mercoledì, aprile 25, 2007

Malgieri: Il centrodestra non resti a guardare la svolta storica del Pd

Con il consenso dell’Autore pubblico nel mio Blog l’articolo apparso oggi 25 aprile 2007 a p. 2 de “Il Riformista”, di cui si conserva la titolazione originale. Gennaro Malgieri interviene nuovamente su un tema al quale è assai sensibile: la costruzione del partito unico del centrodestra. Il quotidiano diretto da Paolo Franchi contiene altri articoli di commento ai congressi di scioglimento rispettivamente del Ds e della Margherita per dare vita al nuovo soggetto politico che assumerà il nome di Partito democratico (Pd). L’editoriale di Peppino Caldarola così esordisce: «Il Partito democratico c’è. Quello che sarà è impossibile immaginarselo». L’analisi prosegue senza che si capisca bene il punto di vista ed il punto di approdo. Forse si può arguire qualcosa dal titolo, che però spesso nei giornali è quanto mai arbitrario e volto ad attirare l’attenzione con effetti scenici: “È rimorto il Pci. Da oggi siamo tutti più liberi”. Ancora l’editorialista Calderola scrive: “Una delle cose più azzeccate che ho scritto in questi mesi è che in ogni ex comunista cova un Adornato”. La cosa mi preoccupa non poco, perché oggi Adornato insieme con Malgieri ed altri si occupa del progetto del partito unico di centrodestra. Il mio timore è che non si sia portato appresso il vecchio vizio del compromesso storico. Ad alcune riunioni a cui ho partecipato mi è parso che Adornato sacrificasse la laicità dello Stato alla convenienza politica di tenere insieme laici e cattolici. Pur non essendo io un anticlericale o un mangiapreti il progetto mi trova contrarissimo. Sono un sostenitore della rigida separazione fra Stato e Chiesa ed un assertore del principio della libera religiosità dei cittadini come luogo dello spazio privato. Mi oppongo tutte le volte che si parla del cattolicesimo come spazio e funzione pubblica. Sono perfino un sostenitore dell’abolizione del Concordato, dell’otto per mille e di ogni regalia e privilegio alle chiese. Se sarò minoritario, mi auguro che nel nuovo partito di centrodestra ci sia almeno spazio per queste mie vedute, Adornato permettendo. Ma per non andare oltre in queste righe ad una modesta presentazione del pezzo forte di Gennaro Malgieri, autorevole per il ruolo che riveste, termino con una citazione a memoria da Carl Schmitt, che nel 1928 in piena Weimar così criticava i Casini odierni: posto che A disponga di 48, B di altri 48 e C di 4, sarà C a decidere ed a tenere in scacco sia A che B a seconda con chi decida di allearsi. Questa critica del 1928 vale perfettamente per la nostra situazione costituzionale del 2007, con un’aggravante: vale sia fra i due poli che all’interno di ogni singolo polo. Già una volta la Lega ha fatto il ribaltone e di recente l’UDC Follini ha ricattato in ogni modo ed a più riprese il “polo delle libertà”, per poi infine dare il calcio dell’asino. Casini crede di ingannare la gente, ma si sta preparando a fare la stessa cosa. Aspetta l’occasione buona. Urlano come maiali scannati i vari Mastella che in una logica rigidamente bipolare non avrebbero più spazio per i loro ricatti sistematici. Non mi pare dubbio che sia un fatto altamente positivo la semplificazione della geografia politica. Mi auguro che sia l’uno sia l’altro polo siano spazi effettivi di libertà per il singolo cittadini nello spirito dell’art. 49 della costituzione, sempre eluso e mai attuato.

Antonio Caracciolo



GENNARO MALGIERI

Il Pd rappresenta una svolta storica
Il centrodestra non resti a guardare

Chi è critico teme di non poter vivere più di rendita
An e Forza Italia accelereranno verso la loro fusione

È innegabile. Comunque lo si consideri e quali che siano gli esiti organizzativi, strutturali ed elettorali, la nascita del Partito democratico, pur con tutti i limiti evidenziati dagli osservatori e le preoccupazioni espresse dai promotori, ha terremotato gli assetti politici e rimesso in movimento lo stanco bipolarismo italiano. Si discuterà a lungo sulle prospettive immediate e sull’identità del nuovo soggetto; non mancheranno critiche e perplessità sulle modalità della formazione di un partito necessariamente complesso, tanto da parte di chi è direttamente coinvolto, quanto da chi assiste interessato al dispiegarsi del progetto. Ma non c’è dubbio che l’operazione è di quelle storiche, destinata a lasciare una traccia profonda, i cui effetti si riverbereranno anche sulle altre forze politiche e sulla loro prevedibile ristrutturazione. È questo, al netto dei giudizi di merito, inevitabilmente controversi e non soltanto per ragioni di appartenenza, che emerge inequivocabilmente dallo scioglimento parallelo della Quercia e della Margherita, convergenti nel dare vita al Partito democratico, il cui travaglio non può essere sottovalutato da nessuno, neppure dai detrattori più ostinati, dai quali, mentre si attende che mettano l’accento sulla difficile compatibilità tra le anime del movimento nascente, ci si aspetta pure che valutino serenamente quanto sta accadendo nel centrosinistra (e oltre). Sottacere, infatti, che l’«avventura» del Partito democratico è una formidabile spinta alla semplificazione e alla modernizzazione del sistema, sarebbe ingiusto e miope. Come pure incanaglirsi, per mero spirito polemico, sulle questioni inerenti la leadership, la formazione della classe dirigente, la elezione dei delegati, l’adesione o meno al Pse, il rapporto (eventuale) con il Ppe, significherebbe non comprendere la portata di una svolta sulla quale è lecito, ripeto, nutrire tutti i dubbi e le perplessità che si vogliono, ma non cavarsela rinchiudendola, ancor prima di averne sperimentato le conseguenze, nel retrobottega dei trovarobe dei novisti della politica.

Ho il sospetto che la liquidazione preventiva (non a caso annunciata proprio dalle forze della sinistra e dai centristi collocati marginalmente nell’Unione) del Partito democratico sottenda paure e debolezze da parte di chi immagina di vivere di rendita nell’ambito di un bipolarismo lacerato e ogni giorno di più devitalizzato. Si teme da costoro una legge elettorale che conferisca un premio di maggioranza al partito vincente e non più alla coalizione, circostanza che impedirebbe (grazie anche a una congrua soglia di sbarramento) la frammentazione e, dunque, la precarietà di governi ricattati costantemente da formazioni minori senza molto seguito, ma con un potere di interdizione che impedisce il dispiegarsi di una democrazia decidente che è il fondamento del bipolarismo. Se questo è vero - e al momento tutto lo lascia intendere - vedremo presto all’opera soggetti diversi che tenteranno sperimentazioni ancor più ardite di aggregazione (tutt’altro che biasimevoli, sia chiaro) al fine di riposizionarsi, abbandonando anacronistici egoismi identitari al fine di trovare convergenze possibili attorno a progetti condivisi. Nel bene e nel male, che riescano o meno, ipotesi del genere sono immaginabili soltanto perché il Partito democratico è una realtà già operante (per quanto in via di definizione sotto il profilo organizzativo, ma non solo). E, dunque, continuare a ironizzare su di esso è segno di un nervosismo che mette allo scoperto il vissuto politico di un ceto inadeguato a comprendere che le trasformazioni del sistema sono possibili, al di là delle declaratorie di principio, soltanto se i partiti sono disposti a riformare se stessi, a mettersi in discussione, a provare ai cittadini che sono al passo con i tempi, capaci di immaginare il futuro e di dare vita anche a nuove ideologie, se così posso esprimermi nel tempo del rifiuto aprioristico di qualsivoglia tendenza «ordinatoria» della realtà secondo sensibilità e culture prodotte dalla modernità.

Chi non ha ironizzato, giustamente e responsabilmente, sulla costituzione del Partito democratico è stato il centrodestra. Anzi, a essere più precisi, i due maggiori partiti dell’opposizione, vale a dire Forza Italia e Alleanza nazionale. Per rispetto verso un soggetto indiscutibilmente innovatore? Certamente sì. Ma anche, e soprattutto, perché l’operazione avvenuta sul lato sinistro dello schieramento politico innesca inevitabilmente un’accelerazione tendente allo stesso risultato sul lato destro. Lo ha detto Berlusconi, lo ha ribadito Fini, si sono espressi in questo senso i vari esponenti dei due partiti. Le ragioni, al fondo, sono le stesse che hanno indotto Quercia e Margherita a fondersi. Con una differenza: il sentire politico e culturale dell’elettorato, prima che delle classi dirigenti, di Forza Italia e di Alleanza nazionale è lo stesso; differenze di fondo è difficile coglierne; c’è un percorso comune più che decennale che ha portato all’affinamento e alla com
patibilità tra i due soggetti al punto che nel novembre del 2005 venne sottoscritto, con il concorso di intellettuali e politici, un «manifesto dei valori» che costituisce ancora oggi un documento programmatico sul quale innestare un lavoro impegnativo per raggiungere l’obiettivo della costituente del Partito delle libertà, d’impronta nazional-conservatrice.

L’Udc e la Lega non ci staranno, si ricorda. Resterà un rammarico, ma nulla di più. Del resto niente impedisce che grandi formazioni politiche possano allearsi con partiti più piccoli i quali faranno le loro scelte come riterranno più opportuno. Quel che non è più accettabile è rimandare ancora, da parte di chi peraltro è convinto che l’avvenire dell’attuale opposizione passa attraverso il «fusionismo», come Barry Goldwater battezzò l’unione di tutte le forze antiprogressiste americane nel 1964, l’avvio di un cammino che contribuisca a completare la riforma del sistema democratico italiano. Nel centrodestra, insomma, va aperto un nuovo cantiere. Con lo spirito giusto, senza fingere di innovare perché tutto resti uguale. Si rimettano in discussione le identità, ci si liberi da questa gabbia infernale, le si giochi su un tavolo dove si contaminino e fecondino al fine di dare vita a una nuova alleanza, a una identità che superi gli antichi schemi e si proponga quale raccolta delle istanze emergenti – dai diritti dei popoli alle nuove povertà, dagli impatti climatici sui destini delle genti ai nuovi modelli di autorità e di libertà che si sperimentano spesso nostro malgrado, ai totalitarismi inediti generati dal pensiero unico al dialogo tra le culture, alla difesa di tutte le sovranità - coniugate con un sentimento della tradizione che non significa continuità politica, ma radicamento in un sistema di valori irrinunciabili. Le idee ci sono, il tempo fugge. Non è più consentito tapparsi le orecchie per non ascoltare «i domani che contano»

GENNARO MALGIERI

Vedi anche: Perché riscrivere il Novecento
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Nel giorno della Liberazione

Il giorno è per me triste, lo è sempre stato, anche da prima che avessi maturato uno specifico impegno politico. Mi sento triste in quanto cittadino. Da uomo semplice, non acculturato, non riesco neppure a capire il termine “liberazione”. Liberazione da chi? Dai Turchi? L’Italia non aveva un governo legittimo, una monarchia costituzionale che nell’ottobre 1922 diede un uomo chiamato Benito Mussolini l’incarico di formare un governo che fu chiamato Fascismo e che nel 1943 tolse di nuovo il mandato? Le vicende politiche sono quelle che tutti conosciamo. Ciò che ci distingue e ci divide è stato ed è il modo di valutarle. I governi che si sono insediati dopo la caduta del fascismo hanno condotto una fortissima e violenta opera di delegittimazione e criminalizzazione di almeno un ventennio di storia italiana nei quali gli italiani si erano riconosciuto o contro cui non si erano ribellati, nella misura in cui contro un qualsiasi governo insediato al potere ci si può ribellare. Tutti i regimi che si costituiscono non cadono mai per fatti di opinioni o per meccanismi elettorali. Può esserci un’alternanza di gabinetti o di cerchie di comando, ma non un vero e proprio rovesciamento di regime senza un fatto traumatico e violento, che può essere o una guerra civile o una sconfitta bellica.

L’Italia negli anni 1943-45 non ha avuto una Liberazione, ma una sconfitta bellica seguita da guerra civile: due disgrazie in una volta sola. Ciò detto, prevengo i miei prevedibili detrattori dicendo che non ho nessuna nostalgia per ciò che era prima di cui non faccio apologia. Non ero neppure nato e non potrei raffigurarmi un mondo che non ho visto e che posso ricostruire solo con leggendo libri ed interprendoli criticamente. Spesso dicono bugie per educare la mia mente in un certo modo ed orientare il mio spirito verso determinate direzioni. Il mio sentimento è quello che nasce dalla visione di un’Europa distrutta ed occupata da eserciti stranieri tanto ad Ovest quanto ad Est.

L’atteggiamento di ognuno di noi può essere classificato in base alla risponda ad una domanda semplice che non lascia scampo. Nel maggio 1945 l’Europa era distrutta o liberata? Nato nel 1950 io appartengo a quelli che sempre hanno percepito quello scenario che non ho visto con i miei occhi come una distruzione della patria europea. Contro gli imbecilli che sono Legione non ripeterò mai abbastanza che questo mio sentimento non va tradotto in termini politici nel senso di un favorevole a Hitler o Mussolini ed un apologeta dei campi di concentramento e di sterminio. No! Fascismo e nazismo sono per me esperienze politiche storicamente maturate in un arco cronologico delimitato, quindi definitivamente trascorse. Allo stesso modo in cui non si può richiamare in vita un cadavere così non si possono ripristinare governi storicamente cessati. L’uso dei termini fascista e nazista come insulto ed offesa può interessare l’etica e la morale, ma non ha significato politico. Quindi ogni riproposizione di fascismo e nazismo è antistorica come è impensabile un ristabilimento dell’Impero Romano con tutti gli istituti giuridici che lo caratterizzarono.

Altri hanno risposto al quesito dicendo che per loro l’Europa nel 1945 era stata liberata, ma sono quelli che hanno preso il potere e sono succeduti nei posti di comando che erano prima dei fascisti e dei nazisti. La loro legittimazione era direttamente proporzionale alla delegittimazione dei regimi precedenti. Spesso i titoli erano costituiti non da competenze tecniche di governo, o da particolari capacità professionali, ma soprattutto dall’essere stati chiari oppositori del regime precedente o soltanto perseguitati. Mi è capitato una volta di scoprire un caso di infimo ordine ma altamente significativo. Un povero disgraziato aveva falsificato carte ed aveva esibito falsi e compiacenti certificati medici per farsi passare come una vittima ed un perseguitato dal fascismo e poter così ottenere una pensione. La corte dei conti bocciò l’operazione, ma vi furono ricorsi. L’episodio è significativo per descrivere un’epoca non di alternanza al potere (ad esempio: da Berlusconi a Prodi e viceversa) ma di rovesciamento di regime ed arrembaggio nella conquista delle nuove posizioni e cariche di regime. Credo che ognuno possa fare innumerevoli esempi della nuova cultura ed etica politica che accompagnò la cosiddetta Liberazione.

Nel corso di una conferenza pubblica un amico intelligente diede una terza risposta al quesito: distrutta e liberata. Non negava cioè la realtà della devastazione che aveva colpito tutta l’Europa, compresi quei paesi come Francia ed Inghilterra che pensavano di aver vinto la guerra. L’Inghilterra dovette cedere l’Impero agli Usa e la Francia, che forse più di ogni altra aveva contribuito al nascere della seconda guerra mondiale, si trovò debellata dai nazisti già agli inizi della guerra. La sua partecipazione a fianco dei vincitori fu puramente morale. L’unico stato d’Europa a sentirsi vincitore fu l’Inghilterra, ossia il più antieuropeo dei suoi Stati almeno fin dai tempi dell’Invincibile Armada, quando nel 1588 Filippo II tentò uno sbarco che se fosse riuscito avrebbe risparmiato all’Europa tanti lutti. Ma la storia non è fiction televisiva e qui dobbiamo rigorosamente fermarci. Non senza però rilevare una costante antieuropea dell’Inghilterra, i cui effetti non sono facilmente valutabili ma che tuttavia non possono ritenersi irrilevanti o fantastici. Già per la prima guerra mondiale si è voluto addossare alla Germania la responsabilità della guerra, ma io credo che bisogna guardare all’Inghilterra.

La risposta che diede allora il mio amico Giulio, che non sento da anni, mi fece riflettere a lungo. Non mi convinse e non mi convince. Liberata da cosa e da chi? Chi è stato il Liberatore? La “liberazione” è stata gratis et cum amore? Nessuna contropartita politica è stata da allora pagata? Abbiamo oggi lo stesso “peso” politico che come Europei avevamo prima? L’odierna Unione Europea è qualcosa di molto diverso da un supermercato o da un’unione doganale? Cosa vuol dire la formula Stati Uniti d’America e d’Europa che non solo quel mattacchione di Pannella mette in giro, ma che è stata pure avanzata dalla Merkel in visita negli Usa? Non è forse la definitiva annessione delle terre conquistate in Europa all’Impero americano? Il processo di Liberazione iniziato nel 1945 non è lo stesso che oggi si va esportando in Medio Oriente? Ecco io concludo la riflessione odierna con questi quesiti che lascio senza risposta.

martedì, aprile 24, 2007

Una società che sa dove andare, se la si lascia andare

Ricevo:
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http://primopiano.totustuus.info/
B. XVI: Una società che perde la direzione, non sa più dove andare
Una società nella quale la coscienza cristiana non vive più, perde la direzione, non sa più dove andare, che cosa si può fare e che cosa non si può fare, e finisce nel vuoto, fallisce. Solo se la coscienza viva della fede illumina i nostri cuori, possiamo anche costruire una società giusta. Non è il Magistero che impone dottrine. È il Magistero che aiuta perché la coscienza stessa possa ascoltare la voce di Dio, la coscienza stessa possa conoscere quanto è bene, che cosa è la volontà del Signore. È solo un aiuto affinché la responsabilità personale, nutrita da una coscienza viva, possa realmente funzionare e così contribuire a far sì che la giustizia sia realmente presente nella nostra società: la giustizia al proprio interno e la giustizia universale per tutti i fratelli nel mondo di oggi. Oggi non c'è solo la globalizzazione economica: c'è anche la globalizzazione della responsabilità; questa universalità, per cui tutti siamo responsabili di tutti..

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Commento:


Questa società sa dove andare, ma se non lo sapesse Papa Ratzinger men che meno potrebbe dirglielo. Abbiamo appreso in questi giorni che il nutrimento spirituale di Joseph Ratzinger, oggi monarca con il nome di Benedetto XVI, si è nutrito degli scritti e del pensiero di Agostino di Ippona, fatto “santo”, di cui un ex-sacerdote e teologo ha tracciato questo ritratto:

«Era un uomo piccolo che ricordava un uccello, con grandi occhi profondi, e aveva circa trentasei anni, quando arrivò nella cittadina portuale brulicante di gente. Vestito di una rozza tunica grigia, si era diretto a piedi verso nord, lungo il rettilineo della strada romana lastricata, attraverso una terra senza alberi ma ricca di campi di grano. Noto come il Grande Peccatore, si gloriava di quel titolo…

Era un convertito, ma entro breve tempo citazioni dalle sue Confessioni sarebbero state sulla bocca di tutti…

Il sesso era la sua mania…

I suoi ammiratori dicono che dopo la conversione era puro spirito, ma la verità è che non riuscì mai a scrollarsi di dosso la carne. Nutriva una profonda sfiducia nei suoi confronti ed un odio che non riusciva mai a dissimulare del tutto. Le sue esperienze sessuali si erano limitate ad amori illeciti da cui trasse un senso di colpa e di infelicità; successivamente, in seguito a chissà quali estrapolazioni, caricò il sesso, anche quello praticato nel matrimonio, di malvagità e peccato.


“Nulla”, scrisse nei Soliloqui, “ha il potere di trascinare tanto in basso lo spirito di un uomo quanto le carezze di una donna e quel rapporto fisico che fa parte del matrimonio”. Per paura, ricordando gli errori del passato, non permetteva mai alle donne di mettere piede in casa sua o addirittura di parlargli se non in presenza di testimoni; non faceva eccezioni neppure per la sorella maggiore. La continenza era il principio del servizio al Signore, ma egli la vedeva sotto una luce rigoristica. La sacra fontana della vita, diceva, era sempre inquinata dalla lussuria (libido) anche nel lindo giardino del matrimonio. La sua convinzione che gli appetiti sessuali siano per natura peccaminosi divenne la grande tradizione della Chiesa.

Dopo la Caduta, l’uomo è stato attaccato nel suo punto più vulnerabile, il sesso, che persino nel matrimonio è viziato dalla lussuria; è la punizione principale e inevitabile della colpa di Adamo; la lussuria può essere giustificata soltanto dal desiderio di procreare, ma in assenza di quel desiderio, il peccato veniale della lussuria nel matrimonio si trasforma in un peccato mortale contro il matrimonio stesso. La coppia si “prostituisce” e il matrimonio diventa un adulterio sistematico.

In numerosi sermoni Sant’Agostino insiste: “Mariti, amate le vostre mogli, ma castamente. Indulgete al richiamo della carne soltanto nella misura necessaria alla procreazione dei figli. Poiché non potete generare figli il altro modo, dovete abbassarvi ad essa contro la vostra volontà, perché è la punizione di Adamo… Un uomo dovrebbe anelare a quell’abbraccio in cui non può esistere più la corruzione”.

Magari una coppia potesse avere figli senza la sordidezza del sesso, se possibile pregando assieme in ginocchio! Secondo Sant’Agostino, un uomo tra le braccia della moglie dovrebbe concentrarsi gelidamente sul figlio e anelare al Paradiso mentre l’abbraccia come una statua.

Ciò spiega perché lodasse la verginità, immune dalla lussuria che disonora persino lo scopo legittimo del matrimonio. Un individuo mantenutosi vergine è più vicino a Dio, perché si è allontanato dai peccati inevitabili del matrimonio. È difficile capire come possa considerare il matrimonio una cosa buona quando gli atti tipici che lo contraddistinguono sono ineluttabilmente un male.

Nel ventesimo secolo il trattato di Sant’Agostino sul Matrimonio risulta sgradevole per la sua rozzezza e la sua profonda incomprensione dell’essenza della sessualità. Ecco il suo principio fondamentale: il rapporto sessuale nel matrimonio è buono e legittimo soltanto allo scopo di avere figli; per qualsiasi altra ragione, è un peccato».

Questo è stato il nutrimento intellettuale e spirituale di Joseph Ratzinger, che oggi come Benedetto XVI vuole orientare gli uomini di tutta la terra su come devono vivere. Se si considerasse Joseph Ratzinger alla stregua di un qualsiasi Antonio Bianchi o Mario Rossi, gli uomini ad incominciare dagli stessi cattolici potrebbero imparare a vivere meglio. Invece, la televisione di Stato lo vuole già Assunto in cielo ancora prima del trapasso e non cessa di aggiornarci su ogni suo respiro, su ogni sua parola, su ogni sua santa sciocchezza. Anche la devozione del più sincero cristiano o il rispetto del più benevolo e tollerante fra gli uomini non può che essere messo a dura prova.


Di ritorno dalla solita libreria Feltrinelli sotto casa sono rimasto impressionato dal vedere una pila di almeno un metro cubo di esemplari del recente libro di Benedetto XVI su Gesù di Narareth, propagandato dalla televisione di Stato in tutti i telegiornali, cosa che non viene fatta per ben altri libri che non hanno il favore del potere. Non ho però visto gente a fare la fila per comprarlo. L’offerta del venditore è tuttavia massiccia, segno che è prevista una forte domanda. Ratzinger ha fatto sapere su tutti i giornali e i media che la critica del libro è libera, non essendo stato scritto ex cathedra e quindi sotto il dogma dell’infallibilità papale, sancita dal Concilio Vaticano I del 1870. Insomma, non si va all’Inferno se si critica il papa. In ogni caso non comprerò il libro. Non lo leggerò. Ne ho sfogliato qualche pagina. Indubbiamente, Joseph Ratzinger sa scrivere ed ha la competenza per scrivere un libro su quel soggetto. La mia possibile critica, a prima vista e senza proposito di ulteriore approfondimento è una sola: non vedo nessuna relazione fra il Gesù di Nazareth quale a tutti noto ed il papa che siede sul seggio che si dice fu di Pietro. Vedo soltanto un formidabile Palazzo del potere, uno spaventoso intreccio di privilegi ed un’incredibile oppressione delle coscienze, seguito da un ottundimento delle intelligenze, il tutto basato su quella che Tacito già ai suoi tempi chiamava una “perniciosa superstizione”. Esagero? Proviamo a leggere insieme questo passo del capitolo 22 del Vangelo di Matteo:

15Allora i farisei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi. 16Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: "Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. 17Dicci dunque il tuo parere: È lecito o no pagare il tributo a Cesare?". 18Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: "Ipocriti, perché mi tentate? 19Mostratemi la moneta del tributo". Ed essi gli presentarono un denaro. 20Egli domandò loro: "Di chi è questa immagine e l'iscrizione?". 21Gli risposero: "Di Cesare". Allora disse loro: "Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio". 22A queste parole rimasero sorpresi e, lasciatolo, se ne andarono.
Che ve ne pare? I tempi sono un poco cambiati da allora. Il dilemma ed il tranello dei farisei è stato risolto semplicemente cambiando sulla moneta l’immagine di Cesare con quella del Papa, cioè con quella del Vicario e Successore di Cristo, ossia Pietro, ovvero i suoi successori dichiarati, di cui è per taluni teologi e chiese scismatiche è dubbio che abbiano a che fare con Gesù di Nazareth nel senso da loro professato. Ma di queste storie si diletti chi ne ha voglia. A me interessa come cittadino che il cattolicesimo non sia religione di stato e cessi un’ingerenza della gerarchia ecclesiastica nelle cose di Cesare, divenuta ormai una prassi così costante da assuefarsi ad essa come cosa ovvia e naturale.

lunedì, aprile 23, 2007

Le uova di madonna Fiammetta

Fresche di giornata Fiamma Nirenstein ha appena deposto a radio radicale le sue uova settimanali. Provo a riassumerne il loro contenuto informativo prima che si cancellino dal mio ricordo. Ha incominciato appunto con il “ricordo” dei 22.357 soldati israeliani caduti nella guerra arabo-israeliana che dal 1948 ancora arde in Medio Oriente. Solo verso la fine della trasmissione il suo benevolo Intervistatore Bordin gli ha fatto ricordare che il numero delle vittime e dei caduti arabi è incomparabilmente maggiore. Donna Fiammetta ha poi associato a queste vittime della sua parte israeliana il concetto di “eroismo”, qualità etica totalmente assente da parte araba, dove abitano crudeli assassini e quanto altro. Ha poi relazionato sulla situazione al confine con il Libano. Fiammetta si rammarica che i soldati Onu “parlano” con gli abitanti dei villaggi arabi, forse addirittura solidarizzano. Si è lamentata e scandalizzata per il fatto che dalla Siria giungono rifornimenti militari agli Ezbollah, ma anche irride sul fatto che malgrado tre o quattromila missili sparati siano stati uccisi solo poche decine di civili israeliani. Può ben dirlo! I civili arabi uccisi dalla superiore tecnologia israeliana sono incomporabilmente più numerosi. E loro sta bene in virtù della teoria etica dello scudo umano, già enunciata ed altrove illustrata. Mentre si lamenta degli appoggi della Siria agli Ezbollah donna Fiammetta trova del tutto naturale ed ovvio che un eguale appoggio debba essere fornito dagli Usa agli Israeliani. Sembra che per ragioni diplomatiche gli Usa non si vogliono scoprire di più in un appoggio ad Israele che è stato sempre costante nel tempo. Ora vogliono lasciar fare all’Onu. Donna Fiammetta riferisce sulla “delusione” o “disappunto” israeliano per questo nuovo corso della diplomazia americana. Per fortuna, non sono compromesse nuove forniture militari, così micidiali da indurre il Senato americano nello scorso anno a proibirle. Il divieto è stato tolto e le nuove armi saranno date ad Israele, che presumibilmente potrà usare contro l’Iran, se la situazione come si teme dovesse precipitare. Insomma, questa è l’informazione settimanale che Fiamma Nirenstein fornisce a radio radicale. In tutto questo a me continua a stupire la sfacciata prepotenza israeliana, la cui legittimità mi appare sempre più dubbia via via che aumentano le mie cognizioni storiche sul conflitto arabo-israeliano. Se proprio tutto il mondo arabo, ma proprio tutto, in cinquant’anni ed oltre non ha mai potuto stabilire relazioni di pace con Israele, io qualche dubbio me lo porrei. Non così donna Fiammetta. Pescando nelle mie cognizioni storiche, non ricordo un’instaurazione più violenta di un nuovo Stato: forse legale nel senso di un riconoscimento di fatto da parte di una serie di Stati, ad incominciare dagli stessi Usa, ma privo di legittimità in quanto condizione scaturente da diffuse concezioni e sentimenti di diritto e di giustizia. Se fossi un arabo, difficilmente potrei accettare il fatto compiuto delle armi. Ma sono un italiano e le mie indicazioni di politica estera ai politici in generale (tra cui Fini, Polito) ed a quelli in particolare, cui do il voto sono le seguenti: prendere le distanze da Israele e cercare la pace con tutto il mondo arabo. La nuova Europa non ha nulla a che fare e non deve avere a che fare con la politica imperiale statunitense-israeliana. Con la storia del terrorismo e baggianate simili è ora di finirla. Gli italiani non sono così fessi come i loro governanti pensano.

Altri post sempre riguardanti madonna Fiammetta:
– La faziosità in libreria: Fiamma Nirenstein è Israele!
– Fiamma Nirenstein: la propaganda in cattedra

domenica, aprile 22, 2007

Altra resa dei conti con Emanuele Ottolenghi

Versione 1.3

Di ritorno dalla solita Libreria Feltrinelli sotto casa ho infine acquistato il libro di Emanuele Ottolenghi, Autodafé, di cui ho già una sufficiente per aver partecipato alla sua presentazione al “Caffé Letterario” di via Ostiense. Erano Relatori, meglio Imbonitori, fra gli altri gli onn. Fini e Polito. Non ritenni allora di comprare il libro, ma mi ero riservato di farlo se ne avessi ravvisito la necessità. Così è ora, perché mi sono accorto che il libro fa parte di una strategia mediatica volta al coinvolgimento dell’Italia nell’escalation della guerra arabo-israeliana. Le guerre si preparano anche e non in modo marginale in un’attività propagandistica. Nel caso della guerra contro l’Iraq ci è stata propinata la bugia di Stato degli inesistenti armamenti di Saddam. Scoperta la bugia ed ammessa dagli stessi governi, non è stato costituito nessun Tribunale internazionale per processare i governi di acclarata menzogna. Qualcosa di analogo si va preparando per l’Iran, agitando lo spettro di un’atomica che Israele possiede da decenni senza che nessun governo abbia da ridire. Ottolenghi, Nirenstein, Panella, la squadra dei Corretti Informatori si muovono in questo piano di guerra. Di ognuno di essi mi occupo in distinte Sezioni. Se ne individuerò altri, aprirò apposite sezioni. Noi cittadini qualunque siamo oggetto della politica di lobbies ciniche e prive di scrupoli. Attraverso l’uso massiccio dei media le nostre menti vengono sottoposte ad una persuasione subliminale. In questo modo si trascinano i popoli alla guerra e li si gira e rigira a secondo di strategie elaborate a tavolino. Grazie ad un mezzo nuovo e rivoluzionario, Internet, io mi sono proposto di contrastare questi disegni, che non sono frutto della mia immaginazione, ma che invece vedo confermate da un chiaro intreccio ed una dichiarata concertazione, per cui non è fantastico parlare di un partito della guerra ebraico-interventista.




EMANUELE OTTOLENGHI

AUTODAFÈ
L’Europa, gli ebrei e l’antisemitismo
Prefazione di Magdi Allam
(Torino, Lindau, gennaio 2007, pp. 377)


Critica in progress della recente letteratura
filoisraeliana ed interventista
condotta da
Antonio Caracciolo



Sommario: Sez. I. Nirenstein: Israele siamo noi. – 1. «Sfido chiunque a dimostrare». – 2. «Israele è uno Stato del tutto legittimo». – 3. «Parlo dunque di noi». – 4. «scimmiottamenti della sinistra europea buonista». – 5. «il terrorismo liberticida e fascista». – 6. «la bomba atomica dell’Iran». – 7. «lo staterello di merda». – 8. «gli errori del passato». – 9. »mia nonna Rosina». – 10. «Non è estremamente interessante tutto questo?». – Sez. II. Panella: Fascismo islamico . – 1. «Abbiamo paura dell’Islam?». – 2. «nel 1933 in Germania a milioni votarono Hitler». – Sez. III. Ottolenghi: Autodafé. – 1. Magdi Allam. – 2. L’occasione. – 3. La sindrome della Kaparah. – 4. Ottolenghi storico del medioevo. – 5. Sez. IV. Informazione Corretta. – 1. Siamo tutti in pericolo. –

Letture correlate: Odifreddi – Losurdo – Canfora.

(Indice-Sommario in progress)

1.
«Magdi Allam»

Non mi sembra affatto difficile da criticare, “meticolosamente” criticare la Prefazione di Magdi Allam. Intanto cerchiamo di sapere qualcosa di lui. Chi introduce un libro spende la sua autorità a favore di quel libro. Deve cioè essere una persona autorevole per scrivere una Prefazione. Altrimenti si potrebbe chiedere al proprio portiere o al proprio barbiere di scriverci una bella Prefazione, che incrementi le vendite e orienti positivamente chi si accinge alla lettura del libro. Cerchiamo dunque di capire quale sia l’autorità di cui gode Magdi Allam e poi ci soffermeremo sui suoi argomenti. Una scheda su di lui la si può trovare in Wikipedia ed io stesso ho potuto più volte vedere le interviste televisive che spesso gli vengono fatte in qualità di “esperto”. Ma non ne resto convinto ed ho sempre trovato piuttosto fragili e di parte le sue dichiarazioni. Dal “Manifesto” attraverso “Repubblica” fino al “Corriere della Sera”, dove è editorialista e vicedirettore. Credo che sia questa la sua “autorevolezza”, ma che per me non è tale: con queste cariche sarebbe come dire “ministro della propaganda”. Circa gli attentati che avrebbe subito secondo quanto leggo nella scheda ha tutta quanta la mia solidarietà: uno cosa è criticarlo anche aspramente, altra cosa attentare alla sua incolumità. Sono un convinto assertore della non-violenza e vorrei che tutti i dibattiti possano svolgersi pacificamente. L’Italia non è un paese ufficialmente in guerra e ad ognuno dovrebbe essere garantita libertà di opinione ed incolumità personale. Vorrei essere tanto più chiaro su questo punto quanto più distanti possono essere le mie opinioni da quelle di Magdi Allam, la cui importanza ritengo vada individuata non già nella robustezza concettuale di ciò che afferma ma nella posizione che di fatto occupa al Corriere della Sera ed all’interno del sistema mediatico italiano, di cui molto si avvantaggia la lobby ebraico-interventista, se posso chiamarla così. Intanto, la posizione occupata da Magdi Allam frutta agli autori di libri una buona pubblicità. Come editore so bene a mia volta cosa ciò significa. Insomma, per Madgi Allam questo penso: la sua provenienza araba, il fatto di aver studiato in Italia, la sua facilità di poter accedere alle fonti arabe ne hanno agevolato grandemente la carriera giornalistica. Le sue opinioni corrispondono in buona parte a ciò che le forze politiche prevalenti desiderano ascoltare come espressione dell’opinione pubblica, ossia dell’opinione pubblicata in giornali come “La Repubblica” ed ancor più sul “Corriere della Sera”. Per quanto mi riguarda, ho appreso da tempo a distinguere fra opinione pubblica ed opinione pubblicata. Per poter esprimere le proprie opinioni bisogna avere la proprietà di un giornale o poterne disporre. Con i blogs, piccola cosa in sé, ciò non è più vero: ognuno può esprimere opinioni e valutazioni diverse da quelle di grandi quotidiano come il “Corriere della Sera”, di cui Magdi Allam è appunto “editorialista” e “vicedirettore”. Et de hoc satis!

2.
L’occasione

Passato dal Prefatore all’Autore cosa ti vado a leggere? Forse figlio o consanguineo della Ottolenghi che in internet ho trovato menzionata insieme ad altra superstite dell’Olocausto ho trovato insignito della più alta onorificenza della Repubblica, Emanuele dice di aver tratto occasione per scrivere il suo libro per aver partecipato da spettatore ad un episodio svoltosi «nell’estate del 2001, in un’aula afosa della London School of Economics». Se quella fu la ‘“genesi”, il libro ha avuto una gestazione di sei anni. Sarebbe come a dire che se anche per me l’occasione della presentazione del libro di Ottolenghi in via Ostiense alla presenza degli onn. Fini e Polito dovesse indurmi a scrivere un anti-Ottolenghi, dovrei impiegare ben sei anni a tale scopo. Manco per sogno! Già non volevo neppure comprare il libro! Figuriamoci poi ad andare oltre il tempo necessario alla sua diligente lettura, alla quale mi sobbarco allo stesso modo in cui una volta in Germania giudicai istruttivo la visita ad un museo della tortura. Mi limiterò soltanto a queste note estemporanee in costanza di lettura della fatica letteraria del giovane Emanuele, per lui certamente remunerativa. Ho appena terminato di leggere ben altro libro, per il quale non mi lamento del tempo impiegato. Mi riferisco al libro di ben altro ebreo che non Emanuele Ottolenghi, cioè Norman G. Finkelstein, autore de L’Industria dell’Olocausto, che nell’appendice del febbraio 2004 termina con parole indirizzate alle élite ebrache americane: «Lasciarle crogiolare nelle loro convinzioni non è la risposta: vanno fermate». Ed è proprio ciò che anche noi dobbiamo fare con le comunità ebraiche italiane, che pensano di poter sopraffare tutti gli italiani, come è avvenuto nell’assalto squadristico di Teramo.

Gli avversari di Ottolenghi sono del resto proprio quegli ebrei che come Finkelstein non ne vogliono sapere di identificare il loro essere ebrei con la realtà dello stato e della politica di Israele. Questi sono per gli Industriali dell’Olocausto i peggiori nemici, sui quali non possono rivolgere i fulmini della giustizia penale da loro asservita, potendo solo imputare loro come “oscenità” quelle stesse cose che per un non ebreo costituiscono manifestazione di “antisemitismo”. Gli avversari di Emanuele erano in quell’occasione «un gruppo di intellettuali ebrei londinesi, guidati da un produttore di nome Michael Kustow» (p. 9) che avevano organizzato la proiezione di un film documentario, seguita da un dibattito. La loro colpa consisteva quella sera nel «proclamarsi ebrei e poi, in nome della loro peculiare definizione d’ebraismo, a denunciare Israele e affermare la loro ostilità profonda nei suoi confronti non per le sue politiche ma per il suo stesso esistere». Così racconta Emanuele che però dice: «non ho espresso parola e, uscito dopo più di quattro ore di film e ripetuti atti di autodenuncia e mea culpa pubblici, non ho più smesso di pensare alla serata appena trascorsa» (p. 10-11). Ed ecco la sua vendetta dopo tanti anni: il Libro! Fu timidezza, viltà la sua?

Mi piace ricordare la mia analoga situazione alla presentazione del libro di Ottolenghi. Ne esiste la registrazione nell’archivio di radio radicale, dove venne pure registrato il mio intervento. Ne darò il link, appena fatta la ricerca. Non ebbi io la stessa timidezza di Emanuele. Ero solo in mezzo ad una netta maggioranza di ebrei romani con tipico copricapo. Anche io potevo essere scambiato per un ebreo o per un simpatizzante. Quanto fu concesso al pubblico la parola, fui il primo ad alzare la mano e così esordii: «Sono capitato nel posto sbagliato. Non ho mai sentito tanti pregiudizi in una volta. Ma mi cavo di impaccio con una domanda rigorosa…». E così via. Non ripeto qui cose raccontate altrove. Mi soffermo invece su un dato generale tratto dal libro di Finkelstein, che non vedo neppure citato nell’indice dei nomi degli autori trattati e discussi nel testo, mentre alla lettera F trovo un Frattini Franco, una grande mente ed una grande autorità. Nel raccontare come la maggior parte dei soldi estorti alla Svizzera, alla Germania, all’Austria non finirono a risarcire le vittime, ma nelle tasche degli avvocati e delle organizzazioni ebraiche, il cui compito consiste nel produrre quella pubblicistica a cui in buona parte si richiamano i firmatari di Appelli e manifestazioni filoisraeliani. Ignoro se il libro di Ottolenghi sia stato finanziato, ma rientra comunque in una siffatta pubblicistica di nessun valore scientifico (Magdi Allam dice che il libro è uno “studio meticoloso”: studio di che?!) come dimostra il fatto stesso che non abbia discusso criticamente un contributo essenziale sul tema come quello di Finkelstein, già uscito quando nell’estate 2001 il giovane Ottolenghi si trovava a Londra. Cosa dunque ci racconterà nelle pagine che seguono? Vediamo!


3.
La sindrome della Kaparah

La chiave di lettura dei profondi contenuti del libro di Emanuele Ottolenghi, costato tanti anni di studio e di risentimento antikustoviana, sembra la si colga nella Premessa. L’avvio sui sondaggi è di una superficialità che mette a dura prova la pazienza del lettora, cosa di cui si accorge l’autore stesso: «Non sembra necessario né utile tediare a questo punto il lettore…». Il fastidio è ciò che prova invece il lettore che si chiede cosa voglia dimostrare l’Autore di un simile libro, che in realtà si colloca in una letteratura di fiancheggiamento in Italia della politica israeliana. In questi momento si sta consumando la guerra civile palestinese, con Gaza che si separa dalla Cisgiordania e Israele che si chiede se può o non può «ridurre alla sete i palestinesi». Sono 380 pagine di banalità che tentano di dare consistenza alle tesi iniziali della premessa. Tra queste vi è la “sindrome della Kaparah”. Cosa è? Nella religione ebraica la Kaparah è l’espiazione della colpa, concetto presente nell’ebraismo e passato pure nel cristianesimo, che con il Messia avrebbe portato la Redenzione. Il “peccato” è concetto centrale del cristianesimo come dell’ebraismo. Giustamente, Augusto Del Noce ha individuato la vera radice dell’ateismo moderno proprio nel rifiuto dello status naturae lapsae, il peccato. Se non vi è peccato, non vi è nessun bisogno di un Redentore che ci redima e la religiosità può assumere altre forme. Ma vediamo questi concetti come si muovono nella testa di Emanuele Ottolenghi.

Egli dice in sintesi: fino ad oggi gli ebrei sono stati ossessionati dal senso di colpa, dal loro bisogno di farsi perdonare, dalla necessità di abiurare la loro fede e identità, ecc. Basta con il senso di colpa. Non siamo colpevoli di nulla. È l’ora della riscossa e del riscatto, che ha un nome: Israele! Pertanto, tutti gli Ebrei che siano tali devono stare dalla parte dello Stato di israele, qualunque cosa esso faccia. Il nuovo ebraismo si chiama Israele, cioè uno stato sorto nel turbinio politico che sappiamo e che costituisce un fattore permanente di conflittualità con il mondo arabo, con tutto il mondo arabo. Emanuele prosegue poi con un tono non meno irritante e fazioso, quando ad esempio trattandosi di territori “occupati” da Israele, egli invece corregge con territori “contesi”. Il linguaggio di Emanuele è di una faziosità davvero unica: insultante, offensivo, delegittimante tutte le volte che si riferisce ai palestinesi ed agli arabi, apologetico e sacralizzante tutte le volte che parla di Israele e della sua politica.

Ma la verità sulla colpa è un’altra. La dico con parole non mie, ma di Carl Schmitt che nei suoi diari usciti postumi scriveva in data 16 novembre 1947: «Vivere della colpa altrui è il modo più basso di vivere a spese degli altri». Schmitt prosegue con un’altra frase profestica che ben si adatta agli industriali dell’Olocausto: «Vivere di ammende e tangenti è il modo più ignobile di fare bottino». E di bottino ne hanno fatto tanto, ma non basta mai. Vogliono vivere in eterno di rendita sulle colpe altrui, non sulle proprie. La verità è esattamente il contrario di ciò che Emanuele si raffigura. L’immensa retorica sull’Olocausto, o meglio la religio holocaustica, è volta alla distruzione politica e culturale di ogni identità europea. Con una parte dei soldi del bottino gli Olocaustici hanno creato un formidabile apparato di lobbing, di cui il libro dello stesso Emanule è un’espressione. Egli stesso cita nei “Ringraziamenti” l’elenco di queste istituzioni industriali, ai cui finanziamenti è probabile abbia attinto, o per lo meno ha ricevuto tutti quegli appoggi che in genere sono necessari per far decollare una carta stampata in forma di libro. Quindi, la verità della colpa è esattamente all’incontrario di come Emanuele la mette. Non se ne può più di monumenti alla memoria, di piazze e monumenti tutti monomaniacamente volti a trasmettere, ad educare, ad ottundere le nuove generazioni con una particolarissima e perniciosissima ideologia. Ma ecco che esprimere una simile insofferenza diventa una manifestazione di antisemitismo, secondo l’ideologia industriale! Contro la malafede altrui ben altro che le parole ci vogliono, anche se quella delle parole è una guerra che non bisogna mai stancarsi di combattere. Già lo facevano le scimmie, quando ancora non conoscevano il linguaggio. Basta gridare più forte. Esattamente quello che tentano di fare gli Ottolenghi, Nirenstein, Panella, Magdi Alla, i Corretti Informatori. Sono loro gli “spettri” che si aggirano per l’Europa, insieme ai loro compagni d’oltre Atlantico. Hanno stremato l’Europa succhiandone i denari e non sono ancora sazi. Vogliono adesso spingere tutti i popoli d’Europa in guerra contro tutto il mondo arabo. Se recalcitrano, ecco che tornano ad essere Antisemiti, cioè i Reprobi della storia. I moderni ebrei hanno avuto il fiuto imprenditoriale di trasformare una tragedia in un affare economico e politico. Naturalmente, l’affare deve essere mantenuto redditizio con la produzione di una particolare propaganda, con la costruzione di un’appropriate e funzionale ideologia, che deve ricreare ad ogni pie’ sospinto l’antisemita anche quando non ve ne è traccia. Se manca l’antisemita, cessano gli introiti e molti che sull’antisemitimo campano rischiano di restare disoccupati.

4.
Ottolenghi storico del medioevo

Un altro esempio infelice Emanuele Ottolenghi lo trae dal titolo stesso che ha scelto per il suo libro: Autodafé. Cosa è un autodafé? Lo si può leggere in Wikipedia. Qui basta dire che si tratta di un istituto di storia medievale, di cui si occupa sul serio l’Ariel Toaff, autore ebreo di un libro, Pasque di sangue, assolutamente non gradito dalla comunità ebraica italiana, tanto da indurre il suo autore a ritirare il libro dal commercio. A sostituirlo come storico ufficiale del medioevo la comunità ebraica romana fa ora scendere in campo Emanuele Ottolenghi, appunto con il suo Autodafé, dove è possibile essere guidato nei meandri della storia medievale con mano sicura e soprattutto sicura dottrina da un Emanuele Ottolenghi. Fino a pagina 53 non ci si allontana di molto dall’anno 2000 dell’Era Volgare, come anche l’ebreo Ottolenghi dice in pieno accordo con il non cristiano Giorgio Odifreddi.

Naturalmente, il titolo del libro è falso ed arbitrario quanto tutto il suo contenuto. Curiosamente l’Autore non si accorge, o forse si illude che ad accorgersene non siano i lettori, che il libro è intriso di fondamentalismo ebraico. Il fondamentalismo lo si rimprovera ai musulmani per disarmare la loro volontà di resistenza ad una colonizzazione violenta e sistematica del loro territorio, ma uno stesso fondamentalismo religioso è alla base della dottrina di autolegittimazione della conquista violenta delle terre abitate ed occupate dalle popolazioni palestinesi oggi ridotte allo stato di profughi e destinati a fare la fine dei nativi d’America, se i fattori in gioco non fossero diversi.

A ben vedere Israele non può invocare motivi diversi da quelli di ordine religioso. Già nel Vetero Testamento (per i cristiani) o la Torah (per gli Ebrei che non ammettono nessun Nuovo Testamento), la terra abitata da altri (Cananei...) fu Promessa agli Eletti con licenza di uccidere e sterminare quanti già vi abitavano. Questa la sublime religione di cui si nutrono gli Eletti. Se le cose stanno così, e temo che stiano proprio così, non vedo cosa vi sia da stupirsi se nel corso dei millenni gli Ebrei non si siano guadagnate la simpatia dei loro vicini. Ed in effetti, come lo stesso Ariel Toaff avverte nella sua Prefazione, gli ebrei non sanno concepire la loro storia se non come storia dell’antisemitismo, come come storia di tutti quelli che nel corso di almeno tremila anni ce l’hanno avuto con loro. La simbologia della Pasqua ebraica ha alle sue origini l’angelo sterminatore, che passava ad uccidere ogni primogenito degli egiziani, risparmiando le sole case degli Ebrei. Questa la religione di Emanuele Ottolenghi! Se la tenga bene stretta e ce la risparmi a noi poveri e fieri miscredenti, anzi “idolatri” secondo la terminologia teologica ebraica.

Confermo qui ciò che ho detto ad un giornalista alcuni giorni fa. Oggi non esiste nessun antisemitismo in circolazione anche perché la società si è ampiamente secolarizzata. Un ebreo non è in alcun modo “invidiato” per la sua pretesa superiorità religiosa o morale. La sua religiosità non è in alcun modo attrattiva e non vi è il rischio che faccia proseliti. Che io sappia, non ne ne ha mai fatti. Se l’antisemitismo del passato ha avuto una matrice cristiana e cattolica, oggi corrono rischio di esistenza lo stesso cristianesimo e cattolicesimo. Anche io vado in Chiesa, quando serve, ma so bene cosa penso, mentre il prete recita le sue formule. Quindi, non può esservi un antisemtismo di matrice religiosa. Meno che mai un antisemitismo di matrice razziale. Nel mondo globalizzato le razze si mescolano come mai è prima avvenuto nella storia umana. Per trovare forme recenti, post belliche di razzismo, bisogna andare negli Stati Uniti, dove Martin Luther King non era un acchiappatore di farfalle. Il razzismo era e probabilmente lo è ancora fortemente radicato in quella che Pannella chiama “la più grande democrazia del mondo”, dove a votare va un’infima minoranza. I più giudicano il loro voto una cosa priva di importanza nella distribuzione di un potere, che si trova in buona parte nelle mani di una lobby ebraica: rinvio alla lettura di Norman G. Finkelstein. L’unico antisemitismo che esiste è quello che torna utile agli Industriali dell’Olocausto ed alle loro Filiali italiane.

5.
Stupidi sondaggi

Esiste una strana associazione, che si intitola: ADL, cioè Anti-Defamation League. Che roba è? Un’Associazione ben fornita di mezzi finanziari il cui scopo è all’incirca di andare a leggere le scritte sui muri, fogne comprese, in tutto il mondo dove vi siano scritte contro gli ebrei, l’ebraismo, Israele. Stabilito in modo insindacabile e senza contraddittorio cosa sia antisemitismo, si procede quindi con stupidi sondaggi in tutto il mondo per monitorare l’antisemitismo esistente nel mondo e quindi invitare i rispettivi governi ad adottare le opportune misure repressive. Infatti, come nota Emanuele: …l’antisemitismo ha perso la sua rispettabilità sociale ed è stigmatizzato (oltre che punito come reato)… , ed è quindi rischioso lasciarsi andare a scatti d’ira. Si pone il classico dilemma se l’antisemitismo ha perso la sua “rispettabilità sociale” perché è “punito come reato” o se è “punito come reato” perché ha perso la sua “rispettabilità sociale”. Fatto sta che se un Polentone mi offende chiamandomi “terrone” non esiste un reato di “antimeridionalismo” e così via. Da emarginati gli ebrei sono diventati nelle nostre società dei veri e propri privilegiati, godendo di protezioni e diritti di cui altri non godono affatto. E parlo perfino di quegli zingari che morirono nei Lager insieme con gli Ebrei. Non esiste in Berlino una piazza monumentale dedicata allo Zingaro Trucidato, o all’Omosessuale Cremato, e così via. In realtà, non vi è chi non si accorga che gli ebrei sono passati da una remota discriminazione subita insieme a molti altri ad un regime di privilegio per loro soltanto. Se ad uno vengono in mente queste cose, è facile che venga tacciato di antisemitismo.

Insomma, fino a pagina 53 del libro mi tocca sorbirmi gli stupidi ed insulsi sondaggi della Lega Antidiffamazione, che non dimostrano nulla e che sono del tutto arbitrari. La Lega non ci dà una definizione di cosa sia questo benedetto antisemitismo, ma va in giro a fare domande, sondaggi, uno più stupido dell’altro. Sarebbe a dire come se Einstein anziché elaborare la sua teoria della relatività e quindi a sforzarsi per spiegarcela, andasse in giro a fare sondaggi sulla relatività, su come la gente percepisce la relatività, se sa cosa è la relatività, se ritiene che siano meno o più importante della concezione tolemaica dell’universo, e così via. Questo è l’esordio del libro di Emanuele Ottolenghi, di cui finora si è potuto capire solo il livore contro l’ebreo Kustow e gli altri ebrei londinesi e non filoisraeliani, riuniti in Londa in un’afosa estate. Sarà duro arrivare all’ultima pagina, ma berrò tutto il calice!

(segue)

sabato, aprile 21, 2007

Una resa dei conti con Carlo Panella

Versione 1.1

Da qualche tempo mi sto dedicando alla lettura di libri di attualità politica. Ho risolto le prevenzioni iniziali che mi facevano ritenere questo genere di occupazione una perdita secca di tempo. Ogni cittadino dovrebbe invece interessarsi del suo presente e del suo paese. In fondo, l’opera di Carl Schmitt, Posizioni e concetti, che ho impiegato anni a tradurre in italiano, non è che una riflessione, attualissina, sugli eventi politici europei dal 1923 al 1939. E perché non anche io, nel mio piccolo, posso tentare di decifrare il mio tempo ed il mio paese? Non mi piace in effetti lo spettacolo che offrono i politici di professione e le loro aggregazioni politiche. La voglia di fuggire altrove con la mente è grande. Ma sarebbe un errore e non si risolve proprio nulla autoemarginandosi: si lascia libero il campo ad altri che non riteniamo necessariamente migliori di noi. Per venire a Carlo Panella mi era del tutto sconosciuto fino a qualche mese fa. Ne ho sentito la voce e ne ho visto anche il volto attraverso la radio e la televisione. Adesso ho anche comprato un suo libro, che già nel titolo non mi piace affatto. Non direi sia molto diverso da quello di Fiamma Nirenstein, di cui mi sto occupando in un altro post. Le posizioni politiche mi paiono le stesse e ne tratterò insieme come capitoli diversi di uno stesso saggio sulla politica filoisraeliana: Ottolengi, Nirenstein, Panella fanno parte di una lobby ebraica, il cui scopo è di orientare l’opinione pubblica italiana in una guerra contro il mondo islamico ed a fianco di israele. Trovo per nulla condivisibile un simile obiettivo e per quanto è nelle mie possibilità tento di contrastarlo. Ciò premesso, procederò ad una lettura sequenziale del libretto appena comprato. Con una serie di links interni ed esterni collegherò queste diverse letture-recensioni come se fossero un unico libro ipertestuale. Mi resta da spiegare il titolo di questo post. “Resa dei conti” non ha nulla di personale o di bellicoso. È una reminiscenza delle mie vecchie letture dei pensatori della sinistra hegeliana, quando per studiare il pensiero di un altro si diceva “resa dei conti”. Panella ha voluto scrivere un libro, dal titolo provocatorio. Il libro è cosa pubblica. A meno che io non voglia fare una scelta di “ignoranza”, Carlo Panella mi ha disturbato nella mia quiete e mi costringe a prendere visione del suo libro ed a misurarmi con i concetti e le tesi in esso contenuti. Avrei potuto impiegare il mio tempo in una salutare passeggiata, ma lui mi tiene ormai impegnato ed ecco dunque la necessità di una “resa dei conti”.

CARLO PANELLA

FASCISMO ISLAMICO
Perché l’Iran minaccia la libertà dell’Occidente
(Rizzoli, marzo 2007, p. 204)

Critica in progress della recente letteratura
filoisraeliana ed interventista
condotta da
Antonio Caracciolo


Sommario: Sez. I. Nirenstein: Israele siamo noi. – 1. «Sfido chiunque a dimostrare». – 2. «Israele è uno Stato del tutto legittimo». – 3. «Parlo dunque di noi». – 4. «scimmiottamenti della sinistra europea buonista». – 5. «il terrorismo liberticida e fascista». – 6. «la bomba atomica dell’Iran». – 7. «lo staterello di merda». – 8. «gli errori del passato». – 9. »mia nonna Rosina». – 10. «Non è estremamente interessante tutto questo?». – Sez. II. Panella: Fascismo islamico . – 1. «Abbiamo paura dell’Islam?». – 2. «nel 1933 in Germania a milioni votarono Hitler». –



Letture correlate: Odifreddi – Losurdo – Canfora.

1.
«Abbiamo paura dell’Islam?»

La mia risposta è: no! e differisce da quella di Carlo Panella che è invece: si! Aggiungo che ho più paura del cattolicesimo e dell’ebraismo di casa nostra che non dell’islamismo di casa altrui. Non so se Carlo e donna Fiammetta si conoscono, ma la cosa non mi stupirebbe. Trovo notevoli somiglianze fra i due libri. Mi irritano già dal titolo. Per giustificare il suo “fascismo islamico” Panella si avvale di una citazione in epigrafe tratta da Umberto Eco, che è scrittore di grande successo, dal quale tuttavia non andrei a lezione per apprendere cosa è il fascismo. Ma riportiamo per intero il passo di Eco:

C’è una componente dalla quale è riconoscibile il fascismo allo stato puro,
dovunque si manifesti,
sapendo con assoluta certezza
che da quelle premesse non potrà venire che “il fascismo“,
ed è il culto della morte.


Umberto Eco come Aristotele, del quale si diceva: ‘Ipse dixit’ e la questione era risolto. Non vi era più nulla da discutere e da indagare. Fosse stata almeno una citazione da Renzo De Felice, che ha speso tutta una vita di lavoro per capire e spiegare cosa è stato il fascismo, avrei potuto dire che Carlo Panella si è appigliato ad una buona autorità. Ma Umberto Eco, che posso invidiare per il suo successo mondano, mi lascia alquanto indifferente nella formazione delle mie opinioni e delle mie tesi scientifiche. Fascismo e nazismo sono problemi storiografici non agevoli da affrontare. Di Carlo Panella, a me del tutto sconosciuto fino a qualche mese addietro, leggo che di mestiere è stato “commentatore parlamentare per Videonews-Mediaset” e poi che «collabora con il quotidiano “Il Foglio” come esperto di crisi mediorientale e di questione islamica». Non è dichiarato altro e se solo questi sono i suoi titoli vi sarebbero sufficienti ragioni per non occuparsi più di lui e fare la passeggiata di cui prima parlavo. Del resto, voglio giudicare la persona per le cose che scrive e non per ciò che è, ossia per la posizione sociale e corporativa che occupa.

La citazione di Umberto Eco è tipicamente letteraria, buona per scrivere romanzi e poesie, da cui magari trarre sceneggiati per film di successo. Non credo che sia di aiuto a capire alcunché. Il “culto della morte”? Ed allora anche gli Etruschi erano dei fascisti? E che vuol dire il culto della morte? Il culto dei Penati? Ed allora ognuno di noi è un fascista. Il disprezzo del pericolo che può diventare perfino culto della morte? E di che pasta sono gli eroi che noi onoriamo come tali? No, mi pare che sia un’autentica sciocchezza letteraria di nessuna utilità in sede scientifica. Ma Panella da qui prende avvio. Personalmente, preferisco considerare il fascismo come quel movimento politico che nacque in Italia nel 1922 e terminò in Italia nel 1945. Fuori di questo ambito cronologico e geografico l’uso del termine è “con assoluta certezza” fantastico e metaforico. Del resto, se proprio vogliamo servirci di metafore, allora di fascismo si può parlare a maggior ragione per lo Stato Ebraico quale esce dai suoi testi religiosi. Lo sterminio dei Cananei e di altri popoli antichi non è propriamente qualcosa di edificante. Odifreddi ha usato con gli Ebrei la stessa libertà di cui si serve Carlo Panella con gli Arabi.

2.
«nel 1933 in Germania a milioni votarono Hitler»

Appunto! Lo votarono ed il nazismo ebbe una legittimazione che gli israeliani di oggi hanno soltanto dagli USA e da una raccogliticcia commissione ONU che nel 1948 sanciva insieme con la creazione di Israele di un altro Stato palestinese, che non ha mai visto la luce. Da qui si riconosce la faziosità delle tesi di fondo di Panella, tesi al tempo stesso semplici e rudimentali. Intanto una prima obiezione al testo virgolettato. Cito a memoria, non avendo i testi a portata di mano, ma sono abbastanza sicuro di quel che dico. I regimi cosiddetti totalitari, e dico “cosiddetti” per il solo fatto che considero inadeguata l’espressione “totalitario” per indicare in genere regimi diversi l’uno dall’altro: bolscevismo, fascismo, nazismo, che meriterebbero analisi distinte ed approfondite se non vi fosse sopra di essi una cappa demonica che che impedisce ancora oggi uno studio soddisfacente, simili regimi detti totalitari non furono privi di un loro vasto consenso. Senza nessun consenso non avrebbero potuto reggersi sulla base del solo terrore. O almeno io non lo credo. Quanto poi a terrore io neppure credo che noi oggi ne siamo immuni. Libri come quelli di Panella, Ottolenghi, Nirenstein, Magdi Allam sono libri terroristici in quanto crimilalizzano qualsiasi atteggiamento critico di Israele. Episodi come quelli di Teramo, non di Teheran, in occasione di un’impedita conferenza di Faurisson sono fenomeni prettamente fascisti o nazisti nel senso impiegato da Panella e suoi compari. Ma veniamo punto. Mi hanno riferito di una conferenza fortemente osteggiata in Torino, patria e dominio intellettuale di Brunello Mantelli, dove anni addietro non un revisionista e negazionista, ma un ortodosso storico tedesco ebbe a rivelare alcuni dati che mandarono su tutte le furie chi queste cose non voleva ascoltare. Con un colpo solo Hitler aumentò a tutti in misura considerevole la magra pensione e contemporaneamente fece pagare le tasse ai capitalisti. Günther Krauss, discepolo di Schmitt, narra nei primi anni del nazismo furono realizzate molte di quelle cose che la repubblica di Weimar non seppe, non volle, non poté realizzare. Pertanto, non vi era nessun motivo per non tributare ad Hitler il consenso che queste misure avrebbero guadagnato a qualsiasi governo. Che poi le strade portarono ad Auschwitz non era scritto nel genoma.

La tesi grossolana di Carl Panella la si può riassumere così, magari esagerando con un senso del grottesco: il nazismo è il male assoluto e metafisico che ha un preciso giorno di nascita, il 30 gennaio 1933, come sentii dire ad un noto letterato tedesco, che con l’occasione disse in Roma al Goethe Institut di non sentirsi affatto tedesco, ma solo ebreo. Io non capivo bene. Pensavo che fosse un cittadino d’Israele, ma ricordo come sommamente sgradevole la Serata che doveva essere in suo Onore. Se fossi stato un tedesco con il midollo spinale, avrei ben saputo io cosa dirgli. Ma il popolo tedesco è stato a tal punto umiliato da non essere più in grado di un minimo di dignità, grazie alla religio holocaustica. Ma proseguiamo nella ricostruzione del cervello panelliano. Nazismo significa Olocausto, proprio Olocausto, non Auschwitz come invece dice lo storico ebreo Sion Segre Amar, ma solo Olocausto, perché con la parola Olocausto si fanno affari, mentre invece Auschwitz non rende altrettanto. Interpretata così la storia del Novecento europeo senza possibilità di confutazione, perché altrimenti scatta la galera o gli assalti squadristici, si prende l’aereo e ci si sposta sui cieli dell’Iran. Ed ecco l’Iran del 2007 diventa la Germania del 1933 ed Ahmadinejad (non imparerò mai a scriverne correttamente il nome!) diventa la reincarnazione di Hitler. Orbene, siccome gli europei ed il mondo intero furono tutti colpevoli per non aver fermato Hitler già il 30 gennaio 1933 con una bella guerra preventiva, ecco che adesso non devono ripetere lo stesso errore. No! Cosa dico! Non devono macchiarsi di nuovo della stessa colpa. Verso chi? Verso lo Stato di Israele che sarebbe la stessa identica cosa degli ebrei tedeschi che finirono nei campi di concentramento. Nel mondo mediorientale Israele è l’uno o il due per cento in termini di popolazione e di territorio? E che vuol dire? Israele siamo noi (Nirenstein), Israele è la Civiltà e la Libertà ( Ottolenghi), la Vita nella sua più intima essenza (Magdi Allam). Il contario di tutto questo l’Islam che nella sua essenza è nazismo. Dunque una bella guerra come quella del 1940-45 che ha prodotto quel capolavoro di sapienza giuridica che l’Onu oltre che quello sommo tribunale di giustizia che è stato Norimberga, dove siedevano gli americani che già si erano distinti ad Hiroshima e Nagasaki ed i sovietici che con gli ebrei forse non erano stati meno teneri dei nazisti. Quanto ad Inglesi e Francesi, soggetti minori, non possiamo ascrivergli gesta forse analoghe, benché in fatto di antisemitismo la Francia non sia stata poca cosa, ma soprattutto a questi due Stati una qualche responsabilità per l’evoluzione dalla prima alla secondo guerra mondiale può esser loro addebitata. Mah! In fatto di interpretazione della storia sarebbe meglio lasciar perdere perché di uno stesso evento potrebbero darsi migliaia di interpretazioni. Il guaio è che per gli ebrei nostrani e per quelli allocatisi in Palestina di interpretazione può darsene una sola: quella olocaustica! Altrimenti strillano, strillano, strillano. Per fortuna, l’Iraniano con la barba non si lascia impressionare. E da ciò forse ne potrà a noi derivare qualche bene, almeno in fatto di libertà morale e di pensiero.

3.
«il dodicesimo iman»

Ad un certo punto Carlo Panella si improvvisa critico della teologia musulmana ed in particolare si sofferma sulla dottrina del “dodicesimo iman”. Cosa gliene importa e cosa ce ne importa? Deve ricavarne un principio di “ferocia” da far discendere proprio dal suo acume teologico. Verrebbe da chiedersi perché mai un simile esercizio non lo faccia intanto con l’ebraismo, che in fatto di ferocia non è proprio secondo a nessuno. Ci vuole un bell’equilibrismo a sublimare il senso letterale di molti racconti biblici, ad incominciare dalla Pasqua, dove con altissima moralità e senso di umanità si plaude ed inneggia all’angelo sterminatore che uccide tutti i primogeniti degli odiati egiziani, risparmiando solo gli eletti ebrei. Ma con gli ebrei e con i cattolici in nostro Panella con una sola enne ben si guarda dal fare considerazioni simmetriche a quelle in cui si cimenta con il “dodicesimo iman”. Il fatto che il presidente iraniano sia al riguardo un uomo di fede è per il nostro agit-pro israeliano un’imperdonabile aggravante, una prova della sua scelleratezza, del suo “fascismo islamico”.

(segue)

Appello per il 33° anniversario del Referendum sul divorzio: il 12 maggio in tanti a Piazza Navona!

Ho comprato oggi una copia de “Il Riformista” che contiene l’Appello che si può leggere nella foto qui di sotto riportata. Le mie posizioni al riguardo sono state espresse e vengono riformulate in numerosi articoli. Non sono un Pannelliano. Sui temi israeliani e americani mi trovo sempre più consapevolmente distante dalla posizione radicale. La guerra in Medio Oriente mi appare sempre più come una guerra imperiale di conquista e colonizzazione, come è successo per l’Europa. Trovo sconcertante in uomini come Marco Pannella una certa cecità al riguardo. Sui temi civili della laicità, della separazione fra Stato e Chiesa, mi trovo invece concorde, e ritengo che debbano essere riconosciuti grandi meriti alla pattuglia radicale. Vorrei però precisare che le mie posizioni non sono derivate da quelle radicali, spesso apprezzabili e condivisibili. Concettualmente ne prescindono. Mi ci è voluto non poco tempo per maturare il “divorzio”, dopo di che non ho più potuto rinnovare la tessera radicale, che avevo sottoscritto soltanto in riconoscimento dei meriti suddetti, ma una mia militanza radicale non vi è mai stata e non sarebbe stata possibile. Sull’attuale battaglia per la moratoria ONU sulla pena di morte la mia sensibilità è già diversa da quella radicale. Nel 1974 avevo 24 anni e ricordo di aver votato per il “No”, quasi senza conoscere il Partito Radicale. Come ai Radicali del glorioso Partito Radicale viene tolto il nome ricorrendo sempre più spesso all’uso dell’espressione “sinistra radicale” in modo analogo si sta tentando di spogliare di significato al termine “laico” ricorrendo all’opposizione “laico” e “laicista”, per cui veri “laici” sarebbero i “bigotti” e “farisei” di piazza San Giovanni, mentre gli altri in attesa di poterli cancellare dal vocabolario politico vengono ribattezzati “laicisti’.

Il linguaggio non è neutro ed estraneo al potere. Il potere è anche e soprattutto uso del linguaggio, specialmente quando si tratta di attribuire significato alle parole di uso corrente. A me non piace affatto il termine “laico”, ed ancor meno la sua degenerazione diffamatoria in “laicista”. “Laico” significa propriamente “non prete”: non sto facendo l’etimologia del termine, cosa che non mi interessa in questo momento e non c’entra per nulla ai fini della mia delimitazione semantico nel mio lessico politico-filosofico. Mi riesce quanto mai assurdo che io mi debba definire come un “non prete”. Questa stranezza linguistica è una traccia dell’infinita oppressione esercitata dal potere della Chiesa sulla società. Per alcuni ciò è un fatto positivo, tanto da voler consacrare la violenza subita con la formula “radici cristane” da inserire nella costituzione. Per me è qualcosa di profondamente negativo. Si è dovuto aspettare la pace di Westfalia per poter separare la Chiesa dallo Stato. In mancanza di miglior termine io intendo per “laico” la possibilità di vivere senza oppressione confessionale di nessun genere. Se per avere spazi liberi è necessario un modello di società dove le opposte confessioni si neutralizzano a vicenda, ben vengano i musulmani in Italia, e con loro buddisti, confuciani, animisti e sette religiose di ogni genere purché vivano tutte rigorosamente in uno spazio privato ed ubbidiscano alle leggi civili dello stato: ad ognuno è garantito il diritto alla sua religione o a nessuna religione, purché nessuna di essa molesti l’altra o i cittadini in quanto tali.

Rispetto al 1974 io noto un estremo impoverimento della capacità dei partiti politici di elaborare concezioni e valori. I partiti si preoccupano solo di raccogliere voti e di conquistare posti di potere per gli eletti. Gli elettori sono sempre dei soggetti deboli, per non dire di peggio in un’epoca in cui il vocabolario diventa sempre più colorito. Non è la Chiesa che si è rinforzata, sono i partiti che si sono indeboliti di molto. Non hanno più nessuna carica ideale e sono soltanto squallidi apparati di potere e luoghi della corruzione. Ma non è un destino irreversibile. Oggi esistono possibilità di comunicazione e aggregazione prima impensabili. Anche questo mio lanciare una bottiglia nel mare della rete non è cosa totalmente inutile: basti che uno solo raccolga il messaggio perché la speranza continui a vivere. Molto avrei ancora da dire, ma vi sarà tempo e modo per dirlo. Adesso divulgo qui il messaggio ricevuto e raccolgo in questo post tutte le notizie connesse. Chi vuole può usare lo spazio commenti. Prego soltanto di non rivolgersi a me, ma solo di dire la sua sulle due contemporanee manifestazione. Non pubblicherò quei commenti che vogliono entrare in polemica personale con il sottoscritto. Al momento non ne ho né la voglia né il tempo.



Il sito ufficiale della manifestazione, indetta dalla Rosa nel Pugno, è direttamente accessibile ed è cosa totalmente autonoma da questo mio post, dove esprimo le mie opinioni e posizioni del tutto personali. Sul sito ufficiale della Manifestazione è possibile far pervenire le adesioni e quanto altro.


RASSEGNA STAMPA COMMENTATA

1. Pannella: il 12 maggio ricorderemo il referendum. Non poteva mancare un’iniziativa volta a ricordare il 33° anniversario dell’esito del referendum, che il 12/13 maggio 1974 sancì la definitiva istituzionalizzazione dell’istituto del divorzio nella legislazione italiana. Da allora i tradizionalisti sono stati sempre in attesa di poter passare al contrattacco. Il referendum sulla fecondazione assistita, dove il Movimento neosanfedista ha preferito far scattare il mancato raggiungimento del quorum piuttosto che affrontare lo scontro diretto. Si è avvalso della complicità dei partiti politici di maggioranza e di opposizione. Conta ancora sulla stessa complicità per un arretramento delle comquiste civili e per una rifeudalizzazione confessionale degli Italiani. Chiaramente per il Family Day i clericali dispongono di mezzi organizzativi e finanziari che mancano agli organizzatori della manifestazione di Piazza Navona, ma è importante aver alzato una bandiera che i partiti di maggioranza e di opposizione hanno colpevolmente abbandonato e calpestato.

venerdì, aprile 20, 2007

Family Day: una manifestazione di bigotti e farisei

Ricevo dall’on. Antonio Palmieri il seguente comunicato (contatto n. 13/2007), per il settore di propaganda di Forza Italia, gestito dallo stesso Palmieri:
(…) Ieri pomeriggio una delegazione di Forza Italia capeggiata da Sandro Bondi, Fabrizio Cicchitto ed Elio Vito ha incontrato i portavoce del Family Day del prossimo 12 maggio, Savino Pezzotta ed Eugenia Roccella. Pezzotta e Roccella hanno illustrato i contenuti della manifestazione "Più famiglia" nei suoi aspetti valoriali ed hanno sottolineato il profilo laicale della manifestazione. La laicità è stata dunque materia di un cordiale confronto fra le delegazioni. E' stato un incontro positivo, che ha mostrato la comune volontà di ridare centralità alla famiglia, rivedere le politiche sociali ed economiche che la riguardano e anche approfondire i diritti individuali delle coppie di fatto (…).
Non si capisce bene se nel luogo dell’incontro, la sede del partito in via dell’Umiltà, la Roccella e Pezzolla ci siano andati loro sponte per ottenere l’adesione del partito di FI, o se siano stati invitati dalla componente clericale di FI, i cui nomi di Quagliarello, Lupi sono certamente rappresentativi: la fede clericale degli altri forzisti non mi è ben nota, ma mi riservo di verificarla prossimamente su questi schermi. Quanto alla “cordialità” dell’incontro la mia immaginazione non mi suggerisce nulla. Se come tesserato, elettore e militante di FI avessero chiamato me, il confronto non sarebbe stato per nulla “cordiale”. Ma in Italia ci tocca subire questa politica. Non si capisce perché Pezzotta e Roccella siano andati nella sede di un partito. Se devono andare in piazza, che ci vadano! Non andrò a contestare e disturbare la loro manifestazione, ma in civile contrapposizione parteciperò ad una anti-manifestazione in un’altra piazza vicino al luogo dove fu arso Giordano Bruno. Più chiaro ed esplicito un altro resoconto con titolo Family Day: incontro Forza Italia Pezzotta che si trova in un sito ufficiale di Forza Italia, dove è esplicito il fondamento polemico della manifestazione, cioè l’opposizione ai DICO ed in pratica ad una qualsiasi legislazione sulle “coppie di fatto” che non abbia la preventiva approvazione del Vaticano. Si tratta per accordi di Stato di una sua materia riservata. Sa di poter contare su frange clericali-sanfediste ubicate in tutti i partiti, siano essi di maggioranza o di opposizione. Trascrivo di seguito il brano omesso da Palmieri. Non lascia dubbi sul tenore e lo scopo del “cordiale” confronto:
(…) La laicità è stata dunque materia di un cordiale confronto fra le delegazioni. Da parte dei portavoce di ’Più famiglia’ è stato sottolineato, sottolinea ancora il comunicato, che il 12 maggio piazza San Giovanni sarà ’la piazza degli italiani’. "E’ stato un incontro positivo. C’è una convergenza - ha spiegato al termine Savino Pezzotta - sull’impianto che è quello di ridare centralità alla famiglia. C’è, come per noi, un no ai Dico e c’è una volontà di continuare e approfondire un dialogo per vedere quali possono essere nel futuro anche le politiche sociali ed economiche per quanto riguarda in particolare la famiglia e anche i diritti individuali delle coppie di fatto.
Non prendiamo in giro gli italiani! La laicità è stata di fatto negata nell’Incontro. È ridicolo quanto liberticida ed illiberale la pretesa che «i diritti individuali delle coppie di fatto» siano materia nella libera disponibilità degli organizzatori del Family Day, che per loro stessa ammissione non rappresentano le “coppie di fatto” ma ad esse si oppongono fermamente scendendo in piazza non per la famiglia italiana, che non hanno titolo più di altri a rappresentare, ma contro una fascia ben determinata di cittadini che reclamano loro propri diritti, che se soddisfatti non ledono diritti di altri. Sarebbe come se l’ex-sindacalista Pezzotta pretendesse di rappresentare non i diritti dei lavoratori, ma quelli dei datori di lavoro: gli riderebbe in faccia! Gli italiani non saranno certamente tutti a piazza san Giovanni, dove sono stato convintamente il 2 dicembre dello scorso anno. Trattasi questa volta di manifestazione indubbiamente clericale. Come italiano ed elettore di Forza Italia, dove in una futura riorganizzazione democratica e liberale del partito ex art 49 cost. spero di poter combattere e contrastare le frange clericali, andrò a partecipare nello stesso giorno del Family Day alla manifestazione di piazza Navona, dove verrà ricordato il 12 maggio 1974. In piazza san Giovanni non vi saranno gli Italiani, ma i Risorti dello Stato della Chiesa. Ipocrita ed insincero ogni richiamo a quei cittadini che hanno una convivenza di fatto: nella loro malcelata pretesa di superiorità morale se potessero li manderebbero al rogo. Mi dispiace che Forza Italia nella comprensibile ricerca di voti e consensi, a destra e a manca, per le prossime competizioni elettorali si presti a così meschini baratti dei diritti di fasce sociali deboli di fronte alla prepotenza clericale ed alla ottusità bigotta e filistea.

Il penoso incontro della dirigenza di Forza Italia con gli organizzatori del Family Day dimostra lo smarrimento dei partiti politici italiani (di destra, di centro, di sinistra), incapaci di una propria filosofia della vita sociale e politica da offfire agli italiani. Per questo si dimostrano pedissequamente tributari di retrive e antistoriche concezioni clericali. Mentre si sbraita e ciancia di libertà e democrazia gli italiani sono invece oppressi da una sostanziale carenza di istituzioni in cui potersi esprimere. I Rappresentanti, giunti al potere nel modo che tutti sanno e tutti condannano, rappresentano solo se stessi ed i loro privilegi. Sono fedeli ai poteri forti da cui sanno di dipendere. Nutro la speranza che i numerosi militanti che all’interno di Forza Italia sono autentici e sinceri liberali sappiano riorganizzare le loro forze per contrastare la deriva clericale del partito, caduto in mano di un partito trasversale di neosanfedisti.

RASSEGNA STAMPA COMMENTATA

1. Uno strano movimento. Ignoravo del tutto l’esistenza di un movimento che per statuto «si richiama alla Storia ed ai Valori della civiltà greco-romana e giudaico-cristiana». Anche io mi richiamo ai valori della civiltà greco-romana, ma li considero incompatibili con quelli giudaico-cristiani. Il Comunicato del Consiglio Direttivo di adesione al Family Day non mi sembra richieda un mio particolare commento.
2. Pippo non ci va. Il popolare conduttore televisivo annuncia che non andrà alla manifestazione del Family Day non perché sia contrario alla famiglia. Nessuno è contrario alla famiglia. Si tratta però di una strumentalizzazione, il cui vero scopo è l’opposizione e il contrasto ai DICO, un problema serio che in altri paesi è stato adeguatamente affrontato.
3. I cattolici di San Marino testimoniano contro l’arroganza dei laici, anzi no dei laicisti, i veri laici sono loro. Mio commento: allucinante ciò che leggo. Lo stesso atteggiamento delle due signore alla trasmissione di Gad Lerner: con assoluta impudenza pretendeva di rappresentare un superiore ethos. Mah! La peggiore e migliore punizione che gli si può infliggere è il lasciarglielo credere.

4. Il giorno della riscossa: della Santa Fede dei Ruffo-Ratzinger o dei Laici del 12 maggio 1974?. I Pezzolla e Roccella vanno colorando di universalità il Family Day: non è contro nessuno, è per la famiglia, che non è certo minacciata da quanti vivono fuori del Santo Matrimonio e da nessun altro, ma siamo comprensivi anche con i minus habentes (leggi coppie di fatto e umanità inferiore), secondo un’antica tecnica gesuitica, ma intanto parla chiaro la data che è stata scelta dagli organizzatori clericali, cioè il 12 maggio, in cui ricorre l’anniversario del referendum che vide il trionfo inaspettato degli italiani che consideravano una conquista civile la possibilità di poter sciogliere un vincolo che per molti era diventato un cappio al collo e per ognun altro può sempre diventarlo. Esiste poi l’esplicito patto di via dell’Umiltà: no ai DICO. E dunque solo dei “cretini” (nel senso di Odifreddi) possono credere alle parola di Roccella e Pezzotta. I furbastri non vogliono mettere in allarme il vero mondo laico, ma l’intenzione ostile è evidente. Dopo l’esito referendario dove hanno vinto non loro, ma gli Astensionisti, cioè l’indifferenza ed il boicottaggio, gli strateghi del Vaticano pensano di poter sferrare un altro colpo alla Laicità vera di questo paese. Non poteva mancare una risposta dell’Armata Brancaleone della politica italiana: i Radicali veri, cioè quelli di Pannella, non quelli che ne stanno usurpando il nome e sono invece i comunisti del compromesso storico, quelli che avevano paura del referendum del 1974. Oggi esce sul Riformista un appello a pagamento per una contromanifestazione radicale, alla quale io andrò, pur mantenendo la mia tessera di FI. «…E il 12 e il 13 maggio, quando Roma verrà invasa da migliaia, magari milioni, di persone che manifesteranno per la famiglia, noi ci ritroveremo a piazza Navona per celebrare l'anniversario della vittoria sul divorzio, sull'aborto. L'idea è stata di Emma Bonino, che l'ha lanciata proprio lì a Fiuggi, al congresso Sdi. Sarà una giornata Radical-laico pryde…»