martedì, aprile 10, 2007

“Fare Europa” con Luciano Canfora.

È questo il terzo o quarto libro di cui ho annunciato una lettura sincronica e sequenziale insieme a quelli di Losurdo, Odifreddi e Nirenstein: quattro letture diverse ed ineguali, scelte in modo casuale, ma tutte legate alla più vicina attualità. Siamo lontani anni luci luce, ad esempio, dal rigore filologico di Luciano Canfora e dalla superficialità faziosa di Fiamma Nirenstein. Il libro di Luciano Canfora su “La democrazia. Storia di un’ideologia” non è recentissimo; è uscito in prima edizione nel 2004, presso Laterza, ed è giunto nel giugno 2006 alla seconda edizione. È un libro discusso. Ha già avuto edizioni in lingua inglese, francese e spagnolo. Per la traduzione tedesca sembra vi sia stato qualche problema di censura. Il volume esce in una collana che ha per titolo “Fare Europa” e coinvolge cinque editori di nazionalità differenti: la Beck in Monaco di Baviera, la Blackwell di Oxford, Critíca a Barcellona, Seuil a Parigi e Laterza a Bari. Nella presentazione alla Collana Jacques Le Goff savverte come la costruzione dell’Europa – la grande speranza della nostra epoca – sarà possibile solo se si terrà conto della storia e termina con una domanda sull’identità dell’Europa: «Chi siamo? Donde veniamo? Dove andiamo?» Sarebbe assai misera e sconfortante una risposta che suonasse: «Israele!»


LUCIANO CANFORA

LA DEMOCRAZIA
Storia di un’ideologia
(Laterza, 2006, p. 431)

Una lettura in progress
fatta da
Antonio Caracciolo


La lettura si annuncia più impegnativa che non per il libro di madonna Fiammetta. Richiede maggior esercizio critico, ma si aspetto anche di trarne istruzione e profitto. La parola democrazia soffre del grande abuso che se ne è fatto in tutte le salse possibili ed immaginabili. Direi che se uso il termine quanto si vuole ottenere un risultato opposto. Se veramente Canfora – lo vedremo – riesce a ricostruire in modo chiaro e convincente la storia di questo concetto in tutta la tradizione che parte dai greci e giunge fino a noi, avrò fatto un lavoro utile del quale gli dobbiamo essere grati al di là di ogni possibile divergenza nell’analisi o nei suoi presupposti teorici. Al momento non posso anticipare nulla non essendo sufficiente la lettura della prima pagina per capire il seguito, come è certamente il caso di donna Fiammetta.

Sommario: 1. Le idiosincrasie di Luciano Canfora. – 2. Democrazia e libertà. – 3.


1.
Le idiosincrasie di Luciano Canfora

Torna a: Sommario. Vai a n.: 2,

Ho appena terminato di leggere il Prologo (pp. 3-10) del libro di Canfora sulla Democrazia. Storia di un’ideologia. Non ha senso che io ne dia un sunto. Chi vuole, se lo andrà a leggere per conto suo. Può invece avere senso darne le mie personali e modeste impressioni. Un Prologo è parte importante di un libro – dico un libro non un iperterto come questo mio blog – che prosegue fino a p. 431, riservando le pp. 435-443 all’Indice dei nomi. Dalla prima pagina all’ultima un libro si svolge in modo sequenziale. Se così non fosse, non potrebbero scriversi romanzi, ossia un intreccio di fatti che si svolgono in una “storia”, in un “racconto”, che tiene avvinto il lettore fino all’ultima pagina. Dai romanzi si ricavano spesso le sceneggiature per i film, dove è ancora più evidente la necessità di una successione e di una lettura sequenziale dei fatti, delle informazioni, dei dati. Sapendo ciò, il lettore esperto ricava dalla prima pagina il contenuto di un libro e decide se andare oltre o meno. Sa ciò anche l’autore e pone la sua massima attenzione e cura all’inizio del suo libro: sulla prima pagina guadagnerà o perderà il suo lettore. Più libri si possono poi confrontare mettendo l’una accanto all’altra le rispettive prime pagine: in questo senso posso già constatare un abisso fra Fiamma Nirenstein e Luciano Canfora. Perché questo accostamente? L’ho già detto: è casuale. Tuttavia, in entrambi i casi i loro autori hanno idealità e finalità politiche. Né Luciano né Fiamma hanno scritto libri di teologia o sul sesso degli angeli, ma hanno come solido presupposto le loro opzioni politiche. Sono libri, ineguali, di politica militante.

Ma veniamo al punto. Ho apprezzatto e gustato le pagine iniziali del libro di Canfora. Non conoscevo, o avevo dimenticato, l’aneddottica da lui riportata. I riferimenti sono dotti e magistrali. Lo ringrazio. Ne trarrò spunto per altrettante schede ipertestuali, che in un secondo tempo il lettore dei miei blogs potrà visitare: Mazzini, Metternich, Croce, Garibaldi, Palmerston, Disraeli, Cleone. Tra questi Garibaldi – figura cara ad ognuno – chiedeva per se la “dittatura”. Il problema della dittatura è il contenuto di un Prologo di un libro dedicato alla trattazione della democrazia. Che c’entra? C’entra! Eccome! Prima e meglio di Canfora ha visto questa connessione un autore di nome Carl Schmitt, che al tema della “Dittatura” ha dedicato un libro, che in prima edizione italiana era stato pubblicato dallo stesso editore di Canfora, cioè Laterza, che al 319 della sua Universale avevano collocato nel 1975 il volume schmittiano alla stregua di una bestia feroce nello Zoo dell’Universale. Per mia fortuna, l’editore barese non ha voluto rieditarlo ed io ho potuto curarne una nuova edizione che superava i gravi limiti ed i tagli della prima edizione.

Luciano Canfora non è Fiamma Nirenstein, non già per le ovvie differenze di sesso, ma perché sono ben diversi i ferri del mestiere di cui dispongono. Canfora è un filologo che sa scandagliare tutti i testi essenziali su un dato argomento. L’altra è un’avventuriera della cultura, senza pudore nel dare addosso ad uno studioso serio come il Toaff autore delle “Pasque di sangue”. Insomma, non posso credere che si tratti di banale ignoranza, ma di una scelta deliberata ed intenzionale da parte di Canfora. Del resto, non è un’atteggiamento nuovo nei confronti di Schmitt. Si ammette che Schmitt abbia detto per primo e meglio cose interessanti su determinati argomenti, ma poichè vi sono stati suoi trascorsi con il diavolo, cioè con il nazismo, facciamo finta che non esista. Pensiamo le stesse cose, trattiamo gli stessi argomenti, ma senza farne mai il nome. Ciò equivale ad una damnatio memoriae, tanto spesso praticata nella storia. Non ho una personale conoscenza di Luciano Canfora, ma se queste mie congetture sono fondate, si riduce la stima che potrei farmene da una conoscenza più approfondita dei suoi numerosi libri editi in un’epoca in cui forse si scrive e pubblica troppo. Ciò detto, il libro resta interessante e sono quanto mai intenzionato a giungere fino all’ultima sua pagina.

Vorrei ancora aggiungere qualche mia personale riflessione citando questa volta Machiavelli, che guarda caso manca pure dall’indice dei nomi. Cito ora a memoria e non vado a ritrovare il passo, credo del Principe. L’autore cinquecentesco distingue tre soggetti politici, senza parlare di “classi”, categoria vetero-comunista nella quale Canfora ancora si attarda e che forse è il limite maggiore della sua analisi. Essi sono: l’Uno, i Molti ovvero un’oligarchia più o meno estesa ovvero il ceto degli Ottimati, ed infine il popolo, dove potrebbero rientrare le “classi” care ai comunisti romantici. Nella conquista e nel mantenimento del potere giocano le relazioni fra questi tre soggetti. L’allenza tra l’Uno ed il Popolo realizza la democrazia in forma di dittatura, ovvero la dittatura ha una sua ampia base democratica. Il guaio è che la dittatura ha sempre avuto cattiva stampa in quanto viene confusa con l’esercizio arbitrario e tirannico del potere. Dire dittatura è immaginare quanto di più sordido si possa concepire. Vedo che alle p. 14-15 è contenuta almeno una citazione di Hobbes, ma ahimé direi in modo non significativo perché si considera Hobbes solo come traduttore di Tucidide. A questo riguardo, sarebbero invece interessanti le pagine di Hobbes del Leviatano sull’esercizio arbitrario del potere: di abuso in abuso si spingono i sudditi alla ribellione e quindi alla guerra civile, da cui in modo euclideo sorge nuovamente il patto di protezione-ubbidienza, il solo che garantisca legittimità ad ogni potere su questa terra. Per tornare a Machiavelli la conclusione è che il popolo preferisce essere “oppresso” da Uno solo anziché da molti.

La teoria moderna della democrazia ha escogitato la dottrina della rappresentanza politica, per la quale si ha democrazia in quanto si ha il diritto di andare a votare nel chiuso di una gabina elettorale. Si elegge un deputato, il quale spesso neppure conosce il suo elettore, o almeno il suo Piccolo Elettore, mentre va a rapporto magari ogni sera a casa del suo Grande Elettore. Per garantire il sistema un’apposita norma impone un divieto di mandato imperativo, per cui per almeno cinque anni il deputato ha carta libera e libertà piena per acquisire ulteriori posizioni di potere e privilegio: governo o cariche di ogni genere, per non parlare poi di leggi e leggine richieste da potenti lobby che in qualche caso sganciano pure denari. Considerato che le spese per le campagne elettorali non sono alla portata di ogni tasca e che malgrado gli alti stipendi dei deputati non sempre si riescono a far quadrare i conti, i sospetti sono facili. In questo modo il Popolo è costretto ad eleggere una vera e proprio oligarchia. Le forme procedurali nelle quali si fa consistere la democrazia stabiliscono in pratica il dominio, l’oppressione, ed il rinnovo dell’Oligarchia saldamente insediata al potere. Basta raccogliere per strada l’opinione che un qualsiasi passante ha dei suoi deputati per farsi un’idea di cosa sia la democrazia concretamente realizzata. L’epoca dei totalitarismo europeo (fascismo, bolscevismo, nazismo) è normalmente considerata antidemocratica per l’avvenuta violazione della forma procedurale, cioè il ricorrente sistema delle elezioni per innalzare al di sopra del cittadino stesso il suo rappresentante politico. Ma può anche essere letto come un tentativo abortito per superare il dominio dell’oligarchia parlamentare. Il problema si ripresenta ogni volta che grandi scandali o una diffusa corruzione del ceto politica produce aggregazioni incontrollabili da parte di vasti strati sociali. Si parla in tali casi di “populismo”, ma è un modo di svalutare e diffamare un’istanza di democrazia che viene dal popolo stesso.

2.
Democrazia e libertà


Dopo un intervallo durante il quale mi sono occupato di sionismo (vedi: sionismo), ritorno alla lettura sequenziale del libro di Canfora. Vedo precisarsi il suo discorso. Crede di aver scoperto attraverso il Pericle tucidideo una sostanziale antitesi fra democrazia e libertà: «Si può sofisticare quanto si vuole, ma la sostanza è che Pericle pone in antitesi “democrazia” e “libertà”» (p. 12). Canfora critica in particolare la cattiva filologia di Giscard d’Estaing, che aveva tentato di introdurre in una bozza di costituzione europea una citazione erronea da Tucidide: «La nostra Costituzione è chiamata democrazia perché il potere nelle mani non di una minoranza ma del popolo intero». Mi resta ancora da capire, e lo vedremo nel prosieguo della lettura, se questa antitesi Canfora la ravvisa in assoluto o solamente nella prassi politica di Pericle. Per adesso vorrei soffermarmi in quello che potrebbe essere uno svarione dello stesso Canfora, ma non prima che io abbia dichiarato la mia ammirazione ed invidio per Canfora che di mestiere è professore ordinaria di Filologia classica all’Università di Bari. Lo ammiro e lo invio perché io ho abbandonato il mio latino ed il mio greco appena finito il Liceo classico. All’università ho studiato diritto, economia, storia, lingue moderne, filosofia e sono infine approdato come mestiere alla filosofia del diritto. Mi è rimasta una grande nostalgia per gli autori classici greci e latini, ma la pochezza del mio ingegno non mi consente di interessarmi a molte. Attraverso un mio cugino che è pure Ordinario di Filologia classica cerco di rimediare qualche scampolo, ma è tutt’altra cosa che avere una frequentazione quotidiana con i classici antichi come è certamente il caso di Luciano Canfora. Per questo lo invidio.

Quale potrebbe essere, a mio modesto avviso, lo svarione di Luciano Canfora? A proposito di costituzione che sarebbe erroneamente fatta corrispondere al concetto greco di politeia Canfora traduce invece con “sistema politico”:
Dice Pericle, nel discorso assai impegnativo che Tucidide gli attribuisce: «La parola che adoperiamo per definire il nostro sistema politico [ovviamente è modernistico e sbagliato rendere la parola politèia con “costituzione”] è democrazia per il fatto che, nell’amministrazione [la parola adoperata è appunto oikèin], esso si qualifica non rispetto ai pochi ma rispetto alla maggioranza [dunque non c’entra il potere, e meno che meno «il popolo intero»]». Pericle prosegue: «Però nelle controversie private attribuiamo a ciascuno egual peso e comunque nella nostra vità pubblica vige la libertà» (II, 37). Si può sofisticare quanto si vuole, ma la sostanza è che Pericle pone in antitesi “democrazia” e “libertà”. (Canfora, op. cit., 12).
La domanda è la seguente: Luciano Canfora ritiene di avere un chiaro concetto di cosa modernamente sia “costituzione”? Certo, se continuassimo ancora oggi a parlare greco antico tutti questi problemi non si porrebbero. Se poi dobbiamo sposare la tesi che i linguaggi sono intraducibili l’uno nell’altro, allora smettiamo di parlare ed andiamocene a passeggio, cosa che fa assai bene alla salute, piuttosto che stare qui a scrivere e metter su chili. Non trovo fuori luogo aver appena rilevato che nell’indice analitico di Canfora non ricorre il nome di Carl Schmitt. Nel precedente paragrafo avevo detto ciò a proposito del concetto di dittatura, sul quale Carl Schmitt ha scritto un libro fondamentale, che Canfora ignora pur volendo trattare di dittatura. La stessa cosa devo ora dire per il concetto di costituzione. Schmitt ha scritto un’altra opera fondamentale, la Dottrina della Costituzione (1928), da me tradotta in italiano nel 1984, che è da ritenere come la fondazione scientifica del diritto costituzionale o scienza della costituzione, non più intesa come una branca del diritto pubblico, ma come una scienza perfettamente autonoma. I primi quattro capitoli del libro sono dedicato all’analisi dei diversi concetti di costituzione e dell’accezione con il quale il termine viene usato nella letteratura precedente l'anno 1928. Infine Carl Schmitt dà una sua propria definizione che fonda il decisionismo giuridico ed il concetto scientifico di costituzione, che citando ora a memoria suona all’incirca: una costituzione è la decisione politica fondamentale che un popolo prende sulla specie e la forma della sua esistenza politica. In questa definizione sono compresi tre elementi: a) soggetto; b) azione; c) oggetto. Se Canfora traduce politèia con “sistema politico” considera solo il terzo elemento. Ma se invece si utilizza l’accezione tecnica schmittiana di costituzione è possibile includere almeno il secondo elemento, che credo politèia contenga, anche se nel passo tucideo viene attribuito alla stesso Pericle (oikèin, amministrazione). Canfora dice che abilità tutta propria di Pericle è stata l’aver ottenuto il consenso al suo potere per trent’anni. Resta da approfondire da dove Pericle traesse la sua autorità ed il suo potere. Credo di aver capito le aporie di Canfora, ma voglio aspettare e procedere oltre nella lettura sequenziale del libro.
(segue)

Nessun commento: