mercoledì, febbraio 28, 2007

Giano Accame: alle origini del sionismo

Avevo annunciato ai miei Lettori l’ingresso in questo Blog di un gruppo di miei amici, a cui avevo accennato il progetto, ricevendone l'adesione. Fatte le normali procedure di “invito”, da allora non ho voluto assillarli. Non è mancata da parte loro l'adesione, ma si tratta semplicemente di non familiarità con il mezzo informatico. Mancherò per qualche tempo da Roma, ma al mio ritorno con molto piacere insegnerò loro le semplici tecniche. Con l'occasione rendo pubblico ai miei Lettori che questo Blog da individuale diventerà collettivo e data la grande professionalità giornalistica dei miei amici io credo che questo Blog possa perfino diventare un giornale telematico. In periodiche cene di lavoro discuteremo i temi che confluiranno in questo Blog. Avverto che le nostre idee non è detto che coincidano, anzi normalmente ciò non avviene allo stesso modo in cui non esistono due cervelli identici. Sarà una bella occasione per discutere fra amici e in un ambiente amico. Ad esempio, non sapendolo io, mi ha detto Giano Accame di essere stato lui il primo intellettuale di destra ad avere posizioni filoisraeliane. Non lo sapevo e sono veramente curioso di apprenderne gli argomenti. Può benessimo darsi che io mi ritrovi d'accordo con Giano, anche se appena ieri mi sono dichiarato filoarabo. L'amico Giano mi ha mandato oggi stesso l'articolo qui di seguito che metto io in rete in attesa che sia capace di farlo lui stesso. Il titolo (Alle origini del sionismo) l'ho messo io stesso, perché il testo che Giano mi ha mandato ne è privo. Il testo inoltre è redatto come se fosse un articolo di giornale. Anzi è un articolo di giornale e va benissimo. Avevo tuttavia spiegato a Giano che non intendevo gravarlo di particolari oneri di lavoro. Se lo vuole i suoi articoli possono essere più leggeri e meno impegnativi per lui. Non è questo in nessun modo una critica alla qualità dell’articolo (eccellente), ma solo un modo di dirgli che la tecnica del blog è molto meno faticosa di quella richiesta da un testo preparato per la carta stampata. Intanto saluto l’ingresso di Giano Accame, che senza tema di smentita presento come uno dei più importanti intellettuali della cultura del centro-destra.

Antonio Caracciolo


GIANO ACCAME

Alle origini del sionismo


Tra gli ispiratori del sionismo raramente, accanto a Theodor Herzl, a Max Nordau, a Martin Buber, al poeta di tipo carducciano Chaim Nachman Bialik o a Nathan Birnbaum, che ne mise in uso per primo la parola (dal monte Sion, la collinetta su cui si era formato - come a Roma il Palatino – l’insediamento più antico di Gerusalemme), vengono indicati i padri del Risorgimento. Eppure il mito di Garibaldi, evocato da Jabotinskij nei suoi saggi, e la predicazione mazziniana di “Dio e Popolo”, che tanta influenza ebbe nell’Europa centrale e slava incubatrice del sionismo, hanno certamente contribuito a rendere credibile anche tra gli ebrei, dopo secoli di Diaspora, un movimento laico-patriottico con forti venature religiose per il ritorno nella Terra dei Padri, in Erez Israel. Ancor più degli altri semiti con cui condividono le basi del linguaggio (è un luogo comune ricordare che pace è shalom in ebraico e in arabo salam, da cui vengono i salamelecchi), gli ebrei hanno conservato un fondo tendenzialmente nomade, che li spinge a vagare, ma coltivando al tempo stesso la nostalgia del ritorno. Questo radicato nomadismo può spiegare, tra l’altro, il contrasto che si trascina da migliaia d’anni nella valutazione tanto differente di due storie tanto somiglianti: nella vicenda ebraica, intrisa di senso del peccato, la condanna priva d’attenuanti per il fratricidio commesso dal contadino Caino ai danni del pastore Abele; al contrario, nella storia romana, la divinizzazione di Romolo che, impegnato come Caino nel progetto evolutivo di una civiltà stanziale, uccise Remo perché beffeggiava il solco di Roma nascente, ribellandosi anche lui ai paletti di confino in nome di una tradizione da pastore, come Abele. Sono contrasti arrivati sino a noi nei film western, dove si riproducono conflitti sanguinosi prima tra i pellerossa, cacciatori nomadi, e i coloni anglosassoni, poi risse tra i farmers e i cow-boys, che con le mandrie vaganti ne abbattevano i recinti e ne devastavano le coltivazioni.

L’idea di un Risorgimento ebraico, di una nazione dispersa dai romani, ma ancor prima dalla propria irrequietezza, e tenuta unita da un patto esclusivo d’Alleanza col suo Dio (i nostri “fratelli maggiori” in monoteismo si sono scarsamente dedicati al proselitismo, rimanendo così pochi milioni, mentre cristiani e musulmani si contano a miliardi) che in Palestina ritrova la terra, era naturalmente destinata a scontrarsi con delle difficoltà: la terra promessa nel frattempo era abitata da altra gente, come ai tempi di Mosé, quando il ritorno dall’Egitto implicò una dura riconquista affidata alla bravura militare di Giosué e alle indicazioni di un Dio che raccomandava di sterminare senza esitazioni chi vi si opponeva. Per i sionisti, politicamente formati nelle concezioni nazionali e coloniali allora correnti in Europa, il problema pareva più facile e umano: non era necessario sterminare gli arabi della Palestina; sarebbe bastato comprare una parte delle loro terre e associarli in un processo di civilizzazione meno prepotente di quello che stavano praticando diversi paesi occidentali (la Francia in Tunisia, in Algeria e nel Marocco diviso con la Spagna; l’Italia in Libia; la Gran Bretagna in Egitto e con il mandato in Palestina) per inserire nella modernità quelli che Marx definiva con punte di disprezzo. Non era immaginabile che degli ebrei occidentalizzati dovessero preoccuparsi degli arabi più degli altri popoli europei. La convenienza a una pacifica collaborazione ha fra vari argomenti un’immagine visiva nel confine che li separa oltre il lago di Tiberiade, segnato da due colori: il verde degli alberi e delle coltivazioni in Israele e subito al di là il giallastro dei terreni incolti. Così gli arabi hanno desertizzato anche la Libia, un tempo granaio dell’Impero romano, che i coloni italiani chiamati da Italo Balbo stavano riportando alle antiche fioriture. All’estensione del verde dovrebbe corrispondere una comune estensione di benessere. Ma la storia è intrisa di passioni, orgogli, risentimenti, di feroci spinte irrazionali, e non s’accontenta di miglioramenti materiali: i palestinesi non ci stanno. Anche i sionisti stanno realizzando, del resto, un ripudio patriottico dei calcoli economici, perché ogni dollaro versato a Israele dagli ebrei statunitensi potrebbe essere investito molto più vantaggiosamente, anziché in quelle terre aride e contese, in altre parti del mondo.

Nel periodo tra le due guerre alcune fasi acute di contrasto tra i sionisti immigrati e i palestinesi, che costarono in tutto due o trecento morti, cioè piccoli salassi nel vasto orrore del secolo XX, vennero risolte a sparatorie paesane o di quartiere e bastonate. Ricordo d’aver pensato già nel 1962 che prima o poi sugli israeliani sarebbero piombate accuse di fascismo, vedendo nel museo dell’Haganà (la formazione paramilitare dei sionisti moderati, socialdemocratici) a Tel Aviv una gigantografia con ebrei che agitavano bastoni da un camion molto simile ai 18BL dei nostri squadristi. Ma una mezza idea che gli israeliani per diversi aspetti fossero “dei nostri” me l’ero fatta sin dall’immediato dopoguerra leggendo su di loro un libro di Arthur Koestler, Ladri nella notte, stranamente mai più ristampato. L’autore di Buio a mezzogiorno era diventato in Palestina capo ufficio stampa del movimento sionista revisionista d’ultradestra Irgun Zvei Leumi allora capeggiato dal suo fondatore Vladimir Jabotinskij, accusato di fascismo, e che avrà come eredi politici il terrorista e Premio Nobel per la Pace Menachem Begin (di cui non a caso le memorie in Italia sono state pubblicate dall’editore Ciarrapico, amico di Almirante), poi il generale Sharon sino agli attuali governanti della destra israeliana. Per noi giovani missini non era difficile trovare nel libro di Koestler forti affinità di passione nazionale: ne parlavo con Fabio De Felice, uno dei più animosi attivisti e dirigenti giovanili missini degli anni Cinquanta. Un residuo d’animosità contro i vincitori inglesi ci rese simpatici gli attivisti della destra sionista quando a Roma (una notte e senza vittime) fecero saltare in aria spianandola l’ambasciata britannica; e quando nel luglio del 1946 con un attentato guidato da Menachem Begin fecero crollare a Gerusalemme un’ala del King David Hotel, sede del comando inglese, uccidendovi una novantina di ufficiali e membri del personale britannico. Il terrorismo è l’arma dei deboli e allora i deboli erano loro.

Converrà a questo punto ricordare che tra fine Ottocento e primo Novecento tre sogni di restaurazione di passati gloriosi si agitavano nel Mediterraneo. Il sogno mazziniano della Terza Roma, la Roma del Popolo dopo quella dei Cesari e dei Papi, che, cantato dai poeti (Carducci, Pascoli, d’Annunzio, Marinetti), assecondato dal liberale Giolitti con la conquista della Libia e dell’Egeo, ebbe la sua illusoria realizzazione con l’Impero mussoliniano durato appena cinque anni (ma nemmeno l’Impero di Napoleone durò molto più d’una decina d’anni) e tramontato con la disastrosa sconfitta dell’8 settembre 1943. La democrazia ellenica aveva a sua volta sognato col poeta Kostis Palamas e il leader liberaldemocratico Eleuterio Venizelos la Megali Idea, la Grande Idea di strappare ai turchi Istanbul, l’antica Costantinopoli, per ricostituirvi l’Impero di Bisanzio. I greci pensarono di profittare dopo la prima guerra mondiale del crollo dell’Impero ottomano, ma si trovarono di fronte l’imprevista reazione di un militare modernizzatore, Mustafa Kemal Ataturk, che non solo non permise loro di impadronirsi d’Istanbul, ma cacciò fuori da Smirne e dall’Asia minore una popolazione ellenica che vi abitava da tremila anni. Battuti i greci nei primi anni Venti, spazzato via il sogno italiano del Mare Nostro e della Quarta sponda in Libia a metà degli anni Quaranta, è rimasto in piedi tra crescenti complicazioni solo il sogno di restaurazione dello splendido Regno di Salomone oggi in concorrenza con le confuse aspirazioni di un rinnovato Grande Califfato.

Nel frattempo, infatti, mentre nasceva lo Stato d’Israele, gli europei abbandonavano la fascia meridionale del Mediterraneo per un processo di decolonizzazione che si compiva all’inizio degli anni Sessanta con la vittoria della rivolta antifrancese in Algeria. Il mondo arabo imboccava un secolo dopo di noi il suo processo risorgimentale (il nome del partito Baath, sociale e nazionale, è la versione araba di Risorgimento); e gli israeliani si trovarono da soli lì nel mezzo a fronteggiarlo con l’appoggio a partire dal 1968 degli Stati Uniti, che ancora nel 1956 avevano minacciato un intervento contro un’alleanza israeliano-anglo-francese sorta per reagire alla nazionalizzazione egiziana del canale di Suez. Inizialmente la presenza di circa 750.000 profughi palestinesi sembrò un falso problema in un’Europa dove la Germania aveva assorbito dodici milioni di profughi dall’Est (e almeno due milioni erano morti nella fuga); dove i francesi avevano risistemato in patria oltre un milione di profughi dall’Algeria; noi i profughi dall’Istria, dalla Dalmazia, dalla Libia e così via. Pareva assurdo che l’ampio mondo arabo-islamico arricchito dal petrolio non riuscisse ad assorbire i diseredati dall’espansionismo ebraico e li concentrasse per decenni in campi profughi a incubarvi odio e sete di rivincita. I rapporti di forza mostravano la netta superiorità numerica degli arabi, ma giunti nel giugno 1967 alla guerra dei sei giorni si comprese che la sorprendente superiorità del giovane ebreo Davide contro il gigante filisteo Golia era uno degli archetipi junghiani non solo sopravvissuto ma rafforzato nella modernità. Da quella campagna, cui assistetti come inviato del Borghese, ricordo con ammirato stupore l’ultimo giorno quando, dopo aver sfondato i giordani oltre Gerusalemme e gli egiziani sul fronte di El Arish, gli israeliani si rivolsero contro i siriani sulle alture del Golan. E noi giornalisti portati ad assistere alla fase terminale del brevissimo conflitto vedemmo avviarsi con gli altri una colonna di carri armati color giallo chiaro diversi da quelli dell’esercito israeliano: erano i carri catturati nei giorni precedenti all’esercito giordano, già inclusi dagli israeliani nel loro dispositivo militare con una rapidità e scioltezza addestrativa che nessun altro esercito al mondo avrebbe saputo eguagliare. Capii allora che quel popolo selezionato da scelte volontarie, sfuggendo ai pogrom russi e all’Olocausto nazista, aveva ormai poco a spartire con l’omino del banco dei pegni o coi banchieri ebrei. Era tornato ai tempi in cui Abramo con 318 dei suoi servi più bravi inseguiva sino ai pressi di Damasco i Re d’Oriente, che gli avevano rapito il cugino Lot, e li batteva; e ai tempi in cui Gedeone, selezionando un reparto di 300 arditi da 22.000 uomini rimandati a casa, sconfisse i madianiti. I rapporti degli ebrei con il denaro sono medievali, imposti dalla Chiesa che non consentiva ai cristiani il prestito a interesse, mentre giunsero a coniare una loro moneta con un paio di secoli di ritardo dopo i greci dell’Asia Minore, che furono i creatori, insieme alla filosofia, della moneta coniata e controllata dal Tempio (la stessa parola “moneta” viene dal Tempio di Giunone Moneta, Dea del buon consiglio, presso cui funzionò la prima zecca dei romani) e dalla Polis. Non era in banca la vera vocazione degli ebrei. Erano in origine e sono tornati a esserlo un piccolo popolo guerriero e di grandi scrittori, capaci d’interessare rivelando anche su se stessi episodi imbarazzanti: dalla Bibbia, questa raccolta di racconti della loro storia nazionale diventata nostro testo religioso, alle nevrosi americane spiritosamente narrate da Saul Bellow e alle allegre sconcezze con cui Philip Roth e Alessandro Piperno si divertono a confermare i pregiudizi un tempo correnti sugli ebrei libidinosi, che non penserebbero ad altro che a scopare le bionde figlie o le mogli dei gojim.

Il valore e la potenza di questo popolo sono impressionanti. L’influenza finanziaria degli ebrei nell’ultima metà secolo è proporzionalmente diminuita, perché altre etnie sono entrate in forza nel mondo del denaro: dagli arabi con i petrodollari ai giapponesi ai cinesi, che prima in questo campo non contavano. Ma gli ebrei sanno bene, per averne praticato l’uso in secoli d’umiliazione, che i poteri dell’intelligenza e del coraggio superano di gran lunga quelli, pur sempre importanti, del denaro. Dopo l’orrenda potatura nazista è in questi campi che la loro pianta si è andata rafforzando, seguendo una tendenza avviata nel secolo scorso da Abi Warburg, figlio d’una grande famiglia di banchieri ebrei, che voltò le spalle ai maneggi del denaro per affermarsi invece come geniale storico e critico d’arte. Basta osservare di quanti scrittori, artisti, scienziati e soprattutto opinion leader dispongano in tutto l’Occidente come strumento d’egemonia gramsciana nelle nostre società e d’influenza sui poteri democratici. E tuttavia anche i palestinesi, da entità poco rilevante, sono giunti a imporre una presenza politico/mediatica non più trascurabile, tanto in Palestina con l’Intifada scoppiata nel dicembre 1987 e poi rinnovata con le devastanti immagini televisive dei bambini arabi che tirano le pietre e dei soldati ebrei che gli sparano contro; quanto col moltiplicarsi di vocazioni terroristico-suicide, di cui si devono deplorare le vittime civili, ma non ignorare la forza imitativa dell’esempio. Esempi del genere, oggi moltiplicati come prodotti in serie da supermercato, ci erano stati proposti già alle elementari attraverso le rare figure eroiche di Pietro Micca e di Sansone, deciso a morire travolto. Secondo la storia biblica sul terrazzo della casa fatta crollare da Sansone, cifra che richiama il dramma delle torri gemelle. E vittime civili non vennero risparmiate dai liberatori americani a Hiroshima e Nagasaki, ma anche in Italia (64.000 morti accertati nei bombardamenti aerei angloamericani, di cui 4.000 militari e 60.000 civili, ma la cifra corrente è sui 70.000) e in Germania (circa mezzo milione). Occorre guardarsi dai giudizi sbrigativamente liquidatori del terrorismo, arma dei poveri ma usata ieri e ancora oggi dalla democrazia più ricca e potente del pianeta, che rischiano di non essere condivisi da una larga parte del genere umano nella loro strumentalità propagandistica.

Interesse e impegno dell’Italia e dell’Europa è lavorare per la pace in un’area a noi così vicina. Ma se un tempo la pacificazione si poteva imporre in nome d’una superiore civiltà con le forche di arabi impiccati che il pubblico italiano, come ha bene spiegato Aldo A. Mola nella biografia del liberale Giolitti. Lo statista della nuova Italia (Mondadori 2003), si abituò a vedere nel 1912, ora non si può. Occorre partire da concezioni di reciproco rispetto e comprensione del fondo drammatico da cui si alimentano le passioni della storia. Ricorrendo ancora una volta a una comune lettura della Bibbia, va ricordata l’offesa da cui nascono gli arabi, discendenti d’Ismaele, figlio della serva Agar ripudiata da Abramo che con lei l’aveva concepito quando la vecchia moglie legittima, Sara, ebbe a sua volta un bambino. Un Angelo del Signore disse di quel figlio della serva: «Ecco, tu hai concepito, e partorirai un figlio, cui porrai nome Ismaele, perché il Signore ha ascoltato la tua afflizione» (Gn 16.11). E disse anche: «Egli sarà come un asino selvatico per gli uomini, la sua mano contro tutti e la mano di tutti contro di lui, e abiterà di fronte a tutti i suoi fratelli» (Gn, 16.12). Era il primo annunzio, diverse migliaia di anni fa, del conflitto di civiltà attualmente in corso. Rischiamo di finirvi sempre più coinvolti se non sapremo contribuire alla costruzione della pace nella comprensione d’entrambe le parti in una lite di famiglia da cui grondano drammi recenti e rancori secolari: gli spaventosi drammi patiti in Europa dagli eredi discesi da Abramo con la padrona Sara e il figlio Isacco, ma anche i comprensibili rancori per le sia pur molto più ridotte prepotenze subite dagli eredi di Abramo con la ripudiata serva Agar e il figlio Ismaele, la cui progenie di asini selvatici potrebbe essere in parte finita con Hamas o con gli Hezbollah, esaltati per avere ottenuto quest’estate i primi successi militari in sessant’anni di conflitti arabo-israeliani.

Il ragionevole distacco da ogni posizione estrema di chi vede queste liti dal di fuori, dall’opposta sponda del Mediterraneo, senza lasciarsi trasportare da sovraeccitazione, va dosato con la consapevolezza che fuori del tutto non ci siamo neanche noi: le cellule del terrorismo che ha colpito negli Stati Uniti, in Spagna, in Gran Bretagna sono state individuate anche in casa nostra e il centrodestra, per abilità o fortuna, era riuscito ad evitare guai. Occorre agire, nell’assumersi compiti d’intervento internazionale, con intelligenza, equilibrio, misura, consapevolezza delle passioni radicate sin nelle Sacre Scritture e nella conseguente complessità dei problemi da cui siamo indirettamente minacciati: doti di cui il centrosinistra, agitato da idee contraddittorie e tentazioni estremiste, non sembra disporre. Siamo anzi al paradosso, al delirio, d’opposte fazioni antifasciste decise a farci “vivere pericolosamente”, sgomitando in cerca di rogne chi per piacere a Bush e chi agli Hezbollah.

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