mercoledì, ottobre 06, 2010

Dibattiti e analisi: 2. La Israel Lobby e la politica estera italiana

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Sono stato forse il primo lettore italiano del volume di Mearsheimer e Walt, La Israel lobby e la politica estera italiana, appena uscì nelle librerie italiane. Mi proposi subito di indagare se anche in Italia potesse rintracciarsi un fenomeno a quello denunciato dai due politologi americani. Non mi proponevo la via della stampa di un volume analogo. L’investimento che ciò avrebbe comportato sarebbe davvero sproporzionato e non si confaceva al mio ambito disciplinare che è propriamente filosofico-giuridico, non sociologico. Con il tempo posso dire che il volume ha alcuni limiti, ma assolutamente trascurabile e che in ogni caso non tolgono nulla alla sua tesi fondamentale: un’angusta minoranza, una Lobby la cui attività è solo in minima parte nota, ed è cioè quell’attività pubblica che si può leggere sui media, ha in mano la politica estera della più grande potenza militare della terra ed esercita un’influenza che è contrastante con gli interessi politici della stragrande maggioranza del popolo americano e del mantenimento della pace nel mondo. Già il titolo “Israel lobby” anziché quello più spontaneo di “lobby ebraica” è una forma di autocensura per scongiurare la frustra e scontatissima accusa strumentale di “antisemitismo”: una parola magica con la quale dette lobbies pretendono di incutere timore e di stroncare sul nascere qualsiasi critica, qualsiasi discorso, qualsiasi pacato ragionamento. Una simile forma di “terrorismo” ideologico non credo abbia eguale nella storia a noi conosciuta. Se qualcuno qui leggendo pensa io stia esagerando, ebbene provi appena a riflettere su una parolina, “kippah”, che proprio ieri sotto i nostri occhi ha fatto dispiegare le batterie, credo non tutte, di cui una siffatta ed eguale lobby dispone, anche in Italia. Non viviamo nella globalizzazione? I poteri forti sono molto più e molto meglio collegati sul piano internazionale di quanto non lo siano i poteri deboli. Non lo Stato ha ormai passato il suo tempo, ma le Nazioni. Il capitale in cerca di profitto valica tranquillamente le frontiere in cerca della convenienza: senza scrupoli e senza altra logica ed etica che il puro profitto. I popoli e le masse umani sono scorte biologiche che possono tranquillamente essere mandate al macero e alla discarica, se non producono profitto. Questa e la logica e l’etica che ci governa, questa la nuova religione.

La ricerca ha prodotto i suoi risultati, portando alla consolidata e definitica certezza che in Italia non solo esiste la stessa Lobby che condizione la politica estera italiana, ma è una lobby assai più oppressiva e opprimente per la duplice dipendenza dell’Italia oltre che dalla suddetta Lobby anche dal potente alleato, nostro vincitore nell’ultima guerra e nostro padrone dal 1945 ad oggi. Con oltre 100 basi militari americane in Italia, da noi stessi pagati in forma di perpetuo tributo di guerra, i nostri presunti e nominali governanti sono in realtà faccendieri che si contendono il favore del padrone indiscusso e incontestato. Hanno trasformato la nostra cultura, hanno inquinato la scuola, ci hanno fatto il lavaggio del cervello, pensano di poterci far credere oggi tutto quel che vogliono e domani il contrario di quello che ci hanno fatto credere appena ieri. All’interno di questo quadro generale di asservimento, già predetto da Vittorio Emanuele Orlando oltre mezzo secolo fa, si colloca in modo bipartisan la Lobby nostrana. Essa in fondo si basa da un punto di vista ideologico sulla demonizzazione che è stata fatta dell’intero nostro passato storico, sconvolgendo ogni angolo della storiografia, andando dal fascismo al risorgimento e giù giù fino agli esordi del giudaismo-cristiamesimo sulle costole della morente civiltà greco romana, dove almeno ognuno era libero di venerare il dio che riusciva più congeniale e senza che in nome di dio potessero venire giustificati massacri di ogni genere.

Chiedo scusa al mio lettore, ma ritengo necessario offrire un quadro generale prima di passare alla cronaca dell’evento che è annunciato per domani pomeriggio, dove una “lobbista”, la cui presenza in parlamento si deve al noto Fini e per effetto di quella “porcata” di legge elettorale che rivela in questo modo tutti i sua guasti. Sull’argomento dedicherò un apposito capitolo. A parlarne adesso si aprirebbe un’altra lunga digressione e mai più entreremmo in medias res, come vorrei invece subito fare. È però necessario seguire una certa gradualità, affinché chi legge e non sa certe cose, possa capire, se è questo che cerca: la comprensione della nostra quotidianità. La «Verità» su Israele è presto detta e non ve ne è un’altra: nel 1948 si svolse in Palestina una vera e propria pulizia etnica, cioè un genocidio. Quanti spossessati dei loro villaggi, delle loro case, di ogni loro avere, dei loro affetti e della loro memoria, ebbero la sventura di sopravvivere furono ridotti in schiavitù e in una perpetua condizione di inferiorità giuridica. Ho detto: schiavitù. Può sembrare un’esagerazione polemica, ma spiego meglio quel che ho detto. Leggendo uno dei tanti libri con cui mi sono andato documentando in questi ultimi due o tre anni sulla questione palestinese, mi sono imbattuto ieri sera in alcune righe, dove veniva descritto come i palestinesi “sopravvissuti” al 1948 e a tutte le successive, spesso sottratte alla nostra conoscenza, come l’eccidio di Kahn Younis del novembre 1956, si trovavano costretti a trarre il loro sostentamento materiale andando a lavorare in Gerusalemme, alle dipendenze di chi li aveva spossessati e ricevendo un decimo di salario: non è questa riduzione in schiavitù ancora peggiore di quella del mondo antico? Provare a riflettere!

Ciò che successe nel 1948, ossia la pulizia etnica, ampiamente narrata in un libro dell’ebreo israeliano Ilan Pappe, che venuto a Roma per parlare in una sede universitaria, non ha potuto farlo, in detta sede, per motivi ufficiali ai quali nessuno ha creduto. Neppure il sionista Benny Morris può negare la realtà della pulizia etnica, anche se si arrampica sugli specchi per fornire una giustificazione ideologica al sionismo. Tanto è vero ciò che per impedire nuovi lavori storici che scendano in ulteriori dettagli il governo israeliano ha ben pensato di prorogare di una ventina di anni la secretazione degli archivi israeliani. Sappiamo anche che molti documenti compromettenti sono stati distrutti: chi poteva mai avere interesse a lasciare traccia dei propri misfatti. Ma questi misfatti sono desumibili prima ancora che dai documenti di archivio dalla stessa logica e dall’aritmetica elementare che abbiamo tutti appreso a scuola: non vi è nessun bisogno della demografia di un altro sionista demografo che risponde al nome di Pergola e si allarma e grida all’allarme, dicendo che i palestinesi che erano già la netta stragrande maggioranza della popolazione, quando nel 1882 sbarcavano in Palestina i primi coloni sionisti, ritorneranno presto ad esserlo, malgrado gli eccidi, le uccisioni, gli avvelenamenti programmati a lunga scadenza con l’inquinamento delle falde acquifere e del terreno stesso.

Fanno bene le Lobbies dislocate nei vari ambiti nazionali a rafforzare la loro presa sui presa sui media e a sguinzagliari i politici al loro servizio perché presto, molto presto dovranno affrontare la “decisione finale”, la “soluzione finale” del popolo palestinese. E dovranno faticare un poco a convincerci che si tratta di “autodifesa”, di “difesa legittima”, di “diritto all’esistenza”, di “esegesi biblica” e di osservanza della “volontà divina”. In un’altra delle suddette letture, esattamente un libro dell’ebreo Noam Chomsky, odiatissimo dai sionisti, anche se un altro ebreo di nome Gilad Atzmon, critica lo stesso Chomsky in quanto moderato ed in fondo anche lui un “sionista”, come “ebreo” e “sionista” si è pure dichiarato quel Richard Goldstone, che in quanto giudice messo davanti all’evidenza non ha non potuto non constatare i crimini di guerra e contro l’umanità commessi dal glorioso ed eticissimo esercito israeliano in Gaza durante “Piombo Fuso’, ebbene Chomsky ripete più volte nel suo libro, “Capire il potere”, questo concetto attentamente seguito negli Usa e credo anche in Italia: anziché comprare un carro armato è meglio spendere gli stessi soldi per comprare un politico, pardon, nel senso del tutto legale di finanziare la sua campagna elettorale ed assicurargli in questo modo l’elezione. La stessa cosa si può poi applicare a media, opinionisti, esperti, ecc.

Sul palco della piazzetta limitrofa a Montecitorio, non certo grande come piazza San Giovanni o Piazza del Popolo, sufficiente a contenere quel centinaio di persone che la lobby riesce a malapena ogni volta a portare in piazza, salirà il direttore di uno di quei foglio di propaganda diretta, evidente e dichiarata con cui si tenta di presentare impresentabili bugie, svolgerà questo ragionamento che ha fatto in altre occasioni: a) Esiste un debito morale dell’Europa nei confronti di Israele; b) Ad Israele deve essere dato il possesso della Palestina; c) In fondo, è la continuazione della stessa partita che si era incominciata a giocare con le Crociate, dove l’Occidente ebbe la grave colpa di ritirarsi dopo averci provato per qualche secolo. A questi individui serve poco obiettare ad esempio che è del tutto fantastico e chimerico parlare di un debito morale dell’Europa verso Israele, ma ove cià fosse è contrario ad ogni logica etica e giuridica che a pagare un siffatto debito debba essere un terzo che in nessun modo più imputato di una “colpa” che non ha commesso, venendo molestato, insidiato e spossessato in casa propria.

Discorrendo ho saltato un passaggio, che riprendo adesso. Ho detto che non possono esservi dubbi di sorta, per chi appena appena si vuol documentare, sulla “pulizia etnica della Palestina” nel 1948, che ha significato il dimezzamento della popolazione palestinese residente, la distruzione e cancellazione dalla carta geografica di oltre la metà dei villaggi palestinesi allora esistenti e vitali, nonchè la riduzione in schiavitù, nel senso specificato, della restante popolazione. Ma la propaganda che si legge ancora in un’agenzia quotidiana, in lingua italiana, ma forse scritta in Israele, come giustifica questo inaudito genocidio? Fatico a trovare una logica che stia a malapena in piedi. Dicono: non li abbiamo cacciati noi; se ne sono andati loro, spontaneamente, perché glielo hanno detto gli altri arabi. Sono assurdità che neppure corrispondono alla dinamica dei fatti, che si può leggere in Ilan Pappe. Ma anche prese per buone simile assurdità che vuol dire? Se per una qualsiasi ragione io mi allontano da casa, per ferie, per farmi curare altrove, per mettermi al sicuro da una calamità naturale o bellica, ovviamente per un tempo strettamente limitato, non per secoli o millenni, non posso più tornare nella mia casa e perdo ogni diritto?

È davvero l’abdicazione di ogni raziocinio umano ascoltare gli uni che pretendono di ritornare in patria dopo una chimerica e del tutto fantastica assenza di duemila anni (la distruzione del Tempio ad opera dei romani, seguita da altrettanto chimerica ed inesistente deportazione) e si nega un eguale diritto a chi per le suddette ragioni non si sarebbe assentato non più di due giorni o due mesi? Da una parte abbiamo un “diritto al ritorno” con il quale Israele assicura una casa, un alloggio e finanziamente ad ogni avventuriero che provenendo da qualsiasi parte del mondo si dichiari ebreo o si converta all’ebraismo e dall’altra si nega un eguale diritto al ritorno a chi è stato scacciato di casa e che ha avuto sancito un simile diritto anche dall’ONU? Se qualcuno riesce a trovare in questa pretesa un barlume di logica e di giustizia, deve trattarsi di un marziano o di un extraterrestre perché qui non si può rintracciare niente di umano.

Per venire a noi, ad un tema che ci è più proprio, è da indagare e da considerare in tutta la sua portata la copertura giuridica, politica e morale che una così flagrante violazione di ogni principio di diritto, giustizia e umanità ha trovato e trova presso i nostri politici, i cui nomi e i cui volti vedremo ancora una volta sul palco, magari dopo le vicende di questi giorni anche con il kippah in testa. Infatti, un senatore, in contrapposizione polemica a Ciarrapico, ha diramato alle agenzie la notizie che avrebbe comprato (con i soldi del contribuente) 134 kippah per farne dono a ogni senatore eccettuato il solo Ciarrapico che avrebbero dimostrato di non gradire il copricapo ebraico. E dunqe possibile che vedremo sul palco qualcuna di queste “kippah” ricevute in dono.

Un’ulteriore riflessione viene qui spontanea. Naturalmente, i nomi già annunciati a questo scopo sono liberi di salire sul palco e di sostenere la causa, anzi la “Verità” coniata in israele da un apposito ufficio di propaganda per l’estero, detto Hasbara con parola ebraica. Per dimostrare cosa a chi? Finché si riuniscono in segrete stanze per concertare cose segrete, a noi comuni mortali, tanti Signor Nessuno, non è dato neppure tecnicamente sapere. E non abbiamo certo un Mossad al nostro servizio, un servizio non solo di spionaggio o di intelligence come si suol dire, ma un servizio di veri e propri sicari che commettono omicidi in ogni parte del mondo e che organizzano quei “false flag” che ormai sono una costante dell’informazione date dai media. Un lettore appena un poco intelligente, che continua a comprare i giornali nelle edicole o ascolta regolarmente i telegiornali della sera, deve ormai chiedersi a ogni notizia: sarà vero o è la solita bufala, che magari viene riconosciuta come tale pochi giorni dopo o anche qualche mese dopo, quando ormai ha esaurito la sua funzione. Si noti un fatto risaputo: la bufala ha l’evidenza delle prime pagine, mentre la smentita – se viene dato – trova appena un trafiletto, di cui nessuno si accorge. Ho al riguardo da raccontare cose interessanti, di prima mano, che mi riguardano direttamente, ma riservo ciò ad un’altra storia. Qui mi mantengo sul filo del discorso, che sarebbe «Per la Verità di Israele», una verità che stiamo qui cercando di indagare per come la Israel lobby nostrana ce la vuole spacciare. Dobbiamo fare delle pause perché qui il discorso è lungo e la nostra scrittura (e relativa revisione) è in tempo reale. Se dovessimo seguire le tecniche e i tempi della carta stampata, sarebbe come dice Hegel a proposito della Nottola di Minerva, dando l’immagine della filosofia che viene sempre sul far della sera, quando i fatti si sono già svolti e la manifestazione è finita. Il nostro tentativo è qui di riflettere sul presente durante il suo divenire: la scrittura, come forma artistica, chiaramente ne risente. Ma io ho già detto che il mio scopo non è la “forma” ma il “contenuto”. Non voglio disprezzare la “forma”, ma può aspettare, mentre il “contenuto” ha una diversa impellenza.

Ai miei lettori di “Civium Libertas”, che per avventura capitassero qui, spiego ancora una volta che questo blog uno spazio virtuale di militanza all’interno della vecchia Forza Italia, poi diventata PdL, ed ora anche in fase critica di ridefinizione. Ho appena avvisato la mia base, in Calabria, dell’aria che tira a Roma ed ho chiesto di sapere di quale aria tiri invece in Calabria. Certamente, fino a tempo fa, potevo formalmente definirmi “Coordinatore provinciale dei Clubs FI in quel di Reggio Calabria”. Alemanno aveva detto pubblicamente che “avrebbe verificato”. Spero che lo abbia fatto e magari si degni di avvisarmi. Mi auguro di non dover convivere con lui nella nuova aggregazione, depurata dai finiani, ma certamente non gli confermerò il mio voto come sindaco e nessuno mi potrà costringere a farlo, restando io un militante di FI. Sarebbe meglio per me se Alemanno ritornasse ad essere quel che era e che tutti in Roma sanno. Nel webmagazine de “L’Occidentale” compare la locandina della manifestazione della signora Nirenstein, la cui presenza nel PdL o in Forza Italia o credo nella futura aggregazione finiana, che io leggo non “Futuro e Libertà”, ma un Futuro senza Libertà e senza Dignità. Ciò che succede giorno dopo giorno sotto i nostri occhi è la dimostrazione di ciò che dico. Purtroppo, è ormai invalso il disprezzo per il linguaggio. Siamo lontani dalle indicazioni evangeliche di semplicità del nostro dire, che deve essere “si si no no” o dire “pane al pane e vino al vino”. Qui si spaccia impunemente la Menzogna per Verità e si usa la parola Libertà tanto più spesso quanto più viene a mancare ogni Libertà, ad incominciare dall’interno stesso del PdL, dove non si trova per nulla il “popolo”, cioè la democrazia interna delle decisioni e dei dibattiti, e meno che mai la “Libertà”. Il vergognoso linciaggio a cui abbiamo assistito verso un senatore, cioè Ciarrapico, è una clamorosa constatazione di vera mancanza di libertà e dentro l’istituzione del Parlamento e dentro i partiti stessi, di maggioranza o di opposizione: non fa differenza!

Nel prosieguo di questa riflessione mi avvarrò dunque dei “documenti” che appaiono su “L’Occidentale” di Loquenzi, dove i miei “commenti” appaiono o non appaiono, a seconda che siano graditi al moderatore. Posso dire che i documenti finora apparsi sono di una grande inconsistenza concettuale: sono ideologici, falsi, propagandistici. I “commenti” che vi si leggono sono in genere la classica “spalla”, fornita da un vero e proprio esercito di Troll reclutati dai servizi israeliani e dalla stessa Lobby. Io stesso ricevo richieste di “arruolamento” per fare quel lavoro che poi vedo altri fanno. Quindi, bisogna depurare il nostro dibattito dalla presenza di “troll”, “pappagalli”, “megafoni”, gente dall’insulto e dalla minaccia pronta. Non chiariamente una “pulizia etnica”, ma una pulizia morale e concettuale: in democrazia si deve sentire il parere di tutti, ma se uno non ha argomenti e sa solo offendere e insultare se non addirittura minacciare, allora non vi sono più margini di dibattito politico.

Come non vi sono margini di dibattito con quelli che salgono sul palco, facendoci sapere che andranno e sottoscrivendo il proprio nome, che non ci mette per nulla soggezione, anzi ci conferma nella cattiva opinione che già ne avevamo. Non potrò mai dimenticare il vicecoordinatore Cicchitto che durante il massacro di Piombo Fuso era dalla parte dei carnefici anziché delle vittime. Devo però dargli atti di una risposta che mi diede in un primo convegno dello stesso genere, presente le stesse persone (Aznar, Fini...), quando gli chiesi qualificandomi come coordinatore provinciale se non essendo per nulla d’accordo con quello che il vicecoordinatore nazionale diceva dovessi per questo uscire dal partito. Rispose saggiamente e sensatamente di no. Era il minimo che potesse dire, anche se è implicito che io sarei rimasto ai margini. Ma adesso le cose cambiano un poco. Sento dire che i Notabili in procinto di passare chi di qua chi di là, bussano alla base e ai quadri intermedi per portarsi indietro un poco di truppo. E no, cari, avete capito male! Non siamo tutti fessi, clienti e servi, come voi pensate! Con una Fiamma che sale sul palco e noi lì ad applaudire. E no, cara Fiammetta, portati sotto il palco i “coloni” dei “territori occupati”, si noti: “territori illegalmente occupati”, dove dico lei abbia una residenza, in Gilo (= mai coperto, mai messo piede in Israele e spero mai dovercelo mettere), né mediaticamente “territori” o “territori contesi”, secondo quella sistematica “fabbricazione del falso”, cui i nostri media sono abitualmente dediti.

* * *

Un ordinario esempio di ordinario razzismo lo si trova in questo brano odierno del “Foglio”, il cui direttore in questo momento è stato annunciato sul palco della signora Fiammetta Nirenstein:
“…La presenza delle sottoculture musulmane in Europa è un argomento di cui i media si occupano regolarmente e rappresenta un fattore significativo nel dibattito politico e nel momento delle elezioni.” (Fonte)
Per molto meno, per aver osato dire la parola “kippah”, un senatore della repubblica, è stato messo alla “gogna”. Questo genere di razzismo non è assolutamente un fatto marginale, ma è coessenziale a tutto l’arco di esistenza dei sionismo. Costoro vogliono convincerci con la sola forza della propaganda, con la sua reiterazioni, magari in bocca a voci istituzionali (deputati, ministri, “opinionisti”...) che l’«onore», la “sicurezza” dell’Occidente stiano nel massacrare un popolo innocente.

Contemporaneamente (e come non notare la simultaneità?), un nuovo “caso” campeggia sulle pagine del quotidiano “La Repubblica”. La firma a cui si deve il nuovo “caso” avrebbe dovuto comparire in giudizio per un similare precedente, ma si è ben guardato dal costituirsi in giudizio e la prima udienza che avrebbe dovuto svolgersi il 29 di settembre è stata rinviata al 15 aprile. E poi dicono che Berlusconi parla male dei giudici e del processo penale e civile in questo paese. Ma siamo in Occidente, mica in Iran! Ma questa è altra storia, che magari narreremo in altro post. Non dispongo purtroppo della diretta della manifestazione, alla quale avrei andare andare come osservatore, ma ne sono stato sconsigliato.

Il materiale propagandistico che viene sfornato si distingue per la sua acritica reiterazione, ma non per la sua forza argomentativa. Ad esempio, ho visto un video della signora Fiammetta che svolge un curioso ragionamento: l’ONU se la prende con noi, mentre ci sono in giro altri crimini, in primis l’esistenza stessa dell’Iran, che in più di un secolo non ha mai mosso guerra a nessuno, ma ha la grave ed imperdonabile colpa di non essere succube di Israele, che tramite USA pensa di poter fare il gendarme in un Medio Oriente ridotto nelle condizione di asservimento quale si trova l’Europa dal 1945 ad oggi. Noi in Italia godiamo, a nostre spese, della presenza di 114 basi americane, ma come ha detto un bello spirito che siede o siedeva in parlamento: vigilano sulla nostra libertà! Una libertà alla quale chiaramente noi stessi non siamo in grado di badare.

A fronte della massiccia propaganda, fatta di pezzi uno più insulso e menzognero dell’altro, credo che si possa opporre una formula matematica, una semplice equazione:

Israele = pulizia etnica della Palestina

Non credo che quanti saliranno o in questo momento stanno parlando dal palco, se la manifestazione ha il suo corso, potranno confutarla. Credo che i soli svolgimenti che potranno dare è che si è giusto ripulire etnicamente la Palestina, perché esiste una pretesa... biblica! Ed è poi colpa degli stessi palestinesi se soffrono quel che soffrono. La titolarità della Shoah offre poi titolo giuridico per infliggere ogni sofferenza possibile a terzi in nessun modo responsabile del noto evento storico, per il quale non è neppure consentita la discussione storica, pena il carcere, come in Germania (200.000 casi!), o la “gogna” girata in contemporanea sui media con la solita sfilata di politici uno più ignorante dell’altro, ma desiderosi di aprire bocca su ogni cosa.

Un altro brano proveniente dallo stesso autore e dalla stessa fonte:
«…Eppure il mondo occidentale dovrebbe occuparsi in modo urgente del piccolo Israele. Perché? Perché rappresenta una piccola oasi di libertà in un ampio deserto di tirannide».
Ma quando mai? di cosa parla costui? E sarebbe questa la “verità” che ci si vuole rifilare? Mai menzogna fu più menzogna! Vi è se mai da chiedersi fino a quando si potrà insistere con un questo disco rotto, confutato sul piano storico da libri e documenti, per adesso fruiti da una ristretta fascia di “persone più istruite” – cosa assai temuta da un Benny Morris –, ma domani in un arco di tempo più ridotto rispetto a quello previsto da Gramsci è destinato a diventare “senso comune”. Il tono dell’articolo è quello dello “scontro di civiltà”, ma già la nostra costituzione, se venisse presa sul serio, sancisce il rifiuto assoluto della guerra. Costoro pensano di poterci far ballare le danze che tornano loro comodo. Quanto poi alla “libertà”, di pensiero, di parola, di insegnamento, la stiamo assaggiando su un altro canale che gira in contemporanea. “Opinioni” non ammesse, che non sono “pensiero”, ma sono “crimini” perseguibile. A dare ascolto a costoro ci dovremmo preparare ad un catechismo delle opinione consentite, di ciò che permesso pensare e di ciò che non lo è. E mi parlano di “tirannide” altrove, mentre noi godiamo della più squisita e vasta libertà!

Ancora un esempio e po spengo per non alzare il tono polemico, avendo deciso di contenermi più che posso davanti a tanta improntitudine e sconcezza:
«Vogliono distruggerlo perché vogliono distruggere noi. Quando gli israeliani lottano per difendere la libertà della propria terra, lottano per tutti noi, che ce ne stiamo lontani dal fronte, in Europa e in America».
Se è questa la verità che la signora Fiammetta, ci voleva far sentire, ed in quel “ci” sarei anche io compreso, allora è il caso di dire: “no, per favore, la smette con queste sconcette e con questi autentici insulti all’intelligenza di chi molto più di lei si sente cittadino di questo paese, non avendo che una e una sola patria.

Beh, ancora un fuor d’opera. Questa che segue è troppo grossa per passare inosservata:
« Da americano, i cui antenati hanno combattuto per la libertà durante la rivoluzione americana e la guerra civile, e i cui zii hanno combattuto in guerra per distruggere il mostro nazista, stare al fianco di Israele significa, molto semplicemente, riaffermare la libertà per cui queste persone hanno messo a repentaglio la propria vita e che io ho avuto la fortuna di ereditare. »
Ma che dici? E lo sterminio degli indiani? La tratta dei negri? Hiroshima e Nagasaki? Tutte le sozzure del mondo che recano la firma di CIA e Mossad e che a noi sono noti per la minima parte? Lo stesso 11 settembre su cui la maggior parte degli stessi americano nutrono dubbi inquietanti sugli effettivi responsabili e autori? Il milione e passa di morti che è costa la guerra in Iraq, iniziata con una menzogna e solo per fare la volontà di Israele? Di tutto questo non sai nulla o fai finta di non sapere o invece ben sai di mentire, sapendo che noi sappiamo che tu menti?

* * *

I documenti che mettono in rete per supporto della manifestazione che a quest’ora dovrebbe essere terminata sono autentici pezzi di delirio, che ritengo confidino solo sulla forza stanca e ripetitiva della propaganda, sparata come i pezzi di artiglieri in uso da Israele, anzi i missili lanciati dai droni, che si caratterizzano per la loro mancanza di contradditorio:
«…L’aggressione ideologica contro Israele è cresciuta a dismisura. Di giorno in giorno, di ora in ora, in lingue diverse i media non fanno altro che annunciare enormi falsità. Israele è lo stato “nazista e fautore dell’apartheid”, l’aggressore “coloniale”. Bella trovata. Il sanguinario imperialismo musulmano e l’apartheid sessuale e religioso dell’islam vengono negati e proiettati su Israele. Israele è essenzialmente e sostanzialmente “malvagio”. Nel 2005 Ahmadinejad affermò che Israele avrebbe dovuto essere “eliminato dalle carte geografiche”».
Qui l’obiezione è fin troppo facile, a portata di ragazzino delle elementari, che sappia della pulizia etnica del 1948, dove vennero distrutti oltre la metà dei villaggi palestinesi, i cui nomi furono poi per davvero cancellati dalla carta geografica. Ormai, sono apparsi sulla rete numerosi articoli che spiegano l’esatto contesto della frase di Ahmadinejad e la falsificazione che ne è stata fatta. Ma costoro continuano imperterriti con la stessa cantilena. Poiché non è possibile che non sappiano, ecco allora che abbiamo una prova ulteriore della loro menzogna, del loro mentire sapendo di mentire e che noi sappiamo che mentono. Forse calcolano, come Benny Morris, che noi siamo soltanto una minoranza, la parte più istruita, mentre a loro interessa la maggioranza ignoranza a cui si può rifilare ogni menzogna.

COMMENTARIO CRITICO

SOMMARIO: 1. Messaggi di Schifani, Fini, Berlusconi. – 2. Le “menzogne” di Paolo Mieli. –

Mentre ascolto e riascolto comodamente la registrazione della manifestazione, durate oltre 3 ore, procedo a commentare i sonori degli interventi, che subito presentano problemi tecnici e si inceppano. Nel riprovare trovo una registrazione della Nirenstein, sulla quale avevo scritto alcune righe di commento, che non ho la pazienza di ricomporre. Le solite sciocchezze da cui è inutile tentare di trarre lumi. La signora punta sulla forza degli “amici” mobilitati ed è un suo pio desiderio che i convenuti rappresentino unitariamente il mondo intellettuale italiano. Come già per i palestinesi, l’onorevole signora è del tutto persuasa che gli altri non contino e non esistano. È la politica che il sionismo ha seguito in Palestina fin dal 1882, anno del primo insediamento coloniale. In questo “Proemio” annoto alcune sensazione generali, rinviando poi alle singoli analisi. Fino a questo momento, davvero si può toccare con la mano la massa di incompetenti ed ignoranti che sono stati riuniti: non sanno neppure quel che dicono. Albertazzi che finisce in azzi, l’ha proprio sparata grossa e fa cadere in verticale la stima che pure ne avevo come attore. Se la forza della “verità” è nei suo argomenti, qui di forza non ve ne è per nulla: almeno fin quello che ne ho udito adesso e sono oltre tre ore di emerite ed onorevoli c* Beh, diciamo che devo ringraziare la signora Fiammetta per aver messo insieme un così ben assortito campionario. Ahi! Sto sentendo Raffaele La Capria, che crede di essere intelligente e parla di “diritto di esistenza”, la solita tiritera, ma non si pone neppure per un istante il problema della cancellazione sistematica del popolo autoctono dei palestinesi: lo hanno sempre detto: non esistono! Questa è nuovo: l’«odio di sè» che non è più riferita agli ebrei antisionisti, ma all’Occidente stesso! Il fatto di starmene seduto qui comodamente a casa mia, sentendo le registrazioni, mi consente quei commenti liberi, che non scrivo e che non sarebbero stati altrimenti possibili. Impagabile Antonio Martino: dà a D’Alema del ministro non laureato, ma per la verità non dimostra di essere più intelligente. Un guerrafondaio! Ed una dichiarazione di guerra al “nemico interno”, cioè a tutti noi. Stiamo attenti! Questi ci voglione mettere in galera, anche se stiamo zitti. Ci faranno l’analisi del cervello. Rutelli adesso che tura fuori il bambino ebreo dell’82, quando infuriava Sabra e Shatila: rinvio a Robert Fisk, Il martirio di una nazione. Che c... Non tiene minimamente in conto che sionismo significa pulizia etnica: se è ignorante, non possiamo farci nulla. Speriamo, ci diano il diritto di stare alla larga da tutti costoro, che purtroppo ci hanno tormentato con il loro governo sulla nostra pelle. “Democrazia e libertà...”, ma che dici??? Mamma mia, quant c.... Tutti chiusi in una sala: non sono uomi di piazza. E la piazza è il popolo. Vedo affacciarsi Pacifici. Parla uno in inglese: non lo considero. Un “dissidente” siriano. Ricordo alla precedente manifestazione di un rabbino con tanto di barba che pretendeva da me per strada che gli rispondessi in... ebraico! Belli quelli che vengono in lista. Non avrei potuto ridere di più e lo spettacolo è bello lungo. Me lo posso rivedere e risentire. Se è vero quello che dice il vecchio Hegel, e cioè che il razionale è il reale e il reale è razionale, qui certamente non vi è nulla di razionale e forse neppure nulla di reale. Cerco sempre di mantenere la necessaria obiettività, anche decidendo di stare dalla parte della vittima e non del carnefice, ma qui siamo veramente in una mancanza assolutà di razionalità, di umanità, di giustizia, di senso elementare dell’equità: un popolo, quello palestinese, è stato cacciato dalle sue case, viene ucciso ogni giorno, e questi pretendono di fondare un diritto, una verità, una legittimità sul principio della pulizia etnica. Sta parlando Gigi Battista!!! Sta facendo pubblicità a Moffa... anche lui sul “cosiddetto Olocausto”! Bisogna mandargli il testo di Sion Segre Amar sul «cosiddetto olocausto». Eccolo, lui! Pacifici con la bandiera di Israele! “Romano” e ”italiano”? E i milioni di bambini palestinesi e iracheni? Non esistono! Già, i “dissidenti”! Due popolo due stati = la formula dell’inganno in attesa del completamento della pulizia etnica, del tranfer! Bella questa di Riccardo: i coloni fanno figli e si allargano, dunque hanno bisogno di stanze in più. La pace la faremo lo stesso! Ora tocca a Fiammetta: è emozionata, proprio comen una bimbetta! C’è l’ha con l’ONU, cioè con il mondo, che ha il gravissimo torto di condannare Israele. “Le donne che si scelgono il marito che vogliono...”. E con questa bandiera ci vuole portare in guerra contro 70 milioni di iraniani e ci chiede di avallare la pulizia etnica della Palestina. Mamma mia! Odio, odio, odio... bugie, bugie, bugie.. ma quale la Verità? Quando ce la racconterai? Non riesco a sentire neppure una verità tutta tua e solo tua, che stia per lo meno in piedi con i canoni della logica. Costoro parlano solo perchè aprono la bocca, ma senza considerare minimamente il giudizio di chi ascolta: non esiste e non è essenziale. Legge l’intervento, ma per lei non valgono gli inviti alla brevità: è la padrona di casa. È melensa e non lo sa. Aznar: c’era pure l’altra volta! Israele non è Oriente, ma Occidente. E dunque la pulizia etnica ha raggiunto il suo stadio finale. Vaglielo a dire agli islamici. «Israele una parte di questo Occidente»? E dunque: colonialismo e razzismo? Arriva Frattini! Per nostra disgrazia ministro degli esteri, dopo il ministo “non laureato”. Io posso andare in casa di Frattini, cacciarlo e difendere la mia “diritto ad esistere” ed abitare a casa sua: questo il tenore del discorso di un ministro degli esteri che non può non conoscere la creazione propagandistica della cancellazione di Israele dalla carta geografica da parte dell‘Iran, mentre queste cose sono state fatte proprio da Israele verso i palestinesi. Questa la politica estera italiana, in bocca a Frattini... ahi ahi, ce l’ha con la rete! Prepariamoci ad una interruzione delle trasmissioni! La politica della doppiezza, che fu già della Gran Bretagna, non portò bene. Si potrebbe chiedere: e dove sta qui il contraddittorio? Non è previsto! Anche lui con Shalit! La propaganda deve aver investito molto in questo capitolo. Una certa Latella parla di... «stupidaggini». Appunto! Luca Barbareschi: un’uscita che suona: siccome sono “evoluti” mentre gli altri sono arretrati, allora Viva Israele! In fondo, in fondo è un bene poterli vedere in faccia senza dover ricorrere ad uno “spionaggio” per sapere chi sono, cosa dicono, come la pensano. Parla Ernesto Galli Della Loggia, un “opinionista” misura ed espressione di ciò che pensiamo e possiamo pensare. La Malfa figliolo, dice di Frattini: “L’Italia che parla...”: e chi assolutamente non la pensa come voi non è l’Italia? Penso esattamente il contrario e ne sono perfettamente convinto. Mah! Uno peggio dell’altro ed è inutile aspettarsi da loro un minimo di approfondimento, che si potrebbe avere perfino dai propri “nemici”. In fondo, se parlano tanto di “legittimità” di Israele vuol dire che sono convinti del contrario e vorrebbero farci cambiare opinione. Mammia mia! Parla Furio Colombo... L’uomo dell’altoparlante! Dice però una cosa interessante. Voglio risentire la registrazione: dice che «sono in pochi» quelli come lui “appassionatamente” a favore di Israele. Ancora il suo essere stato “bambino”. Questa è l’unica cosa interessante e che ci fa sperare. Ha finito ma lo voglio risentire. Dice una cosa importante: pur essendo in tanti nella minuscola sala, sono “minoritari” nel paese in quanto Israel lobby. Un dato confortante. Forse l’unica verità che è stata detta finora. Tutto il resto è propaganda così becera da mettere in rischio la nostra necessaria capacità di autocontrollo. E lo voglio sentire per la terza volta, lasciando perdere Vernetti, che fa... l’elogio di «Informazione Corretta»! Il “mondo alla rovescia”! Già, l’hai detto! Il conduttore si affanna a dire che sono “moltissimi” quelli che vogliono parlare ed invita ad essere brevi. Ma dicessero delle cose che meritano di essere ascoltate, per trarne qualche serio motivo di ripensamento, ma non si odono altro che cose che confermano nella cattiva opinione che già si aveva di loro. In questo senso, la manifestazione è un insperato successo per gli antisionisti. Se questo è il sionismo, possiamo essere ben certi che non siamo in essere nell’esser contro. Un’altro che parla in inglese: evidentemente, per far numero e riempire la sola, dovevano chiedere rinforzi dall’estero. Mentre parlava in inglese un altro oratore sono andato a mangiare qualcosa, e dicevo, a proposito di democrazia: ma se non vi fosse stata questa legge elettorale, qualcuno avrebbe mai votato la signora Nirenstein e tutti gli altri della Israel lobby che in parlamento stanno facendo quel che fanno? Se dobbiamo chiederci attraverso quali meccanismo la Lobby si è insinuata nei gangli del potere, questa può essere una validissima risposta. Parla la Voce del Padrone: l’ambasciatore di Israele! Aria fritta e rifritta che neppure merita di commentare. Antisemitismo, antisionismo... sono proprio convinti che siamo dei c.... a volerci rifirare sempre le stesse frottole. Con l’«antisemitismo» vogliono camparci fino al 3000! Vengono fatti tutti i nomi dei sionisti, che vengono ringraziati e lodati: li possiamo in questo modo conoscere senza rischiare di sentirci dire che compiliamo delle “liste nere”, come è successo ad un poveretto che aveva soltanto preso un elenco più che pubblico, dandone però un giudizio di demerito anziché di merito. Parla Magdi ah ah Cristiano Allam, che vuole mandare mandare in galera con legge europea chiunque si azzardi a criticare Israele. Salto la signora Boniver! Di una così bella signora non si può dire nulla e con la sua bocca può dire tutto quello che vuole. È la mamma di Shalit! Arriva Gianni, l’Alemanno! La frottola della più antica comunità del mondo: Shalit cui ha dato la cittadinanza onoraria. Mah! Glielo detto: ma Mordecai Vanunu? Non ce il rischio che risponda. Ciarrapico, dove sei! “Noi”, ma chi? Parla Rosa che scrive sul “Foglio”! Legge il compitino che si è scritto a casa: sembra il marchesino Eufemio. Pure un russo! Ma hanno dovuto setacciare tutto il mondo per riempiere la sala. Son davvero tanti, forti e tremendi. Nessun senso della realtà. Ma costui ha forse avuto notarietà per qualche scoop giornalisco, camorra o simili? Ahi, ahi! Deprimente, quando qualcuno apre bocca su cose che non conosce neppure lontanamente. Anche per lui il palestinese, il profugo cacciato, ammazzato e umiliato “non esite”, ma i gay! Quelli che si che esistono! Ci ha detto la sua... “verità” e ci ha dato davvero un grande contributo di conoscenza, che ci ha fatto crescere tutti, grandi e piccini. Dice il conduttore: molti posti in sala si sono liberati! La sala non si vede mai, ma solo il podio da dove parla l’oratore. Ma la sala è già vuota.Suspance... Il video di Saviano che ci dice la sua verità fatta di immagini. Quali? Lo sguardo a Tel Aviv! Un centinaio di nazioni formano Israele: appunto, la schiuma della terra, giunta lì per cacciarne gli autoctoni, gli indigeni. La casa dei gay! È questo sarebbe un “discorso politico”! Un buon numero di discorsi è in inglese: mi riposo, volendo ascoltare tutto di un fiato la lunga registrazione di oltre tre ore. E farne una bozza di commento in estemporanea, salvo poi tornare sui dettagli. Spesso le prime intuizioni sono le migliori. Al di là delle singole cose dette, spesso di nessun valore intrinseco, è da chiedersi cosa credono di aver portato a casa gli organizzatori, quale risultato politico che non abbiano già. Intanto proprio domani dovrebbe esserci in Roma una ben diversa riunione: quella degli organizzatori della nuova Flotilla. Parla Sgarbi, personaggio incredibile, il quale dice che “non si può non essere ebrei”. Per fortuna si! Anche lui la storia dell’«amico ebreo»: non ho la fortuna di avere “amici ebrei”. Mi è rimasto impresso Sgarbi per averlo sentito rispondere in un dibattito che le 114 basi americano, ci stanno - a nostre spese - per difendere la nostra libertà! Lo Stato di Israele una necessità della storia, chiaramente a tutte spese degli autoctoni palestinesi: un dettaglio trascurabile a fronte della “condizione dello spirito” che è l’essere ebreo. Poveri noi che non abbiamo spirito! La tiritera contro Teheran, secondo la più trita propaganda israeliana. Non poteva non dire c... al suo solito! Caspita mi sembra di averlo visto già quel giovanotto che viene dall’Iran ed è un traditore del suo paese: era alla stessa manifestazione sulla destabilizzazione degli stati mediorientali, che la signora Fiammetta aveva organizzato anni addietro e di cui ho dato altrove ampia recensione. Ero accanto ad una giornalista del “Messaggero”, mentre provavamo compassione per lui e per il suo prestarsi al gioco in danno del suo paese. I traditori mettono sempre tanta tristezza. Forse non si rende conto di quel che fa e di quel che dice. Eccolo Trigano: il collega “filosofo”! Bah! Siamo una grande, grandissima famiglia, dove si trova proprio di tutto, ma di tutto! Mi astengo perché anche lui, stando in Italia, pensa di poter parlare in italiano. Ed in fondo l’Italia non è che una lontana provincia dell’Impero, anzi una sottoprovincia di Israele. Almeno così credono nella sala adiacente a palazzo Montecitorio. Mi chiedo se tutta questa gente venuta dall’estero, sia venuta a proprie spese: ne dubito. Ed allora ecco il vile “denaro” che entra in gioco. È la ventesima volta che il conduttore invita ad occupare i posti vuoti in sala: evidentemente chi sta fuori non ha nessuna voglia di entrare e preferisce stare sulla soglia: o si vergognano o sono osservatori, quale anche io avrei voluto essere, se buone ragioni non me ne avessero sconsigliato la cattiva frequentazione. Caspita, ma parlano tutti in inglese! Li hanno portati e riuniti tutti a Roma! Nella sala applaudono, ma non è difficile procurarsi un pubblico che applaude in una sala programmata. Ma non era in piazza, una piazza aperta al pubblico, al popolo romano e italiano, quella in cui avrebbe dovuto svolgersi la manifestazione? Magari a piazza San Giovanni, dove storicamente si svolgono gli assembramenti di popolo! No, la piazza non è per loro. I loro luoghi sono le segrete stanze dei bottoni. Costoro se ne infischiano del popolo, se non per ingannarlo e sfruttarlo in ogni modo. Li voglio vedere in faccia... La traduttrici è sfinita! Tanti nomi da ricordare e annotare, per chi studia il sionismo. Parla il “filosofo” Panella con una enne. Crede di essere “acuto” e intelligente: è il “pensatore”. Il popolo ebraica ha diritto al “suo” stato e alla “sua” terra a prescindere dalla Shoah! Che commentare? Lasciamolo dire, ma purtroppo senza speranza del reciproco. Costoro non conoscono il diritto alla reciprocità. Non si rende conto di quello che dice: lo si può facilmente ritorcere contro! Sta suggerendo un mutamento dei canoni della propaganda, ma per esempio – a prenderlo – sul serio, si dovrebbe poi spiegare la dichiarazione di guerra del sionismo alla Germania nel.. 1933 e tante altre cose che sono successe nella prima guerra mondiale e in genere non si dicono, perché potrebbero dare un fondamento alla persecuzione che poi gli ebrei tedeschi hanno subito. Parla Tozzi o Cozzi. Ma non è un cantante? Canta male! Vuole far venire gli scrittori israeliani in Italia per illuminare gli italiani. Vuole che le scolaresce vadano in Israele, per magari inciampare in qualche bomba. Sta raccontando la sua verita. Parla ora Rocco... Buttiglione, amico di Nirenstein e Pacifici! Ora lo sappiamo! Beh, conosco la sua brillante carriera e mi astengo dal commentare, per non far pensare che sia tutta invidia. Non è cambiato, ma ha fatto carriera. Beh, c’è chi nella vita ci sa fare e chi no. Una “latente” minaccia contro quelli che lui ritiene “antiebraici latenti”. Beh, in pratica la manifestazione è una convocazione si gente che sta dalla parte di Israele e ce lo vuol far sapere. Di “verità” manco a cercarne con il lanternino, ma a far sapere che loro stanno da una parte anziché dall’altro possono confortarsi di esserci riusciti. Ma a noi ce ne deve importare? Ne avevamo bisogno? È questo il confronto che volevano? Sono lì a rovesciarci insulti a cui nessuno può replicare e poi danno a noi del “violento”, “antidemocratico”, “antisemiti”, “odiatori”, “nemici dell’Occidente”, che sono loro! Mah! “Noi sappiamo”, dice la Roccella, dove il “noi” contiene solo lei e quelli che stanno nella sala. Parla Compagna, altra sionista di ferro! Una tirata contro Ahmadinejad, la prossima vittima designata della guerra in preparazione, dopo l’Afghanista, l’Iraq. Una tirara contro le Nazioni Unite, cioè tutte le nazioni del mondo che si sono liberate dagli cinquanta in poi dal giogo coloniale. E l’impronta coloniale è quella che caratterizza profondamente Israele: l’ultimo stato coloniale. Anche lui con l’icona di Shalit! Confesso che mi riesce difficile capire questa fissazione. Altro campione: Pianetta, che parla dell’Associazione di Amicizia per Israele che comprende... oltre 200 parlamentari. Caspita! Siamo proprio messi male! La solita frittata della “grande democrazia israeliana”, basata sull’apartheid e la pulizia etnica. Evvia il parlamento italiano. Ora il mio amico Giorgino, come a dire Pierino, quello delle barzellette con la maestra. È stato definito dai suoi amici di IC un «eccelso sionista»: non c’è il rischio che a lui l’Università di Roma della Sapienza chieda conto delle sue opinioni e si permetta di sindacarle. Ma questa è la democrazia degli “amici di Israele” con oltre 200 parlamentari! Parla Angelo Pezzana e mi trattengo. Si lamenta della stampa come se non fosse già abbastanza asservita: non basta mai! Fino al 1967 i palestinesi non sapevano di essere un “popolo”, non hanno mai avuto uno stato, e poi questi disgraziati si sono poi messi in mente di essere un popolo e di volere uno stato. Se questo non è razzismo del più becero... Inutile stare a spiegare a tanta scienza la nozione schmittiana del concetto di popolo che nasce proprio dalla contrapposizione amico-nemico, ma si sbaglia anche sul piano storico perché se va agli inizi del XX secolo vedrò che gli autoctoni sapevano bene come i coloni ebrei o sionisti venivano per scavare loro la fossa e scacciarli dalla loro terra. Arriva adesso il rabbino capo: Di Segni! Proprio tutta la comunità ebraica italiana, ossia circa 30.000 persone a fronte di oltre 57 milioni di italiani, la cui politica estera è diventata un loro appannaggio, grazie ai 200 suddetti parlamentari e grazie alla più antidemocratica legge elettorale, che non hanno neppure nell’ex Congo Belga, in quanto appunto ritenuta antidemocratica. Evviva! Altro intervento in inglese. Davvero un tuffo nella italianità! Tutti gli esponenti dell’associazionismo ebraico o sionista internazionale sono stati convocati in Roma, ormai terra di conquista, più o meno come un insediamento della West Bank. Si fosse trattato di un convegno di studi internazionali, passi pure. Ma questi hanno preteso che tutto il popolo italiano venisse convocato in piazza per sostenere la politica filosionista di questo ministro, che è un uomo loro e che è finito ministro degli esteri non per volontà del popolo italiano, ma per le mene del potere. Ah, la sala è stata concessa fino alle 10! Poi, probabilmente i lavoratori italiani spegneranno le luci, come hanno fatto una volta al Pantheon! Davvero una manifestazione “popolare”. Mai popolo fu più presente! Il solito iraniano antiraniano! Una volta si diceva traditori, adesso si dice “dissidenti”. Veramente triste! Eccolo il rabbino Di Segni! Cerco di non commentare: è pericoloso. Il papa lo si può criticare, ma il rabbino no! E questo rabbino fu quello che interruppe il papa il sinagoga mentre parlava: per un cattolico sarebbe stato un atto quasi sacrilego. Torna alle Crociate. Ci parla del Talmud: ne avevamo bisogno! Si diletta con delizie talmudiche! «La storia è antica». Parla una evangelica sionista. Dice di essere una “cristiana”. Mamma mia! “Vi abbiamo votati”? E quando mai qualcuno ha potuto votare? La manifestazione sta volgendo alla fine, vale a dire alle 10 “devono” lasciare la sala, ma quello che si nota finora è una straordinaria assenza del palestinese. Parla una certa Lisa, rappresentante della milionesima associazione ebraica, e minaccia: “non passeranno”. Il tema: la delegittimazione di Israele che qualcuno vuole fare. A nessuno viene in mente che legittimazione/delegittimazione sono o non sono. È sostanzialmente un giudizio che ognuno di noi, mentre li stiamo ascoltando, può dare. La forza politica, la bomba atomica, i droni e tutti gli arsenali della morte li hanno già, i 200 deputati pure, e che altro vogliono? Vogliono la nostra approvazione mentre ripuliscono la Palestina? Vogliono essere amati, compresi e applauditi? Vogliono costringerci come hanno già fatto con i palestinesi? Non vogliono neppure lasciarci la libertà del nostro giudizio morale? E beh! Uno che viene da Firenze: un Libero del Circolo dei Liberi: ironia dei nomi! Ed anche lui con la verità. Siamo alla fine e non se ne è sentita di verità. “Da tutti i partiti”: ecco il trasversalismo sionista! Questi si sono... tutto il parlamento! Giovanardi, che ci fa sapere di essere scritto da 18 anni a “Italia-Israele”. Dice che gli altri sono “risibili” e Gerusalemme è l’ombelico del mondo e lui è un cattolico. David Zard è il manager dell’evento! È un professionista del settore eventi. Sono «industriali», come già Norman G. Finkelstein ha in effetti detto. Ahi! Israele è certificato dalla Bibbia! Davvero un industriale di “eventi culturali”. Domani forse si interesserà della promozione degli hamburger con la stessa tecnica. Vuole espellere Ahmadinejad dall’Assemblea dell’ONU: appena arriva, lo devono cacciare dalla sala dell’ONU! Ah ah ah. Questo il livello della pur potentissima Lobby! Una profondità di pensiero politico difficile da rintracciare altrove! Adrsso conclude la signora Fiammetta, creatrice di tanta sapienza e di tanta Verità che proprio ci mancava, Un grazie a Loquenzi, direttore de “L’Occidentale” dove lascio commento che una volta passano l’altra volta no. Fanno finta di fare analisi politica per conto del PdL Uno “tsunami d’amore”: nessuno ci ha detto di no. Ma a me hai chiesto qualcosa? Ah ah ah. Non credevo che potesse venirmi il buon umore a sentirmi tanto “maratona oratoria”! Si chiude con l’inno di Israele! In Italia! Sarà il nostro prossimo inno nazionale.

1. Messaggi di Schifani, Fini, Berlusconi. – Il carattere propagandistico risalta all’inizio. Intanto si tratta di una “sala” e non di una piazza, a quanto sembra ed a quanto si vede. E ciò è tipico dell’esistenza di una Lobby. La precedente manifestazione di “piazza”, durante durante “Piombo Fuso”, in piazzetta Montecitorio non superava le 400 persone, mentre la manifestazione che da piazza Vittorio scorreva fino a Porta San Paolo ne contrava 200.000. Al momento non vedo la piazza, ma solo una sala, dove uno speaker legge i primi “messaggi” (di Schifani, di Fini, di Berlusconi) e annuncia che leggerà via via gli altri che verranno. “I confini di Israele come confini della nostra stessa patria”: lo dice Schifani! Tocca a Fini: “...fonti di disinformazione...”: senti chi parla! Non poteva mancare Shalit, dimenticando le migliaia e migliaia di palestinesi in galera. A confutazione di Fini, prendo un libro, di A. Gresh, Israele, Palestina. La verità su un conflitto, Einaudi, 2004:
«Diario di viaggio: Chiamamolo Bassam. Lo abbiamo incontrato a Hebron. Si chiama Ahmed a Nablus...Ha 20 anni, ha conosciuto solo l’occupazione, e trova quindi che sia l’età più bella della vita. Ha gli occhi rossi per la stanchezza e non sa ancora dove dormirà questa notte; teme un nuovo interrogatorio. In pochi mesi la Cisgiordania e Gaza sono diventate un immenso penitenziario: più di 9.000 prigionieri. Bisogna incarcerare 300.000 persone in Francia per raggiungere una proprozione equivalente di prigionieri politici…».
A. Gresh,
Israele, Palestina. La verità su un conflitto,
Einaudi, 2004, p. 91
E Fini si preoccupa di un solo prigioniero, per giunta un soldato addestrato ad uccidere. Riesce difficile comprendere la logica di queste autorevoli persone, che ci governano.

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2. Le “menzogne” di Paolo Mieli. – Le uniche “menzogne” che possono riconoscersi sono qui quelle pronunciate dallo stesso Mieli, che acriticamente taccia “altri” di menzogne, appunto senza il timore di quel “contraddittorio”, che in questi giorni si pretende altrove. Mieli è stato direttore del Corriere della Sera, credo fosse lui direttore quando su “Il Manifesto” ho potuto leggere di una strana frequentazione dell’ambasciatore di Israele nella redazione del “Corriere”. Lascio qui al Lettore intelligente il compito di trarre lui tutte le associazioni di idee possibili.

(segue: mi prendo una pausa. Il commento equivale ad un lungo saggio. Chi vuole può aggiungere i suoi commenti, che ove abbiano i requisiti di legalità saranno certamente pubblicati. Salto i messaggi in lingua straniera: siamo ancora in Italia, dove la lingua ufficiale è ancora l’italiano. È stata una saggia decisione non essere andato da parte alla manifestazione: sarebbe stata una sofferenza indicibile non compensata dal desiderio di essere informato. Una lobby che più lobby non poteva essere!)






(segue)

domenica, ottobre 03, 2010

Dibattiti e analisi: 1. Le “kippàh” di Ciarrapico e i nodi irrisolti del PdL

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Mi stavo divertendo, credo come buona parte degli italiani, per l’uscita di Ciarrapico sulle “kippah” (qui il video integrale) e sulle reazioni bipartisan che ha suscitato, quando come ubbidendo ad un ordine i falsi stormi dell’informazione si sono subito, all’istante, spostati dalle “kippah” di Ciarrapico al misterioso attentato a Belpietro, pure lui – per dirla con Ciarrapico – uomo di “kippah”. Un uomo, di cui apprendo che da ben otto anni godeva a spese del contribuente di una scorta, con impiego di forze dell’ordine, quando in molti paesi d’Italia a stento si vede una pattuglia dove serve. Chi potrebbe mai avere interesse a torcere un capello ad un personaggio come Belpietro o alla sua redazione ovvero alle sue firme abituali? Le enormità che si leggono su “Libero” sono in fondo il migliore antidoto ad ogni influenza sionista sulla mente degli italiani, a parte la solita accusa strumentale di antisemitismo ad ogni stormir di fronda, cui però nessuna persona intelligente ed onesta è disposta a prestar credito. Mi chiedo se parlando di “coppole” anziché di “kippah” avremmo assistito ad una eguale reazione mediatica. Se poi si guarda il video con il discorso integrale, si noterà in tutta la sua sproporzione che cagnare che ne è seguita. Non è la prima volta e non sarà l’ultima. Chi non ricorda il frate Cantalamessa? Né il Senato né Pulpito sono al riparo da un’artiglieria mediatica, che fortunatamente sembra autoannullarsi per il fuoco incrociato che non risparmia nessuno: chi la fa, la aspetti!

Siccome in questo nostro paese bisogna per forza di cose diventare sospettosi, io nutro il sospetto che con un “false flag” si sia voluto distogliere l’attenzione degli italiani da qualche problema più serio. Forse dal problema della nostra politica estera, tutta schiacciata nella copertura di operazioni criminali come “Piombo Fuso” o “Mavi Marmara”: per indicare solo le ultime di una catena secolare. Questa stretta dipendenza da Israele è inviduabile in un nutrito gruppo di parlamentari, dell’una e dell’altra parte, che meglio giustificherebbero la loro presenza alla Knesset che non nel parlamento italiano. Un internauta, appena un poco scafato, sa che i disegni più efferati dei governi maturano e vanno in esecuzione, mentre l’attenzione dei cittadini è distolta con futilità di ogni genere: il classico coniglio di pezza dietro al quale al cinodromo viene fatto correre il cane.

Si è voluto usare ancora una volta l’arma, ideologica e terrorista, dell’antisemitismo per tentare di chiudere la bocca perfino ad un Senatore della Repubblica, che ha come sua prerogativa costituzionale non solo il diritto, ma anche il dovere di dire tutto quello che pensa, senza reticenze e senza dover temere nulla, almeno finché questa repubblica resta fedele a quella costituzione che dice essere il suo fondamento, ma che in realtà viene strattonata a seconda di come si muovono quelle forze che poi danno corpo alla costituzione materiale. Per dirne una, abbastanza chiara per chi la vuol capire, l’Italia, a norma di costituzione, non avrebbe mai dovuto partecipare all’aggressione militare in Afghanistan e Iraq. Hanno tradito e aggirato la costituzione, sia i governi di sinistra sia quello attuale che dovrebbe essere di destra ed alternativo. Già, alternativo. E no! Qui di alternativo non vi è proprio nulla. Impera la più squallida omologazione, per cui che vinca l’uno o l’altro, per gli italiani cambia assai poco e dalle consorterie, di destra e/o di sinistra, non verrà mai nulla di buono.

Fra quelli che hanno dato addosso a Ciarrapico, ho potuto leggere per la prima volta un intervento della signora Fiammetta Nirenstein – giunta in parlamento grazie a Fini, se non erro – che non fosse strettamentente “israeliano”. Violando allegramente il regolamento della Camera, che non consentiva interventi su discorsi dei Senatori, ha dato addosso al compagno di partito Ciarrapico in unità d’intenti con altri parlamentari del partito antagonista (si fa per dire), il Pd: si è visto chiaramente all’opera il Partito della “Kippah”, presente nell’uno e nell’altro schieramento, dove tutti sono apparsi uniti come un sol uomo nel dare addosso ad un unico e isolato uomo. Come a dire: litigate pure e in apparenza scontratevi su quello che volete, ma da certe sudditanze non si esce e non vi azzardate a ribellarvi: il resto è solo dettaglio marginale che non ci interessa e sul quale vi potete sbizzarrire come meglio credete. Noi siamo “democratici” e “liberali”: quello che non ci interessa ve lo lasciamo fare e dire liberamente.

Fra pochi giorni, guarda caso, in una piazzetta vicino a Montecitorio, la signora Nirenstein ed il comitato parlamentare per l’amicizia con Israele terrà una manifestazione di “Verità per Israele”. Verità? Si quella che ci raccontano loro e pretendono noi crediamo a forza, d’autorità, anche per bocca del nostro ministro degli esteri, pure lui uomo di “kippah”, nel senso indicato da Ciarrapico. Hanno in mano il parlamento italiano: figuriamoci, se siamo liberi di pensare con la nostra testa. Stanno appunto preparando una legge per eliminare i diversamente pensanti, magari incominciando dal parlamento stesso. Se qualcuno la racconta diversamente, lo attenderà o la galera (in Germania, Francia, Austria, Svizzera...) o la “gogna” mediatica (per adesso da noi ci si limita a questa, con qualche sanzione amministrativa in aggiunta). I media (ubbidiscono a qualcuno?) non vogliono minimamente prendere in considerazione un dato allarmante: nella sola Germania, dal 1994, secondo miei calcoli che vorrei qualcuno smentisse o ridimensionasse (ne sarei lieto e grato), ben 200.000 cittadini europei sono stati penalmente perseguiti per reati di opinione con pene che arrivano fino a otto anni. Una legislazione analoga vige in Francia con la legge Fabius-Gayssot. Se andiamo a vedere come queste leggi sono sorte e chi ci sta dietro, troviamo sempre le “kippah”. Da noi la legge Mancino non ha diversa origine: questa legge è solo un embrione legislativo per poi passare ad altre leggi sul modello tedesco, come è stato tentato con Mastella, e come viene continuamente chiesto dalle “kippah” di casa nostra.

Se appena, appena andiamo a studiarci cosa è negli States l’AIPAC e come questa associazione condizioni pesantemente l’elezione di ogni parlamentare che voglia far carriera e se poi sulla base di informazioni pubbliche facilmente accessibili, stabiliamo paralleli e associazioni di idee, non è per niente difficile capire quale pentola il Ciarra abbia scoperchiato: ne era consapevole? L’uomo ha una sua storia. Su di lui ne sono state dette di tutti i colori e sono state ripetute di recente per screditarlo ancora. Ma ciò non toglie che chiunque possa dire la verità, magari una verità che tanti altri meglio referenziati preferiscono tacere o hanno interesse a tacere. Immolarsi poi per la verità è altra questione. Noi abbiamo avuto in Italia i diversi casi di Giordano Bruno e di Galilei Galilei, ad appena una generazione l’uno dall’altro.

In Italia non esiste nè la libertà di pensiero né le altre fondamentali libertà politiche: mettiamocelo bene in testa! La furbizia italica, quella dei nostri politici “porci”, consiste nel proclamare con voce alta e forte l’esistenza di quella libertà che in realtà si vuole conculcare. La “casta” dei direttori di giornali è poi fermamente convinta che la “libertà di pensiero e di espressione”, che spesso diventa in loro libertà di diffamare, spetti unicamente a loro e a nessun altro. Ognuno può trovare facilmente gli esempi che vuole. Torniamo invece a Ciarrapico. Non ha forse detto la verità? È anche vero che subito dopo lo stesso Berlusconi è parso smentirlo, ma è una smentita che pone nuovi interrogativi.

Con questo primo articolo riprendo ora su questo blog quelle tematiche per le quali era nato: il dibattito politico in seno a quella Forza Italia che poi sembrava dovesse diventare PdL e che ora è di fatto tornata Forza Italia. Il blog “Civium Libertas”, pur trattando temi affini, non è specificamente rivolto alla militanza berlusconiania, nella cui area con tutti i distinguo e le cose già dette io mi colloco. Trovo positiva in quanto apportatrice di chiarezza la frattura che pare essersi creata all’interno del PdL, che è un porto di mare dove tocca convivere con le persone più indigeste, ma senza che altrove l’aura sia più salubre. Vi era un’aria asfittica e opprimente, che penalizzava i quadri intermedi ed i militanti di base. Spero che si possa tornare a discutere e che i “notabili” vengano messi da parte, lasciando parlare la base ed i comuni cittadini ed elettori che sono tanti e che in tanti si riconoscono nella persona di Berlusconi.

Presidente Berlusconi, se mi senti, ti rilancio questo appello: fai pulizia e cacciali tutti, prima che ti facciano loro le scarpe. Datti da fare, finché sei in tempo, per costruire in Italia un autentico partito popolare. Diversamente, cessata la tua presidenza, nessuna persona del tuo entourage è per me degna di interesse. Finanzia perciò in ogni angolo d’Italia le vecchie sezioni di una volta: restituisci ai cittadini, a tutti i cittadini, i soldi che sono stati loro tolti con il finanziamento pubblico dei partiti, soldi che sparisconono nel nulla e non ritornano ai cittadini. Levaci di torno l’immane esercito di opportunisti e faccendieri, che fanno politica solo per fare soldi. Tu i soldi li hai già e non hai bisogno di farne altri. È questa la ragione per la quale ti ho tributato la mia fiducia. Gli altri, che tu hai beneficato, hanno incominciato letteralmente con le “pezze al culo” e con la politica si sono arricchiti. Tu sei entrato in politica, avendoceli già i soldi. Non ho tempo per ascoltare tutte le chiacchiere su di te e non penso certo che tu sia Padre Pio. Se però tu pensi di amare questo paese, dimostralo! Ogni comune cittadino lo potrà e lo saprà giudicare. E per favore: non metterti anche tu la “kippah” e non dire che ti senti o sei “israeliano”. L’Italia vuole un presidente italiano, non israeliano o amerikano o papuasiano.

Ma ecco che le kippah, quelle vere, rompono il silenzio, pare dovuto alle loro peculiari festività, ed irrompono sulla scena, pretendendo “sanzioni” contro Ciarrapico sia da parte del PdL con una bella espulsione dal partito: la si chiede a Gasparri; e perfino sanzioni, di carattere costituzionale non previste dalla costituzione, all’interno del Senato da parte del presidente Schifani, “colpevole” di aver lasciato parlare Ciarrapico e non avergli subito tappato la bocca. Orbene, la costituzione in questi casi conosce in fatto di sanzioni soprattutto quella per il reato di alto tradimento. Che aver menzionato ironicamente le “kippah” sia interpretato come “alto tradimento” lascia quanto mai “allibiti”. È il caso di ricordare che gli ebrei in Italia sono circa 30.000, ma se si considera la loro rappresentanza parlamentare non si può non restare sconcertati e allarmati per la loro indubbia influenza. Gli italiani - ed i loro rappresentanti – dovrebbero seriamente riflettere sugli indubbi privilegi di una sparuta minoranza. Anzi una commissione d’inchiesta dovrebbe indagare tutti i numerosi casi in cui è violato il principio di eguaglianza non già discriminando, ma privilegiando strati di popolazione a scapito di altri. Le kippah, che in queste ore pretendono la “punizione” di un senatore della repubblica, reo di aver espresso la sua opinione, o ignorano la vigente costituzione o ne hanno il massimo disprezzo. Aspettiamo qui in tempo reale i prossimi sviluppi.

Ed eccoli gli sviluppi: si sono messi la costituzione sotto i piedi, i campioni della libertà e della democrazia, rigorosamente bipartisan ed in commovente unità di osservanza. Di Gasparri non avevo dubbi e meno che mai della Nirenstein: ma noi comuni militanti del PdL possiamo accettare ciò? I Notabili si sono impadroniti del partito e del potere. Gasparri rivela da sempre una scarsa conoscenza della costituzione e segue il suo fiuto politico. Non mi sento per nulla “orgoglioso”, in quanto elettore dichiarato di Berlusconi (non di Gasparri o della Nirenstein!) del fatto che l’Italia sia il governo più “filoisraeliano”: lo è certamente Gasparri, Frattini, Nirenstein, ma certamente non io, che italiano sono, credo più di Gasparri, Nirenstein, Frattini. Quanto alla possibilità politica che Ciarrapico venga espulso dal PdL, dovrebbe valere se la logica ha un senso (ma non in Gasparri) ciò che Berlusconi ha detto a proposito di Fini: sei stato eletto nel PdL con Berlusconi Presidente e dunque non puoi “tradire” il mandato elettorale. Or dunque, anche Ciarrapico è stato eletto perché messo in lista nel PdL, ma a differenza di Fini non ha nessuno intenzione di “tradire” il Presidente, ma anzi gli ha dichiarato pubblicamente la sua fedeltà. Parla di ignobile speculazione il diretto interessato, che si vorrebbe addirittura espellere dal PdL. E Schifani anziché difendere le prerogative costituzionali di un singolo senatore, “stigmatizza”: adesso sappiamo chi comanda in Italia.

Gli eventi si succedono e noi li seguamo in tempo reale, aggiornando e rivedendo il nostro testo: un senatore annuncia che intende comprare 134 kippah per regalarle ad ogni senatore, eccetto che a Ciarrapico, il quale ha fatto intendere di non gradirle. Sarà uno spettacolo interessante assistere alle sedute del parlamento, a camere riunite, con uomini tutti con la kippah. Mi chiede se come logica conseguenze assisteremo ad una pubblica lapidazione di Ciarrapico in piazza di Montecitorio. In un certo senso, la lapidazione è stata già fatta, poca importa che alla lapidazione ideale ovvero mediatica segua quella reale. Gli uomini di questa repubblica sono quelli che vediamo ed appaiono. Irritante la disinformazione strisciante, che fa ben capire in cosa consista il controllo dei media. Orbene, Ciarrapico intervenendo in risposta al fuoco concentrato su di lui, fa un’affermazione abbastanza chiara e netta: non è antisemita, non c’è l’ha con gli ebrei, può addirittura dire che la sua famiglia ha protetto e salvato gli ebrei, durante gli anni tragici, ma per l’articolista egli tenta di “giustificarsi”: la condanna è già stata proncunciata ed è pure passata in giudicato. È confortante la notizia che appare anche in questi giorni: al Corriere della Sera i giornalisti sono in sciopero in conseguenza della crisi che colpisce tutti i giornali della carta stampata: la gente non compra più o compra sempre meno lenzuoli di carta nelle edicole. Per sapere cosa pensa il popolo, quindi, bisogna andare in mezzo al popolo.

La situazione sta degenerando in quanto la sortita di Ciarrapico sulle “kippah”, che in condizioni di normale convivenza non sarebbe stata diversa da una sortita sulle “coppole” e sui “baschi” o sui “berretti” e non so su quante altre tipologie possibili di copricapi. Se un senso serio e squisitamente politico può avere il discorso senatorio di Ciarrapico, è un quesito sulla politica estera italiana. Negli USA il libro dei politologi Mearsheimer e Walt ha posto il serissimo problema della influenza che la Israel lobby esercita sulla politica estera americana. Non riassumo qui il contenuto di quel libro ed il dibattito che ne è sorto in tutto il mondo, essendo stato il libro dei due politologi tradotto quasi in tempo reale in tutte le principali lingue del mondo. E da noi le cose come stanno? Possiamo essere sicuri che una che uomini politci così votati ad Israele facciano gli interessi dell’Italia piuttosto che non quelli di Israele? E ce lo dicono loro che gli interessi dell’Italia collimino e siano gli stessi di quelli di Israele? Dobbiamo credere a costoro? Il problema posto da Ciarrapico, non saprei con quanta sua consapevolezza, è maledettamente serio e mi auguro che esso venga compreso e dibattutto per la sua serietà.

Un’altro problema, direi, si va enucleando. Provo ad esporlo per metafora, sperando di non essere strumentalmente equivocato. Noi stiamo assistendo, in Europa, ad una polemica sul velo e sul burqa. Sarebbe essere ipocriti nascondersi che si tratta di un attacco alle consistenti comunità islamiche esistenti in Europa. L’ipocrisia è parte della politica e non ci illudiamo che questo aspetto venga oggettivamente riconosciuto. Ma diamo comunque per buona la crociata contro il velo islamico. Or dunque, se avendo dimostrato pubblicamente posizioni analoghe a quelle di Ciarrapico mi vedo costretto a sottostare ad un atto amministrativo e discrezionale che dipende di un certo Palmeri, del comune di Milano, che dichiara di essere orgoglioso di indossare la “kippah”, come posso sentirmi tranquillo circa la sua equanimità e imparzialità? E se poi con la “kippah” io mi vedessi addirittura un magistrato, un docente, un medico... e avessi timore di affidare i miei interessi, la mia formazione, la mia persona ad una “kippah”, come dovrei regolarmi? Dunque, se loro signori, vogliono trarre le loro stessi conseguenze, dobbiamo dire: il velo no, ma la kippah si? Tristi tempi ci attendono.

Ma tutta questa vicenda sembra giunta alla sua conclusione per un verso con un lettera di scuse dello stesso Ciarrapico a Gattegna, che io non avrei fatto e che umilia la funzione di senatore che Ciarra non ha saputo rivestire nell’interesse degli italiani, lui che particolarmente si richiama ai valori dell’italianità. Ma questo è l’uomo e non ci si può aspettare di più. Lo hanno costretto a smentire ed a genuflettersi, tocca avere pietà per la debolezza umana e maggiore severità per chi gli ha usato violenza fisica e morale. Si chiude anche perchè ormai sembra certa la crisi di governo e le elezioni anticipati. È perfino probabile che si vada a votare con una nuova legge elettorale. Se vi saranno di nuovo le preferenze, e non le nomine parlamentari, è probabile, ma non certo, che vi saranno - se in questo paese è ancora lecita la metafora – meno kippah e più uomini attenti ai problemi di lavoro e di sopravvivenza degli italiani. Con successive rielaborazioni in tempo reale ho voluto stendere queste riflessioni, che non hanno pretesa, ma che si giustificano come minimo contrasto al canagliume dei mainstream. Cambia per fortuna la musica se si accede, con un po’ di fatica nella ricerca, nelle voci libere della resistenza mediatica. Una buona notizia di questi giorni: Il Corriere della Sera e così tutti gli altri organi della carta stampa dimininuiscono in copie, vendite, introiti. Ed anche all’estero pare sia così. La gente ha forse capito e capisce sempre più che la loro funzione è di mera propaganda di regime. O forse si è più semplicemente stancata di una continua e vuota sollecitazione delle connessioni neurali offerte dai mainstream. Guai a credere che le voci dei giornali, dei loro direttori, dei loro “opinionisti”, le loro flatulenze, sono il pensiero della gente, che per la verità ha soprattutto problemi di vitto, alloggio, tenore di vita.

lunedì, settembre 27, 2010

Teodoro Klitsche de la Grande: «L’ultima picconata». Recensione a “Fotti il potere” di Andrea Cangini, edito da Aliberti.

L’ULTIMA PICCONATA

Si è parlato e scritto poco di questo libro “Fotti il potere”, in libreria da un paio di mesi prima della morte di Cossiga, e che di conseguenza può considerarsi il suo testamento (politico-culturale).

È una lunga conversazione con Andrea Cangini pubblicata dall’editore Aliberti che si muove su due piani differenti.

Il primo, familiare a chi scrive, da oltre vent’anni direttore di una piccola rivista che s’ispira al realismo politico, è la concezione di cosa sia la politica (e la natura umana) e di come vadano conseguentemente valutate e interpretate vicende e accadimenti politici.

La seconda è l’interpretazione/disvelamento di singoli fatti – dei quali l’ex Presidente era un testimone privilegiato, avendo avuto accesso a tanti arcana della Repubblica - e che spesso sono sorprendenti: in particolare (ma non solo) per coloro che sono abituati a ragionare in base agli idola consueti, senza ricorrere a criteri a un tempo più raffinati, culturalmente “titolati” e meno ingenui.

Ciò che rende stimolante e originale sotto il profilo politico-culturale il libro non è solo l’impiego costante degli strumenti, concezioni, categorie del realismo politico, ma il fatto che di queste si fa uso limitatissimo e occultato nella pratica quotidiana dei governanti, dei dirigenti e dei giornalisti: dove invece ci si serve di avemaria e paternostri, facendo della lotta politica – ch’è in primo luogo lotta per il potere e come tale va, principalmente, considerata – un catalogo di buone intenzioni e esternazioni edificanti fino a renderla incomprensibile e mistificante. Un raccontare cioè “favole d’orchi ai bimbi” come scriveva Croce.

O meglio fare della politica machiavellica, senza la teoria e la passione del Segretario fiorentino, come riteneva Schmitt, forse l’autore più citato da Cossiga; scriveva infatti Schmitt che se Machiavelli “fosse stato un machiavellista, invece del Principe avrebbe certamente scritto un libro messo insieme sulla base di massime commoventi”. Cosa che, servendosi di stampa e televisione – dei libri più raramente – fanno tutti i Tartufi in carriera (e in pensione) della Repubblica.

Ad esempio, a considerare i presupposti del politico e in particolare quello del comando/obbedienza (Freund) Cossiga sostiene “Se, dunque, in Italia la struttura del potere traballa è anche perché poggia su una nazione molle. E se il vecchio adagio dice che «chi è adatto a comandare può ben obbedire», noi italiani risultiamo inadatti tanto al comando quanto all’obbedienza”; sul potere “il potere è una cosa grande e in sé magnifica: si lascia ammirare, dunque, ma piace soprattutto perché dal potere ciascuno in realtà si aspetta favori e protezione” e citando Schmitt “«quanto più il potere si concentra in un luogo preciso, nelle mani di un singolo o, come si suo, dire, di un vertice… tanto più violenta, accanita e muta diviene allora la lotta tra coloro che occupano l’anticamera e controllano il corridoio». Affermazione in un certo senso complementare a quella di Nietzsche: «L’uomo è la specie più evoluta che ospita il maggior numero di parassiti»” (pp. 14-15) sull’aspirazione del notabilato (e dei “poteri forti”) a una leadership debole: “gli uomini forti di ciascun partito hanno interesse ad avere leader dimezzati in modo da poterne controllare e indirizzare i passi. E lo stesso vale per i tanti poteri informali del Paese, inevitabilmente spaventati dall’eventualità di una politica forte e autorevole” (p. 31; la debolezza della politica “è così soprattutto nei Paesi che hanno una tradizione statuale debole come l’Italia, dove infatti chi vuole affermarsi in politica finisce spesso per mettersi all’ombra di un qualche altro potere” (p. 48): nel rapporto tra tecnocrazia e politica “un bravo tecnico può essere un bravo politico, ma non diverrà certo un bravo politico per il semplice fatto di essere un bravo tecnico” (p. 273) anche perché “in mancanza di ideali e spesso anche di idee è difficile che si sviluppi quel senso di appartenenza a una comunità politica su cui si fonda la militanza, ed è altrettanto chiaro che la politica senza militanza si riduce a poco più di un comitato d’affari…” (p. 66); sulla Costituzione “l’unico vero criterio interpretativo del diritto costituzionale è avere la maggioranza o non averla… Esattamente, se domattina la maggioranza delle forze politiche e di quelli che lei chiama poteri invisibili del Paese decidessero che, in base alla Costituzione, l’Italia è una monarchia anziché una Repubblica, buon parte dei più raffinati giuristi su piazza avallerebbe senza remore la tesi e quella diverrebbe la corretta interpretazione della lettera costituzionale!” (p. 80).

A passare alle rivelazione, cioè alla versione dei (parte dei tanti) misteri della Repubblica, anche qui il criterio privilegiato di Cossiga è quello politico, Per esempio Mani pulite che sembra un’iniziativa di certi settori della magistratura: “In Italia, pochi compresero la portata ‘rivoluzionaria’ della fine della guerra fredda e del conseguente inizio di Mani pulite… Nonostante i miei sforzi, non avevano minimamente capito che il Muro di Berlino sarebbe crollato non sul Partito comunista ma sulla Democrazia cristiana e sul Partito socialista. E questo per il semplice fatto che, scomparso il comunismo internazionale, di loro non ci sarebbe più stato bisogno” (p. 267).

Per piazza Fontana, questa fu opera degli americani, anzi “di qualche agente particolarmente imprudente dei servizi segreti americani”; sul presunto golpe del luglio ’64 “Nel luglio ’64 è stato sufficiente evocare un «tintinnar di sciabole» per ottenere i risultati politici auspicati: fu il caso del capo dello Stato Antonio Segni e del comandante generale dell’Arma dei carabinieri, già capo del Sifar, il servizio segreto militare, Giovanni de Lorenzo” (p. 121); la strage di Bologna sembra sia stata provocata dall’imperizia di un terrorista palestinese che portava una valigia d’esplosivo; e così via. Certo, molte di tali rivelazioni possono lasciare e lasciano – in effetti – dei dubbi: ma è altrettanto vero che quelle che sono diventate “verità ufficiali” (sempre consacrate tali dai media, spesso anche dalle sentenze) sono spesso meno probabili, anche perché fondate su presupposti artati, spesso ingenui e talvolta inverosimili. Quando le spiegazioni del fu Presidente, rapportate ai grandi eventi politici e alle loro conseguenti logiche, sono assai più soddisfacenti e ragionevoli.

Nel complesso un libro che ci auguriamo – ma la scarsa attenzione che ha ricevuto sulla stampa non promette bene sulla diffusione, mentre è una conferma della qualità ed originalità – possa contribuire a far dell’Italia un Paese meno molle (e malleabile) di quanto sia. E pensiamo che questa sia stata l’intenzione di un buon patriota come Cossiga nel dettarlo.

Teodoro Klitsche de la Grange

martedì, marzo 16, 2010

Teodoro klitsche de la Grange: «Ancora su timbri, pasticci e integrazione. Note aggiuntive».

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TIMBRI, PASTICCI E INTEGRAZIONE
Note aggiuntive

Gli sviluppi dell’affaire delle liste regionali col decreto del Governo, le gazzarre dell’opposizione e la posizione del Presidente della Repubblica offrono due spunti aggiuntivi all’articolo pubblicato in questo blog la scorsa settimana.

La prima: che quel far giocare - ripetuto dall’opposizione – la legalità contro la democrazia, nel caso in materia elettorale, ha degli illustri precedenti a livello costituzionale. Perché è una tentazione insopprimibile, quando si vuole limitare o annichilire un diritto, proclamarlo solennemente in astratto, riducendone al minimo (o al nulla) l’esercizio in concreto.

Tra i quali ricordiamo come nelle costituzioni degli Stati del socialismo reale, il diritto di voto era garantito (a chiacchiere) almeno quanto nelle democrazie liberali, ma nullificato in fatto prevedendo la possibilità di presentare candidati solo a determinate associazioni.

Prendiamo la costituzione sovietica (ultima, quella c.d. brezneviana) del 1977; vi si legge
“Le elezioni dei deputati sono a suffragio universale: tutti i cittadini dell’URSS che abbiano compiuto i 18 anni hanno diritto di eleggere e di essere eletti, ad eccezione degli alienati mentali riconosciuti tali secondo la procedura stabilità dalla legge” (art. 96 – dato l’uso generoso che si faceva dell’internamento in manicomio, questa norma generava fondate… preoccupazioni) e subito dopo
“Art. 97. – Le elezioni dei deputati sono a suffragio uguale: ogni elettore dispone di un voto; tutti gli elettori partecipano alle elezioni a pari condizioni.
Art. 98. – Le elezioni dei deputati sono a suffragio diretto: i deputati di tutti i Soviet dei deputati popolari sono eletti direttamente dai cittadini.
Art. 99. – L’elezione dei deputati avviene a scrutinio segreto: il controllo sull’espressione di volontà degli elettori non è consentito”.
Dopo tali ineccepibili dichiarazioni l’art. 100 disponeva “Il diritto di presentare candidati a deputati appartiene all’organizzazione del Partito comunista dell’Unione Sovietica, ai sindacati, all’Unione Comunista Leninista della Gioventù dell’URSS, alle organizzazioni cooperative e ad altre organizzazioni sociali, ai collettivi di lavoro, nonché alle assemblee dei militari reparto per reparto”. La conseguenza era ovvia: tutti avevano il diritto ad “eleggere ed essere eletti” (cioè l’elettorato attivo e passivo); ma in effetti quello passivo poteva essere esercitato solo da quelli presentati dal partito (e “articolazioni” del medesimo).

E proclamazioni, più o meno simili, sia nella solennità dell’enunciazione che nella concretezza ed effettività delle limitazioni si rinvengono negli ordinamenti dei defunti Stati socialisti, talvolta (e in parte) nelle costituzioni, per lo più nella legislazione elettorale. Onde la regola che se ne poteva dedurre era che dalla formulazione dell’orwelliano “tutti sono uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri”, si poteva specificare “tutti hanno il diritto di voto, ma solo qualcuno di essere eletto”.

Non essendo al giorno d’oggi più proponibile l’obiettivo di costruire il comunismo, vi si è sostituito quello di garantire il “rispetto delle regole”; ma, come l’altro, da usare nella funzione di ridurre o eliminare la libera espressione della volontà popolare e la formazione conseguente di quella statale. Cioè si fa giocare la “legalità” contro la democrazia, ch’è in primo luogo la conformazione del volere dello Stato a quello del corpo elettorale (ovvero del pouvoir majoritaire, così chiamato da Hauriou).

E qua subentra il ruolo del Presidente della Repubblica.

La sensibilità politica del Capo dello Stato ha subito avvertito che non è praticabile, in ossequio ad un “rispetto delle regole”, anche se – in parte – fondato, non garantire il libero esercizio del diritto di voto e con esso il carattere democratico (di scelta tra più alternative possibili) delle elezioni.

Timbri, bolli e quant’altro servono ad assicurare un’espressione corretta della volontà popolare: ma non possono sostituire il dato essenziale della pluralità dei partiti in lizza e del non penalizzarne nessuno, in ispecie il più votato. Altrimenti l’intero impianto della Repubblica, il cui principio fondamentale è quello democratico, va a farsi benedire.

Ben vengano timbri, bolli e altre formalità: purché non alterino il dato essenziale della scelta popolare tra più alternative possibili; rispetto alla quale – essenziale – hanno un carattere accessorio e “servente”.

Tornando all’ “archeologia costituzionale” delle costituzioni di oltrecortina , erano più democratici quei grigi plebisciti di funzionari designati dai partiti comunisti e dalle loro organizzazioni ancillari, in conformità alla “legalità socialista”, o le vivaci elezioni della democrazia libera con le migliaia di candidati e, saltuariamente, ma non tanto, qualche broglio?

Il Presidente Napolitano ha quindi dato un esempio, col decreto “salva liste” della giusta proporzione delle cose: la scelta democratica è l’essenziale, la correttezza formale la deve accompagnare ma non sostituire.

E nel contempo ha ricordato ai zeloti della legalità, ai partigiani dell’antipolitica (cioè contrari alla politica degli altri), che alla politica non vi sono succedanei, meno che mai la legalità, che per essere effettiva e vitale deve fondarsi su presupposti e categorie politiche: dalla legittimità all’integrazione, dal consenso ai prinzipien politisher form.

Il che dati i pomposi (e spesso noiosi) pistolotti sulla legalità dei suoi predecessori, non è poco. Grazie, Presidente.

Teodoro Klitsche de la Grange


venerdì, marzo 05, 2010

Teodoro Klitsche de la Grange: Timbri, pasticci e integrazione

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TIMBRI, PASTICCI E INTEGRAZIONE

Dalla Lombardia al Lazio errori e inadempienze nella presentazione delle liste trovano, da un canto, i consueti zeloti della legalità, tutti contenti di poterla difendere in specie quando coincide col loro tornaconto; dall’altro gli orfani della democrazia che accusano gli zeloti (e i custodi) della legalità di trascurare il dato sostanziale di far partecipare alla competizione elettorale liste e candidati che si sa non solo aver consenso, ma nel caso lo hanno, come indicano i risultati elettorali precedenti, e maggioritario. La lotta sarebbe così legalità versus democrazia.

Questa rappresentazione in parte non ci convince, ma soprattutto è (largamente) monca: costituisce uno degli aspetti del problema, e sicuramente importante, ma (forse) non il principale.

In primo luogo questi errori, dovuti a meccanismi farraginosi, sono (anche) il frutto di complicazioni alle normative sulla presentazione delle liste, introdotte progressivamente nella legislazione negli ultimi decenni: nei primi anni ’70 aiutavo un vecchio dirigente di partito a raccogliere firme per la presentazione della lista alle elezioni comunali (per il Comune di Roma ne occorrevano non ricordo se 250 o 500); qualche settimana fa ho appreso che per presentare la lista regionale nel Lazio (in tutte le provincie) necessitavano oltre 6000. Questo se non si è rappresentati in consiglio: ma se lo si è, non c’è l’obbligo di raccoglierle.

Il senso di questa e di altre norme simili è di fare delle assemblee elettive (dal Parlamento in giù) degli organi a ricambio sorvegliato e rallentato. Hanno la stessa funzione, solo più ipocrita, delle clausole di sbarramento e dell’abolizione delle preferenze, sostituite dall’ordine di lista: di fare delle assemblee elettive dei clubs members only.: che è nel mio inglese abborracciato la traduzione/adattamento dell’espressione latina dello status quo.

Non siamo tuttavia all’abolizione della democrazia, non foss’altro perché il progressivo carattere plebiscitario della scelta del governo – in una con quello maggioritario delle leggi elettorali – assicura che almeno quella decisione appartiene ancora al corpo elettorale (anche se fa soffrire molto i poteri forti): sta di fatto che oggi il cittadino che vota sceglie molto più il governo, che la composizione delle assemblee elettive. Al contrario di quanto succedeva nella prima repubblica, dove il governo (nazionale e locale) era scelto dalle assemblee elettive. Tuttavia queste erano, in larga misura, decise (e selezionate) dal corpo elettorale.

È soddisfacente questo assetto delle scelte rispetto al “tipo ideale” della democrazia, ma più ancora al rapporto tra governanti e governati? A me non sembra; uno dei fattori più importanti dell’assetto delle istituzioni politiche è quello dell’integrazione, come sottolineato in particolare da Smend e Duverger.

Rudolf Smend distingueva le diverse forme d’integrazione in materiale, funzionale e personale: e in ogni comunità politica ricorrono tutte. In particolare, organi ed istituzioni della democrazia politica compiuta, attraverso una consistente partecipazione popolare alle scelte e decisioni realizzano quel circuito di partecipazione, azione e selezione tra vertice e base che rende “vivo” un regime democratico. Ogni gruppo politico comunque – a prescindere dalla forma di Stato e di governo – realizza necessariamente, attraverso l’unione delle volontà dei componenti, l’integrazione.

Come scriveva il giurista tedesco “Accanto alle persone integrative ed in contrapposizione al contenuto materiale, il secondo momento formale nella vita di ogni tipo di comunità umana è rappresentato da funzioni o procedure integrative, da forme di vita collettivizzanti…si tratta sempre di processi il cui senso è una sintesi sociale e che mirano a rendere comune un qualsiasi contenuto spirituale o a rafforzare l’esperienza vissuta dalla comunanza in esso, con il duplice effetto di intensificare la vita sia della comunità che del singolo”.

E nel costituzionalismo moderno è soprattutto il Parlamento ( e le altre assemblee elettive ) che ha svolto il compito di integrazione funzionale, il cui pregio è che “ non conta che il Parlamento deliberi, ed in particolare deliberi bene, ma piuttosto è importante che la dialettica parlamentare conduca alla formazione di gruppi, alla associazione, alla formazione di un determinato atteggiamento politico complessivo all’interno del parlamento e del popolo…” Per cui appare assai problematico che, ove le norme elettorali rendano possibile escludere dalla elezioni consistenti componenti, anche quasi maggioritarie come il PDL, si possa formare, attraverso l’assemblea elettiva un “atteggiamento politico complessivo” (più facile se ne formi uno di parte). E ciò in particolare per l’integrazione delle minoranze “le forme di Stato che prevedono costituzionalmente delle lotte integrative hanno il vantaggio di impedire più facilmente una posizione di minoranza permanente di determinate parti del popolo. Esse, nelle costituzioni di tipo statico e con rappresentanza costante di determinati valori oggettivi da loro rifiutate, possono trovarsi in una posizione di minoranza permanente e con ciò di permanente alienazione, mentre la lotta sempre rinnovata per il potere, ad es. nello Stato parlamentare, le attrae con la possibilità di partecipare in futuro al potere e, mediante la lotta per questa partecipazione, le coinvolge sempre di nuovo e attivamente nella vita statale”.

Questo aspetto del problema, appare del tutto trascurato nella recente legislazione elettorale, la quale così appare avere non un effetto integrativo ma disintegrativo.

Da un canto l’elezione per ordine di lista esclude la selezione da parte degli elettori dei singoli deputati: tale innovazione (e il risultato) era stato a suo tempo contrabbandato (anche) come moralizzazione della vita politica. Di morale in eccesso non se n’è vista in giro, mentre che il parlamento e le altre assemblee elettive – siano diventate, in larghissima maggioranza degli insiemi di cooptati è sotto gli occhi di tutti.

Ancora più preoccupante l’altra innovazione: le clausole di sbarramento. A giustificare le quali sono state usate due parole magiche: bipartitismo e governabilità. Ma quanto alla prima nessuno è riuscito a spiegare perché sia migliore o più democratico un sistema bipartitico piuttosto che un sistema multipartitico. Se si afferma che il primo assicura più stabilità governativa, si dice cosa non vera: perché ad osservare i sistemi politici, se ne trovano di molto articolati come quelli della Germania della Spagna, e fino a poco tempo fa della Francia (poi passata ad un sostanziale bipartitismo) connotati da invidiabile stabilità: Evidentemente a garantirla in quei sistemi non era il (ristretto) numero dei partiti, ma altri fattori, sociologici e giuridici.

Quanto alla governabilità, questa non dipende dal numero dei partiti in Parlamento, ma o dal carattere diretto dalla scelta del governo (attraverso il presidenzialismo o il premierato) e/o dal carattere maggioritario della legge elettorale. Non è la riduzione del numero dei partiti a favorirla , quanto la possibilità (incentivata) di eleggere una maggioranza stabile. Per cui la (relativa) stabilità acquisita dai governi della seconda Repubblica è (prevalentemente) dovuta alle leggi elettorali maggioritarie e non alla riduzione del numero dei partiti, ché anzi nella penultima legislatura e nella precedente era aumentato rispetto ai Parlamenti della “Prima Repubblica”.

Ciò stante, ed essendo evidente che ostacoli burocratici – in cui è incappato anche il PDL – clausole di sbarramento, liste bloccate, sono tutti espedienti volti a favorire, ridurre e far eliminare il possibile ricambio – interno (le preferenze) ed esterno (gli altri partiti) – della classe politica e conseguentemente, in larga misura, della classe dirigente, occorre valutare se ciò costituisca un risultato positivo.

Se c’è un dato su cui concordavano molti tra i più grandi teorici politici e giuristi tra XIX e XX secolo (da Hauriou a Pareto; da Renan a Smend, tra i tanti) è che l’istituzione (la comunità politica, la società) non è una somma di norme, regole, precetti, ma un insieme vivente; e non è statica (celebre, anche se poco nota in Italia, la critica di Hauriou a Kelsen e Duguit) ma un insieme in movimento. Scriveva il grande giurista francese che l’ordine sociale è “un sistema animato d’un movimento lento ed uniforme… la materia degli organismi è rinnovata… mentre le forme restano relativamente stabili… i sistemi sociali si comportano come gli organismi viventi… Si vedrà allora gli organi sociali durare per secoli, malgrado la loro materia umana e gran parte delle situazioni sociali… sarà cambiata”. Se invece – ne consegue – il rinnovamento viene rallentato o bloccato, la durata invece di misurarsi a secoli, si accorcia a pochi decenni o anni. Cui, in genere, segue un periodo di acuta crisi politica e/o sociale, per adeguare le istituzioni ai nuovi assetti e situazioni, e a favorire il ricambio e l’accesso delle élites escluse.

Per cui, a ragionare in termini realistici, la durata, ossia il primo criterio di successo dell’istituzione, è salvaguardata proprio dalla capacità di integrare progressivamente e senza lotte violente quanto di nuovo emerge dal gruppo sociale: ovvero di non ostacolare la circolazione delle élites.

È quanto avviene per ogni regime politico, ma è ovviamente più acuto nelle democrazie, in cui l’integrazione funzionale ha un ruolo superiore che in altre forme di Stato.

E perciò meglio, per quanto possibile, lasciar perdere timbri, bolli ed altri impedimenti burocratici: i regimi politici si reggono sul consenso, l’integrazione e la legittimità, checché ne pensino gli zeloti della legalità. Chiedere a un timbro di produrre integrazione è come provare a spremere acqua da una pietra.

Teodoro Klitsche de la Grange

sabato, gennaio 16, 2010

Teodoro Klitsche de la Grange: Feticismo documentale e patriottismo costituzionale



FETICISMO DOCUMENTALE
E PATRIOTTISMO COSTITUZIONALE

1. Il successo di una formula. – La fortunata espressione “patriottismo costituzionale”, diffusa e sostenuta da Jürgen Habermas, è recentemente spesso ripetuta – al di la della cerchia degli specialisti – da personaggi (in ispecie politici, ma non solo), tra i quali assume significati come
“Ci unisce e ci incoraggia in questo sforzo la grande, vitale risorsa della Costituzione repubblicana. Non c’è terreno comune migliore di quello di un autentico, profondo, operante patriottismo costituzionale. È, questa, la nuova, moderna forma di patriottismo nella quale far vivere il patto che ci lega: il nostro patto di unità nazionale nella libertà e nella democrazia” [1] .
Per quanto l’espressione citata, come tutte quelle estrapolate da discorsi più vasti, potrebbe non rendere esattamente il pensiero del nostro Presidente, è – a confrontarla con altri interventi e dichiarazioni – chiaramente “rappresentativa” di caratteri essenziali del “patriottismo costituzionale”.

Infatti mentre il patriottismo è riferito a una comunità di popolo legata da vincoli storici, religiosi, etnici, in quello costituzionale è “il patriottismo di un popolo che si ritiene unito non dai vincoli tradizionali e tipici della nazione, ma da quei principi e valori (ad esempio il valore della persona e il metodo democratico, ricordati dallo stesso presidente Napolitano) che sono fissati in un patto costituzionale” [2].

Resta il fatto che oggigiorno nel senso comune, la Costituzione è un patto, o più precisamente un patto scritto; e che quindi la lealtà e la fedeltà dei cittadini dovrebbe essere rivolta a un atto (patto), o a un documento. Cioè un “pezzo di carta” su cui ironizzava Lassalle [3].


Il patriottismo costituzionale, malgrado le critiche preventive (e realistiche) di Lassalle, si presenta come (l’unica) forma d’integrazione possibile in una società contemporanea. L’ “inclusione dell’altro” (titolo di un lavoro di Habermas) non è né un’assimilazione né chiusura verso l’esterno, ma consiste in una convinta adesione ai principi universalistici della Costituzione, di guisa da consentire la compresenza, all’interno della società, di una pluralità di visioni del mondo e relative “tavole di valori”. Sarebbe, in altri termini (l’unico) modo possibile per esorcizzare i conflitti derivanti dalle differenze culturali, etniche (ed economiche), verosimilmente in crescita in un mondo globalizzato connotato dell’aumento esponenziale dei movimenti migratori. E così la risoluzione, in relazione a tutti i conflitti (intracomunitari) possibili, di quella “lotta mortale senza possibilità di conciliazione, come tra «Dio» e il «demonio», che Max Weber attribuiva ai contrasti tra “valori”. Lo scioglimento dell’enigma irrisolto della storia, che Marx riteneva essere il comunismo, così diventa, nell’attuale momento storico e in relazione ad esso, il carattere (e pregio) del “patriottismo costituzionale”.

2. Corollari del “patriottismo costituzionale”. – Questa concezione lascia irrisolti, perché non chiariti, due elementi fondamentali, ambedue riconducibili all’aggettivo “costituzionale” e al termine da cui deriva, cioè costituzione. Se a questo si da un significato ovvero un altro, cambia completamente il concetto, derivato, di patriottismo costituzionale.

Se per costituzione si intende, secondo la nota concezione kelseniana, ciò che è connotato dall’essere modificabile solo a seguito di un particolare procedimento di revisione previamente stabilito, ne consegue che il patriottismo costituzionale sarebbe ciò che riassume la lealtà e l’osservanza nei confronti di un complesso di norme coordinate. Per cui “patriota costituzionale” e quel che più preoccupa, “non-patriota costituzionale” (con quel che ne può conseguire negli ordinamenti positivi, dalla fucilazione in giù) è chi ritiene costituzionali tanto l’art. 1 o 2 della Costituzione vigente (sulla forma di Stato e di governo) che l’art. 16 (sul diritto c.d. di locomozione) o l’art. 44 (sul diritto all’abitazione) e così via.

Se di converso il concetto di costituzione è svincolato dal criterio procedurale-formalistico kelseniano, per accedere ad una visione sostanziale della Costituzione, per cui il documento relativo (la Costituzione formale) è fatta di disposizioni realmente costituzionali (le decisioni fondamentali sulla forma dell’unità politica) e d’altro, cioè le leggi costituzionali, si rifugge da conseguenze un po’ bizzarre, perché costituzione sono solo le decisioni fondamentali e non l’insieme delle norme connotate da rigidità.

L’altro problema è se la costituzione vada identificata con l’atto così denominato o piuttosto questo (e neppure integralmente) ne faccia parte; e, prima di questo se una comunità esiste perché ha una costituzione o ha una costituzione perché esiste. Com’è noto tale problema se l’era posto (tra gli altri) Santi Romano: e la soluzione del grande giurista era che
“Qualunque sia il suo governo e qualunque sia il giudizio che se ne potrà dare dal punto di vista politico, esso non può non avere una costituzione e questa non può non essere giuridica, perché costituzione significa niente altro che ordinamento costituzionale. Uno Stato «non costituito» in un modo o in un altro, bene o male, non può avere neppure un principio di esistenza, come non esiste un individuo senza almeno le parti principali del suo corpo” [4].
Per cui “esistente” e “giuridicamente ordinato” sono (salvo una distinzione) coevi: simul stabunt et simul cadent.

La distinzione da fare a tale proposito è quella in cui l’istituzione è generata con la sua costituzione (o scompare con quella) o quando la costituzione è generata (o abolita) senza che abbia inizio o cessi l’esistenza dell’istituzione. Questo è il caso più frequente. Solo in Italia, dal 1861 in poi, è capitato (almeno) tre volte [5].

Né sfugge alla “costante” dell’esistente che precede il normativo, il caso – non molto frequente – della costituzione come “trattato” tra più Stati (istituzioni), dato che è l’esistenza precedente (e l’accordo) di questi a costituire il presupposto del nuovo Stato. Anche in tal caso, il rapporto tra esistenza dell’istituzione e vigenza della costituzione si manifesta asimmetrico: mentre la nascita o la fine della prima comporta quella della seconda, le vicende di questa non sono decisive per quella [6].

In questo senso è l’esistenza di un potere costituente (l’attore) ad assicurare l’ordinamento pur nella variazione degli atti (decisioni) costituzionali.

A lato di ciò si trova l’aspirazione, tipica dell’età moderna, che perché una costituzione sia tale occorre poterla mettere in tasca (Thomas Paine). In altre parole che sia scritta; in effetti le moderne costituzioni scritte hanno il loro antecedente, come scrive Jellinek, nei patti e nelle Carte redatti nelle colonie inglesi in America; in particolare è ricordata quella sottoscritta tra i coloni del Connecticut, quelle redatte da William Penn, o il convenant dei Padri Pellegrini convenuto sulla Mayflower [7].

Tale identità (costituzione = documento scritto e “statuito”) è affatto sconosciuta alle concezioni non moderne, e, in parte, anche a quelle successive alla Rivoluzione francese. Basti all’uopo, per le prime, ricordare l’opinione di Cicerone sulla costituzione romana “nostra autem re publica non unius esse ingenio, sed multorum, nec una hominis vita, sed aliquot constituta saeculis et aetatibus” [8].

Per le seconde, tra i primi a formularla dopo la rivoluzione francese, quella di de Bonald che “la costituzione di un popolo è il modo della sua esistenza”: onde scriverla non è necessario perché una costituzione vi sia. Il che è stato condiviso da gran parte della dottrina del diritto successiva (da Hauriou a Santi Romano e Carl Schmitt); tuttavia nell’opinione corrente, alimentata assiduamente, un fatto così evidente ossia che le unità politiche erano e sono costituite, e spesso assai ben costituite, prima che fossero inventate le costituzioni scritte (e lo saranno dopo), è (forse volutamente) trascurata. Di guisa che, se fosse fatto un sondaggio sul quesito, se le costituzioni debbano essere scritte, riporterebbe una schiacciante maggioranza affermativa, e l’opinione contraria sarebbe probabilmente considerata una diavoleria di qualche astuto manipolatore. Ovvero questa tesi, così contraria alla realtà storica, ha la consistenza (e la non ragionevolezza) di un idola tribus (e anche fori).

3. Da quando le costituzioni sono (per lo più) scritte, ha progredito la teoria che, per fare una costituzione non serve avere qualcosa in comune: dalla lingua, alla religione alla cultura, e così via. Ma sia sufficiente essere animati da buona volontà, e, preferibilmente da (qualche) interesse condiviso, per raggiungere un accordo soddisfacente e durevole.

La scrittura e la statuizione dei documenti costituzionali sarebbe in altri termini non la conseguenza, ma il succedaneo di quegli elementi identitari sopra (parzialmente) ricordati. A conforto di ciò si possono portare due circostanze: la prima che Costituzioni scritte – cioè (solo) quella degli Stati Uniti d’America – sono in vigore da oltre due secoli. Cui può replicarsi che il successo di quella statunitense è rara avis, perché di solito quelle europee scritte, e le più longeve, al massimo superano la sessantina. E più che altro che ciò prova la saggezza delle scelte dei costituenti americani (il “contenuto”), più che la forma scritta e statuita della costituzione.

La seconda che, prevalendo nel mondo contemporaneo il modello “società” rispetto a quello “comunità”, scrivere le costituzioni sarebbe un segno – e una conseguenza di questo “ethos” moderno.

Pur se questa tesi ha molto di vero, è debole però sul momento “genetico” e sulle cause. Infatti non risolve il problema se, continuando con l’esempio della Costituzione americana, la costituzione (e la conseguente durata), fosse dovuta al fatto che i padri costituenti (e la stragrande maggioranza della popolazione allora) fossero Wasp, cioè bianchi (i neri non votavano) anglosassoni e protestanti (per lo più fedeli di una particolare forma del protestantesimo) per cui raggiungere un accordo tra persone accomunate da lingua, razza, religione, teoria e prassi giuridica fosse, per così dire, estremamente facilitato da questa comune identità. Ma se, di converso, fossero stati di tre o quattro etnie diverse (e bilanciate), di altrettante religioni, parlanti lingue diverse, nessuno è in grado di affermare che si sarebbe raggiunto un accordo e più ancora che la durata di quello sarebbe stato di oltre due secoli. Piuttosto l’esperienza storica dimostra che – gli ultimi casi sono stati quelli della Iugoslavia, dell’Unione sovietica e della Cecoslovacchia – il tutto sarebbe andato presto in frantumi [9].

E, peraltro, finché quegli Stati non si sono dissolti ciò che li ha tenuti insieme non è stato un consenso a un accordo tra volontà arbitrarie (e razionali) - cui può ricondursi un patto stilato in un documento - ma la dittatura sovrana del partito comunista. È stato il potere illimitato di questo a sopperire all’inesistenza – o alla debolezza – dei legami comunitari tra etnie e popoli diversi per lingua, religione, storia, costumi: se all’espressione della volontà popolare fosse stato riservato uno spazio se non uguale non troppo lontano da quello riconosciuto in Stati non totalitari, probabilmente si sarebbero dissolti molto prima.

Per cui appare chiaro che l’unità delle volontà – o del consenso – nel costituire e conservare un’esistenza comunitaria è il presupposto necessario perché possa essere tradotto in una costituzione scritta, statuita e durevole.

In altri termini è il contesto (cioè la comunità) dove si decide di darsi una costituzione scritta, a determinare se questa avrà il carattere della costituzione “weberiana”, cioè “la possibilità effettiva di disposizione a obbedire… nei confronti della forza di imposizione delle autorità di governo sussistenti”. Se è vero, come precisa Weber che “il concetto di «costituzione» qui impiegato è uguale a quello usato da Lassalle. Esso non coincide con il concetto di una costituzione «scritta» e in genere di costituzione in senso giuridico” [10],
è parimenti vero che una costituzione avente alte difficoltà a farsi accettare nel gruppo sociale – la quale cioè non procuri consenso e obbedienza ai governanti, è del tutto inutile come costituzione anche “giuridica”, giacché il diritto non prescinde dal problema della efficacia dell’ordinamento, che anzi ne è una caratteristica intrinseca e peculiare.

Il problema specifico che si pone è la possibilità che l’istituzione politica si fondi solo su una convenzione (chè se si fonda anche su una convenzione, la questione non si pone) sia nella forma del patto che del “rescritto”, o che occorra dell’altro (e prevalente). Dato che la politica (e il diritto) attengono alla vita “pratica”, e che, come sopra cennato è assai difficile che una “pattuizione” possa avere vigenza durevole se non poggia su una certa identità (e su un presupposto tasso d’omogeneità), la soluzione non può che essere negativa. Per pensare possibile il contrario, sarebbe necessario addurre qualche esempio storico. Ma dato che non se ne vedono, non resta che considerarlo un mero auspicio.

A ciò occorre aggiungere che se è vero che il carattere dell’atto costituente (pattizio, scritto, deliberato) ha un’importanza nel contesto di un ethos collettivo, è ancor più vero che la costituzione è “la soluzione del problema seguente: dati la popolazione, i costumi, la religione, la posizione geografica, le relazioni politiche, le ricchezze, la buona e cattiva qualità di una determinata nazione, trovare le leggi adatte?” [11].

E quei dati, oltre a esulare dalla costituzione statuita, tuttavia determinano in modo cogente il “contenuto” il successo della costituzione. Con la conseguenza che o questa è congrua a quelli o diventa incongrua, perché inutile a costituire un regime politico stabile e cioè inutile al (di essa) scopo tipico e peculiare.

4. Ma è proprio vero che, nell’ambito dell’ethos moderno, la “statuizione” della costituzione ne esaurisce il carattere fondamentale?

A leggere i primi documenti costituzionali e le concezioni che li hanno ispirati, risulta che accanto – e prima – della forma dell’atto (e del documento) “costituzione”, è la novità del potere costituente (del popolo) a costituirne il connotato fondamentale, non meno importante della scrittura e statuizione dell’atto.

Le opere di Sieyès e il preambolo della Costituzione degli Stati Uniti [12]ne
ne sono testimonianze evidenti. E, parimenti, la concezione del potere costituente è la secolarizzazione della teologia politica cristiana, in particolare di quella tomista del diritto divino provvidenziale, che riserva alla decisione della comunità la scelta della forma di organizzazione del potere [13].

La decisione costituente si fondava cioè sul potere costituente di una Nazione consapevole della propria esistenza storica e politica; nella quale esistenza rientrano (gran parte di) quelle determinanti che ne costituiscono l’identità.

Onde la costituzione non è un atto deliberato per un qualsiasi popolo e Stato: ma peculiare a quel popolo (e a quello Stato). Come scriveva efficacemente de Maistre, criticando la Costituzione francese del 1795 (quella “direttoriale”, durata quattro anni), questa era fatta per l’uomo, ma aggiungeva subito dopo “non esiste uomo nel mondo. Ho visto, nella mia vita, francesi, italiani, russi…” stigmatizzando così l’illusione delle costituzioni fatte a tavolino (e al lume dell’ideologia). Il carattere storico-identitario ( come risulta – tra l’altro - dal concetto di Nazione formulato da Sieyès) non è meno presente nel pensiero borghese di quanto lo sia in quello contro-rivoluzionario.

Nel suo “stato nascente” il pensiero borghese è un pensiero forte, presupponendo una comunità consapevole della propria unità ed omogeneità come dei diritti conseguenti derivati non dal diritto positivo, ma da quello naturale [14].

Nelle odierne condizioni di (decadenza e) travisamento del pensiero borghese, è stato espunto tutto quel che lo rendeva forte: non l’unità (e l’omogeneità) presupposta, non il diritto naturale, non il potere costituente, non il diritto (naturale) a modellare la forma politica. È rimasto solo ciò che vi era di meno incisivo e decisivo: il carattere scritto (e statuito) della costituzione. Peraltro interpretata di guisa da limitare ed annacquare i connotati forti della concezione borghese-rivoluzionaria. Ne è un esempio (tra gli altri) la sistematica dimenticanza del potere costituente, e (ad esso collegata) l’interpretazione della costituzione come atto immodificabile (di fatto soggetto all’applicazione ed interpretazione dei poteri costituiti), e al “patto costituzionale” come compromesso tra partiti e “famiglie” politiche: Aleggia su tutto il tacito (?) conferimento di un qualche carattere “sacro” al patto/atto/documento, quasi un reflusso della secolarizzazione.

Tuttavia, oltre all’incapacità di una concezione del genere di rappresentare la realtà, v’è un problema: fino a quando riesce a contenere quella, che è di natura mutevole, essendo qualcosa d’organico (e reale) e non di meccanico (e ideale)?

Come sopra ricordato, mentre la comunità è sempre in movimento [15] il sistema normativo (intendendo con ciò l’ordinamento giuridico come concepito da un normativista) è in se, come sosteneva Hauriou, statico (e “trascendente”). Col rischio di indirizzare il proprio patriottismo a un oggetto obsoleto e non (corrispondente) cioè che esiste realmente [16]; e con la conseguenza d’innescare un conflitto tra legittimità e legalità [17].

Perché la legittimità concerne un rapporto tra uomo ed uomo (il potere weberiano); è stata invocata per il rapporto tra uomo ed istituzione (Stato, regime politico, governo), ma è (almeno) inconsueto scomodarla per il rapporto tra uomo ed atto (norma); e per il patriottismo (che appare, nell’uso dell’espressione, qualcosa di non lontano dalla legittimità) vale lo stesso discorso. Nel senso che se è vero che una Costituzione condivisa concorre a creare consenso al potere dei governanti, appare difficile che possa sostituire e surrogare ogni altra componente della legittimità. Lo stesso per il patriottismo: se la costituzione, ancor più nel senso di costituzione formale, potesse sostituire la devozione alla comunità (Nazione, Patria), nella sua conformazione (e retaggio) storico ed ideale, ne conseguirebbe che non avremmo più italiani, francesi, inglesi, tedeschi, ma parlamentaristi, semi-presidenzialisti, monarchico-parlamentaristi, federal-cancellieristi e così via.

Manca ai costituzional-patrioti l’accortezza di Socrate, il quale nella Presopopea delle leggi (nel Critone) le fa accompagnare dall’insieme delle città (kai to koinon tes poleos)[18]; anzi quelli isolano ancora di più la costituzione formale, privandola anche del seguito ossia del resto della legislazione [19].

Al contrario di Renan che, quando elenca i principali fattori che fanno una nazione (razza, lingua, religione, comunanza d’interessi, territorio) esclude che possono essere presi esclusivamente ed (isolatamente) sufficienti.

5. Ai costituzional-patrioti, a quanto pare, sembra basti un documento (peraltro neanche citato tra i fattori di Renan, neppure nel genus diritto o leggi), per surrogare tutti quei fattori.

A leggere gli ultimi contributi apparsi sulla stampa in rete infatti ci si chiede, dubitando, se ci siano forze politiche disposte a “sottoscrivere l’art. 33 comma 3° della Costituzione (il diritto d’istituire scuole)…o l’art. 11 (il rifiuto della guerra),… o l’art. 32 comma 2° (divieto di trattamenti sanitari obbligatori) E si potrebbe continuare a lungo con questo elenco [20]”.

Elenco composto, evidentemente, dall’insieme delle disposizioni costituzionali indistintamente. Dalla sovranità quindi al diritto all’abitazione, dalla scelta della forma democratica a quella di non subire trattamenti sanitari, dalla funzione legislativa allo sviluppo dell’artigianato. Tutte equiparate e parimenti “costituzionali” (perché rigide).

Più sorvegliati e condivisibili altri interventi. Ad esempio quello di Barbara Spinelli sulla “Stampa” dove dopo aver sostenuto “per alcuni le istituzioni e le costituzioni hanno una forza così potente – la forza del Decalogo - da sostituire identità controverse come la nazione o l’identità etnica” si legge: “Non sono Habermas e le sinistre ad avere inventato il concetto, non a caso tedesco, di patriottismo costituzionale: Lo coniò negli anni 70 un conservatore, Dolf Sternberger … Per Sternberger, il patriottismo costituzionale era l’unica identità possibile per un paese ridotto a mezza nazione dal nazionalismo etnico, la dittatura e la guerra. Una condizione che si diffonde, con la mondializzazione: tutte le nazioni hanno, nel globo, sovranità dimezzate”. O quello di Gianfranco Fini che ha rilevato “L’esperienza drammatica del secolo scorso ci ha insegnato che la base più solida del sentimento nazionale risiede nel valore del patriottismo costituzionale, quindi in quei principi di libertà, democrazia, uguaglianza e rispetto della persona che mettono al riparo i popoli……alla base del sentimento nazionale non può esservi l’appartenenza etnica ma la volontà politica di condividere un destino e un progetto, non c’è nulla di più solido e profondo se non l’identificazione nei valori sanciti dalla Carta Costituzionale” [21].

Dove il richiamo nel primo caso non è quello meramente cartolare a documenti e norme, ma all’istituzione; e nel secondo, del pari, ai principi e i valori (cioè – prevalentemente - alle decisioni fondamentali sulla forma politica), alla comunanza di destino e alla volontà. Tutti elementi decisivi e non riducibili alla costituzione formale.

E questo, il legame con qualcosa di concretamente esistente e comune (comunitario) e non normativo risulta da tanti scritti. Di cui ricordiamo due. L’uno di Machiavelli “la patria è ben difesa in qualunque modo la si difende, o con ignominia o con gloria […] dove si dilibera al tutto della salute della patria, non vi debbe cedere alcuna considerazione né di giusto né d’ingiusto, né di piatoso né di crudele, né di laudabile né d’ignominioso; anzi, posto ogni altro rispetto, seguire al tutto quel partito che le salvi la vita, e mantenghile la libertà” [22].

Se il Segretario fiorentino avesse avuto una concezione da costituzional-patriota (oltre a dimenticarsi di citare la costituzione), non avrebbe liquidato il giusto e l’ingiusto, il laudabile e l’ignominioso. L’altro di Marx laddove descrive il patriottismo delle armate rivoluzionarie francesi “il patriottismo era la forma ideale del sentimento di proprietà” [23]; per cui collegava il patriottismo ad una forma concreta di produzione, cioè alla realtà.

E si potrebbe continuare a lungo.

6. Per cui chiedersi se è possibile che si configuri un patriottismo costituzionale quale momento fondativo (ed esclusivo) dell’esistenza politica, occorre rispondere in primo luogo, che cosa s’intende per costituzione.

Sicuramente appare bizzarro, dato che “la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino” (art. 52 della Costituzione), che si chieda al buon cittadino di morire per difendere l’art. 45, II comma della nostra costituzione (la legge provvede alla tutela e allo sviluppo dell’artigianato), anche perché gli stessi artigiani sarebbero sicuramente assai restii a farlo.

E quindi è indispensabile identificare la Costituzione col suo nucleo essenziale (dalla forma democratica alla sovranità alla libertà).

Dall’altra anche in tal caso il patriottismo costituzionale appare come una sineddoche politica, e perciò anche se non bizzarro, parziale: perché ad essere oggetto di quel sentimento, di quella volontà unificante appare assai più adatta la totalità dell’esistenza nazionale: comprensiva della storia, dei costumi, della geografia, della religione, della lingua.

Teodoro Klitsche de la Grange


[1] V. dichiarazione del Presidente on.le Napolitano citata da articolo sulla “Stampa” del 24/01/2008 del prof. Marcello Pera. Torna al testo.

[2] V. articolo di Marcello Pera cit. Torna al testo.

[3] v. Überverfassungswesen trad. it. di Clemente Forte in Behemoth n. 20.
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[4] Diritto costituzionale generale, Milano 1947, p. 3.
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[5] Questa constatazione va chiarita con le tesi di Santi Romano e di Hauriou. Secondo il primo anche nei periodi di transizione politica, prima di una regolamentazione compiuta, c’è sempre un diritto costituzionale, anche se rudimentale “il diritto è immanente a qualsiasi assetto politico, e l’unica negazione, logicamente e storicamente, possibile del diritto costituzionale sarebbe l’anarchia” (op. cit. p. 4). Ad avviso del secondo il governo di fatto può beneficare non della giustificazione giuridica, ma di quella “teologica” che si applica ad ogni forma (espèce) di potere… “è un modo di asserire (traduire) il carattere naturale e necessario del potere, l’impossibilità per gruppi umani di sussistere senza un governo, di legare la necessità del potere a quello dello Stato sociale…” (v. Précis de droit consitutionnel, Paris, 1929, p. 29).
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[6] L’apparente contraddittorietà tra l’affermazione di Santi Romano che ogni Stato non ha ma è una costituzione e l’ “asimmetria” è risolta dal fatto che l’essenza della costituzione è un potere che esercita con successo (ottenendo un certo grado d’obbedienza) il comando in una comunità, così dando forma (ed azione) politica alla stessa. Per cui il potere (obbedito) è il nucleo essenziale di ogni ordine costituito.
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[7] V. G. Jellinek, Allgemeine Staatslehere (III libro) trad. it. Dottrina generale del diritto dello Stato, Milano 1949, p. 100 ss.
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[8] De re publica, II, 1.
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[9] Si noti che tutti i casi citati le costituzioni hanno in comune di essere frutto non solo di guerre – come capita per lo più a tutte le costituzioni – ma di un particolare contesto politico internazionale e interno.
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[10] V. Max Weber, Wirtshaft und Gesellshaft, trad it. Milano 1980, pp. 48-49.
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[11] J. de Maistre, Considérations sur la France, trad. it. Roma 1985, p. 47. In ciò è evidente che de Maistre si ricollega a Montesquieu.
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[12] “Noi popolo degli Stati Uniti, allo scopo di ancor più perfezionare la nostra unione, di garantire la giustizia, di assicurare la tranquillità all’interno, di provvedere alla comune difesa, di promuovere il benessere generale e di salvaguardare per noi stessi e per i nostri posteri il dono della libertà, decretiamo e stabiliamo questa Costituzione degli Stati Uniti d’America”.
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[13] La quale concezione è condivisa da parte della dottrina protestante come contestata da altra parte dei teologi cattolici e protestanti. Per una trattazione più diffusa ci sia consentito rinviare a quanto scritto in Diritto divino provvidenziale e dottrina dello Stato borghese in Behemoth n. 41, p. 5 ss.
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[14] v. ad esempio J.E. Sieyès, Qu’est-ce-que le tiers Etat? “La Nazione esiste prima di ogni cosa, essa è l’origine di tutto. La sua volontà è sempre conforme alla legge, essa è la legge stessa. Prima di essa e al di sopra di essa non c’è che il diritto naturale. Se vogliamo farci un’idea esatta dell’ordine delle leggi positive che possono emanare solo dalla sua volontà, troviamo al primo posto le leggi costituzionali, esse si dividono in due parti… Queste leggi sono dette fondamentali, non nel senso che possano divenire indipendenti dalla volontà nazionale, ma in quanto i corpi che esistono ed agiscono in virtù di esse, non possono modificarle. In ogni sua parte la Costituzione non è opera del potere costituito, ma del potere costituente… Una nazione si costituisce solo in virtù di un diritto naturale. Un governo, al contrario, è frutto solo del diritto positivo. La Nazione è tutto quel che può essere per il solo fatto di esistere” trad. it. Milano 1993, pp. 256-257.
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[15] Scriveva Haurion che “l’ordine sociale si presenta come il movimento lento ed uniforme di un insieme ordinato. “ Précis de droit constitutionnel, Paris 1929 p. 62. v. precedentemente nello stesso volume, la critica al sistema “trascendent et statique du professeur Hans Kelsen”.
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[16] Come scriveva Renan “L’esistenza di una ragione (mi si perdoni la metafora) è un plebiscito di tutti i giorni, come l’esistenza dell’individuo è un’affermazione perpetua di vita” mentre qua il “plebiscito” dovrebbe essere rivolto non all’esistente ma al normativo e non a ciò che esiste oggi, ma a ciò che era statuito oltre sessant’anni fa.
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[17] Si potrebbe dubitare più che la legittimità possa riguardare non un rapporto tra uomini, ma tra uomini e norme (documenti).
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[18] Non vogliamo entrare sui significati del termine nomos e sulla esattezza della sua traduzione col latino lex.
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[19] Cosa che a Socrate non succedeva, tant’è che le leggi comprendono, com’è naturale nella libertà degli antichi, tutto l’ambito della vita del cittadino, dal matrimonio all’educazione.
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[20] V. E. carnevali. Le parole di Brunetta e l’assalto alla Costituzione - micromega -on-line.
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[21] V. Il futuro della libertà, in Area, dicembre 2009 p. 34.
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[22] Discorsi, III, 41.
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[23] Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, Roma 1977, p. 218.
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