giovedì, gennaio 18, 2007

Sul dissenso interno

Sono tuttora impegnato in un complesso lavoro di risistemazione di tutti i miei tredici blogs, ma non posso rinviare una breve riflessione maturata in questi giorni. È incominciata con le contemporanee notizie su Berlusconi che accusa la sinistra di antiamericanismo e su Bondi che risponde al presidente della confindustria che critica il sistema della politica. Su questi punti non mi trovo d’accordo né con Berlusconi né con Bondi, ma questo non significa che io intenda lasciare Forza Italia, cioè non rinnovare la tessera. Distinguo tre diverse condizioni di chi fa politica: il militante di un partito, l’elettore, il cittadino. In condizione di pace interna il cittadino che non vuol far ricorso alle armi per affermare le sue concezioni politiche ha diritto di iscriversi ad un partito per concorrere alla formazione della politica nazionale.

I partiti non sono di per sé l’uno migliore o peggiore dell’altro, non sono qualcosa di statico ed immutabile. Sono innanzitutto dei luoghi di aggregazione pacifica e diventano ciò che gli iscritti ne vogliono fare o lasciano che siano. E qui l’aggettivo “pacifico” non si deve intendere come “amicale”. Lo si deve invece intendere come antitetico alla condizione funesta e terribile della guerra civile, ossia ricordando Hobbes la condizione in assoluto peggiore in cui un popolo possa trovarsi. “Pacifico” non significa il melenso “cuore azzurro” della famiglia De Lillo, subdolo ed ipocrita mezzuccio per fare voti. “Pacifico” significa il consapevole e deliberato non ricorso alle armi che uccidono fisicamente, la consapevole e ferma accettazione della nonviolenza e del metodo non violento. “Pacifico” non significa l’acritica unanimità dei consensi, il battere le mani, la timidezza nell’esprimere le proprie perplessità di fronte alle sparate televisive dei Sommi Capi. Tolto ciò il dissenso, anche aspro, è l’essenza della politica. Se si d’accordo su qualcosa non vi è bisogno di grande dibattito per dire che si è d’accordo. Si vive in una condizione esistenziale da tutti condivisa. Si deve dibattere quando qualcosa non funziona o quando si deve cambiare e riformare qualcosa. Il mondo moderno è il luogo del cambiamento e si rendono necessarie continue riforme che vedono contrapposti gli interessi ed i punti di vista.

Se i partiti (tutti i partiti) fossero organizzati davvero in modo democratico, essi sarebbero innanzitutto un luogo in cui i cittadini si autoeducano all'esercizio della democrazia. Il far parte dell’uno o dell’altro partito non sarebbe vissuto come un titolo d’infamia. Se i partiti fossero democratici, non avrebbe senso il passaggio dall’uno all’altro, perché in ognuno di essi il cittadino troverebbe garantite le stesse libertà, e cioè essenzialmente la sua libertà di espressione e sulla base delle sue opinioni la possibilità di aggregare maggiore o minore consenso e quindi concorrere alla formazione della politica nazionale. Perché una democrazia diventi matura, occorre che i cittadini possano riflettere in modo costante e ordinato sui problemi che li riguardano. Se per ognuno di noi in quanto individuo è possibile una migliore e progressiva intelligenza delle questioni che ci riguardano direttamente in una misura direttamente proporzionale al tempo impiegato per lo studio del problema, ciò vale in maggior misura per i cittadini riuniti che possono mettere in comune le loro intelligenze e le loro competenze. Ma si tratta per l'appunto di fornire ai cittadini luoghi di incontro e di discussione. Il sistema della rappresentanza si è rivelato e si rivela altamente inaffidabile. Le condizioni del mondo moderno consente un grado di democrazia diretta prima impensabile.

A tutt’oggi la “politica nazionale” i cittadini, anche quelli iscritti ai partiti, possono conoscerla dalla bocca parlante di qualche Leader che parla di preferenza per non più di trenta secondi al telegiornale della sera, sempre dopo che abbia parlato il Papa. Simili dichiarazioni sono poi basate non su un'analisi critica della singola questione, ma su una stima del consenso elettorale che possono ottenere. Insomma, si tratta di un esercizio di conformismo e succede come nella parabola del cieco che guida l'altro cieco. La democrazia degenera in demagogia per responsabilità diretta di quelli che dovrebbero essere i Leaders sommi che non dirigono nulla, ma si accodano ai votanti secondo una loro opportunistica e cangiante valutazione delle opportunità. La forza della chiesa, ossia della parrocchia con i voti influenzato dal parroco, è in questo caso speculare alla debolezza ed inconsistenza dei partiti.

La mia breve riflessione mi sta sfuggendo di mano e si va allargando oltre misura, anticipando temi che dovrebbero essere trattati singolarmente. Per rispondere collettivamente ad amici e conoscenti che si stupiscono che io possa continuare a militare in un partito come Forza Italia, da loro giudicato evidentemente illiberale malgrado il nome, dico che in un qualsiasi partito si dovrebbe stare innanzitutto per dissentire e dibattere, non per annuire e battere le mani, o peggio ancora per diventare servo di qualcuno, da cui magari ci si attende qualche favoruccio. La democrazia ha più limiti e difetti che non pregi. Ma se si conviene che nessuno può educare il popolo sovrano e “ignorante” (vedi post su Tajani), dobbiamo concepire i partiti come luogo di riunione libera e democratica, dove non si può sapere prima quello che dovrebbe essere la conclusione di un dibattito reale dei cittadini riuniti. Agli stessi amici spiego che se mi dovessero “cacciare”, nessun male me ne verrebbe, non avendo io preso una tessera di partito per lucrare il benché minimo vantaggio rispetto ad altri cittadini non tesserati o tesserati in altri partiti. Non solo. Ma se qualcuno si azzardasse a farlo, darebbe un’arma formidabile a quanti ritengono che debba essere superato il sistema dei partiti. Abbiamo già conosciuto questa stagione e sappiamo come è finito. Ma non è detto che si debbano ripetere gli stessi tragici errori.

2 commenti:

dr. mabuse ha detto...

Prof. Caracciolo, come ho avuto modo di scriverle via mail, pure a fronte di una iniziale, sincera sorpresa nel trovare siffatti ragionamenti in un iscritto a FI, le auguro di riuscire a resistere in tale partito e a cambiare qualcosa in esso, poichè è (anche) nei reciproci rapporti tra i partiti, in un sistema che si vuol democratico, che i partiti possono cambiare; si spera in meglio e non in peggio come accade invece ora.

---

Ho letto su Le Monde di oggi (18 gennaio) della proposta tedesca per una legge comune europea in materia di negazionismo; giustamente per il puro negazionismo, d'accordo. Il timore è che lo sia più ampiamente per qualunque tentativo di pensare e studiare l'argomento. Se ne è già discusso. La Francia prevede per esempio ammende molto pesanti per chiunque neghi dei crimini contro l'umanità; ancora un volta giustamente. Ma cosa fanno le comunità ebraiche, cosa fanno i giornalisti, se non negare i crimini contro l'umanità in Palestina e altri stati per cosi dire ancor più sovrani della disgraziata Palestina? La speranza è che se passerà una simile legge non sia ristretta ad un olocausto bensi a qualsiasi crimine di grande portata storica, politica, e pure solo quantitativa (per citare Chomsky, il bomardamento delle industrie farmaceutiche in Sudan fece molte più vittime del famigerato 11 settembre), e che qualsiasi crimine di ampie proporzioni sia in qualche maniera paragonabile a quel punto di riferimento di male assoluto. Il che potrebbe forse ritorcersi contro qualcuno che esprime oggi un certo "valore" su un "evento", per dirla con Nietzsche, quando usa l'olocausto per precisi scopi politici e militari, quando usa il silenzio dei morti per produrre ulteriori morti, o no?

Antonio Caracciolo ha detto...

Stiamo precipitando in un nuovo e peggiore nazismo in nome della lotta al nazismo, in una intolleranza di gran lunga peggiore in nome della lotta all'intolleranza e alla discriminazione razziale. È incredibile come nessuno se ne voglia accorgere. Eppure il gioco non è difficile da comprendere. Ci si preoccupa di un assurdo negazionismo, ma si sono già negati e affossati i presupposti della democrazia, cioè la libertà concessa ad ognuno di pensare con la propria testa senza timore di censura e ritorsioni. Se è così, allora dobbiamo prepararci ad una nuova lotta per la difesa della nostra libertà. È ben curioso dirlo ma qui finisce che la libertà dobbiamo andarcela a cercare a Teheran!