venerdì, aprile 06, 2007

Gennaro Malgieri: Perché riscrivere il Novecento

Sono lieto di poter dare ospitalità ad un documento di Gennaro Malgieri, della cui amicizia mi onoro da molti anni. All’interno della coalizione di centro-destra Malgieri è uno degli intellettuali che più intensamente si occupa del progetto per il partito unico che deve racchiudere tutto l’elettorato che si riconosce nei partiti del centro-destra. Si tratta di un’impresa non facile. Ammesso che riesca, e ce lo auguriamo, potrebbe anche riuscir male. E se così fosse, la nuova situazione politico-costituzionale potrebbe essere peggiore della precedente. Il nuovo partito non può essere pensato come qualcosa di verticistico, dove parlano i soliti pochi e tutti gli ascoltano, applaudono, annuiscono. Tutte le componenti devono poter trovare espressione e soprattutto, ove minoritarie, devono avere un sacrosanto diritto all’esistenza. Il partito nuovo, necessario per l’Italia, può nascere solo da un fecondo ed intenso confronto di tutte le posizioni. Gennaro Malgieri prende avvio con un richiamo all’opera di Renzo De Felice, che nel 1965 dava inizio alla sua monumentale opera su Mussolini e che ha chiuso il suo insegnamento nella mia Facoltà di Scienze Politiche alla »Sapienza« di Roma. La mia prima conoscenza con Gennaro Malgieri risale al 1981, quando usciva la mia traduzione de “Il custode della Costituzione” di Carl Schmitt, un’autore ancora oggi demonizzato da una cultura che si attarda in pregiudizi e ideologismi.


Antonio Caracciolo



GENNARO MALGIERI

Perché riscrivere il Nocevento


Relazione di Gennaro Malgieri al Convegno della Fondazione Liberal Identità e memoria”, Roma, 26 gennaio 2007. Qui ripreso tramite scanner e OCR da Percorsi di cultura politica, mensile, Anno V, Nuova serie, n. 2, febbraio 2007, pp. 16-20. L’illustrazione grafica ed i links sono una cura redazionale di Antonio Caracciolo.

II Novecento ideologico è finito nel 1965. Pochi se ne accorsero; i più lo avrebbero scoperto quarant’anni dopo. E non perché non avessero gli strumenti per comprenderlo, ma per il fatto che l’uso politico della storia era talmente penetrato nelle coscienze e nelle istituzioni culturali che su coloro i quali cercavano di mettere le idee a posto ed i fatti in ordine si abbatteva, meccanicamente potremmo dire, la mannaia del Custode della Verità, vale a dire il partito degli intellettuali che era poi il partito comunista italiano. L’egemonia che questi esercitava si portava dietro perfino i cosiddetti “moderati”, ma rigorosamente schierati a sinistra, a fargli da mosche cocchiere, i quali alla libertà della ricerca preferivano l’irregimentazione ideologica per garantirsi un posto al sole nell’universo intellettuale.

Nel 1965 lo storico Renzo De Felice pubblicò il primo volume della sua monumentale biografia di Benito Mussolini, con la prefazione di uno degli storici più prestigiosi e discussi del Novecento, Delio Cantimori il quale, nella prefazione, scriveva che l’autore «è certo in grado di affrontare un’impresa così difficile e complessa come la biografia di Mussolini: e forse è in grado di affrontarla meglio di tanti altri studiosi di storia contemporanea, oggi, in Italia».

Le parole di Cantimori, divenuto nel frattempo fervente antifascista dopo aver attraversato il Ventennio spiegando agli italiani, non senza simpatia, ciò che accadeva in Germania, caddero nel vuoto. Così come nel vuoto caddero le intenzioni dello stesso De Felice che nell’Introduzione all’opera esplicitava le sue intenzioni dicendo che «non ricorreremo per giustificare la nostra impresa alla vecchia formula dell’opera sine ira ac studio, sia perché, come tutti questi concetti divenuti luoghi comuni, non significa molto, sia perché, nel caso particolare, una biografia di Mussolini non può che essere - a nostro avviso - ‘politica’. Dove, ben s’intende, per ‘politica’ non intendiamo ‘mussoliniana’ o ‘antimussoliniana’, ‘fascista’ o ‘antifascista’, che sarebbe un assurdo in sede storica (mentre in sede politica vorrebbe dire cercare di riportare artificiosamente in vita una realtà definitivamente morta); ma legata ad una valutazione della realtà italiana e delle forze sociali che hanno agito ed agiscono in essa».

Il «nemico» De Felice

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Questa dichiarazione d’intenti non poteva andare a genio all’antifascismo militante, agli intellettuali organici, agli storici che si adoperavano per piegare le ragioni dell’oggettività a quelle della necessità che la lotta politica imponeva. E De Felice divenne un “nemico”. Un “nemico” da additare al pubblico ludibrio, al punto che nel 1975, quando pubblicò l’Intervista sul fascismo, a cura di Michael A. Ledeen , fu “costretto” a ribadire lo spirito che l’animava nel portare avanti il suo lavoro e a rivendicare l’esigenza «di affrontare lo studio della realtà fascista senza schematismi o paraocchi, per capirla e rendersi conto del perché il fascismo c’è stato e di quanto eventualmente la nostra società è ancora impregnata di esso. Questa esigenza mi pare che oggi sia sentita ancora da pochi, relativamente, ma forse da più di quanti a prima vista può sembrare. L’interesse che (...) ha suscitato il quarto volume del mio Mussolini è forse un sintomo che qualche cosa anche in questa direzione si muove, specie tra i giovani e tra quei politici che concepiscono la politica non in modo statico, come ‘patriottismo di partito’ o difesa ad oltranza di tutte le proprie prese di posizione passate, ma dinamicamente, come una continua acquisizione di nuovi elementi, come un continuo progresso nella conoscenza della realtà presente e passata. Più e prima la politica acquista consapevolezza storica, più e prima si adegua alla nuova realtà e può incidere veramente su di essa. Certi recenti tentativi di storicizzare il fascismo e la resistenza che un politico come Giorgio Amendola ha sentito la necessità di fare mi sembrano emblematici dell’attuale situazione politico-culturale italiana. Per un verso mettono in luce - per contrapposizione - l’astrattezza e il conformismo culturale di molti dei nostri storici; per un altro verso offrono la possibilità di misurare l’egemonia culturale comunista. In bocca o sotto la penna di un non-comunista molte delle affermazioni di Amendola sarebbero considerate delle eresie e lo spirito del suo discorso verrebbe considerato moderato se non addirittura retrivo, in bocca ad Amendola acquistano autorità e cittadinanza...».

Il leader comunista difese il lavoro di De Felice su Mondo operaio nel 1974, ma fu costretto ad intervenire l’anno dopo, il 20 luglio, sulla prima pagina dell’Unità per intimare i suoi compagni a cessare il linciaggio cui avevano sottoposto lo storico: un memorabile articolo nel quale, come argutamente spiegò Piero Melograni, nello stigmatizzare il disgusto di fare la storia del fascismo in molti si avvertiva l’imbarazzo di fare quella dell’antifascismo.

Ed il “nodo” dell‘antifascismo, come metro di giudizio di ogni comportamento politico, dell’uso distorto e strumentale che se n’è fatto, soltanto da pochi anni è stato dipanato, sia pure non del tutto poiché innumerevoli difficoltà e resistenze ancora permangono, sempre per via di quell’uso politico della storia a cui le élites di sinistra non hanno ancora rinunciato. Se lo aves
sero fatto avrebbero completato i loro conti con il passato; quel passato che non dovrebbe passare soltanto per una parte di italiani, poco importa se ancora in vita o meno.


Perciò l’apparire, nel campo antifascista, di opere come quelle di Giampaolo Pansa ha squassato ancora di più la sinistra storica poiché l’ha messa davanti alle sue responsabilità avendo per decenni negato l’uso criminoso che della resistenza è stato fatto. La denuncia, di qualche decennio fa, di Otello Montanari, “chi sa, parli", ha trovato in Pansa il traduttore delle inquietudini non soltanto dei cosiddetti “vinti”, ma anche dei vincitori che sapevano, ma non avevano il coraggio di ammettere le loro responsabilità negli eccidi che segnarono la guerra civile ed il dopoguerra.


2.

Da Pansa a Vivarelli

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Quel che Pansa ha raccontato, con straordinaria onestà intellettuale, prima nel Sangue dei vinti e poi in Sconosciuto 1945, dà la dimensione esatta di un fenomeno caratterizzato da un odio implacabile, di una barbarie senza limiti. È di quest’odio che una certa sinistra ha sempre cercato la rimozione, perché se avesse affrontato con la profondità con cui lo ha fatto Pansa, non avrebbe potuto contrabbandare l’idea che la resistenza sia stata un nuovo Risorgimento e non avrebbe potuto legittimare se stessa come movimento rinnovatore dell’Italia dopo la caduta del fascismo. Poi, a prescindere dalle opere storiche dei “vinti”, segnatamente quelle di Giorgio Pisanò, e mettendo da canto il lavoro di De Felice del quale ho già parlato, dirompente è stato la citata denuncia di Montanari sul “Triangolo della morte” e quindi gli studi di Claudio Pavone sulla guerra civile, mentre altri studi, da sinistra, squarciavano il velo dell’omertà ed aprivano la speranza alla ricerca della verità. Ricordo i saggi di Romolo Gobbi, intellettuale operaista torinese, che nel 1992 scrisse Il mito della resistenza, suscitando una discussione che purtroppo morì sul nascere perché i tempi, probabilmente, non erano maturi. Ricordo, inoltre, le memorie di Roberto Vivarelli che quando nel 2000 pubblicò con “Il Mulino” La fine di una stagione, stracciò molte certezze nel suo campo rivelando di essere stato fascista e combattente giovanissimo della Repubblica Sociale Italiana. Scrisse:

«Meglio, molto meglio essere stato dalla parte dei vinti, e non aver perso la propria pietas nel giudicare gli avversari, e neppure aver avuto occasione di prendere parte nella fabbricazione di quella impostura. (...) Non sono pentito, e rifarei quello che ho fatto, semplicemente perché la mia personale storia non mi consentiva altra scelta. Avrei potuto, naturalmente, rimanere a casa tranquillo; era quanto, del resto, avrebbe suggerito l’età. Ma a ciò si opponeva il mio spirito per così dire interventista, e di ciò non mi dolgo affatto. Credo, anzi, che in Italia la vera divisione, almeno sul piano morale, non sia tanto tra chi ha combattuto in buona fede da una parte della barricata, e chi dall’altra; bensì tra coloro i quali, una minoranza, sia pure in base a convinzioni diverse e basate su una diversa percezione dei fatti e quindi di una loro diversa valutazione, hanno comunque messo a repentaglio allora la loro vita, e coloro i quali, invece, la maggioranza, hanno preferito stare alla finestra e vedere come andava a finire».
Tutto questo, e molto altro ancora, ha aiutato chi sostiene che è venuto il momento di scrivere una storia nazionale, al fine di pervenire ad una autentica pacificazione sulla quale costruire istituzioni comuni, finalmente accettate senza riserve. L’Italia è stata narcotizzata per quasi mezzo secolo, perciò i saggi che ho citato hanno destato scandalo. Tuttavia se ci fermiamo alle ricadute emotive dei libri di Pansa, per esempio, non credo che andremo molto avanti sulla strada che ci siamo proposti di percorrere, vale a dire riscrivere il Novecento non per legittimare tutto ciò che è stato negato, ma per far convivere le memorie di ciascuno su un piano di pari dignità, perché tutti si sentano partecipi di una nazione condivisa. Perciò Il sangue dei vinti, come I figli dell’Aquila o Sconosciuto 1945, hanno una valenza politica indiscutibile poiché se assumiamo tutte le conseguenze di queste opere dobbiamo anche concludere che è venuto il momento di riconoscere che, sulla base di una storia finalmente accettata da tutti, a destra come a sinistra, possiamo parlare di Repubblica e di Costituzione non più qualificate, come nel passato, con l’aggettivazione di antifasciste, ma semplicemente come Repubblica e Costituzione democratiche. E sarà un lavoro impegnativo difendere la natura democratica della nazione, visto che intellettuali, come Luciano Canfora, si stanno impegnando nel distruggerne la radice giusnaturalistica, negando il fortissimo legame che esiste fra libertà e democrazia. Se il fascismo non c’è più, se non esiste più un pericolo fascista neppure dal punto di vista della rivendicazione ideale, non può esistere dall’altra parte una legittimazione storica ad essere antifascisti nel modo in cui lo sono stati coloro i quali hanno omertosamente coperto ciò che dall’antifascismo è promanato nell’immediato dopoguerra. Questa parola, indipendentemente dalle memorie, dai sentimenti di chi si riconosce in quell’orizzonte storico-politico, non è più utilizzabile per definire le istituzioni che, con tutta evidenza, si palesano per quello che sono: semplicemente democratiche perché da tutti democraticamente accettate, soprattutto da coloro che non parteciparono al processo costituente, che si videro emarginati dal processo di rinnovamento civile del Paese, che per molti decenni furono tenuti ai margini della società e che adesso sono pienamente legittimati soprattutto dal punto di vista della memoria e della cultura.


3.
L’utilizzo politico della storia

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Quando Pansa racconta episodi che riguardano la vita di nuclei tutt’altro che marginali della società civile dell’Italia del Nord, è evidente che i suoi riferimenti sono le memorie, i sentimenti di quel mondo, “materiali” sensibili e negati da chi ha visto strumentalmente nei lavori di Pansa riabilitazioni postume alle quali il giornalista ha reagito con il libro La Grande bugia, nel quale ha documentato la malafede di una sinistra tanto bolsa quanto vendicativa. Nonostante tutto, credo si possa costruire una convivenza civile, nel momento in cui memorie e sentimenti vengono accettati dall’altra parte. Personalmente non ho mai messo in discussione i sentimenti e le memorie di coloro i quali non li utilizzavano come armi improprie per delegittimare gli avversari. Quindi c’è bisogno di aprirsi alla verità. Se invece si dovesse continuare a chiudere gli occhi, in particolare da parte delle classi dirigenti politiche ed intellettuali, rispetto a ciò che è stato, bollando il tutto con il marchio del revisionismo, allora anche la speranza di un Paese rinnovato svanirebbe come neve al sole.

È un rischio che si corre. Perciò è necessario rifiutare l’utilizzo della storia per demonizzare chicchessia. Al fine di pervenire ad una riconquista da parte di tutti dell’idea di nazione. In un passo dei Figli dell’Aquila, Pansa fa dire alla coprotagonista Ada, quello che molti di noi hanno pensato per tanto tempo:
«Ciascuna delle due parti, l’antifascismo che ha vinto e il fascismo che ha perso, rifiuta di ricordare gli avversari di allora così com’erano da vivi, di restituirgli almeno nella memoria la verità della loro giovinezza, con gli ideali che li muovevano, con le passioni che li spingevano, con gli errori che hanno compiuto e persino, voglio dirlo, con la ferocia che hanno messo nello scannarsi a vicenda sino all’ultimo giorno. È questo il torto più grande che gli viene fatto di considerarli dei burattini inchiodati per sempre nello stesso ruolo oppure dei fantasmi, ombre quasi svanite, polvere nei cimiteri o in chissà quali fosse, nomi su qualche lapide e per gli sconfitti neppure quello».


4.
La ricomposizione della nazione

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Se non teniamo conto di ciò che è accaduto, e che opportunamente viene rivisitato, è difficile si possa arrivare ad una ricomposizione della nazione, all’accettazione di una patria comune, ciò che non c’è stato nell’ultimo mezzo secolo ed ha pregiudicato la coesione sociale e lo sviluppo del Paese. La mancanza, cioè, di un’adeguata idea di nazione che possa essere sviluppata e praticata in riferimento alla complessità dei rapporti che sono andati istituendosi negli ultimi decenni. La Nazione, infatti, contrariamente a quanti immaginano il superamento della crisi della modernità con il suo abbandono, è un organismo vitale le cui componenti, se non sono organicamente pensate in una struttura unitaria non possono che prendere strade diverse e dare vita a conflitti le cui naturali conseguenze anarchiche segnerebbero la fine dell’ordine sociale.

L’affievolimento del principio di identità nazionale è la causa principale della incapacità di credere in un progetto comune da parte degli italiani e quindi immaginare una nazione nuova, moderna nelle strutture, ma fedele ai propri caratteri spirituali e culturali. Che questa idea tradizionale di nazione sia stata smarrita è un fatto sul quale sarebbe bene avviare una riflessione che avesse ad oggetto anche l’inadeguatezza delle istituzioni formative nel determinare la consapevolezza, soprattutto nelle giovani generazioni, che la nazione non è un’anticaglia della quale poter fare a meno, ma un complesso di valori vitali che danno il senso ad un’appartenenza e alla creazione di un destino. Sarebbe confortante credere che l’Italia sia ancora «terra dalli molte vite sempre rinascenti», come diceva Gioacchino Volpe riprendendo suggestioni carducciane che valevano a forgiare le giovani generazioni agli inizi del Novecento.

Oltre mezzo secolo di progressiva disaffezione dall’idea di Patria, riguardata dal mondo intellettuale e da quello politico come il male supremo da esorcizzare ad ogni costo, hanno fatto perdere alla generalità degli italiani formatisi dopo la guerra quel senso dell’identità e dell’appartenenza su cui si fonda un’educazione nazionale, grazie alla quale si acquista poi la coscienza civica necessaria ad informare comportamenti responsabili nei confronti della comunità. La rottura con la «religione» della nazione ha portato a privilegiare lo spirito di fazione e a coltivare quel particulare che a lungo è stato d’ostacolo alla ricostruzione dello Stato inteso come protezione giuridico-politica dei valori del popolo. Pertanto ci si è «riconosciuti», se così si può dire, nelle fazioni, nei partiti, nei sindacati ma non in un principio organico come lo Stato-nazione ritenute orpello retorico di una politica fuori dal tempo.

L’inquadramento dell’Italia nel contesto della guerra fredda e del confronto bipolare ha provocato altri sgradevoli risultati. Il confronto strategico, con i suoi movimenti su larga scala, ha causato anche involontariamente, lo sbriciolamento della già fragili strutture dello Stato nazionale, sia nella pratica che nel contesto simbolico delle istituzioni. Risultava quindi più conveniente, anche da un punto di vista del risultato politico, servire i «padroni del vapore» - in Italia erano Mosca e Washington - che uno Stato dai contorti indefiniti e soprattutto non condivisi - a seconda del proprio credo politico. Chi lo ha fatto su entrambi i fronti - a patto che non si sia macchiato di crimini efferati - ha seguito una logica assolutamente conseguenziale nel contesto politico di quegli anni. Contro l’unità politica della nazione, dunque, per mezzo secolo, con tenacia e continuità degne forse di miglior causa, la partitocrazia, gli apparati dello Stato deviati dalle loro funzioni istituzionali, i cosiddetti «poteri forti» extra-statuali hanno ingaggiato una vera e propria guerra senza quartiere, che ha avuto come risultato - spesso non voluto - la distruzione del tessuto connettivo stesso della nazione, sopprimendo i suoi valori ed il suo diritto a rinnovarsi nelle nuove generazioni. La scuola, l’università, i mass-media, la cultura in genere sono stati attivati in vista del disegno da perseguire. E non si può dire che le classi dirigenti in questo lunghissimo dopoguerra non abbiano raggiunto lo scopo. Pochi si sono opposti al dominio delle oligarchie anti-nazionali configurando la loro azione - su cui è sempre ricaduto violentissimo l’anatema dell’intellighentia progressista - come un’autentica battaglia a difesa delle ragioni della comunità nazionale contro le esigenze di parte.

Purtroppo il risultato non è stato quello sperato ed oggi un po’ tutti, a prescindere dall’appartenenza politica, si interrogano sull’identità smarrita del popolo italiano, sulla «crisi» della nazione come entità collettiva, sulla caduta dell’idea di Stato. Nel contempo, emergono nuove minacce che mirano a disgregare ancor più la fragile unità nazionale. Alfredo Rocco, giurista e uomo politico tra i più lungimiranti del Novecento, denigrato dagli ignoranti e dai falsificatori di professione, diceva che «la nazione è un organismo avente vita continuativa». Si potrebbe aggiungere che la comunità nazionale, considerata nel suo passato e proiettata nell’avvenire, è un’unità di destino. Unità che, con tutta evidenza, non è un regalo fatto ad un popolo da arcane potenze, ma una conquista, dispiegatasi nel tempo, tesa allo sviluppo del popolo stesso in coerenza con i suoi valori culturali e la sua tradizione storica.



5.
Latitanza dello spirito unitario

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Oggi amaramente dobbiamo constatare che alla latitanza dello spirito unitario nazionale tiene dietro un progetto di completa disgregazione prossima al dissolvimento della nazione stessa. La patria è diventata una sorta di gadget collettivo da esibire sventolando il tricolore quando la nazionale di calcio ottiene un qualche significativo risultato oppure nelle occasioni in cui la Ferrari taglia per prima il traguardo. Se si prova però a chiedere agli studenti medi o liceali di dare una definizione della patria, dalle loro labbra non esce neppure una sgangherata parola. Non si ha coscienza di ciò che si è, non si sa da dove si viene e poco importa - sembra - che «altri» posseggano le chiavi del nostro destino. Ciò che non si potrà perdonare mai alle classi dirigenti degli ultimi cinquant’anni è il «lavaggio del carattere» operato ai danni degli italiani, ai quali è stata negata perfino la conoscenza delle loro origini con un metodico e minuzioso processo di sradicamento culturale che, per fortuna, nessuno si azzarda più a negare.

Eppure agli inizi del Novecento numerosi erano stati gli sforzi da parte di politici ed intellettuali per preparare il terreno per l’affermazione di una certa idea di italianità: nessuno prevedeva che la morte della Patria sarebbe sopraggiunta l'8 settembre 1943 gettando il Paese nel baratro, e, soprattutto, nessuno poteva immaginare che la seconda parte del secolo sarebbe stata vissuta dagli italiani nel segno di una «allegra» anti-italianità dalle conseguenze disastrose. L’esito della Grande Guerra e la calda aspirazione al “primato” che si nutriva in ogni area della Penisola, mai avrebbero fatto pensare che nel volgere di pochi decenni ciò che sembrava a portata di mano si sarebbe trasformato in tragica illusione. Non poteva, tra gli altri, prevederlo Gioacchino Volpe, il più grande storico italiano del secolo scorso, che alla fine del «fatale» 1918, dopo la Vittoria, scrisse parole di inequivocabile fede nell’Italia, certo che la nazione, dopo prove straordinarie, avrebbe costruito il suo avvenire:
«Facciamo vivere nella nostra fantasia l’immagine di un popolo che, in cammino da decenni e da secoli, sopra una difficile strada, affrontando a poco a poco non solo gli ostacoli della malevolenza e della forza altrui ma anche e non meno le proprie inesperienze, passioni, male abitudini mentali, tuttavia avanza; si organizza sempre più moralmente. Cioè acquista sempre più coscienza di sé; trova un suo proprio assetto politico, comincia a ricostituire la sua ricchezza e a rinnovare la sua cultura; si propone obiettivi sempre più alti e lontani di vita collettiva; cerca di battere il passo con altri popoli più maturi e fortunati; diventa o ridiventa parte viva e attiva della società civile; riceve e dà contributi onorevoli al comune patrimonio morale del mondo; guarda in sé l’onesto proposito di bene conoscersi e più rapidamente avanzare. Questo popolo è il popolo italiano degli ultimi secoli. Vicenda dolorosa e vicenda lieta: vicenda in ogni modo di un popolo che ha radici profonde ed è abbarbicato alla terra e quasi, come diceva un grande poeta inglese, anela all’immortalità».


6.
Italia ed Europa

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Volpe, più di ogni altro, ha cercato con il suo lavoro di fornire un quadro delle origini e dello sviluppo della nazione italiana, rilevandone i valori storici, il «carattere», lo svolgimento delle sue istituzioni. E l’ha originalmente osservata anche come «creazione dell’Europa», tesi che dimostrò brillantemente in più di un saggio. Nello studio Italia ed Europa, più volte pubblicato in varie raccolte, Volpe descrive come l’Italia abbia tessuto «la sua storia nell’ambito della storia degli altri»; e come questa sua storia sia il prodotto del dare e dell’avere, in termini soprattutto culturali, rispetto alle altre nazioni. Sicché Italia ed Europa non possono essere pensate distintamente o, addirittura, in opposizione, ma «insieme», come risultati di un affinamento reciproco. Scrive Volpe: «Dal giorno che l’Europa, organizzatasi in stati nazionali, si accostò alla penisola; dal giorno che iniziò la conquista e gli Italiani entrarono in più stretto contatto con gli altri, cominciò allora la formazione degli organi di difesa e di collaborazione, cioè il processo verso lo Stato nazionale».

La «questione italiana», dunque, è per Volpe «questione europea». Questione che si pose, in maniera evidente, tra il XV ed il XVII secolo quando l’influenza italiana cominciò a farsi sentire in Europa, quando l’Italia incontrò e prese a frequentare altri popoli e, tutt’altro che gelosa del proprio retaggio, gettò se stessa, la sua cultura, i suoi uomini nel crogiuolo della formazione degli Stati nazionali europei dando ad essi supporti decisivi. E nel contempo facendo prendere consistenza al sogno di Niccolò Machiavelli: una nazione italiana politicamente coesa, premessa per la sua unità. Verso la metà del XVIII secolo, il pensiero in Italia, afferma Volpe, passa dai problemi marginali della politica, come la moneta, le dogane, l’agricoltura, ai problemi centrali come lo Stato, la nazione nei suoi assetti interni e nelle sue proiezioni intemazionali. Comincia così «lo sforzo di realizzare nell’ordine istituzionale il senso della morale unità». Ma oggi che cosa significa rinnovare l’impegno per la riacquisizione dell’identità nazionale?

Non è necessario scomodare la storia per convincersi che la nazione è un «plebiscito» di tutti i giorni. Basta avere la consapevolezza che il principio stesso dell’appartenenza ad una cultura e ad un sistema di valori civili fra cittadini di una nazione. Sembra - e forse lo è - una banalità, ma dopo la crisi delle ideologie che negavano in radice la nazione come comunità storicamente fondata, sono insorte forme diverse e probabilmente più subdole che la mettono in discussione, delle quali bisogna necessariamente tenere conto: il mondialismo, il pensiero unico, l’indifferentismo culturale.

7.
Diritto alla sovranità

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È difficile qualificare queste tendenze come ideologie strutturate; ma è viceversa facile riconoscerle come «veicoli» dell’ulteriore messa in discussione della nazione che apre la strada al rifiuto del riconoscimento delle specificità e, dunque, ad una sorta di «totalitarismo morbido» avente la pretesa dell’ineluttabilità dell’omologazione culturale quale fine ultimo della «guerra» alle differenze condotta soprattutto dai gruppi di potere finanziario e mediatico.

È per questo che la difesa della nazione si configura non come una ripresa degli stilemi del vecchio nazionalismo arroccato attorno al principio dell’intangibilità dei «sacri confini» e moralmente giustificato da una improponibile «volontà di potenza» declinata in imperialismo, ma come un atteggiamento che trascende il particolarismo egoistico ed afferma il diritto alla sovranità per tutti i popoli e tutti gli Stati, a prescindere dall’organizzazione giuridica di cui sono dotati. La nazione, è un’idea antica che si rinnova. Credere di poter evitare di riferirsi ad essa nel difficile tentativo di modernizzare le istituzioni pubbliche è come voler attraversare un deserto privi di generi di sostentamento. Purtroppo l’errore che spesso, e da più parti, viene commesso è quello di pensare che la nazione sia un’anticaglia sentimentale, un cascame retorico e non, com'è in realtà, un «organismo vivente» i cui elementi, se non armonizzati, rischiano di produrre conflitti difficilmente sanabili. Questo errore, con tutta evidenza, è affiorato quando si è pensato di riformare il sistema costituzionale italiano senza tenere conto dei valori a cui ispirare tale lavoro, i quali non possono che essere i valori dell’unità della nazione e dell’integrità dello Stato nazionale. L’ingegneria costituzionale, senz’anima e priva di prospettive comprensibili dai cittadini, può partorire soltanto progetti velleitarii le grandi Costituzioni sono tali quando i principi che affermano sono in sintonia con lo spirito dei popoli. Uno degli errori del costituzionalismo moderno è consistito nel ritenere di poter fare a meno della nazione: non a caso uno dei pochi esperimenti del Novecento riusciti è stato quello fatto dal generale De Gaulle perché profondamente legato allo spirito del popolo francese.

Questa dimensione che esplicita il sentimento dell’appartenenza sopra richiamato, è possibile coltivarla, difenderla, affermarla? Credo che tutte le forze politiche autenticamente popolari ed innestate, sia pure a diverso titolo, nella storia nazionale abbiano il dovere di rilanciarla al fine di contrastare sia le spinte disgregatrici che dall’interno operano per una rottura della comunità nazionale, sia l’invadente relativismo etico che dall’esterno si propone il fine di recidere legami culturali grazie ai quali si tiene insieme il paese. Nell’autunno 2003 i caduti di Nassiriya ci richiamarono improvvisamente e drammaticamente al principio pre-politico dell’appartenenza. Perciò ci stringemmo, senza distinzione di parte, a loro e tra noi per marcare, appunto, l’appartenenza ad una comunità radicata in un patrimonio di valori morali e spirituali che definiscono un altro sentimento che per decenni non ha avuto cittadinanza in Italia: il patriottismo; sentimento che preesiste al riconoscimento della stessa idea di nazione. Dai giorni della tragedia irachena, che ha segnato anche il nostro paese, ci siamo chiesti tante volte se il sentimento del patriottismo possa coniugarsi con la vita quotidiana. In altri termini, se un valore assoluto e condiviso possa costitutire la base per attivare quel senso della nazione la cui caduta è il principio richiamato del cosiddetto declino italiano.

Di fronte a tale questione non credo ci si possa ritenere appagati dal fatto che una circostanza luttuosa ci ha fatto sentire per una volta «più italiani». È auspicabile, invece, che le strutture istituzionali, formative e culturali in primo luogo, esercitino la necessaria funzione di sensibilizzazione attorno alla questione della coesione comunitaria per offrire orientamenti, soprattutto alle giovani generazioni, che esaltino l’identità nazionale e la offrano come motivo di confronto (e non di sopraffazione o di rivendicazione di fantasiose superiorità) con altre identità riconosciute, accettate e rispettate.

Insomma se una storia condivisa che fondi una comunità coesa non è pensabile, l’accettazione delle storie e il rispetto che verso di esse si impone, apre la strada a una nazione condivisa, da conquistare giorno per giorno nella prospettiva di dare un senso concreto al sentimento che sorregge l’idea stessa di nazione: il patriottismo. Com’è facile dimostrare, esso non può essere quello della Costituzione, come pure qualcuno ha sostenuto, ne quello astratto pronto a farsi supporto ideologico a scopo di sopraffazione. Il patriottismo è il vincolo comunitario tra elementi reali che fanno parte della vita; non è escludente ma inclusivo; non è la suprema forma dell’egoismo collettivo, ma la prova di generosità di un consapevole aggregato umano conscio che la sua sovranità finisce laddove comincia la sovranità di altri; è il rispetto che si deve alle altre culture, a tutte le culture perché manifestazioni dello spirito dei popoli e che sarebbe delittuoso cancellare.

8.
Patriottismo e democrazia

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Patriottismo e democrazia, dunque si tengono, poiché, come osservava Lucien Febvre, il grande storico francese fondatore della scuola degli «Annales», la patria «è una parola astratta, presa in prestito, una parola classica, certo; ma che ben presto si è riempito di sostanza umana, di sostanza individuale, di sostanza vissuta». È questa «sostanza» che la legittima, in un certo senso. Perciò l’amor di Patria, per come storicamente si è incarnato, può dirsi un’estensione dell’«amor proprio». I moralisti francesi del Settecento dicevano che ci si ama veramente soltanto amando la Repubblica e alla fine si arriva ad amarla più di se stessi.

Henry Jean-Baptiste d’Anguesseau, che scriveva di politica nel Diciottesimo secolo, si chiedeva se davvero il patriottismo che giustifica la passione nazionale, «questo amore pressoché connaturato all’uomo, questa virtù che conosciamo attraverso il sentimento, che acquisiamo attraverso la ragione, che dovremmo seguire per interesse, davvero possiede delle radici profonde nei nostri cuori?» Per quanto possa sembrare strano, la risposta è convintamente affermativa. Le radici profonde del patriottismo sono in tante cose che riassumono la nostra identità, ma soprattutto nel sacrificio di chi ha portato e continua a portare nel mondo una certa idea dell’Italia. Nonostante tutto.

Ecco perché riscrivere il Novecento, “il secolo delle idee assassine” come lo ha definito Robert Conquest, non è un puro esercizio accademico, né deve suonare come una sorta di “vendetta” nei confronti di chicchessia. Molto più semplicemente significa ricostruire le storie che, in maniera diversa, hanno contribuito a tare l’Italia ed accettarle per quello che sono, “giocandole”, si potrebbe dire, in una grande partita comune dalla quale non deve venir fuori un vincitore, ma un’idea moderna di nazione nella quale idee diverse si confrontano per il raggiungimento del bene comune.


GENNARO MALGIERI

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1. Sinistra, esci dalla Grande Bugia. Forum di Liberal con Gennaro Malgieri, Giampaolo Pansa, Claudio Petruccioli.
2. Triangolo della morte: i DS chiariscano tutto. Otello Montanari nel ’90 denunciò i massacri nascosti: giusto espellere l’ex partigiano omicida, ma non basta. Contro di me 15 anni di ostracismo: gli attacchi di Lama e le minacce di Pajetta, solo Fassino mi difese.
3. Roberto Beretta: Una medaglia per le vittime dei partigiani. «C'è molto da scavare su quello che successe nel dopoguerra in queste zone». Così Otello Montanari commenta sul «Corriere della sera» di ieri la notizia che l'Associazione partigiani e i Ds hanno espulso dai loro ranghi Dante Bottazzi, anziano militante comunista già condannato per i massacri compiuti dopo il 25 aprile 1945.
4. Resistenza e revisionismo. Intervista di Simonetta Fiori a Claudio Pavone apparsa in “La Repubblica”, ottobre 2000.
5. Renzo De Felice ovvero la persecuzione inesistente. Testo di Luciano Canfora apparso in “Micromega”, n. 3, 1996.
6. Dove finisce la democrazia. Testo di Massimo L. Salvadori sul libro di Luciano Canfora, “La democrazia. Storia di un’ideologia”: «Dalla recensione, pubblicata su la Repubblica del 3 agosto 2004, il libro di Luciano Canfora, Democrazia, storia di una ideologia, sembra di grande interesse, e mi sembra di condividere le tesi del libro più di quelle del recensore. Ne riparleremo quando avrò letto Canfora», seguito da brani tratti dal libro.
7. La Germania censura libro sulla democrazia. Secondo questa notizia editoriale il libro di Canfora non avrebbe avuto buona accoglienza in Germania. Quale che sia il giudizio sul libro, la censura non è mai condivisibile.

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