lunedì, gennaio 28, 2008

Nel trentennale della morte di Aldo Moro: ricordi di un suo allievo negli anni di piombo

Versione 1.0

Torno proprio adesso da una commemorazione di Aldo Moro che si è tenuta nella sede del Partito radicale in via di Torre Argentina. La manifestazione, molto breve, ha inteso avere un suo peculiare carattere, secondo i desideri della figlia del compianto statista tragicamente scomparso. È stata questa per me occasione di porgere le condoglianze alla famiglia dopo trent’anni dalla morte. Ero stato assiduo studente di Moro, alla Sapienza, nell’anno accademico 1971-72, se ben ricordo. Non ho però mai avuto rapporti con la famiglia a differenza del collega Franco Tritto, prematuramente scomparso da un paio di anni. La cerimonia svoltasi nella sala radicale è consistita nella riprdoduzione filmata di uno spettacolo musicale, dove un nipote poco più che trentenne ha messo in musica al suono della chitarra alcune parole tratte da discorsi dello statista e pure dagli appunti delle lezioni universitarie, quelle di cui ero appunto il destinatario. Al nipote, di cui non ho ben capito quale effettivo ricordo potesse avere del nonno in considerazione della giovane età, sono state fatte alcune domande da parte di una giornalista. È stata soprattutto chiarita la suddetta provenienza dei testi messi in musica, che francamente fuori dal loro contesto e nella forma musicale a me inconsueta ho scarsamente percepito nel loro senso concettuale o umano. Ha concluso Marco Pannella con una per lui insolitamente breve commemorazione di quegli anni tragici e delle vicende parlamentari connesse al rapimento e sequestro di Moro.

Appunto su questa umanità di Aldo Moro – che era il senso della commemorazione voluta dalla figlia – desidero rendere testimonianza ricordando come Aldo Moro, allora ministro degli Esteri, fosse solito dopo la lezione fermarsi con noi studenti nel corridoio per un paio di ore davanti all’aula, che doveva lasciare per far posto alla lezione successiva.
Verrebbe da stupirsi di questa estrema disponibilità di un professore che era pure ministro e che qualche cosa da fare forse doveva pure avercela. In quegli anni non era ancora scattata l’incompatibilità fra insegnamento e cariche parlamentari. Ricordo quale fu il commento di Moro al riguardo: l’unica cosa sul quale in parlamento si erano trovati tutti d’accordo, dall’estrema destra all’estrema sinistra, ebbe a dire con disappunto. Si consolava però all’idea che l’applicazione non sarebbe stata immediata o agevole. In quegli anni nella nostra Facoltà Aldo Moro non era il solo parlamentare. Tutt’altro! Non riuscivo a tenerne il conto.

Posso testimoniare che la sua umanità quale si manifestava con noi studenti era autentica. La controprova mi è data da qualche altro parlamentare, collega di partito di Moro, la cui umanità lasciava alquanto a desiderare. Se mai di quest’ultimo che non cito per il rispetto che si deve ai morti, a tutti i morti, si dovesse tenere pubblica commemorazione certamente non io andrò, come ho invece fatto per Aldo Moro, al cui commosso ricordo dedico questo mio non analitico testo. Si può essere figli in un senso carnale, ma lo si può essere anche in un senso spirituale. A Moro devo le sue lezioni di diritto penale, oltre che quelle parole che scambiava con noi tutti a lezioni finita e non solo su problemi di diritto penale, ma anche una più profonda lezione che ho tratto dalla sua morte tragica, che mi costrinse a rivedere alcune mie idee di quegli anni di piombo.

Oggi quel periodo è per lo più criminalizzato, ma io non credo che vi fosse solo del male. Come generazione abbiamo avvertito un profondo malessere sociale al quale non siamo stati evidentemente capace di offrire una soluzione. Ma se allora perlomeno avevamo tentato di trovare una soluzione, annaspando nel buio e finendo nel vicolo cieco della violenza, oggi quegli stessi problemi, quello stesso malessere continuano ad esistere in forma anche più grave, ma non vi è nessun soggetto che si proponga di trovare una soluzione: non ci resta che la rassegnazione e nei casi più gravi la disperazione. La “casta” si trova alle prese con i soliti suoi problemi di equilibrio interno. I problemi del paese non solo non li riguardano, ma non potrebbero neppure risolverli perché il problema del paese sono proprio loro stessi con la loro inutilità, con la loro corruzione e corruttibilità, con il loro congenito parassitismo. Alla stagione degli assassini è subentrata l’epoca dei ladri, sfacciati e senza barlume di ritegno. La legalità è un optional che si usa quando fa comodo a proprio vantaggio e contro i nemici ed avversari ogni volta che capitano a tiro. Apprezzo Pannella quando dice che in realtà il nostro non è uno stato di diritto, che il fascismo aveva pur sempre una sua legalità che sapeva rispettare e far rispettare, noi invece non abbiamo nessuna certezza del diritto.

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