arish, gli israeliani si rivolsero contro i siriani sulle alture del Golan. E noi giornalisti portati ad assistere alla fase terminale del brevissimo conflitto vedemmo avviarsi con gli altri una colonna di carri armati color giallo chiaro diversi da quelli dell’esercito israeliano: erano i carri catturati nei giorni precedenti all’esercito giordano, già inclusi dagli israeliani nel loro dispositivo militare con una rapidità e scioltezza addestrativa che nessun altro esercito al mondo avrebbe saputo eguagliare. Capii allora che quel popolo selezionato da scelte volontarie, sfuggendo ai pogrom russi e all’Olocausto nazista, aveva ormai poco a spartire con l’omino del banco dei pegni o coi banchieri ebrei. Era tornato ai tempi in cui Abramo con 318 dei suoi servi più bravi inseguiva sino ai pressi di Damasco i Re d’Oriente, che gli avevano rapito il cugino Lot, e li batteva; e ai tempi in cui Gedeone, selezionando un reparto di 300 arditi da 22.000 uomini rimandati a casa, sconfisse i madianiti. I rapporti degli ebrei con il denaro sono medievali, imposti dalla Chiesa che non consentiva ai cristiani il prestito a interesse, mentre giunsero a coniare una loro moneta con un paio di secoli di ritardo dopo i greci dell’Asia Minore, che furono i creatori, insieme alla filosofia, della moneta coniata e controllata dal Tempio (la stessa parola “moneta” viene dal Tempio di Giunone Moneta, Dea del buon consiglio, presso cui funzionò la prima zecca dei romani) e dalla Polis. Non era in banca la vera vocazione degli ebrei. Erano in origine e sono tornati a esserlo un piccolo popolo guerriero e di grandi scrittori, capaci d’interessare rivelando anche su se stessi episodi imbarazzanti: dalla Bibbia, questa raccolta di racconti della loro storia nazionale diventata nostro testo religioso, alle nevrosi americane spiritosamente narrate da Saul Bellow e alle allegre sconcezze con cui Philip Roth e Alessandro Piperno si divertono a confermare i pregiudizi un tempo correnti sugli ebrei libidinosi, che non penserebbero ad altro che a scopare le bionde figlie o le mogli dei gojim.

Il valore e la potenza di questo popolo sono impressionanti. L’influenza finanziaria degli ebrei nell’ultima metà secolo è proporzionalmente diminuita, perché altre etnie sono entrate in forza nel mondo del denaro: dagli arabi con i petrodollari ai giapponesi ai cinesi, che prima in questo campo non contavano. Ma gli ebrei sanno bene, per averne praticato l’uso in secoli d’umiliazione, che i poteri dell’intelligenza e del coraggio superano di gran lunga quelli, pur sempre importanti, del denaro. Dopo l’orrenda potatura nazista è in questi campi che la loro pianta si è andata rafforzando, seguendo una tendenza avviata nel secolo scorso da Abi Warburg, figlio d’una grande famiglia di banchieri ebrei, che voltò le spalle ai maneggi del denaro per affermarsi invece come geniale storico e critico d’arte. Basta osservare di quanti scrittori, artisti, scienziati e soprattutto opinion leader dispongano in tutto l’Occidente come strumento d’egemonia gramsciana nelle nostre società e d’influenza sui poteri democratici. E tuttavia anche i palestinesi, da entità poco rilevante, sono giunti a imporre una presenza politico/mediatica non più trascurabile, tanto in Palestina con l’Intifada scoppiata nel dicembre 1987 e poi rinnovata con le devastanti immagini televisive dei bambini arabi che tirano le pietre e dei soldati ebrei che gli sparano contro; quanto col moltiplicarsi di vocazioni terroristico-suicide, di cui si devono deplorare le vittime civili, ma non ignorare la forza imitativa dell’esempio. Esempi del genere, oggi moltiplicati come prodotti in serie da supermercato, ci erano stati proposti già alle elementari attraverso le rare figure eroiche di Pietro Micca e di Sansone, deciso a morire travolto. Secondo la storia biblica sul terrazzo della casa fatta crollare da Sansone, cifra che richiama il dramma delle torri gemelle. E vittime civili non vennero risparmiate dai liberatori americani a Hiroshima e Nagasaki, ma anche in Italia (64.000 morti accertati nei bombardamenti aerei angloamericani, di cui 4.000 militari e 60.000 civili, ma la cifra corrente è sui 70.000) e in Germania (circa mezzo milione). Occorre guardarsi dai giudizi sbrigativamente liquidatori del terrorismo, arma dei poveri ma usata ieri e ancora oggi dalla democrazia più ricca e potente del pianeta, che rischiano di non essere condivisi da una larga parte del genere umano nella loro strumentalità propagandistica.

Interesse e impegno dell’Italia e dell’Europa è lavorare per la pace in un’area a noi così vicina. Ma se un tempo la pacificazione si poteva imporre in nome d’una superiore civiltà con le forche di arabi impiccati che il pubblico italiano, come ha bene spiegato Aldo A. Mola nella biografia del liberale Giolitti. Lo statista della nuova Italia (Mondadori 2003), si abituò a vedere nel 1912, ora non si può. Occorre partire da concezioni di reciproco rispetto e comprensione del fondo drammatico da cui si alimentano le passioni della storia. Ricorrendo ancora una volta a una comune lettura della Bibbia, va ricordata l’offesa da cui nascono gli arabi, discendenti d’Ismaele, figlio della serva Agar ripudiata da Abramo che con lei l’aveva concepito quando la vecchia moglie legittima, Sara, ebbe a sua volta un bambino. Un Angelo del Signore disse di quel figlio della serva: «Ecco, tu hai concepito, e partorirai un figlio, cui porrai nome Ismaele, perché il Signore ha ascoltato la tua afflizione» (Gn 16.11). E disse anche: «Egli sarà come un asino selvatico per gli uomini, la sua mano contro tutti e la mano di tutti contro di lui, e abiterà di fronte a tutti i suoi fratelli» (Gn, 16.12). Era il primo annunzio, diverse migliaia di anni fa, del conflitto di civiltà attualmente in corso. Rischiamo di finirvi sempre più coinvolti se non sapremo contribuire alla costruzione della pace nella comprensione d’entrambe le parti in una lite di famiglia da cui grondano drammi recenti e rancori secolari: gli spaventosi drammi patiti in Europa dagli eredi discesi da Abramo con la padrona Sara e il figlio Isacco, ma anche i comprensibili rancori per le sia pur molto più ridotte prepotenze subite dagli eredi di Abramo con la ripudiata serva Agar e il figlio Ismaele, la cui progenie di asini selvatici potrebbe essere in parte finita con Hamas o con gli Hezbollah, esaltati per avere ottenuto quest’estate i primi successi militari in sessant’anni di conflitti arabo-israeliani.

Il ragionevole distacco da ogni posizione estrema di chi vede queste liti dal di fuori, dall’opposta sponda del Mediterraneo, senza lasciarsi trasportare da sovraeccitazione, va dosato con la consapevolezza che fuori del tutto non ci siamo neanche noi: le cellule del terrorismo che ha colpito negli Stati Uniti, in Spagna, in Gran Bretagna sono state individuate anche in casa nostra e il centrodestra, per abilità o fortuna, era riuscito ad evitare guai. Occorre agire, nell’assumersi compiti d’intervento internazionale, con intelligenza, equilibrio, misura, consapevolezza delle passioni radicate sin nelle Sacre Scritture e nella conseguente complessità dei problemi da cui siamo indirettamente minacciati: doti di cui il centrosinistra, agitato da idee contraddittorie e tentazioni estremiste, non sembra disporre. Siamo anzi al paradosso, al delirio, d’opposte fazioni antifasciste decise a farci “vivere pericolosamente”, sgomitando in cerca di rogne chi per piacere a Bush e chi agli Hezbollah.

Sull'uso dell’espressione ‘sinistra radicale’: un esempio di falsificazione linguistica in atto

L’accanimento intenzionale con cui una volta ha assistito ad una scena televisiva dove Fausto Bertinotti spiegava di non voler usare l’espressione legge Biagi ma legge 30 mi fa venire il sospetto che qualcosa di simile sia stato concordato per l’espressione sinistra radicale ad indicare più propriamente la sinistra comunista. Nel lessico storico-politico italiano mi sembra indubbio che il termine radicale competa al partito radicale e a una figura come quella di Marco Pannella, il Radicale per antonomasia. Direi che la questione non è puramente terminologica ma sostanziale. Un contenuto liberale e libertario è intimamente costitutivo delle innumerevoli manifestazioni pannelliane e radicali che hanno fatto la storia di questo paese. Basti pensare alla battaglia civile per il divorzio e l'aborto nonché gli innumerevoli referendum. Al contrario un contenuto liberale e libertario non può essere minimamente attribuito al comunismo di Bertinotti ed al comunismo in generale, meno che mai a quello di Bertinotti. En passant ricordo un testa a testa televisivo fra Bertinotti e D'Alema, entrambi comunisti, ma l'uno rimasto all'antica e l'altro consapevole del fatto che la guerra era finita e che bisognava svegliarsi. Bertinotti insisteva sulla funzione delle Farmacia di Stato di fronte ad uno sciopero dei Farmacisti e D'Alema opponeva l'assurdità di dover creare una rete di drogherie di Stato per scongiurare il pericolo di uno sciopero dei droghieri. Da allora il livello culturale di Bertinotti non si è molto differenziato anche se in ultimo ha scoperto la teoria della non violenza all'interno del suo comunismo. Ed forse qui che l’uso mediatico del termine "sinistra radicale” può non essere casuale. Può trattarsi di una strategia culturale per togliere di mezzo definitavemente i radicali di Pannella ed ereditarne una indubbia rispettabilità e valenza liberale, libertaria, non violenta. Sapendo della concezione gramsciana dell'intellettuale organico e della conquista delle casematte culturali (televisioni, giornali, organismi cosiddetti culturali, case editrici, ecc.) come mezzi per la conquista del potere e del consenso, non mi stupirei che l'insistenza sul termine “sinistra radicale" non sia casuale e facilmente riconoscibile come per lo scontro linguistico fra la sinistra comunista che si ostina a dire legge 3o ed il centro destra che dice legge Biagi. Come ex redattore della monumentale Enciclopedia del diritto dell’editore Giuffrè vorrei ricordare ai sinistri comunisti che se accanto a legge n. 30 non dicono anche l’anno della legge dicono una sciocchezza per la quale come redattore avrei rimandato indietro ogni articolo del giurista prof. Diliberto, redatto per l’Enciclopedia del diritto ma privo della necessaria indicazione almeno dell'anno, integrando forse io con il giorno e il mese. Senza l'indicazione dell'anno il numero 30 potrebbe servire al prof. Diliberto, al presidente Bertinotti e all’on. Giordano per il gioco del lotto, ma non per individuare una legge, cosa ancora possibile per la dizione legge Biagi, anche se non propriamente tecnico-scientifica.

Ha parlato il sen. Zanda detto Zorro

A conclusione del dibattito sulla fiducia al senato ha parlato buon ultimo per dieci lunghissimi minuti il sen. Zanda, di cui non avrei mai saputo nulla se il suo nome non fosse emerso nel contesto del famigerato e sciagurato emendamento Fuda, per il quale rimando ai nn. 11, 12, 17 e passim del mio lunghissimo Dossier, dove raccolgo tutta la documentazione raccolta da fonti di stampa. Ad evitare ogni rischio di inesattezza o mal informazione non riassumo i termini ed i modi in cui il sen. Zanda, detto Zorro dai suoi Colleghi, entra di peso in una vicenda dove il nome del responsabile di un vero e proprio reato non è ancora venuto fuori, benché abbia impegnato il suo nome il tal senso l’ex PM Di Pietro, che ha per l'appunto ricononosciuto l'esistenza del reato. Conoscendolo dunque nel contesto indicato, lascio immaginare al Lettore quale possono essere state le mie reazioni nel sentire dalla bocca di Zorro le parole “senso del dovere”, “senso dello Stato” e addirittura pronunciare da Zanda il nome di Aldo Moro, che era stato mio professore di diritto penale ossia perfettamente attrezzato a riconoscere il “reato” commesso nelle segrete stanze del Senato, quando si varava la finanziara. Mi immagino che Aldo Moro si sia rivoltato nella tomba a sentirsi chiamare da un aula del Senato, sacrario delle nostre Leggi. Naturalmente, il sen. Zanda ha annunciato che confermerà la sua fiducia al governo ed ha pure ricordato il valore della continuità di governo, già invocato al tempo di Berlusconi. Lo credo bene! Se il governo Prodi non potrà redigere un'altra Finanziaria non ci sarà più lavoro per l’on. Zanda detto Zorro.

martedì, febbraio 27, 2007

Quando la forma prevale sulla sostanza: il matrimonio a pagamento

Interrompo la redazione del più impegnativo post sulla “fossa dei leoni” per una riflessione davvero breve e a volo d'uccello su una notizia appena data dal telegiornale delle tredici. Per ottenere il soggiorno in Italia donne cinesi sposavano cittadini italiani che ricevano come compenso cinquemila euro. Il matrimonio non veniva poi consumato – o almeno non è detto –. ma le donne così entrate in Italia venivano poi istradate nei circuiti della comunità cinese. Si è parlato di normale lavoro, ma posso immaginare ogni cosa. Considerando poi la possibilità di un divorzio consensuale, forse in tre anni, il cittadino italiano interessato potrebbe preventivare un introito netto di cinquemila euro ogni tre anni, ossia quindicima euro in nove anni, trentamila in diciotto, sessantamila in trentasei, vale a dire l’equivalente di una buona liquidazione a fine lavoro. Non è detto che la tariffa debba restare ferma a cinquemila euro, potrebbe ben salire a dieci, se già quindici mila euro – secondo la notizia – vengono spesi per tutta l’operazione di immigrazione mascherata. Il prezzo potrebbe poi essere rapportata alla consistenza dell’affare.

La magistratura ha avviato una procedura di incriminazione per immigrazione illegale, ma si dice l’indagine è difficile sia per l'omertà della comunità cinese in Italia sia per la “natura sfuggente del reato”. E qui innesto le mie riflessioni. Quale reato mi potrebbe venire contestato se, scapolo, decidessi di sposarmi diciamo ogni cinque anni, magari esigendo per motivi cautelari una breve consumazione del matrimonio prima di passare al divorzio e di preparami a nuove nozze? Mastella dovrebbe architettare un reato ad hoc. Difficile poi individuare la parte lesa e offesa dal reato. Tutti i soggetti restano contenti e soddisfatti dall'operazione, assolutamente lecito sul piano strettamente formale.

Eccolo l’istituto del matrimonio difesa dalle gerarchie cattoliche. La forma priva di sostanza, o meglio la sostanza può anche esserci se si tratta di consumare qualcosa, di fare un piccolo sacrificio per un compenso da cinque mila euro in su. A fronte dell'ipocrisia della forma le nostre società hanno conosciuto e conoscono il fenomeno, inesplorato e variegato, delle “coppie di fatto”, che chiedono sì una qualche tutela giuridica, ma probabilmente la stessa formula del matrimonio, perché ove questa possibile si accederebbe immediatamente ad essa. La materia è per me ostica e non intendo addentrarmici. Mi basta rilevare l'esistenza di una moralità effettiva che segue il mutamento stesso della società, che si adatta alla società che produce essa la moralità ed eticità di cui ha bisogno nel tempo storico e non soggiace a forme morte e stantie del passato. Vorrei che nell’attuale dibattito sui “dico” episodi come quelli rivelati dal telegiornale delle tredici venissero attentamente considerati in tutte le loro implicazioni.

lunedì, febbraio 26, 2007

Di nuovo nella fossa dei leoni con Fini e Polito

Versione 1.1
Non lascerò incompleto questo post. Il Navigatore che sia interessato al tema, abbia fede nel mio ritorno. Al momento sono impegnato altrove, ma cito spesso spesso questo post di raccolta.

[è previsto un ampio sviluppo in forma di saggio o racconto nello stile di Pansa. Devo ancora lavorarci. Un sistema di links interni ne renderà più agevole la navigazione. Mi assenterò per qualche tempo. La lettura del testo viene alleggerita con una selezione di foto. La registrayione video e audio ü disponile negli archivi di Radio radicale, di cui cercherö di fornire i links direttamente da questo post.]

Sommario: 1. Premessa. – 2. L’evento. –

1. Premessa. Nella forma ormai peculiare del blog questo testo raccoglie riflessioni occasionali che rispetto alla carta stampata e senza i limiti di spazio della carta stampata hanno il pregio di poter essere sempre riprese e sviluppate. Ormai ho maturato la consapevolezza che il blog è un modo nuovo e più efficace di scrivere e di comunicare. A fatica mi decidevo e mi decido a licenziare testi a stampa perchè sento il mio pensiero come qualcosa in costante evoluzione e mutamento. Il testo appena stampato è cosa morta che non mi appartiene più. Mi decido a produrre cose rigide e immodificabili solo quando la circostanza lo richiede e non è possibile fare altrimenti. Chi legge è pregato pertanto di non basarsi sulla singola frase ma su un concetto che può avere ampi e diversi svolgimenti, perfino con maggior numero di pagine del libro pubblicato da Ottolenghi, se volessi investire in questo modo il mio tempo. Chi lascia un commento che non sia un insulto o una provocazione, ma sia invece una critica intelligente, diventa egli stesso co-autore del mio testo nella misura in cui sa costringermi a ripensare le mie posizioni, dandone nuovi svolgimenti e formulazioni o perfino scoprendo errori concettuali.

2. L’evento. – Nella mattinata sento distrattamente dalla solita radio radicale di una manifestazione culturale che si sarebbe tenuta nella sera del 26 febbraio 2007, alle ore 20, al «Caffè letterario», al numero 95 di via Ostiense, vicino ai vecchi mercati generali, che dovrebbero venir ristruttati come spazi per la cultura. In questo momento sto ascoltando in differita su radio radicale la manifestazione, cui ho assistito la sera prima. Sta parlando Fini e non so se trasmetterano anche il mio intervento. Non sapevo nulla del «Caffè letterario», ma mi fa piacere apprendere dell’esistenza di un centro culturale non in centro, ma in luogo a me facilmente raggiungibile a piedi. Posso andarci senza prendere la macchina o l’autobus. E chissà che non possa divenire una frequentazione abituale. La manifestazione riguardava la presentazione di un libro di Ottolenghi, il cui nome avevo già sentito nel contesto della letteratura sull’Olocausto. Ci sono andato, ritenendo che le occasioni pacifiche e non violente di incontro e confronto sono sempre positive. Erano stati invitati due politici di grido: l’on. Fini ed il senatore Antonio Polito, già direttore de “Il Riformista”. A Fini ho chiesto perfino il permesso di potergli fare una foto per questo mio Blog: permesso accordato! L’ambiente era gradevole. Potevo sedere comodamente in un divano a qualche metro da Fini, che rimaneva alla mia destra, ma solo in senso fisico.

Via via che il posto si riempiva non ho tardato ad accorgermi che l’ambiente era decisamente ebraico. Ho visto non pochi ebrei con il tipico copricapo. La musica quanto mai prevedibile ed io in fondo del tutto fuori luogo e già un poco a disagio. Mi sono perciò proposto con maggiore determinazione dell’altra volta, quando fui invitato al centro ebraico di Trastevere, di starmene zitto e composto, senza dare segni di insofferenza e senza intervenire, a meno che non mi venisse espressamente richiesto. Ero indeciso se comprare o meno il libro di Ottolenghi, che era bellamente esposto ed il cui costo era di 24 euro. Spendo molti soldi in libri e non è stata l’avarizia a trattenermi dall’acquisto. Ho voluto prima aspettare a farmi qualche idea sul libro, ascoltando la presentazione con citazioni e dibattito sul libro nonché intervento dell’Autore. Solo dopo avrei deciso per l’acquisto e per un’eventuale recensione critica in una rivista cartacea. Mi sono alla fine persuaso che il libro non vale i suoi 24 euro, mentre invece li vale tutti i 35 euro di copertina fissati dal mio editore per l’edizione di Carl Schmitt da me curata. Del resto, se mai mi dovesse occorrere il libro di Ottolenghi, sono certo che non scomparirà dalle librerie e dalle biblioteche pubbliche, come invece è successo per il libro di un altro ebreo su un tema alquanto spinoso, le “Pasque di sangue” riguardante l’accusa mossa agli ebrei di sacrifici rituali nel Quattrocento di bambini cristiani, episodio storico a me del tutto ignoto per infondati che siano le accuse mosse allora agli ebrei. Non a caso questo autore pure ebreo è stato criticato da Ottolenghi, che ritiene altamente lesivo per la la causa israeliana il fatto che vi siano non pochi autori ebrei (ad esempio ricordo Finkelstein) con tesi che ci si aspetterebbe venissero sostenute meglio da nemici dichiarati di Israele. Sconvolgente per Ottolenghi il fatto che a Teheran, al convegno di studi sull’Olocausto, avessero partecipato anche ebrei, più o meno sconsacrati dalle rispettive comunità. Io ho invece trovato deplorevole la mancanza di qualsiasi informazione sui lavori stessi del convegno. A meno che non avessero fatto scena muta, qualcosa in Teheran era stata pur detta. Qualcosa su cui ognuno avrebbe potuto giudicare facendo uso della propria capacità di discernimento. Invece dalla “libera” e “democratica” stampa è stato eretto un “cordone sanitario” di contumelie ed insulti sul convegno stesso, a prescindere da chi avesse aperto bocca e da cosa potesse dire e prima che avesse detto qualcosa. Solo in seguito ho potuto apprendere la notizia clamorosa della presenza anche di rabbini ebrei, che si sono attirati l’attenzione e la critica anche di Ottolenghi nel suo critico e approfondito lavoro. Peccato dover apprendere le cose per vie traverse. Prevengo la critica di quanti mi dovessero obiettare che io debba leggere il libro di Emanuele Ottolenghi, dicendo che io qui mi occupo della manifestazione culturale, dell’evento, del dibattito. Per una lettura critico-filologica del libro, ci sarà sempre tempo e mi riservo di farlo se sarà necessario. Mel mio intervento, di cui dico più avanti, avrei anche potuto prevenire le obiezioni che mi sono state fatte, ma mi è bastato mettere un sassolino negli ingranaggi della manifestazioni e del resto non avrei potuto aspettarmi un retromarcia dall'on. Fini, ora invitati dai circoli ebraici, cosa impensabili fino a pochi anni addietro. Altamente democratica la lezione che ciò che contano sono gli Stati e non i popoli. Non si capisce se la guerra l'hanno dunque fatta contro Saddam o contro il popolo iraqueno. Sembrerebbe contro entrambi.

In queste circostanze non prendo appunti né registro i discorsi. Non è necessario e non sono tenuto ai resoconti stenografici. E del resto ci ha già pensato Radio radicale a registrare la differita che riascolto. Cerco invece di cogliere il senso profondo di ciò che si dice e di formarmi autonome opinioni direttamente sul campo. Il metodo funziona. Scrivo adesso a caldo le mie impressioni prima che ne svanisca la memoria. Per prima cosa ha incominciato a infastidirmi un’elencazione dei pregiudizi degli altri sempre a detrimento degli ebrei, i quali sono notoriamente immuni da qualsiasi proprio pregiudizio: tutto il mondo attuale e passato ha avuto ed ha la grave colpa di nutrire “pregiudizi” contro gli ebrei in tutte le possibili accezioni del termine. Gli ebrei non hanno mai meritato i pregiudizi che li hanno colpiti nel corso di almeno tremila anni. A me sembravano del tutto evidenti i pregiudizi di quelli che parlavano al Caffé Letterario, compresi gli onorevoli ospiti. Il loro argomento: Israele a prescindere! Tutto il resto è pregiudizio. Ogni volta che si è contro Israele si tratta sempre di un esecrabile e punibile fenomeno di antisemitismo. Se si ricorda che Israele ha l'atomico e gli stati arabi non la possiedono questo è antisemitismo. Israele ha diritto a difendersi e per questo è stata fornita di un arsenale nucleare da utilizzare all'occorrenza a difesa della sua e nostra libertà. Adesso dopo l’uscita di Napolitano inizia la vulgata dell’antisionismo come equivalente dell’antisemitismo: anche Polito e Fini ne recepiscono il messaggio: i ruoli si sono invertiti. L'ebreo è ora il non-ebreo ossia chi non tace assentendo ad ogni pretesa di parte ebraico-israeliana. È stata data una nuova spinta alla guerra contro il medioriente ed una buona preparazione per l’imminente guerra guerra all’Iran. Il clima culturale ha toccato una pesantezza insostenibile. Se per caso uno starnutisce, anche questo è antisemitismo! Non scherzo! Ricordo un episodio reale in un autobus affollato, dove come reazione ad una flagranza di borseggio sol perché all'altra estremità dell'autobus tracolmo un passeggero si mise a gridare “Hitler”, avrebbe dovuto essere arrestato questi e non il ladro colto in flagrante! Diedi dell'idiota a chi avanzò questa pretesa. Identica la cultura del “caffé letterarario”, onorata dalla presenza di Fini, che ha ormai sposato la tesi dell’ex comunista Napolitano secondo cui antisionismo equavale ad antisemitismo e che vorrebbe magari Israele in un'Europa che non si sa più cosa sia, malgrado gli sforzi dell'on. di tracciarne un'identità. Non per nulla l’on. Fini viene invitato dalle comunità ebraiche, dopo decenni di ostracismo.

Insomma il libro per il modo in cui se ne parlava e ne parlava il suo autore presente mi ha dato l’impressione di una produzione bellica per una guerra ideologica che si inasprisce di giorno in giorno. Seconda una signora che si era messa a sedere al mio fianco e che si vantava di essere collega del celebre Ottolenghi, ma che non sapeva indicarmelo di vista, il suo libro avrebbe dimostrare quanto era bravo. Salutando la signora che non avrò il piacere di rivedere una seconda volta, le ho detto che per me non era bravo e non avrei speso i 24 euro del libro. A loro volta i parlamentari invitati difficilmente avrebbero potuto sollevarsi al di sopra del libro. Non si trattava di un incontro culturale, ma di una manifestazione politica. E questo era il senso della presenza dei due politici, il cui compito non è di fornire lumi di scienza, ma quelle rassicurazioni politiche che la comunità ebraica da lor si aspettava. Infatti verso la fine un capo ebraico ha loro chiesto come si stessero attrezzando in parlamento in merito alla contingenza politica.

Per quello che posso giudicare dalle parole stesse dell’autore e dalla presentazione che ne è stata fatta il libro è viziato da una contraddizione di fondo. Provo ad esplicitarla. Ottolenghi ha chiaramente presente uno Stato di Israele in perpetua guerra fin dal momento della sua fondazione. Se rimanesse sul piano di un mero schieramento a favore di Israele e contro tutto il mondo arabo, saremmo sul piano della normalità: una sua legittima e personale opzione da altri condivisibile o meno. In guerra ci si schiera da una parte o dall’altra. Ho già detto in altra occasione che io mi sento dalla parte degli arabi, ma in primo luogo della mia propria parte ossia nell'interesse della pace, che sento minacciata non dagli arabi ma da Israele e dagli ebrei nostrani. Ma oltre ad una sua esplicita opzione pro Israele Ottolenghi costruisce ed opera una commistione fra la condizione degli ebrei europei a partire da Dreyfus e l'odierna belligeranza dello Stato di Israele, la cui legittimità è un problema a se stante. Un Dreyfus, cittadino francese ingiustamente accusato per pregiudizi razziali, merita tutta la nostra attenzione e la nostra solidarietà in quanto cittadino francese (o di un qualsiasi altro stato d’Europa in circostanze simili), al quale devono essere riconosciuti gli stessi diritti e le stesse garanzie riconosciuti ad ogni altro cittadino. Diverso sarebbe stato il discorso se Dreyfus non fosse stato un cittadino francese, ma qualcosa d'altro, magari un nemico in armi contro lo stato francese. Allo stesso modo quando noi professiamo la nostra solidarietà agli internati nei campi di concentramento nazisti intendiamo deprecare che lo Stato tedesco dell’epoca non abbia saputo o voluto garantire i diritti innanzitutto di suoi propri cittadini che aveva innanzitutto l'obbligo di proteggere. Allo stesso modo non trova nessuna plausibile giustificazione e comprensione l’ingiusto imprigionamento di cittadini privati non combattenti sugli scenari di guerra. Si parla normalmente solo di ebrei, ma esistono molte altre categorie di soggetti: zingari, omosessuali, generici dissidenti politici, ecc. Non sono uno specialista. A queste persone va senza riserve la nostra solidarietà e resta nostro obbligo capire come ciò sia potuto accadere e soprattutto organizzare le nostre società in modo tale che ogni suo membro possa vivere sicuro della sua vita e dei suoi diritti, ossia diritti che vengono riconosciuti in modo eguale ad ognuno di noi senza discriminazioni e senza privilegi. Insomma, per dirla in breve Ottolenghi monetizza tutti i torti fatti in tremila anni di anni agli ebrei in diritti esigibili dall’odierno Stato d’Israele e guai a chi in modo notarile non riconosce questa trasposizione di torti subiti in diritti esigibili e spendibili da un terzo che ne ne proclama erede. Il libro di Ottolenghi ha un contenuto terroristico e la presenza di due parlamentari della Repubblica appare inquietante.

Qual è l’operazione sudbola e scorretta di Ottolenghi? La trasformazione in rendita politica pro Israele di un antisemitismo che è stato sempre presente in tutta la storia dell’Europa e la cui presenza non può ridursi agli undici anni di esistenza del regime nazista (1933-1945). Come e perché una comunità politico-religiosa-razziale abbia attirato a sé tanta ostilità nei millenni prima e dopo di Cristo è un problema storiografico a se stante che non può essere fatto ricadere nell’odierno conflitto che vede fronteggiarsi da una parte americani e israeliani con gli europei tirati dentro a forza e tutto il mondo arabo dall'altra parte. Gli odierni palestinesi non sono i Cananei biblici che dovevano essere sterminati per liberare la Terra Promessa! Il radicamento su un territorio non può essere deciso, cari onorevoli, nelle cancellerie degli Stati, facendo sloggiare i precedenti occupanti. L’Inghilterra non può disporre di cose altrui e meno che mai gli USA: questo il diritto naturale dei popoli contro il dirtto degli Stati. Per sostenere questo diritto naturale ci sono decine e decine di essere umani che si uccidono trascinando con se nella morte altre vittime innocenti. Evidentemente non sanno che farsene della nostra “libertà” e preferiscono vivere nella loro tinannia! Se questi non sono eroi, non so dove si debbano cercare gli eroi. Il libro di Ottolenghi appare alla vigilia di una preparazione mediatica delle opinioni pubbliche occidentali per l’allargamento del conflitto mediorientale con una nuova e più sanguinosa guerra contro l’Iran. Nel florilegio di luoghi comuni fatto suonare dai due illustri parlamentari è uscita fuori la solfa della superiorità del nostro sistema politica rispetto a quello dei “nemici” contro cui siamo in guerra e contro altri contro cui ci stiamo apprestando a scendere in guerra. Una di questa superiorità è stata fornita con la tecnica manipolatoria rappresentata al “Caffé letterario”. Lo stesso apparato mediatico ha già messo nel dimenticatoio la “menzogna” degli inesistenti armanenti di Saddam con il cui pretesto siamo entrati in guerra. A questo episodio bisognerebbe dedicare per legge un apposito giorno della memoria, per ricordare alle future generazione quanto i nostri regimi “democratici” hanno nella loro normale prassi di governo la tecnica della menzogna e della manipolazione. I nostri governi ci fanno dimenticare presto quello che a loro non conviene venga ricordato, mentre invece ci fanno ricordare fino allo spasmo ciò che loro conviene si debba ricordare. Così fanno ed intendono la storia e la memoria storica!

Il libro di Ottolenghi mi è riuscito inquietante per un altro motivo. Al “Caffè letterario” si è presentato un libro scritto in lingua italiana ed il dibattito si è svolto pure in lingua italiana. Ma ciononostante non ho avuto la sensazione di trovarmi in pacifica e piacevole riunione con miei concittadini di uno stesso Stato, di una stessa patria, che occorrendo avremmo tutti il dovere di difendere con sacrificio della vita. Non ho sentito la presenza dell'Italia, ma ho avuto la sensazione di trovarmi in qualche quartiere di Gerusalemme, non in Roma. Nella foga della comunità ebraica tutta protesa a favore di Israele (“a prescindere”, diceva Totò) ho sentito consumarsi un divorzio politico. Se Ottolenghi voveva questo, ci è riuscito perfettamente. Se per avventura mi capitasse di dover vivere in Cina per venti o trenta anni, imparerei bene il cinese come un cinese, ma non per questo diventerei un cinese. Allo stesso modo modo con Ottolenghi non possiamo dirci cittadini di uno stesso Stato per il fatto di parlare bene una stessa lingua. All'ebreo Carlo Rosselli era stato chiesto se egli si sentisse ebreo o italiano, egli rispondeva che si sentiva innanzitutto italiano. Credo che oggi gli ebrei dei diversi stati europei si sentano innanzitutto ebrei ed agiscano come una potente lobby filoisraeliana negli Stati in cui si trovano e nei quali godono di maggiori diritti degli altri cittadini. Prima di blaterare di antisemitismo nei loro confronti le varie comunità ebraiche devono chiarire agli altri cittadini in quale rapporto di fedeltà, appartenenza e identità si collocano all'interno degli Stati dove sono nati e di cui godono pieni diritti. Se fossi stato come l'On. Fini ministro degli Esteri del nostro disgraziato paese avrei considerato maggiore interesse politico il saper stabilire relazioni di pace con la stragrande maggioranza del mondo arabo. Tranquillamente prenderei le distanze da un lembo di territorio che le grandi potenze del passato hanno pensato di popolare con insediamenti ebraici, forniti di tutte le carte legali. Come cittadino italiano non sarei disposto a mettermi in guerra con tutto il mondo arabo per stare al fianco di israele, che non considero – come vorrebbe Ottolenghi – l’avamposto della mia libertà in Medio Oriente. Se questo è antisemitismo, giudichi chi legge. Io so soltanto come la penso e dico quel che penso.

Vengo al tema della doppia cittadinanza e della doppia fedeltà che sempre più si impone alla nostra consapevolezza via via che si allarga e inasprisce la guerra dell'Occidente contro il mondo arabo: dico dell'Occidente contro il mondo arabo, non viceversa come vorrebbe farci credere la solfa sul fondamentalismo e il terrorismo, concetti vaghi e confusi ad uso propagandistico che che non aiutano per nulla a comprendere i processi in atto. Ho già detto ad un ebreo incontrato nella riunione di Trastevere che mi sento povero in quanto dichiara una sola patria, una sola cittadinanza, una sola identità politica. La sua pretesa per me inquietante è che ormai noi dobbiamo accettare come un fatto irreversibile il fenomeno della doppia cittadinanza che non riguarda i soli ebrei, ma testualmente anche il filippino che ottiene un permesso di lavoro e di soggiorno nel nostro paese, per non parlare poi dei clandestini. In altre parole l'Italia, anche grazie ai nostri politici (a Polito in codice: ai nostri “rappresentanti”), ha cessato di appartenere agli Italiani. Essa appartiene a seneghalesi, tunisini, marocchini, filippini... ecc. che sono e restano innanzitutto seneghalesi, tunisini, marocchini, filippini... ecc. e solo in ultimo ed in modo residuale anche italiani. Tornato indietro nel tempo, matura oggi il seme piantato nel 1945 e sancito dal tribunale di Norimberga nel 1947: la depolitizzazione dell'Europa. L'on. Fini mi è parso incredibilmente privo di cultura politica nel momento parlata di identità totalmente sganciata da ogni sostanza politica, che significa innanzitutto saper distinguere fra amico e nemico. Una distinzione questa di matrice schmittiana che fa semplicemnet paura e che si tenta di cancellare perfino dal vocabolario della lingua italiana. Non riesco a capacitarmi di dover spiegare io all'on. Fini, professionista della politica, che un “nemico” non scompare per il fatto che non se ne proncunia neppure il nome. Al contrario un nemico è tanto più nemico e tanto più pericolosamente nemico quanto più se ne occulta l’esistenza. L'abilità di un politico con responsabilità di governo del suo popolo, se ha un popolo al quale si rapporta e da cui trae legittimità, consiste innanzitutto nel saper riconoscere il nemico del suo popolo. Ma la preoccupazione principale dei nostri politici (a Polito: rapresentanti nell'edificio formale dello Stato di diritto) è quello di raccogliere voti in tutti li ambienti possibili. Se domani anche i Filippini acquisteranno il diritto di voto, troveranno i nostri politici che sosterranno tutte le pretese politiche delle Filippine nei confronti di Stati terzi.

La regia prevedeva che anche il pubblico dovesse partecipare al gioco, magari in funzione di coro e di cassa di risonanza del libro stesso. Mentre educatamente ascoltavo avevo modo di meditare su una possibile domanda, ove me ne fosse stata concessa la facoltà. Nel Vangelo si rimprovera quello che guarda alla pagliuzza nell'occhio del suo vicino, ma non vede la trave che è nel proprio. Così tutti gli autorevoli oratori parlavano dei pregiudizi altrui ma non si accorgevano o non volevano accorgersi dei propri pregiudizi. Così quando ho potuto parlare ho esordito all'incirca così: «Questa sera ho sentito tanti pregiudizi. Sono capitato nel posto sbagliato, ma ormai ci son venuto e tento di uscirmene fuori con una domanda rigorosa». Mi sforzavo tuttavia di porre una domanda concepita nel modo più rigoroso e oggettivo possibile. Dopo qualche premessa dove cercavo di porre rimedio a malferme concezioni sullo stato di diritto enunciate dal sen. Polito, ponevo a chi volesse rispondere o si sentisse di rispondere un quesito sulla legittimità dello stato di Israele, che era in fondo l'oggetto della serata. Ho anche tentato didatticamente di tracciare una distinzione fra i concetti di legalità e di legittimità, che né Fini né Polito mi sembrava avessero ben chiaro, ammesso che la distinzione avvia una sua consistenza scientifica.

L'ispirazione per la mia domanda mi è stata data da quel mattacchione di Marco Pannella, che ha più volte insistito sul fatto che nel mondo mediorientale sia il territorio sia la popolazione di Israele costituisce il 2 e mezzo per cento circa. Ed allora, stando così le cose, io ho chiesto se la legittimità dello stato di Israele – ripeto: oggetto dell'incontro altamente scientifico – avrebbere dovuto essere dato dai presenti nel “caffé letterario” di Via Ostiense 95 (”da noi, qui, ora”), oppure se una simile “legittimità” non dovesse invece venir riconosciuta dal 98,5 per cento del mondo arabo. E di rincalzo: se domani gli Usa si decidono a fare la guerra all'Iran, noi italiani cosa dovremo fare? Partire per una nuova missione di pace contro l’Iran?

Trovandomi nella fossa del leoni, dove per fortuna non sono stato sbranato, la mia domanda è stata “smobbata” e non ha avuto risposta. Si è blaterato di riconoscimento dell’Onu. Mi sono trattenuto dal replicare che si tratta di un’istituzione screditata. Ricordo le parole di Luttwak in tal senso. Ma ricordo anche le parole di Andreotti, quando ricordava che la risoluzione dellìOnu prevedeva anche una Stato palestinese, che invece manca all’appello. Avrei potuto fare la storia della Società delle Nazioni, cosa sostanzialmente non diversa dall’attuale Onu. Ma senza utilizzare l’argomento Onu avrei potuto obiettare che non è in suo potere di stabilire alcuna “legittimità”. L'Onu può certamente fornire motivazioni di copertura per intraprendere una qualsiasi azione internazionale, ma la legittimità è qualcosa di altro. A meno che non si voglia sancire con una deliberazione Onu un bel bombardamento atomico o comunica una bella pioggia di bombe più o meno intelligenti, chiamando ciò operazione di polizia.

Ho trovato numerosi momenti patetici, dove se mi fosse stato possibile fare una chiosa ad ogni parola che sentivo non sarebbe stato possibile nessun discorso. Molti di questi momenti minori sono sfuggiti alla mia memoria. Ad esempio, ho trovato veramente fragili le elucubrazioni dell'on. Fini sull'identità dell'Europa. Aggiungo che ho una grande stima dell'on. Fini in quanto uomo politico. La sua presenza al “caffè” mi è parsa una penosa corvéé politica, alla quale sempre più lo costringe la sua svolta culturale. È il prezzo che deve pagare per la sua “legittimazione” da parte ebraica. In pratica, del 98,5 del mondo arabo (popolo e stati) tutti i presenti se ne infischiavano altamente. Il loro assunto ovvero pregiudizio è: Israele a prescindere. La sua legittimità ad esistere è un presupposto su cui non si discute... al “caffé letterario”. Nel teatro di guerra è un’altra faccenda. Ma noi non siamo lì. Al massimo mandiamo gli aerei che partono da Vicenza per buttare il loro contenuto di bombe e di morte, pardon di confetti per i bambini arabi, che non hanno ancora imparato che cosa è la democrazia e la libertà. Avrei voluto interrompere la litania dei pregiudizi del giovane Ottolenghi chiedendogli cosa mai ci voglia fare Israele con il suo arsenale atomico, più consistente – se non ricordo male – di quello francese ed inglese. Si è tanto paventato dell'armamento nucleare prima iraqueno ora iraniano, ma si è sempre taciuto sul fatto che Israele possiede un simile armamento. Se io ora lo ricordo, mi si dirà probabilmente che sono un antisemita. Ho tanto sentito parlare del sacrosanto diritto di Israele alla sua difesa che mi chiedo cosa mai potrà trattenerlo dall'uso del suo arsenale militare, quando i suoi armamenti convenzionali, democraticamente fornitegli dagli Usa, non dovrebbero apparirgli sufficienti. Mi chiedo anche se equità non vorrebbe che mentre si chiede all'Iran di rinunciare all'atomica si pretenda un'eguale smantellamento da parte di Israele. Silenzio delle diplomazia e degli Stati tanto caro al sen. Polito. Da qualche maligno ho sentito che addirittura i missili israeliani sarebbero puntati sull’Europa, per indurre gli Stati europei alla sana ragione. Ma non ho informazioni certe al riguardo. Non ho servizi segreti a mia disposizione. Forse Fini e Polito possono loro saperne qualcosa. Ma se è poi sacrosanto il diritto israeliano all'autodifesa cosa dire di tutti i popoli mediorientale da un secolo a questa parte sbrindellati in tutti i modi, con i loro confini disegnati con il gesso su una lavagna, con colpi di stato e “democratizzazioni” a piacimento. Qualche giorno addietro ho riferito l’incredibile notizia degli Usa al battesimo di Alkaida. I miei sono “ovviamente” pregiudizi antisemiti. Il guaio è che non riesco ad accorgermene, ma il “bravo” Ottolenghi probabilmente lo spiegherà nel suo libro. L’Europa è piena di tante persone che sono antisemiti viscerali, ma non lo sanno e non se ne sono mai accorti. Bisogna spiegarglielo loro, magari con qualche aiutino istituzionale fornito dal sen. Polito e dall’on. Fini, graditi ospiti del “caffè letterario”, magari coadiuvati dall’on. Mastella in veste di storico.

A Polito cui è destinato questo testo: caro Senatore, lei non ha risposto alla mia domanda e ciò è doppiamente deplorevole perché lei ha esordito in apparenza criticando il suo amici Emanuele, dicendo che dissente sulla tesi dell’»avamposto«. Per Polito non si tratta di avamposto, ma Israele è a pieno titolo uno Stato mediorientale. Ma allora le resta da rispondere perché il 98,5 er cento del mondo arabo mediorientale non intende riconoscere la legittimità dello Stato di Israele. Fini dissente perché ritiene Israele un nostro “avamposto”, della nostra democrazia, della nostra nostra libertà, della nostra civiltà. E dunque guerra sia contro tutto il Medio Oriente in difesa di Israele, novella terra santa! Nè Fini nè Polito si sono soffermati sulla mia domanda, cioè sull'assenza di riconoscimento da parte del mondo arabo, il solo riconoscimento che possa fornire Israele di legittimità. Diversamente si tratta di guerra di occupazione e di penetrazione imperialista. Noi possiamo chiamare gli eventi come riesce più comodo al nostro sistema di propaganda, alla nostra forma di guerra ideologica. Ciò che interessa è come la pensano gli Arabi, per i quali dovrà essere trovato un territorio sulla luna o nell'altro mondo dopo che la “libertà” avrà “cancellato” la “tirannia” islamica. La bomba atomica israeliana sta lì a ricordarci la concreta possibilità di questa prospettiva politica, di questa “soluzione finale” del problema arabo-palestinese.

Un parlamentare è probabilmente intimamente persuaso della sua autorevolezza. Pertanto è intimamente convinto che tutto ciò che dice è vero, è saggio, è profondo, è... ovvio! Di Fini mi è capitato di sentir parlare da persone che lo conoscono meglio come dell'uomo delle ovvietà: “ovviamente” è un termine che ricorre spesso nei suoi discorsi. Mi dispiace che questa questa volta non abbia risposta alla mia “ovvia” domanda, calibrata proprio a misura delle sue ovvietà. Caro onorevole, malgrado la mia stima che non entra in crisi con la “ovvia” delusione di questa sera”, gliela ripeto qui la domanda: 98,5 per cento a fronte del 2,5 per cento. Hic Rodus, hic saltus!

APPENDICE I

Caspita! Non mi aspettavo di risentire il mio intervento per radicale, forse potrò anche riascoltarlo in registrazione tutte le volte che mi serve. Risentendomi ho riconosciuto un certo imbarazzo nel trovarmi nella fossa dei leone, nel giuocare fuori casa, ma in fondo non mi è parso affatto male il mio intervento del tutto imprivvsato e subito contraddetto dagli altri due interventi del pubblico, quasi fossi anche io un relatore. Ero invece un Tizio del pubblico capitato lì per sbaglio. Sono stati scorretti i due signori perché non dovevano rivolgersi a me, parlando dopo di me, ma ai registi della manifestazione. Se mi fossi messo a rispondere ai due signori, potevamo allontanarci al vicino bar e lasciare per i fatti loro Fini, Polito, Ottolenghi.

Dò qui ai due signori, che mi hanno onorato del loro contradditorio, la risposta che non mi era possibile dare nella “fossa”, isolando gli aspetti principale e lasciando il resto:

a) Il diritto alla legittima difesa di Israele. La difesa è legittima per ognuno. Ad esempio, se io mi fossi avvicinato alla cassa del bar e mi fossi appropriato del suo contenuto, io avrei avuto diritto a difendermi nel caso in cui un poliziotto o una guardia giurata, capatata lì, si mettesse a spararmi addosso mentre mi impadronivo della cassa. Il fatto che io mi difenda, cioè difenda la mia vita dalla minaccia concreta di morte, magari causando la morte del poliziotto che mi sta sparando, non significa che io avessi il diritto di impadronirmi della cassa.

Similmente, il fatto che Israele “si difenda” non significa che vengano meno tutti i problemi genetici connessi al modo e alla forma della nascita dello Stato di Israele. Il termine “difesa" è poi un eufemismo a fronte di una a mio avviso indubbia penetrazione imperialistica-colonialistica da cinquant'anni a questa parte. Gli odierni israeliani si difendono allo stesso modo e allo stesso titolo di come si difendevano i coloni americani davanti agli indiani d’America. Certamente, indubbiamente, “a prescindere”. Gli americani avevano pieno diritto con i loro fucili ed i loro cannoni di difendersi dalle frecce e dalle grida di guerra degli indiani. Siamo esattamente sullo stesso piano.

2) I governi, l’ONU, la comunità internazionale e simili amenità buone per le favole da raccontare ai bambini. Intanto, cito questa volta l’on. Andreotti a proposito di una certa risoluzione dell’ONU, che prevedeva anche la creazione di uno stato palestinese che manca tuttora all'appello. L'ONU è una cosa che si cita e a cui si appella quando fa comodo, ma si ignora che esista quando non fa comodo o non torna utile. Ma non uso mai citare l'ONU come argomento. Lo considero alla stessa stregua della Società delle Nazione e perfettamente trasportabile la critica che Carl Schmitt ha rivolto alla Società delle Nazioni nelle sue “Posizioni e concetti dagli anni 1923 al 1931”, in prossima uscita in traduzione italiana che mi permetto di raccomandare all'on. Fini e all'on. Polito come lettura che possono fare con maggior profitto che non il libro di Emanuele Ottolenghi. L'argomento ONU è per me quanto mai deprimente perché è usato dai politici italiani con un duplice scopo: a) per nascondere la nullità politica dell'Italia e dell'Europa: situazione conseguente alla debellatio del 1945; b) per nascondere la sostanziale dipendenza dagli Usa. Il fatto è per me scientificamente acquisito con la stessa perentorietà con la quale l'on. Polito, on. Fini e tutti gli ebrei presenti alla manifestazione ritengono acquisita la legittimità dello stato di Israele. Tesi sulla quale, peraltro, mi trovo anche io d'accordo, con una precisazione importante e sostanziale: è acquisita per l'on. Fini, per l'on. Polito, per Emanuele Ottolenghi e per tutti il sistema dei poteri istituzionali italiani, dal presidente della Repubblica in giù. Dei semplici cittadini si può tranquillamente "prescindere" e farne al massimo un problema di sana educazione politica. Il fenomeno va affidata al lavoro discreto delle questure e della intelligence e se occorre a qualche solerte giudice. Il problema da me posto con la mia domanda era tuttavia un’altro. Non mi sarei mai sognato fare una domanda del genere a Emanuele Ottolenghi, che vede in Israele il “baluardo” della libertà europea in un modo tutto circondato da “tirannia” e come tale da “normalizzare” al più presto. Avevo inteso porre agli occhi degli illustri oratori l'ovvietà di un riconoscimento di legittimazione che manca da parte del 98,5 per cento del modno arabo (popoli e loro governi, come ha infine ammesso lo stesso Polito). Serve a poco che l'Occidente riconosca questa scontata legittimità. Il problema è che questa legittimità dovrebbero riconoscerla i vicini di casa dello Stato di Israele. Non l'hanno riconosciuta in cinquanta e non mi sembra di capire che siano disposti a farlo nei prossimi cinquanta.

A questo punto si pone un problema di escalation della guerra. Nella loro veste di "legali rappresentanti” dell'elettorato italiano gli onorevoli da me interrogati intendono votare in parlamento misure di guerra contro tutto il mondo arabo, riconoscendo nello Stato di isarele il nostro cortile di casa e il più solido usbergo della nostra libertà minacciata nel deserti del Medio Oriente?

Quanto poi alla non attualità storica del problema della legittimità dello stato di Israele, vorrei ricordare al sen. Polito come morì don Ferrante. Sosteneva che la peste non esisteva, non poteva esistere e infine morì di peste. Non è difficile capire che l'on. Polito debba dire quel che dice per ragioni di convenienza ed opportunità politica, ma non a me lo deve dire. Le mie convinzioni per fortuna non dipendono né dalle sue risposte né dai suoi lumi. Se è un politico responsabile, non deve dirlo a me, ma a quel 98,5 per cento del mondo arabo (Stati e popoli uniti come un sol uomo).

Lo dovrebbe poi anche dire a quanti oggi giorno si imbottiscono di tritolo e si lasciano esplodere, dichiarandosi coi fatti di diverso avviso da quello di Emanuele ottolenghi, dell'on. Fini, del sen. Polito. Dobbiamo soltanto augurarci, io e lei, caro sentaore, di non trovarci nei paraggi mentre esplode l’ennesima bomba umana non in Medio Oriente, dove in vita mia non ho mai messo piede, ma nelle nostre piazze, strade, metropolititane.

E mi pare che basti, anche se gli spunti per continuare potrebbero riempire un libro non meno voluminoso di quello licenziato da Ottolenghi!

Dulcis in fundo! Al Signore che parlando dopo di me e rivolgendosi a me, che non avrei potuto replicare e che parlava di “mondo delle caverne” per il fatto che io non avrei contemplato il riconoscimento legittimante da parte dell’ONU pienamente sostitutivo di quello del 98,5 per cento di popoli e governi arabi mando via cyberspazio, se mai leggerà questa pagina, l'elenco di 72 risoluzioni di condanna di israele da parte dell'Onu proprio per non aver rispettato le sue deliberazioni. Quindi l'ONU va bene quando fa comodo, ma non va bene quando non fa più comodo. Se questa è la moralità ebraica, Israele non fa certo molto per conquistarsi la simpatian della Comunità inetrnazionale, ad eccezione di Usa e Gran Bretagna.

APPENDICE II

Copio qui e riporto tale e quale il testo di una Lettera inviata ai loro indirizzi all'On. Polito e al sen. Fini. I nostri parlamentari ricevono però tanta di quella posta che malgrado i loro segretari dubito che poi leggano i messaggi loro inviati salvo che non dispongano di un canale privilegiato che li porti alla loro attenzione. Pertanto preferisco rendere pubblico il testo della lettera. Al termine della manifestazione l’on. Fini andò via subito, lasciando la sala. Invece il sen. Polito si intrattenne un poco con il pubblico presente. Riuscii ad avvisare appena il sen. Polito che non avendo potuto replicare ai numerosi strali che mi erano stati rivolti e dagli oratori e dal pubblico unilateralmente orientato, mi riservavo di affidare alla rete le mie riflessioni e le mie “perplessità” sull'intera manifestazione. Il senatore si dimostrò visibilmente interessato allo sviluppo delle mie argomentazioni e mi chiese di mandargliele al senato. Solo dopo che ne avevo scritto una prima stesura, mi sono accorto con sorpresa che tutta la manifestazione era stata registrata da Radio Radicale. Non posso fare a meno di pensare a una certa “faziosità” di radio radicali. Anni prima aveva organizzato all'università di Roma La Sapienza un convegno internazionale su Carl Schmitt. Chiesi allora gli stessi servizi a Radio radicale, ma non ottenni risposta. Forse io non ho insistito quanto dovevo o forse non ci siamo capiti, ma ho la netta impressione che per Radio radicale il nome di Carl Schmitt sia incluso in una lista nera, mentre invece il filoebraismo è così marcato che Radio radicale potrebbe ben chiamarsi Radio Israele.

Lettera
al sen. Antonio Polito e all’on. Gianfranco Fini
(con correzione di qualche errore rispetto all’originale inviato)

Caro Senatore Polito, (+ caro On. Fini)

Non mi aspettavo che radio radicale avrebbe trasmesso in differita l’intera manifestazione. Ho potuto risentire il tutto e perfino il mio intervento, che pur in condizione per me ideologicamente sfavorevoli, mi è parso meno peggio di quel che temevo. Anzi mi sono piaciuto.

Trova le mie repliche e critiche alla manifestazione al seguente indirizzo:

http://clubtiberino.blogspot.com/2007/02/di-nuovo-nella-fossa-dei-leoni.html

Si tratta di un articolo che fa parte di un complesso di oltre duecento articoli dove prendo posizione su diversi temi politici.

Le chiedo una sola cortesia:

Avendo lavorato ieri sera e tutto oggi al testo che non è finito e volendo potrebbe perfino diventare un libro più voluminoso di quello scritto da Emanuele Ottolenghi, La prego vivamente di considerare come »NON SCRITTA« ogni espressione o sfumatura che possa apparirle non riguardosa sotto il profilo personale. Lo stesso vale per quanto dico sull’on. Fini e gli altri partecipanti. I miei testi sono sempre in evoluzione e vengono emendati, appena mi accorgo che si esce fuori dalla stretta argomentazione e si toccano le persone, che nel mio intendimento devono essere sempre rispettate e salvaguardate. Preferisco essere offeso e non rispondere anziché offendere io gratuitamente.

Essendo sopraggiunta una certa stanchezza sospendo la redazione del testo, ma di tanto in tanto verrà da me ripresa fino a quando non sarà giunta ad uno stadio da me ritenuto soddisfacente. Pertanto la prego di considerare il mio post come un testo dove già sono contenute in nuce le repliche e le obiezioni che per evidenti motivi non ho potuto farle seduta stante, ma si tratta sempre di un testo che ancora deve essere migliorato e che di tanto in tanto migliorerò. Non credo mi ci voglia molto lavoro. A questo argomento se ne trovano correlati parecchi altri che potrà trovare, se ne ha voglia e vorrà onorarmi della sua attenzione, in tutto il mio blog con circa 250 articoli dedicati all’attualità politica nazionale e internazionale e da me continuamente rivisitati e aggiornati, più altri cinquanta articoli di altro mio blog dedicato alla politica regionale calabrese (gliene segnalo uno lunghissimo su Fuda ed il suo famigerato emendamento). Un altro ancora sulla “leggenda dell'Olocausto”, che ha avuto migliaia di visitatori e per il quale ho dovuto difendermi dall’accusa di antisemitismo.

Se le è possibile, la prego di trasmettere copia della presente all’on. Fini che non so a quale indirizzo rintracciare. Faccio infine sia a Lei sia all’on. Fini i più fervidi auguri perché possiate esercitare al meglio l’alta responsabilità che vi compete. Essendo io un oscuro e isolato pensatore, non vi è rischio che con le mie opinioni (“posizioni” e “concetti”) possa procurare danni a chicchessia.

Cordialmente
Antonio Caracciolo
Docente ricercatore presso il Dipartimento di Teoria dello Stato
Dell’università di Roma La Sapienza

APPENDICE III

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È qui necessaria un’avvertenza con si collega a quanto già detto in Premessa. Ogni post, termine che preferirei sostituire con “articolo” o simile, di questo blog nasce dall'estemporaneità di una riflessione, di una notizia radiofonica o televisiva, dalle occasioni più disparate. Insomma, un pensiero che viene spesso cancellato dal sopraggiungere di altri pensieri. Capita che decida di cogliere l’attimo e fissare il pensiero sulla carta o meglio nel cyberspazio. Succede però che la traduzione in simboli grafici richieda un certo lavoro e un tempo tale per cui non è sufficiente una sola seduta alla scrivania dove si trova il mio computer portatile. Non esagero dicendo che se volessi potrei produrre un testo a stampa anche più voluminoso del libro di Emanuele Ottolenghi, che avendo stampato un libro, per giunta presentato dagli on. Fini e Polito, pensa di essere passato alla storia e di meritare un posto accanto a Dante Alighieri, che ha pure scritto un libro, anche se allora non esisteva la stampa. Ottolenghi ha detto di aver impiegato cinque anni per la sua Opera, che evidentemente deve avergli fruttato qualcosa. Credo che faccia parte di qualche organizzazione parapolitica, nel cui contesto si inserisce l'iniziativa editoriale che altrimente non avrebbe meritato non cinque anni di lavoro ma appena cinque minuti per tesi alquanto elementari, discutibili, opinabili. Ricordo un post murale di un libraio di via del pellegrino: scrivere un libro non è difficile. Basta che ci sia qualcuno che sapendo leggere e scrivere abbia tempo e voglia sufficiente per violentare fogli di carta in bianco. Più difficile è trovare qualcuno che sia disposto a leggere ciò che un altro ha scritto. Si tratta in questo caso di sacrificare il proprio tempo sosttraendolo ad una salutare passeggiata o ad occupazione più gradevoli dell'affaticare gli occhi su un testo scritto. Ricordo di una predizione di Nietzsche al riguardo. All’incirca: arriverà un'epoca dove il leggere e scrivere molto sarà considerato un segno di cattivo gusto. Forse è questa la nostra epoca. Tale è la massa della carta stampata che non si sa più come stiparla e contenerla. Credo che ci sia una difesa. Affidarsi al colpo d’occhio e all’intuito. Nel caso del libro di Ottolenghi non credo sia difficile capire di cosa si tratta, il contesto in cui si inserisce e che è più importante del libro stesso che sarebbe altrimenti solo carta stampata, la sua finalità politica. Termino con il Libraio di via del Pellegrino: scritto il libro che è la cosa più facile, trovato il lettore cosa alquanto più difficile, è infine impresa sovrumana riuscire a venderlo! Ed infatti io non ho voluto spendere i 24 euro occorrenti per acquistare il libro di Emanuele Ottolenghi. Di Dante Alighieri ho diverse e numerose edizioni nella mia biblioteca. Di Emanuele Ottolenghi penso di poter fare a meno senza grave danno per la mia cultura. Ma se i gli onn. Fini e Polito dovessero fare una legge dove diventi obbligatorio comprare il libro di Ottolenghi, magari come supplemento al canone RAI, e perfino leggerlo sostenendo un esame di Stato, potrò sempre correre ai ripari nei termini prescritti, volendo essere io cittadino esemplare ligio alle innumerevoli leggi dello Stato Italiano.

Segue una raccolta di articoli correlati. Si tratta di testi non sempre terminati o rifiniti, perché la loro redazione materiale comporta un tempo di gran lunga maggiore di quello occorrente per averne l'intuizione, che è cosa di una frazione di secondo. Si può avere in un istante l'idea della Cappella Sistina. Ci vuole un tempo infinito per realizzarlo. Non volendo ogni volta ripetere gli stessi argomenti indico qui di seguito argomenti non solo già trattati, ma i cui sviluppi sono aperti e possibili. Si tratta cioè di una nuova forma espressiva diversa dalle rigidità della carta stampata. A mio avviso, nella rivoluzione in atto, è preferibile lasciare su carta stampata di gran pregio la sola Divina Commedia e testi equivalente, è consegnare alla forma digitale tutti il resto. Risparmieremo la vita di tanti alberi.

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1. La “fossa” di Trastevere. Si tratta dell'articolo che si collega più strettamente a questo sulla manifestazione svoltasi al “Caffé letterario”. Non ho terminato il testo per sopraggiunta stanchezza o noia e fastidio. Ma mi riprometto di apportare tutte le integrazioni e i miglioramenti formali che sono ben presenti nella mia mente. Si trattava di un invito alla presentazione di un libro scritto dal mio carissimo amico Prof. Giuseppe Limone, che abita a Napoli e non vedevo da parecchi anni. Mi invita sempre a tutte le sue manifestazioni ed il non trovo mai il modo di andarci. Questa volta però era così vicino a casa mia che non andarci sarebbe stata somma scortesia. Si trattava però di una presentazione fatta presso il Centro di Ebraica di fronte all'Isola Tiberina. Un posto molto bello, a me ben noto, ma dove ignorava si trovasse un Centro di Cultura Ebraica. Il libro era anche molto interessante: sui fratelli Rosselli, che erano ebrei. Riassumo brevemente gli aspetti più interessanti. A Carlo Rosselli fu chiesto se lui si sentiva più italiano che ebreo o più che ebreo che italiano. La Risposta a quel tempo era: innanzitutto italiano e poi anche ebreo. Nel dibattito si disse (dal pubblico incolto quanto me) che i Rosselli erano vissuti prima dell’Olocausto altrimenti la risposta sarebbe stata diversa. Ho i miei dubbi, ma non sono uno specialista e non metto lingua. Altro punto per me interessante fu l'intelligente e diplomatico intervento di un professore di diritto o storia romana. Cito un passo di Mommsen a me non noto e di cui vado tuttora alla ricerca. Secondo il grande storico tedesco l’elemento giudaico (o cristiano fu il “lievito” che fece dissolvere l’Impero romano. Questo giudizio di Mommsen suscitò all'epoca un grande dibattito di cui si alimentò la cultura dell’antisemitismo. Trovo molto interessante la faccenda e rientra nei miei programmi di studio il massimo approfondimento. A prima vista e in prima approssimazione mi sembra che la questione posta da Mommsen torni di piena attualità. Cosa significa la dottrina politica della doppia appartenenza e doppia identità se non un indebolimento, un dissolvimento, della compagine nazionale di quegli stati dove sono presenti forti componenti ebraiche che spingono i rispettivi governi ad una guerra contro gli stati arabi a tutto ed acritico (“a prescindere”, secondo la formula del geniale Totò)? In Trastevere avrei desiderato tacere ma ragioni di cortesia mi imponevano di dire qualcosa sul libro dell’amico. Pur non essendo specialista ed essendo io riluttante a parlare in pubblico su cose che non conosca più che bene, pensai di poter dare una mia testimonianza di un fatto culturale pertinente al tema della serata. All'eguale domanda posta a Carlo Rosselli un noto esponente ebreo tedesco, di cui mi dissero che in pratica controllava tutta la politica culturale tedesca o almeno aveva una grande influenza, dichiarò in una serata organizzata in suo onore (testualmente: “Serata in onore di...”) che lui non si sentiva per nulla tedesco, ma solo ebreo. Io ne rimasi molto sconcertato e scrissi una nota nella rivista di cultura politica, da me diretta a quell’epoca. La mia testimonianza voleva essere quanto mai obiettiva e cronachista, ma sorse lo stesso un piccolo incidente per il quale furono accennate, da una cortese e affabile signora dell'organizzazione, scuse da me non richieste né pretese: era quella la prima e presumibilmente ultima volta in cui mi capitava di mettere piede in un centro di cui ignoravo perfino l’esistenza. Ho però voluto narrare l'episodio in un post di questo blog con il titolo metaforico sulla “fossa dei leoni”, cioè a significare un contesto culturale ostile dove psicologicamente non ci si sente a proprio agio e ci si aspetta di venir sbranati se si vince la timidezza nell'esprimere un diverso avviso. Ma in tutta onestà devo dire che nessuno mi ha sbranato né in Trastevere né al Caffè letterario. La metafora è però troppo bella perché vi rinunci.



Link2:
2. La leggenda dell’Olocausto. Qui si rende necessaria una complessa spiegazione che cercherò di contenere nel più breve spazio. Colgo anche l’occasione per una sintesi allo stato attuale della ricerca. (segue)
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