venerdì, marzo 05, 2010

Teodoro Klitsche de la Grange: Timbri, pasticci e integrazione

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TIMBRI, PASTICCI E INTEGRAZIONE

Dalla Lombardia al Lazio errori e inadempienze nella presentazione delle liste trovano, da un canto, i consueti zeloti della legalità, tutti contenti di poterla difendere in specie quando coincide col loro tornaconto; dall’altro gli orfani della democrazia che accusano gli zeloti (e i custodi) della legalità di trascurare il dato sostanziale di far partecipare alla competizione elettorale liste e candidati che si sa non solo aver consenso, ma nel caso lo hanno, come indicano i risultati elettorali precedenti, e maggioritario. La lotta sarebbe così legalità versus democrazia.

Questa rappresentazione in parte non ci convince, ma soprattutto è (largamente) monca: costituisce uno degli aspetti del problema, e sicuramente importante, ma (forse) non il principale.

In primo luogo questi errori, dovuti a meccanismi farraginosi, sono (anche) il frutto di complicazioni alle normative sulla presentazione delle liste, introdotte progressivamente nella legislazione negli ultimi decenni: nei primi anni ’70 aiutavo un vecchio dirigente di partito a raccogliere firme per la presentazione della lista alle elezioni comunali (per il Comune di Roma ne occorrevano non ricordo se 250 o 500); qualche settimana fa ho appreso che per presentare la lista regionale nel Lazio (in tutte le provincie) necessitavano oltre 6000. Questo se non si è rappresentati in consiglio: ma se lo si è, non c’è l’obbligo di raccoglierle.

Il senso di questa e di altre norme simili è di fare delle assemblee elettive (dal Parlamento in giù) degli organi a ricambio sorvegliato e rallentato. Hanno la stessa funzione, solo più ipocrita, delle clausole di sbarramento e dell’abolizione delle preferenze, sostituite dall’ordine di lista: di fare delle assemblee elettive dei clubs members only.: che è nel mio inglese abborracciato la traduzione/adattamento dell’espressione latina dello status quo.

Non siamo tuttavia all’abolizione della democrazia, non foss’altro perché il progressivo carattere plebiscitario della scelta del governo – in una con quello maggioritario delle leggi elettorali – assicura che almeno quella decisione appartiene ancora al corpo elettorale (anche se fa soffrire molto i poteri forti): sta di fatto che oggi il cittadino che vota sceglie molto più il governo, che la composizione delle assemblee elettive. Al contrario di quanto succedeva nella prima repubblica, dove il governo (nazionale e locale) era scelto dalle assemblee elettive. Tuttavia queste erano, in larga misura, decise (e selezionate) dal corpo elettorale.

È soddisfacente questo assetto delle scelte rispetto al “tipo ideale” della democrazia, ma più ancora al rapporto tra governanti e governati? A me non sembra; uno dei fattori più importanti dell’assetto delle istituzioni politiche è quello dell’integrazione, come sottolineato in particolare da Smend e Duverger.

Rudolf Smend distingueva le diverse forme d’integrazione in materiale, funzionale e personale: e in ogni comunità politica ricorrono tutte. In particolare, organi ed istituzioni della democrazia politica compiuta, attraverso una consistente partecipazione popolare alle scelte e decisioni realizzano quel circuito di partecipazione, azione e selezione tra vertice e base che rende “vivo” un regime democratico. Ogni gruppo politico comunque – a prescindere dalla forma di Stato e di governo – realizza necessariamente, attraverso l’unione delle volontà dei componenti, l’integrazione.

Come scriveva il giurista tedesco “Accanto alle persone integrative ed in contrapposizione al contenuto materiale, il secondo momento formale nella vita di ogni tipo di comunità umana è rappresentato da funzioni o procedure integrative, da forme di vita collettivizzanti…si tratta sempre di processi il cui senso è una sintesi sociale e che mirano a rendere comune un qualsiasi contenuto spirituale o a rafforzare l’esperienza vissuta dalla comunanza in esso, con il duplice effetto di intensificare la vita sia della comunità che del singolo”.

E nel costituzionalismo moderno è soprattutto il Parlamento ( e le altre assemblee elettive ) che ha svolto il compito di integrazione funzionale, il cui pregio è che “ non conta che il Parlamento deliberi, ed in particolare deliberi bene, ma piuttosto è importante che la dialettica parlamentare conduca alla formazione di gruppi, alla associazione, alla formazione di un determinato atteggiamento politico complessivo all’interno del parlamento e del popolo…” Per cui appare assai problematico che, ove le norme elettorali rendano possibile escludere dalla elezioni consistenti componenti, anche quasi maggioritarie come il PDL, si possa formare, attraverso l’assemblea elettiva un “atteggiamento politico complessivo” (più facile se ne formi uno di parte). E ciò in particolare per l’integrazione delle minoranze “le forme di Stato che prevedono costituzionalmente delle lotte integrative hanno il vantaggio di impedire più facilmente una posizione di minoranza permanente di determinate parti del popolo. Esse, nelle costituzioni di tipo statico e con rappresentanza costante di determinati valori oggettivi da loro rifiutate, possono trovarsi in una posizione di minoranza permanente e con ciò di permanente alienazione, mentre la lotta sempre rinnovata per il potere, ad es. nello Stato parlamentare, le attrae con la possibilità di partecipare in futuro al potere e, mediante la lotta per questa partecipazione, le coinvolge sempre di nuovo e attivamente nella vita statale”.

Questo aspetto del problema, appare del tutto trascurato nella recente legislazione elettorale, la quale così appare avere non un effetto integrativo ma disintegrativo.

Da un canto l’elezione per ordine di lista esclude la selezione da parte degli elettori dei singoli deputati: tale innovazione (e il risultato) era stato a suo tempo contrabbandato (anche) come moralizzazione della vita politica. Di morale in eccesso non se n’è vista in giro, mentre che il parlamento e le altre assemblee elettive – siano diventate, in larghissima maggioranza degli insiemi di cooptati è sotto gli occhi di tutti.

Ancora più preoccupante l’altra innovazione: le clausole di sbarramento. A giustificare le quali sono state usate due parole magiche: bipartitismo e governabilità. Ma quanto alla prima nessuno è riuscito a spiegare perché sia migliore o più democratico un sistema bipartitico piuttosto che un sistema multipartitico. Se si afferma che il primo assicura più stabilità governativa, si dice cosa non vera: perché ad osservare i sistemi politici, se ne trovano di molto articolati come quelli della Germania della Spagna, e fino a poco tempo fa della Francia (poi passata ad un sostanziale bipartitismo) connotati da invidiabile stabilità: Evidentemente a garantirla in quei sistemi non era il (ristretto) numero dei partiti, ma altri fattori, sociologici e giuridici.

Quanto alla governabilità, questa non dipende dal numero dei partiti in Parlamento, ma o dal carattere diretto dalla scelta del governo (attraverso il presidenzialismo o il premierato) e/o dal carattere maggioritario della legge elettorale. Non è la riduzione del numero dei partiti a favorirla , quanto la possibilità (incentivata) di eleggere una maggioranza stabile. Per cui la (relativa) stabilità acquisita dai governi della seconda Repubblica è (prevalentemente) dovuta alle leggi elettorali maggioritarie e non alla riduzione del numero dei partiti, ché anzi nella penultima legislatura e nella precedente era aumentato rispetto ai Parlamenti della “Prima Repubblica”.

Ciò stante, ed essendo evidente che ostacoli burocratici – in cui è incappato anche il PDL – clausole di sbarramento, liste bloccate, sono tutti espedienti volti a favorire, ridurre e far eliminare il possibile ricambio – interno (le preferenze) ed esterno (gli altri partiti) – della classe politica e conseguentemente, in larga misura, della classe dirigente, occorre valutare se ciò costituisca un risultato positivo.

Se c’è un dato su cui concordavano molti tra i più grandi teorici politici e giuristi tra XIX e XX secolo (da Hauriou a Pareto; da Renan a Smend, tra i tanti) è che l’istituzione (la comunità politica, la società) non è una somma di norme, regole, precetti, ma un insieme vivente; e non è statica (celebre, anche se poco nota in Italia, la critica di Hauriou a Kelsen e Duguit) ma un insieme in movimento. Scriveva il grande giurista francese che l’ordine sociale è “un sistema animato d’un movimento lento ed uniforme… la materia degli organismi è rinnovata… mentre le forme restano relativamente stabili… i sistemi sociali si comportano come gli organismi viventi… Si vedrà allora gli organi sociali durare per secoli, malgrado la loro materia umana e gran parte delle situazioni sociali… sarà cambiata”. Se invece – ne consegue – il rinnovamento viene rallentato o bloccato, la durata invece di misurarsi a secoli, si accorcia a pochi decenni o anni. Cui, in genere, segue un periodo di acuta crisi politica e/o sociale, per adeguare le istituzioni ai nuovi assetti e situazioni, e a favorire il ricambio e l’accesso delle élites escluse.

Per cui, a ragionare in termini realistici, la durata, ossia il primo criterio di successo dell’istituzione, è salvaguardata proprio dalla capacità di integrare progressivamente e senza lotte violente quanto di nuovo emerge dal gruppo sociale: ovvero di non ostacolare la circolazione delle élites.

È quanto avviene per ogni regime politico, ma è ovviamente più acuto nelle democrazie, in cui l’integrazione funzionale ha un ruolo superiore che in altre forme di Stato.

E perciò meglio, per quanto possibile, lasciar perdere timbri, bolli ed altri impedimenti burocratici: i regimi politici si reggono sul consenso, l’integrazione e la legittimità, checché ne pensino gli zeloti della legalità. Chiedere a un timbro di produrre integrazione è come provare a spremere acqua da una pietra.

Teodoro Klitsche de la Grange

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