venerdì, novembre 24, 2006

Una voce di donna a Radio Radicale

Uso lavorare al computer con la radio accesa. Una donna che sta parlando, non ne ho il nome, dice ad un certo punto: «…oggi chi prende una tessera ad un partito è per candidarsi o perché fa parte dell'entourage di chi si deve candidare…». Ecc. Parla la Sinistra Liberale, confluita nella Margherita. Prima ho ascoltato Valerio Zanore, ora della Margherita, ma che io ricordo segretario del Partito Liberale…

Vorrei contraddire la donna che sta parlando. Non avendolo mai fatto prima, ho deciso in età matura di prendere la tessera di un partito (Forza Italia), ma non per candidarmi. Per avere il diritto di dire la mia all'interno di quelle organizzazioni previste dall'art. 49 della costituzione, dove i cittadini dovrebbero poter concorrere alla formazione della politica nazionale. Diverso è il ruolo del Cittadino (che puà essere Elettore o non Elettore) e del militante di un partito. Diverso il comportamento che ci si può aspettare da ognuno. Il Cittadino può cambiare il suo voto ad ogni elezione sulla base di un giudizio ci si augura il più possibile informato e maturo. Il militante di un partito non può volare da un partito all'altro come una farfalla. Se può apparire non onorevole il prendere la tessera di un partito direi che lo sia ancora meno il cambiare partito. Se cambiare partito vuol che ci si è prima sbagliato, niente impedisce di pensare che si continui ancora a sbagliare. Si dovrebbe continuare a stare in un partito proprio quanto è maggiore il dissenso con gli organi dirigenti di quel partito. Il primo dibattito, la prima politica, è quella che si fa all'interno del proprio partito (qualunque esso sia). Insomma, il militante non ha la stessa libertà del Cittadino elettore perché diversa è la sua responsabilità. Il Militante è quegli che elabora una proposta politica per il cittadino. Per salvaguardare la libertà di coscienza del Militante dovrebbe essere possibile per lo stesso Militante votare (in quanto cittadino) anche contro il proprio partito se si ritiene che la politica adottata dal proprio partito (al governo o no) sia contraria ai propri intendimenti ed alla propria coscienza…

Per quanto mi riguarda e che qui ora non approfondisco, ma con riferimento a ciò che sento e credo provenga da una Sinistra Liberale confluita nell'Unione, dico che: a) costruisco il mio liberalismo partendo da Hobbes; b) starò in Forza Italia, rinnovando puntualmente la tessera, fino a quando non ne verrò espulso a causa delle mie opinioni. Solo allora mi considererò sciolto di un vincolo di fedeltà, basato sui miei concetti di onore e coerenza.

Ascoltando Radio Radicale sugli Ebrei in Israele

Sto ascoltando da quasi un'ora l'ennesima trasmissione radicale pro Israele. In questo momento sta parlando in differita, mi pare, Antonio Landolfi a proposito della presentazione di un libro avvenuta lo scorso 20 novembre alla Casa della Cultura di Milano. E' sempre bene, giusto e doveroso per ognuno di noi ascoltare con maggiore attenzione e diligenza proprio quelle tesi che non si sente di condividere o da cui ci si sente lontani. Ma guai se per timore di non scoprirsi in dissenso minoritario ci si dovesse autocensurare. Sono quindi ben consapevole della marginalità delle mie opinioni, che beninteso non intendo imporre a nessuno. Ma neppure intendo modificarle se non mi convinco spontaneamente della loro erroneità ed insostenibilità.

Credo di aver colto il punto debole dell'argomentazione di chi sto ascoltando in registrazione, cioè Antonio Landolfi, che conclude proprio in questo momento. Egli ad un certo punto, ricostruendo la storia del socialismo fin dagli esordi pontifici (Facchinelli) dice che sempre i socialisti sono stati "a favore degli Ebrei" e devono continuare ad esserlo se vogliono essere "veri" socialisti. E fin qui non ho nulla da obiettare. Non mi definisco socialista e la cosa mi riguardare poco, essendo io a favore non solo di Ebrei, ma anche di Musulmani, Buddisti, Confuciani, ecc. Sono a favore degli Ebrei ecc, in quanto non sono pregiudizialmente contro Nessuno.

Ciò che trovo sofistico nel ragionamento di Landolfi è che egli equipara gli Ebrei con l'odierno Stato di Israele, la cui legittimità è semplicemente presupposta non solo da Landolfi, ma da un'opinione largamente maggioritaria. Per questa opinione le manifestazioni di sabato scorso sono semplicemente inconcepibili: "quattro delinquenti", sta dicendo Calderoli. Ma come, noi che siamo la testa pensante del Paese, noi che siamo qui a parlare e solo perché ci parliamo addosso siamo, mentre gli altri non sono?! Come è possibile? Non è possibile ed il fenomeno non esiste! Sembra di risentire il famoso don Ferrante che arrivare a concludere che la peste non esisteva e ne era così convinto che si lasciò morire di peste.

Il sofisma consiste dunque nell'equiparazione ebrei = Stato di Israele, da cui discende che l'essere contrari ad una fondazione dello Stato d'Israele sulla base di un'occupazione militare sancita dall'ONU (= foglia di fico dei vincitori della seconda guerra mondiale ed in particolare degli USA) significa essere antisemiti. L'antisemitismo ha una storia millenaria (uccisione del Cristo con il "suo sangue ricada su di noi ed i nostri figli", ma le tracce di una politica "contro", il Popolo Eletto, possono addirittura rintracciarsi prima di Cristo e forse affondano le loro ragioni nella Presunzione israelitica), ma viene addebitato per intero ai nazisti. Il nazismo viene equiparato al Male Assoluto e chi si azzarda al minimo accenno critico verso Israele e la sua politica, sostenuta dalla mire imperiali degli USA, viene terroristicamente bollato come antisemita, negazionista, ecc. ecc. Ne so qualcosa io stesso per le reazioni al mio post sull'Olocausto. Non esito a qualificare di idioti e disonesti quanti hanno tentato di imbastire una tresca ai miei danni. Ma andiamo avanti.

Ritengo strumentale ogni discorso sull'antisemitismo, di cui oggi non esiste più la benché minima traccia. Se se ne parla, è perché hanno interesse a farlo quanti da esso hanno tratto vantaggio e continuano a trarne. Dirsi oggi antisemiti è un anacronismo storico. Altra cosa è la politica degli USA in Medio Oriente. Il nostro interesse di Europei non sta con Israele, ma con l'intero mondo arabo. Non intendo dire che si debba chiedere ad Israele di sloggiare dai territori occupati con la forza e la violenza, ma che da Israele si debbano politicamente prendere le distanze ed avviare relazioni diplomatiche di pace e collaborazione con tutti gli Stati arabi, che hanno pieno diritto alla loro politica interna. Solo così ci metteremo al riparo dalla nuova forma di guerra che ambiguamente viene definita terrorismo. Trovo ipocrite e miserabili tutte le nostre chiacchiere su democrazie e diritti umani. Si tratta di una costruzione ideologica e polemica, la cui realizzazione non esiste neppure nei nostri paesi felicemente governati. Sono inoltre concetti problematici e contradditori. Tentare di esportarli all'estero e basare la nostra politica sul loro presupposto mi sembra un modo per porsi fuori della realtà e di nascondere la nostra inconsistenza politica, triste lascito della seconda guerra mondiale e degli accordi di Yalta, che i nostri politici e governanti non sono in grado di superare.

lunedì, novembre 20, 2006

Clamori e silenzi della politica: perché Israele possiede la bomba atomica?

La riflessione odierna, che spero di contenere in poco spazio, riguarda i modi (idola) ed i mezzi (gli arcana) della politica, o meglio di chi detiene il potere politico. Noi spesso ci troviamo coinvolti in grandi dibattiti che ci appassionano e spesso ci contrappongono artificiosamente e strumentalmente gli uni agli altri, Un ruolo importante esercitano gli organi di comunicazione (stampa e televisione). Appunto... Sto ascoltando il solito editoriale sapiente di Panebianco... su Gaza, Israele ed i suoi errori! Bah! Ma cerco di chiudere questa breve nota senza raccogliere la provocazione di Panebianco. Dico: chi dispone del potere dispone anche dei mezzi per stabilire il contenuto della comunicazione che a noi giunge attraverso i suddetti canali, soprattutto stampa (per i più colti) e televisione (per la massa che non può stancarsi gli occhi leggendo). Può perciò decidere cinicamente le notizie ed i contenuti per riscaldare il popolo, magari per prepararlo alla guerra. Un esempio a tutti noto è la bugia degli armamenti di Saddam per creare il tradizionale casus belli. Altri esempi possiamo trovarli in politica interna. Negli ultimi giorni delle ultime elezioni si è sottratto l'attenzione sulla soppressione dell'ICI promessa da Berlusconi e si è tirata fuori (se ben ricordo) il "coglione" che Berlusconi avrebbe dato agli elettori di Prodi, che giunto al potere grazie a quell'esiguo scarto di 24 mila voti ricambia tutti gli italiani "impazziti". Gli esempi potrebbero essere numerosi e istruttivi, ma questi giochi efficaci sui grandi numeri difficilmente possono attirare l'attenzione dei più. I clamori suscitati possono essere strumentali per distogliere l'attenzione su operazioni che invece si vogliono portare a compimenti lontano dai riflettori. Tra questi sistematici silenzi non solo a livello nazionali ma internazionale la mia riflessione si concentra su un fatto evidente ed elementare: Israele da parecchi anni dispone di un arsenale atomico superiore a quello di Francia ed Inghilterra. Perché mai ed a quale scopo? Questi strumenti di morte, superiore ad ogni olocausto nazista, perché sono legittimi in mano israeliane ed illegittime in altro mano? Come gli Stati arabi del Medio Oriente (il 98,8 per cento del territorio e della popolazione) possono sentirsi tranquilli con una simile pistola puntata? Che senso ha parlare di pace in una situazione simile? La risposta, o meglio, il seguito delle riflessione ai miei venti lettori!

LETTERATURA: verranno qui raccolti tutti i links che potro trovare sull'Atomica israeliana con documentazione iconografica.

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venerdì, novembre 17, 2006

Leggi, giudici, parlamentari e giornalisti: un'allegra brigata!

Qualche mese addietro si è sollevato un grande clamore per un imponente sistema di intercettazioni che aveva la sua centrale addirittura presso la Telecom. La vicenda intricata è nota e non mi addentro. Anche perché temo di dire cose inesatte su faccende che seguo abitualmente con distacco e scarsa attenzione. Non corro il rischio di essere spiato perché nella mia vita non vi è nulla di interessante per eventuali spioni. Ebbene, per proteggere chi ha qualcosa da temere il parlamento ha subito disposto una severa legge. Questa mattina ascolto in diretta che a giudizio degli stessi fabbricatori di leggi la legge che si sta varando è una nuova pessima e pasticciata legge che si aggiunge a tante altre leggi pasticciate. I giornalisti rischiano di pagare multe miliardarie se non peggio con il carcere. Ebbene, se questo è il fatto che poco mi appassiona, le riflessioni ancora dissorgaiche che si affacciano alla mia mente sono le seguenti:

a) la pletora di leggi cattive, confuse, contradditorie, liberticide, ecc., oltre a togliere ogni maestà all’idea di Legge finiscono per dare poteri enormi al ceto dei giudici, alle cui mani siamo consegnati. I giudici sono degli uomini come gli altri. Fanno quello che fanno tutti gli altri uomini, ne condividono pregi e difetti. Non sono di una pasta diversa e migliore. La nostra società si caratterizza pertanto come una società composta da tante corporazioni e fra queste corporazioni quella dei giudici è forse la più potente. Il potere discrezionale dei giudici è enorme e direttamente proporzionale alla confusione e contradditorietà delle leggi prodotte.

b) I parlamentari accedono ai privilegi del loro status non per concorso, come nel caso dei giudici, ma per elezione. Sul momento elettorale è grande la retorica, ma assai miserabile la sostanza delle cose. La sociologia del momento elettorale è nota ad ognuno, ma la scienza e la dottrina preferisce difendere il sistema piuttosto che evidenziarne gli evidenti limiti. Al massimo solo qualche comico tenta qualche volta di dire la verità mettendola nei circuiti mediatici. Credo che si possa dire che ogni parlamentare dipenda dai collettori di voti, mai da un rapporto con il singolo elettore, impossibile quando gli elettori sono 100.000, numero di cui spesso menano vanto, ben sapendo che “centomila” è lo stesso che “nessuno”: uno, centomila, nessuno! Lo sanno e sono certi dell’impunità di fronte al singolo elettore che appunto non esiste. Ho sperimentato più volte nel cogliere in fallo il parlamentare da me votato e di sentirmi irridere, per essermi lasciato estorcere il voto. Il divieto di mandato imperativo è un ottimo pretesto per potersene infischiare del quisque de populo elettore. Il vero rapporto fra il parlamentare e l'elettore è raffigurabile nel cliente con il cappello in mano davanti all'Onorevole. Non è però vero che in deputato se ne può infischiare di chiunque. Bacia la mano di chi lo mette in lista ed è oltremodo dipendente ed ossequioso verso quei poteri forti che possono influire su chi forma le liste dei candidati. Il sistema proporzionale, gabellato come democratico, è il sistema del ricatto antidemocratico espresso nella formula seguente: se su cento voti necessari per fare maggioranza di governo A dispone di 48, B di altri 4 e C solo di 4, allora C tiene in scacco A e B. Non solo ma anche chi concorre a fare 48 può accrescere la sua forza contrattuale lesinando il suo voto. Tutto ciò con la democrazia di chi vive ogni giorno di un lavor appena sufficiente per sbarcare il lunario, ha poco a che fare!


c) Un ruolo nella formazione del consenso esercitano i giornalisti o della carta stampata o della televisione. Il nome del deputato deve circolare presso la gran massa. Naturalmente non è possibile una disamina pubblica del curriculum di ogni singolo deputato, ma basta che per ognuno si crei un cliché da poter divulgare. La quotidianità delle votazioni e delle opinioni espresse negli organi parlamentari non entra nel conto. Basta che i deputati superino il varco dell’elezione. Possono tirare un sospiro di sollievo e per almeno cinque anni possoni stare tranquilli. Dopo tre anni di legislatura – ho sentito – maturano addirittura il diritto alla pensione (otto o sedici milioni di lire al mese): uno schiaffo agli elettori!

d) E’ facile che un patto scellerato si stipuli fra giornalisti e parlamentari. Ecco che i giornalisti sono un’altra corporazione, voluta dal fascismo e di cui gli antifascisti non hanno mai voluto liberando, consentendo ad ognuno il diritto di poter informare gli altri. La stampa è in pratica strettamente incardinata nel regime. Se io diffamo un altro dicendo cose non vere o comunque non pubblicabili, commetto un reato in quanto cittadino. Poco importa che sia o non sia un giornalista.

e) In realtà, in Italia – malgrado la retorica costituzionale – non è garantita la libertà di pensiero e di manifestazione del pensiero, non già perché esista un divieto espresso, ma perché militano molte ragioni a favore dell’autocensura, che è condizione per la conservazione di privilegi anche di status. La recente vicenda della satira esercitata nei confronti del papa è stata in se assai istruttiva. I gruppi confessionali si chiamano in letteratura "corpi intermedi". Vengono in genere presentati come aggregazioni a difesa dell'individuo. In realtà, l'individuo viene ad essere schiacciato da questi corpi intermedi più che se ad esercitare la totalità del potere e del comando fosse un solo soggetto legittimato direttamente dal popolo. Machiavelli, già ai suoi tempi, aveva individuato il fenomeno, sostenendo che per il popolo (se proprio doveva essere in ogni caso sempre e soltanto oppresso) tanto valeva essere angariato da uno solo piuttosto che da molti (potremmo dire oggi i nostri magnifici ed eccellenti mille deputati). Il nodo teorico che mi riservo di approfondire con strumenti formali è fra una democrazia che si dice basata sul consenso (fatta discendere da Locke, che in privato equiparava schiavi e cavalli) ed una democrazia basata sulla protezione (innanzitutto della vita e di quella libertà che consente di lavorare prosperando, ricavabile da un'attenta lettura del malfamato Hobbes, che io considero padre e teorico di un vero liberalismo. Hobbes non amava il papa ed i papisti e si trovò in fiera polemica con Bellarmino).

(riflessioni disorganiche da affinare e sviluppare)

Una lancia per Daniele Capezzone

Non è affar mio interloquire in ciò che è successo e sta succedendo in casa Radicale, ma forse l’aver pagato per almeno un paio di anni la tessera radicale mi dovrebbe dare almeno il diritto di esprimere una debole opinione sulle faccende radicali, divenute peraltro di pubblico dominio. Intanto perché avevo pagato una tessera radicale e quali sono stati i miei rapporti con i Radicali? Cosa mi unisce e cosa mi divide dalla pattuglia radicale? E’ una risposta che devo innanzitutto a me stesso per liberarmi da un’influenza subordinante e contradditoria. Il perché del tesseramento è facile da spiegare e motivare. Era un anno in cui il partito radicale sembrava stesse per sparire dallo scenario politico italiano. I radicali avevano posto come obiettivo all’opinione pubblica italiana il raggiungimento di un certo numero di tessere per la loro sopravvivenza. Avevano detto anche chiaramente che il tesseramento era la loro unica fonte di finanziamento. Era anche da me condivisa la loro posizione sull’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti. Insomma, ho ritenuto che per la loro onestà politica meritassero l’»elemosina« (cospicua) di un finanziamento da parte mia. Misi perciò mano al portafoglio e sborsai soldi per una tessera per me carissima. Sapendo ciò, qualche amico mi considerò politicamente un radicale e fui qualificato come tale. Ma credo che ciò non mai stato vero. Ho provato qualche volta a frequentare la sede di via di Torre Argentina, ma ho avvertito quasi subito che non era aria per me. Abituato a trattare con cortesia e ad essere trattato con cortesia, mi dipiacque un lieve ed inconsapevole gesto di stizza della Bernardini, alla quale faccio i migliori auguri pur ritenendola politicamente inferiore a Capezzone.

Negli anni successivi al mio primo tesseramento ricevevo telefonate dal partito radicale per il rinnovo della tessera radicale negli anni successivi e per altre loro iniziative. Ogni volta io davo ampie spiegazioni a chi mi telefonava. In particolare, scoprii meglio la mia diversità di posizione dai radicali in occasione della campagna per la libertà di ricerca scientifica. Una caratteristica dell’essere radicale è quella di far chiasso sui temi eticamente sensibili e tali da poter provocare un conflitto di opinioni, ma poi la realtà può essere altra. A me appariva come una vistosa contraddizione la sovraesposizione mediatica in materia di libertà di ricerca scientifica e la totale assenza dei radicali sui temi della riforma universitaria: a loro modo di intendere due cose del tutto distinte! Sembra che la ricerca scientifica in Italia non la debbano fare i ricercatori che lavorano nelle università, ma i radicali stessi con striscioni e schiamazzi. Basta che facciano delle interviste a qualche prof. ord. e dietro non esiste più nulla. Nello stesso giorno in cui si svolgeva una manifestazione nazionale dei ricercatori davanti a Montecitorio e sfilava da un’altra parte della città i movimentisti dell’orgoglio omosessuale i radicali stavano tutti alla sfilata con gli omosessuali ed ignoravano perfino che nello stesso giorno vi era una manifestazione dei ricercatori, dove erano in ballo interessi che adesso sono giunti alla fase più acuta, ma senza più rimedio possibile. Avevo avuto un breve scambio epistolare su questo tema e mi scrisse due righe addirittura la Bonino. Sempre in materia universitaria non posso dimenticare la partecipazione di Taradash (un radicale che entra ed esce) allo “scippo” di Dalla Chiesa, quando con una raccolta di firme fu sabotato (per sempre) un provvedimento che consentiva ai ricercatori italiani di poter far parte per legge dei Consigli di Facoltà e di poter votare per l’elezione del rettore. Avendo una volta votato per Taradash mi accanii a cercarlo per chiedergli conto della sua firma. Lo beccai una volta proprio nella sede di via Torre Argentina. Mi avvicinai a lui sorridendo e gli chiesi perché avesse appoggiato Dalla Chiesa nell’operazione di “scippo”. Non se lo aspettava, pensava fossi un suo fans. Colto alla sprovvista, mi disse che era d’accordo con Dalla Chiesa. “Già! Ma io ho votato te, non lui”. In realtà, non capiva e non capisce nulla di questioni universitarie e non so se ha mai preso una laurea. Altri esempi più o meno rilevanti potrei fare per poter concludere che “non sono un radicale” e che la mia passata tessera altro non significa che una «elemosina» (cospicua) a chi tutto sommato la merita. Ma da un punto di vista concettuale e politico è importante che io chiarisca (innanzitutto a me stesso) la mia diversità dall’area radicale, pur avendo io grande stima per un intellettuale e pensatore politico come Marco Pannella.

Venendo un tema oderno vorrei esprimere il mio apprezzamento di cittadino per l’attività politica di Daniele Capezzone. Mi è parsa una posizione onesta la sua. Egli dice: questo governo ha posto più tasse ai cittadini e non ha fatto una sola riforma. A questo punto viene da pensare se i radicali, per essere stati troppo lontani dal potere o meglio dal parlamento, non siano entrati in crisi per eccessiva astinenza. Mentre la Bonino era in Cina mi è capitato di pensare che se non fosse stata essa stessa al governo, probabilmente si sarebbe incatenata in qualche palo delle strade di Pechino. Mi è parso più coerente al governo Capezzone che non tutti gli altri. Non ho ben indagato e capito i motivi della sua defenestrazione dalla segreteria del partito radicale. Non è affar mio e non mi intrigo, ma non posso non notare la differenza fra lui e la Bernardini. Fra i due preferivo Capezzone. Credo che in questi momenti esista anche un lato umano delle cose. Per quel che conta voglio esprimere pubblicamente la mia attestazione di stima a Capezzone, anche mi sono dissociato da lui in merito ad alcune vicende. Ad esempio, il clamore suscitato da quella grande, ma pessima e faziosa giornalista che è a mio avviso l’Annunziata. Io ero stato contro Capezzone che si era schierato con l’Annunziata. Glielo scrissi e lui tenne conto dei miei argomenti.

Coraggio, Capezzone! Sei giovane e puoi ancora far politica, ossia puoi sempre prendere posizione ed elaborare idee nelle vicende di questo nostro disgraziato paese, con ladri al governo che parlano di “valori”, funestato prima ancora che da mafia, ndrangheta e camorra, dai suoi governanti e dalla sua famelica classe politica, vero flagello di questo paese non già “impazzito”, ma castrato da qualsiasi vera possibilità di partecipazione politica (art. 49 della costituzione). Viene periodicamente turlupinato da quella farsa politica che si chiama “elezione dei rappresentanti”, ma poi è in totale balìa di una oligarchia di 1000 parlamentari che depredano le risorse del paese e contro i quali non esistono rimedi efficaci. Io stesso sono ben consapevole della inanità delle mie parole e della mia indignazione, ma mi ispiro ad un motto pannelliano: «fai quel che devi, accada quel che puo»!

(testo non definitivo, ancora da emendare e limare).

Post Scriptum - A proposito di Taradash: è ancora in corso oggi sabata 18 novmbre la rassegna stampa di Marco Taradash, a lui affidata il sabato. Riporto il suo commento alle notizie della Rassegna, da lui fatta in modo fazioso. Si chiedono maggiori risorse per la ricerca nello sciopero di cui lui stesso è costretto a dare notizia. Ebbene, quali sono le preoccupazioni di Taradash? Che le maggiori risorse non vadano ai ricercatori, ma alla ricerca. Ho già detto sopra che Taradash non capiva nulla di università quando aggiunse la sua firma all'elenco degli scippatori capitanati da Dalla Chiesa. Mi riesce un poco difficile trattenermi dagli improperi che vorrei mandare ad un incompetente che non potrò mai perdonarmi di aver votato una volta solo perché di fronte ad una massa di sconosciuti in lista mi ero affidato alla sola notorietà della sua voce mattutina. Non solo non capiva nulla di università all'epoca dello scippo, ma continua a non capire nulla, ma ambisce tuttavia ritorna a Montecitorio.... Vorrei che Taradash provasse a rispondere perché i ricercatori italiani non si lasciano sfuggire una buona occasione che giunga dall'estero! mah! Mi astengo dal mandargli il sonoro improperio che si merita. Potrebbe esser vietato dal codice penale e da quello civile. E poi si tratta di un ex-deputato con tutti i privilegi dello status... pagato da noi tutti. Mi chiedo se abbia reso in parlamento più dell'ultimo dei riccercatori. Caro Taradash, ti propongo una bella riforma radicale: abolire la pensione ai parlamentari, soprattutto a quelli che la prendono dopo tre anni di attività parlamentare. Si potrebbe racimolare qualche bella lira per i ricercatori italiani che se dipendenti pubblici hanno obblighi di incompatibilità e non possono mettersi neppure a vendere le olive o le castagne per strada, nel caso avessero bisogno di un'integrazione di stipendio per soddisfare ai comuni bisogni della vita, non essendo dei puri spiriti e non avendo fatto voto di castità ed astinenza.

martedì, novembre 14, 2006

Dino Boffo, la satira ed il sentimento religioso

Non intendo scrivere un lungo articolo su questo argomento, ma fermare sulla carta una rapida riflessione. I pensieri vengono e vanno ed assai spesso sfuggono. La trasmissione televisiva che ho visto casualmente e non seguo abitualmente (Se la ricerca in rete è corretta sono questi i dati identificativi: "Dieci minuti" o simili, dentro il tg2 della sera, conduttore Maurizio Martinelli. La trasmissione presa di mira è Crozza Italia del comico Maurizio Crozza, dove qualche volta ho pure visto causalmente la trasmissione satirica incriminata, peraltro – a mio avviso – del tutto innocua) mi pare abbia un grave limite ai supposti approfondimenti che il conduttore pretende di dare: manca il contradditorio. E trovo con compiacimento che i limiti dei «dieci minuti» sono stati già rilevati da qualcun altro, che ha parlato addirittura di disinformazione, altro che approfondimenti! Il vignettista (ma con giudizio) Forattini non era affatto in contradditorio con Dino Boffo, direttore dell'Avvenire (di cui si può leggere qualcosa di istruttivo qui), ma entrambi erano caustici verso un terzo assente condannato senza avvocato difensore, cioè gli autori televisivi di una satira che ha avuto il sacrilego torto di voler prendere di mira papa Ratzinger: in Italia i potenti non si toccano. L'argomento principale di Boffo è che sì va bene la satira come genere letterario (bonta sua!) ma con il rispetto del limite degli altrui sentimenti religiosi. Lo stesso discorso gesuitico che distingue, violentando il vocabolario, fra laico e laicista, l'uno buono e l'altro cattivo. Un'altro attacco a Crozza l'ho trovato adesso in rete ed è da parte del Corriere della Sera, cui non piacciono ("deludono") i contenuti ideologici di Crocca. Se posso difendere Crocca (che non conosco e che non mi interessa: non seguo questo genere letterario e non ho tempo da dedicare ai comici), vorrei incoraggiarlo dicendogli che il giudizio del Corrierista o meglio Carrierista è quanto mai opinabile: de gustibus ne disputandum est. Il Tizio si chiama Aldo Grasso e si trova qui: la sua delusione, certo che può dirla, ci mancherebbe! Ma è appunto la "sua" delusione e vale il principio di Protagora secondo cui l'uomo è misura di tutte le cose. Si tratta di quell'abietto relativismo contro cui papa Ratzinger ha indetto una nuova crociata, di cui forse il migliore antitodo è la satira alla Crozza.

Il punto problematico a me pare la pacifica e per un tipo come Boffo comprensibilmente scontata identificazione fra papa, papato o istituzione ecclesiastica e il sentimento religioso. Viene da chiedersi: E se oggi al posto di papa Ratzinger ci fosse papa Borgia o altri illustri successori di Pietro? Quale sarebbe stato il sentimento religioso vilipeso e soprattutto da chi vilipeso? Sentimento religioso e istituzione ecclesiastica possono essere e sono due concetti affatto separati e distinti. Alla loo confusione e indistinzione contribuisce proprio la televisione di Stato, ossia di regime. Qualche giorno fa un vescovo ci ha perfino detto che è peccato non pagare le tasse, ma di queste tasse beneficia in misura non piccola propria la chiesa cattolica, che vuol essere gelosamente esentata da tutte le tasse possibili… Ed io farei volentieri a meno di pagare quell'8 per mille che mi rode il fegato. Ragion per cui suscita scandalo la irrisione satirica del papa attuale, assai più dogmaticamente aggressivo dei suoi predecessori, non già per il contenuto in sé della satira in oggetto ma per la dissociazione dei due momenti: gerarchia ecclesiastica e sentimento religioso, che è in ognuno di noi e che è insondabile quanto più profondo, tanto profondo che nessun tentativo di satira sarà mai possibile. La satira può infatti colpire e fustigare ciò che si vede, non ciò che è invisibile e nascosto. Insomma, il solito filisteismo di Stato. Non credo che quella trasmissione, divertente, avrà vita lunga. L'Italia è la terra di Giordano Bruno, di Galileo Galilei e di tanti filistei che accendono i tizzoni del rogo sempre pronto. Mi paiono poi diversi i casi delle vignette danesi e quello attuale della satira in casa nostra: diversi i contesti, il senso e le conseguenze. Ma appunto non voglio scrivere di più su questo minore argomento. Et de hoc satis!

Post Scriptum – Non poteva mancare una nutrita RASSEGNA STAMPA, appena toccato il papa, il cui processo televisivo di sacralizzazione non può che essere irrimediabilmente fatto naufragare dal “riso”, un’arma potentissima. A chi ha letto il libro di Umberto Eco o visto il film che ne è stato ricavato è bene ricordare la trama del racconto. Di Aristotele era stato rinvenuto un libro mancante della Poetica, dove lo Stagirita trattava l’argomento del “riso”. Ciò significa che si poteva anche ridere delle cose serie e importanti e perfino della Somme Autorità. Ciò era tanto destabilizzante quanto intollerabile. Erano perciò giustificati gli omicidi “di Stato” per evitare che il libro potesse venire scoperto e letto e divulgato il suo contenuto. Meglio bruciare la Biblioteca con tutto il suo contenuto. O almeno così ricordo la trama. Ma ho anche il ricordo di un altro libro comico-satirico adesso meno noto che aveva avuto successo negli anni Settanta. Si ipotizzava l’avvento di un papa straniero (e Giovanni Paolo II mi pare sia venuto fuori dopo), il cui accento quando parlava in italiano sembrava fatto apposta per suscitare il riso ed in questo modo avrebbe potentemente contribuito alla scristianizzazione dell’Italia. Se era una profezia, questa mi pare calzi più per il papa tedesco che non per il papa polacco, che pur con il suo accento straniero una qualche simpatia è riuscito a guadagnarsela fuori delle mura Vaticane. Ma di questo papa non saprei dire se può definirsi “simpatico” agli estranei del Sacro Ovile. Il ricordo di Giovanni XXIII non teme confronti: spacca le mura e guadagna la commozione e simpatia del mondo intero.
1. Siamo con il papa o con l’Islam?. Nell’articolo qui linkato si parla ad un certo punto della libertà di criticare la satira. E ci mancherebbe! Una satira è tale se riesce a mettere in discussione ogni possibile tabù. Sarebbe buffo che a sua volta l’autore della satira fosse immune da quella stessa critica che egli esercita verso altri. In realtà, ciò che si va preparando contro il povero Crozza è una cortina di censura. Il Vaticano non gradisce la satira. Ci sono in mezzo valori che non si toccano, per i quali si muove pure Cossiga. Sembra però che ci sia un’offensiva del Comici contro il Vaticano ad oltre cento anni dalla Breccia di Porta Pia, che parrebbe abbia funzionato alla rovescia: uno sfondamento dall’interno della città verso un’Italia, la cui laicità deve essere oggi difesa proprio dai Comici, essendo i nostri politici da destra a sinistra uno più baciapila e bacchettone dell’altro. Ricordo gli anni in cui Santoro prendeva di mira Berlusconi, allora capo del governo. Di Berlusconi si può ridere e si ride. E non solo. Berlusconi si prese pure una botta in testa da un Tizio che gli lancià contro il cavalletto della macchina fotografica, colpendolo in testa. Se al suo posto ci fosse stato il papa, chissà come sarebbero andate le cose. Ma del papa scommetto che neppure Berlusconi vuol ridere, se è vero che tiene ai voti cattolici. Ricordo un Diliberto che tacciava di “sguattero degli americani” il presidente del consiglio italiano, non accorgendosi neppure che lui “comunista” si serviva come termine di insulto di una figura sociale: il povero lavapiatti che magari votava per il comunista Diliberto, fomentatore dell’invidia sociale e della lotta di classe. Insomma, toccare il papa non si può. Tutti gli altri si, ma il papa è figura sacra e al disopra di ogni cosa. Il papa è Cristo stesso. E’ Dio in terra! Il problema è però di semplice e facile soluzione: Ratzinger fa ridere o non fa ridere. Se il pubblico trova divertente la satira di Crozza, allora vuol dire che il comico ha saputo fare il suo mestiere. Se nessuno ride, vuol dire che Crozza farà meglio a cambiar repertorio. Non si può vietare alla gente di ridere, se vol ridere. Io ricordo di una risata domestica in occasione di una manifestazione organizzata dagli ineffabili fratelli De Lillo in occasione della campagna astensionistica del clero cattolico. All'università "Regina Apostolorum" un tal prete Miranda interpretava la legislazione italiana come una "vanguardia" mentre del tutto legittimamente e direi più fondatamente la più retriva del mondo. Oggi perfino la Spagna è liberale rispetto all'Italia, la Spagna che fu terribile per la sua Inquisizione. Quando penso al prete Miranda non posso fare a meno di ridere. E se non fermeranno in tempo Crozza può succedere che si trasformi in un boomerang l'eccesso di notizie che la televisione di stato esercita su ogni minima ed insignificante uscita del papa, la cui principale caratteristica politica è di dire al mondo cosa tutti gli altri devono fare senza averne o poterne avere lui la responsabilità. I preti, appunto, fanno per mestiere le loro prediche, più o meno buone.

2. In Vaticano non tollerano. Padre Georg Genswein esprime la sperano che i tentativi di “ridicolizzare figure cattoliche” possano “smettere subito”. Padre Georg è il segretario personale del pontefice ed è normale pensare che le sue “speranze” siano in realtà un “ordine” per chi deve provvedere. Già Cossiga si è mosso. Numerosa è poi l’armata sanfedista dei Mantovano, Buttiglione, ….., etc., che non mancheranno di rispondere all’appello. Viene da chiedersi se venendo fatte oggetto di “ridicolo” figure “non cattoliche” o meglio “non ecclesiastiche”, almeno su queste possa lecitamente ridere o se anche queste non abbiano diritto a nutrire eguali “speranze” e legittime pretese. Notoriamente, Berlusconi è la figura per antonomasia esposta al ridicolo. Per la verità non mi pare se la sia presa più di tanto. Ha perfino perdonato un Tizio – salutato come moderno Enrico Toti – che gli ha scagliato addosso un treppiedi, colpendolo di brutto. Considerato che era capo di Stato, in altri tempi per lo sciagurato vi sarebbe stato l’ergastolo. Se Berlusconi fosse stato davvero Mussolini, come viene spesso tacciato, è facile immaginare che il Tizio se fosse sopravvissuto a qualche pronta reazione delle guardie del corpo, avrebbe marcito in galera per il resto dei suoi giorni. Invece, lo scherzo pesante è finito in farsa e non se ne parla più. Ma con il papa è tutt’altra cosa! Possiamo ridere di un presidente del consiglio italiano, si chiami Berlusconi o Mortadella, ma del papa non si può. Il papa è dio stesso, anzi di più. Infatti, capita di bestemmiare i santi e dio stesso, ma il papa non si può!

sabato, novembre 11, 2006

All'Hotel Gianicolo una manifestazione di Forza Italia sui morti di Nassirya

(Testo non finito e tuttora in progress)

Ho anticipato al nuovo Coordinatore regionale del Lazio Francesco Giro queste mie note critiche in occasione dell'anniversario dei nostri morti di Nassiriya. Non ci conoscevamo e mi sono presentato come Coordinatore provinciale dei Clubs di RC, dicendo scherzosamente ma non troppo che resto in FI fino a quando non ne sarò cacciato per le posizioni che in piena libertà di coscienza ritengo di assumere sui temi della politica nazionale e internazionale. Posso assicurare il partito che io resto e non cambio casacca e parrocchia. Saranno forse i Notabili del partito a cacciarmi, restituendomi quella piena libertà a cui in qualche modo ho rinunnciato accettando di diventare uomo di parte secondo il dettato dell'art. 49 della costituzione vigente, non la migliore di tutte quelle possibili, ma appunto vigente e da me lealmente rispettata. Queste precisazioni preliminari non sono fuori luogo, se si considera l'attacco canagliesco da me subito per aver avuto il coraggio delle mie opinabili opinioni all'interno del partito cui ho aderito (la mia risposta si trova a § 19 del post in questione). Mi limito ora a poche fugaci e stanche note della sera, appena tornato a casa. In ricorrenza del terzo anni-versario della morte dei nostri soldati ricordo con commo-zione quale era stata la sensazione generale e unanime di tutto il popolo italiano al rimpatrio delle salme, o per meglio dire di tutta quella gente della quale io avevo potuto scrutare ogni movimento dei muscoli facciali in occasione della commemorazione all'altare della patria o della solenne messa in San Paolo, dove pur abitando vicino non ero potuto entrare essendo i posti riservati alle Autorità. Nessun furore bellicista o eccitazione trionfalista allora nei volti della gente comune, ma la netta percezione che nelle bare si trovavano persone reali che potevano essere figli o congiunti di ogni italiano. Erano andati lì a Nassiriya perché dovevano andarci o avevano voluto andarci o ce li avevano mandati. Poco importava saperlo. Erano morti e basta. La morte ha una sua fatalità. Nessuno che abbia appena un pallido senso dell'idea di patria può dimenticarli.

La morte poi per un militare è un'eventualità che non si può scon-giurare: il destino del samurai è la morte. Tutti abbiamo un lavoro o lo cerchiamo, ma chi sceglie il mestiere delle armi non può ignorare il rischio della morte in combattimento o per fatti connessi allo status di militare. Già, perché i carabinieri erano pur sempre dei militari in armi: armi impu-gnavano in mano, non siringhe per fare le iniezioni! I nostri politici pur di non evocare la parola guerra, temendo di perder voti, hanno fatto dei nostri soldati una specie di infermieri, di inservienti, di distributori di caramelle all'infanzia orfana e abbandonata, di »missionari« in missione di pace nel bel mezzo di una guerra non si sa davvero bene come e perché e da chi voluta. Non si può dire che sia mai stato alto lo spirito marziale in Italia. Da Cavour a Mussolini e oltre la guerra è stata sempre affrontata dai nostri governanti come un gioco d'azzardo. Di Cavour fin nei nostri manuali scolastici è riportata la frase secondo cui in Crimea si proponeva di lasciare giusto qualche migliaio di morti per poi poter sedere al tavolo della pace sembrando alla pari con le grandi potenze dell'epoca o almeno illudendosi e facendo credere di essere alla pari. Sul calcolo opportunistico è stata fatta addirittura l'unità d'Italia. Di quel calcolo opportunistico resta dopo due secoli tutta la fragilità. L'Italia non è mai stata veramente unita e gli italiani non sono mai stati fatti! Bismarck, se ben ricordo da vecchie letture, parlava con disprezzo del popolo delle tre S (Solferino, Sadowa, Sedan). Mussolini, pur sapendo dell'impreparazione militare dell'Italia, aveva speculato sulla vittoria certa della Germania. Temeva di giungere a cose fatte e si decise a scendere in guerra, per annettersi magari la Corsica e la Savoia italiane, completando il Risorgimento italiano. Le letture scolastiche possono fare del male. A volte è preferibile una sana ignoranza.

Lo stesso calcolo opportunistico lo ha fatto Berlusconi, stando dentro la migliore tradizione italica. Pur riluttante ad andare in guerra, alla fine si è però deciso. All'»amico« Bush aveva sconsigliato l'invasione dell'Iraq, ma quel testone non lo ha ascoltato. E l'Italia non poteva lasciare solo l'alleato americano: senza di noi non potevano vincere la guerra, o meglio l'operazione di polizia autorizzata dall'ONU, ossia da un'istituzione succeduta alla vecchia e screditata Società delle Nazioni, una ffoglia di fico, che o in positivo o in negativo fa sempre quello che decidono gli USA. Ieri ha sancito l'invasione voluta dagli USA, pensando di costituire in tal modo un titolo di legittimità da spendere sulla scena interna-zionale e da ammannire all'apparato mediatico dell'ottundimento delle coscienze; oggi non può deliberare una nota di condanna per Israele, il braccio armato degli USA in Medio Oriente, apppunto perché gli USA (e solo loro) hanno posto il veto, consueto e abituale per tutto ciò che concerne Israele, la quale porge puntuale ringraziamento: una diabolica complicità che tiene in scacco il mondo, ormai sull'orlo di una nuova guerra mondiale, se non dobbiamo considerarla già in atto in forme nuove e subdole. In verità, nessuna persona di buon senso è stata mai disposta a dar del credito a quell'istituzione, che invece (la famosa "egida") è in grande auge presso i nostri deboli ed impotenti governanti. Evidentemente, quella che allora appariva al suo inizio una facile operazione di »polizia internazione« ha indotto il nostro governo a correre il rischio e ad imbattersi nell'avventura, dalla quale la Spagna non ha esitato a ritirrasi appena le cose si sono fatte serie ed i calcoli si rivelarono sbagliati. Ho usato l'espressione »polizia internazionale«. Cosa significa? Si tratta di un nuovo assurdo e orribile concetto con il quale al posto dei lacrimogeni si sparano missili su donne e bambini senza alcun rischio per chi li lancia, avendo egli programmato che una sola vita americana ne vale almeno 1000 di nazionalità araba, non importa se di donne o bambini, deprecabili e trascurabili "errori", per i quali si può chiedere scusa all'opinione pubblica internazionale, come i bravi israeliani hanno fatto per il loro ennesimo massacro di civili. Bontà dei cavalieri antichi che si cimentavano ad armi pari! Oggi si uccide e si nasconde la mano e la faccia! A trarre in inganno c'era la campagna mediatica su Saddam, l'abietto tiranno che faceva soffrire il suo popolo. Pareva bello fare una guerra per liberare un popolo dal suo stesso governo per dargliene uno nuovo di zecca confezionato nelle sartorie statunitensi. Quello stesso tiranno con il quale il saggio alleato americano non si era fatto scrupolo di allearsi per combattere l'Iran. Il buffo, o meglio il tragico, è che questo feroce tiranno sapeva però tenere a bada i suoi sudditi inclini ad uccidersi l'un l'altro; a suo modo sapeva reprimere una guerra civile che il governo attuale, fabbricato con ricetta americana, è ben lungi dal poter domare. Anche quella di oggi è una domenica di sangue di cui non si vede la fine. Torna alla mente un'immagine hobbesiana che rappresenta lo Stato come la bestia più feroce che incute timore: solo in questo modo il Leviatano poteva tenere a freno la bestia della guerra civile. A distanza di secoli Thomas Hobbes rivela la sua saggezza e lungimiranza. Altra beffa è stata il processo a Saddam appena concluso e la sua condanna a morte. Un processo farsa contrario ad ogni regola di quella civiltà giuridica che abbiamo inteso esportare con le armi. Paradossalmente, Saddam potrebbe essere l'unico soggetto capace di far uscire l'Iraq dalla guerra civile, come è stato l'unico che ha saputo contenerla ed evitarla, con mezzi certamente discutibile e da me non elogiati. Ma se è vero, come scriveva Thomas Hobbes nel "Behemoth", che la cosa in assoluto peggiore che possa capire ad un popolo è il flagello della guerra civile, dove nessuno sa più a quale legittima autorità obbedire, allora se ne deve concludere che i mezzi usati da Saddam quali che siano erano comunque un rimedio al male maggiore. Quindi, anziché condannare a morte Saddam occorrerebbe restituirgli in mano il governo del paese con tanto di scuse e di lacrime per i tanti innocenti inutilmente sacrificati. Conseguenza chiaramente assurda che non mancherà di scandalizzare i miei venti lettori, alienandomi il loro animo. Ma questo non succederà perché l'interesse di fondo che ha messo in moto la poderosa macchina della guerra non è stato certamente l'instaurazione di un buon governo in Iraq, ma un disegno imperiale che non si ha l'onestà intelletuale di riconoscere per tale. Di fronte all'eccezionalità della situazione non è credibile nè pensabile che il governo fantoccio prodotto da una democratizzazione forzata sul modello del nostro stato di diritto da noi assunto come principio ideologico non come costruzione storicamente determinata possa ricreare condizioni di vivibilità. L'unico governo possibile per l'Iraq, creazione artificiale e superficiale della Gran Bretagna, cinica distruttrice di popoli, rischia di essere quello del tiranna abbattuto, con il quale dunque occorreva trattare per ottenere l'ottenibile, se stavano a cuore i cosiddetti diritti umani, foglia di fico dietro cui si può nascondere di tutto. Ma evidentemente ciò che interessava era ben altro e per ottenerlo non ci si è fatto scrupoli di ricorrere alla menzogna degli inesistenti armamenti di Saddam come casus belli. La menzogna è stata scoperta e smascherata come tale ma ciò malgrado è rimasta impunita e non si è costituito nessun tribunale internazionale per processare chi (Bush e Blair) ha mentito al mondo intero. La nostra eccelsa democrazia ha delle crepe evidenti, per le quali non si intravedono cure, essendo il nostro cervello ed il nostro un trascurabile optional di cui i governi posson fare l'uso che meglio aggrada. I poveri iraqueni possono pure finire di scannarsi a vicenda finché nessuno di loro ne rimanga vivo con sommo gaudio di qualcuno. Insomma, siamo nella merda! Diciamocelo per amor di patria e di quei morti che sono morti nostri, di noi tutti! L'unità della nazione si costruisce anche e forse soprattutto intorno alle disgrazie. Ma bisogna avere l'onestà di riconoscerle come tali e e la volontà comune di affrontarle tutti uniti.

Anche per il nostro amato Presidente le cose si sono messe male. La guerra in Iraq è stato un totale fallimento militare e politico. Anche io all'epoca avevo accettato tiepidamente il fatto compiuto, forse troppo fidando nel vecchio principio che il capo non sbaglia mai. Mi chiedo cosa sarebbe successo se la decisione fosse stata affidata ad un referendum di tutti i cittadini, grandi e piccini. Dubito che un solo italiano avrebbe messo piede in Iraq. Con quel che costano poi le cosiddette missioni di pace, di cui se esiste si ignora il ritorno economico. Ma se questo ritorno poi esiste e si conosce (bottiglie di vino a parte) cade tutta la retorica della missione di pace e di libertà. Come se non bastasse proprio in questi giorni dobbiamo subire una finanziaria tutta lacrime e sangue e ci permettiamo il lusso di giocare alla guerra che non abbiamo mai saputo fare. Ogni volta che vado all'Archivio di Stato di Napoli devo portarmi da casa la carta igienica perché il governo non la passava: ho dovuto fare una rimostranza con gli Uffici e procurarmela in un negozio di casalinghi lì vicino! Non sono un economista, ma penso che se si tagliano le spese per le nostre inutili e dubbie "missioni di pace" all'estero (non mi interessa da quale governo deliberate), credo che avremo almeno recuperato il finanziamento per la carta igienica nelle scuole italiane, che spesso cadono a pezzi con grave pericolo di chi sta sotto i soffitti. Pare però che come conseguenza del nostro impegno in Iraq e del nostro guadagno in immagine abbiamo venduto più vino negli USA! Questo mi è capitato di sentire con queste orecchie e non dico da chi! Troppo gli voglio bene. Le cose sono andate male e sarebbe realismo politico riconoscerlo. Tutte le frescacce sulla pace e sulle missioni umanitarie sono appunto solo frescacce alle quale non credono neppure quelli che le dicono. Ma ognuno è libero di credervi. Io non ci credo.

In questo Blog concepito per il dibattito e la militanza politica non mi piace inserire citazioni erudite. In politica ognuno deve poter ragionare con la propria testa, facendo uso dei propri mezzi e della propria intelligenza. Giudico perciò politicamente sbagliate le citazione di dottrina a fronte di concittadini che per un loro modesto grado di cultura scolastico non possono recepire criticamente e ribattere su temi troppo specialistici e appannaggio di ristretti ambiti professionali. Tuttavia, esiste sempre l'eccezione che conferma la regola. Ed in questo caso è fin troppo pertinente la citazione di un testo di un grande pensatore politico, il più grande vissuto nel secolo appena trascorso. Egli ben mette in evidenza la falsa alleanza dell'asino con il leone. E' stupido pensare che abbiano un eguale peso, anche se le forme giuridiche possono farlo credere, soprattutto all'asino. Estrapolo dal testo che sto correggendo in bozze e che spero di poter presentare con l'anno nuovo proprio all'Hotel Gianicolo, se il proprietario, l'amico cav. Mattiani, metterà a disposizione la stessa sala concessa a Scelli e De Lillo. Il testo recita: «L'aiuto, che una potenza mondiale offre ad un paese piccolo e debole non è solo quanti-tativamente ma anche qualitativamente qualcosa di diverso dall'appoggio inverso che un piccolo Stato marginale (leggi: Italia e ogni singolo Stato europeo singolarmente considerato), lontano dal teatro dell'azione, può offrire ad un impero (leggi: USA)». E più oltre un passo di incredibile attualità, pur essendo stato scritto nel 1935: «Un patto collettivo all'aiuto reciproco in un'eccessiva diversità del peso politico degli Stati contraenti diventa un trattato di protettorato fondato su protezione e obbedienza. Il patto "generale" che racchiude egualmente tutti i disparati partner contrattuali si divide poi in due parti: il trattato fra di loro dei più forti, che può basarsi sulla vera reciprocità, ed il trattato dei forti con i più deboli, che non è un trattato di "reciprocità", ma di protezione e sottomissione». L'autore è Carl Schmitt (1888-1985) e chi è interessato a studiare e approfondire questo autore può spostarsi altro mio blog, concepito e strutturato in modo affatto diverso da questo dove ora ci troviamo, ideato fin dall'inizio come uno spazio virtuale disponibile per ognuno dei dieci milioni di elettori di Forza Italia. Se si trova a riflettere sul brano riportato, si riconoscono il differente ruolo nell'ONU fra il Consiglio di Sicurezza (= i vincitori della seconda guerra mondiale) e tutti gli altri ammassati nell'Assemblea. Malgrado i rapporti di amicizia (passata) fra Berlusconi e Bush, ciò non toglie che sia troppo grande la disparità politica e militare fra Italia e USA. Di certo agli USA uno Stato marginale come l'Italia non poteva servire altro che per meglio mascherare un disegno imperiale che ha radici assai lontane nel tempo, addirittura fin nella Dottrina Monroe del 1828 allargatasi nel tempo ben oltre i confini americani, complice la perfida Albione. E' semplice ridicolo ed è un insulto all'intelligenza degli italiani dire che i nostri soldati servano a qualcosa nell'equilibrio dei massimi sistemi. Andare in Iraq per allestire ospedali di campo mentre infuria la carneficina fatta dal maggiore alleato non procura nessun merito presso quei disgraziati che si debbono ritenere fortunati (e ringraziare) per non essere stati ammazzati. Si fa prima (e costa meno) dire al Grande Fratello ed Alleato che la smetta di fare carneficina di esseri umani e tenga a freno il suo mastino (leggi: Israele). Occorre averne il coraggio. Un qualità piuttosto rara nell'Europa uscita dalle macerie del 1945.

Non ho stenografato l'intervento di Giro né quello di Scelli, l'uno un discorso dichiaratamente e volutamente politico in una giornata ambiguamente presentata come commemorativa («Da Salvo d'Acquisto a Nassiriya, carabinieri eroi di libertà») e l'altro per me qualcosa di assurdo ed incomprensibile. Era presente anche Elisabetta Gardini, indicata come "portavoce" di Forza Italia e della quale fino a questo momento avevo dimenticato il nome. Per la verità, non capisco bene nell'organizzazione del partito cosa significa esseri "portavoce". Di chi? Di Berlusconi in persona o di manifestazioni assembleari che si concludono con una mozione messa ai voti? Di questa "portavoce" (spero non dei De Lillo) mi ricordo adesso il nome sentendola per avere essa appena fatto in diretta un vivace intervento sulla finanziaria, dove tacciava di truffatore il presidente Bertinotti. Ne è seguito un putiferio, dopo il quale Elisabetta riprendeva la parola dicendo in sostanza di nuovo truffatore ma con una perifrase che non poteva prestarsi a contestazioni. Potenza e ambiguità del linguaggio. Non ricordo tuttavia nulla di ciò che ha detto al Gianicolo. Mi pare che il suo sia stato un breve intervento di saluto e di circostanza. Ammiro comunque la combattività della giovane deputatessa, ma spero anche di poter avere da lei anche contributi di pensiero, giacchè da un deputato ci si aspetta una funzione di guida e non solo di rappresentanza. Non mi dispiace affatto che con grande spontaneità abbia dato del truffatore a Bertinotti. Al suo posto, avendone l'immunità, io gli avrei detto assai di peggio! A lui e a quel Prodi al quale non mi è mai riuscito di dare un briciolo di credito e che considero l'insulsaggine in persona giunta alla guida di questo disgraziato e "impazzito" Paese. Devo tuttavia aggiungere che in linea di principio non mi sento tranquillo ad essere rappresentato da attrici, ballerine e simili con tutto il rispetto per queste professioni. Mi immagino il parlamento ideale – sulla scorta del pensiero di Platone – come il luogo dove sono raccolte le più scelte competenze e intelligenze di cui la nazione è capace. Invece, si sfrutta in tutti i partiti la notorietà televisiva di giornalisti, attori, attrici, cantanti, calciatori, pornostar, transessuali, violenti di piazza e simili per catturare determinate fasce di elettorato, evidentemente non ben consapevoli della funzione pubblica loro demandata con l'esercizio del voto un tempo appannaggio di una ristretta categoria e ora giustamente e condivisibilmente "universale". E' anche questo uno dei limiti della nostra imperfetta democrazia. Non mi sono comunque proposto di fare il cronista della manifestazione al Gianicolo e mi baso qui sulle mie impressioni. Per quanto riguarda Giro non posso condividere, pur stando nello stesso partito, la sua analisi della guerra. A lui vorrei dire quello che ho appreso dai miei maestri: nihil medium inter pacem et bellum. Non vi è nulla di intermedio fra la pace e la guerra! Mi è piaciuto sentirlo quando ha chiamati gli UDC ex alleati. Io non li ho mai considerati tali e ritengo un grave errore di Berlusconi averli preferiti come alleati ai radicali, con i quali erano inconciliabili e verso i quali credo sia stato posto un veto. Da allora FI ha sempre più gravemente ceduto verso la deriva clericale, di cui ritengo i De Lillo facciano parte. Gli UDC si augurano e lavorano per la rovina e lo sfaldamento di Forza Italia, nato come partito laico e liberale o almeno da me tale considerato, per poterne prendere le spoglie e far risorgere lo Stato pontificio nel corpo della Stato italiano. I piemontesi che avevano sfondato a Porta Pia pensando di creare uno Stato italiano sono stati invece sfondati loro e grazie a Mussolini, Togliatti e Craxi hanno allargato i confini dello Stato della Chiesa. Mi è invece molto dispiaciuto in Giro il suo qualificarsi pubblicamente come cattolico: non mi interessa e non mi riguarda! Caro Giro, »in privato« puoi essere anche musulmano o protestante, ma dal punto di vista politico è cosa che non deve essere messa sul tavolo! Credo che in questo modo sia te che i De Lillo o Scelli contiate di catturare un certo elettorato. Non so quale intesa e patto esista fra di voi. Non credo sia un caso che vi siate trovate tutte e tre uniti al Gianicolo. No so se riuscirete a catturare tutti i voti delle sacrestie, da tanti altri oggi ambiti e contesi, ma di certo alienate sempre più dal mio animo (e non solo dal mio) il cattolicesimo e la chiesa cattolica, contro cui non avrei nulla finché si mantengano in un ambito strettamente religioso. Così facendo, farete in modo che si sentano minacciati tutti gli italiani che la domenica non vanno a messa e non accettano dai parroci norme di condotta per la loro vita. Se riuscite a cacciarmi e a fare di Forza Italian un partito interamente confessionale e clericale, avrete vinto. Io finché posso, resisto e mi batto senza melensaggini e con energia (altro che »cuore azzurro«!) per salvare la laicità di Forza Italia. E' falso e sbagliato immaginare la vita di un partito come tarallucci e vino. All'interno di un partito può ben esservi tutta la tensione che esiste nel paese. Il vantaggio è che questa tensione può essere ricomposta in una sintesi superiore e soprattutto in modo nonviolento. La stagione del terrorismo, appena passata, dovrebbe insegnarci qualcosa. Il terrorismo forse non vi sarebbe forse stato affatto se i partiti avessero voluto e saputo attuare quello che l'art. 49 della costituzione aveva previsto. Al loro interno, cioè, i cittadini politicamente attivi avrebbero dovuto trovare il giusto e legittimo canale per concorrere alla formazione della politica nazionale, che oggi è appannagio di ristrette cerchie: questa guerra o »missione di pace« chi l'ha concretamente voluta? Io no! Essendo stati esclusi i cittadini dalla decisione concreta, perché i partiti sono quel che sono sempre stati, è stata logica conseguenza la funesta stagione del terrorimo. Ma restando alla ricorrenza di Nassiriya mi sembra politicamente sbagliato non riconoscere che lo spirito pubblico è mutato dal momento in cui si è vista restituire le salme dei suoi morti, ai quali ancora oggi va la solidarietà di ogni italiano che si senta tale. A tre anni di distanza oltre a ricordare con immutata simpatia la perdita in vite umane ogni testa che pensa e non importa a quale partito sia iscritta può ben porsi tante domande e nutrire tanti dubbi.

La manifestazione al Gianicolo ha voluto dare rilievo ad un certo Maurizio Scelli addirittura qualificandolo come un eroe in vita, al quale magari dobbiamo assegnare uno scranno senatoriale. Dico un "certo" Scelli perché per mia ignoranza il personaggio mi era fino a questo pomeriggio del tutto sconosciuto, ma esiste su di lui in rete perfino una scheda in Wikipedia ed un'abbondante documentazione che mi sto leggendo e studiando in questo preciso momento…. Non riporto la stessa documentazione a cui ognuno può accedere. Tento se mai di darne un giudizio, che potrò sempre rivedere se in piena libertà riterrò di poterlo fare. Non mi piace cadere vittima dei miei pregiudizi per non voler cambiare parere quando è giusto farlo. Intanto non è un carabiniere come in un primo tempo avevo creduto, tratto in inganno per aver letto nell'invito circa una "testimonianza". Per la verità sarebbe stato strano e forse poco commendevole un simile protagonismo da parte di un carabiniere. Si tratta invece del Commissario italiano presso la Croce Rossa. La sua nomina fu a suo tempo chiacchierata. La sua figura mi pare contrasti con il ruolo defilato che ci si aspetterebbe da un'organizzazione filantropica e umanitaria. Ma oggi i tempi sono cambiati ed il commissario si è buttato in politica presentandosi a varie tornate elettorali senza ottenere successo. Non posso non leggere la manifestazione di oggi come un nuovo tentativo agonistico con i De Lillo a fargli da sponda, i De Lillo dal «cuore azzurro» e direi anche infelice, facendo pensare ad un noto e stucchevole romanzo dei tempi passati. Anche se la documentazione è abbondante, gli elementi di giudizio raccolti mi sembrano sufficienti per un responso che enuncio in termini generali e senza necessario riferimento a Maurizio Scelli, su cui – ripeto – posso sempre mutare opinione. Mi esprimo con una breve similitudine. Se a un affamato giunto allo stremo e senza suoi propri mezzi per uscire da uno stato prossimo alla morte per inedia, io offro del pane e chiedo anche lontanamente e indirettamente qualcosa in cambio, io non ho fatto opera di carità cristiana o latinamente di humanitas, ma ho semplicemente e poco nobilmente approfittato di uno stato di bisogno altrui. Esistono nella nostra società e forse in ogni società una serie di ruoli, il cui esercizio impone regole e stili di vita. Penso ai giudici, ai preti, in una certa misura ai docenti e ai ricercatori (della cui corporazione faccio parte e sulla cui deontologia posso rispondere a chiunque me ne chieda conto!), ecc. Si offenda chi vuole, ma sono stato sempre scettico sul ruolo disinteressato di preti e monaci in Africa, Asia, America. Per non dire del nascente »cuore azzurro«, magari con una maglietta stampata Berlusconi come il buon papà di tutti che pensa a tutti. Trovo insomma incompatibile l'esposizione di Maurizio Scelli con il suo ruolo di rappresentante della Croce Rossa. E forse questo è stato il vero motivo del suo insuccesso elettorale e politico e l'errore politico di chi ne ha designato la candidatura in Forza Italia. Al Gianicolo non doveva neppure venire e se l'incontro voleva essere l'occasione per un'utile comune riflessione politica dovesa essere concepito e organizzato ben diversamente. Ma i De Lillo non sono uomini di pensiero, sono uomini di chiesa e vanno al sodo, al voto e al seggio. E qui mi fermo.

Venendo invece all'intervento di Scelli all'Hotel Gianicolo del cav. Mattiani – mio ottimo amico che a prima vista con mio stupore mi ha coinvolto per Forza Italia nelle elezioni comunali di Palmi, in Calabria – a me è parso assurdo e incredibile. A questo punto mi dispiace di non aver prestato maggiore attenzione e di non disporre di una registrazione. Mi è parso che per tutto il tempo si sia sforzato di dire che i nostri militari ovvero il personale italiano che stava lì non avevano nulla a che fare con la guerra, ma che si limitavano a curare le ferite di quelli che gli americani non ammazzavano! Ad un certo punto ha perfino detto che questo aiuto era stato rifiutato, ma mi sono distratto nel fastidio che il discorso mi suscitava e potrei aver equivocato. Se fossi un iraqueno, comunque, potrei ben capire ed avrei respinto, potendo, una carità che mi sembrasse pelosa. La sceneggiatura della manifestazione, mal congegnata e mal concepita, ha inteso chiaramente puntare i riflettori su uno Scelli candidato in rimonta, sponsorizzato dal »cuore azzurro« della numerosa famiglia De Lillo. Addirittura qualcuno ha parlato di lui come "eroe vivente" a dispetto di quelli che sono morti e che sono a me cari, senza alcun bisogno di considerarli eroi. Con queste cose, direi, andiamoci cauti se non si vuol rischiare di offendere i morti dopo averli mandati a morire, trasformando la tragedia in farsa. Francamente non mi pare che Scelli abbia detto alcunché di significativo in materia di pace e di guerra, concetti di cui non credo abbia la minima cognizione pur essendo egli stato un "testimone". Senza essere presentuso e senza essere un militare o un testimone sul campo, ma semplicemente per miei obblighi di studio sono molti anni che rifletto sui testi classici riguardo a ciò che è guerra o pace. Da Scelli non apprendo proprio nulla e mi piacerebbe poter apprendere qualcosa da chiunque. Si può infatti essere protagonisti e testimoni di eventi che tuttavia non si è in grando di comprendere. Ciò detto, non intendo minimamente diminuire i suoi meriti quali che siano, ma se si tratta di ragionare preferisco farlo con la mia testa. Non mi sembra che sia dopotutto onorevole per i caduti dimenticare il loro status di militare per farne una sorta di infermieri ospedalieri, o idraulici, o operai tuttofare. Stavano lì per caso e sono morti per sbaglio: logica conclusione tratta dai discorsi fatti. Erano dei soldati e la prima competenza di ogni soldato è la guerra, cioè una cosa maledettamente seria dove si uccide e si muore per davvero, non per finta come nei film. La guerra non è come un pranzo di gala, o una partita di pallone, o una gita in barca, o una corsa in macchina. La guerra è la guerra.

Nascondere o negare che i nostri soldati stavano ed operavano nel contesto di una guerra che ormai è ritenuta tale da ognuno senza ombra di dubbio è cecità politica. Le persone semplici che questa sera stavano nel lussuoso albergo erano pronti ad applaudire ogni volta che si toccava le corde del cuore. (A proposito: gli ineffabili fratelli De Lillo hanno varato il "cuore azzurro", ma sono dei ginecologi, nemmeno dei cardiologi. Che io sappia. Chiusa la parentesi). Non bisogna abusare della loro testa e della loro capacità di comprendere e ragionare. Ogni giorno la guerra si rivela senza vie di uscita... Ho appena sentito al TG della sera in un servizio dagli USA un veterano della guerra del Vietnam che diceva a proposito dell'Iraq che pure la guerra in Vietnam era cominciata in sordina. Abbiamo mandato senza necessità i nostri soldati nel Vietnam a combattere una guerra che non è la nostra... Poco cambia che i nostri soldati non abbiano sparato un colpo e si limitassero a curare i feriti fatti dai marines statunitensi. Non credo che la gente su questo dato di fatto elementare di assoluta evidenza si lasci prendere per i fondelli.

Se responsabilità politica vi è stata, bisogna sapersela assumere. Solo così si potrà aprire una nuova pagina. Altrimenti si costruisce il mito e non si aggrega il popolo, ma solo la propria clientela elettorale. Se pensiamo alle tragedie fortunose della seconda guerra mondiale nella quale ci portò Mussolini, il quale avrebbe potuto rimanere in sella come Franco se non avesse fatto quell'errore fatale di tentare la sorte in guerra. Negare la realtà delle cose per calcoli elettorali è meschinità politica. Quel matto di Pannella va ripetendo che Israele è lo 0,2 per cento della popolazione e del territorio mediorientale. Se noi europei, dico noi europei, vogliamo la pace, dobbiamo costruirla con il 98,8 per cento dei paesi medioorientali, non con lo 0,2 per cento che di pace non ne può volere, essendo il suo un vizio di nascita. Se Israele come Stato ha bisogno di ottenere il suo riconoscimento, può ottenerlo solo dal 98,8 per cento degli Stati medioorientale. L'Occidente non può imporre il riconoscimento di Israele al 98,8 per cento del Medio Oriente. Se l'Occidente, o meglio l'Europa esclusa la Gran Bretagna che ha sempre sabotato e affossato l'Europa, deve sceglere fra il 98,8 per cento e lo 0,2 per cento, la decisione è evidente. E non gabelli l'ovvietà della decisione, necessaria per una pace stabile e duratura, con le "balle" su antisemitismo e olocausto, cose che nulla hanno a che fare con l'odierno Stato di Israele, che è un mero agente imperiale degli USA in Medio Oriente. Ma qui mi fermo perché dovrei svolgere un discorso impegnativo per dire che occorre stare con gli arabi e non con Israele, focolaio di guerra, che ci trascinerò sempre più in una nuova guerra mondiale di cui sarà sempre l'Europa a fare le spese a beneficio di USA e Gran Bretagna come già per le due precedenti guerre mondiali.

Concludo questa nota disorganica e stanca con un ricordo di sincero compianto per i carabinieri morti in Nassirya al di là di qualsiasi valutazione di politica interna nell'area di militanza che mi sono scelto e malgrado qualche ombra che sminuisce tutta la »missione« e di cui vorrei conoscere le conclusioni giudiziarie. Non ho ben capito se la manifestazione è stata messa in scena dai fratelli De Lillo, che hanno prefato e introdotto annunciando una nuova organizzazione cui hanno dato il nome di "cuore azzurro". Ed in effetti mi è parso che molto ci si sia appellati al buon cuore dei presenti che non potevano non applaudire (cosa più adatta al teatro) al nome dei morti, per i quali forse occorrebbe avere più rispetto e lasciali riposare in pace. Meglio è stata la cerimonia ufficiale di questa mattina al sacrario. Non ne ho avuto notizia. Ci sarei stato a commemorare. Ma se quella di questa sera una riunione politica doveva essere si doveva lasciare spazio al giudizio politico, che non è un pranzo di gala o un "volesemo bene" (cuore azzurro), ma è rischio esistenziale dove appunto ci scappa il morto, che magari muore per una politica che non fatto lui ma che gli è stata imposto dai Soloni che non rischiano nulla. Come cittadino (e calabrese) non mi va giù la morte del calabrese Calipari, la cui difesa presso il grande Alleato mi è parsa quanto mai deludente. A pesci in faccia per quel che so e ricordo: bella ricompensa per essere andati ad una guerra non nostra e che non ci riguarda. Ancora più mortificante come cittadino la licenza di cui gli agenti CIA godono di poter rapire chiunque loro piaccia in territorio italiano o europeo: se questa non è una condizione di stato vassallo, mi chiedo cosa altro occorra vedere per capire le conseguenze della perdita di sovranità avvenuta in quel lontano 1945. Che gli arabi non vogliano per loro quel 1945 posso ben comprenderli.

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venerdì, novembre 03, 2006

La saggezza dei nostri senatori: Giorgio Stracquadanio

Sono ritornato ieri sera venerdì 15 dicembre 2006. Ero in Calabria da circa 10 giorni. In Seminara non dispongo di connessione internet e quindi non posso curare i miei blogs per tutto il periodo dei miei soggiorni calabresi, salvo a recarmi per breve tempo in casa di amici. Ritornando a casa in Roma ho comunque trovato il commento di Marina che si trova pubblicato in calce. Avevo anche subito composto un mio testo di risposta nello stesso spazio dei commenti, ma forse la stanchezza deve avermi combinato qualche scherzo perché non ritrovo più il testo già scritto. Posso però riscriverlo e forse anche anche meglio di prima. Intanto vorrei subito fugare alcune gratuite insinuazioni di Marina. Ho creato e dirigo oltre 50 gruppi di discussione. Ho partecipato a infinite polemiche telematiche. Associato a questo Blog è anche il gruppo di discussione "Club Tiberino", dove ognuno può dire la sua se appena evita di mandare spam, immagini pornografiche e rispetta le regole elementari della netiquette. Chi ha esperienza di rete sa che un qualche filtro è necessario per consentire la leggibilità del sito stesso. Si tratta di un lavoro aggiuntivo per chi gestisce il sito. Sarebbe molto più facile mettere l'automatico e consentire lo scarico di ogni cosa. Ciò non riguarda la libertà di pensiero, ma la nettezza urbana. Io non amo la sporcizia, ma sono un fervido propugnatore della libertà e nessuno vedrà da me sacrificata la sua libertà di pensiero.

Il mio blog nasce dalla censura sistematica esercitata nei miei confronti dai giovani clericali travestiti da liberali presenti in Ragionpolitica.it A nulla era valso che io mi qualificassi come regolarmente tesserato a Forza Italia, fondatore e presidente di un Club, coordinatore provinciale. A nulla è valsa neppure la mia qualifica di docente e ricercatore universitario non in farmacologia, ma in temi che riguardano proprio la teoria dello Stato ed i fondamenti della politica. La censura è stata totale e brutale. La tecnica che mi è stata ampiamente spiegata è la seguente. I partiti in realtà non sono democratici. Fanno il buono e il cattivo tempo un gruppo di grossi personaggi, spesso dotati di un grosso portafoglio. L'intelligenza non è una qualità richiesta. Bastano i soldi ed il potere già posseduto nella società civile. Per potere si intende anche quella popolarità che una bella donna nota alle televisioni possa godere come calamità di un elettorato evidentemente non abituato a distinguere fra un reggitore dello stato ed una ballerina sgambettante.

Se qualcuno fa il guastafeste, allora lo si isola riducendolo al silenzio e non dandogli mai la parola. Il microfono e la sala appartengono a quelli che la pagano o ne possono disporre. Le pagine di Ragionpolitica.it appartiene alla parrocchia del circondario. Non alla totalità degli iscritti in Forza Italia. Questi vengono intesi come un parco buoi racchiuso in recinti.

Quando nel dicembre dello scorso anno potei creare un mio proprio organo telematico, appunto questo Blog politico, mi sono affrancato dalla dipendenza dalla redazione di Ragionpolitica.it ed esprimo liberamente le mie opinioni politiche senza soggezioni davanti a nessuno. Quindi la signora Marina non a me dovrebbe rivolgere le sue insinuazioni di illiberalità, ma agli intervistatori di Stracquadanio.

E veniamo all'illustre personaggio. Devo fare una premessa generale che vado illustrando e documentando in numerosi altri articoli. Io ritengo che vi sia distinzione e contrapposizione fra il popolo degli elettori e l'oligarchia degli onorevoli. Costoro vengono selezionati ed eletti nel modo che sappiamo, ma appena entrati in Montecitorio (e pure prima) non hanno più nessun rapporto con gli elettori. Sta parlando adesso a Radio Radicale quell'individuo per me insopportabile che è Marco Taradash al quale io una volta diedi incautamente il mio voto per la notorietà che la sua voce si era procurata presso di me. lo votai fra tanti sconosciuti in lista. Ma poi quando mise la sua firma in una losca manovra parlamentare mi accorsi che non capiva nulla in questioni universitarie ed era tutta immagine e niente sostanza. Esiste insomma una crisi profonda del sistema della rappresentanza politica, argomento complesso che non posso ora trattare oltre.

Per quanto riguarda Stracquadanio mi sono limitare a leggere criticamente l'intervista da lui rilasciata a Ragionpolitica.it Chi fece l'intervista e la pubblicò, chi la concesse, immaginano evidentemente un pubblico criticamente inerte. Normalmente è così nella comunicazione verticale (uno-molti). Chi recepisce il messaggio ne è spesso influenzato in modo subliminale secondo la tecnica del messaggio pubblicitario. Cito spesso il caso reale di una marca di saponette che aveva imitato in periodo elettorale le tecniche pubblicitarie della propaganga politica. Vinse le elezioni con largo margine. Era però una saponetta, non una persona in carne e ossa. Molti nostri deputati sono in realtà delle saponette, non personeseriamente comprese della responsabilità della produzione delle leggiche regolano la nostra esistenza.

L'intervista del senatore Stracquadanio mi parve subito illogica, contradditoria. futile, non condivisibile. Evidentemente c'è all'interno del partito chi pensa di portare in giro gli eletti come se fosseri tanti santi e madonne pellegrine. Basta farli vedere per raccogliere ovazioni e offerte. Non ritengo che sia questo il modo di fare politica all'interno dello stesso partito. Anzi ritengo che proprio perché sono strapagati i nostri rappresentanti dovrebbero accettare di buon grado tutte le uova marce e la frutta che gli elettori loro malgrado ritenessero di scagliare loro. Non sono gli iscritti e gli elettori che devono prostenarsi davanti ai signori Onorevoli, ma sono i signori deputati che devono dimostrare ciò che li rende per davvero "onorevoli" agli occhi dei loro disgraziati elettori per forza.

Ancora. Dice Marina che sarebbero miei intercalari: "non c'ero, non so". Le sarei grata se mi trova i passi. Io c'ero intanto alla manifestazione del 2 dicembre e da quando mi sono tesserato in Forza Italia sono sempre a tutte le manifestazioni pubbliche di Forza Italia, o di Alleanza Nazionale. Seguo poi con particolare interesse tutte le riunioni sul "partito unico", se mai si farà. Questo Blog è nato proprio nella prospettiva del partito. Certo, a palazzo Grazioli non sono stato invitato a salire. Ma da quel palazzo ci passavo prima ancora che Berlusconi lo comprasse. Per cinque anni ci sono passato accanto per andare al ginnasio-liceo Visconti che si trova in piazza del collegio romano. Nell'ansia di arrivare puntuale a scuola nel primo anno arrivo troppo in anticipo e in inverso intirizzivo dal freddo sulla piazza. Nessuno che mi ospitasse. Mi dicono che in palazzo Grazioli, una delle tante case di Berlusconi, ci siano mirabilie. Ma io non le ho viste e non sono per nulla invidioso della ricchezza privata di Berlusconi, che non ho mai visto affacciato alla finestra e tantomeno è potuto succedere che mi invitasse a salire in casa sua per prendere un caffè e parlare di politica. E' probabile che Stracquadanio e forse anche Marina a palazzo Grazioli ci siano saliti. Ma questo per me significa poco e cambia poco. Con orgoglio io mi considero un un Quisque de Populo! Aveva provato a tacciarmi di ignoranza un altro pezzo grosso del partito, vale a dire l'eurodeputato Tajani, ahimé pure da me votato. Costui in una riunioni truffaldina all'Hotel Parco dei Principi aveva argomentato dicendo che i quesiti referendari erano così complicati che non li capiva neppure lui e di conseguenza la gente non avrebbe potuto capirli. Per me che qualcosa di teoria dello Stato capisco ciò equivaleva a dire che il popolo è ignorante. Ma il popolo, almeno sulla carta, è il sovrano. Dire al sovrano che è un ignorante equivale a commettere un reato di lesa maestà. Mi alzai in quell'occasione di botto e mi professai ignorante. Ma mi consideravo ignorante proprio per aver votato l'On. Tajani. Se avessi conosciuto meglio le sue qualità, mi sarei ben guardato dal votarlo e certamente non capiterà mai più che io lo voti una seconda volta. Purtroppo, per almeno cinque anni si godrà i privilegi del suo status alla mia faccia che incautamente e per ignoranza lo ha votato. In questo sistema, tuttavia, ogni voto ha lo stesso peso e destino. Se non sarà Tajani sarà uno Stracquadanio o un Taradash. L'elettore è sempre ingannato ed impotente nell'esercizio democratico del suo voto. Con l'ultima legge sul finanziamento pubblico dei partiti vengono prelevati soldi anche dall'elettore che disgustato da tutti i partiti decidesse di astenersi. Più beffa di così. Ma Marina dice di sapere. Sarei tanto curioso di sapere cosa lei sa...

(segue da qui il vecchio testo)
...
La discussione liberale è infatti fondata sulla comune convinzione che attraverso l’esposizione approfondita dei propri argomenti si possa trovare la soluzione migliore in vista del pubblico interesse e del bene comune. Non solo. Esiste perfino l’ingenuità di credere che se l’argomentazione è solida e buona si possa certamente convincere il proprio avversario. Non dovrebbero quindi esistere divisioni di partito, apprartenenze sindacali o confessionali, vincoli di interesse, per non parlare di legami con cosche malavitose. Scopo della discussione liberale è quello di ottenere l'altrui libero convincimento. Ciò presuppone appunto una grande libertà sia da parte di chi parla che di chi ascolta. Entrambi devono essere liberi da preconcetti. Esattamente il contrario di quanto sento dire in questo momento da papa Ratzinger, che parla di "ambiguità" del dialogo interreligioso. Va bene dialogare con appartenenti ad altre fedi religiose (o opinioni filosofiche e politiche) ma senza che venga mai incrinato il proprio articolo di fede e i dogmi cattolici (fra cui quello dell'ubbidienza al papa). Appunto, un dialogo fra sordi! Tanta illiberalità mette paura ed angoscia non già per il rischio di un allontanamento dall'idea di Dio, sulla quale nessuno può apporre il copyright, ma per l'influenza che le gerarchie ecclesiastiche esercitano sul nostro ceto politico, la cui credibilità è in caduta verticale ed i cui scrupoli non disdegnano la ricerca dei voti presso sacrestie e parrocchie, sacrificando la laicità dello Stato. Il buon Stracquadanio, da « non credente», dice di volerne due di crocefissi nei luoghi pubblici! Uno è il Cristo, l'altro è la nostra libertà ed il nostro diritto crocefisso proprio da Stracquadanio che dovrebbe difendere l'una e rappresentare l'altro.

Ne dobbiamo concludere che se vogliamo comunque essere liberali, non basta credere alla discussione all’interno del parlamento, ma questa dovrebbe essere vitale anche e soprattutto all’interno di uno stesso partito, nella specie Forza Italia, dentro la quale io devo convivere con il senatore Stracquadanio, le cui opinioni proprio non mi sento di condividere e mi riservo il diritto di poter criticare pubblicamente all’interno dello stesso partito. Per spegnere il dibattito interno sul nascere si dice che simili divergenze dovrebbero svolgersi all’interno. Obietto: mai capita di poter dibattere e soprattutto il senatore Stracquadanio non si è preso la briga di interpellarmi prima di dire pubblicamente le cose che ha detto e sulle quali egli non ha il mio consenso di iscritto. Chi controlla il partito si limita a fare convocazioni quando ciò gli torna utile. Si aspetta applausi. Guai a credere che si possa veramente discutere. La dottrina per la quale si deve "credere, obbedire e combattere" viene distillata con interviste come quella del Senatore Stracquadanio e organi di "formazione" come Ragionpolitica.it Che nessuno abbia oggi sul parlamentarismo la fede descritta da Schmitt come inattuale già nel 1926, è chiaro anche ai bambini della scuola dell’obbligo. Dal 1926 in poi si era tentato in Europa di cambiare il sistema. Sappiamo come finì. Si è stati costretti con le buone e con le cattive a ritornare all’antico, che però non solo è rimasto antico ma è pure peggiorato rispetto al passato.

Per venire a noi passo all’occasione che mi è oggi data per una riflessione estemporanea su punti che meritano ben altri approfondimenti: L’intervista di Francesco Natale al senatore di FI Giorgio Stracquadanio. Il senatore Giorgio Stracquadanio, il cui nome per mia deplorevole ignoranza non ho mai sentito prima, avrebbe fatto un «discorso molto battagliero» al meeting forzista di Gubbio. Me lo sono perso del tutto, ma suppongo che nell’Intervista che gli fa Francesco Natale in data 31 ottobre 2006 sul giornale online ragionpolitica.it, organo del “Dipartimento formazione Forza Italia” (!) possa ricavarsi il pensiero esternato in quel di Gubbio. E ne tento un’analisi.

Il coiscritto (mio collega di partito) Giorgio Stracquadanio, eletto in Campania con una legge elettorale che neppure nel Congo-Kinshasa hanno voluto, cioè in pratica messo nel Listino da oscuri registi e proposto in blocco all’elettorato con un “prendere o lasciare”, esordisce con una nota di filosofia del linguaggio in apparenza ineccepibile e condivisibile, ma poi a ben vedere per lui controproducente. Infatti, la stesso addebito di perversione del linguaggio che imputa agli altri può essere restituito al mittente. Dopo una storia linguistica del termine handicappato (oggi disabile) approda al fatto che non si potrebbero più chiamare comunisti quelli che comunisti lo sono stati o lo sono ancora chiamandosi essi stessi tali. L’avvio dell’intervista è decisamente banale e sembra una presa per i fondelli, quasi che ci fosse ancora bisogno di gridare all’orco cattivo. Senza contare che ai vertici di Forza Italia si trovano il Coordinatore Nazionale Sandro Bondi e come intellettuale maître à penser Ferdinando Adornato, entrambi di recente ed organico passato comunista, i quali dunque – seguendo il ragionamento del buon Stracquadanio – non avrebbero mai dovuto far parte di Forza Italia. Almeno per ragioni di decoro se non di coerenza politica. Ma è probabile che Stracquadanio proprio al comunista Sandro Bondi (chi ha formato le liste?) debba la sua elezione in Senato. A parte ciò, l’argomento iniziale dell’intervistato dimostra quanto sia povero di idee e ideologicamente stantio il collante che dovrebbe unire gli iscritti a Forza Italia, il cui organo di formazione (Ragionpolitica.it) sembra più un foglio parrocchiale che non un organo di partito capace di fornire ai militanti una seria analisi dei fatti politici del giorno.

A quanto pare di capire Stracquadanio deve i suoi meriti di partito e la sua gloria letteraria ad un libro dal titolo «Tutte le balle su Berlusconi», libro – pare – di grande successo. Non so se questo libro gli ha fruttato il seggio senatoriale. Pare infatti di capire che di balle e banalità il nostro se ne intenda. Un numero lo attrae: l’80 per cento. In questo caso ci si riferisce alla partecipazione politica. L’esperto analista del linguaggio manca di rilevare un fatto che a me mi fa sempre uscire dai gangheri. Dopo la reazione corporativa al referendum sul finanziamento pubblico dei partiti la rappresentanza parlamentare (comunisti compresi) ha votato una legge che fissa un tot in euro per ogni cittadino elettore, anche se si astiene dal voto. Basta essere iscritti nelle liste elettorali per essere tassati: per esserne esentati occorrerebbe commettere un reato che faccia perdere i diritti politici come pena accessoria. Pertanto, il buon Stracquadanio, eletto al Senato, può ridersela di me cittadino, vada o non vada a votare: io sarò in ogni caso spennato e lui parlamentare eletto a prescindere. Nota di colore a parte, resta aperto tutto il problema della partecipazione politica e democratica dei cittadini, che secondo l’art. 49 della costituzione oltre a votare avrebbero anche il diritto di partecipare alla vita dei partiti, che a tutt’oggi restano una consorteria di notabili. Il buon Stracquadanio parla di democrazia e partecipazione democratica, ma non si distanzia dal linguaggio della banalità, proprio lui così sensibile alla significanza del linguaggio.

Qualcosa di utile Stracquadanio la dice. Ci fa sapere che gli iscritti a Forza Italia sono non sono mai stati più di 300.000 a fronte dei dieci milioni di eletttori raggiunti. Non conoscevo queste cifre eloquenti. Grazie! Ma a parte il dato a me ignoto (e forse segreto) non mi pare proprio che Stracquadanio offra quella «riflessione un po’ più seria» che lui stesso dice occorrerebbe sulla “democrazia interna”. Tra cittadino, elettore e iscritto (militante o non militante) ad un partito esiste una differenza linguistica, giuridica e politica di cui non mi pare di intravedere consapevolezza nel nostro Senatore. E qui non mi dilungo. Passo invece al termine “laico” dove occorre diffidare tanto dell’Intervistatore Francesco Natale quanto dell’Intervistato Senatore Giorgio Stracquadanio. Altrove ho definito la distinzione tra laico e laicista un miserabile gesuitismo con il quale si vuol distinguere il cittadino osservante e rispettoso dei dettami di Santa Madre Chiesa, con sede in Vaticano, e quello invece irriguardoso: l’uno sarebbe un buon laico, l’altro un cattivo laicista. E meno male che il buon Stracquadanio è un sottile analista del linguaggio. Ma vediamo come il Senatore affronta il problema semantico.

Ci fa sapere che non è un credente. E cosa ce ne importa? Potremmo obiettare! Dimostra il suo liberalismo (FI si autodefinisce un partito liberale), dicendo che ciò malgrado non si sente «di negare alla Chiesa cattolica, come ad ogni espressione di pensiero (!), la libertà di perseguire obiettivi che hanno conseguenze politiche». E qui cogliamo al varco il fine analista del linguaggio. Che vuol dire ciò? Occorre esser chiari! Forse che riconosciute ad esempio (statuto storaciano del Lazio) le radici cristiane, è lecito con ulteriore legge imporre per legge la frequentazione della messa domenicale? Le parole del Senatore cozzano l’una con l’altra in tutta la sua lunga intervista e non mi dilungo ad evidenziarle. Mi basta chiudere con un’autentica perla che è ricorrente presso il partito neosanfedista e che il Senatore recepisce in pieno con calcolo “imprenditoriale”. Il referendum abrogativo previsto dalla nostra costituzione richiede un quorum di validità. Fatto strano ed unico nei sistemi democratici, ma la nostra è una ben strana democrazia. Comunque esso prevede tre possibilità: votare per il sì, votare per il no, non andare a votare deliberatemente o meno ed incidere in questo modo sul quorum. L’astensione non si somma al no. La tipologia degli astenuti è estremamente varia: potrei non avere avuto informazione sufficiente della votazione in corso, essere all’estero, essere morente, non avere alcun interesse al quesito, ecc. ecc. Il linguista Stracquadanio dice però che «l’80% degli italiani ha confermato la legge…». E qui possiamo chiudere il nostro discorso sulla scienza linguistica del senatore Stracquadanio, al quale abbiamo dedicato più tempo ed attenzione di quanta sarebbe stata sufficiente e necessaria.

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Dal mio Blog sulla Geopolitica, dove nel post sul Congo si accenna a una riforma della legge elettorale simile a quella da noi vigente, ma bocciata dai congolesi in quanto già allora ritenuta dai congolesi non democratica:
1. Africa: 5. Repubblica democratica del Congo-Kinshasa

PS - Il commento è stato inviato alla Redazione di Ragionpolitica.it, dove è inutile cercare di intervenire nell'apposito spazio riservato ai commenti, pubblicati solo se "politicamente corretti", costume illiberale giustamente denunciato dal senatore Stracquadanio, ma puntualmente applicata anche dai ragazzi di Ragionpolitica.it, verso quanti si distanziano dalle loro genuflessioni.